Da “Geminario”

FALò

di Paolo Ottaviani

[Pubblico il terzo e il tredicesimo componimento di Geminario, un interessante poemetto bilingue di Paolo Ottaviani «scritto in un idioletto neovolgare e in lingua italiana» e «composto da duplici canti o gemini (da cui il neologismo geminario) vergati in un idioma medievale umbro-sabino» (E.A.)]

GEMINO TERZO – I –

Vejessimo tutti
tello ra piazzetta
rusci e nìi flutti
de fiamma violetta:

– A fuocu! A fuocu!
Arde ru Teatru!
-Benanche que puocu
da ‘n viculu a ‘n atru

putisse r’ismania
de vence re lengue,
re vampe e r’insania
que vientu rempengue,

ogn’omo s’affretta
leà da ru fuocu
fecenno spoletta
tra pianti que sfuocû

tutt’ello que pò:
un mare de sedie
spaléa a falò
per atre cummedie:

nujatri fantiji
denanzi accucciati
tutt’iji sfaviji
fragminti sugnati

daj’uocchi a re mani
sprizzati a ru vòtu
sci buju que armani
chiappatu da ‘gnotu

bluscìo de crollo
comma mare surdu
s’arizza a tracollo
co’ lemme sciaburdu.

E va po’ reviè
su quiju scenariu
ru fume que tiè
iju nìu sipariu

da tera a ru cielu,
Teatru ‘rcumpone
leanno ru telu
pe ‘n’atra visione.

GEMINO TERZO – II –

Tutti dalla piazzetta su nel cielo
vedemmo alzarsi nuvole viola,
fumi ardenti presaghi di sfacelo:

– Al fuoco! Al fuoco! – Gridava la gente –
– È preda delle fiamme il bel Teatro! –
Ed anche se ciascun confusamente

già percepisse vano il generoso
correre e prodigarsi da ogni via
per domare l’incendio spaventoso,

pur s’affretta alla spola per salvare
dalle fiamme che il vento ingigantisce
(oramai nasce il pianto in ogni andare)

tutto ciò che si può tra quelle sedie
senz’ordine salvate dalla furia,
poltrone quasi per altre commedie:

noi sgomenti fanciulli accovacciati
eravamo di fronte al cielo in fiamme,
scintille in volo di sogni sognati,

rosse negli occhi e nere all’ondeggiare
di mille braccia sospinte nel vuoto
così buio da farti immaginare

un ripetuto crollo nel brusio
dell’assordante mare che s’impenna
e ricade con lento sciabordio:

da quella sommità vasto scenario
s’apre di stelle, poi greve ritorna
la nuvola del fumo, qual sipario

tra terra e cielo: là si ricompone
ogni singola scena, in quel Teatro
che sempre dà di sé nuova visione.

GEMINO TREDICESIMO – I –

Canaja assassina
sedeci de marzo
giometrica mina
pe’ iju tristu sfarzo

de sangue e de piombo
Italia clinata
jó pe’ ru strapiombo
a strasiu inchioata

sotto spessa fanga,
marciume de Statu
feticciu de ganga,
firmisia in conatu

tra sacra persona
e libera patria
sarvare r’icona
que mai non espatria

comma arbero forte
geminu de sensu
mite malasorte
d’amore intensu

in lengua de Bassa
ciavatta de legno
pe’ Minek que passa
co’ mutu ritegno

tra née e tra nebbia
for da ra cascina
da campu de trebbia
a ‘gnota rovina

pe’ umano bosco
fini filigrane
norme reconosco
de faje sirvane:

…in stasi tra nulla
e quasi,… re loro
stragi in trista culla,
etternu martoro,

tra nanne e cuccagne
infurian tragedie
e rabbie de cagne
svanite d’inedie.

