Riordinadiario 2005 -18 agosto
di Ennio Abate
Riordinadiario 2005 -18 agosto
di Ennio Abate
Riordinadiario 2000
di Ennio Abate
Se n’è andato anche Giampiero Neri. Con Danilo Montaldi, Franco Fortini, Giancarlo Majorino, Renato Solmi e Michele Ranchetti – diversissimi tra loro, distanti o addirittura contrapposti per orientamenti poetici, politici e culturali – anche lui ha rappresentato per me una figura della generazione dei possibili padri. Da interrogare dal vivo e mediante la lettura delle loro opere. Da comprendere ma anche da mettere in discussione. Al di là delle automitologie personali o dei loro cortigiani, seguaci e amici più intimi. L’ho fatto per quanto mi è stato possibile. Oggi ricordo Neri pubblicando i miei appunti di diario sui tre incontri che ebbi con lui prima della purtroppo infelice ed equivoca nostra comune esperienza nella rivista Il Monte Analogo (qui). Ciao Giampiero. Continua la lettura di Tre incontri con Giampiero Neri
Da un intenso silenzio. La scrittura di Valeria Dal Bo[1].
di Mariella De Santis
Càpita, seppure raramente, di leggere di poeti schivi, ritrosi alla condivisione pubblica, infaticabili esattori di precisione, apprezzati da un pubblico che quasi scelgono loro come comporre. Sono consegnati dalla storia alla scia luminosa di una cometa e se riusciamo a passare le dita in quella coda, qualcosa di molto sorprendente ci rimane attaccato alle dita. È per questo motivo che desidero proporre la condivisione di alcuni testi di Valeria Del Bo. Valeria da oltre venti anni tiene a casa sua, mensilmente, quello che una volta si chiamava con naturalezza un salotto letterario ma di fatto è sempre stato un singolare laboratorio in cui ogni poeta legge un inedito e poi se ne discute con la massima franchezza. L’esperienza era nata addirittura 30 anni orsono a casa di Irene Stefanelli e alla sua morte Giampiero Neri, grande amico ed estimatore della Dal Bo le chiese di continuare. Negli anni un nucleo è rimasto inalterato e altri poeti si sono avvicendati in questa pratica di fedeltà all’incontro. Alcuni di questi sono pubblicati correntemente, praticano quelle circostanze di messa in comune del proprio lavoro ma Valeria Dal Bo, nonostante offerte di edizione di propri volumi, si è sempre sottratta aderendo solo a qualche pubblicazione collettanea. Anticipo l’ingresso nei suoi testi con queste notizie perché in qualche modo i suoi scritti trattengono un umore di ritrazione che, niente concedendo al biografismo inteso come referenza diretta ad eventi della propria vita, sigillano nella poesia una posizione di esistenza. Alcune categorie interpretative di Julia Kristeva ben si attagliano alla lettura dei testi della Dal Bo, in particolare mi viene in mente quanto la filosofa scriveva a propositi della chora intesa come luogo di rottura e riformazione, determinato da un ritmo che precede ogni evidenza narrativa generando un senso inconsueto di spazialità e temporalità. È in questa dinamica che si determinano le immagini a volte deformanti, sempre stranianti che prendono forma di significanti.
