Presentazione dell’almanacco “La casa degli Strani”

Resoconto a cura di Angelo Australi

Si può resistere al degrado culturale dell’Italia puntando sul «bisogno di parlare, di discutere dei libri che leggiamo» e intessendo relazioni tra Letteratura e lettori? Questa è la scommessa coraggiosa che hanno fatto il Circolo letterario Semmelweis e l’Associazione il Giardino di Figline Valdarno appoggiate – cosa rara di questi tempi – dal Comune. Il progetto, che è stato già presentato su Poliscritture (qui), ha mosso i primi passi e qui se ne dà un resoconto dettagliato. L’intento è rivalutare la narrazione; e in particolare il racconto, che a differenza del romanzo, in un mondo in cui tutto continua a cambiare a velocità impensabili, parrebbe avere per la sua brevità, sufficiente elasticità per adattarsi ai ritmi più convulsi d’oggi e sfuggire alle trappole del Mercato e dell’informazione usa e getta. [E. A.]

Società delle belle Arti – Circolo degli Artisti – Casa di Dante. Firenze 3 dicembre 2019

Dopo la festa del 16 novembre al Centro Sociale il Giardino di Figline Valdarno, dove si presentava in anteprima la sua uscita alla presenza di Giulia Mugnai, Sindaca del Comune di Figline e Incisa Valdarno, dell’editore (AskaEdizioni) e del comitato di redazione, lo scorso 3 dicembre l’almanacco La casa degli Strani è stato presentato alla casa di Dante di Firenze, nei suggestivi spazi espositivi dell’associazione fiorentina “Società delle belle Arti – Circolo degli Artisti – Casa di Dante”. L’iniziativa è stata organizzata dalla Società degli Artisti e da Pianeta Poesia – Novecento Poesia.

Dopo il saluto di Franco Margari, presidente della Società delle Belle Arti – Circolo degli Artisti – casa di Dante, e di Giuseppe Baldassarre in veste di coordinatore dell’evento, oltre ad Angelo Australi sono intervenute Annalisa Macchia e Teresa Paladin. Qui di seguito troverete una traccia degli interventi, accompagnati da alcune foto di Giancarlo Bianchi.

In quello ‘Strani’ del titolo c’è molta voglia di parlare di letteratura, di Angelo Australi

Ci tengo in modo particolare a precisare che il progetto ha come primo obiettivo quello di promuovere l’invito alla lettura e per questo motivo, intorno a un momento di produzione culturale come può esserlo la realizzazione di un libro, abbiamo articolato delle iniziative che si protrarranno fino a maggio 2020, ma spero e mi auguro anche oltre. Grazie all’almanacco cerchiamo di dare continuità al nostro bisogno di parlare, di discutere dei libri che leggiamo. Io sono scrittore, principalmente di racconti, ma questo non significa assolutamente niente in questo specifico contesto, perché l’idea a cui il comitato di redazione ha accettato di collaborare nasce dall’incontro di due associazioni come il Circolo Letterario Semmelweis ed il Centro Sociale il Giardino, attive da decenni nella città di Figline Valdarno. Associazioni che operano su fronti diversi, una nel promuovere un’idea di cultura come ricerca, che spesso analizza la letteratura comparandola ad altre forme di espressione artistica (cinema, musica, arte), e una che in prevalenza si dedica al sociale e con la quale ho il piacere di collaborare da un po’ di anni animando un appassionato e motivato gruppo di lettrici e di lettori.

E già questo è ‘strano’, se ci pensiamo bene, considerando il periodo storico che stiamo attraversando, quando è semplice tendere a differenziarsi, e molto, ma molto complicato e complesso cercare di trovare dei punti in comune sui quali convergere in nome di una progettualità culturale. E’ strano perché noi non facciamo questo di lavoro. Ve lo posso tranquillamente assicurare, nessuno di noi vive la letteratura come un mestiere per guadagnarsi la pagnotta quotidiana. Nessuno di noi è stato costretto da una situazione contingente a fare i conti con la classica cruda realtà di mangiare questa minestra, pur di non saltare dalla finestra, lo facciamo principalmente perché ci piace leggere, perché non possiamo fare a meno di entrare in relazione con i libri e gli scrittori che li hanno creati.

lo facciamo principalmente perché ci piace leggere, perché non possiamo fare a meno di entrare in relazione con i libri e gli scrittori che li hanno creati.

L’altro elemento che mi preme evidenziare è il fatto che in questo caso l’iniziativa non ha la pretesa di raggiungere un risultato immediato, ma di costruire un percorso di avvicinamento tra autore/lettore per il quale presumo occorra un po’ di tempo, ed è stata realizzata grazie al contributo di una pubblica amministrazione. Una sindaca, Giulia Mugnai, e un Assessore alla cultura, Francesca Farini, che nel finanziare il progetto hanno stimolato a fare sinergia due associazioni nate da scopi e con obiettivi molti diversi, a unire gli sforzi per proporsi dal territorio in un contesto più generale che oggi la cultura italiana si trova a vivere. Una bella scommessa. Coraggiosa. Se si pensa alla diffusa paura del futuro che schiaccia un po’ tutte le comunità in questo difficile inizio di ventunesimo secolo. A loro va riconosciuta una sensibilità non sempre presente in chi amministra un ente pubblico. Esprimo tutta la mia gratitudine, ma in questo senso mi faccio volentieri portavoce anche del pensiero di Mirko Tinagli, presidente del Circolo Letterario Semmelweis, e di Guido Olmastroni, presidente del Centro Sociale il Giardino.

A questo riguardo mi torna in mente qualcosa che è venuto fuori dal dibattito nato intorno ad un convegno tenutosi a Bruxelles nella primavera scorsa, “Gli stati generali della letteratura italiana”, che Ennio Abate mi suggerì di seguire su Facebook qualche mese fa. Non ricordo chi, ma ad un certo punto uno dei relatori, di fronte alla consapevolezza dello stallo in cui la narrativa italiana si trova in questo periodo – dove gli editori sono propensi a non rischiare sul nuovo e confidano nella qualità media del prodotto da proporre, con il consapevole consenso degli autori messi in mano ad agenzie letterarie, immaginava una via d’uscita da questo impasse con l’intervento di finanziamenti pubblici. Su questo punto il dibattito in quella sala sembrava molto acceso, e a ragione, perché anch’io ho molti dubbi in questo senso, basta guardarsi intorno per capire che pioggia di premi e di scuole di scrittura creativa c’infradicia la vita. Molte di queste occasioni emergenziali sono realizzate con contributi pubblici, senza che si notino dei risultati molto diversi da quelli offerti dal mercato editoriale, se non nella partecipazione naturalmente, che è sempre alta. Anzi, direi altissima.

