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Marta Poggi, una voce giovane

Paolo La Motta, Interno museo 2018, Napoli

di Mariella De Santis 

Per questo quarto appuntamento ho cercato tra le poesie di autori giovani di cui mi capita di ricevere i testi e ho scelto di condividere la lettura di inediti di Marta Poggi, genovese, ventitré anni, studi universitari non letterari in corso e un’attività lavorativa nel sociale. Alcuni dettagli della sua biografia sono riportati nella notizia in calce che ho lasciato con le sue stesse parole. Mi sono resa conto ora che questa mia decisione non è casuale poiché Marta ha scritto la notizia in prima persona e l’IO è il nominato continuo delle poesie che ora leggeremo. Mi è capitato spesso di affermare che la poesia che nasce, si articola e sviluppa solo intorno alla propria individualità mi annoia. Il racconto di sé reiterato, esposto, spesso alternante tra invettiva, supplica, profezia e compiacimento lo trovo un appesantimento che sbarra ogni dialettica intratestuale. Vi sono testi poi in cui l’IO è soggetto e non individuo e allora il testo poetico assume posizione relazionale. Nelle esperienze iniziali di scrittura è molto frequente che l’IO faccia da bussola per l’orientamento ma man mano che procede il processo riflessivo, si acquisiscono altri strumenti e se si è fortunati, ci si lascia avvincere dalla ricerca. Le poesie di Marta Poggi sono promettenti, l’IO esiste ma è asciugato, non ridondante e soprattutto è esso stesso un vettore. La seguente poesia di Marta, ad esempio, è una poesia di disorientamento, di esplicita interrogazione al senso della propria significazione nel mondo: […] Apro la carne/A muco, viscere, placenta/ Parole viscose e scarne /Che squartano il petto/ Ma restano mute./In me non più taccia /Tutto ciò che ho amato: / L’amore lima corazza /Come tiepido/Sorridere al vuoto. C’è un gesto violento che è la violazione della propria carne dentro la quale oltre a materiali organici, ci sono le parole. Questo incidere la carne per trovare la parola che porti nel mondo è gesto di forte dichiarazione di ingaggio con l’esistenza. La poesia contemporanea dei giovani che mi capita di leggere ha un forte carattere di corporeità che quasi mai è esultante. Sembra che al corpo venga affidato il compito di sostenere una dialettica con l’ultra personale difficile da raggiungere nell’interazione plurale. Ma quasi mai questo è un corpo glorioso quanto un corpo che cerca di definirsi mentre statuisce un’idea di rapporto con l’esterno a sé: […] Semino il cuore/ Di porte socchiuse/  E nei meandri/ Dell’intestino/ Ripeto perdono./Alle lacrime incagliate/ Alle carezze mute/ Scordate ad asciugare./ Io solo accado/Ma senza parole/ Scolata di suoni. In questi versi dalla evocata immagine del cuore, organo eccessivamente ospitato in poesia, si scende subito nell’intestino. Lì si trovano le emozioni e la mancanza di parola che addirittura è afona, senza suono. Pur rispettando la specificità della poesia di Marta, io credo che in qualche modo anche attraverso di lei si possa entrare in una poesia generazionale che esprime non tanto un ritiro dal confronto ma una torsione del conflitto ineludibile, su di sé. Non siamo in presenza di una poesia che desidera consolare chi la scrive, sembra che questi giovani abbiano letto e appreso la lezione lasciataci da Stig Dagermann nel suo struggente e profondo “Il nostro bisogno di consolazione”. La consolazione ci consegna a noi stessi, il conforto ci unisce perché implica la necessaria vicinanza dell’altro. Riporto per intera la poesia Quello che resta : Degli atti /Miei e vostri/Nel residuo dell’anima / Non resta che il solco/ E il rimpianto/ Anche dei mostri/ Di questa viva orchestra,/ Crudele ma viva e /L’offeso stupore di abbaglio/ Non resta/Che l’invisa materia/ E si assottiglia/In eterno allo zero./Polvere/ È ciò che resta /Del repertorio umano / E sinceramente/ Non so se mi basta. Questa è una poesia del disincanto, ciò che non ha prodotto il bene atteso può far rimpiangere il male pur di non sentirsi persi nell’assenza di gravità che allontana da ciò che si costituisce come fondante dell’umano. Ma nella dichiarazione di perplessità, quel non sapere se anche il dissolversi possa bastare, c’è l’apertura al possibile.  Questa di Marta Poggi non è una poesia di resa, il divenire, il futuro sono entità presenti. Per la resa in poesia utilizza ossimori, contrapposizioni, tessiture materiche: Se abiti l’alba conosci / L’armonia delle ombre / Ed estasiato piangi/ Che la luna è di sabbia / Sta notte. […]ma poi arriva la scossa, il desiderio del movimento verso il nascente: L’impeto sbieco/di chi ha ancora salda nel pugno/ La gioia inesperta di levarsi/Al mondo,/Lo sguardo s’incrina/ Carezzato dal vento/Come gatto ascolta una mano / Sussurargli: è giorno. Naturalmente vi è un elemento di richiamata soggettività in questi componimenti che stringono il fianco della biografia. Nella notizia l’Autrice accenna di aver fronteggiato disturbi alimentari e quindi di aver agito un confronto interiore in profondità ma forse proprio per questo la sensibilità al tema dell’insidia, come un senso rigenerato della resistenza danno a questi testi  una spaziosità che li disancora da una ricaduta nell’IO intimistica  portando il corpo e la sua testualità in una dimensione di apertura al mondo, ai mondi.

