Due osservazioni sul Coronavirus

di  Davide Morelli

Secondo Tucidide “la paura della peste distrusse Atene, non la peste”. Ma è altrettanto vero che molti, per esorcizzare o rimuovere la paura della morte, non hanno l’esatta percezione dei morti, della dimensione colossale della tragedia. All’inizio della pandemia avevano forse capito cosa stava succedendo coloro che cantavano dal balcone e che affermavano che sarebbe andato tutto bene? Avevano capito qualcosa coloro che per dissonanza cognitiva dicevano che saremmo diventati migliori? Senza  ombra di dubbio aveva ragione Oddifreddi quando ricordava che  tra il 1969 e il 1989 sono morte di terrorismo interno poco più di 300 persone e in un anno di Coronavirus ne sono morte più di 80000. Capisco che bisogna far girare l’economia, ma di questi scomparsi e delle loro storie non ne parla nessuno. Vi ricordate quando crollò il ponte Morandi di Genova? I giornali pubblicarono i loro nomi e le loro storie. Ai morti per Covid è negata la memoria. Sono condannati alla damnatio memoriae senza avere alcuna colpa. Forse non possiamo ancora elaborare il lutto perché siamo ancora in trincea. Siamo abituati a morire o a piangere un morto in un contesto affettivo. In questo periodo invece le pratiche funerarie, il cosiddetto culto dei morti viene ridotto all’essenziale per non creare assembramenti e rischiare ulteriori infezioni. D’altronde è una situazione d’emergenza. Questo virus ha cambiato completamente il nostro stile di vita. Forse però quando la pandemia sarà finita ritornerà tutto come prima. Ora bisogna salvare il salvabile e non essere preda della disperazione. Comunque prima o poi dovremmo affrontare questo grande trauma collettivo. Dobbiamo ora certamente pensare a tutte le imprese che rischiano di chiudere, ma bisogna anche ricordare chi muore da solo in terapia intensiva. Da un lato è vero che dovrebbe essere prioritaria la sacralità della vita e dall’altro è altrettanto vero che il sistema sanitario crollerebbe senza l’economia: ciò non è cerchiobottismo, purtroppo è la realtà. Quando si ragiona del Covid e si citano i morti, i danni economici, i danni psichici, sociali si rischia sempre di omettere qualcosa, di far torto a qualcuno. Se citi il numero dei morti qualcuno ti ricorda del numero di imprese chiuse oppure l’esatto contrario. Certamente Cacciari è nel giusto quando sostiene, infervorandosi, che il governo deve pensare anche al lavoro e far fronte ad una disoccupazione crescente. I politici mi lasciano perplesso perché il centrodestra non voleva i soldi del Recovery (Salvini e la Meloni vorrebbero uscire dall’Europa. Però  il 36% del debito pubblico è in mani straniere, soprattutto europee. Per non parlare delle speculazioni a cui saremmo soggetti se ciò avvenisse. Noi non abbiamo una economia forte come quella inglese) e il centrosinistra ha difficoltà su come utilizzare i fondi europei. È indubbio comunque che la questione del Recovery sia complessa ed articolata: non a caso alcuni economisti hanno cambiato opinione, cammin facendo. Inoltre alcuni criticano i decreti di questo governo, ma Conte non poteva che navigare a vista e procedere per tentativi ed errori. È vero che nei decreti c’erano dei controsensi, però il compito era molto impegnativo. Ma ritorniamo al Coronavirus; ogni atteggiamento/comportamento nei confronti del Coronavirus si situa su un “continuum” ai cui poli opposti troviamo la paranoia, i meccanismi psichici di difesa(quindi il negazionismo, l’idea del complotto) e l’ipocondria. Diciamo che questo per ora è un postulato ma basta ragionare a rigor di logica. No vax, no covid e  no mask negano l’evidenza dei fatti. Non è mia intenzione classificare i loro disturbi psichici in questa sede, anche perché ognuno di noi come scrisse Michael Eigen ha i propri nuclei psicotici. Però i negazionisti non capiscono che è meglio la profilassi, la conseguente normalizzazione e un sensato timore del contagio che il contagio stesso. A queste persone mancano probabilmente empatia ed istinto di conservazione. I negazionisti più giovani probabilmente vogliono il geronticidio, vogliono ritornare all’antichità e praticare la s’accabadora. Non solo ma per qualsiasi nostro convincimento in merito al maledetto virus troviamo un virologo che la pensa come noi e questa è una  dimostrazione dell’infodemia. Si può dubitare di tutto, ma è meglio rimanere ancorati alla realtà. I morti per il virus possono essere sovrastimati o sottostimati: nessuno di noi è Luca Ricolfi e per ora però è meglio prenderli per buoni. In fondo chi siamo noi per non fidarci di questi dati? Di quali competenze scientifiche o di quali fonti giornalistiche disponiamo per affermare il contrario? Chi siamo noi per andare contro? Filosoficamente sarebbe l’ora di andare oltre la biopolitica, i biopoteri, le limitazioni di libertà e Foucault. Invece di parlare a sproposito di stato di diritto ognuno dovrebbe rivendicare il diritto di uno stato che faccia davvero lo stato. Mi si scusi per il gioco di parole. È comprensibile che si sia   spiazzati, addirittura disorientati. La via di uscita è lontana; alcuni esperti affermano che l’immunità di gregge ci sarà col 75/80% della popolazione vaccinata. Siamo disorientati perché tutto sommato vivevamo prima del virus in una democrazia basata apparentemente sul costituzionalismo e pensavamo di uscire dai problemi economici di questo Paese, visto che in alcuni settori c’era la cosiddetta decrescita della caduta tendenziale del profitto grazie alla innovazione tecnologica. Ora tutto è mutato. C’è addirittura chi ha paragonato questo periodo al XIV secolo, in cui morirono  circa 130 milioni per la peste. Oggi la scienza è molto più progredita. Inoltre solo inizialmente è stata addossata la colpa ai cinesi, ma non c’è mai stata una vera e propria caccia all’untore. Non c’era igiene né profilassi a quei tempi. Allo stato attuale delle conoscenze non sappiamo ancora come è nata questa pandemia e bisognerebbe in mancanza di riscontri oggettivi propendere per  “hypotheses non fingo” di Newton. Qualcuno dice che è l’inizio della fine e che ci saranno altre pandemie e conseguenti crisi economiche. Altri sostengono che bisognerebbe parlare d’altro, raccontare altro come i protagonisti del Decameron. Ma ne siamo davvero capaci? E soprattutto è opportuno? Bisogna sempre ricordarsi che ogni contagio è questione di microparticelle. Non sappiamo mai quale interazione sociale sia rischiosa. Le parole d’ordine sono mascherina, distanziamento, gel igienizzante. A tal proposito va ricordato che l’ideatore della soluzione idroalcolica  Didier Pittet è stato candidato al Nobel. Quando andiamo al bar il rischio c’è sempre. Ogni volta dovremmo chiederci: vale la pena di rischiare? Oppure meglio ancora: è davvero necessario rischiare ed andare in quel o in quell’altro posto? A onor del vero è meglio avere un poco di timore. Ho letto tempo fa una striscia che era composta da due vignette: un uomo stravaccato sul divano nel 2019 con il commento “fallito di merda”, lo stesso uomo stravaccato sul divano nel 2020 con il commento “uomo responsabile”. Mai come oggi bisogna essere guardinghi e sentirsi fortunati per essere vivi e in salute insieme ai propri cari. Purtroppo non bisogna mai dare niente per scontato, senza per questo cadere nel millenarismo e nel catastrofismo dell’ultima ora. Non è il momento di affermare “io sono”. Non è il momento di declinare se stessi in ogni modo, ma di considerarsi fortunati di esistere ancora.