Perché non si possa immaginare che la pubblicazione di un romanzo sia l’ennesimo punto zero è necessario contestualizzare quel determinato libro all’interno di un processo evolutivo, o involutivo, che la letteratura sta attraversando, parlare insomma di letteratura da un altro punto di vista. Anzi, dal suo specifico punto di vista. E se questo la critica militante non è più in grado di farlo per mancanza di spazi, va stimolata la curiosità del lettore in tutti i sensi, per metterlo a conoscenza di quanto in precedenza è stato scritto e di rapportarlo a ciò che viene prodotto attualmente. In questa dimensione se si vuole ha grande importanza l’intervento del ‘pubblico’, perché si tratta di trasferire le aspettative di una certa politica culturale dal semplice informare, cosa di cui siamo sommersi in ogni minuto della nostra vita, a quella di formare degli individui capaci di esprimere un proprio giudizio critico.

si tratta di trasferire le aspettative di una certa politica culturale dal semplice informare, cosa di cui siamo sommersi in ogni minuto della nostra vita, a quella di formare degli individui capaci di esprimere un proprio giudizio critico.

Dico la verità, questa dovrebbe essere una prerogativa anche della scuola, ad ogni livello e grado. Smettere di essere divulgativa, nozionistica, e mettere in condizione gli studenti di crearsi una loro idea di ciò che accade partendo da un metodo di studio.

Quando si parla di letteratura non ha senso per le pubbliche amministrazioni rincorrere ossessivamente il consenso basato sui grossi numeri che legittimano dei costi con il successo di un evento. L’amministrazione del Comune di Figline e Incisa Valdarno ha capito che bisogna investire anche su qualcosa che non ha solo un ritorno immediato, ma di promuovere, quando il territorio lo richiede, qualcosa di più articolato, di destinato a ripetersi e a restare come patrimonio della comunità e, perché no, criticare, essere di stimolo per le opinioni che si stanno formando al di fuori dei propri confini territoriali. Entrare a far parte di una rete di desistenza rispetto a un canone formato dal mercato. Partire da ciò che ti piace, appassiona, coinvolge, ed entrare in contatto con l’altro, gli altri, il diverso. Tentare di universalizzare un’esperienza. Siamo o non siamo figli di un mondo senza più confini, … globalizzato?

Entrare a far parte di una rete di desistenza rispetto a un canone formato dal mercato. Partire da ciò che ti piace, appassiona, coinvolge, ed entrare in contatto con l’altro, gli altri, il diverso. Tentare di universalizzare un’esperienza.

La casa degli Strani va in questa direzione, è un progetto che si preoccupa di inserire gli autori contemporanei in un’idea di letteratura che viene da lontano, che in questo almanacco ha inteso dare rilevanza ad un genere come il racconto e di affiancare al prodotto libro una serie di conferenze per discutere di romanzi ‘importanti’ pubblicati di recente e di affiancarli ad alcune riletture di opere di un certo valore, ingiustamente dimenticate dal mercato editoriale italiano.

Quando oggigiorno dobbiamo commercializzare un prodotto siamo sempre di fronte al fatto che per invogliarne l’acquisto di debba far scattare nel potenziale acquirente la molla mentale della grossa novità in esso racchiusa. E questo su qualsiasi cosa di cui proponiamo la vendita, un abito, un auto, un cellulare, un cd o un vinile, che sembrano così tanto tornati di moda (a ragione), un romanzo. In un certo senso dobbiamo far credere che quella cosa che stiamo per acquistare è una novità assoluta, che siamo di fronte ad un punto zero, da una ripartenza che non ha necessariamente bisogno di un confronto con quello che c’era in precedenza. Il romanzo oggi è in questa fase. Senza entrare nel merito della qualità di ciò che si pubblica, essendo un lettore direi smaliziato, credo che non facciamo il bene di nessuno se isoliamo il romanzo di quel determinato autore non solo da ciò che producono gli altri ma, addirittura, da ciò che lui stesso ha raccontato nel suo precedente libro, da come è stato scritto questo e quello.

Adesso vorrei concludere con due parole sui testi pubblicati nell’almanacco La casa degli Strani. In quello strani inserito nel titolo dell’almanacco immaginavamo una panoramica di luoghi e di personaggi che vivono al di fuori di un pensiero che sostiene normalmente la vita sociale di una comunità. Nel concetto arcaico della comunità primitive gli strani rivestivano addirittura il ruolo di sciamani, di veggenti, visto che nelle loro speculazioni viveva il tentativo di creare, attraverso la decifrazione dei fenomeni della natura, un linguaggio in grado di arginare l’ancestrale paura dell’ignoto. Mentre nella società contemporanea, così pragmatica negli intenti ma liquida nei fatti, il loro ruolo quando va bene si è mutato in puro elemento folcloristico, altrimenti in qualcosa di peggio, da tenere a distanza, perché nella sua diversità vive una scintilla di pensiero che può innescare il beneficio del dubbio, di fronte a una realtà dove il tempo della quotidianità è tutto scandito dalle certezze impalpabili e frettolose di un’informazione semplicemente divulgativa.

Strano a dirsi, ma nel momento in cui siamo coinvolti quotidianamente in una perenne esplorazione di notizie che ci raggiungono da tutte le parti del mondo, obbligandoci ad una rincorsa consumistica nella non trasparenza digitale dei tablet, degli smartphone, di internet, una società in cui la comunicazione è basata prevalentemente su delle immagini, provoca nell’umanità un restringimento dell’orizzonte mentale che finisce per condizionare ogni riferimento all’esperienza individuale. È possibile colmare in qualche modo la distanza che la tecnologia di una società ossessionata dal produrre ha verso quelle persone distanti anni luce da un rapporto di concretezza con la realtà quotidiana? Anche se non c’è risposta a questa domanda, siamo certi che una casa dove se ne può discutere liberamente e senza pregiudizi sia quella della letteratura. Per questo concludo dicendo che io, Giuseppe Baldassarre e Fabio Flego, siamo stati ben consapevoli nell’inserire in quello strani del titolo la S maiuscola.

una società in cui la comunicazione è basata prevalentemente su delle immagini, provoca nell’umanità un restringimento dell’orizzonte mentale

… Scusate, una piccola aggiunta che mi pare doverosa, visto che anche Franco Margari, da artista prima di tutto, ma poi da padrone di casa ne ha accennato all’inizio. L’almanacco di racconti La casa degli Strani è arricchito da molte riproduzioni di opere d’arte di artisti che, a differenza degli scrittori che sono nati, vivono o hanno vissuto in Toscana e altrove, sono tutti legati a Figline e al territorio valdarnese. Ritengo giusto citarli, perché è anche merito delle loro opere se il nostro progetto raccoglie consensi. Si tratta di Nilo Australi, Franco Bertini, Lorenzo Bonechi, Pier Giovanni Decembri, Konrad Dietrich, Venturino Venturi.

