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Una nota su “La ragazza dei macelli”

di Velio Abati

Com’è nella ragione intima della poesia di Marina Massenz, anche nell’ultima raccolta, La ragazza dei macelli (prefazione di Maurizio Cucchi, Stampa, Azzate 2026), i testi si dispongono come quadri, scene di una biografia femminile. Dico “biografia” e subito ne avverto l’eccesso. Sono frammenti, schegge che l’elaborazione poetica cerca di ricomporre e acquetare.

L’agile plaquette si divide in tre sezioni: dopo la prima, eponima, segue Incorporata e, infine, una Appendice che la nota informa essere poesie “rielaborate” dalla pubblicazione “Nomadi, viandanti, filanti (1995)”. La novità rispetto, per esempio, all’ultima pubblicazione (Ossa e cielo) è subito avvertibile dalla medesima veste grafica delle pagine. Nella prima sezione, dove più insistita ed esplicita è la presenza della Ragazza dei macelli, lo snodarsi dei testi poetici è intervallato da inserzioni di brevi prose, dove ora la predominanza nominale, ora l’estenuazione paratattica, ora il ricorso alla ripetizione onomatopeica sono solo i materiali linguistici più evidenti che assecondano una sorta di fuga dalla determinazione concreta di fatti, persone, situazioni.

Ecco, è proprio a partire da questa zona più esposta che meglio si comprende la nota propria di quest’ultima raccolta, collocata, per certi aspetti, sul versante opposto su cui a suo tempo abbiamo trovato Ossa e cielo. L’asprezza che lì a mio parere costituiva la forza delle fratture rievocative è qui invece sostituita dall’evasività delle immagini, dalle torniture con cui vengono estenuate le testure linguistiche.

 

La guerra d’Argo e altre cronache

Pubblico la Presentazione, l’Avvertenza e uno stralcio dia “Rosa. Una storia”  dell’ultimo libro appena uscito di Velio Abati [E.A.]

di Velio Abati

 

Due parole a chi legge

Per quanto la scrittura ammicchi a un oltre e persino a un sempre – come se diversamente dalla parola orale il supporto materiale che la regge e la lingua che la sostanzia non dovessero mai scomparire -, si scrive sempre in situazione. Anche le scritture più fantastiche, anche le pretese più orfiche, benché non lo sappiano o fingano di non saperlo, sono costrette a incontrare qui il limite-trampolino dei loro voli. Fatto noto per il materialista. Che poi lo scritto (ma perché non anche il detto?) non rimanga chiuso nella circostanza da cui origina, ossia riesca a giungere alla verità di questa in modo tanto intimo da attingere – senza smarrire quelle particolarità in una melassa che nulla più dice – alle verità antropologiche, cosicché possa rendersi disponibile alle risignificazioni future dipende dalla qualità sua, non dalle circostanze.

Tale caratteristica è forse più incombente nel teatro. Certo, tra le opere letterarie, è quello in cui più stretto è il legame con il destinatario, perché gli è intrinseca la messa in relazione diretta e collettiva con il fruitore: è una finzione che può avvenire solo in un’azione reale; non gioca su questa coincidentia oppositorum la geniale intuizione dei Sei personaggi in cerca di autore?

I sei testi qui raccolti, in quanto scritti, come specificato in Avvertenza, in un intervallo piuttosto ampio, portano su di loro i segni del variare delle circostanze, ivi comprese, naturalmente, quelle che concernono chi scrive. Tuttavia, sotto le evidenti differenze su vari loro aspetti e registri, rivendico il medesimo appello al fruitore da cui prendono vita, la mossa, resa urgente dalla ferita dello stato di cose, di sollecitare gli spettatori a uno snebbiamento che reclami l’impazienza di chi non ha tempo da perdere con le finzioni.

C’è poi un altro motivo comune, attinente alla natura, o se si preferisce alla valutazione storica, delle circostanze. Un passaggio, persino esplicito, della Nota scritta nel 2013 in accompagnamento a Una sera di primavera, già indicava la crisi del lungo periodo neoliberista, con cui il capitale ha sancito la sua vittoria contro le conquiste ottenute dai propri nemici di classe nei Trenta gloriosi successivi alla Seconda guerra mondiale. “Crisi”, beninteso, non nel senso di fine del capitalismo che, anzi, com’è ora sotto gli occhi di tutti, è quanto mai privo di avversari credibili, ma nel significato più ampio, venuto sempre più in chiaro in questo torno d’anni e addirittura di mesi, dello scrollarsi di dosso i lacci e lacciuoli, anche ideologici, che era stato costretto dalle forze anticapitaliste ad accollarsi. Voglio dire che sebbene le minacce e gli orrori più nefandi contro l’uomo, le distruzioni in buona parte irreparabili della Terra, le falsificazioni più iperboliche e insopportabili dei padroni del mondo siano oggi in piena luce e forsennato sviluppo, anche i testi qui più antichi ne avvertivano già i colpi e la natura, se non il grado. Di tutto questo i sei testi sono la cronaca.