6 pensieri su “Due osservazioni sul Coronavirus

  1. SEGNALAZIONE

    Miguel Benasayag, nel nido dei legami

    INTERVISTA. In dialogo con lo psicoanalista argentino a proposito del suo «La responsabilità della rivolta», in uscita il 3 febbraio per Tlon. «La pandemia comporta un taglio radicale. La crisi in cui ci troviamo è però più ampia e non possiamo ignorarne i contorni. Da un punto di vista psichico lo stato depressivo si prospetta di massa. Dobbiamo avere cura e proteggere la vita»

    https://ilmanifesto.it/miguel-benasayag-nel-nido-dei-legami/

    Stralcio:

    Ciò che possiamo fare è di stare dentro a questo non-sapere in situazione, ampliando la dicotomia di cui sopra, dobbiamo cioè pensare che la dimensione globale esiste dentro ogni situazione, ogni agire è una scommessa.
    Questa pandemia è terribile e verosimilmente finirà per trasformarsi in una endemia, non posso stabilirlo perché non lo so. Una cosa però è sicura: non possiamo dire che vorremmo un mondo diverso da quello che si è svelato con il Covid perché era già stato detto e disgraziatamente abbiamo avuto la prova che invece è proprio così che è; in questa forma a ritroso per cui ci si immagina di dire che «dispiace» ci sia stata la bomba atomica, le guerre, l’olocausto, la distruzione neoliberista. Sono cose avvenute, insieme alle pandemie di cui quest’ultima fa parte.

