Meridione, classi subalterne, letteratura e qualche domanda

Foto di Arturo Zavattini

di Velio Abati

Per un atlante della letteratura meridionale. Temi, luoghi e rappresentazioni della subalternità dal secondo dopoguerra a oggi a cura di Marco Gatto, Bernardo De Luca e Fabio Moliterni, con un reportage fotografico di Lorenzo Pallini, Carocci, Roma 2026

1. L’introduzione di Marco Gatto approda alle ferite odierne su tre differenti piani, che l’ampio excursus storico e teorico tiene uniti: la cultura delle classi subalterne, il Meridione, la critica letteraria.

Sulla configurazione odierna delle classi subalterne il discorso di Gatto è più rapsodico (“l’immaginazione sociologica trae, nella crisi di un passaggio d’epoca, nuove figure sociali della subalternità, contribuendo a generare problemi di caratterizzazione: dal ‘subalterno’ al ‘marginale’, fino a giungere al ‘ribelle’”, p. 33), ricco materiale è però raccolto in sede di mappatura da Fabio Moliterni, il cui saggio s’intitola esplicitamente Alessandro Leogrande, per una storiografia dei margini.

Con nettezza è invece fotografata la produzione e circolazione culturale che le concerne: “a irrompere, insomma, è il problema del consumismo di massa, che investe prepotentemente le culture delle classi subalterne”, e dunque il suo “carattere pervasivo” (p. 37).

Sul Meridione, con le parole dello studioso e politico Isaia Sales, ripete che “i meridionalisti sembrano quasi scomparsi” sostituiti dai “sudisti, cioè dai difensori del Mezzogiorno così com’è”, rivelandosi “costitutiva la tendenza a valorizzare le autonomie territoriali, a costruire una sorta di ‘Sud diffuso’, in larga parte coincidente con esperienze estetico-turistiche che favoriscono un esasperato localismo”. E denuncia come si siano espanse “narrazioni o tradizioni inventate che hanno trascinato la questione meridionale verso un’estetizzazione semplificante (dal neoborbonismo fino alla ‘paesologia’, per intenderci)”, puntando il dito contro il “servile ancoraggio […] ai processi capitalistici. I quali, se oggi provocano l’overturism sia nelle grandi città del Sud […] sia nei ‘borghi’ (degradazione culturalistica dei ‘paesi’), trovano nell’estetizzazione del Meridione come ‘paradiso abitato dai diavoli’ o experience naturalistica […] una loro articolazione” pp. 44-5.

Sulla critica letteraria si osserva che c’è “una sostanziale rinuncia (spesso elitaristica) a comprendere i consumi culturali di massa o a ragionare, salve le solite eccezioni, sul rapporto sempre mobile tra forme culturali egemoniche e forme culturali subalterne. Per una ragione che ovviamente tira in ballo la sostanziale spoliticizzazione della critica letteraria: senza una visione materialistica del conflitto sociale, nessuna relazione egemonica si rende riconoscibile e riconosciuta”, osservando che “il punto risiede […] nell’estrema specializzazione accademica che i discorsi sulla cultura di massa, spesso convertitisi ex abrupto in incontrollato culturalismo, hanno subito, e nella quale hanno, tuttavia, allegramente proliferato”, p. 38.

2. Se l’orizzonte teorico che tacitamente sottende l’argomentazione di Gatto, solo a tratti affiorante, soprattutto come denuncia della sua assenza (“frammentazione”) o della sua esplicita soppressione (“detotalizzazione”), è la totalità, orizzonte che permette il collegamento dei tre piani sopra enucleati, è però necessario indicare la sua determinatezza teorica e storica.

Maggior chiarimento richiede proprio la critica letteraria, che nell’economia del discorso di Gatto quasi si riduce alle citazioni riportate, balzando invece in primo piano la ricognizione degli studi demologici. Ma la questione coinvolge l’impianto dell’inchiesta. Se il titolo la dichiara indirizzata alla letteratura, pur nella delimitazione portata dal sottotitolo, della subalternità (con valore sia soggettivo che oggettivo), le dodici “mappe” regionali si muovono liberamente dalla letteratura all’inchiesta, alla saggistica storica o filosofica, dall’associazionismo all’editoria, dalle ricerche demologiche fino a brevi incursioni cinematografiche, cui poi Lorenzo Pallini si dedica specificamente, sia con un corredo fotografico nel volume, sia e soprattutto con una ricca produzione di documentari raccolti in piattaforma, alla quale il lettore può accedere grazie ai rinvii multimediali dal volume.

La genesi di tale caratteristica, da Gatto risolutamente indicata in Gramsci, costringe a una digressione che apre per un verso alle riflessioni dei Quaderni dal carcere, per l’altro al denso testo precarcerario Alcuni temi della quistione meridionale.