Scommettere sul racconto, di Annalisa Macchia

La casa degli strani, una raccolta di una ventina di racconti assai diversi per stile e genere, ambientati in un periodo che va dalla fine dell’Ottocento ai giorni nostri e in cui si percepisce con chiarezza l’evoluzione subita da questo genere nell’arco del periodo considerato, è presentata al pubblico con il titolo di almanacco. Osservazione non trascurabile se vogliamo affrontare la lettura di questo testo con il giusto spirito. Come si accenna in una pagina introduttiva, l’almanacco serviva un tempo, con precise indicazioni sulla posizione di stelle e pianeti, a fornire a viaggiatori, navigatori e agricoltori la giusta rotta o utili informazioni relative al susseguirsi delle stagioni. Similmente l’ambizione di questa raccolta è di fornire al lettore una sorta di mappa per orientarsi nella “strana” società odierna.

l’ambizione di questa raccolta è di fornire al lettore una sorta di mappa per orientarsi nella “strana” società odierna

È inoltre fondamentale, per comprendere pienamente la ragione di questa operazione culturale, dare il giusto senso alla parola “strani”, dalle infinite sfumature, di cui si fregia a buon diritto il titolo della raccolta. “Strano” è qui inteso come il diverso, chi insegue il suo pensiero o il suo sogno senza lasciarsi condizionare fino ad accettare di rimanere ai margini della vita sociale, precisano i curatori nella premessa, e molto si potrebbe ancora dissertare su questo termine. Sono gli “Strani” che abitano queste pagine, creati e mossi dal loro autore, a dare al racconto la capacità di farsi specchio della società, di riuscire a farsi “bussola” per il lettore. Immergersi tout court nel piacere della lettura e scoprirlo in prima persona è l’invito che ci viene rivolto.

“Strano” è qui inteso come il diverso, chi insegue il suo pensiero o il suo sogno senza lasciarsi condizionare fino ad accettare di rimanere ai margini della vita sociale

Mettere insieme una raccolta di racconti, seppure scelti e di indubbio valore come questi, è oggi un’azione da considerarsi coraggiosa. Il racconto ai giorni nostri è un genere letterario assai poco richiesto dal pubblico, più orientato invece alla lettura di romanzi. Per assurdo bisognerebbe definire “strano” anche questo genere, se diamo al termine la valenza di “relegato ai margini”. In realtà, se dovessimo giudicare oggettivamente, il racconto, trattandosi di un testo più breve e meno articolato rispetto ad altri, rappresenta una forma di narrazione ideale per il tempo convulso e dominato dalla fretta in cui siamo immersi. Eppure non ha fortuna, non quella commerciale almeno. Naturale chiedersi il perché.

In un dibattito letterario di qualche tempo fa Alfonso Berardinelli sosteneva che, nonostante tre o quattro decenni di sovrapproduzione romanzesca, in Italia abbiamo perso la nozione di cosa sia un romanzo, un genere sperimentale da quando è nato circa quattro secoli fa ed oggi, purtroppo, complice una cattiva editoria, relegato troppo frequentemente a categoria merceologica. Il pubblico non se ne rende facilmente conto e ha la tendenza ad accettare passivamente quanto propinano leggi di mercato, non certamente dominate da autentico amore per la letteratura, e favorite da una pubblicità mediatica incontrollabile.

abbiamo perso la nozione di cosa sia un romanzo

Al contrario del romanzo, il racconto, sia di natura realistica che fantastica, è invece difficilmente trasformabile in merce. Non ha gli obblighi commerciali di superare un certo numero di pagine, inizia e finisce quando e come vuole, ha schemi estremamente liberi, può addirittura più facilmente catturare la poesia e si legge velocemente. Meno ambizioso di un romanzo, si limita a narrare un episodio, un segmento, un aspetto della vita, ma nella sua concisione può suggerire e dire tutto. Quelli che sembrano i suoi limiti, in realtà non sono tali. A partire dai pochi tratti scritti dell’autore sarà l’immaginazione del lettore a completare e arricchire le ambientazioni, intuire pensieri e sentimenti, con il grande pregio di riuscire a stimolare un’immaginazione sempre meno frequente negli odierni lettori, soprattutto i più giovani.

il racconto, sia di natura realistica che fantastica, è invece difficilmente trasformabile in merce

Qualcuno vorrebbe schematizzare le regole che definiscono il racconto in base alla sua lunghezza. Brevissimo se di una o due pagine, breve se di una decina di pagine,lungo oltre le trenta… fino a sconfinare nel romanzo breve. Mi sembra abbastanza superfluo e arbitrario ricorrere a una suddivisione così matematica quando ci si riferisce alla letteratura che, come ogni forma di espressione artistica, è sfuggente a regole e schemi fissi; tuttavia, è invece importante soffermarsi sulla struttura di questa forma di narrazione. Contrariamente a quanto capita nel romanzo, generalmente un racconto ruota attorno a un solo evento, presenta pochi personaggi e non approfondisce i loro intrecci. Bastano poche righe per definire tempi e luoghi ed è sufficiente articolare dialoghi essenziali per cogliere sentimenti e umori dei personaggi.

generalmente un racconto ruota attorno a un solo evento, presenta pochi personaggi e non approfondisce i loro intrecci.

Rimanendo ancorati al nostro paese e al periodo proposto da questo almanacco, a difesa del racconto, abbiamo fortunatamente una lunga e autorevole schiera di scrittori che hanno felicemente esplorato questo tipo di narrazione, evidenziando di volta in volta tagli e stili narrativi diversi, giocando con le infinite sfumature di sentimenti che ci riserva la vita, dalla comicità alla tragedia, dalla favola alla testimonianza di cronaca. Pirandello, Svevo, Tozzi, Bontempelli, Savinio, Moravia, Bilenchi, Buzzati, Landolfi, Vittorini, Gadda, Pavese, Morante, Bassani, Ortese, Calvino, Rigoni Stern, Fenoglio, Parise, Sciascia, Levi, Tabucchi… e molti altri sono stati maestri nel rappresentare con lucidità e acume il nostro più corrente modo di vivere. Hanno rappresentato senza manierismi né retorica, spesso con sorprendenti capacità chiaroveggenti, il senso vero dell’esistenza, descritto con rapidi tocchi come avvengono i fatti della vita, anche quando sembra che non accada niente. Naturalmente il successo di certi racconti coincide con il talento dei loro autori, con la loro capacità di giostrare il linguaggio, di trovare la perfetta velocità del ritmo, la lingua più adeguata al fatto raccontato, di combinare virtuosamente trame e situazioni.

