Cantico di stasi 2011- 2014

notte di michelangelo

di Marina Pizzi

C’è una poesia – questa di Marina Pizzi – che va difesa. Perché si presenta inerme e oscura e rischia di passare sotto silenzio. Pochi ma attenti critici, come una veloce esplorazione sul Web conferma, se ne sono finora occupati  e con grande intelligenza. La sottovalutazione o l’imbarazzo o il silenzio equivoco viene, invece, dai lettori “semplici”, che critici non si ritengono e però fanno valere testardamente (“spontaneamente”) i loro pregiudizi o le loro resistenze. Di questa poetessa ho già pubblicato in precedenza (qui) alcuni testi; e le reazioni furono poche, reticenti o sconcertate. Qualcuno s’indispettì per la loro oscurità: «Pare una scrittura in codice […] un oracolo dell’antica Grecia». Non si può negare che oscura, criptica, enigmatica sia la poesia di Marina Pizzi. Malgrado sia difficile da stabilire, l’oscurità in poesia può essere però di due tipi: autentica e inautentica. Per me – è un’affermazione che non sto qui ora a giustificare – quella della Pizzi autentica lo è. E tuttavia oscurità resta. Come comportarsi allora? Partirei da un principio semplice: ci sono i “diritti” dei poeti, che devono seguire quel modo di scrivere che dentro gli ditta l’amore, il cuore o quant’altro, ma ci sono pure quelli dei lettori. A me pare, dunque, giusto che un lettore accosti questa poesia mantenendo le sue riserve. Non gli si può predicare che deve “interrogare” questi versi o rileggerli tante e tante volte. (La stessa mole di Cantico di stasi, ben 100 blocchi o tessere, è imponente e la difficoltà di avvicinamento si ripete componimento dopo componimento, dall’inizio alla fine). Né incitarlo ad apprezzare o ammirare il coraggio, l’audacia, la dedizione di lunga data alla poesia di Marina Pizzi. Né trattarlo da “profano”, che, per intendere questo tipo di poesia, dovrebbe prima liberarsi dal «ruolo della coscienza» o da imprecisati «orpelli degli schemi mentali personali e delle convenzioni sociali»; e «immergersi non per “capire” ma per sentire». Come ho pur letto qua e là. No, non credo ci voglia questa «complicità del lettore» (in sostanza un abbassamento critico della coscienza). E neppure una sua equivoca «fatica creativa più che interpretativa». Nessun soggezione del lettore o «sforzo supplementare». È meglio, secondo me, che il lettore si accosti così com’è a questa difficile poesia; e inizi un braccio di ferro con questi versi. Le due esigenze vere – quella della poetessa e quella del lettore – s’incontrino o si scontrino. E l’esito resti pure incerto e non preordinato.

Perché non è facile “sprofondarsi” negli abissi di angoscia sondati dalla poesia di Marina Pizzi. Di questo si tratta. La sua ricerca si è calata dentro l’inconscio linguistico; e in preda a una passione che s’intravvede indomabile e a volte furente. Il suo cantico non ha l’elementarità del «Cantico delle Creature» né l’abbagliante solarità e sensualità del «Cantico dei Cantici». È appunto un «Cantico di stasi» (e di avvicinamento alla morte). Qui c’è una poetessa che vuole sentire la morte in poesia. O tende, come ha scritto Enzo Campi, ad «anticipare la fine» e a «conferire un carattere di «ultimità» a tutte le cose poetiche». In questa complessa architettura di versi non c’è dialogicità né drammaticità aperta ad esiti di speranza. Sia il rapporto religioso con le creature sia quello fisico e sensuale con l’umanità sembra interrotto. Sì, c’è proprio stasi (forse dopo un’estasi). E la prima, anche mia, istintiva reazione è stata quella di ritrarmi. Come davanti al famoso Hotel Abgrund (Il Grande Hotel dell’Abisso, di cui parlava Lukàcs). E di rigettare questa fantasia di «stasi» (e, ripeto, di morte), di non farmi trascinare in essa. Ma basta respingerla? O contrapporre che non è giusto, umano, positivo, volere questo, anche se lo sprofondare avvenisse solo in poesia? Potremmo cavarcela dicendo che è stasi di una singola donna. Affari suoi, insomma. O forse affari che riguardano soltanto certi poeti o certe poetesse. Solipsismo, stop. (Di recente un problema simile l’avevo trattato occupandomi di Nadia Campana). Chiediamoci però: non c’è relazione tra questa stasi (noi in effetti, nel linguaggio comune, la chiamiamo “crisi”) e la caoticità del mondo in cui essa si produce? non c’è stasi anche nel caos? e non è che Marina Pizzi colga la stasi (la morte) nel caos e ce la mostra in poesia? Per concludere. Non cedere alla retorica della Morte o del Suicidio coltivata da tanta cultura nei tempi di crisi. (Si rileggano le voci Morte e Suicidio in Non solo oggi. Cinquanta voci di F. Fortini, Editori Riuniti 1991). E proprio perché convinto dell’autenticità della poesia di Marina Pizzi, faticare a cercarla in questi blocchi di versi (magari non in tutti…) illogici o alogici ma potenti. E senza lasciarsi distrarre dalle ascendenze letterarie più o meno sperimentali della sua scrittura o dall’intenzione d’individuare in queste cento tessere un disegno, una narrazione, dei riferimenti all’infanzia, alla morte della madre, agli amori, alla depressione, alla storia personale della poetessa. Insisto: bisogna difendere la poesia oscura, a frammenti e sintatticamente abbastanza stravolta, di Marina Pizzi, che si è dovuta condannare a una ricerca più che solitaria ed ha accettato anche la condanna a rimanere essa stessa in parte oscura e “incompresa”: una scelta che forse è quasi inevitabile anche per molti di noi nel crollo di civiltà (e poesia), che nessuno, al di là delle proclamazioni e indignazioni di routine, pare in grado di contrastare. [E.A.]

 

1.
in un ospizio di foglie
la pigrizia dell’angelo.
si secca la gioia di dio
pertugio di lacrime.
incline al giocondo arenile
balbetta d’eco la conchiglia.
in mano all’armonia dell’inguine
resta la giara senza l’olio santo
prosciugato dal resto del mondo.
mandami un calesse avrò già pianto
nel dilemma scortese del fango.
è tutta qui la resina del dubbio
quando la casa crolla tutta sicura
di stare in piedi. i duri fratelli
hanno lasciato la casa dopo il saccheggio.
in un tuono di vendetta la scaturigine
del sacco chiuso a bomba. intorno le vipere
spasimano gl’intrecci. l’ironia del vicolo
spadroneggia sugli amanti senza riparo.
2.
quale imbrunire mi offuscherà la fronte
nella schiera di nuvole nemiche
scacchiere senza angeli di fianco.
oggi il diverbio è pastore di se stesso
quasi un convulso esodo di stasi
verso l’ombra che per tutti c’è.
in un buio di casale voglio l’occaso
della pace. in primavera si addice
la mia voglia di avverare aiuto
almeno alle fontane senza acqua
battesimali di cenere per sempre.
la croce sulla fronte non basta
il salario di essere felici, anzi
la casta delle ronde tonifica il demonio.
i prìncipi sono pochi e i sudditi
immensi. così lo stato delle fosse
vive, lo stato del dominio delle cose
fatte ad arco per castigare meglio.
3.
posso dormire una notte di scalee
quando le donne con lo strascico
giocano a copiar principesse.
presepe laconico guardarti
dentro il cullare delle darsene oleose
materne quanto un albero di rivaruggine, fiamma

.
in mano alla questura di dare appello
la turba che bada la scommessa
di perire sasso senza turbe
né baveri alzati da ubriaco.
4.
così si dice pianga la lucciola
quando la manna si fa spazzatura
presso la porta dorata del folletto.
il bimbo gioca a se stesso da piccolo
ma non lo sa e non è felice appieno.
si sa che è uno zero lunatico questo
tuo perno senza cibo sfinito nella ruggine.
nella sabbia che fatica le staffette
corre la fiamma a cercar di amare
le zuffe di ferrosi amanti.
in un duetto di fragole di maggio
invento le gole di fratelli golosi
così noiosi da sembrar gemelli.
l’arena di truppa non fa finir la guerra
né la buona cucina invita qualcuno
per esorcizzare il rantolo.
la pagnottella con il prosciutto è leccornia
da altare. tu inventa una steppa che
sappia grilli parlanti come le gemme
delle favole. dividi con me questo
cimitero acquatico di fuoco. io non
voglio chiamarmi più marina né in altro modo.
5.
ho imparato a giocare con le statue
in grandi mari a tuffarci insieme
inguine di donna la marea
sotto la guerra di perdere i bambini
in preda alla resina dei barbari.
in mezzo all’avarizia della bara
sono rimasta cenere sgraziata
dai sassolini dei venti più potenti.
in mano alla paglia dei falò
da viva imparai le ceneri
le belle faville che non smettono.
i cortili dei vivi avevano altarini
acquitrini per i pesci rossi
non peccatori i miti degli amori
aperti a mo’ di libri sui davanzali.
in barca sulla fronte dell’anarchia
la chela del granchio non osò toccarla
anzi si ritrasse per un fido di elemosina.
6.
La finestra dello scontento

