di Vincenzo Di Marco
A mio padre
E tu credevi ai vivi,
e delizia era per te sorridere
anche se non si poteva;
le mani giunte, conserte
le braccia davanti al televisore spento;
quando la sera anneriva,
placido, padre, ti accucciavi
nel letto, lo sguardo rivolto alla notte,
le cornici della stanza deserte
dopo il diluvio del giorno,
candida memoria degli avi.
E mi indicavi il futuro,
come portare un fiore a chi
quel fiore non vedeva. Dunque:
così si fa in avanti
così merita di fare.
Violente erano le parole
che ci siamo detti in faccia.
Amavo quello sguardo allontanato,
non volevi la collera, non si voleva.
Dobbiamo dirci ancora molto,
per capire chi tra noi due sa amare
la carità, che tu amavi, tu indebolito.
Pur nel diverbio ti ero accanto,
lo sono.
Ora nulla può farmi del male,
ora che sono capace di intenderlo.
Di te ritrovo quel che di me si sana,
lontano da te il me che sbaglia.
A Montemarcello
L’aria è tiepida e la pioggia,
lungo i tornanti di Ameglia,
batte sui vetri dell’auto e s’inasprisce.
Il cimitero, isola remota, riposa
le sue lunghe notti nel vento agitato.
Franco e Ruth giacciono inermi
nella teca; senza volto la pietra loro.
Noi siamo qui di passaggio
tra anime sconosciute e corpi estinti.
Laggiù del Magra le onde saltano
e a Fiumaretta c’aspetta il Pilota,
dove una volta gli amici riconoscenti
le parole convulse e furenti vociavano.
Il ponte gobbo di Bobbio
Qui si sosta, si sta di sera al buio nero,
la gente cala nel fiume, alle pietraie
due ragazzini rincorrono un cane e
menano alle grate del ristorante
una gente amena, vispe donne
di gambe aperte e di carni rosolate.
Dice la guida che forse, Leonardo,
quando la Gioconda volle ritrarre,
aveva di passaggio le strade di Trebbia
la valle fonda percorsa non sai quando,
e l’andirivieni di una corsa al brunire
del giorno, gara di strade boschive,
fa venire voglia di un comodo riposo.
L’indomani siamo di partenza verso
la Val d’Aosta, ai monti candidi,
ai lidi erbosi, di croci solitarie e rare.
Lungo la spiaggia
Due si tengono per mano, scalciano
la rena, oltrepassano il ponte
di pietre, il vento è appena calato,
i detriti delle mareggiate divampano.
Ora è maggio di sole, strillano
gli uccelli, ché è tempo di cercare il cibo.
Anche nelle mie pupille rigira
la pena della notte appena finita;
sono anch’io passato dall’alba chiara,
non si udiva il colpo delle rotaie,
e una calma riposa nella stanza,
dove ancora un amore dorme
calma. Attendo che lei mi chiami,
non c’è che da attraversare una strada
e poi saltare le pozzanghere di fango.
Ho memoria di quei due teneri,
nella tiepida feroce malattia incurante
di come passa il tempo inerme e solo.
Di me si farà altro destino, di me spero
ravvivi la speranza.
Agli altri uomini non c’è ragione
che scusi l’incuranza, la viltà,
il disonore.
Sui miei versi
Dicono che i miei versi
hanno una forza d’impatto,
perché cercano sempre una
ragione, la pretendono
senza che s’illudano di perdersi
negli istanti delle illusioni
sonore, nei languori del petto,
nei palpiti amorosi. Essi mostrano
le spine della rosa, ma ci tengono
alla rosa, ne ammirano il colore,
la lucentezza della rosa esaltano,
ma vibrano lontani dal luccicore
svenevole dei poeti, sanno
quanto basta per non arrendersi
al vuoto splendore degli inganni.
Ma i miei versi sorridono pure
di una luce interna, forse
trattenuta, non sgomenta,
balza da essi una tensione dura
come acciaio ben temperato,
e d’ogni speranza ne cantano
le lodi. Sono belli i miei versi,
quando la bellezza è perduta.
*
Exultet, anima larvale, chiama dal fondo,
mitiga lurida voce nei corpi il pugnale,
la ferita sanguina e non fa male l’assedio;
amorevole benigna preghiera tortura,
chi ha veduto lo schianto parli di nuovo,
non dica quando venne ostacolata, assolta,
la benedizione dei trapassati che ci guardano
sospettosi. L’eco è distante, brucia l’ostello,
il viandante corre le balze, la forra l’asciuga.
Si baciano inconsapevoli… ridono.
*
Gaudeat, terra incolpevole, errata sequenza,
misera figura lampeggia nel canale dirotto,
come si china sul raccolto, falcia le spighe;
ossidati i metalli, vendute le scorie, esalano,
i corpi ora tossiscono, i veleni lavorano,
dai chiostri nulla vede ascolta mite sirena,
l’aria della collina, fosforo dei cipressi,
animali al pascolo, serpente allertato, striscia
l’ultimo selciato, la bava secca, la vita langue.