I due fantocci Poiché insidiano la nostra mente E i nostri sogni Poiché occupano il nostro letto E opprimono il nostro costato Abbiamo deciso di seppellirli Così nella notte M. mi carica sulle spalle E cammina avanti Mentre io rivolta all’indietro Trascino i nostri due fantocci Che proprio morti non sono Poiché non appena si intravede Oltre la siepe di robinia Il cimitero del paese Ci tirano all’indietro E proprio non ne vogliono sapere di un’onorata sepoltura
Questo è un testo che Valeria Dal Bo codifica come racconto, ma molto c’è da dire al riguardo e leggiamo immediatamente di seguito uno di quelli dall’Autrice definito di poesia, da una recente raccolta inedita, come le altre, dedicata ad Andrea Zanzotto:
Per sentieri scoscesi là dove più indugia l'odore del muschio e la felce e il verde placato là dove la luce discretamente punge le frastagliate foglie e il bosco disvela la notte e il vento gli accordi dove s'ostina la rosa e la carne s'incrina conducono i passi si spegne la montagna
Nel primo abbiamo l’impressione di una narrazione, di un plot, ma la scelta di dargli una struttura formale in versi sta già sconfessando l’intenzione e ci riporta a quel momento primario di generazione del ritmo all’interno del quale ogni concrezione si determina. Nel secondo, per contro, apparentemente non abbiamo una narrazione ma di fatto siamo trasportati dentro una precisa mappatura naturale dove specifiche qualità che riconduciamo all’umano o alla natura, si scambiano. La carne s’incrina come una superficie minerale e la montagna si spegne come usiamo dire di una vita. Anche i due misteriosi fantocci dovrebbero venire seppelliti ma il loro movimento di ritrazione segna una dinamica violenta, di fuga dalla morte, gelata da un’apparente stabilità che la scrittrice costruisce con l’esattezza di misura, ritmo, lingua. È questa una poetica dell’inquietudine dalla quale, meritoriamente, scompare la referenza esplicita alla biografia e impallidisce l’IO come agente e movente del testo. Siamo lontani da una poesia di romanzizzazione e, dal mio punto di vista, anche da una poesia in prosa o dalla prosa poetica. Qui siamo di fronte all’insorgenza di una personalissima forma scritturale con un forte impatto visuale, non visivo. Intendo dire che nonostante nei microtesti narrativi ognuno di noi può figurare una dialettica relazionale tra i soggetti attivi, la lettura continuativa dei materiali si costituisce quale costruzione di recinti fatti di lingua, simbolo, significante dentro i quali forze dinamiche si contrappongono.
La casa è un cubo di pietra Circondata da altissime mura È lontana dalla città Forse al margine del bosco Le sue quattro porte corrispondono ai punti cardinali La porta nord ha di fronte un sarcofago bianco La porta est ha sulla soglia il sole del mattino Quando la porta ovest è oscurata da uno sconosciuto Esco dalla porta sud per sorprenderlo alle spalle
È qui evidente il senso di pericolo imminente che attraversa tutte le composizioni di Valeria Dal Bo ed è interessante notare che questo emerge anche dalle poesie in cui l’elemento dominante è quello naturale e non umano:
Tutto l'oro ha filtrato la terra vento e gelo a scorticare il prato e fiori stesi a asciugare scrutano l'occhio del mattino e questi afoni richiami e il fragile vischio in un tramonto di caldarroste
Il vento e il gelo scorticano, ancora, il prato come fosse corpo umano, i fiori sono di vedetta, i richiami nella loro afonia, impotenti. L’esistenza è fragile come il pungente vischio e la contesa è tra vincitori e vinti. Cosa è la morte in questo contesto?
Geisha Il corridoio è lungo quel tanto che basta Alla donna per distendersi La larghezza corrispondente alle sue spalle L’altezza è quella della donna stessa Una luce illumina lo spazio Senza porte né finestre Eppure un pertugio c’è Ch’io apro una volta due e forse tre I suoi piedi spuntano appena da un chimono Variopinto che avvolge su su la sua figura snella Sino al capo dai bei capelli È lei la geisha sorridente? – Che cosa stai aspettando? – mi dice A me che sono ancora morta.
“A me che sono ancora morta” è la clausola di questo testo, non “già” morta ma “ancora” preludendo quindi ad una possibilità di risveglio della Geisha, novella bella addormentata o ad una resurrezione? Non ci sono elementi nei testi che facciano pensare ad una referenza religiosa. Piuttosto abbiamo visto anche dalle letture precedenti che la morte incombe ma non necessariamente si compie anche se si conforma quale esito di relazione tra soccombenti. È in questa relazione agonica che colgo una tensione esistenziale sovraindividuale. La vita e l’esistenza sono condizioni di conflitto tra un’aspirazione alla realizzazione di sé e ostacoli che lo impediscono. L’eliminazione violenta dell’ostacolo che nei testi è sempre personificato, potrebbe essere una soluzione ma non è possibile adottarla e qui l’Autrice si ferma. Rimane il campo di forze contrapposte dentro il quale noi possiamo giocare la nostra identificazione, disidentificazione e, fuori dal sonno della morte accedere alla consapevolezza delle cose come sono.