lungo le rotte del mio sacrificare
la calca della palude. nell’interno
del diamante vedo il cestino
delle inutili stimmate. sono molto a soffrire
questo marziano d’ansia.
indarno gli appunti non spiegano
la disgrazia delle mosse senza rispetto
le malizie che contengono l’arrivo
sulle supplenze del vento sempre contro
il beneficio del faro tutto stante.
in gara con la rondine che vince
si ritiri la noia che dà da piangere
al cinereo bastone del basto dentro.
qui si immola l’avarizia del contendere
solo acquazzoni con le morse delle gocce.
in mano alla pietà della risacca
le scorie nelle mani sono l’affetto
di gente morta nel giardino delle meraviglie
così si dice nelle fole di vinti talami.
la paura del soldato è lo steccato
dinamitardo. qui se ti affretti a scappare
apra la sorte il vento e l’avarizia crepi.
7.
quale bistro truccherà il mio zaino
in perla d’indovino finalmente
per correre alla maniera dell’atleta
con la lancia in resta e la corona in testa.
nulla parlerà di regole oceaniche
visto che lo stagno piange fanciullo
e la pallottola ha trascorso la nuca.
così morta la ciurma della ronda
nulla potrà cantare alla madre del bivacco
l’accomodo di dirle una pietà.
alla cometa del rantolo maniaco
si scomoda il respiro per spirare
la corta moda di morire sùbito.
in mano al dado del sicario
si ottenebra la calce del loculo
quale più oscuro anfratto di bracconaggio.
in mano alla caduta della rotta
faccio ammenda di me nei secoli
per le placente irrise che non ebbi.
8.
dio di cancrene stare zitto
sul filo del rasoio come abaco
atto al rasoterra. l’alone della terra
è fiato smesso pronto per il sottomesso
fato di sospiro. e sempre rantola il guasto
della conca in culmine di oceano. iddio
canuto questo scempio fiumara di fumo.
addio al sasso che giocò al vetro rotto
dentro il cortile d’infanzia. è giara di veleno
l’alunno zoppo che non può scalciare
contro la poca aureola del sogno.
in lutto guarderò la sedia vuota
dove rantolò la scherma di Ulisse
il bel cerchio di restare vivi.
in fondo è un cipresseto anche l’annuncio
di chiamarsi al dondolo. muore la spada
d’accatto quando giocare sfuggiva la cavia.
oggi si accantona il bacio
per un giro ancora.
9.
mi metterò l’occaso in riva al sangue
e capirò perché la luna è piena
o spicchio di capestro. l’alunno saturnino
della pena gravita una roccia. dove da oggi
è turno di scempio prestare il rantolo
occludere la fiaccola del coraggio. in stato di
omuncolo regalo assiomi miracolosi
d’asma. eppur domani sia consono
il re del soqquadro per la caligine
del retro stato. un fato di nebbia
mi epuri l’odio. non basta raccontarsi
un enigma se la storia è dio. è da sùbito
l’urto con la fossa certa. d’animo e conclave
non avrò amore nel furto di esserci. la cenere
d’olimpio dove si culla il sole senza speranza.
e la darsena si acclude all’osso di sterco
al comignolo che ottura il cielo
verso la rottura col mito. in fase maschia
non sarà riscossa espugnare il rantolo.
10.
finalmente avrò un bottone d’agio
finalmente. e dietro l’ambito delle vene
rosse non ci sarà più il sangue, ma la fine
dolcissima della vita. nel ginnasio degli angeli
voglio andare dove la pena non è neppure
un ricordo. nelle scalee di prìncipi e tiranni
resta l’odore della morte per il popolo dei
gioghi. gigli secchi comprendono le tombe
quando nessuno si ricorda più
di quali stati fu il cruciverba e la badata
stasi di dormire raccolti in un apice
di piume. lo sterzo è la vendetta del morente
con urli o silenzio secondo la paura.
immersi in un letamaio di giullari
si contamina restare stamberghe di sé.
11.
lasciami andare a un sinonimo di eclissi
dove l’abaco conti solo miti
e siluri di alfabeti miracolosi
dove la cornucopia è sazia
e la viltà non ha indici
né sbagli di scommesse.
intagli di meraviglie starti a guardare
nell’eremo che soqquadra le pianure
perdurando le eresie del bello
sotto le cimase dell’esodo folclorico
e le rotte evangeliche del sorriso.
indarno il quadro scoppia di bellezza
se questo deserto è prova di catrame
e la trama del foglio perde la scrittura.
il trono maniacale dell’estetica
espunge il costato dell’arsura
questa bravura di piangere per sempre
nonostante le zeppe sotto la lavagna.
il crudo amore inguaia la progenie
misfatto editto per la solitudine
tutte già belle le turbe delle spose.
12.
mia madre è morta di strano cuore
una maretta intrisa di preghiera
la mia di sapida bestemmia
dove la pietà si annulla in urlo.
in un covo di rettitudine blasfema
ho sopportato l’agonia la gogna
dell’attesa e il silenzio finale.
con un pellegrinaggio di lenzuola
la giornata si fa atroce come la purea
di tutti i giorni e le cibarie pessime.
escludo da me la veglia della gioia
questa vanga di fanga e di gran fuoco
quando i fiori si gettano per terra
a piramide profumata. si toglie tutto
anche la croce per la cenere maligna.
resti o svapori poco importa alla baldanza
di lucciole letargiche e fuochi fatui.
i lavori degli uomini continuano
a trasportare morti per furti futuri.
si ruba ai morti tanto non costa niente
e la baldoria non barcolla un attimo.
13.
l’arringa del salice piangente
ingenera chissà quale soccorso
verso il sudario della donna in lacrime
sul crimine d’intendere l’area del pozzo.
quale dolore t’infilzò la milza oh fratello
del bosco? quale scoscesa realtà
volle sedurti al panico? intùito vederti
ormai che morta fu la nenia di
baciarti oltre. così commosso l’antro
del mio bene non trova strada sul dazio
del sale. ora me ne andrò per far cometa
il sogno. al vespro la madre non rincasa.
tu sapevi che piangere è morire lungo
la rotta del salario chiuso. misure d’asma
non trovarla più.
14.
vado all’espatrio ogni notte
con un tatuaggio nel cervello
botta e risposta senza fine
la mia carriera visitata da ferri
arroventati. nei denti un faro
di conchiglia. una perplessa
aurora quanto un cimitero
divelto. miserere del respiro
continuare la scansione del
tempo. vocativo d’estro volerti
accanto. camminami sul petto
abbi pietà del mito che ci rese
fragili. passa la vendetta un canestrello
di vespe. la grazia occulta della siepe
è un buon cammino nonostante
non sapere l’aldilà. incudine di putti
verremo uccisi tutti.
15.
qui si sale in coda all’erba vinta
alla riscossa che non sa di niente
né di pane azzimo la scuola.
il perno della foce è dietro l’angolo
una madonna in estro di fallacia
per un girotondo di perle senza
viottolo. si sta conserti mappamondi
in torto sull’occaso di dar spallate al mondo.
16.
al caso del mio cantuccio si cammina
a vuoto. fantasma di rovina accavalla
le gambe come una signorina. inganno
in camice chirurgico non sa operare
la rima con la vita. tacita piange la zucca
delle ceneri parenti, padre e madre simili
al cemento. urlo l’uno silenziosa l’altra
la cuccagna dell’aldilà è da vedere
con l’esame dei bocciati. le spalle ordinate
di soldatini morti. le cicale hanno smesso
per pietà di far tormento al calco dell’estate.
intruglio di penombra questa perpetua
stasi. sentire addosso le resine è cimelio
d’altitudine contro la pozza del seminterrato
d’oggi. ordigno di cometa sapere le regole
del tempo vetuste come la luna presa.
17.
le gambe affusolate dell’origine
incutono un rispetto solitario.
l’indagine di me si fa all’oscuro
dove tramonta l’ebete maligno
e si ristora la belva addormentata.
in un canestro di vuoto il lamento
della giacca lasciata lungo il viale
nero di cornacchie di malaffare.
una cura a salve mi promette pace
cornucopia di ragnatele per salvare
l’eco del tunnel che fa stramazzare
i passeri e i velluti delle spose.
in me silente la bramosia del secolo
consacra bancarelle di molestie
per le stelle che non riescono a salire.
indagine di cometa starti a guardare
alunno che non seppe la lezione
né il rospo cavernoso da salvare.
18.
quale sarà l’occaso che mi stroncherà
il viso. la giostra sarcastica che non giocherà
pietà. mano alla nebbia forestiera
si chiude il parnaso dei cipressi
i pioppi segaligni che stanno stare
al fianco della gara dei ribelli.
in tutta gratitudine voglio chiamarti
amore segno di velluto per la notte.
invece la guerra è alle porte dove
si disprezza il giorno. in un fagottello
di ghiande ho messo via chi sono
una manciata di eremi dismessi
dove piange la fanga abbandonata
l’indirizzo illusorio sul palmo della mano.
19.
Aletta di digiuno guardarti il viso
morto all’altezza della favola
di trovar vita. mitezza d’aquila
la foce senza genitori, sola.
sul foglio di ruggine è caduta
la rondine. in un dirupo di squallido
meandro si azzera la fanciullaggine
la gita pazza di rompere l’argine.
diceria del canneto amarti
sotto i sassi della discordia
la lampada canuta senza luce.
invano questo restare invano
stani nei vespri le stanze più belle
le astenie pro capite di lividi.
è un gennaio afoso quasi un agostano
storpio stanato da chissà quale bestemmia.
guancia di meringa la tua anima
manciata sulla luna e di ricordo.
20.
la gita sotto il crepuscolo
ladrone di speranza
dove si attiene il bozzolo di nascita
la stampella certa del divenire
acrobata di sterco sulla terra.
l’indugio qui a carponi trottola
di niente e sghignazza la fola della fortuna
lontana dove non avviene aureola di sole
né apostrofe d’amore. il nulla dove si aggioga
la clessidra ha il basto certo della risacca
l’acume vuoto di perdere ossigeno.
21.
scansione di autunno le foglie
che vegliano l’amore restio
sul greto della voglia di morire
incudine e martello un solo trespolo
per allontanare la furia della luce
e l’ìndice a cimelio della scorta
d’ombra. bravura già sarà non aver
malore né languore di tirannide la
trottola incapace di pietà. tu dammi
un angolo di cipresso una leccornìa
per la vergogna di esistere e la stazione
dentro l’occhio pavido di dadi da lanciare.
me includi l’arena della giacca per un gioco
di cristalli con le domeniche fangose
sotto guanciali nebbiosi, tragici.
il grappolo di mimosa è fregato
dal fischio del vento senza avvento
nel chiodo dell’orecchio saturnino
nomea di sé giammai l’armistizio.
22.
dio del pensiero storpio
abbuia già.
qui sulla mensola del fatto
si registra l’asola di piangere
la strada nulla dell’apostolo
generico.
non tradurre le ceneri del silenzio
tra le novene azzurre delle povertà
le crisi del vero sotto tramontana.
invano si palesa l’ermo della stirpe
l’inverno canuto del postremo
indizio. vicende di trascorsi
non credere al vieto annuncio
dell’angelicato stato. il cencio
della morte porta via laconico
l’albore vate del gerundio nuovo.
23.
al cospetto del cipresso voglio andarmene
alunna senza la cornucopia della gioia
in mano alla stazione della veglia
dove galleggia la fioca giostra della strada
e si danneggia l’agave bonaria
e l’aloe patteggia la dimora.
invano le frescure della notte
ingannano il talismano reso cieco
dalle asme vigliacche delle ciotole.
le cure vandaliche del cosmo
disperano le rotte del fantasma
le migliorie del falso per i mozzi.
in terra d’ascia le fanciulle estreme
dimostrano che l’inguine è la forza
abbreviata del cielo. imposta l’ombra
all’acuir del bavero il vento si troneggia.
il compleanno del frutto è sotto
stasi d’edera. nulla si accredita
alla faccia dell’ambulante. qui si muore
in palio di giocata dove la rotta spande
secoli di secoli e la mania esercita
vendetta. il panico già liso della fronte
intonaca la curva della morte.
24.
la pietà di un antro è quando giungi in ritardo
e sgretoli la messa in un sudario
antiquato come un bambino morto.
indugio e catrame il tuo sguardo rantola
dalla trottola dell’alba fino a notte fonda
e la ginestra grida il tuo dolore.
in fase di randagio il tuo rispetto
non trova pietà. all’interno del fato
la rondine stramazza. qui si coltiva
l’imbroglio per il pianto inutile di scarto.
indagine e premura non supportano
la rotta né il fieno per gli innamorati.
è una crosta d’anima che sanguina
vicino all’angelo custode così impotente.
in tutto lo scempio di subire si spegne
la patria di darsene darsena. muore l’aurora
che segna il verso e la paura è la forsennata
strage sul genio del bambino. l’area pedonale
della stirpe non sopporta famiglia. il diavolo
della discesa è ripida falena. il gaudio della iena
è in fase di strappo di morso letale.
25.
più vicina si scontenta la nebbia
erbaccia del cielo piena di denti
per impaurire la cialda della rupe
appena in tempo per cadere.
s’infrange il bozzolo del sole
bestemmiando lo zotico carbone
che lo attende amico inutile di fede.
invano lo scarabeo della mondezza
trafuga pallottole di pane
tanto la fuga lo schiaccerà al passo.
immensa la fortuna della ganga ridanciana
dove si avverte l’Ercole di giungere
chissà dov’è la mania del bello.
in ernia di ciabatta voglio correre
con la graziosa epidemia di piangere
sempre e perché con il motivo vecchio.
ingiungo a te di chiamarmi astrale
cometa elemosiniera, canestro chiuso
alla palla. anzi avverti i miei che sono
morta nonostante la criniera del gallo.
26.
mi va di crollare nel fantasma
ascesi finalmente senza asma
né manuali per restare
nonostante il lutto che spalanca gli occhi.
in fatto di cornucopia ho perso il nome
presso la cantata infernale della fanghiglia.
tu che piangi le aureole ventose
del sacrestano le pulizie sacre
senza morto da celebrare.
con le borchie sulla spada dell’angelo
voglio giocare agli inseguimenti
tanto per farmi amare un po’ di più.
in palio alla materia del contendere
sto giù da tempo senza museruola
né crolli di comete fratellastre.
strazio e cipiglio questa anestesia
non buona al dolore che si ripete
fratello di iena colmo di bestemmia.
mia la manciata degli sterpi
volitivi al massimo della furia
dove si addentra la madre senza figli.
27.
sarà festivo il dì del nome tuo
traguardo di balbuzie nonostante
lo scarto dell’ombra. avrai di dio
l’icona buona la saggia chiave di
chi rompe indugio per flettere la
nebbia oltre steccato. la conca della
culla sarà conclave contro la veglia
dell’ora tragica. beltà del sacro cuore
la tua nomea è vertigine di bosco
dove consola la terra la bestemmia.
la stiva della ruggine fa di sangue
il veto, la rotta ginnica di guardare
il sole per adoperare la vita verso
l’estro di conoscere la lira delle statue.
canestro ingordo l’infimo del bordo
e la giuria che convoca vocali di abbecedario
la filastrocca occlusa alla vendetta.
ammanco di cipressi la tua stalla
viadotto di comete senza magia
nel ristagno del fiotto rantolante.
28.
viuzze di alfabeti starti accanto
simulare l’occaso per un brivido
d’amore. invece è tacito l’embrione
di morire da sotto il glicine
piangente. gerundio di rondine tornare
natività del bandolo il sorriso
se finalmente si eterni la questione
di ridere accartocciati insieme ai fiori.
si erutta sul calvario l’ultimo bacio
cimitero di rendite desertiche
milite ignoto l’occhio di cristallo.
in tasca l’arbitrio del diario
con l’elemosina scaduta della briciola
il sisma in canottiera della sposetta.
miriadi di rantoli guardarti andartene
in mano alle lanterne delle grotte
dove nessuno è visto per vedere.
in tana sull’occaso piange il figlio
con la scarogna enorme della nascita
inflitta per dominio di demonio.
29.
con la palude negli occhi
continua il ludo di perdere la spada
nella conca di mia madre che non è arrivata
partita dall’avamposto del rantolo.
così si sceglie l’osteria del sorso
verso la gita di perdere la veglia
e il germoglio di orecchini regi.
gironzola così l’attore di cometa
quando lo sforzo è fatuo di piantagioni
ginestre di pavoni i giardini infantili
nell’aprile la quercia si fa vestale
di strani strali verso le rovine del tetro
malessere sonnambulo di grido.
al fuoco delle rondini che scappano
la malia del demonio se la ride
con l’attaccapanni impicca i poveretti.
sull’orlo della frusta ho stimato il cuore
neastro come il panico del sale
stato nella cenere per sbaglio.
30.
così si muore nel dialogo del sale
il borgo chino della bocca secca
quando felice come addobbo il gobbo
passeggia nei viottoli più ciechi.
tranquilla nella morte la madre
ha il volto diafano del consiglio
la nulla fame del singhiozzo ucciso.
incontra insieme a me la stanza vuota
il lavorio di sembrare vivi
nonostante la voglia di morire.
così è mortale la spianata d’ascia
quando l’alunna non sa la lezione
né uno scivolo appena per scappare.
in curva alla minaccia dello strapotere
resta la culla unica del fiato.
31.
non sarà l’occaso a rovinarmi il viso
né la casta delle rovine addosso.
in fase di postura mi mancherà la madre
la bella fiaccola che era guardarla
dall’apice della gola la gioia in pianto.
l’erpice del demonio è un’acuta vergine
una risposta fatale per la botola
di non tornare a casa.
32.
così si carica il mio ridanciano aspetto
questa pupilla con l’iride bianca
senza rispetto per le farfalle.
sono una gestante senza figlio
né per caso un lingotto d’oro
per i piatti della cena di natale.
sono una molecola stizzita
un pallottoliere senza colori
né eremi nascosti per la scarti.
in culla di mestizia ho curato
un angelo, pensa un po’ un angelo
protettore ammalato di impotenza
e lusinghe tramite le preghiere.
qui non c’è pace nella sarabanda
del caso, ma piange il dotto che
non sa parlare. le lunghe astenie
non sanno abbattere un caso contro
una palese ingiustizia sul fratello
accanita al guinzaglio della disputa.
si abbatte l’ardore in un fermaglio
stia zitto l’uomo che blatera risparmio
verso il costante cospetto di morire.
33.
la bisaccia della rondine non basta
a trasportarti da me. l’inguine della meridiana
inventa un amore per tramortire
le paludi. indagine corsara starti a sbirciare
per ciarlare il verbo di rincorsa
inventando la guardiola delle gioie
inesistenti e vane.
giochini di comete nei bambini ciechi
quando la bussola connette le onde
per divertire quegli occhi spaesati
riuniti sotto buio. la marea del discanto
scaturigine le nenie poverette
le turbe scure di chi piange sempre.
prestato Olimpio starti a guardare
da sotto le tenebre del fato
tanto per giocare con la terra smossa
riordinando i fiori all’insaputa del grano.
giorno notturno la spocchia del pipistrello
quando i cattivi paventano i morti
e le notturne spole delle lucciole.
l’indarno fa con me la vita nera
l’apostolo diavolesco degli sterpi
dove si fanno asole cucite per far
restare il petto aperto al vento.
34.
chiude la voce rantola pesante
mistero d’angolo, mia madre.
pagliuzza di cometa presagire
quale sarà la zattera salva
l’aquilone al dito della gioia esatta.
va e si spreca la furia dell’onda
mareggiata senza cantico di sirene
né rotte esotiche da girare in guado.
morente l’addobbo della nuca
nel silenzio botanico dello sguardo
la solitudine senza panico guasto.
imago la rugiada sul capino del passero
pensa la goliardia di trovare un ufo
da sotto l’orto abbandonato a sasso.
35.
già s’inarca il fausto cortese
il senso molle del fusto senza albero
quando bambini si gioca con qualsiasi
essenza di divario. io non trovo luce
d’oratorio né verso da scrivere redatto
dal ponte dove stridono i gabbiani
o le bambole remote di chi fu
vanesio esule di sé. ingordigia di sale
aspro ricordare il costo di crescere
sotto la luna sprone per i sogni
vellutati daini. s’innamora l’atrio
della diaspora quando tutti stanno
andando via verso il silenzio del dato
tratto. in mano alla macedonia del dolore
si tempra la vergogna del gran piangere
noi sterpi qualunque di vogare. in piena
alla fanga atavica del lutto
torni l’encomio di fingersi ginestra
la tempra giusta di giocare in coma.
36.
vanno di moda i trucioli del baro
le litanie maligne delle ruggini
quando soccorso non arca arcobaleno
né al forziere si aliena la ricchezza.
una legione di acrobati le stille del sangue
quando le amazzoni purificano le chiome
col vento di maggio. è giocoforza non combattere
le falle avvenute dal lontano scarabocchio
della botanica acerba. le serre troneggiano
l’afa del buono dove ingrassano le piante
succulente e labili come un viaggio sacrale
verso il più lento spirito di bacio con spina.
s’inforca la pietà per le lentiggini giovanili
quando la rotta è un apice di raggio
e la paura un tuorlo da farcire.
impaginando l’estasi in un tuono
allora ho il libro da cucire per darlo
alla ginestra più tenace al cibo migliore.
37.
invia il sale all’unità degli occhi
dài soccorso alle lapidi bambine
dove s’intromette il sorso del diavolo
o il cannibale volo della cornacchia
rumorosa. abbi pietà di me che salgo
lungo navate viscide di brina
e conseguente il lamento quotidiano.
nonostante l’avallo dei ciottoli per correre
resta la fiaccola di non capirci niente
né sotto ruota né in apice di gemma.
il mare che azzera le pignatte
non sa fare la polenta della nonna
né la cometa azzurra delle fate
lamentevoli qualora le si lasci spente.
io piango l’avventura della roccia
la scialba calamita del bello fiore
la baraonda dei casi di diamante.
inverno toccherà la ronda dei fantasmi
il mito caro di dirsi fuoriusciti
dalla vendemmia di vendetta. non ci sarò
pertanto per additarmi vinta.
38.
favola ingorda lato di proverbio
tutto contuso il rantolo del santo.
senza speranza il tufo del tugurio
quando domenica si esalta di benedizione.
è giusto il frate che dimora acqua
e pane in un letto di stoppie.
memoria confusa l’arsione di amore
quando la pia indagine del bacio
ciondolava allegrezza sotto l’abaco
di contare le rimanenze e le zattere ferite.
in mano al conclave delle nuvole
abitava una storiella senza senso
né come d’uso si potesse fare
la lirica del petto senza soffrirne.
39.
invecchia la primavera in un arancione di gambi
la briciola del passero avvera la pietà
se da domani scricchiola l’inverno
e il paese doma la cicala
patriottica e ribelle.
di già palese l’eredità tombale
quando chiunque tace sulle sevizie
subìte in età solare. la massima mansione
è sanatorio d’astio quando qualora qualcuno
sorride d’ilarità finale. gaudio da scoglio
somigliare l’angelo traguardo nel dado fido.
il tutto il mio saluto arriverà premura d’angelo
finalmente la gerla di una mole di fiori
dove qualcuno riderà ragazzo
ed io simile sarò. scherni d’innesti non saranno
i fratelli trascurati dalla baia del porto
dove si foggiano gli orfani. tamburi di norme
le direttive del cielo o la barzelletta blasfema.
40.
dove cicala il mondo l’elemosina
grandezza stimmata del vuoto
caracolla nel diluvio delle lacrime.
qui un’identità è un coma castellano
invaso dalle onde delle meduse
senza occorrere dire la bellezza
qual fu un aneddoto felice.
fa conserva la rondine del nido
e la barcaccia del cielo sfinito
non aiuta le lucciole del cespuglio.
in mano alla mignotta che intristisce
viene dal cavo la resa marmorea
il nodo in panne di trovar la pace.
41.
sarà così che andrà via l’umano
dal sangue prolisso dell’invano,
la gloria scalcinata dell’infanzia
quando mia madre m’incise il cuore
per una manciata di cipressi plurimi
dove nessuno osa ridere la nenia
di guardarli. in pugno all’osso di mio padre
morto questa cometa resa permuta di sé.
la giuria della foce è il disinganno
protervo quando una rupe in fretta
canuta. la tuta della neve è un pupazzo
che fa cadavere sulla panchina
patente noia della vita china.
il feretro del sole non sa promettere
che regalie di ceneri. il ghetto del sopracciglio
non mi fa vedere che ombre nel breve viale
che sperpera la rosa e la inuma.
42.
resisto da sola in campo corto
in un assesto di storia quasi sbornia
per uno svilente anfratto senza abbracci.
brancolo una neve che mi dia rispetto
un aspetto smilzo per le rondini
finalmente una gincana credula
dove addormentare il tempo.
un urlo bonario di civetta
accrediti il lunario presso dio
con la risposta in apice di cielo.
qui a me di spalle c’è un diamante cieco
valore letargico e mortale. accanto
a un amante mansueto s’issa
la stazza del verdetto.
43.
azzardarmi a piangere ancora
tu che fosti amore di corriera
quando la strada inciampicava
e la cava eterna dell’oro
era la nostra vanagloria.
più piccolo di un putto il tuo soldato
quando preparava la vita con lo zaino
delle belle arti e si baciavano in fronte
i passerotti con le allodole dolenti.
vizzo paracadute non vivo più
che argini divelti verso il lutto
della resina partigiana più forte
della colla. in lutto dal secolo scorso
m’immacolò il dorso della nuvola
così per pietà d’affitto. ora regna
vuoto lo scivolo senza le giostre
o il pegno della rondine a tornare.
immortale il setaccio di mia madre
trova ceneri proprie più nulla da guardare
dal faro che vanifica la luna. ora è morto
il rito e l’alfabeto beato qualora fu bambino
in sella alla trappola divelta. in crollo alla tattica
del cielo la foto di mia madre è sbiaditissima.
44.
elemosina stellare il coro del lutto
dove si trovano gli elenchi delle stasi
e le vermiglie monadi del sale
dove gareggia la miglior giovinezza
e s’inquina l’ufficio giornaliero
tra venuzze di strade senza fine
per l’elegia di nozze senza senso
dove troneggia estate la superba.
venuzze d’altro mondo fare la guida
verso paesi dotti di ossigeno
mangimi per gerundi stare allerta
quando prevale l’enigma di tanto male
tra lo squallore del legno e le formiche
che schedano l’alloro della gioia
in un divario di denaro per assassini
in un urlo di silenzio per l’avaria
del tetto senza amore. incudine di satana
vederti morire da sotto le squame del serpente
per addii di gruppo dove si muore
in assoluto candore. viltà del sale
il peso del romanzo giallo su nel viale
che sale alle panchine. italiano il chiodo
sulla fronte dove si appende amore
e la condotta anemica del dubbio. inediti
viali di leccornìe le fate.
45.
dove sarà il figliastro dell’ombra
che mi percuote le notti
che brama la bava del diavolo
e volteggia sulle cosce del Vesuvio.
intaglio aritmetico baciarti
ora che vuoi morire all’abituro
dove ha furore la darsena nervosa.
46.
Non gioia d’armonia questa risorsa
Esperta d’espellere le ree acque entro l’alveo
Senza la culla medica del bene anzi anfiteatro
D’elica il sangue vago. Sparirà nel sangue nudo
Somigliare alla maretta di reggere gli sterpi
E le calunnie magnifiche degli orti
Dove fa premio il palio delle rondini
Con le raggiere di bici senza coraggio.
Tu dammi le girandole perpetue
Caduche all’ombra del cordoglio
Dove vivacchia il remo della sfinge
Che strenua somiglianza ha con le gesta
Di carcerati minimi.
Fraterne stasi queste alluvioni vili
Interne alla similitudine di scasso il piangere.