    Si tratta allora di pensare e di farlo nel disastro della sinistra, nella distruzione di quel momento così importante, soprattutto in Italia, che sono stati gli anni Settanta. È in questo mondo modificato da diverse tirannie, compresa quella algoritmica o della sorveglianza permanente che attacca pesantemente la nostra intimità rendendoci trasparenti e dunque non umani, dove possono esistere vie di libertà e solidarietà. È una sfida per proteggere la vita, la tentazione della nostalgia è molto grande.
    Ciò che mi aiuta personalmente è l’esperienza che ho avuto in carcere, una detenzione in cui i compagni diventavano pazzi per la paura della tortura, di questo terrore costante. Ecco perché dobbiamo respirare qui e ora, non stando in apnea attendendo il domani.

  2. Ogni giorno è una ecatombe. Ogni giorno il bollettino della protezione civile riguardo al Coronavirus ci fa ripiombare nel dramma. Pensiamo solo a Bergamo: una tragedia immensa nazionale. Abbiamo visto proprio a Bergamo camion dell’esercito portare via bare su bare. Il tasso della mortalità è aumentato vertiginosamente. Poteva accadere in qualsiasi città di Italia. A Bergamo sono stati solo più sfortunati. Ci sono negazionisti che non credono a quello che è successo a Bergamo. Probabilmente il numero dei morti è sottostimato perché ci sono anche anziani che non vogliono essere ospedalizzati per non morire soli. Non abbiamo ancora l’esatta percezione delle cose. Ci vuole la solidarietà nazionale. Questo virus può toccare a tutti indistintamente. Lo stesso dicasi per la povertà. C’è anche chi cerca di non pensarci e cerca di rimuovere, come se stesse in un incubo da cui spera di risvegliarsi presto. Come scriveva T.S.Eliot “il genere umano non può sopportare troppa realtà”. Rischiamo di diventare anaffettivi per non cadere nell’angoscia o angosciati per non diventare anaffettivi. Tutto ciò in barba agli esperti della mindfulness!!! Può accadere a tutti da un giorno all’altro di sentirsi male e di essere trasportati all’ospedale e messi in terapia intensiva. Può accadere a tutti da un giorno all’altro di sentirsi male, avere delle crisi respiratorie e morire da soli. Può accadere a tutti di diventare il familiare di una vittima del virus e piangere il proprio caro senza funerale. Inizialmente sembrava una cosa da nulla questo maledetto virus. Sembrava che non ci riguardasse o che quantomeno ci sfiorasse soltanto. Sembrava una cosa lontana ed esotica. Tranne pochi virologi quasi tutti inizialmente hanno sottovalutato il Coronavirus. Molto probabilmente i politici non sono stati da meno. D’altronde avevano paura dei danni sul lavoro in una nazione già in crisi economica. Probabilmente molti penseranno che è facile pensare e scrivere col senno di poi. Personalmente non voglio giudicare gli amministratori della cosa pubblica. Forse una pecca è stata una comunicazione ai cittadini spesso contraddittoria. Allo stesso modo ad ogni modo è difficile scrivere di getto perché si rischia di farsi trasportare dalle impressioni e dalle emozioni del momento. I social media ci impongono quasi di stare sempre sul pezzo. C’è chi si improvvisa esperto di sierologia. Ci sono state polemiche, fake news, speculazioni, gaffe, cadute di tono. Secondo alcuni il virus è stato trasmesso dal pangolino all’uomo e per altri dal pipistrello, al pangolino ed infine all’uomo. Però c’era anche chi diceva che fosse stato creato in laboratorio, anche se recentemente questa eventualità è stata smentita. È stato detto tutto e il contrario di tutto in televisione, alla radio, su internet. Sapremo valutare con ponderatezza quando potremo soppesare e valutare ogni elemento a distanza di tempo, come si suol dire qui in Toscana a bocce ferme. Dobbiamo prendere atto che il mondo ante-virus ce lo siamo lasciati alle spalle e con esso alcune nostre certezze granitiche. Molto probabilmente non sarà più un mondo così globalizzato. Ma è troppo presto per dirlo in questa realtà così mutevole, piena di stravolgimenti e di turbolenze. I primi giorni c’erano giovani che si assembravano nelle città, infischiandosene di tutto perchè il Coronavirus era una cosa da vecchi. Abbiamo visto sciami di runners che correvano indisturbati nelle città spettrali. Poi ci sono state ulteriori restrizioni, ma bisogna ricordarsi sempre quello che è successo nelle discoteche in Sardegna nel 2020 così come vanno ricordati i rave party, le feste nelle ville, le feste negli hotel date da influencer, eccetera eccetera. Ci sono stati anche negazionisti che rincorrevano con le macchine le autoambulanze per vedere se giravano a vuoto. Ci sono state manifestazioni no mask. Ci sono palestre che aprono, infischiandosene dei divieti e delle multe. Quando dico che ci vuole più Stato è semplicemente perché non ci si può affidare totalmente alla coscienziosità, alla responsabilità, alla diligenza dei cittadini. Non tutti sono coscienziosi come i buon padri di famiglia. Non penso di essere autoritario ma solo ragionevole e forse ispirato da un minimo di buon senso. In fondo voglio uno Stato che obblighi i cittadini ad essere civili. Per Freud la civiltà è repressione degli istinti. In fondo anche per Rousseau il cittadino deve barattare un poco della sua libertà per la sicurezza: questo è il contratto sociale.