GEMINO TREDICESIMO – II –

Ciurma omicida nel sole di Roma,
inverno e primavera nel mattino
del sedici di marzo, quell’assioma

tanto terribile improvviso esplode
con geometrica infausta esattezza
di piombo e sangue nell’abietta frode,

piange e ragiona l’Italia ferita
di fronte al precipizio lutulento
di un conflitto da cieca, incarognita

mano ordito, marciume mascherato,
altra tragedia nell’impegno vano
di armonizzare la legge, lo Stato

e la sacralità della persona,
come nel film quell’albero racconta
duplicità di senso di un’ icona

nel mite idioma basso bergamasco
la discrezione muta di Minek
che nella nebbia solo e nel piovasco

gelido e bianco di vento e nevischio
da pietosa cascina e bruna terra
a suo danno s’allontana, il vischio

geme sull’albero e le filigrane,
quasi invisibili alle umane norme,
schiudono oscurità ctonie e silvane:

… stasi tra nulla e quasi,… furie, stragi
senza “distinguo” alcuno da affrontare,
culle di eterna ferocia, naufragi

di ogni impervio sofisma della mente
dove ragione in delirio si muta
qual cagna in belva per rabbia furente.


APPENDICE

1. Nota dell’autore

Geminario è un poemetto bilingue scritto in un idioletto neovolgare e in lingua italiana. È composto da duplici canti o gemini (da cui il neologismo geminario) vergati in un idioma medievale umbro-sabino che, pur con profonde modificazioni e invenzioni linguistiche, riecheggia il nostro volgare due-trecentesco, comprese le arcaiche, suggestive sonorità che ci provengono dai lacerti di quei componimenti poetici che segnano il passaggio dalla metrica dei ritmi bassolatini alla metrica italiana accentuativa: il Ritmo cassinese, il Ritmo laurenziano, il Ritmo bellunese, gli anonimi componimenti giullareschi.

Come in un susseguirsi di onde oniriche, vi è un continuo rimando semantico e sonoro ai siciliani Cielo d’Alcamo e Iacopo da Lentini, a Giacomino Pugliese, a Francesco d’Assisi, a Jacopone da Todi e infine a Chiaro Davanzati e a Cecco Angiolieri. Un immenso retaggio linguistico, un’intera civiltà poetica del passato chiamata ad esprimere i sentimenti e la recente storia della seconda metà del nostro Novecento. Perché?

Noi siamo abituati a pensare che un Sommo Poeta e un grande poema – Dante Alighieri e la Divina Commedia – abbiano dato origine e forma alla nostra lingua. L’esistenza non di uno ma di molti volgari antecedenti e successivi a quell’opera divina di fondazione si era invece caratterizzata fin da subito come portatrice di una duplice istanza: espressione di “civiltà” particolari, talvolta di infinitesima rilevanza, e forte volontà di contribuire alla formazione e all’arricchimento della lingua nazionale. La duplicità delle ragioni della lingua e dei volgari, pur subendo nel corso dei secoli molteplici modificazioni esterne, direi sovrastrutturali, è rimasta sostanzialmente intatta nella sua struttura profonda. Quasi ogni cittadino italiano, anche nel terzo millennio, continua ad essere costituzionalmente “bilingue”.

Gli antichi volgari si sono depositati nel fondo della memoria e, pur in continua mutazione, si sono trasmessi come una sorta di eredità biologica. Di qui anche l’origine più remota e nascosta, ma poeticamente sempre vitale, degli idioletti. Ogni disputa sulla dignità o persino sul diritto all’esistenza dei sistema linguistici di ambitogeografico o culturale limitatoè quindi destinata a cadere nel vuoto. Ed è questa la ragione del continuo ricorrere nella nostra storia letteraria della “questione della lingua”. Non è soltanto, come ha scritto Andrea Zanzotto, un’esigenza felibristica “della raffinatezza che cerca nuovi effetti di cui la lingua sarebbe ormai incapace” e neppure l’adesione ideologica a quel populismo “tendente a presentare il dialetto come lingua del popolo, in contrapposizione all’altra, che sarebbe propria della classe superiore, e perciò stesso meno vera”. Più semplicemente si tratta di una duplice eredità, di un duplice sentire, di una duplice storia che corre parallela dentro di noi. Se la poesia è anche, semplicemente, “accrescimento della realtà” essa non può non accogliere questa duplice ricchezza.