47.
vicolo guardingo e sottovoce
costato che piange le favole
ma lo stratega le riordina
per un residuo di gioia.
vive il santuario un giovinastro killer
una ringhiera mobile alla pioggia
nessuno è al sicuro sotto l’incubo
di perdere staffette anemiche
perseveranze di ieri volerti bene
quando ormai è ora di palude
e la genesi si fa ultima
marina di costato per il sale pessimo.
il genere di piangere è vetusto
tu sei stordito dalla ronda del dado
dalla faccenda di ascoltare gli angeli
mutanti soprattutto sotto il tempo.
gira la luna l’eredità del figlio
la pozza esatta che ti dà intruglio
e manuale da ascesi per combattere
le figliolanze caduche della fune
sotto la luna. l’età del buio figlioccia
questa rupe di blasfemia perenne.
48.
su per l’asilo in zaino e bandiera
nacque la faida delle rondini cocciute:
crolla nuvola d’ospizio!
laterizio d’ombra sembrare madre
per piangere di meno latitanza
per giungere ai cipressi gemellari.
ho messo il diario sulla fronte
per perdere l’amnesia del fiume lento
qualora persistesse la graticola del piangere
ad armi impari con il diavolo in saccoccia.
49.
In un asso ho creduto quando ero giovane
panchina verniciata di fresco
per accogliere gli incentivi delle vane
ancora vaghe grandiose nel suo flusso.
Dio di naufrago ho raccolto la salma
la malattia del cucciolo che non sapeva cantare
né eliminare le mosche che l’opprimevano
ecco l’invano escogitare avventure.
La giacchetta del milite sembrava ammalarlo
da sotto al bavero che non bastava al vento
né al ricorso di dire sono novello
per proiettare il fucile contro.
I libri in pila sopra il davanzale
lo aspettavano in zattera di fresco
ma la finestra si aprì e tutto cadde.
50.
offendere l’alba è la rinfusa del dolore
dolorarsi in sacchi di iuta
patemi di angeli offesi
da sotto l’alba che non aiuta luce
né la chimera di badarsi nati
sotto germogli che non si aprono
né incidono la terra con la gioia
di qualche petalo schiuso
per il luccichio della fiaba.
il prezzo del cipresso non scarseggia mai
anzi di avvita girandola di occaso
mare scalzo di nebbie cattive.
autunno di mormorio le foglie morte
dove si cresima il modo di morire
sisma il singulto un altro dovere
quale resina di addobbo per cipressi.
qualora affretti l’ilarità del vento
nulla sarà manciata di quest’enigma
malevolo al tatto e alla meraviglia.
ingludimi in te gioia di pantano
perché io possa studiare la meraviglia
di ergere un diario esplosivo
oltre la rondine priva di cimasa.
non patema di Augusto la ventilata soglia
anzi si oppone la terra allo stormire
di un arcobaleno di bonaccia senza la madre.
51.
includimi alle cimase delle case
rondine perfetta. fai di me un argine
di occaso per morire sonnambula.
già sul collo sento lo zaino di bombe
per le ossute crocevie di morire
finalmente con la patina di sorridere
le gite di fanciulli senza fine.
dammi il coraggio di credere alla stazione
dove si arruola l’occaso della nuca
la casa ottusa che non serve più.
meringa di me ero bambina
senza la gara di reggere il sole
ma piangere per sempre sotto lo stabbio
di gatti alla malora. indagine di azzurro voglio la dritta
di andarmene mangiata dalle onde dal vento più cattivo.
resto per una mania di persecuzione
senza coraggio di arridere al tonfo
come fanno gli atleti della sorte.
invadimi il sentiero di crepare finalmente eroe
del caso sposato con la cenere. invece sto a casa
urlo di alcova verso la teca morta.
sono caduta nell’eremo di pece
condanna con il cappio della storia
alunno senza nanna per tornare.
il leggio del prete consuma le ossa
dà da credere erudita la fossa
finalmente senza lacci la concordia.
Veronica l’addobbo della pietà
mi dice no con la tunica stracciata.
52.
nonostante il buio della roccia
vado consunta a cercarti,
nella scansia della madre
la farina si è avvelenata.
lunatica padrona la mia stanza
tutto desta diavolesco,
le muse non hanno le esche per essere
amate. a muso duro uscirò da dietro
per non farmi pescare. chissà se basterà
il ciliegio per reggere la falla
così perfida da fare litigio.
le bambole si ammalano vestite
come i fiori finti sembrano vivi
carichi di polvere.
brancolano le giostre che nel vento
diventano vecchie darsene di ruggini.
angeli resi inutili aspettano all’angolo
godendosi la vacanza cattiva
di nullafacenti amori la terra d’accordo.
53.
rancida la mania di rispetto
le spore che vanno e vengono per
far nascere i fiori di pasqua. sulle cimase
ripidissima la venia di chiedere perdono
verso l’occaso e l’alba gemellari.
in un tono da statuto ho visto
l’erba piangere gli stenti delle brine.
un osanna di sperpero il tuo cuore
sensato nel massimo bene
degli specchi che non ti ingannano.
io sono invece una pietà stenta
incline alla bestemmia
alla cenere che stermina se stessa.
in tempo di basto inchino il viso
verso la cerimonia della fatica
la viperina sfinge del corpo nudo.
in mano alla vergogna civettuolo il mondo
ma la bravura accasa lo scontento
vetustà del tedio darsi la morte.
54.
pietà ritorna in fase di collasso
era l’inverno che mi salassava
il ventre e la nomea del sale
a far verdetto. nel sale che fa rantolo
la nebbia si adotta la scodella del viandante,
fosse cortese il panico la pallida aureola
del mio sconforto partorito dal torto di restare
residuo di vita traballante straccio.
in braccio alla maniglia della rondine
apro il mio risucchio la povertà guardinga
di sfatare chissà quale maestria d’orizzonte.
oggi si piange per sempre sul sereno
sul labiale di chiedere il chiaro
per una bastevole entità di nicchia.
in pietà di chiodo arrivi santo
il traliccio che insinua malinconia
la trebbia di starsene morenti
sotto la reggia della gioventù sfinita.
55.
la luce dell’erba stando in cantina
dove si affaccia la verità del drago
e pialla il gomito la fossa.
intruglio di cometa credere in dio
nella faccenda che squaglia il sasso
e lo rimembra assoluto.
i cortili scolastici hanno il canestro
malizioso d’amore. la luna mortale
stemma di meringa la gara di fare
gol all’ultimo minuto dove s’intralciano
dio e la sentinella del campo. addio
ti dico con la cialda vuota
e la manciata di un eremo cortese
in mezzo al senso del vero incanto.
segugio di me il fare meta per connettere
un angelo disperso verso il simulacro del
vento che scortesia avviene. non darmi
inverno anche tu che premi verso la stesa
dei fiocchi di neve. da subito verso
la giungla delle miniere si siede il veto
dell’angelo il gerundio malfermo delle unghie.
l’esito postremo di chi mi chiama strazio
per la fasulla inutilità del fato. in culla
sull’addendo delle foglie vo tracimando
cenere.
56.
mi va di piangere col sole nero addosso
lo sgombero opaco di qualsiasi favola
la merenda che ingombra le tasche
da piccoli. la spazzatura degli orti blasfemi
la chiamo origine, genio di pettine per far
felice una donna durante l’età infelice quella
a verdetto di vecchiaia nonostante le poche rughe
e il sorriso smagliante. da poche anfore ho fatto
sorgere una vestale per angelo custode: bufala
di fede.
57.
quale strapiombo canticchia contro il mondo
quale gioco d’ecatombe imbratta questa zattera
in fin di vita questo calesse d’anima
dove trastulla il vento la rondine infinita.
magari in acqua avrò un’appendice panica
cade la luna un anfiteatro di cielo
vorrei l’amore un chiodo di rimborso
per il fato ottuso di sentire noia
Ercole sul tetto da beccare passero.
Ignudo il mio eroe era una farfalla
una zattera da darsena per i cuccioli
dove alloggiano le lune senza astronauta.
E invece è tutto occupato da una sorta di baratro
da una cipresso marino senza equoree vicinanze
piangente la maretta senza le barche.
inchiodami i quaderni sulla cattedra dell’orco
che possa morirne senza rancore
senza i bruciori al petto di quando ero viva.
58.
postilla di fame il tuo sguardo bambino
quando severa l’estasi del sale
non consente di dormire sodo.
le foglie a terra piangono le fate
quella natura infante che le faceva forti
al sole delle rondini benedette.
in una strada di strilli dove chiunque piange
c’è l’accesso votivo dove chiunque chiede
di generare la voglia di morire
teneri nel sonno. veranda della nonna
starti a sentire vetusto cardellino orfano.
59.
sillabario insano l’urlo
del mio riposo impossibile
quando la cerchia delle rondini loquaci
brevetta inquietudini di stille
vite di stallo. si ammacca la stagione
della libertà per un consenso cafone con il sole
e le bieche aureole dell’ombra. tremulo di nebbia
e di sicuro senza stanza questo scienziato
che inventa le cure per essere sicuri addobbi
di natale per la natività di sé. incontro
il giubileo delle pietre insonni questo
cadere infame sotto financo le grotte.
scempio di sale sulla ferita inerme
del secolo nebbioso in transumanza
senza la retta di una ragione buona
60.
Signore Iddio cieco cuore
palese inganno dove il ricordo
getta dolore gaio alle cornacchie
e il paese si rinchiude carcere
di assoluto sguardo. di diletto e di fragranza
credere alle nespole dove lo spoglio della luna
è lo spillo di crescere per morire. in palio sotto
l’abaco del ventre c’è la staffetta della cometa
cadente dove s’impugna il tempo di resistere
brani di vento tagliole crudeli. divento la sillaba
del sale ogni qual volta l’origine del desco
commette eresia e salso credo. versione di
solitudine guardarti senza la verità della sillaba
bacata dall’ardore di morire. sono un caso
d’incombenza atroce perché la nebbia mi percuote
il cielo e la staffetta del tempo sbraita le cellule
maldestre. su di me si stagna la palude
della luce cattiva senza pupille per capire
il mondo o la rondine dolente. in mano al folle
ardire del silenzio c’è la brocca candida di olive
dove spera l’alunno elementare e la tragedia s’acquieta.
dimmi perché non hai badanti di lucciole
né chiome per il fratello innamorato
del mare sconnesso senza pena.
61.
viltà del cosmo canone del sale
l’età del rospo funzione occidua
il nero silenzioso che assassina la duna
in giacca canuta e prigionia di fato
vado a saziare l’incubo e la balena
irascibile sotto le dita o le ascelle del branco.
in breve al vanto porterò l’enigma
per salutare la madre sartina
e la ribellione fottuta. la cultura del borgo
è un argine dimenticato ma con bestiole da cortile
dove si arena l’inguine della vergine.
il cuore salino fa da discesa all’ultimo
esangue nomignolo dell’angelo fallito.
nella fiaccola ventrale una donna si accascia
palese ospizio di sé. la nebbia di spade
allunga il mistero di chi sfoglia le trappole
del crudo dazio di dover essere per forza
domande al fato tragiche lungaggini
verso le forche ennesime tragedie
di discole faccende prestanome
in fato la stanza di morire trapani a capire.
62.
impiego di siluro stare al mondo
bestemmiare le cantiche dei dadi
per i cipressi che crescono di punta
per il lancio del cardo contro gl’innamorati.
invalse in me un lutto senza ciotola
senza la base nuova per arrossire un poco
verso le sirene che restano di stucco.
verso la pece scompigliano le stagioni
i lutti lunghi di chi non vive mai
né arrampica le rupi di dislivelli.
tutto s’impenna alla radice del sale
per dare gelo alle fresie appena nate
alle conchiglie abrase da saline.
qui si conclama la stagione del santo
quando qualcuno ama i disperati
per combattere le rupi mai facete
o le singole bravure di chi muore.
atavico il sortilegio del lutto infante
celle del bivio perdere contatto
con l’aureola verde degli angeli
con la strada maestra per una frottola
intonacata a regime funerario.
63.
soglia di cometa starti a guardare
amore di soccorso sorso buono
la demoniaca del rantolo blasfemo
dove si mura l’età del canto.
in un eremo che certifica la rotta
la rosa spampanata fa da pianto
questo ridosso che non aiuta a niente.
l’infuso per la febbre mi aiuta a campare
la terra desolata delle tempie
il bilico del panico irruento.
non andartene da me nell’ora stramba
ma badami di coriandoli arcobaleni
la soglia di non andarmene braccata.
in rotta con la cantica del dubbio
c’è la spina del rigagnolo di sangue
la brutalità dello scempio di guardare
imputati innocenti verso le celle.
dio dell’abaco mi costringe al giro
di genuflettere l’aurora con l’occaso
per sparpagliare le norme salva tutti.
64.
pendolo d’occaso questa stagione
mirata dalla strage della giostra
dove si perpetua l’enigma della fata
se la cometa è una valvola di scarto.
urlò la fronte di cantare rabbia
e bastimento l’assaggio del sale
nella Maremma di volpi infelici
dove le cellule delle meraviglie
fanno da mafia il sole con l’orgasmo
del polline. genuflessa la rondine tragica
battezza le faccende delle cimase
l’alloro sul cipresso per gli eroi
che traggono gli albori come fanciulli
su gondole che piangono maree.
so dove piange la valle infantile
la tremula rendita del fato
con la gimcana acida del sogno.
domani la frutta è un embrione nuovo
dove si aggira la ronda delle darsene
con le voluttà del dado.
rimpiango chi fu un creatore buono
una torre di anemici passeri
per la silente stiva del paradiso
indarno. amarezza la consulta con i semi
di nascere, né le ninfette del genio
consolano la foggia del pianto verso
la scena del carso senza fiori.
65.
Padre del caso io sono il tuo
Dove si origina una linfa nera
Pastrano il diavolo di esistere
L’incombenza straziante dello sguardo
La luna la toppa per credenza
O simile bastardo del no
Per una causa sull’inganno del comunque.
In duro sasso l’anemia del cuore
La speranza salina del re pastore
O almeno un anemone di mare
Per credere alla mutezza di dio
Malessere maturo su per tutti
Gli idioti bambini delle sorti.
Salva per me un’oasi di petali
Una bisaccia salsa di sogni fatui
Una minestra per connettere le stimmate
Col breviario valente e resistente.
In pace alla nebbia fu l’aureola
La rea combriccola del seno
La femmina corsara sotto duna.
Il cielo si annulla al primo sacro
Sacco di scorta per battaglie blasfeme.
66.
Crollo del viso incudine e mania
Il vero stato di passare il solco
Con l’ambo cuore di morire cieca
O sotto la staffetta della boria
Del lupo.
Presagio del lunatico lamento
Stare accolta dal giogo della gogna
Dalla fanghiglia inane del boato.
Corso d’anatema voler la vita
Concessa per addobbo della gioia
Invece che per fulmine di ceneri.
E giace su nel petto l’amarezza
La cruda azione di fingersi svegli
Nonostante il dado tratto del fagotto.
Qui muore l’arabesco delle foglie
La nuda giostra della ruggine invasiva
Foto di sé una donna senza l’inguine.
67.
era inverno il sillabario atavico
maestria giullare fece di noi il vicolo.
asmatico ponente il ripetente pianto
una solitudine eccessiva fu l’inguine
del fato. traballava la ringhiera ma
non si usciva dal gorgo delle ossa
né la contea del faro rattristato
aveva visite di uccelli. tutto sembrava
stato di moria accanto al fossile ignoto.
68.
Ammanca sotto i cristalli degli angeli
questa sommetta nuda elemosina
sposina con la resina della morta
aurora. il letto della rondine è la gioia,
la rovina del fato essere vivi
sotto roghi di lacrime e belletti.
ormai si arriva a cresimare il diavolo
questi marciumi misurati di denaro
per gli avanzi di sempre ogni dittatore.
qui si palesi la fronte delle rondini
infantili per sempre sotto le crepe.
indugia sopra il ponte perfino il ladro
incredulo di passare l’altra sponda.
di me sarò l’altra sponda tra poco
quando lo sposalizio mi vorrà uccidere
finalmente saziare di buio.
69.
Libro d’inedia l’effigie della cometa
Non serve a niente. Ottuso amore
Il giglio della vetta e la canzone in testa.
So tutto del domani che mi duole
Leggero anfibio senza la salvezza
Sopra la mazza del giocatore.
Qui si muore in lanterne magiche
Senza la fata di stazione giovane
Dentro l’alone di sentirsi fato.
Il male in pena al nato
Significa gaiezza simulazione di beato.
Qui l’alunno intasca la penombra
La bravura di tessere inciampi
Con la stragrande maggioranza d’arte.
Di noi piangerò l’erba vizza
La nostalgia sicuro lucchetto
L’intromesso diavolo del pozzo.
Verrà col volo l’autunno maledetto
Il cadere per sempre prediletto
La preghiera inutile del detto.
Addosso alla ringhiera morirò con l’edera
Un frastuono di nebbia solamente.
70.
vorrei azzerarmi in un cantico di stasi
fare da zattera a una manciata d’ombre
che cantino fraterne l’armistizio
come in casa d’altri la gentilezza
per far sì la figura dell’orto
senza parassiti. il cielo è d’acrobati
pronti solerti libellule anche se alcune
lesinano.
71.
Amor di nostalgia starti accanto
Sciacallo lo scoppio del cuore guardare mia madre morta
Fasciata da un lenzuolo cattivo come la bara
I fiori da buttare bellissimi
Inadeguati all’illusorio bene.
Me ne andrò al collo della luce
Senza il tempo di guardare fuori
Né le banconote che lascerò ai ladri
O la maremma mamma con le volpi.