Se diamo ascolto ad alcuni saggi critici sull’argomento, c’è tuttavia in corso una tendenza alla riscoperta di questa fondamentale e sintetica forma di scrittura, per fortuna dura a morire nonostante gli scarsi ritorni per i costi di produzione. Mentre alcuni sostengono che la brevità del racconto, la sua caratteristica principale, sia un elemento di svantaggio, dal momento che un romanzo può prenderti, catturarti per più tempo… altri invece stanno riscoprendo che, soprattutto quando il tempo a disposizione scarseggia, questo svantaggio diventa prezioso vantaggio, un mezzo per ottenere subito le emozioni cercate nella lettura, molto più a portata di mano.

Analisi critiche relative a questa problematica e moderni studi sul rapporto tra scrittura e tecnologia lasciano del resto pochi dubbi. Per il ventunesimo secolo il racconto rappresenterebbe una soluzione perfetta e senz’altro più adatta ai nuovi tempi e ritmi di vita, alla frenesia che agita ogni settore della società, all’abitudine alla rapidità acquisita utilizzando quotidianamente oggetti di tecnologia avanzata con la conseguente insofferenza per tutto ciò che sembra “far perdere tempo”.

Per il ventunesimo secolo il racconto rappresenterebbe una soluzione perfetta e senz’altro più adatta ai nuovi tempi e ritmi di vita

Mi auguro che editori capaci di osare e andare contro corrente possono davvero sperare, oggi, di trovare un mercato più favorevole. Una felice soluzione può essere, come nel caso di questo almanacco, riunire racconti di firme diverse, sapientemente includendo autori storicamente affermati, ma dando contemporaneamente visibilità anche a ottime produzioni meno conosciute.

Questo testo rappresenta un’operazione culturale di grande livello e coraggio; c’è veramente da augurarsi che il progetto possa con successo continuare e ripetersi anche in futuro.

Tra gli interventi di Annalisa Macchia e Teresa Paladin è stato letto il racconto Il tenore, di Sebastiano Vassalli. Anch’esso inserito nell’almanacco.

Un breve viaggio critico all’interno dell’almanacco, di Teresa Paladin

Innanzitutto un grazie per l’edizione di questi racconti, in cui si esprime simpatia per gli ultimi, gli “strani”.

Dall’ironia al sarcasmo, dall’allegria alla tristezza, dalla fantasia al resoconto esistenziale i personaggi che questa raccolta ci mette di fronte rappresentano un quadro complessivo interessante e denso di contenuti. Sicuramente ne emerge un dato importante: lo strano non ha un’identità smarrita, impoverita, disumanizzata: ha un’identità umana e basta, sviluppata nell’ambito sociale se il soggetto è legato a un contesto, o relegata al suo privato se autolimitantesi a poche o nulle relazioni vitali.

lo strano non ha un’identità smarrita, impoverita, disumanizzata: ha un’identità umana

Tutti i racconti in qualche modo ci interrogano, perché la penna ha il magico potere di farci riflettere, sottolineando storie e pezzi di umanità. In tutti emerge che la diversità si presenta ovunque e in situazioni diversificate, forse perché è una cifra che in qualche modo caratterizza il quotidiano. A evidenziare che tutti possiamo e dobbiamo dunque con la stranezza relazionarci.

I vari autori affrontano molti temi importanti: in questa panoramica quali possono essere gli elementi da sottolineare? Tenendo conto che non potremo ovviamente riferirci a tutti i testi, per motivi di tempo, possiamo però fare un piccolo viaggio all’interno di alcuni racconti per esaminarli.

La scelta che ho fatto è dunque personale e non meritoria; tutti i racconti hanno un loro pregio, ma alcuni ho pensato di poterli presentare per libera scelta.

Uno degli elementi ricorrenti è la realtà dei piccoli borghi, di una comunità locale dove lo strano è portatore di diversità conosciute da tutti: storie di paese, di vita semplice ma con dinamiche ed emozioni profonde, che vanno oltre il bozzettismo.

lo strano è portatore di diversità conosciute da tutti

Vediamo le dinamiche di paese in Un gallo di Nicola Lisi, un racconto dall’andamento comico, e ne Il gobbo Cini di Francesco Romiti, che ci presenta un protagonista che è quasi un archetipo dello strano, brutto e gobbo. Ingenuo all’inverosimile, crede alle frottole e con gli anni a qualunque assurdità. Ma per l’appunto presenta anche un lato caratteriale insolito per le persone definite strane: “stupiva una certa delicatezza nel suo modo di trattare con gli altri in un uomo come lui che pareva uscito or ora dalla caverna”. Nasce nel lettore l’interrogativo: i paesani che gli fanno credere di piacere alla barista del paese non sono forse strani anch’essi?

Torna la realtà del paese in Valdizio di Angelo Australi, ma qui c’è un maggior spessore dovuto a un doppio piano narrativo. L’io narrante nella prima parte parla di sé e ci dice che ama il suo paese, ma anche di percepirlo ormai nella zona dei ricordi o di emozioni lontane.

Come al ritorno di un viaggio durato anni, l’io narrante si sente così alternativamente un profugo in cerca di umanità o un turista che si ferma all’apparenza, alla superficie. Fa capolino la noia e la monotonia della ripetitività del presente, ma c’è anche la ricerca molto interessante di rinnovare lo spazio cittadino, l’urgenza di un luogo composto da tante singole unità con cui ricostruire il senso vitale della comunità. Un luogo dove gli individui possano rientrare stanchi dopo il lavoro, ma soddisfatti di vivere il presente.

Qui il personaggio strano, nella seconda parte della narrazione, è Valdizio, un anziano pensionato di 70 anni; lui fa il giro del paese a caccia di cassonetti e si muove tra i rifiuti con grazia e leggerezza.

