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diversamente o no

di Marcella Corsi

           Sono alte fino alle spalle, si disse mentre ritagliava un sentiero tra le erbe del prato dopo la breve discesa. Quel parco lo frequentava con una certa sistematicità da quando, cinque o sei anni prima, aveva dovuto cercare un luogo dove trapiantare alberi di trent’anni che dal suo terrazzo si erano fatti largo con le radici fino al soffitto dell’appartamento di sotto.
La ricerca di un luogo disponibile ad accogliere liberamente nuovi alberi, non troppo lontano perché non fosse impossibile andarli a innaffiare al bisogno, non era stata brevissima. Nemmeno era stato facile trovare, senza spendere una cifra, chi facesse il lavoro con danni poco rilevanti durante il trasporto: erano alti, in ascensore non entravano e dunque quattro piani di scale, e ci voleva almeno un camioncino, e anche solo per tirarli fuori dalle fioriere di cemento…
Comunque alla fine erano arrivati al parco. Per due anni e quattro estati li aveva innaffiati. Dapprima si sentiva guardata con stupore o sospetto (qualche cane aveva anche promosso abbai e incontri poco amichevoli). Col tempo però altre e altri ne avevano seguito l’esempio, aggiungendosi ai pochissimi che certo l’avevano fatto nel passato di quel parco: non solo piantare ma anche curare che quanto piantato potesse crescere. Anche i rapporti con i “canari” si erano stabilizzati su una piacevole seppur labile collaborazione. In questo sentiva di aver fatto la sua parte.
Ora una chat permetteva a chi volesse di sapere quel che si faceva e di partecipare a recuperi di piante destinate all’abbandono, trapianti, protezioni dagli sfalci disattenti del Comune, innaffiamenti quando la pioggia si faceva troppo attendere.

Liberati dalle molte erbe che li nascondevano, i quattro oleandri potati quasi a zero per cercare di farli riprendere mostravano le prime foglie. Evviva, si disse. Li innaffiò e s’avviò facendosi largo tra le graminacee altissime per verificare se il ligustro che Anna il giorno prima non aveva individuato (e segnato con il nastro azzurro) avesse bisogno di acqua. Poi ne coprì il piede con rametti secchi e ciuffi di erbe che tagliava col seghetto adoperato per liberare i tronchi dall’edera. Tanti i piedi d’albero, tante le erbe da tagliare. Era allergica ai pollini delle graminacee e le braccia nude cominciavano a pizzicare. La mascherina però le risparmiava i sintomi più fastidiosi.
Quanti sono, si diceva, d’altronde come si fa a non fare il possibile per aiutarli: arrivano già sofferenti ognuno con la sua storia di abbandono, li piantiamo appena possibile ma hanno bisogno di tempo per riprendersi, di un po’ di terra buona, di acqua e sole, e sole e acqua, non troppo sole, non troppa acqua almeno per un po’…
La sera prima non era riuscita a mangiare per via di una nausea forte. Forse l’antitarlo dato su un grosso specchio, o forse un lieve attacco virale (sono così frequenti). Quella mattina era uscita presto, per evitare la fase acuta delle impollinazioni. Ora il sole c’era e cominciava a far caldo. Lavorando sudava, ma voleva finire con quelle pacciamature capaci di schermare il sole. Soprattutto dal lato sud, si diceva quando le forze cominciavano a mancare.
Poi fu quasi uno svenimento, subitaneo. Non riusciva a camminare né a reggersi in piedi.
A fatica raggiunse la panchina più vicina. Era al sole. Sedendosi voltò le spalle e abbassò la testa in modo da avere il sole soltanto sulla schiena. Il malessere non passava. Avrei dovuto fare colazione prima di uscire, pensava. Appena torno a casa
Provò a lasciare la panchina. La testa le girava e non … Certe volte è davvero difficile riuscire a stare dritti … Vacillò. Fece tre o quattro passi nella direzione sbagliata e cadde. Svenuta tra le erbe altissime, verdi di un verde allegro, spumeggianti di giovani pollini in libertà. In fondo era solo il 26 di aprile.
Lì rimase, nascosta agli occhi dei pochi passanti che iniziavano a passeggiare per il parco. Solo un vecchio cane da caccia la annusò ma, dimentico delle cacce della giovinezza, passò via senza dar segno di lei a nessuno.
Quando rinvenne, la mascherina era scivolata di lato al naso, le braccia erano piene di bubboni rossi, non riusciva a respirare né a parlare. Il cuore un tamburino impazzito.  Shok anafilattico, pensò. Prima di capire che stava morendo.