Io mi lascio nel conto della spesa
Nelle briciole che frammentano lo sguardo
Nel sale di ciotole maligne più benigno
Dove morire è un salto di gioia.
Ordine di agguato starti a sentire
Dove la morte risana il nel sorriso.
Il tempo di mia madre è scoglio nudo
Trapasso per andarsene cometa
Lieta donna di senno statuario:
ora vengo io e il tuffo è annegamento.
72.
stelle sotterranee l’occaso
La fase nera di morire giovani
Dentro una stanza spaccata in due
Per il dolore dell’urlo
E la faccenda atavica del pane duro
Schiacciato dal marmo della fionda
Per la gioia di piccoli cantori di morte.
Esiste un luogo cronico di nebbia
Dove le rotte belle dei fanciulli
Divergono dal suolo per il cielo.
Immune non sarà al capezzale
Azzerato da rondini maligne
Dal fiuto nero di morire errando.
Da qui al caos della trottola
Resta un infuso di stregante amore
Per le vigne corsare senza natale.
Tu reo nel cordoglio di salire
Sembri alunno del buio recidivo
Dove si accumula la nascita che fa spavento
Alla maestra sazia di diamanti.
Così il torcicollo della stirpe
Avrà un capitolo di mancati addobbi
E frasi sotto il letto per delirio.
73.
Che venga sì questo dolore grande colono
Della spiaggia così sarà l’ennesima
Stanza di perdere la vita
La stazza che fa da fulcro
Crudeltà d’agro commettere rapina
Al quadrifoglio visto per caso.
Intrusa acredine il fato morto
Dallo sposalizio di una rondine bambina
All’acerbo approdo di nascere per forza.
Introduci in me la fata mastodontica
La buona forza di commettere silenzio
Salute e orgoglio salutare i vinti
Verso la rotta che erutta Santi
Brevetti di silenzi il capitan cortese.
74.
Poveretti aquiloni i sillabari
Denunciano acque che non dissetano
Nei miseri appalti per resistere
Condivise ceneri l’avvento.
Origlio quale fu la lontananza
Questo dispetto di foce senza vita.
Coriandoli bambini che promisero
Alloggio alla cometa sconsolata.
Caldo zaino vederti arrivare
Ricavandoti aureola infinita
Tanto e caso di morire a caso.
Animata bottega consigli d’angelo
consueta maestà vederti giungere
dove si posano le doglie di morire
fanciulli centenari senza etimo.
75.
Piange di me l’aureola nel fosso
Questo patema agro alla spiaggia
Dove addormenta l’estro ad occhi aperti
Nessun compagno d’elemosina il dolore.
Poi mi colse parola d’eresia
Lato consueto morir di sassi
Quasi ne vissi moribonda sempre.
Urlo del fato stare sotto il letto
Come di strazio la foggia della croce
Quando mi ammancano il cielo e la sconfitta.
Paralisi di stato la pupilla all’ombra
Chiedo l’esilio in rarità di pace
Per ergere un dovere di solarità
Al guado in agguato. Sono morta
Col sibilo alla bocca nella nuca flessa
Morente all’alfabeto delle cose
Mortale al visibilio delle rose.
Sisma di elemosine morire.
76.
Gerundio cosmico amarti
Voglio voglio il tuo dio per me.
Angelo di galera il mio rimpianto
Sosta d’angolo per finalmente piangere
Darsena nuda la mia rivoluzione.
Senso del dado tratto aver memoria
La fuggitiva rendita del pane
Dove si eclissa il giro della rondine
E vedova la sfera di cristallo.
Nacqui dolente vano il sangue a vanvera
La vera stasi di reggere soltanto
Il corpo a meraviglia di saperi.
Poesia di Venere la tomba
L’abaco ottuso di non capire niente
Né il girotondo comico di bimbi.
Qui è la fionda di colpire vana
E lutto il faro alzato oltre l’onda
Con la clessidra che mormora di più.
77.
Il secondino della biblioteca
Porta e deporta libri.
C’è un muro di stasi
Negli occhi scritti senza morte
Ma plauso d’inedia.
A natale mi sfugge alla chetichella
Il cuore, sono arsa dal genio della fonte
Da dove inizia l’enigma del basto
Con la staffetta tragica di mode
Già nude. È sfinito il vocabolario
Bacato dalla regia di dire la forza
Innata al secolo infelice. Ma sono nata
Germoglio di eclisse, fase vuota verso
Il sorso del pantano nominato vita.
Non ho esuli nell’abaco del sonno
Né enigmi per brevi amori sotto il sasso
Di promettere fausti i giorni. Sotto tabula rasa
Il sangue impiccato. Oggi il nido è un buco
Un cuore monco. Coma martire sapere
L’interno che attende sorpasso.
78.
Dio del suolo nero perdere la vita
Occaso di calunnia la sconfitta
Abrasa dalla ruggine nemica
O sotto frottola il sale della storia.
Mesta cuccagna elegia di morte
La fosca stamberga del cuore franto
Sotto il tramestio delle rondini morte
Per occaso o semplice sfinimento.
Ebbe basto ilare nonostante la morte
Quella bimbetta solida di nebbie
Quando bastò aureola di luce
La sfinge della questua nonostante.
Gioiosa fune della mia morte
L’età felice un granello di sabbia
Sotto gli esposti papaveri di niente
Con la morte del cielo non sedata
Lugubre attivista quale un rantolo
Bacato dalla resina di resistere.
La rondine nel passo
79.
Come farò a rendere giustizia
Al protocollo insano delle vertebre?
E’ solo un saluto l’apolide del sangue
Questo guasto strato della pelle
Denuncia di se stessa.
Il sangue vieto della terrigna aureola
Commista con la rondine di non farcela.
Amore oscuro il tuo ritratto vuoto
Questo straniero vincolo di stare
Agonia del remo che si spezza.
Mio straniero vincolo l’inconscio
Dove morente cola la cometa
Cocente meta di vicolo cieco.
80.
Dio della notte il tuo soccorso è stento
funebre fune bacato. Dal collo è enigma
Ergere lo sguardo. Panico di sale sarà il verdetto
La culla nuda di non poter vivere che sotto le darsene
Più buie. Invano il santuario prega ancora un’ancoretta
Per cuccioli vicini. Di te amerò di perpetuo l’eclisse
Quella sonora brace che stermina il respiro.
81.
L’età della stazione è un papavero reciso
Vera scissione dalla madre dal restio cadavere
Di guardare angeli di dio. Dimentico le pause
Delle nuvole cattive dove si sgomberano
Cervelli analitici di grandi professori imberbi
In onda sulla fune di morire.
Persino le nuvolaglie di chi muore
Gesticolano l’arresto per restare
Resina marina la fronte e l’ospizio.
Qui talora l’assetto della fronte
Si fa trampolino verso le epoche
Piene di utopie senza fossati.
Tu che manchi da esodi di fiaccole
Allora inchiodi l’enigma in una forca
Ne ho chiaro il cancello che mi uccide
Per estro della nuvola selvaggia
E quanto pane appresi per morire
Senza più sangue l’apostrofo straniero.
82.
Disperata armonia questo sacrale
Incaglio o piuttosto questo rimasuglio
Di statua. Appena giunto il soglio
Della rondine diva bambina e spettacolo
Finalmente a morire di pietra. Dove si indossa
Il duolo del mattino nella pigra geometria
Del sale là gironzola la gioia del poco nascere
La cima della festa a far perpetuo il giovinastro
Rantolo di chi sei da discolo o fatuo padre
Una ragione a piangere l’incisione dell’occhio
Sinistro una sciabola di tregua finalmente.
83.
Io che son morta ovunque
Qui chiedo la mummia senz’anima
Il dolce duolo di sembrare viva.
Il dieci e lode di morir davvero
Somma di arcobaleno e di cometa
Dove è anfratto il credo di nessuno.
Comunque sulla rotta di perdere la vita
Cade l’ordigno tragico del fato
Immerso alla trincea. Dove sei tu che in giovinezza
Piansi arcobaleno bianco di trincea voga di non farcela
Nemmeno nell’elemosina di chiedere!
Da oggi la maestra fa l’appello
Senza trovare il gelo di una bimba
Bacata sotto pergola di fatto.
84.
Perdo la vita e il sillabario è vuoto:
un’acredine sobbalza per sempre libera
e mi travaglia emblema della stalla
con il letame che lacera la voglia
di spolverare le polveri in ginocchio.
Così è occaso il bavero di acrobata
La bara pronta la fogna del boia
Chiodo di rancore il tuo dolore
Letizia se le ore dormono
L’ennesimo cipresso del silenzio.
Energia famosa perdere la vita
Elemosina silente questo drappo
Folgorato ormai dal tempo morto.
Il nero d’ascia che stracolora il mondo
Pone le felicità del nonostante
La stanza d’urto dove si consuma piangere.
Pietà di marette le giungle severe
Stanno a dire che non verrà nessuno
Nel crisantemo d’obbligo per tutti.
85.
… Di conserva il fato della morte
Trattiene il sole in una vasca di fango
Gola di stato l’arsura terribile.
Domani il girotondo della favola
Avrà il saluto della sfinge nera
Le gare a frottole d’andarsene
Insieme per sempre coniugati.
86.
L’inguine strappato dei morti
Guerra del mio sangue dove vertigine
Giura la nenia perpetua. E’ finita la raccolta
Della luna, naufragio di esequie guardarti
Sevizia senza perdono.
Non voglio il tragico bestiame di non salvare
I cuccioli, il gabbianello che trotta nel traffico
Senza salvezza. Penombra di stato occaso tremulo
Dove si ingoia la luna quale relitto o asma
Di abbandono. Noi nei crudeli spazi
Senza guida d’anima. Vergogna di cipressi
Non sfiorare il cielo né l’ombra del loquace
Rantolo. Addio al fardello di copiarsi vivi.
87.
Io che son morta ovunque
Qui chiedo la mummia senz’anima
Il dolce duolo di sembrare viva.
Il dieci e lode di morir davvero
Somma di arcobaleno e di cometa
Dove è anfratto il credo di nessuno.
Comunque sulla rotta di perdere la vita
Cade l’ordigno tragico del fato
Immerso alla trincea. Dove sei tu che in giovinezza
Piansi arcobaleno bianco di trincea voga di non farcela
Nemmeno nell’elemosina di chiedere!
Da oggi la maestra fa l’appello
Senza trovare il gelo di una bimba
Bacata sotto pergola di fatto.
88.
Dal basto all’addobbo lo stadio è vicino
Giacché se vedi l’occhio del mio stordire
È un morire fraterno per non soffrire
Né rendere nell’orto il cuore difficile
Quanto sferzare il fato di burrasca.
Intorno al maiale di morire
Eccede la bestemmia mia camorra
Ardua di bile. Tu resti in casa a guardare
Le piante, le lucertole sole che brillano
Al sole dove muore anche l’ultimo male.
Se dimentichi la burrasca del salario
È perché sei più povero di povero
Cristo Velato in stato di sterminio.
Ride l’aureola assassina questa bambina mitica
Con le radici in mano. Sta sottoterra l’aureola
Del tuo ristagno, questo fango che transita a sbafo
Sotto la camera della sposa fàtica.
Milione il passerotto che non ti guarda
E io ne muoio resina di grano.
89.
Inverno da contorcesi le ali
O per la nenia piangere nel nome
Del petto franto, dove quaggiù si aggiunge
Un finto santo malora atavica stare.
Porta per me la giacca della morte
Vestiti panici per vermi intatti
Quando quaggiù si veste la malora.
Equivoco del sale sorridere appena
Sotto la pergola bella della notte
Quando qualora mi baci senza cielo.
Sono una donna dotta a far di buio
Coriandolo atomico di fato
Quando nel fondo memore la rea
S’intasa di rondini magnifiche.
Oggi malata la stasi è solo ressa
Resta sbiadita la tanica dell’ombra
O la bravura essere di schianto.
Meringa vuota conoscere l’amore
Sillabario lurido dolore.
90.
Aggiorno la cosmesi di poter stare
Gioia e nomea congiuntamente
Per reggere la forza panica del cielo
Lungo le rotte sismiche di guerre.
Nel guado l’alone del cadavere
Le terre nere del verace duolo
Quando si arrende il senso dello sguardo
Per ultimare ceneri dovute.
Tu sei il pastrano che giova alla notte
Piccolo santo del mio bene strano
Cosmo il sipario che non si apre più.
Varrà la legge della messa vuota
Gerundio di quaggiù perdere la vita
Il gran silenzio dell’angolo mortale.
La fuga è piena di rantoli sazi
Cattive le comete delle fate
Eredi di viltà senza costrutto.
Da adesso viene un asino di stato
Lungo i canali sillabici vedette
Senza lo sguardo nel dondolio di vendetta.
Traguardo d’inguine vederti arrivare
Avaria con l’amo la colonia infame
Dove qui sta la nenia panica madre.
91.
Vado di tramonto invano resistere
Donna d’occaso il sorso dell’enigma
Dolore senza sponda spada la sorte.
Venne sintassi per simulare dio
Sùbito svenne la speranza in zattera.
Qui volentieri s’alza la bandiera
Di dire occaso la madre della storia
Vellutata e giovane per sempre.
Di frode l’egemonia della trottola
Vara la logica di piangere giunti
Dove non c’è che fato di appassire.
92.
L’estremo caso di piangere
Quando la dotta euforia del vento
Scavalca le rondini bonarie.
In mezzo alla scheggia di sopravvivere
Sta l’occaso vermiglio di non amarti
Con la silloge spuria del nudo.
Qui avanza la nomea del gelo
Con lo zonzo del passero la venia
Di sedurti per un attimo
Invece il dubbio intromette fango
Per la gloria del secolo logoro
E più non chiamo le bambole del bello
Dove trastulla l’oasi il silenzio
Del rantolo ultimo finalmente.
Già presso il pianto l’oscuro della terra
La fine dannata di perdere bugie
Nonostante il fanale potente.
93.
Manopole di giubilo averti incontrato
Nella zitta fiammata della strada panica
Dove comune è l’ordine del fato di smorire
Rettile del piede eversivo sì di stretto fato.
Era ieri e tu mi davi te con la favola in voga del sorriso
Verso il campo di papaveri vergini
Girandole di sé per abbellire il frutto
Sempre postumo mordace allo stelo
Principe di sé solo per andarsene
Verso la sete che reseca cantica e cipresso
addobbo di te tutto il tuo tempo
Oggi preso al freno del no tenace
gravata senza pace la tua rondine.
Zoom di corpicini da abbracciare ninnoli
Qui si resta stele senza fiori
Palestra con la soglia inviperita.
Lezione sotto sterco varrà campare
Con le girandole putride del vento
Verso chissà quale incanto tener soffrire.
94.
Piango sul letto la fuliggine
L’indice vacuo di sprecare il tempo
Con acquitrini di noia. Il tedio darsena
Confonde le falene senza luce
Nel riarso fondale della panica
Lettura solidale con la polvere.
Invano la cheta aureola balena
Belle valenze la zattera felice
Sola al comando di chiamarsi
Bacio di dèi di lena, amanuense il seno
Di cacciare amore lungo il nudo di un dolore
Netto fulcro di guerra la promessa dotta
Di un acrobata battuto.
95.
Quel cordoglio che piccolo sale fu la mia morte
Dal chiuso della bara soffocai viva
Morte apparente il sospiro senza luce.
Per indole pregai la terra spuria
L’angelo mi aiutò nel sole
E la supplica scura fu ascoltata
Dalla tata di nascita che per prima mi vide.
Ora mia madre è un’urna di fato
Dove si addensa la fata impotente
E l’aureola è uno sterpo reo per sempre.
Bivacca l’allegria di giorni nudi
Il calesse del principe ancora aspetta
La salma da rendere d’ilare fato.
Novella libertà io vidi la visita santa
Quel barbuto eremo che mi tolse
Ceneri e difetti. Oggi dirigo orchestre
Buone come il pane e la nenia è il sorriso
Di chi docente muore senza la cattedra da sbattere in faccia
Alla dolorosa indole del sale mattiniero
Vero soltanto per un pizzico di ossigeno.
96.
In rotta ci sarà l’eterno addio
Eppur morente il lato delle foglie
Riarma occaso sempre vincitore.
Palude di cattura l’eremo del sangue
Con quale ordinanza ti permetti l’omicidio?
Ora che ebbrezza partorisce infanzia
Nulla sarà già detto, l’origine votiva
Qui sa di canto elemosina il brevetto
Di staccarsi alla pelle trovare il via
Di una regione remota sulla stagione
Di montar sorriso il finalmente nato
Sotto l’aprile di non perdere la foce.
È certo che domani avrò la genesi
Di consacrare l’erta come gioco
Il coma quale cresima d’addio.
97.
Aggiorno di cosmesi poter stare
Culla di salma finalmente calma
E la marea è ovunque per dileggiare
Angeli e poeti senza pace.
Corone di sconfitte le gioie credule
Quando si arresta la madre sul crepaccio
Di dover morire il panico arso
Giungla senza genesi la gala degli angeli.
98.
Mesta cuccagna elegia di morte
La fosca stamberga del cuore franto
Sotto il tramestio delle rondini morte
Per occaso o semplice sfinimento.
Ebbe basto ilare nonostante la morte
Quella bimbetta solida di nebbie
Quando bastò aureola di luce
La sfinge della questua nonostante.
Ma morì in occaso di schiavo
Nessuna preghiera avvertì
Disgusto all’angolo della strada.
Si chiamò passiva la resina dell’ombra
Bravura della giacca di salire la nebbia
Ovunque bisognasse l’usura seppellire.
Di notte le fosse corrono veloci
Si mescolano i morti per irridere la terra
Senza angeli finanche le lucciole.
99.
L’età felice un granello di sabbia
Sotto gli esposti papaveri di niente
Con la morte del cielo non sedata
Lugubre attivista quale un rantolo
Bacato dalla resina di resistere.
Sisma del rantolo la resina di piangere
Sotto le gerle delle canute storie
Immenso carnevale le guance dei morenti
Le gerle senza pane ma con le biglie
Di esercizi di lancio per non morire
Almeno accanto all’agave il rimorso
Di non vedere mai più le soleggiate
Elemosine estive. Accanto a te madre di pietra
Ho visto il velo di chi sazia l’elemosina.
100.
Rigor mortis quanta ingiuria il giorno
Quando dal bagno delle resine cattive
Si spreca gioventù in un malore
Atavico come il fango. Domani t’incontrerò
Alla scuola normale superiore dove le pesti
Del sangue voglion dire che la marina s’inquina
In una botte, vaglio l’autunno di tutte le cose
E si schiudono le bare in un compendio di polveri.
I pallidi roveti gracchiano le vita insana
Dove il rovescio del lutto non è il riso
***** ***** ***** ***** ***** *****