La conclamata stranezza di Valdizio è messa a confronto con l’inciviltà del giovane che inchioda la macchina, lo insulta e riparte lasciando il segno delle gomme sull’asfalto. Resta al lettore l’enigma: chi sarà più strano tra i due?

Nella conversazione che Valdizio ha con l’io narrante cattura noi lettori il fatto che la raccolta dei punti, che sta portando avanti col metodo-spazzatura, ha una finalità: serve per il regalo al nipotino. Una carica di umanità, di affetto che ridà dignità al suo status di strano. Valdizio spezza dunque la monotonia del paese e regala una squarcio di autentica dimensione affettiva che la corsa frenetica di tanti ormai inibisce, rendendoci in fondo vicini di casa o compaesani, ma estranei.

spezza dunque la monotonia del paese e regala una squarcio di autentica dimensione affettiva

Interessante in questo senso è Uglyturismo di Francesco Luti. Siamo a Firenze ma è il tema del quartiere che si presenta, nel senso della nostalgia quando si abbandona quello dell’infanzia per vivere nell’anonimato in un altro quartiere, anche se della stessa città. Nutrito da questa nostalgia Giovanni si ricorda di Emilio Pettinati, uno non normale, un ritardato di un paese del Casentino, ma subito aggiunge tra sé e sé: “Che sarà poi la normalità in un mondo come questo? vattelappesca!”.

Emilio Pettinati è un personaggio che intercetta gli automobilisti estranei alla provincia e con i sassi ne danneggia l’auto e spedisce così all’ospedale turisti tedeschi arrivati in loco, mandando in fumo trattative commerciali.

è un personaggio che intercetta gli automobilisti estranei alla provincia e con i sassi ne danneggia l’auto

Il paese decide una punizione simbolica ma significativa: l’esclusione di Emilio dallo spettacolo serale dell’unico cinema del paese. Offeso per la sentenza lo strano si ingegna e fa uno scherzo incredibile a tutti gli altri compaesani.

L’abilità di Luti ci regala il finale a sorpresa, dove la mossa vincente è proprio del matto.

La stigmatizzazione di un comportamento, attenzione, non della persona, in questo caso non riesce, anzi è il personaggio strano che si vendica degli altri. Quasi a dire che lui è un’autorità del territorio. Qui lo strano dimostra di essere perfettamente inserito ed è lui, stranamente, che dà scacco matto e si impone con le sue azioni: una brillante intuizione narrativa!

Poi c’è la follia, il matto del paese, che vede cani morti che qualcuno mette nel suo armadio.

Rintracciamo ciò nel testo Osvaldo di Alessandro Franci.

Osvaldo subisce scherzi e angherie di ogni tipo da parte dei ragazzi. Quando l’adulto Daniele però propone il lancio di pietre contro le sue finestre, questo strano gioco acquista una stonata pesantezza. La proposta di Daniele suona strana all’io narrante, stride “con l’odore dell’erba, con il silenzio, con le lucciole nella vallata “; la natura è chiamata in causa a rimarcare questa dimensione aggressiva degli uomini che confligge con la pace che essa emana.

Il brano è una denuncia circa la disumanità di coloro che, per non avvertire il disagio della diversità, diventano carnefici nel loro piccolo, divertendosi a stuzzicare invece che a comprendere ed accogliere.

disumanità di coloro che, per non avvertire il disagio della diversità, diventano carnefici nel loro piccolo

Il fatto che personaggi come Osvaldo siano sempre presi di mira con scherzi e bravate ce li rende indispensabili e per questo la letteratura se ne occupa, come se gli strani fossero cartine tornasole di quello che gli altri uomini portano nel cuore. In un certo senso il gobbo, lo strano, il ritardato mettono a nudo chi siamo veramente e evidenziano la meschinità di coloro che perseguitano l’innocente perché diverso.

Tornando a Firenze, ci spostiamo alle Giubbe Rosse, locale dove inizia Il marchese di Romano Bilenchi. Alle Giubbe Rosse Bilenchi, Rosai, Delfini e molti altri ebbero modo di incontrare Rafael Lasso de la Vega Marqués de Villanova: poeta sivigliano legato all’avanguardia e all’ ultraismo che visse a lungo a Firenze.

La sua figura sembra un pittoresco aneddoto, perché di questo personaggio venne avvertita da subito la stranezza. Strano perché antifranchista e reazionario quanto Franco, discendente da aristocratica famiglia dei grandi di Spagna appariva un personaggio d’altri tempi, ma la sua naturalezza attirava simpatia. Con i suoi pasticci linguistici faceva sorridere il gruppo perché mescolava parole spagnole e italiane e usava espressioni meticce per creare frasi con allusioni erotiche divertenti. Ma faceva sorridere anche per il racconto delle sue avventure galanti per donne di tutte le età!

Con i suoi pasticci linguistici faceva sorridere il gruppo

Ma quando scoppia la guerra accade un avvenimento illuminante circa questo personaggio bizzarro. Mentre il gruppo degli amici intellettuali mangiava alla stessa trattoria con appartenenti alla lotta clandestina, un giorno in quella trattoria arriva la brigata Muti, militari carichi di armi che si stavano trasferendo al nord. Quel giorno c’era anche Mario Fabiani, condannato a 23 anni dal tribunale speciale e fuggito di prigione l’8 settembre. In un clima di grande tensione il marchese gli sedeva accanto, ma continuò a sorridere e a tranquillizzare Romano Bilenchi e infondere calma agli altri.

“Fesso de la Vega”, come qualcuno lo definiva, “uscì per ultimo come a proteggerci, distribuendo a destra e sinistra sorrisi e inchini ……Quella sera stessa sul tardi divenne per un istante uno di quei guerrieri spagnoli dei quali parlava spesso, uno dei suoi antenati, un hidalgo, un cittadino del mondo”: affrontò, nella sala d’ingresso dell’Hotel Berchielli, un tenente delle S.S. ubriaco, prepotente e manesco alla presenza di tre donne e del portiere impauriti, e lo cacciò dall’albergo.

divenne per un istante uno di quei guerrieri spagnoli dei quali parlava spesso

In questo racconto la stranezza e la frivolezza si accompagnano all’eroismo, e questa figura ribalta le nostre aspettative di lettori e ci comunica un senso di dignità: c’è umanità e solidarietà in colui che, bizzarro e ferito dagli eventi storici del proprio paese, porta in sé un codice di valori e di cortesia a servizio degli altri.

C’è il tema del razzismo in Neve a Manhattan di Pier Antonio Quarantotti Gambini, che è trascrizione di una ideologia perversa, in cui l’umanità è divisa in fasce di appartenenza via via degradanti e la cosa che fa più male è che questa è la prospettiva delle giovani scolaresche bianche americane.