«Non dovresti andarci al parco, mamma, in questo periodo. Proprio non dovresti».
«Ma non è stata l’allergia a mettermi in difficoltà: è stato il virus che mi sono presa, e non aver cenato per via della nausea… nemmeno la colazione prima di uscire stamattina… Certo mi sentivo svenire ma … prima mi sono seduta su una panchina e poi – proprio non mi reggevo in piedi – ho chiesto aiuto a una che arrivava con il cane. Era sottile, ma il suo braccio è bastato a farmi superare la salitella. Mi ha accompagnato fin quasi alla macchina. Ho continuato a star male anche a casa per parecchio. Dunque l’allergia ai pollini non c’entrava. Non troppo almeno».
«Insisto: tu in questo periodo no… E comunque ci dovrebbe pensare il Comune».
«Eh, non siamo mica a Medellin![1]».

Sì, poteva andare diversamente…

 

 

 

 

 

 

 

[1] A Medellin (in Columbia) il Sindaco ha appaltato all’Orto botanico un progetto organico per incrementare al massimo e mantenere il verde cittadino: tanti uomini in verde e azzurro al lavoro, tre gradi in meno di temperatura, cittadini sorridenti.

Due racconti

di Marcella Corsi

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Dove il crinale accarezza il sorriso del cielo

Sensibilità ecologista e sentimento della montagna nei versi di Gianmario Lucini

Una versione precedente di questo articolo del 9 settembre 2017 (in forma di opuscolo e con le immagini di Stefania Corti) é uscita nell’ottobre 2015 in Poliscritture (qui). [E. A.]

di Marcella Corsi

Gianmario Lucini è stato un poeta, un editore coraggioso, un critico attento, sensibile, un umanista, un animatore socio-culturale a tutto campo e… una persona assolutamente amabile. Soprattutto uno che vale la pena rileggere. La sua poesia in particolare è una poesia che aiuta a vivere.

Conosceva, amava e rispettava la montagna. E non di rado i suoi versi vi hanno fatto riferimento. In questa occasione vorrei rivisitarne alcuni ‒ tratte soprattutto da Istruzioni per la notte, l’ultima delle sue raccolte pubblicate ‒ sottolineando la sensibilità da ecologista che vi si legge: l’attenzione profonda alla natura, l’accoglimento nei confronti dei viventi tutti, un dialogo prezioso con il silenzio, un sentire ‘paritario’rispetto agli animali, talora il ‘sentirsi albero’, l’appartenere ad un paesaggio. E sempre, anche nei versi di maggior lirismo, il prescindere da ogni bamboleggiamento naturalistico.

La poesia di Gianmario è infatti, per sua stessa definizione, “poesia lirica”, che tuttavia “tematizza aspetti della realtà, pur nella sua crudezza. Il lirismo non è infatti soltanto poesia del cuore o dei buoni sentimenti ma è anche l’epica della coscienza, dei suoi conflitti e dei sentimenti che li agitano” ( traggo dalla nota che lui stesso premise a Vilipendio). Il fare poesia di Gianmario era “un appassionato inseguimento del reale” (utilizzo la definizione che di poesia dà Czeslaw Milosz in La testimonianza della poesia) che si esprimeva soprattutto in testimonianza, impegno, dissenso, proposta. Il sentimento della natura ne era parte. Le sue montagne ne costituivano l’indimenticata sorgente.

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L’intelletto delle erbe

Prove per un approccio ecocritico ai versi di Fortini: Una obbedienza

Ripubblico in versione completa questo importante saggio già comparso   nel n. 9 cartaceo di  Poliscritture (gennaio 2013) ma mutilato di alcune importanti note. [E. A.]

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anche le tartarughe forse nella pioggia

di Marcella Corsi

Elemosina di persi amori la poesia”)// feci la scelta quella sera, fortunata/ di portar via Camminando un libro in versi/ da subito bello poi stupefatto di verde d’azzurro/ stupefacente e ancora grandemente bello// m’ha rallegrato di buona compagnia/ più d’una giornata: sguardi aperti, sapienti/ corteggiamenti, piogge leggere scrosci luci silenzi/ un’attenzione al dettaglio affettuosa, esperta// una vita in versi risolta e risolutamente/ amorosa, anche le tartarughe forse nella pioggia.