111 pensieri su “Cantico di stasi 2011- 2014

  1. Questa è la raccolta di più faticosa stesura, infatti nasce e si sviluppa in più anni non so se qui segnalati. Ennio si è concesso a piene mani.
    Lo ringrazio ancora pienamente.

  2. …leggere le poesie di Marina Pizzi, per me, è come assistere allo srotolarsi del cosmo in caos finchè le due realtà si confondono alla vista: nel primo intravedi il secondo e viceversa. Apparente è il movimento tutto è stasi…Un gioco di illusioni, un afflosciarsi continuo della cornucopia in deserto: dei, demoni, angeli, tutto si cristallizza nel suo contrario…Imminente il giudizio universale e nessuno si salverà?

  3. un vecchio professore cercherebbe di dare ai suoi allievi una definizione di poesia e direbbe probabilmente che una poesia è un componimento letterario che presenta una certa forma (varia naturalmente nelle diverse lingue e culture -si pensi alla metrica delle lingue quantitative rispetto al metro di quelle accentuative,nonché a tutto l’apparato retorico che i poeti usano per render più efficaci i loro versi)e vuol comunicare (render comune a tutti i possibili ascoltatori/lettori) un messaggio,badando bene che contesto e codice siano comuni tra emittente e riceventi.ma naturalmente queste sono considerazioni di un vecchio professore ormai superato e portatore di una cultura ormai superata.

    1. In questo meraviglioso per me sentire, sento la vera lotta, la vita esposta ad ogni sentimento , racchiude in sé voli di angeli e di rondini, radici da tenere strette, la forza del ritorno io l’ho ascoltata e l’ho sentita così forte e bella. Grazie per queste sensazioni e per il messaggio che mi fa sentire in sintonia con questa Poetessa.

      Non d’amore spingo
      il mio carro arrugginito
      e fuggo dall’orrore
      e sento la forza
      una radice che mi tiene
      accesa nel mondo
      insieme ad altre luci.

      Emilia

  4. …Cara Marina Pizzi, la tua puo’ apparire una poesia impantanata, che gira a vuoto sul suo perno, in realtà è talmente ribollente di vita da esplodere fuori dal foglio in una miriade di immagini, colori, forme, suoni…percio’ ti ringrazio e vorro’ leggerti ancora…

  5. qualche precisazione:la poesia a cui fanno riferimento i vecchi professori è una poesia che oggi ha poca fortuna,se di fortuna si può parlare per un genere letterario che non ha mercato.oggi si leggono solo libri gialli, o libri di qualsiasi tipo purchè siano passati attraverso la televisione.d’altra parte già nell’ottocento la vecchia retorica era stata messa in discussione prima dal verso sciolto,dal superamento delle strofe e da un ampliamento dei contenuti stessi della poesia.oggi la vecchia retorica non ha più seguaci e si preferisce sostituire al messaggio comprensibile un tipo di messaggio logicamente più confuso e con l’uso di un lessico e di metafore magari meno condivisibili e comunque non univoche ma certo più ricco di suggestioni.naturalmente io non mi reputo capace di apportare un mio contributo alla lettura di questo tipo di poesia.

  6. Ha ragione Abate quando scrive che occorre ” immergersi non per *capire * ma per sentire ” la poesia di questa autrice.

    Non si può pretendere la chiarezza nell’arte, l’accessibilità, la fruibilità per tutti, sempre e comunque, nè vale il discorso della logica, della connessione temporale , della prospettiva, perchè seguendo codesti canoni tutta l’ arte moderna sarebbe assurda ed imcomprensibile.

    Basti pensare ai giudizi dei critici attorno ai vari movimenti artistici della fine 800 e inizi 900: i fauves, gli impressionisti, il cubismo, l’astrattismo, l’informale.

    La raccolta della Pizzi che ci è stata proposta va in questa direzione, di poesia in cui il linguaggio è una fioritura di immagini quasi sempre slegate dal filo di un discorso organico che ogni lettore * tradizionale * si aspetta e richiede alla poesia, ma se la si legge con attenzione non possono sfuggire versi che, anche isolati dal contesto nel quale figurano, posseggono una valenza figurativa e fantasiosa, grandissima .
    Ne ho selezionati alcuni tra i tanti :
    ” in un ospizio di foglie/ la prigrizia dell’angelo ” – 1
    ” posso dormire una notte di scalee ” 3
    ” ingiungo a te di chiamarmi astrale/cometa elemosiniera, canestro chiuso/alla palla 25
    ” sono una molecola stizzita/ un pallottoliere senza colori ” 32
    ” l’apostolo diavolesco degli sterpi/dove si fanno asole cucite per far/ restare il petto aperto al vento/ 33
    ” nel sale che fa rantolo/ la nebbia si adotta la scodella del viandante 54
    ” vorrei azzerarmi in un cantico di stasi/fare da zattera ad un manciata d’ombre ” 70

    Ma oltre a versi sporadici, come quelli che io ho isolati dai contesti – che pure testimoniano per me il valore della scrittura di questa autrice – vi sono interi pezzi che non riporto, ma che elenco con i loro numeri; ad esempio si legga con calma la n. 21 e la n. 71 ed anche la 7, come pure la n. 83 (cercando di lasciare le opportune pause tra i gruppi di immaginarie terzine di endecasillabi ) e ci si renderà conto della bellezza di un poetare altamente lirico ma calato nel reale del vivere.

    *L’oscurita resta* scrive Abate ma aggiunge anche più avanti ” non è facile sprofondarsi negli abissi di angoscia sondati dalla poesia di Marina Pizzi ” ed io concordo con questa affermazione, ma non è forse oscuro anche il Vangelo di Giovanni, non è oscura la sua ” Apocalisse ” ? E “l’Ulisse ” di Joice non è oscuro ?
    E ” Infinite Jest ” di Foster Wallace non lo è ? e la poesia di Thomas Eliot è forse tutta chiara ? e quella di Dylan Thomas, o quella di Campana lo sono ?
    Io credo, anzi sono convinto che il grande artista, e non ho dubbi per pensare che la Pizzi sia tale, abbia un flusso visionario che non è dato a tutti di comprendere, e che senza l’aiuto dello stesso autore, sia difficile penetrarvi completamente, tuttavia la sua forza consista proprio nel continuo riproporre al lettore nuove possibilità intepretative che non si esauriscono nel giro di una lettura appasionata ma rapida come spesso tutti compiamo.

    E concludo con una nota attorno a qualcosa che mi sembra corretto segnalare all’autrice :
    la poesia n. 83 è ripetuta ( non so se volontariamente o per errore ) identica al n.
    87.

    e infine mi scuso per l’immodesta osservazione, ma ho notato che la parola ” occaso ” è ripetuta quasi con ossessività in moltissimi testi, spesso nel medesimo, come pure ” gerundio ” anche se quest’ultima in forma meno rilevante.
    Non so come spiegarmi questa scelta stilistica in un’autrice che mi è parsa estremamente accurata nella scelta delle parole e nel loro dosaggio.
    Ancora mi scuso e rinnovo i miei complimenti.