Da notare la grande satira alla scientificità della valutazione della razza mista, osservando la forma delle labbra e il colore della pelle sotto le unghie. Metodi considerati utili per individuare anche una sola goccia di sangue nero antenato.

Un racconto vivace, dal ritmo incalzante, variegato nei contenuti è quello di Alberta Bigagli, dallo strano titolo quelle puttane delle telefoniste. La scrittura impressionistica della Bigagli sa evocare l’interesse del lettore con la sua attenzione agli aspetti psicologici, emotivi, affettivi attraverso cui ella mette a nudo le caratteristiche e la personalità dei suoi personaggi, naturalmente ripresi dalla vita concreta.

La protagonista è solo apparentemente la telefonista: in realtà lei ascolta e racconta le telefonate della varia umanità con cui entra a contatto.

La stranezza del titolo è da attribuirsi alla battuta del prete, un prete bello e donnaiolo, che quando si accorgeva che le telefonate alle sue amanti venivano ascoltate diceva per tranquillizzare l’interlocutrice: “Sono quelle puttane delle telefoniste, non ti preoccupare”.

Sono quelle puttane delle telefoniste, non ti preoccupare

Leggerezza e ironia dunque, che si ripresentano nell’episodio preferito dalla telefonista di Alberta Bigagli.

La telefonata riguarda la fine di una relazione tra due persone pacate, una passione impossibile per convenzione sociale. Ma, conclusa la conversazione, la donna ne inizia un’altra, durante la quale la telefonista riesce a cogliere il cambio del tono di voce, da alta e allegra prima a bambina capricciosa dopo. Perché questa donna, abituata alle maschere, è proprio una prostituta e il ribaltamento del finale riguarda proprio l’epiteto che il prete donnaiolo assegna alle telefoniste: la scena narrativa si chiuderà magistralmente con una conversazione telefonica tra vere operatrici del settore della prostituzione.

Certamente il concetto di stranezza può impattarsi anche con una dimensione alta, quella politica e questo accade con Poema qatarifragente di Filippo Nibbi, i cui contenuti comici e creativi sono formidabili per la loro concretezza sociale.

Filippo Nibbi gioca con la parola e con la parola poetica riprendendo il sonetto di Cecco Angiolieri “S’ì fosse foco…” in chiave fantapolitica L’io narrante incontra Michael Moore sulla 5° strada a New York e ne propone la candidatura alla presidenza degli Stati Uniti. Lo stesso Moore presenterà a noi lettori il suo programma.

In questo panorama avanzato di prevenzione della guerra e diritto allo studio universitario gratuito c’è un passaggio meraviglioso, in cui per legge tutti gli studenti dovranno imparare a scrivere in corsivo perché “scrivere a mano consente alla nostra anima di venir fuori. Il mondo è già abbastanza freddo e aspro: perché toglierci questo piccolo personale pezzo di umanità?”

scrivere a mano consente alla nostra anima di venir fuori

Si chiude il racconto con la comparsa dell’Uomo Ragno che introduce all’ipotesi fantastica della domanda “che cosa succederebbe se…?”. Col gioco narrativo fantastico di questo racconto ritroviamo le idee di Michael Moore, personaggio noto per le sue dichiarazioni e i suoi film contro i disastri del capitalismo sfrenato, la difesa del diritto gratuito alla salute e l’attacco alla lobby delle armi. Famosa la critica che egli avanzò pesantemente a George W. Bush per la guerra in Iraq (iniziata appena tre giorni prima) il 23 marzo 2003, alla cerimonia che lo premiò con l’Oscar per il film Roger & me.

Qui il concetto di stranezza non è nei contenuti, ma è insito nella tipologia scritturale e si accompagna al divertimento nella lettura tra scarti temporali e ipotesi fantasiose. Ma la qualità consistente di tutta una serie di rivendicazioni o sogni sociali è perfettamente delineata attraverso una scrittura giocosa, di notevole capacità innovativa e dal respiro linguistico particolare.

Il tema del canto e della musica si presenta in Freak Antoni applaudite per inerzia di Claudio Piersanti, un racconto che ha un bellissimo incipit, surreale e suggestivo, di grande effetto.

E’ un racconto su Freak del gruppo musicale degli Skiantos, musicisti geniali e capaci di ironia.

Ovviamente il genio dell’artista implica l’essere al difuori delle righe.

Secondo la logica del ribaltamento delle aspettative, però, noi lettori troviamo in questo racconto una stranezza, ma una stranezza positiva: la celebrazione dell’importanza dell’educazione. Gli Skiantos chiesero permesso per entrare in casa, come anche l’io narrante era stato abituato a fare dai genitori. Lui e loro erano infatti accomunati dal rispetto degli altri, al rispetto dell’altrui libertà e dignità individuale, di quella del tossico come del grande intellettuale.

Lettera di un assassino” di Alessandra Martina racconta una lettera alla madre dopo un femminicidio, ma la madre non è quella dell’omicida, bensì dell’amata uccisa. La scrittrice sa cogliere i risvolti psicologici di una mentalità malata e arrogante quando il partner arriva a pensare che soffriva più lui di lei mentre lui la colpiva.

Da lì, con una serie di considerazioni psicologiche tutte maschiliste e tutte strazianti si arriva al culmine: la paranoia di una gelosia ossessiva che però non è istintiva, ma lucidamente strutturata, in convinzioni e schemi sentimentali aberranti: “Io ero lupo, lei era una piccola lepre…”.

È la narrazione di un’uccisione lucida, non dettata da una mente accecata ma capace di una scelta deliberata: c’è un passaggio in cui sia baciare che uccidere provoca un senso di piacere.

un’uccisione lucida, non dettata da una mente accecata

Il climax per arrivare al femminicidio è acuto ed inquietante, la scrittura è efficace e morde il lettore per la sua analitica crudezza.

L’ultimo racconto “Appunti sulla vita di mio padre” di Sara Elizabeth Christina Russell ci riporta al tema della cultura: la vocazione di poeta del padre raccontata dalla figlia!

Nel racconto è bella la visione che emerge di un Peter Russell che accetta le “ristrettezze economiche e la vita scomoda, senza televisione, telefono e automobile” come parte integrante di una vita dedicata alla poesia.

Il potere di uno straordinario uso della parola” e “l’amore per la bellezza in tutte le sue forme” guidavano Peter Russell nelle sue composizioni poetiche; e allora noi lettori ci chiediamo: “Dove sta qui la stranezza?”.