Di Valeria Dal Bo amo molto la potenza immaginifica, il coraggio della solitudine nella sua ricerca e l’eleganza dei testi che a volta sfiora l’estetismo senza mai caderci dentro.
Mi piacerebbe che l’Autrice ci permettesse di leggerla attraverso una raccolta completa del suo lavoro ormai più che trentennale e forse un giorno questo riserbo si trasformerà con la stessa sorpresa che ci rivela la lettura delle sue creazioni.
Inediti di Valeria Dal Bo
Corona di spine con ciliegia È tardi per il giorno ma ancora presto per la notte Il portone che si richiude alle mie spalle suona il gong La strada è deserta ma accogliente Manca ogni ragionevole ragione per non sentirsi in pace Eppure qualcuno mi insegue Porta sopra il braccio alzato una corona di spine Una ciliegia rosseggia nel mezzo Mi scivola ora in avanti ora all’indietro Come se non mi appartenesse Ma la ciliegia è mia Ora le mie labbra sono rubini nella notte Stanza Il colore della stanza è quello del refettorio dei poveri Madrefiglia vi si aggirano nella notte A volte si spingono sino alla finestra E protendono le mani oltre l’inferriata Cantano con voce stonata Ma tu non puoi ridipingere la stanza Colore nero Io che finalmente ho me Io ho deciso di festeggiare Poiché bussano alla porta vado ad aprire Tre zingare affollano la mia soglia Vestono abiti sontuosi Il capo avvolto in turbanti Entra per prima la Bluvestita Poi la Variegata Infine la Nera Avanza lentamente solenne e ingombrante - È la mia festa – dico Lei si toglie il mantello Sotto indossa un sobrio abito nero Mi si avvicina Mi abbraccia Dice che diventeremo amiche Io so di non poterla contraddire Il nero è un colore indelebile Boschetto di robinia Mi pareva che un dio nascosto mi chiamasse per nome Eppure il boschetto di robinia era lì A portata di mano Mi sono fatta largo tra rami e rovi intricatissimi Sino a un pertugio Così piccolo che vi passava soltanto la testa E poi facendomi forza e ancora forza Le spalle e infine il resto è scivolato fuori Sono salva ho gridato Gabbia Non era una gabbia dorata il pettirosso andava e veniva senza deporvi le uova sul fondo della gabbia il sarago boccheggiava -Fa' attenzione- dice mio padre comparso all' improvviso fa' attenzione l'uccello potrebbe cavargli gli occhi a ZANZOTTO Piano mi disancoro al largo spinge vento smeraldino e già la vela s'appaga in vertigine di luce acqua vivificatrice e battiti scandagliano il fondale e lontano risuona inutile crinale Il vento ha riposto la spada e il mantello di gelo ha ripiegato riempie l'azzurro la piccola vela il mare inanellato e il porto e ancora nidi a ritentare dal sonno i vetri spenti Già fiuta l'azzurro la collina e di bisbigli l'orto è tutto pieno della mimosa la lusinga cerco nei passi scalpitanti oltre la siepe di macerie e di brine nelle ragnatele di luce oltre il cancello di muschi e di licheni
Nota
[1] Valeria Dal Bo è lombardo veneta. Vive a Milano. Si è occupata della famiglia, di buone letture, di amici scelti e di scrittura. La foto a corredo dell’articolo è quella fornita dall’autrice.