Sotto la furia di genocidî, podere Tonale, gennaio 2026

 

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Avvertenza

Una sera di primavera è stata rappresentata il 15 maggio 2014, fuori concorso, nella XVII Rassegna provinciale Teatro della scuola, dalla classe V B del Liceo “Rosmini” con la regia di Daniela Marretti del Teatro Studio di Grosseto, ricevendone la menzione speciale della Giuria. È uscito su “Poliscritture”, n. 10, dicembre 2013. [scricabile gratis qui]

L’ultimo giorno di vacanza è stato pubblicato in “La Maremma Rivista”, numero 0, aprile 2012.
Il regista Mario Fraschetti nel 2023 ne ha diretto un podcast in una versione rivista e ampliata.

La guerra d’Argo è stata rappresentata il 5 e il 12 settembre 2020 ai Colloqui del Tonale, regia e adattamento di Lorenzo Scribani, musiche di Francesco Salvador, cantante Amanda Gentini.

Dell’Assassinio Lorenzo Scribani ha curato un reading ai Colloqui del Tonale, 11 settembre 2023.

Antigone vive e Rosa. Una storia, ultimi scritti, inediti, non sono mai stati rappresentati; i testi editi sono qui raccolti in nuove versioni riviste.

 

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 Stralcio da “Rosa. Una storia”

Personaggi
Rosa, la bisnonna
Franca, la nipote di secondo grado

Rosa Il bucato, eh? Parlo del bucato.

Franca Non capisco.

Rosa I lenzuoli! Si cambiavano una volta al mese.

Franca Ma come facevate, senza la lavatrice?

Rosa Eh, figlia mia, è stato strano anche per me, sai, quando quaggiù ci siamo comprati la lavatrice che ero già quasi nonna. Non ci volevo credere, che quella scatoletta di ferro lavasse davvero.

Era faticoso, ma d’inverno era anche peggio. Prima di tutto si portavano i lenzuoli al fosso. Gli uomini ci avevano fatto una buca, pulita dalla ghiaia e dalla rena, poi avevano sistemato alla proda due lastre di sasso, una più larga pelle donne, ma ci veniva quasi sempre la pora zia Ottavia e una più piccina per me. Si lavavano col pezzo di sapone fatto da noi donne quando s’ammazzava il maiale. La Pellegrina era troppo lontano, bisognava pigliare il somaro. Una volta a casa, i lenzuoli ancora bagnati si assettavano dentro una conca di coccio. Quando era quasi piena, ci si stendeva sopra una balla. Era diventata bianca anche lei, dalle lavate. Sopra a questa, la cenere, quella bellina, capata dai pezzetti di carbone, eh?, sennò addio bucato! Appena l’acqua della caldaia, che si teneva sempre sul fuoco, principiava a essere tiepida, s’iniziava a versarla dentro la conca con un ramaiolo. Mi raccomando, diceva la zia Ottavia, che non sia troppo calda, sennò incoce i lenzuoli e, addio!, non vengono più, si rovinano. Via via che dalla cannellina della conca l’acqua usciva dentro un tegame, si ripigliava e si rivuotava nella caldaia. Così più volte, intanto che l’acqua diventava piano piano sempre più calda. Quando da ultimo bolliva, usciva un ranno bello grigio, profumato. Ci si lavava anche i tegami che colle lavature normali non erano venuti bene, i pitali da notte e così via. Vedessi come li faceva diventare lustri!

Franca Ci voleva tutto il giorno!

Rosa Ma poi bisognava riportali al fosso, pe’ sciacquarli perbene.

Franca E i vestiti?