La risposta ce la fornisce Sara Russell.

Mio padre non era un amante della political correctness e di certo non seguiva le regole implicite ed esplicite quando si trovava in compagnia. Chi però possa pensare che fosse in qualche modo intollerante della diversità, si sbaglia”. In realtà egli voleva dare e comunicare cultura senza preoccuparsi delle mode, futili e transeunti, mentre, come ci attesta Sara, era diffidente degli ambienti accademici, caratterizzati spesso da cattiveria e pusillanimità.

Era infatti convinto che solo pochi intellettuali sanno trovare la libertà e il coraggio di non farsi schiacciare dalla logica di diventare un prodotto, una merce culturale, per dedicare invece la propria vita esclusivamente alla poesia amando la creatività

Un accenno agli altri autori proposti nell’almanacco, di Angelo Australi

Alcune brevi considerazioni sugli altri autori selezionati per questo almanacco. Ripeto un po’ quello a cui accennava Annalisa Macchia all’inizio del suo intervento, sul fatto che siano stati scelti scrittori più o meno noti in rappresentanza di un secolo di letteratura, affiancati ad altri nati negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, che hanno iniziato a scrivere dopo il Duemila. Infatti l’almanacco è suddiviso in sei capitoli dove gli autori hanno un legame non tematico ma generazionale. I temi, ed i collegamenti se ci sono, e Tersa Paladin ne ha dato dimostrazione nel suo intervento, potrà trovarli anche chi leggerà il libro, con la sua particolare sensibilità e chiave di lettura.

l’almanacco è suddiviso in sei capitoli dove gli autori hanno un legame non tematico ma generazionale

Il primo autore che appare nell’almanacco è Giovanni Faldella con il suo Lord Pleen, tratto da la raccolta Figurine, pubblicata nel 1875. Faldella, nato nel 1846 in un paese in provincia di Vercelli, è considerato uno dei maestri della scapigliatura piemontese. Si esprime in una lingua estrosa e piena di ironia, antimanzoniana per eccellenza. Senza nulla togliere al Manzoni, naturalmente, almeno per quanto mi riguarda. Lord Spleen, il personaggio che dà il titolo al racconto, è un dandy stanco di vivere, annoiato. Nella vita ha provato di tutto, così decide di farla finita, di provare anche il suicidio, e di farlo in Italia. Affitta un vagone sul treno che lo porterà a Venezia, ma nella sosta in un paese sperduto della provincia italiana di fine Ottocento, mentre nella stanza d’albergo si prepara al gesto definitivo, accade un fatto imprevisto che lo porterà a desistere dal suicidio e a trasformarsi in una sorta di filantropo per la piccola comunità del borgo, dove alla fine sceglierà di morire sì, ma solo di vecchiaia.

così decide di farla finita, di provare anche il suicidio

Nei nati negli anni venti del Novecento c’è Rolando Viani. Di lui Fabio Flego ha scovato tra i materiali conservati presso “il Centro per gli studi sulla tradizione manoscritta di autori moderni e contemporanei dell’Università di Pavia”, un bellissimo e intenso racconto ancora inedito: Molto freddo. Viani è uno scrittore di racconti di prim’ordine, capace di mantenere alta una tensione emotiva grazie alla costruzione di un dialogo stretto e pressante. Non scopriamo noi le sue qualità di narratore autentico e sincero, ma certo è che, forse proprio perché si tratta di uno scrittore che si è quasi esclusivamente dedicato al racconto, spesso ci dimentichiamo del suo valore.

Sempre tra i nati negli anni venti del secolo scorso compare Sirio Giannini, con il racconto La donna grassa. Lo strano in questo racconto è tutto teso sul filo psicologico. Una donna grassa, vive ormai sola nella casa di famiglia situata nei pressi della linea ferroviaria. Si è abituata a questa esistenza solitaria, se non che, in un giorno di pioggia, alcuni operai della ferrovia, non potendo lavorare con il brutto tempo, chiedono la cortesia di rifugiarsi da lei. Si fermano lì per il pranzo e le fanno delle avance sessuali e di matrimonio alle quali lei si nega. Ciò che prima non faceva pesare affatto la solitudine di una vita quotidiana, dopo l’incontro con gli operai non sarà più possibile. Non passa né un anno né un mese, la notte stessa degli eventi narrati lei non riuscirà a prender sonno. Ogni rumore, tutto in quella casa dove vive sola, finirà per disturbarla. Il passaggio a livello, lo scorrere dei treni. Tutto adesso è insopportabile, come in una prigione. Il racconto vive di una scrittura tutta basata sul dialogo tra le varie figure, in un ritmo quasi cinematografico.

Una donna grassa, vive ormai sola nella casa di famiglia situata nei pressi della linea ferroviaria

Di Sebastiano Vassalli non c’è molto da dire, visto che Il tenore è stato letto e tutti ne abbiamo apprezzato la qualità narrativa. È tratto da L’italiano, pubblicato da Einaudi nel 2007 e riproposto di recente nelle edizioni BUR. Il libro è composto di dodici racconti, tutti legati ad un filo per tentare di disegnare il carattere nazionale di noi italiani. A mio modo di vedere, qualsiasi argomentazione che si fa oggi sull’identità nazionale nei programmi televisivi e sui giornali, affogando in una piena di parole, è meno efficace del profilo di un personaggio che li possa incarnare in un’esperienza vissuta come quella del nostro porta ordini Pasquale Esposito, che durante la Grande Guerra attraversa la linea del fronte ubriaco di cognac e cantando le arie più famose delle nostre opere liriche, conosciute anche dai soldati austriaci che stanno dall’altra parte della trincea.

durante la Grande Guerra attraversa la linea del fronte ubriaco di cognac e cantando le arie più famose delle nostre opere liriche

Tra i nati negli anni quaranta abbiamo inserito anche un bellissimo racconto di Gabriella Maleti, Vidor e mamma, tratto dalla sua raccolta Amari asili. Dobbiamo ringraziare prima di tutto Mariella Bettarini, che ci ha consigliato questa necessaria rilettura. Gabriella Maleti costruisce magistralmente, su una scrittura complessa e avvolgente, un suo linguaggio ricco di ironia e di sarcasmo che fa pensare alle tematiche del grande scrittore austriaco Thomas Bernhard, autore che si scopriva in Italia proprio negli anni Ottanta del secolo scorso e del quale mi ricordo spesso di averne parlato anche con lei. Il racconto vive sulle ceneri di un rapporto madre figlio legati in una tensione tirata al massimo, e solo alla fine scopriamo il drammatico fatto che li lega, in un gioco di ruoli e di immedesimazioni dolorose a parti invertite, dove la madre, per amore, ma anche per stanchezza e consuetudine al ruolo di madre, cerca di appropriarsi dell’invalidità del figlio, causata da una violenta caduta dal grande albero dove, da bambino, Vidor s’intratteneva giocando e sognando.