Notizia

Sono nata a maggio del 1997 e vivo a Genova. Sto terminando gli studi in psicologia dello sviluppo e da un paio di anni lavoro come educatrice. Ho sempre vissuto la scrittura come un prezioso e intimo strumento di ricerca e incontro. Sin da piccola, infatti, ho percepito e cercato di coltivare una duplice tensione. Da un lato, l’impegno verso il sociale e, dall’altro, una ricerca verso la dimensione più intima dell’umano e il tentativo multiforme di toccarla ed esprimerla. La scrittura, la pittura e la musica mi sono sempre stati a fianco: mi hanno accompagnato nei giochi d’infanzia, mi hanno restituito una voce quando ho sofferto di disturbi alimentari e oggi sono diventati i miei principali attrezzi nel mio lavoro educativo. Da qualche anno ho cominciato a meditare, alla ricerca di strade capaci di restituirmi spazio anche nella corporeità. 

Autoritratto di Marta Poggi.
Soffoco
L'estraniata cadenza
Di abitare un corpo 
E lasco dal ventre
Il punto di non ritorno.                                          
Nel martirio
E' la pellicola labile
Di  un'obesità
Senza confini. 
Un bagliore
Delinea inesorabile
La vaga superficie
Di un vuoto senza fondo 
Ridotto conforme
Al riflesso scarno
Di un uomo senza volto.
Sbianchi il contegno
A vedermi nuda e donna 
Sorridere rozza,
Tra l'ascesi e l'umana 
Accozzaglia.
Sono la tua presenza
nelle mie ferite,
Qui staziono 
Nell'arcaico dolore 
Di un'anima in larsen




- I LISTEN TO THE WIND -
 
Certe sere
Cerco ninne nanne 
Voci calde e stonate
Guaisco alla vita
E d'infanzia sussurro
Puré
Cioccolata. 
Io aspetto
Ma non chiamo.
Quella malinconia
Che spezza
Certe sere 
Quella stretta
Del petto mi chiama
Alla resa
E io sono nuda
Ma armata
Di occhi sgranati 
Muta tenacia
Di bimba che é offesa. 
Certe sere io canto
Di piuma e di pianto 
E nel palmo bisbiglia
La mia ninna nanna: 
Marta,
Ascolta il vento
 



- ESTATE ALL'INSAPUTA-
 
É estate
Ma a mia insaputa. 
In fila
Persiane socchiuse
E nello spiraglio
Tra il vento e l'asfalto
La lavanda cresce 
Muta.
Comprimo le ossa
In vista del salto
Ma il vento corteggia
La corsa
E il volo non urla 
Ma gonfia lo sterno. 
Piovono sguardi
Su strada rovente 
E a sprazzi lavanda
Cresce muta:
La rivoluzione é timida
E  tinge l'asfalto.