Rosa Tutto il resto una volta la settimana. Però si doveva capare i panni bianchi, le fasce dei citti e le pezzole del mestruo di noi donne. Questi si lavavano in casa, poi gli si faceva il bucato. Lo stesso colle camiciole di lana di grandi e piccini, che però avevano bisogno di un bucato coll’acqua solo tiepida, sennò infiltrivano. I panni di colore si portavano al fosso, dove si drusciavano bene a forza di spazzola finché non venivano. E d’inverno, se il viaggio era più corto e si poteva lasciare il somaro agli altri, perché il fosso del nostro podere tirava, nella stagione più fredda, a volte, gelava. Così la pora zia Ottavia pienava un pentolino d’acqua bollente per portarcela dietro. Quando i diti non si sentivano più e il sapone ti cascava di mano, ci s’infilavano dentro. Che brulichio!

 

Su “Nei dintorni di Franco Fortini” (2)

Connessioni poetiche di pensiero e militanza

di Velio Abati

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Il lavoro della scrittura

di Velio Abati

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Su Fortini docente

Per un buon uso della ricerca di Lorenzo Tommasini su Fortini insegnante

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Scuola, letteratura, mercato

viaggio tra i manuali di letteratura italiana

di Velio Abati e Maria Pia Betti

In una scuola che, a forza di “riforme”, il mercato assimila sempre più, intanto che le forme sociali e della comunicazione mutano in profondità le attese e le condizioni delle nuove generazioni, fino al ricorso recente ma in velocissima diffusione all’Intelligenza Artificiale, quale ruolo va assumendo l’istituzione scolastica? E, in essa, qual è il ruolo della letteratura nell’educazione sentimentale, nella formazione della coscienza civile?
Sono temi che ci appaiono fondamentali per chi voglia ragionare sul destino comune, sui quali tocchiamo la mancanza di studi approfonditi e di dibattito pubblico ampio. Noi, muovendo dalla pratica del nostro mestiere d’insegnanti di letteratura italiana, abbiamo ritenuto nostro dovere portare contributi sul contesto concreto in cui la letteratura incontra le giovani generazioni, ossia la materialità e del manuale e della pratica didattica nell’istituzione scolastica.
In un’epoca in cui l’opinione è spacciata per conoscenza, ci è sembrato indispensabile offrire il regesto puntuale dei dati documentali da cui scaturiscono le nostre riflessioni. La prima impressione di chi legge potrà essere che il nostro lavoro di contesto eluda la domanda sulla letteratura da cui siamo partiti, ma a questi lettori rispondiamo con convinzione che sempre il mezzo è parte costituiva del messaggio, per cui niente è più ingannevole del credere che il saggio di critica di uno studioso sia il medesimo di quello che egli eventualmente firma in un manuale scolastico.
Piuttosto, scorgiamo la carenza in un altro campo decisivo, lo studio della politica industriale dell’editoria scolastica, purtroppo fuori della nostra portata di competenze e possibilità.

v.a., m.p.b. Continua la lettura di Scuola, letteratura, mercato

Satnam Singh e “La Memoria delle piante”

 

di Carlotta Pais

È di pochi giorni fa la notizia della morte di Satnam Singh, bracciante agricolo che, in provincia di Latina, a seguito di un incidente che gli ha causato l’amputazione del braccio, è stato abbandonato senza soccorsi, arrivati quando era ormai troppo tardi per intervenire. Continua la lettura di Satnam Singh e “La Memoria delle piante”

La memoria delle classi subalterne

di Margherita Lorenzoni

Il titolo del libro di Velio Abati (La memoria delle piante) rivela la centralità del tema della memoria.
La memoria che interessa all’autore è quella delle classi subalterne (in particolare quelle che appartengono a un mondo contadino che lui, per ragioni biografiche, conosce bene e che è ricorrentemente protagonista della sua scrittura). Dall’antichità al presente, si raccontano le condizioni degli oppressi, che siano poveri contadini che subiscono le razzie di “potenti e cavalieri”, braccianti agricoli del mondo contemporaneo sotto la violenta autorità di un caporale, famiglie contadine del secolo scorso alle prese con i duri cicli della terra e così via.
Voltando le pagine siamo di volta in volta catapultati in un punto diverso della Storia, in modo spiazzante e disorientante. Adesso ci troviamo nella campagna medievale, poi in un podere ai tempi del dopoguerra, subito dopo nel villaggio di un mondo antico e pagano, e poi ancora chissà quando. Continua la lettura di La memoria delle classi subalterne