La morte di Meeten Nasr (Sergio Chiappori) è stata per me l’occasione di un ripensamento della sua figura (qui) e della sua poesia (qui). Che restano inseparabili , però, dal tentativo di un gruppo di poeti attivi soprattutto a Milano, i quali, a partire dal 2003-2004 e sotto l’egida di Giampiero Neri, promossero la rivista di poesia “Il Monte Analogo” dalla vita contraddittoria e breve(l’ultimo numero, il 13, uscì nel 2011). A distanza di tanti anni intendo, comunque, riflettere pubblicamente sul senso di quella esperienza, alla quale partecipai come direttore fino al n. 4 (maggio 2006), sostituito poi proprio da Meeten Nasr. Cosa impedì ai suoi redattori di amalgamarsi quel tanto che serve in ogni gruppo per confrontarsi e consolidare un progetto? Pubblico qui una mail che mandai ai redattori il 10 ottobre 2006, che chiarisce con riferimenti concreti quello che era per me il problema irrisolto della rivista. Non ho nessun intento di rinfocolare una tardiva e sterile polemica. M’interrogo e invito chi fosse interessato a interrogarsi sulla crisi tuttora irrisolta della poesia. Proprio partendo da un’esperienza fallita come questa. Pubblicherò volentieri tutti gli eventuali contributi critici che dovessero giungere a Poliscritture (poliscritture@gmail.com) . [E. A.].
Continua la lettura di Il dilemma irrisolto di una rivista di poesia

Appunti di Ennio Abate
1.
Il titolo di questa Autoantologia delle poesie scritte da Meeten tra 1982 e 2014 viene chiarito leggendo a pag. 93 la poesia Nel bosco (da una stampa giapponese). E va subito in primo piano il legame con l’ Oriente di questo «viaggiatore svagato e inconsapevole», come l’ha definito Gianpiero Neri (pag. 35). In questo suo esplorare Meeten a me pare anche goloso, eclettico e culturalmente attrezzato. Ha il respiro del cosmopolita. Per l’essere figlio di «madre sefardita»? Grazie anche ai suoi studi di «epistemologia e di storia della scienza»? Non saprei dire. Ma, nel suo andare in giro per il mondo («Tornando da Bali senza scalo inseguivamo la luce del tramonto. Trascorsi le ore della più lunga notte attraversando l’India e osservando la Terra dal finestrino», pag. 97) a me pare che l’assorbimento, che rozzamente chiamerei delle culture orientali, abbia prevalsoi sulla sua stessa formazione umanistica («ha fatto studi di filologia greco-latina»).
Continua la lettura di Su “Scorre il giovane tempo” di Meeten NasrE’ una visione della poesia italiana d’oggi volutamente circoscritta a Milano e abbastanza amicale. Ma forse può riaprire una discussione. [E. A.]
Queste osservazioni riguardano la situazione attuale della poesia italiana, con particolare rilievo a un ambito milanese, finora in maggior evidenza sia come autori e case editrici.
Le principali fonti di queste iniziative restano ancorate a eventi ripetitivi che col passar del tempo appaiono come immutabili. In realtà nell’arco di anni una certa evoluzione c’è stata, anche se mancano a tutt’oggi adeguati supporti critici e una giusta discussione sulle forze in campo. Continua la lettura di Poeti (a Milano). Un’opinione

di Federico Bock
Per ricordare e onorare Luisa Colnaghi pubblico questo affettuoso ricordo di lei scritto da Federico Bock e, in appendice, alcuni materiali tratti dall’archivio del Laboratorio Moltinpoesia (2006- 2012) al quale aveva partecipato assiduamente. [E. A]
Incontrai Luisa Colnaghi al “salotto Caracci” qualche anno fa. Presentava l’ultimo libro di prosa, “Deserto blu”, edito nel 2009 per i tipi di ex Cogita.
Mi incuriosirono sia libro sia lei, composta, staccata, come fosse altrove.
Lessi il libro, un romanzo anch’esso dell’”altrove”, una prosa essenziale, come la sua prosa.
Incontrai una seconda volta Luisa allo spazio Bligny 42 in occasione di una lettura, quando la rivista il Monte Analogo, di Giampiero Neri, di cui lei era segretaria di redazione, aveva già pubblicato alcune mie composizioni.
Sodalizzammo. Continua la lettura di Per Luisa
di Ennio Abate
25 agosto 2004
Un’indole contemplativa
A – Da quando ti ho conosciuto – saranno un quattro anni – ti ho sempre pensato come un uomo di indole contemplativa.
N – Sì, sono sempre stato un contemplativo, un uomo poco portato all’azione e molto di più alla meditazione. Riassuntivamente potrei dire un pigro.
A – E come s’è costruita questa tua indole? Continua la lettura di Due conversazioni con Giampiero Neri