 I due Progemini in volgare umbro-sabino e in lingua italiana che introducono il poemetto vogliono essere un piccolissimo omaggio alla secolare geminazione delle nostre capacità espressive e linguistiche. Le scelte metriche – quartine di versi senari con andamento rimico costante abab per il volgare e terzine di endecasillabi secondo lo schema aba per la lingua – sono state un sfida consapevole che soltanto il lettore del poemetto potrà dire se vinta. Io ho sempre pensato che le gabbie metriche fossero una sorta di a priori e che, anche là dove sembrano svanire e quasi non esistere, calano negli abissi i loro silenziosi reticolati per poi portare alla luce le pepite d’oro del poetare.
Geminario, con la sua duplice struttura metrica, ha gettato le reti nelle acque, non sempre chiaredolci, della nostra più recente storia civile e letteraria. Eppure potrebbe anche giustamente definirsi – ed ecco ribadita la ragione degli idioletti – un poemetto autobiografico. Gli echi della civiltà contadina sono fortemente presenti nei primi cinque gemini, mentre sullo sfondo già si stagliano i grandi avvenimenti internazionali quali il soffocamento sovietico della rivoluzione ungherese nel 1956 e l’entrata a L’Avana di Fidel Castro nel 1959. Dal sesto gemino la riflessione sulla storia civile s’intreccia più profondamente con la storia artistica e letteraria: interi gemini sono dedicati alla vicenda pasoliniana, alla morte di Pablo Picasso, alla “rivoluzione dei garofani“, all’assassinio di Aldo Moro e degli uomini della sua scorta, alle vicende letterarie di Andrea Zanzotto, alla morte di Eugenio Montale, ai versi di Giorgio Caproni. La lingua nazionale e un personalizzato neovolgare umbro-sabino, in perfetta autonomia semantica e metrica, intraprendono qui il loro viaggio parallelo. Entrambi vengono da lontano: ci si può augurare che siano destinati ad un lungo viaggio?

2. L’incontro

(a Franco Scataglini, in memoria)

 Avevo conosciuto il poeta anconetano al quale è dedicata la poesia d’apertura soltanto cinque mesi prima della sua scomparsa. Nacque, istantanea e profondissima a un tempo, un’amicizia, meglio una consustanziale fraternità assai difficile da raccontare in tutta la sua pienezza. Quando, il 28 agosto 1994, Franco fu prematuramente strappato alla vita, lo sconcerto e il dolore furono davvero insostenibili. Appena due giorni prima, mentre passeggiavamo sul lungomare di Numana, mi aveva invitato, prendendomi sottobraccio, a sedere su una delle panchine dove, “specialmente in inverno”, – disse con voce leggermente affannata – “sono soliti sostare i vecchi con gli occhi persi all’orizzonte per pensare serenamente alla morte”.

Di quei tristi giorni ricordo l’ossessivo lamento – uno straziante settenario – che sua moglie Rosellina Massi ripeteva all’infinito gettando sulla bara pugni di terra e fiori durante la tumulazione, in quel piccolo cimitero di Numana, ad un passo dal mare: “Quant’è bella la terra, quant’è bella la terra, quant’è bella la terra…” Poi un lungo e denso silenzio. Due anni dopo Franco mi appare in sogno: ci incontriamo in cima a una montagna e ci scambiamo le battute della poesia a lui dedicata, curiosamente pronunciate in un volgare sabino-medievale, assai simile al dialetto dei miei avi, che io avevo ascoltato e parlato nella mia primissima infanzia, ma oramai dimenticato e sepolto dentro di me. Forse allora è anche per merito di Franco Scataglini se questo idioma, che credevo perduto, torna oggi, in forma nuova, a vivere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’INCONTRO
(a Franco Scataglini, in memoria)

– Comm’è? –                                                           – Come va?

– Tuttu a puostu:                                                   – Tutto bene:

iji che se suò muorti                                         quelli che son morti

nun ci stuò più, j’atri,                                       non ci sono più, gli altri,

chi prima chi doppo,                                         chi prima chi dopo,

uguale. –                                                             lo stesso. –

– Nient’atru? –                                                       – Nient’altro? –

– Nient’atru. –                                                       – Nient’altro. –

– Te saluto, fratè. –                                               – Addio, fratello. –

– Te saluto, fratè. –                                              – Addio, fratello. –

7 pensieri su “Da “Geminario”

  1. Stampiamole pure. E’ un viaggio a ritroso pienamente marcato nel presente e nel futuro. Un presente e un futuro piu ricchi e obesi di integrità. Più poesia onesta e pura.