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quella bella

di Marcella Corsi

calzini con le perle: le bancarelle
talora offrono regali sorprendenti e io
 
mi dico non scrivo perché ho altro da fare, forse
non è vero ma ho una madre
che ogni giorno dice che vuole morire e ogni giorno
m’intigno a farla sorridere, a tentare

io la prendo per sfida, lei non troppo di rado
 ci cade, qualche volta addirittura ride

*

Chissà com’eri madre, non ti sapevo affatto 
allora – seria nelle rade immagini 
che prendevano colore soltanto sulle labbra 
e movimento d’acque tra i capelli in tempesta

mi fosti nell’angolo culla imbottita di troppo cotone  
ma anche casa sicura, chiusa certo 
ché ancora dove vivo spalanco porte e finestre 
non solo alla luce del giorno

mi fosti pure tiepida rara morbidissima carezza
e specchio adulto di miei adulti probabili difetti 

“Quella bella” diceva la zia Ofelia ed eri bella
tu ragazza più di quanto si dovesse
ma appartata e ferma, tigrata in un’ombra 
che a tratti si apriva di limpidezze o di braci 

nessuna deriva nel tuo guardare
eri già piccola vetta di roccia viva

Chissà com’eri madre che non ti so nemmeno 
ora, che mi ripeti assoluta quel che eri e un po’ stranisco
e poi m’ingegno già da adesso di ricordarti bene
non so se come m’asserisci oppure 

come mi pare fossi allora e forse anche ora

*


quella febbre dava corpose allucinazioni 
colorate, la gonna viola – a balze di pizzo cucita 
per fianchi stretti – ballando per farmi ridere
l' indossò la tua matura maternità di rado ridente

non fosti mai così bella, tu così bella, madre

*

sola nella gioia nella disperazione d’albero vivo strozzato
davvero non ti ho mai saputa e non ti trovo addosso
nessun gesto che mi sia conosciuto carezzato o pianto

non ti trovo addosso nessun pezzo di me, così non so 
se dopo ti piacerà d’incontrarmi   

*

Sei nel vento lo so perché almeno dopo
pensavo vorrai andare e andare come mai forse nella vita

e respirare a pieni polmoni e cantare
quelle tue canzoni vecchie che ho imparato

anch’io ad amare   

Due racconti

di Marcella Corsi

Tamponi (e d’affezione tampinamenti)

        Amo la capacità che hanno alcuni di scherzare su tutto senza farlo sulla pelle degli altri. Ieri Sara mi ha chiamato in video e la sua faccia era serena, affettuosa, mentre reggeva la piccola e mi parlava. Un’icona preraffaellita in movimento. Emiliano è comparso da dietro reggendo un cartello: !OTUIA vi si leggeva. Che sarebbe stato AIUTO! ma in videochiamata lo si vedeva all’incontrario. Scherza sempre, ci fa sorridere.
Non credo stessero pensando che avessi bisogno di aiuto… Sara, certo, aveva cominciato la videochiamata con un “come stai?” non di maniera… Continua la lettura di Due racconti

Io sono mia       

di Marcella Corsi

        A via Pomponazzi* i piccoli gruppi di autocoscienza erano formati da 8-10 donne appena entrate e da una compagna veterana del collettivo, che faceva da tutor alle nuove. Nel nostro la “vecchia” era Biancamaria: ventinove anni, alcuni di militanza femminista (d’altronde il movimento non aveva più di quattro o cinque anni di vita). Noi nuove tutte intorno alla ventina, ma delle più disparate provenienze. Io addirittura con un padre che riceveva telefonate da Giorgio Almirante. Cosa che provocava non solo a me qualche scompenso, ma dentro il gruppo sembrava non interessare più di tanto. Continua la lettura di Io sono mia       

Fiori di zucca

di Marcella Corsi

         Era una fioraia piccola piccola. La vedevo ogni giorno andando al lavoro. Anche quando le nacque una figlia non arrivava alla spalla di una persona normale. Aveva un viso un po’ buffo, che sembrava allegro anche quando non rideva. Mi ricordava quello di un’amica che scriveva versi. Continua la lettura di Fiori di zucca

Riconoscimenti

di Marcella Corsi

            Lo spazio si era finalmente allargato. Il 60 troppo pieno era andato in tilt: porte chiuse, autobus fermo e poi al rimessaggio. E noi in molti sul 62, che provvidenzialmente lo seguiva. Ma di spazio relativo per ognuno ce n’era parecchio di più. Così m’ero appoggiata comoda ad una delle pareti, la busta con l’ultimo numero di Poliscritture appoggiata a terra tra i piedi, lo sguardo più libero di fermarsi sugli altri. A finire di leggere l’articolo sull’etica militante in poesia iniziato sul 60 avrei pensato più tardi. E mi tornava in mente quanto scritto su un altro autobus qualche giorno prima: guardandoti in faccia ognuno/ si guarda facendo confronti/ per rughe per pieghe per intenzione/ di movimento o prova d’assalto// se sei fortunato lo sguardo/ non ti cancellerà di molto. Continua la lettura di Riconoscimenti