  3. Cosa significa “Non è il momento di affermare “io sono” … ma di considerarsi fortunati di esistere ancora”, oppure “respirare qui e ora, non stando in apnea attendendo il domani”? Che è cancellato il futuro, il progetto, l’immaginazione, la speranza, il sorriso, l’apertura…
    E’ così: l’eterno presente (storico) di “prima”, ora è esperienza reale di immobilità interiore quotidiana. Un anno di giorni tutti uguali, che si ripetono in gesti pensieri e parole. Hai voglia a immaginare trucchi e scorciatoie, altre fonti per ravvivare i pensieri, per aprire spazi alla mente. Come non si vive se di notte non si sogna, così il giorno si spegne se la progettualità è svuotata.
    Come le sortite da una città assediata erano a volte gesti temerari per disperazione, così perfino il negazionismo ravviva un po’ il presente. I negazionisti sono i pertugi avvelenati in cui si infila la speranza dei prigionieri. Per questo ce li presentano e ripresentano in tv con tutto il sontuoso apparato delle loro grida disperate e i rimproveri severi e derisori di quelli che, almeno, sono impegnati a fare qualcosa, cioè curare e ragionare as usual sulla materia della loro professione.
    Ma noi, che siamo solo curandi e non curatori, e facevamo tutt’altro, siamo solo sull’orlo di un consistente abbrutimento psicologico.
    Si tiene, e come no? Ma forse l’Italia è virata quasi tutta in giallo al tempo della crisi di governo, cioè nell’allentamento della guardia.

  4. In questa solitudine abbrutente e individuale
    che morte tutti ci fronteggia come fu
    in primavera di rorida vita per tutti già sconfitta
    dalle cadute di salute accidentali fino al limite
    di 120 anni come i patriarchi. Invece
    oggi si muore prima. Come sempre e dovunque soprattutto.
    Dove la vita vale meno oppure più
    per chi muore. Questo legame
    con la morte non ci lascia in pace.

  5. Non so se associarmi speranzosa a Davide Morelli quando afferma “Forse però quando la pandemia sarà finita ritornerà tutto come prima” o provare invece un profondo disagio perché la sua affermazione, oltre ad essere palesemente disattesa da quanto in seguito afferma nel suo articolo, mostra un profondo scostamento dalla realtà attuale tragicamente scossa.

    Lasciamo da parte la retorica del “momento difficile” dietro cui vengono invece nascoste le mancate assunzioni di responsabilità di cui ho ampiamente riferito in un mio post su Poliscritture (del 24.11.2020) “Su le mascherine, ma giù la maschera dell’ipocrisia”.
    Lascio da parte anche il mio pamphlet, “Il cuore. Domani. Forse” (Piazza Editore), una serie di brevi racconti scritti fra il febbraio 2020 e il maggio dello stesso anno, in cui segnalavo i rischi psichici, economici e sociali a cui si sarebbe andati incontro qualora retti da un governo che prima aveva derubricato il Covid-19 come una influenza “solo un po’ più forte” (e a questo proposito rimando al racconto “Unicuique suum”) e intervenendo poi insufflando una paura martellante.