La singolare particolarità della letteratura italiana, la cui longevità travalica di secoli la vita dello stato nazionale, oltre a generare da subito, dico dal dantesco De vulgari eloquentia, la questione della lingua se rapportata con quelle parlate, oltre ad altre peculiarità nei differenti generi letterari, ha dato vita a una particolare condizione degl’intellettuali che i Quaderni com’è noto definiscono, a partire dal Cinquecento, cosmopolita. Una debolezza nazionale che il pur moderato romanticismo italiano non poteva già non avvertire, come fa per esempio il saggio del 1855 di Ruggero Bonghi, Perché la letteratura italiana non sia popolare in Italia. Nella prospettiva rivoluzionaria, sia pure di una guerra di posizione, del marxista Gramsci la questione diviene quella dell’alleanza del ceto intellettuale con il proletariato, classe sociale in grado di costruire un blocco sociale capace di abolire il dominio borghese da cui quello stato di cose è generato e si riproduce. Entro questo orizzonte, l’intellettuale comunista è naturalmente spinto a occuparsi della cultura delle classi subalterne e, anzi, lo studio del folklore diviene, per dir così, metonimia della condizione della letteratura nazionale, o comunque il punto d’attrito di quella separatezza.

Gatto legge nella ricerca demologica del dopoguerra, da De Martino a Cirese fino a Lombardi Satriani, i contributi per un fil rouge con cui tessere il nuovo lavoro. Inoltre, a fronte della frammentazione e marginalità dei subalterni prodotte dal capitalismo neoliberista, vede, con l’antropologo Fabio Dei, la necessità di allargare lo sguardo alla cultura di massa. È da tale couche che nasce l’impiego ampio del termine “letteratura”.

Nel folgorante Alcuni temi della quistione meridionale, del 1926, il dirigente comunista oltre alle penetranti analisi della condizione sociale, culturale e politica del Mezzogiorno mostra con chiarezza come le contraddizioni del Meridione siano contraddizioni nazionali, indicando dunque nell’alleanza tra operai del Nord e contadini del Sud la sola via per abolirle. L’impegno della schiera di studiosi dell’Atlante e di Lorenzo Pallini, del tutto controcorrente e talvolta, come nel caso di Gatto, pungentemente polemico nel rivendicare la politicità militante della ricerca letteraria, ha il merito di riprendere, alla luce delle nuove condizioni e dei nuovi contributi scientifici, quell’ispirazione gramsciana per sostenere che un “atlante della letteratura meridionale” illustra la questione nazionale.

3. Nella Parte prima. Lineamenti storici e teorici, dopo l’introduzione di Gatto, il volume si avvale del rigoroso contributo del Presidente della International Gramsci Society, Guido Liguori su La categoria dei “subalterni” e il marxismo di Gramsci. La necessità di tale intervento è appunto spiegata dal rilievo che la riflessione gramsciana e la sua definizione del subalterno hanno nell’impianto teorico assunto.

4. l’area oggetto dell’inchiesta, articolata per regione, comprende l’Italia peninsulare a partire dall’Abruzzo più le due insulari. Il lavoro, affidato a singoli studiosi, non segue una griglia rigida, ma di volta in volta si modella flessibile sulla realtà geografica e storica indagata. Come ogni lavoro collettaneo, presenta varietà di risultati, non solo legati all’oggetto, né, come ogni atlante, che per definizione non può sfuggire al paradosso del geografo di Borges, è esente da omissioni discutibili, ma è indubbio che consegni un affresco assai ricco e mosso della cultura e degl’intellettuali che hanno trattato delle classi subalterne o che da esse provengono.

Insomma, l’Atlante si presenta come antitesi all’asorrosiano Scrittori e popolo del 1965, oggetto esplicito di polemica da parte di Gatto, poi solidamente mostrato in re dall’insieme della ricerca. Centrale è il rilievo di Gatto che il concetto di autonomia operaia, alla base del lavoro di Asor Rosa come di quello trontiano, si opponeva al concetto di mediazione, cosicché ogni idea di alleanza e di legame storico avrebbe mostrato subalternità alla classe dominante. Si tratta in sostanza del soggettivismo, una radicalità che la fase storico-politica del cosiddetto Sessantotto, sentita come guerra di movimento, sembrava autorizzare. Di qui l’accusa di populismo paternalista alla letteratura del Secondo dopoguerra, equiparando di fatto la letteratura del periodo neorealista a quella del romanticismo e che comportava un evidente giudizio negativo di valore. Tale rifiuto della mediazione costringe però al curioso paradosso, da Gatto definito idealistico, di assegnare valore positivo alla sola letteratura grande-borghese.