  7. …certo è una poesia ricca di tante suggestiomi e, rileggendola insieme ai commenti, chissà perchè ho pensato al Teatro dei Pupi, in quanto teatro popolare molto coinvolgente nei confronti del pubblico e gesticolato…la principessa del Katai, la bella Angelica, fugge in continuazione e la terra meravigliosa che attraversa diventa di sabbie mobili, ma subito lei la ricrea con le magie del Mago Atlante…insomma mi sembra che la poetessa spesso giochi con i suoi versi e con noi lettori a farsi inseguire in percorsi acrobatici, in scenari improbabili, a far scomparire e ricomparire realtà splendide quanto orribili. Non cerca di essere amabile, eppure inacanta…finisce anche sulla luna, come Astolfo, in un mondo di ricordi
    “è un gennaio afoso quasi agostano
    storpio stonato da chissà quale bestemmia.
    guancia di meringa la tua anima
    manciata sulla luna e di ricordi”

  8. PRECISAZIONE

    A Luigi Paraboschi bisognerebbe dare la medaglia al merito per la lettura anche filologicamente accurata e completa del “Cantico di stasi”. Che in effetti presenta alcuni refusi e due ripetizioni di blocchi di versi. Ecco ciò che io ho individuato:

    50
    anzi di [?]avvita girandola di occaso
    ingludimi [?] in te gioia di pantano

    71
    Dove la morte risana il nel [?]sorriso

    Il componimento 87 ripete 83 (come notato anche da Paraboschi; e pure 78 e 98 sono in parte simili:

    78.
    Dio del suolo nero perdere la vita
    Occaso di calunnia la sconfitta
    Abrasa dalla ruggine nemica
    O sotto frottola il sale della storia.
    Mesta cuccagna elegia di morte
    La fosca stamberga del cuore franto
    Sotto il tramestio delle rondini morte
    Per occaso o semplice sfinimento.
    Ebbe basto ilare nonostante la morte
    Quella bimbetta solida di nebbie
    Quando bastò aureola di luce
    La sfinge della questua nonostante
    .
    Gioiosa fune della mia morte
    L’età felice un granello di sabbia
    Sotto gli esposti papaveri di niente
    Con la morte del cielo non sedata
    Lugubre attivista quale un rantolo
    Bacato dalla resina di resistere.
    La rondine nel passo

    98.
    Mesta cuccagna elegia di morte
    La fosca stamberga del cuore franto
    Sotto il tramestio delle rondini morte
    Per occaso o semplice sfinimento.
    Ebbe basto ilare nonostante la morte
    Quella bimbetta solida di nebbie
    Quando bastò aureola di luce
    La sfinge della questua nonostante
    .
    Ma morì in occaso di schiavo
    Nessuna preghiera avvertì
    Disgusto all’angolo della strada.
    Si chiamò passiva la resina dell’ombra
    Bravura della giacca di salire la nebbia
    Ovunque bisognasse l’usura seppellire.
    Di notte le fosse corrono veloci
    Si mescolano i morti per irridere la terra
    Senza angeli finanche le lucciole.

    In attesa della revisione di Marina Pizzi segnalo ora in rosso nel testo queste parti.
    Che avevo lasciato come mi era pervenuto. Volevo capire quanti l’avrebbero letto interamente e con attenzione. Malizioso eh!

  9. Il titolo, Cantico di stasi, è la chiave di volta. Chi cercasse in questi 100 componimenti un movimento ascendente e risolutivo è avvertito: non lo troverà, né all’inizio né alla fine. Il compito salvifico, che normalmente viene riservato al vitalismo esistenzial filosofico o intellettuale, qui è interamente lasciato alla poesia. Per questa ragione a me sembra che Marina Pizzi abbia compiuto un atto di enorme fiducia.

    A me sembra poesia che si auto-alimenta: partendo da un nucleo di sofferenza che si diffonde moltiplicandosi, simile a una casa di mille finestre, tutte chiuse, la sofferenza non ha e non dà scampo. La riproposizione alterata dei sintagmi è giocoforza, non si vuole lasciare la presa: il dolore va guardato nella sua interezza, per quello che è. Con coraggio e ostinazione all’infinito.

    Non si tratta tanto di un’azione liberatoria, quanto di una vera e propria battaglia condotta senza risparmio e senza pace illusoria. Una battaglia premeditata perché inevitabile: l’Inferno come appariva a Dante quando vi entrò, che se ne svenne a più riprese e chissà, forse anche se tra i dannati avesse incontrato l’anima di questa rocciosa poetessa.

    Leggendo, la fatica, dovuta di sicuramente a mie aspettative, si è dissolta diciamo verso il trentesimo capitolo ( ma è una prima lettura, sono certo che avrei potuto fare meglio se non avessi voluto precipitarmi a commentare per tempo ). Da lì in poi ho cominciato a correrle a fianco, quasi in gara di fratellanza tra autore e lettore.

    In altri tempi la critica si sarebbe occupata di dare un giudizio di valore, ma oggi pare che il consenso non discenda dall’alto; semmai sale dal basso, dal pubblico in rete che ormai è la sola compagnia. Per parte mia, che non sono un critico, posso dire di aver visto impallidire quel che ricordo del miglior Milo De Angelis, perché ne sento la derivazione stilistica (per l’uso delle metonimie) ma sicuramente mi sbaglio. E poi mi basta quel che ne dice Marina Pizzi:

    La bravura di tessere inciampi
    Con la stragrande maggioranza d’arte.

    Oggi dirigo orchestre
    Buone come il pane e la nenia è il sorriso
    Di chi docente muore senza la cattedra da sbattere in faccia
    Alla dolorosa indole del sale mattiniero
    Vero soltanto per un pizzico di ossigeno.

    Anche se poi confessa:

    su di me si stagna la palude
    della luce cattiva senza pupille per capire
    il mondo o la rondine dolente.

    Anche se è poesia fenomenica (della sofferenza), non viene a mancare la coscienza della complessità:

    del secolo nebbioso in transumanza
    senza la retta di una ragione buona

    ormai si arriva a cresimare il diavolo
    questi marciumi misurati di denaro
    per gli avanzi di sempre ogni dittatore.

    Se dimentichi la burrasca del salario
    È perché sei più povero di povero
    Cristo Velato in stato di sterminio.

    Come Paraboschi anch’io mi sono segnato le parti che ho preferito, ma vi risparmio. Solo due versi che mi hanno particolarmente colpito, tra i moltissimi:

    più vicina si scontenta la nebbia
    erbaccia del cielo piena di denti

    Io che son morta ovunque

    Infine la poesia risolve a modo suo, con la bellezza, anche se nel dirlo mi guarderei dal farne un dogma.

    1. Anche se poi confessa:

      su di me si stagna la palude
      della luce cattiva senza pupille per capire
      il mondo o la rondine dolente.

      E’ un errore, avrei voluto inserire questi versi dopo aver scritto che “non manca la coscienza della complessità”.

  10. Da un linguaggio portatore e generatore di simboli (a cui anche il dire poetico avrebbe da sottostare) in quanto necessario per la *comunicazione* (E. Grandinetti), abbiamo, in “Cantico di stasi”, un linguaggio di espressione, che genera immagini potenti e fuggitive che si rincorrono incessantemente senza raggiungere la “stasi”, agognata e temuta: *vorrei azzerarmi in un cantico di stasi/fare da zattera a una manciata d’ombre (70)*, e dove il tutto è accompagnato da una sofferenza senza fine.

    Questa *fioritura di immagini* che *posseggono una valenza figurativa e fantasiosa, grandissima* (L. Paraboschi) non può che affascinare (nel senso del “fascinans et tremendum”) perché tocca l’arcano del discorso, dov’esso ancora non si è dato, non si è strutturato nel dia-logo con l’altro e perciò stesso è così inquietante. E nel contempo ci attrae. L’esito è anche la produzione dell’ossimoro del titolo “Cantico di stasi”.
    In questo testo, coerentemente, dunque, le cose dette vengono subito negate dal loro contrario, oppure contrapposte in un estenuante gioco di contrasti, *Poveretti aquiloni i sillabari/Denunciano acque che non dissetano (74)*; dove il ‘materico’ sensibile e il percepibile intimo si confrontano mantenendo la loro scissione: *Morente all’alfabeto delle cose/Mortale al visibilio delle rose. (75)*
    La sua (di Marina Pizzi) estrema concretizzazione della ‘langue’ non la porta ad un atto di ‘parole’, un atto linguistico, che possa sedare l’incessante ricerca della sua individualità, pur mantenendosi all’interno delle convenzioni sociali del linguaggio – *una ricerca più che solitaria [accettando] anche la condanna a rimanere essa stessa in parte oscura e “incompresa”* (E. Abate) – ma la ritrascina nel gorgo di una tensione estrema verso l’ irraggiungibile ‘unità’ di suono/senso/’parole’ e che le fa scrivere *oggi il diverbio è pastore di se stesso/quasi un convulso esodo di stasi (2)*. Spesse volte in questo sito è stato citato l’episodio di Ulisse e le Sirene. Qui è come se Marina tentasse, a noi ciurma di rematori, di raccontare quell’abisso in cui lei, sola e da sola, come Ulisse, ha tentato di entrare.

    In “Cantico di stasi”, gli scarti temporali sono improvvisi; il discorso si fa dis/continuo punteggiato da termini che ricorrono ossessivi (ruggine, scalee, comete, rantoli, inguine, occaso) quasi a rappresentare dei grumi importanti di significazione, ma, nello stesso tempo, sembrano utilizzati come ‘attributi’ scenici che coreografizzano i luoghi emotivi diversi in cui la poetessa si trova a vivere. Pure audaci sono gli accostamenti terminologici che impegnano fortemente il visivo (*cimiteri acquatici di fuoco (4)*).
    Anche per questo, come scrive L. Paraboschi, ci sono dei versi che sono leggibili in sé e per sé, come condensazioni poetiche in una sola riga.
    L’antinomia per eccellenza tra vita e morte, qui è sottoposta ad una torsione che tende sempre all’esito finale ma mai lo raggiunge, proprio per le contraddizioni intrinseche portate dentro ai concetti stessi: *il lavorio di sembrare vivi/nonostante la voglia di morire.(30)*
    Le continue citazioni attinte al mondo della natura (*ginestre di pavoni i giardini infantili/nell’aprile*, *la quercia si fa vestale*, *l’arringa del salice piangente*), la presenza di animali carichi di richiami mitologici (rondini, lucciole, lucertole) potrebbero portare la poetessa dentro una specie di Arcadia. Invece, inseguita dalle parole – che pur tuttavia cerca di dominare – come Dafne fuggitiva dall’abbraccio di Apollo (il Dio del Logos, della parola), rimane intrappolata nella ‘stasi’ dell’alloro in cui si trasforma [vedere il Mito relativo] e non riesce nemmeno ad abbandonarsi a Dioniso, il Dio dell’ebbrezza.

    Non farei, però, come fa L. Paraboschi, un elogio all’oscurità chiamando in causa e mettendo assieme pensatori e scrittori diversi di epoche diverse.
    Essa presenta dei rischi.
    Senza scomodare l’arte, anche in questo minuscolo spazio che è Poliscritture il più delle volte non ci si capisce e il nostro pensiero è ‘oscuro’ all’altro (e anche a noi stessi!): ma non ce ne facciamo un problema (Oddio!!!).
    Esso problema si pone quando la nostra ‘comunicazione’ da privata è rivolta ad un pubblico più ampio con il quale si desidera (se si desidera) interagire. E che, quindi, *le due esigenze vere – quella della poetessa e quella del lettore – s’incontrino o si scontrino* (Ennio).
    Molte volte invece succede che, proprio a causa dell’”oscurità”, tra quest’ultima e chi non capisce si inseriscono i ‘sacerdoti’ (il Vangelo mica potevano leggerlo tutti, anzi, era proibito farlo, perchè la sua lettura era amministrata con i relativi commenti e chiarimenti da chi ne aveva il titolo): si corre il rischio di creare il ‘potere’ di coloro che sono i depositari del “che cosa vuol dire veramente”, con tutti gli effetti perversi che ben conosciamo.
    Che l’arte, per sua natura, tocchi gli aspetti ‘oscuri’ va da sé. Ma, come scrive Ennio: *l’oscurità in poesia può essere però di due tipi: autentica e inautentica. Per me – è un’affermazione che non sto qui ora a giustificare – quella della Pizzi autentica lo è. E tuttavia oscurità resta*.
    Mi trovo d’accordo.

    R.S.

  11. in qualche modo concordo con Rita Simonitto, per procedimento metonimico accludo una poesia (avvertendo che la fine, della poesia, me la riservo)

    il tutto pieno è rumore
    o musica delle sfere?
    la notte oscura è bagliore?
    è fosfemi o visione?
    al limite dell’intero
    il vuoto è un risucchio giace spoglia
    scendiamo di una soglia: il troppo pieno
    è un filo di corrente versa
    l’eccesso da un soglia…
    (omissis)

  12. Forse uno meriti di questa poesia è l’essersi presentata così com’è, nella sua veste originaria quasi dimessa e lunghissima, sebbene questa seconda si sarebbe potuta ovviare presentando il componimento in più riprese.

    Trovo interessante quanto dice Rita a proposito della difficoltà di trasmissione del proprio pensiero, al punto che esso risulta poi “oscuro” nell’altro. E, in effetti, saper tradurre in poesia un pensiero è compito a volte difficile se non arduo. Credo tuttavia che uno dei vantaggi dell’esporsi al pubblico stia nel confronto, e Marina Pizzi ha dimostrato di essere disponibile in tal senso.

  13. Spero non me ne voglia la poeta se parto da lontano che, poi, non lo è così tanto, visto che, se paragoniamo questo spazio a uno zibaldone, mai come questa volta ho visto (sicuramente sbagliando la messa a fuoco) Ennio come un giocherellone che si diverte a torturare affettuosamente i partecipanti (attivi/poete-i scrittori e metattivi/lettrici-ori) di questo circolo ( oquadrato o spirale) di lettura….ovvero, venivamo da una scatola “scheletrica” che il lettore poteva riempire di ogni suo pensiero/gioco/problema/ possibili e impossibili molteplici soluzioni. Lo stile era secco, asciutto e ognuno poteva rifarlo da fiorito a deserto. Nonostante fosse in ballo “psiche”, era palpabilissima la materia / le materie del con-tendere. Qui, invece, la materia è così apparentemente caotica, che l’esplosione di una “supernova”, si confonde fra il già accaduto o il lì lì per accadere, e la metafisica coinvolta (vista la cascata a fiume di tomboli in tomboli a pizzi su pizzi), più che a ordinata “marina” di approdi o porti, è come lagunare. Più che uno spazio poetico per il lettore (vedi appnto pagina precedente), è un luogo ad esclusivo ( ma non oscuro) sommerso, emerso e continuamente” in moto” fra le due materie, sotto e sopra in sottosopra tendente a una lunghezza, che tale non può essere, perché il perimetro della “materia” del pensiero (sia per poeti che per semplici lettori) non è misurabile come da convenzione in spazio uomo (uomo= M o F; Marina o Franco etc etc)…c’è un esagramma nell’antico libro dei mutamenti che mi viene in mente per via di un mio ragionare per opposti che superano il dualismo tipico occidentale, muovendosi continuamente fra immagini da una parte all’altra come questi versi “acquatici”, dal ristagno alla corrente impetuosa etc etc, fino ad assomigliare a un estuario pieno dalla ricami o pizzi, fatti da un vortice ordinato dalle nuvole alle nuvole, passando in vela dal gelo ai ruscelli di torrente in pianure fino al mare per ritornare oceano di entrambi gli orrizonti, orizzontali e verticali. Questo esagramma è quasi lagunare, ma appartiene al lago. Sembra che nulla si muova, come nel tempo non tempo di supernova. Sotto e sopra , invece, oltre le nebbie in cui è avvolta la materia, oltre le nebbie che la rendono poco visibile e interpretabile “un bozzolo di seta con all’interno una barra di metallo” (lao tzu) e ancora “”Conoscere il mascolino e tuttavia afferrarsi al femminile significa essere il ventre del mondo. Se sei il ventre del Mondo e non ti distacchi mai dall’eterno potere del Tao, ridiventerai come in infante
    immortale. Conoscere il chiaro e tuttavia afferrarsi allo scuro significa essere esempio per il mondo. Se sei esempio per il mondo e non ti distacchi mai dall’eterno potere del Tao, ritroverai di nuovo l’infinito, senza limiti. Conoscere l’onore e tuttavia afferrarsi all’umiltà significa essere la valle del mondo. Se sei la valle del mondo, ricco del potere primitivo del Tao, ritornerai di nuovo alla semplicità, come legno
    grezzo.Se l’albero ha radici solide, forti e profonde,le sue foglie potranno muoversi libere e leggere nel vento senza che lui ne sia per nulla turbato.”