Maledicono chiunque… dormono.
*
Invocate, dall’alto del colle, accorrete gente,
imbrattata è la terra, con tutti i pianeti bestemmia,
sale un canto che pare un grido ed è pietà,
sì quella incedevole preghiera che attarda,
che vaga sorda e muta, impossibile da dirsi,
rabbia inconsulta, famelica e dorata menzogna,
ora che la luce appena comparsa non alluma,
si ritrae mesta e dimessa, come se dicesse basta,
non ne possiamo più di questa vita, salvateci.
Combattono con se stessi… vegliano.
*
Come s’apriva il bianco monte scuro,
di catrame era la diaccia rena erosa
da un’aria infetta, velenosa:
come nutriva la costa impuro
presagio di quanto l’erbe aspetta,
di quanta sporcizia ha la belletta.
Un animale al pasto s’affretta,
non sa di certo, se beve dal rivo
un’acqua molesta, ne resti vivo.
*
La campagna è muta, al sole arresa,
le bestie masticano alle stalle
biada frumento orzo lupinella
e nel meriggio il puledro saltella
in fronte alla sua balia, sollevato
da terra dal vivace suo afflato.
La gabbia lo trattiene ‘prigionato,
sbatte alla sbarra, la gola nitrisce,
la contesa lo vince, lo ferisce.
*
Nel lago uno scafo disegnava una scia ondulata.
Nei pressi del litorale c’è baldoria
di persone che nessuno ha mai visto, solo
mi faceva ribrezzo quel mugolare aspro,
come se annegassero nel variare del tempo,
e una pronuncia che la montagna dava di aliti
suoi, alle case diurne, non faceva rifiatare.
Sistemo il bavero più per fastidio che altro,
lo sguardo non si distoglie da quelli,
non puoi davvero ammirare gli uccelli a riva,
la pace dei loro tranelli, se non si fa silenzio
a quell’ora. Sfavilla la quiete d’altre creature.
*
Sboccia sulla magnolia
un fiore bianco latte
che contro l’inverno fiero combatte
per far tornar com’era
la cara primavera.
Forse se i lamenti e le colpe…
Forse se i lamenti e le colpe
non fossero così irrazionali
delle nostre storie, di questi colli
sospesi tra il nïente e l’assente;
e sospirosa è la casa nel parco,
di molli tenerezze e di dolcezze
come una volta capitò al gatto
che furtivo entrò nella nostra vita;
dimmi cosa farai domani,
dimmi quando risorgerai.
Come va, dove vai, ci si vede…
Come va, dove vai, ci si vede,
se oggi il tempo volge al meglio
e inossidabile l’alba cresce
dentro ai tremori delle bestiole,
le parole potrebbero aprirsi
al chiaro scintillio, ai sentori
di un’altra esistenza tra le pieghe
che piano corrono lungo la siepe.
Vorrà il Dio che non si vede
tramutare la gioia d’ansia.
*
Questo è l’inganno delle spume del mare, e dei suoni acuti
delle sibilline mattine ché piace annullarsi.
Eppure, il risciacquo della spiaggia, l’orme del solitario
bagnante, il soliloquio abituale del primo mattino,
chissà se vale cercarli, svanite in quelle vane chiarità.
Al largo gli scafi, le loro scie luminose, l’aria tenue
del giorno, che fra poco darà fiato alle pungenti
radiazioni: lo sguardo si posa sulla duna deserta.
Non voglio cedere alla tristezza, mi fa male l’anima.
E questa coltre di luce e fumo. Esule è la protesta.
L’ampia distesa del mare, ad altre certezze chiama.
*
Il muro della ferrovia sbarra la strada a chi traversa,
il vecchio cede il passo al ragazzo, fresco di scuola, affamato.
Fra poco è rumore di ferraglia, il vento nei capelli del treno.
Le pietre fanno spazio ai ciuffi d’erba, incuranti questi
di quelle; sorride il vecchio al ragazzo dal ghigno sicuro.
Sul marciapiede della stazione pendolari senza smalto,
una fanciulla di gonna e calze tirate sbuffa nervosa.
L’attesa, ora, toglie la parola ai parlanti.
Forse non sanno nulla di questo momento.
Che mi ricordi
Chiedono anche i morti che mi ricordi,
che mi agiti dentro la fumante mattina
di brina – il lapidario legge parole solenni,
coglie il senno e, non so, smette di vivere
quella gente sparsa sopra la terra, ora arsa
da tutti gli elementi, di fuoco e d’aria, di acqua
che non vuole correre e se lo fa di poca voglia.
Esita nella stanza e nel cortile la foglia in volo,
dentro il covile la famigliola impaurita ode
e gode l’intesa irresoluta e se ne avvede.
Mi cresce e gonfia il petto l’odio cortese,
la abominevole speranza degli insperati
e mi piego nello sguardo a quelle ossa,
alla polvere agli inni ai lamenti alle preci…
che mi ricordi è vanto e plauso di trapassati.