 - OCCHI -
 
Se ora potessi 
Sarei solo occhi 
Incontrerei 
Senza domande
Sarei mite fessura
E presenza muta 
Starei
Scandalo di lacrima
Che non chiede 
Ragione.
Aprirmi nel canto
E chiudermi al vento 
Intravedere 
D'altrove
Tutto ciò
Che del mondo 
Sussurra.
Solo occhi sarei
E dentro
Il silenzio. 
Nulla di taciuto. 
Nulla da tacere. 
L'anima intera 
Avrebbe il suo 
Spazio.

Da un intenso silenzio

Da un intenso silenzio. La scrittura di Valeria Dal Bo[1].

di Mariella De Santis

Càpita, seppure raramente, di leggere di poeti schivi, ritrosi alla condivisione pubblica, infaticabili esattori di precisione, apprezzati da un pubblico che quasi scelgono loro come comporre. Sono consegnati dalla storia alla scia luminosa di una cometa e se riusciamo a passare le dita in quella coda, qualcosa di molto sorprendente  ci rimane attaccato alle dita. È per questo motivo che desidero proporre la condivisione di alcuni testi di Valeria Del Bo. Valeria da oltre venti anni tiene a casa sua, mensilmente, quello che una volta si chiamava con naturalezza un salotto letterario ma di fatto è sempre stato un singolare laboratorio in cui ogni poeta legge un inedito e poi se ne discute con la massima franchezza. L’esperienza era nata addirittura  30 anni orsono a casa di Irene Stefanelli e alla sua morte Giampiero Neri, grande amico ed estimatore della Dal Bo le chiese di continuare. Negli anni un nucleo è rimasto inalterato e altri poeti si sono avvicendati in questa pratica di fedeltà all’incontro. Alcuni di questi sono pubblicati correntemente, praticano quelle circostanze di messa in comune del proprio lavoro ma Valeria Dal Bo, nonostante offerte di edizione di propri volumi, si è sempre sottratta aderendo solo a qualche pubblicazione collettanea. Anticipo l’ingresso nei suoi testi con queste notizie perché in qualche modo i suoi scritti trattengono un umore di ritrazione che, niente concedendo al biografismo inteso come referenza diretta ad eventi della propria vita, sigillano nella poesia una posizione di esistenza. Alcune categorie interpretative di Julia Kristeva ben si attagliano alla lettura dei testi della Dal Bo, in particolare mi viene in mente quanto la filosofa scriveva a propositi della chora intesa come luogo di rottura e riformazione, determinato da un ritmo che precede ogni evidenza narrativa generando un senso inconsueto di spazialità e temporalità. È in questa dinamica che si determinano le immagini a volte deformanti, sempre stranianti che prendono forma di significanti.

I due fantocci
 
Poiché insidiano la nostra mente
E i nostri sogni
Poiché occupano il nostro letto
E opprimono il nostro costato
Abbiamo deciso di seppellirli
Così nella notte M. mi carica sulle spalle
E cammina avanti
Mentre io rivolta all’indietro
Trascino i nostri due fantocci
Che proprio morti non sono
Poiché non appena si intravede
Oltre la siepe di robinia
Il cimitero del paese
Ci tirano all’indietro
E proprio non ne vogliono sapere
di un’onorata sepoltura