Viene qui da ricordare un’intervista del 1993 di Franco Fortini, che accusava Mario Tronti, Alberto Asor Rosa, Toni Negri e Massimo Cacciari di far coincidere il loro giudizio con le creste dominanti del capitalismo: “questo gruppo di teste valenti […] nell’attuale circostanza [la prima Guerra del Golfo] tendono a combattere come ‘retrograda’, ‘sentimentale’ e ‘nostalgica’ ogni voce della sinistra che non accetti la virile durezza della realtà. In questo caso, della realtà tecnologica del capitale internazionale che si esprime essenzialmente nella forma che noi chiamiamo americana. Per cui da questi intellettuali l’orrore rappresentato dal dispiegamento tecnologico nella guerra del Golfo è visto come una sorta di ‘orrore salubre’, ‘virile’, come cioè una sfida molto importante per la sinistra”.

5. Il ricchissimo materiale raccolto irrompe nell’attuale panorama culturale come nota dissonante e provocazione a misurarsi con la sua proposta, anche nei suoi aspetti problematici.

L’intervenuta trasformazione capitalistica che ha prima, negli anni Sessanta-Settanta, posto fine all’ “oggetto classico” della demologia, ossia il mondo contadino, poi, con il dominio neoliberale, ha frammentato e ridotto a “marginalità” i ceti subalterni, sostituendo, come si diceva, il meridionalismo o con il sudismo oppure con il semplice “vuoto generato dal tracollo della questione meridionale come questione”, e, non ultima, la scomparsa di un movimento politico capace di rappresentare un’idea minimamente unitaria di alternativa al capitalismo sono fattori che configurano una condizione profondamente mutata da quella in cui si muoveva la proposta gramsciana, tale da rendere complessa, prima ancora di una connessione pratica con il “conflitto sociale”, una lettura stessa degli “elementi progressivi”. Difficoltà del resto avvertibile nella discrasia più o meno pronunciata su questo aspetto tra la proposta teorica di Gatto e il materiale raccolto nell’Atlante.

La letteratura censita, si diceva, riguarda sia quella avente per oggetto i ceti subalterni, sia quella espressione dei subalterni. La ragione è da ricercare nell’impostazione teorica e metodologica, secondo la quale la cultura delle classi subalterne va intesa non in modo classificatorio reificato, ma, dice Gatto, “in senso dinamico”. Così non sorprende la lista corposa di autori della cultura dominante: Pier Paolo Pasolini, Carlo Levi, Ignazio Silone, Corrado Alvaro, Raffaele La Capria, Domenico Rea, Elena Ferrante, Grazia Deledda, Leonardo Sciascia, ecc. Rimane però il fatto che una “dinamica” corre pur sempre entro due polarità, in questo caso tra cultura subalterna e cultura dominante, mentre la conduzione concreta dell’inchiesta non raramente dimentica quella tensione, con danno alla perspicuità dell’analisi.

C’è infine un altro aspetto che, là dove la rassegna si sofferma sulla letteratura –la parte quantitativamente maggiore– diviene importante. Se l’opera letteraria, come qualunque artefatto umano, può essere guardata sotto aspetti differenti, per cui può essere utilmente considerata, di volta in volta, come documento della sociologia, della circolazione editoriale, della composizione del ceto intellettuale e altro ancora, non v’è però dubbio che essa è prima di tutto una forma particolare di esperienza tutt’insieme estetica, etica e intellettuale, in risposta a un particolare bisogno antropologico. In altre parole, l’opera d’arte, in quanto arte, diviene oggetto di valutazione del suo valore, ossia della sua capacità di costituire una esperienza-conoscenza del mondo resa possibile dall’organismo determinato dell’opera, di cui il contenuto è solo una componente. Detto valore non è affatto l’estetizzazione che impregna e immiserisce la comunicazione e l’immaginario contemporaneo; questa ne è solo la forma degradata dall’uso capitalistico della vita. È quanto l’ultimo Fortini chiamava surrealismo di massa. Questo per dire che lo stesso testo, prestandosi a impieghi differenti, autorizza giudizi differenti, magari contrastanti, per cui può accadere che un’opera che tratti delle vicende di un ceto subalterno faccia giocare tale contenuto in una organizzazione stilistica, linguistica, formale che lo riduce a puro sguardo paternalistico se non imbonitorio, mentre un’altra che di quel ceto non parli affatto può rendere perspicace il conflitto di classe e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. A ben vedere, l’accusa asorrosiana di populismo agli uni e l’apprezzamento del valore degli altri erano resi possibili dalla traslazione del giudizio di valore letterario su quello sociologico.

La mancata tematizzazione di tale questione e il diffuso silenzio sul valore letterario, salvo alcune eccezioni, rischia d’indurre il lettore non avvertito dell’Atlante a scambiare la descrizione sociologica del contenuto di un’opera con il suo valore, fino, nei casi estremi e paradossali, ad attribuire implicitamente più o meno valore letterario a seconda dell’ampiezza della trattazione riservata.

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