Lo sguardo delle donne

di Velio Abati

Nei volumi collettanei la pluralità di approcci è istituzionale, la disomogeneità dei risultati inevitabile, così il lettore sente più autorizzata la propria libertà di scelta persino. Nel libro che ha preso spunto – afferma la quarta di copertina – dal convegno della Società Italiana delle Letterate, tenutosi a Venezia nel dicembre del 2019, a mio parere il luogo fondo, quasi un fuori scena da cui meglio vedere la linfa dei percorsi plurimi si trova un po’ decentrato: Scrittrici o venditrici? Un dialogo a distanza fra Giulia Caminito e Chiara Ingrao durante il lockdown del 2019.
È, si potrebbe dire in termini teatrali, una scena perfetta. Non è certo una novità che la reclusioneobbligata dall’infuriare della pestilenza sospinga, in certe aree dell’umano, alla risorsa di ultima istanza che sempre è la letteratura, condizione in qualche modo antropologica,il cui archetipo e acme nella nostra lingua è il Decameron. Ma, nel nostro caso, la mossa propria dello sguardo femminile muta il paradigma.
La sospensione, imposta dalle autorità sanitarie, provoca uno strappo, che la coazione capitalistica alla produzione di valore sente intollerabile, così chi, come la giovane Caminito, ne è stata strumento e fruitrice, è messa di fronte a se stessa: “in due mesi io ne ho fatti anche cinquanta [di presentazioni], partendo più volte a settimana e trovandomi in affanno e in confusione, a parlare dei miei libri a mitraglia, senza sosta, spesso senza ricordarmi neanche a chi. Ho visto troppo in troppo poco tempo e ho parlato troppo di me e dei miei libri nel giro di poche giornate. Ho sentito di doverlo fare, di dover essere performer della mia scrittura, di dover dare a chi mi ascoltava motivo per comprare il mio libro e comprarmi. Quindi ho sviluppato un’ossessione sulla riuscita degli incontri, dal fatto di dover sempre cambiare le cose dette, dagli approfondimenti, dalle letture, dalle domande delle persone, tanto che questa concentrazione mi ha fatta ammalare” (145).
L’obbligata immobilità costringe a vedere il silenzio del rumore e il vuoto dell’affollamento, ma lo sguardo riguadagnato trova la forza di spostarsi alle spalle dell’atto letterario, d’interrogare se stessa e di farlo trovando la voce complice di altra autrice e di una precedente generazione. È proprio il partire da sé e il suo essere inseparabile dall’altra, che a me pare gesto decisivo, fertilissimo. Naturalmente, nella dialettica sé-altra non c’è nulla di irenico, come con grande lucidità riconoscono le due scrittrici, coraggiosamente confrontandosi su invidie e frustrazioni; né potrebbe essere altrimenti, pena ridurre il tutto a pappetta ideologica.
La scena, si diceva, del silenzio si anima di nuova autoconsapevolezza, perché la solitudine è ribaltata in azione comune. È proprio questo che io, ammirato, invidio alla capacità delle donne di conservare e alimentare, lungo le nervature sociali e geografiche, gruppi, canali di relazioni, discussioni, produzioni non ossificate nell’accademia. È indubbio segno di vitalità e di speranza che la riflessione sul sé sfugga all’ossessione narcisistica della nostra epoca, che la parola sappia diventare scelta e azione condivisa.
Rientra in questa linea di condotta il considerare, come viene fatto nei vari saggi, la letteratura come documento e specola di vita, qui, in particolare, vita contemporanea sul lavoro, oggetto dichiarato dal titolo: Visibile e invisibile. Scritture e rappresentazioni del lavoro delle donne (a cura di Laura Graziano e Luisa Ricaldone, Iacobelli, Guidonia 2024). Il panorama che ne emerge è assai ricco sia per le voci resocontate, sia per il profilo inevitabilmente crudo che del lavoro delle donne e degli uomini viene restituito realisticamente. Dunque, è uno strumento da portarsi dietro per far luce su una parte dell’orrore che chiude il nostro giorno.
Tra i vari saggi, quello che più di altri mi sembra paradigmatico di un rapporto vitale e militante con la letteratura è quello di Luisa Ricaldone: Il lavoro, la vita. Un percorso nella narrativa giapponese. Con l’eleganza e la chiarezza, che diresti settecentesca, si conduce chi legge tra le pagine dei romanzi contemporanei giapponesi nei quali le forme di vita orientali si colorano delle sofferenze, delle sopraffazioni, degli spaesamenti che sono anche i nostri, a conferma della globalità dei fenomeni. In questo saggio ritrovi quella confidenza con la narrativa, quel sentirla parola viva che la studiosa ha esemplarmente messo in opera nel recente Tra le pagine della fame. Un viaggio letterario (SEB27, Torino 2023), dove l’esperienza della lettura, ovvero la sua portata affettiva, conoscitiva e illocutoria è esplicitamente ricondotta alla vissuta radice personale e familiare, dunque sociale.