Questo è un testo che Valeria Dal Bo codifica come racconto, ma molto c’è da dire al riguardo e leggiamo immediatamente di seguito uno di quelli dall’Autrice definito di poesia, da una recente raccolta inedita, come le altre, dedicata ad Andrea Zanzotto:

Per sentieri scoscesi
là dove più indugia l'odore del muschio
e la felce e il verde placato
là dove la luce discretamente punge
le frastagliate foglie e il bosco
disvela la notte e il vento gli accordi
dove s'ostina la rosa e la carne s'incrina
conducono i passi si spegne la montagna 

 Nel primo abbiamo l’impressione di una narrazione, di un plot, ma la scelta di dargli una struttura formale in versi sta già sconfessando l’intenzione e ci riporta a quel momento primario di generazione del ritmo  all’interno del quale ogni concrezione si determina. Nel secondo, per contro, apparentemente non abbiamo una narrazione ma di fatto siamo trasportati dentro una precisa mappatura naturale dove specifiche qualità che riconduciamo all’umano o alla natura, si scambiano. La carne s’incrina come una superficie minerale e la montagna si spegne come usiamo dire di una vita. Anche i due misteriosi fantocci dovrebbero venire seppelliti ma  il loro movimento di ritrazione segna una dinamica violenta, di fuga dalla morte, gelata da un’apparente stabilità che la scrittrice costruisce con l’esattezza di misura, ritmo, lingua. È questa una poetica dell’inquietudine dalla quale, meritoriamente, scompare la referenza esplicita alla biografia e impallidisce l’IO come agente e movente del testo. Siamo lontani da una poesia di romanzizzazione e, dal mio punto di vista, anche da una poesia in prosa o dalla prosa poetica. Qui siamo di fronte all’insorgenza di una personalissima forma scritturale con un forte impatto visuale, non visivo. Intendo dire che nonostante nei microtesti narrativi ognuno di noi può figurare una dialettica relazionale tra i soggetti attivi, la lettura continuativa dei materiali si costituisce quale  costruzione di recinti fatti di lingua, simbolo, significante dentro i quali  forze dinamiche si contrappongono.

La casa è un cubo di pietra
Circondata da altissime mura
È lontana dalla città
Forse al margine del bosco
Le sue quattro porte corrispondono ai punti cardinali
La porta nord ha di fronte un sarcofago bianco
La porta est ha sulla soglia il sole del mattino
Quando la porta ovest è oscurata da uno sconosciuto
Esco dalla porta sud per sorprenderlo alle spalle 

È qui evidente il senso di pericolo imminente che attraversa tutte le composizioni di Valeria Dal Bo ed è interessante notare che questo emerge anche dalle poesie in cui l’elemento dominante è quello naturale e non umano:

Tutto l'oro ha filtrato la terra
vento e gelo a scorticare il prato
e fiori stesi a asciugare
scrutano l'occhio del mattino
e questi afoni richiami
e il fragile vischio
in un tramonto di caldarroste 

Il vento e il gelo scorticano, ancora, il prato come fosse corpo umano, i fiori sono di vedetta, i richiami nella loro afonia, impotenti. L’esistenza è fragile come il pungente vischio e la contesa è tra vincitori e vinti. Cosa è la morte in questo contesto?

Geisha
 
Il corridoio è lungo quel tanto che basta
Alla donna per distendersi
La larghezza corrispondente alle sue spalle
L’altezza è quella della donna stessa
Una luce illumina lo spazio
Senza porte né finestre
Eppure un pertugio c’è
Ch’io apro una volta due e forse tre
I suoi piedi spuntano appena da un chimono
Variopinto che avvolge su su la sua figura snella
Sino al capo dai bei capelli
È lei la geisha sorridente?
–  Che cosa stai aspettando? – mi dice
A me che sono ancora morta.