    Grazie Lago, Grazie Mare, Grazie Laguna, Grazie “Marina”

    un caro e affettuoso saluto a tutti coloro che mi hanno aiutato nella lettura con i loro commenti, critiche, guide, vie….

  14. Solo per associazione con la *notte oscura è bagliore?* di Cristiana mi è venuto alla mente il componimento “La Notte Oscura” di S. Giovanni della Croce (1542-1591) – carmelitano – dottore della Chiesa – e poeta mistico assieme a S. Teresa d’Avila.
    I mistici spagnoli cercavano anche attraverso la poesia di entrare in contatto con l’Indicibile, l’Assoluto. Dio.
    Per il poeta, la ‘Notte Oscura’ è il bacino della luce (la “gioiosa notte” che “non fa vedere cosa” poiché *né altra luce o guida avea/fuor quella che in cuor mi ardea./4. E questa mi guidava,/più sicura del sole a mezzogiorno*).
    Di S. Giovanni della Croce, oltre al poema “La Notte Oscura” e “Salita al Monte Carmelo” sono anche interessanti le “Meditazioni” di cui riporto solo questo stralcio di tre versi, tanto per farsi un’idea del tentativo di procedere per paradossi e per opposti:
    * Per giungere a ciò che non sai, devi passare per dove non sai.
    Per giungere al possesso di ciò che non hai, devi passare per dove ora niente hai.
    Per giungere a ciò che non sei, devi passare per dove ora non sei.*
    e via di questo passo, lui.
    Fino al tormento espresso nei versi di S. Teresa d’Avila:
    *vivo sin vivir in mi,
    y tan alta vida espero
    que muero porque no muero*
    (non lo traduco, altrimenti se ne perde la tragica armonia).

    R.S.

  15. Grazie a Marina Pizzi, tale senso di stasi è necessario come un lungo respiro nell’accingersi all’apnea, prima di abbassare le palpebre e immergersi a scandagliare i suoi (e i propri) abissi.
    E a tutti voi, per la somma di letture che di volta in volta diviene unico filo intrecciato da seguire con passione.
    Sempre vi leggo, affascinato e complice, lettore silenzioso.

  16. Affascinano i versi proposti da Rita Simonitto.
    Se Ennio è d’accordo, sarebbe interessante proporre in un post poesie di luce-buio o di oscurità luminosa, e quindi lo propongo. Il tema trascendenza è argomento difficile da testare, ma in poesia tutto ciò può accadere.

    1. @ Di Leo

      Non sono molto favorevole alla proposizione a freddo di poesie “a tema”. Mi sembrerebbe operazione un po’ scolastica, decontestualizzata (dal discorso che mano mano si va costruendo su POLISCRITTURE sotto la spinta dei vari collaboratori, dagli strappi nella programmazione che certi eventi drammatici o tragici impongono, dal progetto – ancora in fieri in verità – della rivista on line). Gli esempi che si vedono in giro mi paiono spesso motivati genericamente. Però se qualcuno/a proponesse uno o più testi validi e interessanti e spiegasse in modo convincente perché vadano letti o riletti, ci pensiamo.

      P.s.
      Quelle proposte da Sagredo alla voce “Il poeta e la sua città” mi sono invece sembrate fortemente motivate (dalla storia personale e culturale dell’autore).

      1. Ma vedi Ennio che l’idea mi era nata proprio a seguito della passione con la quale stai difendendo un genere di poesia, com’è questa di Pizzi, sulla quale tu hai sempre mostrato ‘fastidio’ (dico bene?), ma, anche, sull’inserimento dei pochi versi di Cristiana Fisher. A caldo, quindi, altro che tema freddo.
        Faccio una notazione a mio discapito. Non avevo intuito, perché non è scritto, che Marina Pizzi avesse pubblicato. Mi ero dunque convinta che fosse alle prime armi, da cui il mio commento di una poesia quasi dimessa. Ritraggo il mio commento. Andava semmai specificata una nota bibliografica dell’autrice.
        Dico invece che la poesia è oscura e poco chiara proprio per gli errori e le sviste che non dovrebbero esserci.
        Leggerò ora gli altri commenti che, per questioni personali, non ho potuto conoscere.

        1. Mi scuso con Cristiana FISCHER, prima nel digitare ho sbagliato il cognome.
          Aggiungo che ho trovato belli i tuoi versi.

        2. pochi refusi INTUIBILI e una poesia ripetuta. sai che dànno! cento frammenti nascono come d’improvviso, è ovvio, e io cerco di stare attenta a tutto. le parole ripetute sono padrone. a me care: occaso, rondine, ecc.

          1. a Marina Pizzi

            Che bella questa tua affermazione! “sono parole a me care”

  17. @ Grandinetti

    A me pare che la difficoltà di « un vecchio professore ormai superato e portatore di una cultura ormai superata» di fronte alla poesia di Marina Pizzi (difficoltà che potrebbe riguardare, come ha ricordato Luigi Paraboschi, anche buona parte dell’arte delle avanguardie del Novecento e – perche no – anche molti sviluppi delle scienze contemporanee) rimandi ad una questione seria e di non facile risposta. ( Ricordo che ne abbiamo discusso animatamente qui: http://www.poliscritture.it/2014/07/03/su-comprensibilita-e-incomprensibilita-in-poesia/). Personalmente io, più che contrapporre tradizione e innovazione (come vecchio e nuovo) insisterei a ricordare che in una situazione di crisi prolungata (o senza fine?) ci sono ormai due tradizioni o, se vogliamo, due retoriche (che parlano forse a pubblici diversi e esprimono un diverso atteggiarsi di fronte alla crisi…), come avevo scritto in questo passo di un mio commento:
    « Qui il punto per me più problematico: quell’arte non ha sostituito, come intendeva fare, la tradizione, non l’ha cancellata mai del tutto. Avanguardia e neoavanguardie, che di continuo si ripresentano e si riproducono (segno che hanno una loro ragion d’essere), trovano nella società capitalistica sempre un certo seguito, ma non “sfondano” mai o, se hanno sfondato ( in editoria, pubblicità, moda, ecc.) è avvenuto sempre a scapito delle punte più “rivoluzionarie” ed estreme, che vengono addomesticate. Lo dice in altro modo, en passant, anche Massimo che le forme della tradizione resistono e non sono trascurabili, quando scrive: «quegli stessi pittori astratti m’insegnarono a vedere Piero della Francesca, l’arco a tutto tondo del romanico ecc.». (http://www.poliscritture.it/2014/07/03/su-comprensibilita-e-incomprensibilita-in-poesia/#comment-1765)
    In più, in quest’occasione, mi verrebbe da dire che, al di la delle differenza di forme, sia la poesia di Eugenio (Grandinetti), che fa tuttora uso di quella (quasi) classica, che quella di Marina (Pizzi), che produce – accettiamo pure la definizione di Eugenio – un « messaggio logicamente più confuso e con l’uso di un lessico e di metafore magari meno condivisibili e comunque non univoche ma certo più ricco di suggestioni» arrivano a sottolineare incomunicabilità e, in sostanza, una consapevolezza della negatività della vita umana ( o di *questa* vita umana in *questo* periodo storico).
    Concludo sperando di non essere troppo drastico o rozzo: se è questa la “verità” della “condizione umana”, che venga detta in un linguaggio poetico « in genere abbastanza condiviso dalla massa degli italianofoni» e con strumenti retorici che « sono quelli da sempre usati in poesia» ( come scriveva Eugenio in questo suo commento: http://www.poliscritture.it/2014/06/23/appunti-su-viaggi-di-eugenio-grandinetti/#comment-1583) o venga detta alla maniera di Marina Pizzi che cosa cambia nella sostanza?

  18. @ Paraboschi

    Preciso che, non condividendola e riportando (senza citarlo) una riflessione sulla poesia di Marina Pizzi – guarda un po’ – di Gianmario Lucini (!), col quale mi spiace di non essere d’accordo ( e di non poter più discutere), avevo scritto:

    «Né trattarlo da “profano”, che, per intendere questo tipo di poesia, dovrebbe prima liberarsi dal «ruolo della coscienza» o da imprecisati «orpelli degli schemi mentali personali e delle convenzioni sociali»; e «immergersi non per “capire” ma per sentire» (http://www.edizionicfr.it/Libri_2014/42_Pizzi/Pizzi.htm

    In quest’affermazione di Gianmario c’è, a mio parere, un errore o una difficoltà non facile da superare. Di fronte all’«oscurità» (reale o percepita) di una quota dei versi di «Cantico di stasi» ( o di altre raccolta di Marina Pizzi) è difficile sia *capire* che *sentire*. ( E perciò ho detto: « non è facile sprofondarsi negli abissi di angoscia sondati dalla poesia di Marina Pizzi»).
    Questo dobbiamo dircelo onestamente. E non so neppure se questo «flusso visionario» possa essere chiarito di più con «l’aiuto dello stesso autore» (o autrice). ( La cosa, tra l’altro, vale per un altro poeta, Antonio Sagredo, varie volte ospitato su questo blog, ma io credo che valga anche per gli autori meno “metaforizzanti” o apparentemente “chiari”). Questo, però, per dire che bisogna insistere sia a cercare di *capire* sia a cercare di *sentire*. Evitando di contrapporre, come mi pare facesse Gianmario in quella frase da me riportata, capire e sentire e in fondo privilegiando il “sentire”.

    E ancora: Luigi (Paraboschi) dice: «se la [poesia di Marina Pizzi] si legge con attenzione non possono sfuggire versi che, anche isolati dal contesto nel quale figurano, posseggono una valenza figurativa e fantasiosa, grandissima ».
    Non voglio fare il sottile o il polemico ad ogni costo, ma per tenere sempre presente quanto sia complesso il linguaggio poetico, inviterei a non accontentarci soltanto delle “perle”. Dovremmo – e non so se e quando ci riusciremo noi, ma altri spero tenteranno l’impresa – evitare il gusto “frammentista” e mirare a cogliere –cosa più ardua – la struttura complessiva di «Cantico di stasi». (Mi va di ricordare nuovamente le condivisibili critiche alla caccia delle “perle liriche” che Benedetto Croce compì sulla «Commedia di Dante»).

  19. @ Mayoor

    1.
    Ma davvero esiste questo «compito salvifico» della poesia ( o, come tu dici, del «vitalismo esistenzial-filosofico o intellettuale»)?
    2.
    La sofferenza in questi versi si “sente” (meglio: s’intuisce). Ma mi chiederei come viene “trasformata” (rielaborata) passando attraverso il linguaggio. O, rimanendo quasi inalterata (contro ogni facile ideologia della poesia e dell’arte come terapia o autoterapia), cosa permette di cogliere o aggiungere ( e solo in questo modo, cioè scrivendo poesia…).

    1. A Ennio:

      Il sentire non è fatto di emozioni, delle quali abbiamo sempre parlato? Nelle poesie di Marina Pizzi le emozioni si sentono, tutte.
      Mi riferisco al discorso nato parecchio tempo fa in cui si diceva che prima di scrivere bisognerebbe allontanarsi dalle proprie emozioni, giacchè anche allora non mi trovai d’accordo su questo principio, vorrei chiedere ad Ennio (se avrà voglia di rispondermi) se ancora la pensa come allora , se ha avuto dei ripensamenti o addirittura se pensa che il lasciar trapelare gli stati d’animo sia per il sentire (di chi egge) così importante, più importante della scontata chiarezza del linguaggio, come del resto io ho sempre sostenuto.

      1. Per caso un attimo fa su FB ho incontrato T. S. Eliot che mi ha detto di riferirti le sue parole:

        La poesia non è un libero sfogo delle emozioni, ma una fuga dall’emozione, non è una espressione della personalità ma una fuga dalla personalità. Ma, naturalmente, solo coloro che posseggono personalità ed emozioni sanno cosa significa voler evadere da tali cose.

        T.S. Eliot

        1. A Ennio:

          Grazie per la risposta, ma non hai risposto alla mia domanda diretta a te personalmente,perciò vorrei sapere cosa è per te il “sentire” se non una emozione trasmessa dall’emozione stessa del poeta.

          1. Diamoci una regola: le domande rivolte a una singola persona vanno fatte per mail private e non qui nello spazio pubblico di POLISCRITTURE.

  20. @ Simonitto

    «proprio a causa dell’”oscurità”, tra quest’ultima e chi non capisce si inseriscono i ‘sacerdoti’ (il Vangelo mica potevano leggerlo tutti, anzi, era proibito farlo, perché la sua lettura era amministrata con i relativi commenti e chiarimenti da chi ne aveva il titolo): si corre il rischio di creare il ‘potere’ di coloro che sono i depositari del “che cosa vuol dire veramente”, con tutti gli effetti perversi che ben conosciamo».

    Ma i ‘sacerdoti’ ( i critici), quando davvero riescono a commentare e chiarire almeno una parte dell’”oscurità”, fanno un buon lavoro e io li applaudirei.

    «l’oscurità in poesia può essere però di due tipi: autentica e inautentica. Per me – è un’affermazione che non sto qui ora a giustificare – quella della Pizzi autentica lo è».
    La mia affermazione prima o poi però dovrà pur essere giustificata, eh!

    1. @ Ennio

      1) Rispetto al rapporto ‘oscurità e sacerdoti’:
      *Ma i ‘sacerdoti’ ( i critici), quando davvero riescono a commentare e chiarire almeno una parte dell’”oscurità”, fanno un buon lavoro e io li applaudirei*.

      – Sì, concordo.
      Non era però quello il mio intendimento – perché noi abbiamo sempre una visione parziale delle cose, e ogni altro punto di vista non può che arricchirci –, ma quello di METTERE IN GUARDIA contro l’assumere la “pars pro toto”, quella che porta all’applauso, quella che dà potere ad una visione parziale come se fosse quella ‘totale’. Ovvero quello di ‘dare potere’ ai ‘sacerdoti’ in quanto rappresentanti della totalità.

      2) Sull’autenticità (e qui rispondo, in parte, anche a Emy)

      – Quando tu (Ennio) introduci “Cantico di stasi” con queste parole: *C’è una poesia – questa di Marina Pizzi – che va difesa. Perché si presenta inerme e oscura e rischia di passare sotto silenzio*, stai facendo una grande e pertinente osservazione, la quale va direttamente a giustificare il tuo assunto di “autenticità”.
      Infatti, con quell’ *inerme e oscura* stai parlando non della poesia, la quale può essere sì “oscura” ma non “inerme”, bensì della stessa poetessa.
      E’ la poetessa ad essere inerme e oscura di fronte al suo sentire e alla sua propria produzione poetica, in quanto fa tutt’uno con essa. Questa è la sua autenticità che si ‘impone’, ma anche la ‘espone’, inerme.
      Ella è, come espresso in altro mio commento, un Ulisse legato dove le corde rappresentano i limiti del linguaggio il quale – ancorchè poetico e che quindi sta di casa con il mistero e con l’oscurità – non riesce a ‘rendere’ e ‘sciogliere’ l’emozione sottostante.
      Per questa ragione sono parzialmente d’accordo con T.S.Eliot [a Ennio “dimmi dove hai incontrato Eliot che vorrei parlarci anch’io, chè ho da chiedergli due cosette, proprio su S. Giovanni della Crux, sul Nada y Todo (“Nulla e Tutto”)”] rispetto alla sua affermazione riguardo alle emozioni. Ma nessuno si chiede come mai, proprio nel mondo attuale, così strabordante di atrocità, non ci sia talk-show che non parli di emozioni, seminario di apprendimento sulla loro gestione, pubblicizzazione dell’importanza delle stesse? Dovremmo vivere in un mondo in cui la ‘pertinenza’ emotiva dovrebbe ‘evitare’ gli scempi che vengono perpetrati. E invece?
      Quando un soggetto – e non a caso uso il termine ‘soggetto’ – dice “questa è una emozione” si è già separato (non necessariamente ‘fuggito’, come invece afferma T.S. Eliot) dalla emozione, nel senso che le ha dato un nome e con quel nome, vero o fasullo che sia, può far circolare, mettere in commercio la sua emozione con il mondo dei parlanti. Oggi siamo arrivati al punto che è il “nome dell’emozione” o, per dirla meglio, la “immagine dell’emozione” a farci sperimentare l’emozione.
      Una rivoluzione copernicana a tutto nostro svantaggio, per cui siamo passati dal (pur discutibile) “Nomina sunt consequentia rerum” (1) al “Res sunt consequentia nominum”.