  2. …anche a me piacciono queste poesie di Paolo Ottaviani, gemellate tra loro per il contenuto, ma scritte in due lingue apparentemente tanto lontane tra loro: il volgare antico e la lingua moderna…Suonano come un campanellino di richiamo per la nostra memoria sopita. Per secoli e secoli il nostro mondo, quello contadino, si é espresso attraverso le diverse lingue volgari e solo con l’avvento della cultura di massa dell’ultimo mezzo secolo ci siamo omologati nella lingua e nei contenuti. In queste poesie risuona qualcosa di antico , che abbiamo perso, non solo per la loro forma metrica, ma anche per quel modo di narrare gli avvenimenti che é quello del testimone appassionato, il cantastorie del popolo, il giullare …niente in comune con le informazioni raccolte oggi dalla TV, dai giornali o dal computer

    1. Grazie grazie Ennio per questo importante regalo. Anche la traduzione è eccezionale. Per me anche un grande studio. Letto riletto e rileggerò con piacere. La lettura oltre allo stupore mi ha portato una vera curiosità per la storia che così raccontata diventa qualcosa che coinvolge tantissimo.

  3. Questo amore per la lingua , che muove curiosità, meticolosa ricerca e nuove invenzioni, a me pare assai più interessante del riproporsi cantilenante della metrica; che in me ha sempre prodotto una sorta di oscuro incantamento, quasi sentissi che gli autori mi volessero asservire alla loro autorevolezza. Invece Paolo Ottaviani riesce a convincermi: separa scientificamente la materia dall’atomo e induce a nuova conoscenza; così la nostra bella lingua si fa ricca e s’aggiusta. Avevo già imparato, io che non ho studiato a lettere, che leggendo avrei armonizzato certi incastri e che avrei potuto scrivere con più esattezza ( ci vuole tempo ma non tanto, a volte quel che separa un buon libro dal momento adatto per scrivere); poi basta essere disposti a lasciarsi influenzare, per amore direi, e tornare a se’.
    Complimenti per la visione in Gemino III, e in Gemino Tredicesimo per la narrazione delle contrapposte civiltà, che Pasolini avrebbe certo apprezzato.

  4. @ Paolo Ottaviani

    Caro Ottaviani,
    tento qui un confronto pubblico a partire dall’occasione della pubblicazione di due tuoi brani di «Geminario». Non entro nel merito dei testi. Vorrei per ora soffermarmi su una problema più generale: il senso diverso che forse hanno in te e in me «gli echi della civiltà contadina».
    Pur esistendo una sintonia tra la tua ricerca e la mia ( in «Salernitudine» e in «Immigratorio»), quegli echi li vedo del tutto “carbonizzati” nella mia memoria di immigrato dal Sud al Nord negli anni ’60, mentre hanno in te una forza emotiva ancora intatta, sostenuta tra l’altro da una piena consapevolezza storico-linguistica ( i riferimenti agli autori pre-danteschi, da me persi di vista o abbandonati) esplicitata e filologicamente coltivata.
    È da questa adesione salda ad un passato- biografico e letterario ad un tempo – che interroghi i ricordi della tua infanzia e la « recente storia della seconda metà del nostro Novecento».
    Ci riesci? È davvero possibile? Ed è utile, come tu sostieni, risalire agli autori prima di Dante e non cancellarli, preferendogli «quell’opera divina di fondazione», come hanno fatto in tanti?

    Si dovrebbe aprire un lungo discorso sul rapporto tra dialetti e lingua (nazionale), sul quale spero di potermi confrontare più in avanti, anticipandoti però alcune mie perplessità.
    In breve il problema che mi pongo è questo: i molti dialetti, che si “proponevano” ai tempi in cui Dante con la sua autorevolezza ne impose uno (il volgare toscano); e che si “riproposero” anche nell’Ottocento al momento dell’unificazione dell’Italia (“duello” Manzoni-Ascoli); o che si “ripropongono” ancora oggi in piena globalizzazione, hanno avuto o avranno mai la possibilità (o speranza) di affermare pienamente la loro pluralità (viva ed eterogenea)? Oppure rappresentano (purtroppo) soltanto un perenne e malinconico *memento* di quello che – quotidianamente familiare e vivo – inevitabilmente si è costretti a lasciar perdere ( o ci viene strappato), poiché la storia dell’umanità è “matrigna” e conflittuale; ed impone anche linguisticamente (si pensi alle analisi di Gramsci sulla lingua dei dominatori) le scelte (unitarie e omologanti e falsamente “universali”) dei più forti?