“A me che sono ancora morta” è la clausola di questo testo, non “già” morta ma “ancora” preludendo quindi ad una possibilità di risveglio della Geisha, novella bella addormentata o ad una resurrezione? Non ci sono elementi nei testi che facciano pensare ad una referenza religiosa. Piuttosto abbiamo visto anche dalle letture precedenti che la morte incombe ma non necessariamente si compie anche se si conforma quale esito di relazione tra soccombenti. È in questa relazione agonica che colgo una tensione esistenziale sovraindividuale. La vita e l’esistenza sono condizioni di conflitto tra un’aspirazione alla realizzazione di sé e ostacoli che lo impediscono. L’eliminazione violenta dell’ostacolo che nei testi è sempre personificato, potrebbe essere una soluzione ma non è possibile adottarla e qui l’Autrice si ferma. Rimane il campo di forze contrapposte dentro il quale noi possiamo giocare la nostra identificazione, disidentificazione e, fuori dal sonno della morte accedere alla consapevolezza delle cose come sono.

Di Valeria Dal Bo amo molto la potenza immaginifica, il coraggio della solitudine nella sua ricerca e l’eleganza dei testi che a volta sfiora l’estetismo senza mai caderci dentro.

Mi piacerebbe che l’Autrice ci permettesse di leggerla attraverso una raccolta completa del suo lavoro ormai più che trentennale e forse un giorno questo riserbo si trasformerà con la stessa sorpresa che ci rivela la lettura delle sue creazioni.

Inediti di Valeria Dal Bo

Corona di spine con ciliegia
 
È tardi per il giorno ma ancora presto per la notte
Il portone che si richiude alle mie spalle suona il gong
La strada è deserta ma accogliente
Manca ogni ragionevole ragione per non sentirsi in pace
Eppure qualcuno mi insegue
Porta sopra il braccio alzato una corona di spine
Una ciliegia rosseggia nel mezzo
Mi scivola ora in avanti ora all’indietro
Come se non mi appartenesse
Ma la ciliegia è mia
Ora le mie labbra sono rubini nella notte
 


Stanza
 
Il colore della stanza è quello del refettorio dei poveri
Madrefiglia vi si aggirano nella notte
A volte si spingono sino alla finestra
E protendono le mani oltre l’inferriata
Cantano con voce stonata
Ma tu non puoi ridipingere la stanza


 
Colore nero
 
Io che finalmente ho me
Io ho deciso di festeggiare
Poiché bussano alla porta vado ad aprire
Tre zingare affollano la mia soglia
Vestono abiti sontuosi
Il capo avvolto in turbanti
Entra per prima la Bluvestita
Poi la Variegata
Infine la Nera
Avanza lentamente solenne e ingombrante
- È la mia festa – dico
Lei si toglie il mantello
Sotto indossa un sobrio abito nero
Mi si avvicina
Mi abbraccia
Dice che diventeremo amiche
Io so di non poterla contraddire
Il nero è un colore indelebile
 


Boschetto di robinia
 
Mi pareva che un dio nascosto mi chiamasse per nome
Eppure il boschetto di robinia era lì
A portata di mano
Mi sono fatta largo tra rami e rovi intricatissimi
Sino a un pertugio
Così piccolo che vi passava soltanto la testa
E poi facendomi forza e ancora forza
Le spalle e infine il resto è scivolato fuori
Sono salva ho gridato
 
 
 

Gabbia
 
Non era  una gabbia dorata
il pettirosso andava e veniva
senza deporvi le uova
sul fondo della gabbia il sarago boccheggiava
-Fa' attenzione- dice mio padre comparso all' improvviso
fa' attenzione l'uccello potrebbe cavargli gli occhi


 
a ZANZOTTO
 
Piano mi disancoro
al largo spinge vento smeraldino
e già la vela s'appaga
in vertigine di luce acqua vivificatrice
e battiti scandagliano il fondale
e lontano risuona inutile crinale
 
 
Il vento ha riposto la spada
e il mantello di gelo ha ripiegato
riempie l'azzurro la piccola vela
il mare inanellato e il porto
 
 
e ancora nidi
a ritentare dal sonno
i vetri spenti
 
 
Già fiuta l'azzurro la collina
e di bisbigli l'orto è tutto pieno
della mimosa la lusinga cerco
nei passi scalpitanti oltre la siepe
di macerie e di brine
nelle ragnatele di luce oltre il cancello
di muschi e di licheni 

Nota

[1] Valeria Dal Bo è lombardo veneta. Vive a Milano. Si è occupata della famiglia, di buone letture, di amici scelti e di scrittura. La foto a corredo dell’articolo è quella fornita dall’autrice.