    Ma vengo al lavoro di Davide Morelli il quale non se ne dorrà se selezionerò alcuni suoi passaggi ai quali aggancio le mie osservazioni.
    • All’inizio della pandemia avevano forse capito cosa stava succedendo coloro che cantavano dal balcone e che affermavano che sarebbe andato tutto bene? Avevano capito qualcosa coloro che per dissonanza cognitiva dicevano che saremmo diventati migliori?

    No, non lo potevano capire in quanto succubi di un leitmotif che circolava in ogni programma televisivo e che – senza alcuna cognizione né psicologica e né sociale – propagandava la bellezza del riconquistarsi spazi di solitudine, “via dalla pazza folla”, e dove “stare un po’ con se stessi” era “sano” e foriero di una nuova e migliore visione del mondo.

    • Inoltre alcuni criticano i decreti di questo governo, ma Conte non poteva che navigare a vista e procedere per tentativi ed errori.

    Certo. Procedere per tentativi implica avere almeno uno straccio di progettualità oltre che essere dotati di un minimo funzionamento ‘logico’ (se faccio A ne consegue B). Inoltre sarebbe importante riconoscere gli errori onde non ripeterli. Il primo dei quali era legato allo sgomento nello scoprire (a gennaio 2020) che i piani pandemici erano obsoleti e che si rischiava la impopolarità se ciò fosse trapelato e si optò per la ‘negazione’ (difesa patologica molto pesante!) da un lato, e l’onnipotenza dall’altro con uno sfrontato “Siamo prontissimi”. E da lì, ogni male ne seguì.

    • Chi siamo noi per andare contro?

    Domanda pertinente ma che esige un ampliamento del discorso. Non si tratta di andare contro bensì di poter esercitare un pensiero critico, oggi reso molto difficile dalla pervasività di un sistema politico a caratterizzazione tirannica che domina con la paura: “senza di noi siete condannati alla catastrofe”. Il futuro non è ‘roseo’, non dà speranze (se non quelle pompate ad arte: con i vaccini si risolverà tutto. Ma tutto che cosa?), ma è sempre più plumbeo e minaccioso: se non fate i bravi, il lupo cattivo (ovvero il Covid) vi porterà via!

    • Quando andiamo al bar il rischio c’è sempre. Ogni volta dovremmo chiederci: vale la pena di rischiare? Oppure meglio ancora: è davvero necessario rischiare ed andare in quel o in quell’altro posto? A onor del vero è meglio avere un poco di timore.

    Queste valutazioni, mi arrischio a dirlo, sono un attentato sia nei confronti del libero arbitrio (che non significa onnipotenza, faccio quello che voglio, ma poter scegliere) e sia nei confronti di una idea di progettualità. Forse che coloro che lottavano per un ideale si intrattenevano in questi dubbi amletici “ne vale la pena o non ne vale la pena”? I partigiani non arretravano nemmeno quando avevano un braccio spappolato da una granata e sapevano che il sacrificio delle loro vite e quelle di altri (pur doloroso) era compensato dalla passione “collettiva” (ma oggi la collettività è messa sotto scacco!) di lottare per un futuro diverso. Mi si dirà: “ma la pandemia è un’altra cosa”! Soggiaciamo allora al virus, chiamato impropriamente “nemico invisibile” (e dimenticando che è oggetto di scienza, di progetti per affrontarlo, gestirlo ecc. ecc.?). Rinunciamo a vivere per paura di morire?

    • Mai come oggi bisogna essere guardinghi e sentirsi fortunati per essere vivi e in salute insieme ai propri cari.

    Mi scuso sia con Morelli che con i lettori, ma questa frase mi sgomenta: è come aprire la strada al sospetto (“essere guardinghi”) dove tutti (persone o cose) potrebbero essere gli untori. Allora dobbiamo vivere nella paranoia dagli effetti deleteri, come, peraltro, lo stesso Morelli sottolinea: “troviamo la paranoia, i meccanismi psichici di difesa”?
    E poi cosa facciamo? Piccole enclave di sopravvissuti?