la madre, per amore, ma anche per stanchezza e consuetudine al ruolo di madre, cerca di appropriarsi dell’invalidità del figlio

Invece Giorgio van Straten nel suo Mi sa che hai partorito un pesce ci racconta, in tono scarno, essenziale, la simbiosi che un bambino scopre di avere con l’acqua. Un gesto brutale del padre, come può esserlo un rito arcaico di iniziazione, quando lo lancia nella pozza di un torrente, anziché terrorizzarlo si trasforma nella piena felicità del bambino. Niente di simile era successo con gli altri bambini che i genitori gettavano nella pozza, ottemperando a quella specie “di rituale secondo battesimo”. Lui crescendo con l’acqua avrà sempre un rapporto di identificazione, tanto che dopo, invece d’intrattenersi con i coetanei nei giochi dei bambini, si isola per nuotare.

invece d’intrattenersi con i coetanei nei giochi dei bambini, si isola per nuotare.

L’autore ci ricorda in una nota finale che più di un racconto questo è l’inizio di un romanzo che non è mai riuscito a scrivere. Almeno fino ad oggi. L’augurio è che possa riprenderlo in mano, per farci capire l’influenza che questo rito di iniziazione avrà nella vita del nostro personaggio.

Concludo accennando ai tre racconti inseriti nell’ultimo gruppo di scrittori, quelli nati tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Parlo di Laura Del Lama, Lorenzo Mercatanti e di Sauro Venturini Degli Esposti.

Il televisore di Laura Del Lama è un racconto costruito sulla cadenza di un quotidiano vissuto in un quartiere di periferia, dove il personaggio maschile, Luigi, vive la sua assordante solitudine perché la domenica lavora in un centro commerciale, quando tutti riposano, mentre Ilenia, l’altro personaggio, lavora di notte da un fornaio. I tempi dei due non coincidono, infatti abitano nello stesso piano del palazzo ma, per il tipo di lavoro che fanno non si sono mai incontrati. Sono costretti ad incontrarsi, a sbattersi in faccia le proprie solitudini quando Luigi scopre il piacere di guardare la Tv rientrando dal lavoro, ma Ilenia, che durante il giorno dorme, viene infastidita da quei rumori così alti che nascono proprio dietro la parete di confine dei due appartamenti. Non c’è una soluzione facile, alla portata, se non quella di incattivirsi, o di lasciarsi andare in preda alla solitudine. Un racconto ben scritto, che non giudica, ma ci prospetta comunque certe contraddizioni della società in cui viviamo, dove non è facile trovare il punto d’incontro delle diverse storie umane, quando si parte dai bisogni primari di sopravvivenza.

Gli altri sono due racconti brevi che mi hanno molto colpito: Tre bambini di Lorenzo Mercatanti, e Il recuperato di Sauro Venturini Degli Esposti.

Lorenzo Mercatanti in due pagine, nel ritmo stringente di un dialogo, crea una situazione paradossale dove due bambini e una bambina, giocando a saltare sui sassi dove l’acqua del fiume è bassa, si mettono a discutere di obbligazioni e di sesso. Temi della nostra attualità che nel gioco di botta e risposta tra di loro, finiscono per ricordarci una realtà destrutturata in tutta la sua irriverente e assurda ironia.

giocando a saltare sui sassi dove l’acqua del fiume è bassa, si mettono a discutere di obbligazioni e di sesso.

Franco Ardani è il personaggio dell’altro racconto breve, quello di Sauro Venturini Degli Esposti. Lui segue dei ragazzi che di notte s’infilano in una palazzina che sta dietro la stazione. Il luogo, descritto con lucida coerenza, è abbandonato, fatiscente, e qui due ragazzi sui quali sta investigando si rifugiano per drogarsi. Sembra di avere di fronte una foto, o un’immagine trasmessa tante volte in Tv. Quello della droga è un problema attualissimo, e in questo racconto, anche se sembra solo velatamente accennato, riecheggia in tutta la sua cruda violenza. Non c’è da dire molto, o troppo, se non si vuole cadere in una retorica che comunque non sarà mai capace di indicare soluzioni.

A questo punto Fiorella Falteri ha letto alcuni brani del racconto di Alberta Bigagli, Quelle puttane delle telefoniste.

5 pensieri su “Presentazione dell’almanacco “La casa degli Strani”

  1. Il poeta
    Come un cane corre
    Come un pazzo
    dietro alle tracce delle parole in fuga
    a zig zag nel bosco
    col fiato corto, col naso fruga nel sottofosco
    (Filippo Nibbi)

  2. Bellissimo ed amplissimo “commento” alla presentazione dell’ottima antologia sugli “Strani”. Grazie anche per aver citato il mio suggerimento ad inserire un magnifico racconto della (purtroppo scomparsa) Gabriella Maleti.
    Mi è dispiaciuto di non poter essere presente alla Casa di Dante, e tuttavia questo scritto in qualche modo attutisce l’assenza… Grazie davvero e mille auguri anche per le imminenti Festività da parte di
    Mariella Bettarini

  3. Mariella, è stata davvero una serata interessante. Gli interventi di Annalisa Macchia sul genere racconto e l’analisi di Teresa Paladin e mia dei testi hanno evidenziato le qualità dei testi.
    Quando il romanzo contemporaneo, se non si risolve in un giallo è tutto appiattito sulla linearità di una trama ottocentesca scritta in un linguaggio standardizzato, forse anche il racconto ha un suo spazio, se non altro perché si avvicina molto di più a frequentare l’istante poetico di ogni situazione.
    E poi Gabriella era (è) una brava scrittrice di racconti.
    angelo

  4. …ringrazio Angelo Australi per il modo di presentare romanzi e racconti, evidenziandone la “stranezza”, che non è l’originalità a tutti i costi, ma quel qualcosa di vero, di esistenziale che avvicina ai personaggi e all’autore e diventa la chiave stessa di lettura…Un progetto che “rompete le file”

    1. Annamaria,
      credo che il quotidiano abbia ancora molto da dire, se non diventa solo descrittivo o pretestuale, come spesso accade.
      Grazie di cuore

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