Delfina Provenzali, la perseveranza del testo

di Mariella De Santis

Forse tra chi legge queste righe, qualcuno ha incontrato Delfina Provenzali  in Promemoria di Caproni:[1]

Brasserie du Morvan.
L’indomani, Beaubourg.
Luzi, Sereni, Frénaud.
La Provenzali. Esteban.

Il 5 giugno del 1978 Delfina leggeva al Beaubourg con gli autori citati nella poesia. A Parigi aveva seguito il marito che aveva lì impegni professionali e nonostante una sua distinguibile riservatezza, su spinta di Vanni Scheiwiller, a cui fu presentata da Carlo Betocchi che ne conosceva il silenzioso lavoro di scrittura, contattò alcuni poeti francesi dei quali diventò, da quel momento,  la traduttrice dei  loro libri[2].                                                                         

Delfina era una chimica, nata nel 1920 a Palermo e vissuta sin dalla sua giovinezza a Torino. Era stata staffetta partigiana, amica di Primo Levi, regalava colori al bimbo che diventò Alighiero Boetti e all’età di trent’anni, mentre aspettava il secondo figlio sentì il desiderio di esplorare la parola poetica attraverso la propria scrittura. Negli anni parigini curò rassegne di poesia italiana al Beaubourg a partire dalla scuola poetica siciliana che lei amava molto, sino ai contemporanei.  Mi accorgo che sto cercando di disegnare una cornice dentro la quale inserire il lavoro poetico di Delfina che però è davvero difficile distinguere dalla persona. Le domande che lei si poneva sulla poesia erano le domande che si poneva sull’esattezza del vivere, la raffinatezza compositiva che le viene riconosciuta era la naturale delicatezza che aveva nella vita quotidiana e l’inquietudine di testi che voleva perfetti era la medesima con cui stava nella vita. Era una donna saggia ma non diceva a nessuno come vivere, aveva solo imparato ad ascoltare tanto e con attenzione. A guardare come i composti si formano, compongono e scompongono e a ritrovare quei processi negli umani e nell’umanità. E così era la sua poesia:

Depositari di nessun segreto[3]

Depositari di nessun segreto
abbandonati a se stessi
illuminati
         indugiano
                  illuminando.
Da figlio in figlio
progressione processione
fino alla curva
          ultima
                  del possibile.
Lontani da metodi e dottrine
infide distruzioni
annientamenti
         e morte
                  avanzano.
Vulnerabili nell’alone del tempo
iridi ignare
vagano alla ricerca del segno
           del Luogo
                   inaccessibile.

Come leggiamo in questo testo, distruzione e morte si abbattono inevitabili al di là delle forme storiche della vita ma l’umanità (iridi ignare) ha il dovere di cercare. Il Luogo non è un’entità metafisca ma uno spazio di coscienza a cui tendere. Il tema della consapevolezza, della coscientizzazione, dell’inequità entrano in poesie che apparentemente si muovano tra minerali, bande umane silenti, scosse date al vuoto:

XXI

D’ogni uomo potrei ritrarre il volto
e dei rami i segni del vento 
e dell’inverno.
Di te                                   solo la mano
che nell’aria inscrive
cerchi inquietanti di silenzio.             

Il silenzio da cui la Provenzali era spaventata era quello dell’incomunicabilità. Credeva nella dialettica delle idee e direi delle azioni senza né essere una polemista né una barriccadera ma potrei raccontare di molte sue scelte assolutamente conseguenziali ad un’idea della vita in cui tutti avevano diritto alla dignità.