    Come ultima notazione, segnalo questo passaggio:
    • I politici mi lasciano perplesso perché il centrodestra non voleva i soldi del Recovery (Salvini e la Meloni vorrebbero uscire dall’Europa).

    Innanzitutto, a proposito del Recovery Fund, ciò che si era cercato di capire in quella occasione, riguardava nel dettaglio alcuni tatticismi e condizionamenti implicati nel progetto stesso. Ma con nullo risultato: il Recovery era qualcosa di importantissimo, manna piovuta dal cielo, intoccabile, nisba domande. Ma anche al mercato delle vacche, come ben sapevano molti validissimi ‘sensali’ (ora scomparsi ma la cui tecnica di voler capire meglio il rapporto prezzo-prodotto andrebbe ripristinata in sostituzione di atteggiamenti ciecamente fideistici) porre delle domande non dovrebbe figurare come oltraggio di lesa maestà. Inoltre, volere una Unione Europea che funzioni davvero come tale, non significa, a priori voler uscire da quella Istituzione bensì pretendere che non predichi bene e razzoli male (così come vediamo accadere quando Francia e Germania si fanno i loro interessi NAZIONALI in barba alla paura di essere tacciati come nazionalisti). Ma quando vige il pensiero unico è difficile avere pensieri ‘alternativi’ (non necessariamente ‘oppositivi’)!
    Quando Trump proclamò “America first” fu tacciato da isolazionista. Ora che Biden attua il protezionismo (solo prodotti americani) va tutto bene?

  6. La ringrazio molto per la sua disamina e le sue acute osservazioni. Però quando si estrapola dei brani da un testo c’è il rischio talvolta di non rendere giustizia alla sua gestalt globale, al suo senso complessivo. Ad ogni modo la sua analisi del mio scritto l’ho trovata molto interessante. Ecco alcune mie semplici note esplicative:

    -Ho messo un “forse” a “quando la pandemia sarà finita tutto ritornerà come prima”. Voleva significare che forse saremo gli stessi, ci comporteremo allo stesso modo e si ripresenteranno le stesse problematiche umane, le stesse dinamiche, gli stessi rapporti di forza. Inoltre dobbiamo avere speranza e sentirsi fortunati di quel poco che abbiamo.

    -Non dobbiamo rinunciare a vivere. Però dobbiamo essere prudenti. A mio avviso chiedersi se vale la pena di uscire o meno è salutare, è una domanda sensata oggi. Quale è l’alternativa? Tutti in piazza? Gli assembramenti vanno evitati. Dovremmo trovare un giusto mezzo tra “tutti a casa” e “tutti in piazza” e per farlo bisogna porsi dei dubbi e conseguentemente delle limitazioni. L’analogia con i partigiani mi sembra un poco forzata. I partigiani erano costretti a combattere. Noi non sempre siamo costretti ad uscire di casa.

    -Meglio il sospetto più che giustificato che il contagio. Intendevo il sospetto nei confronti di ogni interazione sociale e non nell’umanità. Il rispetto della dignità umana altrui era implicito. Essere guardinghi è anche esso un piccolo passo avanti per giungere alla immunità di gregge. Noi cittadini abbiamo l’obbligo della prudenza. Anche questo è civiltà, rispetto di noi stessi e degli altri. Io parlo di interazioni sociali rischiose perché il contagio “è questione di microparticelle”. Purtroppo è l’amara realtà. Ma ho anche scritto che fortunatamente non c’è mai stata una caccia all’untore. È vero che esiste anche la psicosi collettiva o isteria di massa. È vero che dall’allarmismo e dal sensazionalismo possono crescere esponenzialmente il panico e l’isteria di massa. Ma fino ad oggi in Italia ciò fortunatamente non si è verificato. Anzi ritengo che di estate tanti(compresi i politici) abbiano abbassato la guardia e i contagi dopo sono aumentati vertiginosamente. Il timore del contagio inoltre è più che motivato. Ci vuole responsabilità da parte di tutti. Si pensi solo al fatto che scientificamente è difficile stabilire chi ha contagiato chi. È difficile per gli studiosi fare l’analisi epidemiologica perché la gente si relaziona nei modi più impensabili e questo virus è subdolo.

    -Sull’Europa e sull’America non posso risponderle. Non ho la sfera di cristallo. Staremo a vedere.

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