    È lecito – mi chiedo – sostenere che quei dialetti, espressioni – come tu scrivi – di civiltà particolari, avevano in sé una «forte volontà di contribuire alla formazione e all’arricchimento della lingua nazionale»? Non è che andavano in altra direzione o non avevano nessuna direzione, perché una esigenza unitaria (o universale o apparentemente universale) nasce soltanto da istanze meno sociali e quotidiane; e cioè dai luoghi del potere politico, che sono in grado di fare della loro veste astratta (contro la concretezza sia della vita quotidiana che dei dialetti) uno strumento di dominio?

    Fai bene a ricordare il nostro bilinguismo: «La duplicità delle ragioni della lingua e dei volgari, pur subendo nel corso dei secoli molteplici modificazioni esterne, direi sovrastrutturali, è rimasta sostanzialmente intatta nella sua struttura profonda. Quasi ogni cittadino italiano, anche nel terzo millennio, continua ad essere costituzionalmente “bilingue”».
    Vorrei però sottolineare che la convivenza tra dialetti e lingua nazionale (da noi in particolare) non fu né è pacifica. Forse neppure per i poeti. D’accordo con Zanzotto nel respingere un uso del dialetto in poesia come moda raffinata o un ambiguo recupero populistico. Eppure io penso che la «duplice eredità», il «duplice sentire», la «duplice storia che corre parallela dentro di noi» sia *duplicità conflittuale* e non più conciliabile.
    Come sento in conflitto (o almeno in forte tensione) le parti in dialetto da quelle in italiano delle mie raccolte, mi pare che lo stesso lo siano le parti d’«idioma medievale umbro-sabino» da quelle in lingua del tuo «Geminario». C’è sotteso un accostamento di tempi e di epoche diverse e di storie diverse che – uso una parola forte – è quasi “mostruoso”. Non ci vedo, insomma, una rasserenante «duplice ricchezza». Tanto più che devastato fu il dialetto a cui tu attingi e devastato è anche l’italiano che ancora usiamo.

  5. Il dialetto come tutte le altre lingue andrebbe studiato e mai tradotto, ma sappiamo benissimo che per rendere fruibile la lettura , la traduzione diventa necessaria. Nel dialetto in particolare, il vero significato della parola è intriso dell’animo delle persone del tempo, delle loro gioie e soprattutto delle loro fatiche. Il suono spesso è adatto al grande valore del senso. Il dialetto che oggi a noi (traducendole) sembra una lingua dall’espressione troppo semplice , in realtà non lo è, è una linqua così espressiva in cui anche il corpo. direi la carnalità della gente si confonde con i loro sentimenti . Certo non è trascurabile il modo in cui lo si traduce ma difficilmente si raggiungerà la sua grande ricchezza. Visto che comunque bisogna tradurre , l’importante è arrivare il più possibile vicini al senso e , attraverso le differenze di linguaggio, cogliere ciò che mai davvero mai si potrà raggiungere.

    Mi permetto di farvi leggere un mio scritto sul dignificato del dialetto raccontanto da una mia carissima amica e che io ho tradotto in versi.

    Intervista a Maria Cattaneo detta Marièta
    Che importanza ha per lei il dialetto?

    Ul dialèt a l’è la mia vita,
    la mia parlada ,ul mè vusà,
    l’è ul mè pà ,la mia mama,
    i fioeu cu fa che u tirà grand.
    Ul dialèt l’è ul mè coeur,
    che mò al ma fa diventà mat
    ma che una volta al me picava fort
    per ul me om, per i mè camp,
    per la gent che la guardava
    i mè giurnat, i mè penser,
    che denter sufegaven
    ma poeu a vusavi vusavi fort,
    in mèsa a l’ort vusavi inscì:
    “Andèm tùcc insema a cà
    l’è rivà mesdì”.

    E. Banfi

    Il dialetto è la mia vita,/il mio parlare, il mio gridare,/è mio padre, mia madre,, / i figli che ho avuto e cresciuto/. Il dialetto è il mio cuore,/che ora mi preoccupa/ ma che una volta batteva forte/per il mio uomo, per i miei campi,/ per la gente che guardava/le mie giornate, i miei pensieri,/che dentro soffocavano/ma poi gridavo gridavo forte,/in mezzo all’orto gridavo così:/ “ Andiamo tutti insieme a casa è arrivato mezzodì”

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