C’è un’altra memoria, altra vita germoglia

di Donatello Santarone

La copertina del romanzo di Velio Abati, La memoria delle piante, riproduce un dettaglio da un quadro di Caravaggio del 1597, dal titolo ironico Buona ventura, in cui ad un primo sguardo ci sembra di vedere due mani che fraternizzano, ma poi, analizzando il particolare nel contesto dell’opera, scopriamo la scena di una giovane zingara la quale, mentre legge la mano ad un nobile cavaliere, gli ruba l’anello che porta al dito. Oltre ad un’allegoria di tipo morale – non farsi ingannare dalle apparenze, non cedere alle seduzioni – credo che per Abati ce ne sia una di tipo storico, direi socio-economico: la legittimità da parte delle classi subalterne a riappropriarsi delle ricchezze che le classi dominanti hanno nei secoli sempre sottratto ai dominati con la violenza dello sfruttamento. Il gesto della zingara, in questa prospettiva, non è quindi il gesto di una ladra, ma quello di un soggetto storico finalmente autonomo e consapevole, ed è emblematico, tra l’altro, che si tratti di una donna, che pretende un risarcimento, che rivendica una giustizia.

Se questa interpretazione è plausibile, allora anche il titolo si chiarisce nel suo significato più profondo: la memoria delle piante non allude alla nostalgia di un sogno bucolico ma ai vissuti storico- naturali dei milioni di senza nome non riconosciuti che hanno attraversato nel corso della storia le opere e i giorni. “Però – scrive l’autore – c’è un’altra memoria, altra vita germoglia, che chi domina conosce assai bene, nonostante che con altri nomi la dica, perché in essa ha radici e, se interrogato, la tratti non diversamente da ossa del paleontologo. E’ la stessa memoria delle piante, delle rughe della terra, del corpo di chi passa per strada. E’ nelle parole che senza fatica conosci, nei colori che vedi nella levata del sole, nell’occhio che guarda chi incontri.” (p. 101). Dove va subito notata la curvatura poetica, lirica della prosa, attraverso il chiasmo iniziale, “c’è un’altra memoria, altra vita germoglia” e il ricorso ad un andamento ternario, metricamente scandito, che vuole evocare e prefigurare attraverso la bellezza della forma e pur nella durezza della storia, un mondo di relazioni e di futuro.

Ma accanto ad una memoria storico-sociale è presente anche una memoria personale, esistenziale: quella del padre, parola che compare una sola volta nel libro: “Come libellula, padre, sei passato.” (p. 53). In tutto il testo è invece presente con numerosissime occorrenze la parola “babbo”, a voler accentuare, attraverso il toscanismo, la dimensione domestica, affettiva oltreché di insegnamento morale e materiale del padre così centrale in tutto il romanzo.

Mi accorgo di aver utilizzato la parola “romanzo”. Ma ripensandoci bene, più che romanzo definirei La memoria delle piante uno zibaldone di squarci lirico-evocativi, di pensieri narrativi, di riflessioni narrate. Un intreccio di micro racconti tenuti insieme da un io narrante che ricorda e argomenta. Una stratificazione di registri percorsi sempre dallo sguardo degli ultimi del mondo. Tutti espressione del mondo contadino maremmano: qui non ci sono gli operai dell’industria, i salariati del capitalismo moderno. Ma i contadini, come ho già accennato, sono rappresentati senza nessuna nostalgia ruralista, nessuna mitizzazione di una presunta incorrotta identità contadina. Per Abati i contadini sono nostri contemporanei.

Tutto questo richiama un confronto con il romanzo maggiore di Velio Abati, dal titolo Domani, una narrazione lunga, distesa, densa in cui si mette in scena l’epopea dei subalterni. La memoria delle piante, rispetto al romanzo maggiore, è forse più contratto, più gridato nelle parti argomentative, nelle riflessioni storico-politiche. Mentre le narrazioni di vita contadina sembrano “schegge” corpose uscite dal romanzo maggiore. Anche se qui con una più evidente dimensione autobiografica.

Un’ultima considerazione sulla lingua. La sintassi mi sembra molto sorvegliata, colta, spesso di tono alto, pur se con frequenti andamenti “regionali”. Il lessico, invece, è fortemente attraversato da un fitto e ricorrente ricorso a parole del mondo agrario, da parole tecniche o arcaiche, dal dialetto maremmano e toscano.