Delfina Provenzali era minuta, con gli occhi neri piccoli e mobilissimi, riservata e timida ma senza complessi di alcun genere. Se apriva la sua casa e la sua amicizia si potevano vivere ore di qualità. Aveva una passione per l’incisione grafica e i fossili e questo a volte mi sembrava fosse un suo modo di meditare. I segni lasciati su lastre di metallo, producono acqueforti, acquetinte discrete e intense e i fossili lì a ricordare un passato lontano che deve essere sempre in contatto col presente perché si tenti un equilibrio. So quanto Delfina lavorasse su ogni testo perché per circa dieci anni ci siamo incontrate una volta al mese, a Milano, con altri amici poeti a confrontarci sul lavoro di poesia che stavamo facendo. Non le importava il successo nel senso volgarmente inteso ma avrebbe voluto che la poesia fosse un bene comune. Avrebbe voluto che tra poeti non ci fossero sgambetti, rivalità come “per arrivare a fare il dirigente d’azienda”. Era una di quelle persone che viveva in una condizione borghese ma non ne era condizionata e questo si avverte sia nella sua scrittura che nelle scelte di traduzione operate. Oltre ai libri di poesia pubblicati con Scheiwiller sin dal 1973 e con altri avvertiti editori[4], ha pubblicato plaquette di grafica, saggi su poeti, sulla traduzione e tradotto dal francese autori e saggi d’arte. Ineccepibile il lavoro per il catalogo della mostra sul grande e poco frequentato Nicolas De Staël alla Fondazione Magnani Rocca. Non si limitò a tradurre i testi critici ma prima lo studiò così tanto che ne diventò un’esperta e questo era il suo metodo di lavoro. In prosa esiste un libro di Delfina Provenzali che suggerisco di reperire e leggere per acutezza e gradevolezza: Incontro M.me Destouches. La madame in questione era la vedova di Céline e lei era attratta da questa insegnante di danza contemporanea (un’altra danzatrice le fu grande amica, Maria Cumani Quasimodo) inaccessibile e misteriosa e per avvicinarla le chiese di iscriversi ai suoi corsi di danza ma M.me Céline intuì che qualcosa non tornava e non se ne fece nulla, tempo dopo per avventurose strade, le due si incontrarono e ne venne fuori un libro delizioso in cui Delfina pone la danzatrice nella sua luce di innovatrice  ma al contempo ci lascia entrare in una sorta di retrobottega emotivo nel quale il contraddittorio, ingombrante e adorato consorte ancora dominava.   

Nei testi inediti più recenti (Delfina muore a Milano nel 2002) i contenuti si fanno più espliciti, l’Autrice avverte il bisogno di dichiarare anche in poesia il rapporto che avverte verso il dolore del mondo:

Non ricordano il colore dei prati[1]
l’odore salmastro del mare
il tepore delle case.
                Capo reclinato
                braccia attorno a ginocchia inerti   
                persi gli occhi
 
                           viaggiano
Senza illuminare           obliquo
si stenderà  il giorno
lungo l’alzana del Walletjs
i murales del Bronx.


[1] In Menhir, tutte le poesie e le traduzioni, a cura di Gilberto Finzi e Mariella De Santis, Archivi del ‘900, 2004.

Questa è una poesia scritta negli anni in cui la diffusione dell’eroina riempiva le strade di giovani consumati dalla dipendenza e il voluto riferimento al Bronx ha una valenza sia di collegamento universale ma anche dichiara delle responsabilità politiche in quella che è stata la strage di una generazione. Viaggiare era per lei un modo di entrare in contatto con sensibilità e forme di vita non altrimenti raggiunte e sempre degli anni più recenti sono Le Renne, poesie elaborate dopo un viaggio in Finlandia che la impressionò molto per le condizioni in cui era ridotto il popolo nativo a causa dello sfruttamento subìto:

V [6]

Kulmasatz:
           <<Tarakas
               vicino è il lupo
                vicina la volpe
                lemming radono la brughiera.
                Torniamo sui monti>>
Ottar:
           << Padre  non bere  
                torniamo sui monti
                Cerchiamo una pietra più bianca
               un dio buono.>>
                                              Una renna
                                             Il figlio dello sciamano
                                            lo sciamano

Come si può vedere anche nei testi recenti i segni ortografici sono utilizzati al minimo. Il punto chiude quello che è il momento di arrivo di un’elaborazione mentre non ci sono virgole e sono gli spazi intratestuali ad forzare il dinamismo espressivo.  

Delfina Provenzali era anche una grande fotografa e una pittrice autodidatta molto essenziale, amava la musica e soprattutto il jazz. Aveva un marito, dei figli, dei lutti e ad ogni cosa dedicava una cura composta e delicata. Due anni dopo la sua morte io e Gilberto Finzi, suo grande amico ed estimatore curammo l’opera omnia Menhir, fortemente sostenuta da Luigi Olivetti che la pubblicò nelle sue edizioni Archivi del ‘900. Rileggendo oggi quel libro, lo definisco una piccola traccia per un grande viaggio alla scoperta de: la Provenzali.

Note


[1] Giorgio Caproni, Erba francese, I Meridiani, Mondadori,Milnabo,1998.

[2] Tra i poeti tradotti ricordiamo Céline, Michaux, Mallarmé,du Bouchet, Dupin, Esteban, Guillevic.

[3] Da Omphalos, Editrice Nuovi Autori, 1987.

[4] Il giorno fermo, all’insegna del pesce d’oro,Scheiwiller,1973, L’incisione dura, idem, 1978, Omphalos, Editrice nuovi autori,1987, La parola muta, All’insegna del pesce d’oro, Scheiwiller,1995.Escono postume le poesie giovanili Noi resi a noi stessi, Nicolodi 2003 e Reciproco dialogo in versi con Giuseppe Caracausi, Edizioni del porticciolo, 2009.

[5] In Menhir, tutte le poesie e le traduzioni, a cura di Gilberto Finzi e Mariella De Santis, Archivi del ‘900, 2004.

[6] Ibidem.

Sky-Louise

SKY DANCER ( NOME NATIVO CREE)
LOUISE BERNICE HALFE ( NOME ATTRIBUITO DALLE ISTITUZIONI)

Ero molto indecisa riguardo l’autrice da proporre per avviare questa rubrica che non vuole essere un omaggio alla memoria né ambire a scoprire tesori nascosti o a dissotterrarne altri. È piuttosto una  cartografia che andremo a comporre partendo da dove noi ci troviamo in questo momento sociale e con la consapevolezza che ci  è possibile esercitare. Troveremo in questa rubrica strade maestre, sentieri appartati, nuovi percorsi e proveremo a guardarli da dove siamo e siccome saremo plurali ognuno vedrà qualcosa che potrà essere messo in comune, cosa che la tecnologia ci permette.

Continua la lettura di Sky-Louise

La poesia delle donne a cura di Mariella De Santis

NUOVA RUBRICA DI POLISCRITTURE 3
Donne che scrivono poesia

Questa rubrica non è, affatto, dedicata alla poesia femminile ma a  donne che scrivono poesia. e quindi nel suo essere atto letterario è atto politico poiché si inserisce in una mancanza. Chiunque può fare  esperienza di antologie, collane editoriali allegate a grandi quotidiani, riviste, in cui la presenza della scrittura e dunque del pensiero sul mondo, operata dalle donne è marginale, periferica e questo priva tutti noi leggenti di qualcosa. Con questa rubrica, pertanto, operiamo  una sorta di redistribuzione della conoscenza,  avvicinandoci alla vita e alle opere di donne letterate di ogni tempo,  perché si espanda l’esperienza a nostra disposizione in questo transito terrestre.