      (1) Frase nota per la citazione che ne fa Dante (Vita Nuova XIII, 4: con ciò sia cosa che li nomi seguitino le nominate cose, sì come è scritto: «Nomina sunt consequentia rerum»), e la cui origine è in un passo delle Istituzioni di Giustiniano.

      R.S.

  21. Ciao carissime e carissimi tutti, chiedo di nuovo perdono alla laguna o il lago, se anche il mio secondo intervento sembra non essere dritto sul punto vivo, delle nebbie e dei fari che cercano di vedere almeno un centimetro oltre il dietro e l’avanti, oppure ad alzarla un poco più sopra la macchina del corpo che cerca di muoversi, rischiando la caduta immediata o posticipata di poco appena preso il volo…vorrei ringraziare però per primo un lettore come me, nonché diversamente da me pure poeta . Immaginavo durante altre nebbie ed anche in questa, che sulla strada o fra nuvole o nelle cisterne sotterranee che le raccolgono, ci fossero, apparentemente invisibili, lettori come me a sfogliarle. In queste nebbie arriva una voce che supera la diminuzione della messa fuoco, e si fa ascoltare vicino e complice di noi tutti…questa mia è una divagazione per dire tante cose che non so esprimere e che non sono emozione, sono qualcosa di più, come ricorda il nostro “giocherellone”, senza il quale e senza la quale scatola toracica salda(ta) a quella cranica, non potremmo ogni volta sfogliare le nostre nebbie, la cui bellezza (tormenti che uniscono per primi) non deve e non può essere consolazione o emozione, né tantomeno salvezza. Se fossi poeta poeta, se fossi marina a tomboli, mi ribellerei con tutte le mie forze a questa vera e propria “oscurità”, vuota della stessa nota caverna , priva di ogni lanterna e ombre dentro e fuori.

    Ho preso dunque a pre-testo il capolino in punta di piedi nelle nebbie, di un giovine favoloso, che s’oppone di fatto senza neanche doverlo dire al contrario di altre e altri, giovani e vecchi, sempre così distanti, altere o alteri, aristocraticamente eletti “a prescendere” nel nome di chissà quale etichetta poetica; cosa che anche la mia cara Emy ( non solo per le incazzutamente puntute argomentazioni, sempre più analitiche, del nostro “giocherellone”) dovrebbe rigettare in toto. Perchè? Come? per lei e chi come lei, dovrebbe essere più semplice alzare questo tipo di nebbia, visto che prima di ogni sua parte intellettiva, o addirittura intellettuale, verrebbe l’emozione, ergo qualcosa di molto piu vicino allo spazio dell’istinto. Mettere o addirittura mettersi, una corona , di fiori fino a quella di diamanti, perché si avrebbe in dote naturale una salvezza, o un regno di emozioni, nel tempio chiamato poesia, è solo di coloro che con la stoltezza degli asocial-network si divertono a spacciarsi amici di poesia tanto da scriverla, cosa che fa coppia perfetta con i vari eletti dalle case editrici che hanno il monopolio dei gusti (a)poetici per distruggere il mitico popolo, in questo caso si direbbe per “poesia” di super-mini-nicchia ( ma poi ognu nicchia è il sottoinsieme di uno più grande che le contine tutte per alienarle tanto nel singolo quanto nell’insieme dal cervello come dal cuore). Se le dichiarazioni di Emy e di tutti coloro che come lei e piu di lei si sentono dalla parte “buona” dell’impegno sull’arte massima della “voce” e del “dare voce” a sé e/o agli altri, nelle immagini o con gli oggetti scolpiti nell’arte e nella “scienza” massima della “parola”, vogliono essere di così piena forza, pur nelle nebbie, o nei vulcani, negli oceani o stagni e ristagni, devono per sillogismo prepoetico, ammettere a se stessi e agli altri, la fr-agilità ( debolezza compresa) e la nudità più che assoluta davanti allo specchio di una presunta “salvezza” ( tanto delle emozioni, quanto delle intellettualizzazioni, quanto dei casati aristocratici e chi piu ne ha ne metta). Se ciò non potesse avvenire, per trasformazioni progressive delle proprie luci e oscurità, si rischia di scambiare nebbie per lanterne, senza lucciole di pasoliniana memorie, ma soprattutto si rischiano tutti gli autoinganni a riduzione di ciò che piu si amava o in cui si amava esprimersi in nome di ” signorina poesia” ( cacchio! a proposito, Transit mi manchi! dove mi sei finito? non trovi più la mappa che ti ha portato in questo quadrato a circolo e spirale?).

    Del resto anche nei mondi dei soli sentimenti, spesso si rischia di rimanere stritolati (senza nemmeno venire uccisi) proprio da ciò o da chi più si amava al mondo.

    Ancora grazie a questa “marina” e a questo dibattito per ognuna/o delle/i partecipanti (visibili e invisibili)

    ps
    buona settimana a tutte/i

    1. A Ro:

      Cara cara Ro:

      vedi , io non scambio lucciole per lanterne, tanto che ho trovato nella poesia di Marina Pizzi una grande lanterna , una lanterna così luminosa da illuminare la nostra strada. Nell’oscurità della poesia io trovo spesso molte risposte, perché la poesia per me è luce. La poesia non è la parola che riesce a trasmettere la sua importanza, anzi, sempre secondo me, la parola è limitante a volte quasi inutile. La poesia nasce proprio da quel sentire che solo un grande poeta può riuscire a trasmettere. E’ un’emozione, guidata da parole che dovranno poi essere il dialogo fra il poeta e il lettore. Un dialogo che si stacca dal solito parlare , ma che fa la differenza tra una voglia di parlare e il desiderio di trasmettere molto di più. Resta il fatto che ognuno vive e vede il mondo con i propri occhi , fortunatamente! Sicuramente non è mai tardi per maturare, ma si sa …il frutto maturo alla fine cade. La salvezza esiste (e come se esiste!) in poesia, ma è salvezza della poesia stessa . Ogni poeta muore un po’ ogni volta che cerca (e dico cerca) di comporre versi , dona la sua esistenza per poter far vivere la sua poesia così come essa ha voluto nascere. Forse è come un parto , un figlio , ad ogni madre o padre, il proprio.

      Ho sguainato una spada
      prima d ferire
      Ma la sua vecchia lama
      si è spezzata.

      Emy

      1. Se dovessi dire cosa è per me il mondo
        prenderei un criceto o un riccio o una talpa,
        lo metterei una sera in una poltrona di teatro
        e accostando l’orecchio al suo muso umido
        ascolterei cosa dice della luce e dei riflettori,
        dei suoni della musica e dei movimenti del balletto.
        (Milos Czeslaw )

        1. a Mayoor:

          Ah quel riccio! Sento e vedo e ascolto tutto ciò che, chi sta seduto vicino a me, non sente, non vede non ascolta. Sono nato riccio.

      2. Mia cara Emy credo proprio di non saper usare la parola, e nemneno poetica, ma semplice suono o suo insieme, per raggiungere i tuoi reni al volto chiamati labirinti o , tecnicamente, conchiglie denominate apparato uditivo…inutile esprimere dunque di nuovo il mio primo e il mio secondo grazie a questa “marina”, se i risultati di altrui “sentire”, fra cui il tuo , non posso avvicinare nel relativo ascolto.molto probabilmente ciò che rifletto é intraducibile. ..mi contemplare in questo dubbio o certo autoinganno…

  22. @Ennio

    Capisco che qualcuno si aspetti dal poeta la capacità di elaborare un pensiero utile, ma così facendo si sminuisce il valore della poesia accadimento (rabbia, disperazione, pianto …) e della sua pura necessità. Tanto più se oggi il dolore è un tabù e della povertà ci si vergogna. Marina Pizzi lo esprime senza tanti complimenti e per me anche chiaramente. Entra mani e piedi nel sentimento per trarne un arazzo. E cosa ci insegna? Come minimo a tenerne conto, e poi per far sentire la sua voce nell’olocausto in cui si trovano a vivere milioni di persone.
    Per rispondere alle tue obiezioni inerenti il linguaggio: nel mio precedente commento ho dato a intendere che la scrittura della Pizzi è una derivazione dello sperimentalismo italiano – anni 60/80 – , e so che Grandinetti sarebbe d’accordo, per quanto ne è avverso l’ho ha sicuramente riconosciuto fin dalle prime righe. Ma avrei potuto parlare più semplicemente di scrittura espressionistica: “L’espressionismo esprime la necessità artistica di interpretare la sostanziale deformazione della percezione di una realtà avvertita ormai come distorsione del felice rapporto uomo-natura e in aperta opposizione ad una società borghese illusa ed egoista che marcia inconsapevolmente verso la I Grande Guerra. In ambiente di crisi politico-sociale assieme alla crisi dell’arte europea ma anche alle nuove e importantissime scoperte scientifiche all’inizio del Novecento, si determina lo stile espressionistico che si concentra su alcune tematiche emergenti della società: il «grido interiore», la distruzione del mondo fino allora conosciuto, la solitudine umana, il male e la violenza, la condizione di «smarrimento, d’angoscia, d’orrore» dell’umanità. – Mittner, da Wp-.

    Confesso di essere tra quelli che preferiscono un autore piuttosto che un altro in base alla qualità delle loro metafore. Ammetto la parzialità del giudizio estetico ma come lettore non mi riesce di fare diversamente. Tuttavia devo dire che un conto sono le metafore e un altro è il linguaggio tutto metaforico, o portato all’estremo come nel caso di Marina Pizzi (ma potremmo dire anche di Roberto Bertoldo).
    Il linguaggio tutto metaforico diviene altro linguaggio, da qui la difficoltà di lettura: è come se leggessi una lingua diversa dalla mia, che conosco poco (Linguaglossa parla di metafora illogica “quell’immagine che unisce due elementi linguistici inconciliabili secondo l’impiego logico del linguaggio”).
    Ma voglio dirlo contro me stesso, io comincerei anche a puntare il dito sull’uso della metafora stessa, perché, come suppongo tanti altri, mi accorgo della presenza di meccanismi mentali che risentono del clima tecnologico in cui ci troviamo a vivere. Si dirà che è l’eterno problema del poeta in rapporto alla contemporaneità, o per dirla diversamente: è il problema dei contemporanei che non si riconoscono nella poesia che li rappresenta…

  23. @ Abate che dice :

    “. Dovremmo – e non so se e quando ci riusciremo noi, ma altri spero tenteranno l’impresa – evitare il gusto “frammentista” e mirare a cogliere –cosa più ardua – la struttura complessiva di «Cantico di stasi». ”

    Ennio, concordo su quanto affermi con la tua risposta a me indirizzata, ma, e qui, parlo ovviamente solo per me, io non riesco ad afferrare fino in fondo la struttura del Cantico di Stasi. Lo ammetto è un mio limite culturale, mi mancano i c.d. fondamentali, ecco perchè intuisco solamente la forza della poetica di Pizzi, che considero bravissima ma oscura ,e mi sono limitato ad evidenziare alcune ” perle ” stilistiche a mio avviso, come in pittura ho memorizzzato certi rossi- rosati di Afro e alcune pennellate in Giallo rosa di un quadro, ( credo fosse Cuba )di De Kooning.

    In fondo io non credo molto a quanto ti ha detto in quel tuo “recente” incontro T.Eliot che dici di aver incontrato su F.B.

    “la poesia non è un libero sfogo delle emozioni, ma una fuga dall’emozione, non è una espressione della personalità ma una fuga dalla personalità. Ma, naturalmente, solo coloro che posseggono personalità ed emozioni sanno cosa significa voler evadere da tali cose.

    T.S. Eliot ”

    questo mi sembra più un suo calembour linguistico che una considerazione profonda, ma forse ciò dipende dal fatto che io non ho mai capito fino in fondo la sua poesia nè quella del suo osannato mentore Ezra Pound, ancora più oscuro di lui.

    Cordialmente saluto

  24. …cambiando punto di vista, come a volte mi succede, questa poesia mi sembra la tessitura di una ragnatela ingarbugliata, dove gli uomini tutti, gli animali, le cose, le civiltà passate e a venire, la stessa Marina ne sono impigliati…vani i sussulti di libertà. La tela, tessuta e ritessuta in tentativi sempre diversi di ricomposizione, si disfa tra le mani. Una poesia che parla molto di noi oggi. Dall’estrema solitudine nella poesia di Grandinetti all’estremo smarrimento in questa di Marina Pizzi…”La notte oscura”che forse nella condivisione puo’ un po’ aprirsi

  25. Avevo letto interamente il testo senza accorgermi dei doppi, l’attenzione è un elemento aleatorio, ci concentra più su certi aspetti che su altri. Ma non è qui il punto, piuttosto: è l’affollamento di immagini e associazioni un elemento che oscura l’attenzione? e i bagliori che Juan de la Cruz intravvedeva sono le oscure illuminazioni che l’oscura poesia di Pizzi solleva?
    Ha ragione Lucini invitando chi legge Pizzi a un sentire in senso più forte, a stare e abitare nella poesia, in cui lei fa di tutto per non seminare significati certi e definiti.
    E infatti anche EA deve scrivere: “La mia affermazione prima o poi però dovrà pur essere giustificata, eh!”, a proposito dell'”oscurità autentica” attribuita a Pizzi.
    Il ragionamento di EA: la stasi del cantico è nella caoticità del mondo, è quella dei nostri tempi, e quindi per intendere la poesia di Pizzi occorre sprofondarsi e calarsi nella sua scelta di inconscio linguistico.
    La categoria di oscurità viene a coprire e uno stile e una lettura del mondo, per specularità, per mimesi. Ma questa relazione tra stile e realtà non mi sembra necessaria. Sì, è una forma di conoscenza, ci fa “intuire” attraverso la difficile lettura la difficoltà di interpretare conoscere la realtà in cui viviamo.
    Ma la conoscenza per rispecchiamento è poco potente, e rischia l’annullamento dell’identità, lo “zero” delll’uguaglianza, l’indifferenza dell’intero, il tutto-pieno ecc.

    Allora, davvero, che cos’è l’oscurità “autentica”?
    E in rapporto a questa oscurità, che valore hanno le letture di A. Locatelli e anche di E. Banfi che raccolgono per sé, nel cantico, delle emozioni, che sono oscure potenze pure esse?

    1. Innanzitutto mi scuso se approfitto di questo spazio per mandarvi una poesia di Gary Snyder in cui il sentire la fa da padrone in un modo così splendido che le parole sembrano solo ed esclusivamente al servizio dell’emozione , ma cosi non è , il linguaggio è così chiaro che nell’oscurità di chi lo legge il sentire resta impresso con le sue parole . Per dire che il linguaggio è solo l’importante dialogo con i sensi.

      “Il Bagno” di Gary Snyder
      Nella sauna faccio il bagno a Kai
      La lampada a cherosene su una scatola,
      da fuori, accanto alla porta a finestra,
      illumina i contorni della stufa in ferro e della
      tinozza sul pavimento
      Vapore nell’aria e crepitio di gocce d’acqua
      Spruzzate sul mucchio di pietre in alto
      In piedi nell’acqua calda
      Le cosce e il pancino morbini tutti insaponati
      “Gary, non m’insaponare i capelli!”
      -intimorito dal bruciore degli occhi-
      la mano insaponata percepisce
      ed esplora ogni curva e rotondità del suo corpo,
      fino all’inguine,
      Gli lavo , solleticandoli, lo scroto e il piccolo ano,
      e il pene gli si drizza e si indurisce
      non appena ne sollevo la pelle per provare a lavarlo
      Ride, salta, agita le braccia,
      mi accovaccio , anch’io nudo,
      è questo il nostro corpo?
      Sudati e ansimanti nel vapore afoso pietra rovente
      Tavole di cedro tinozza di legno spruzzi d’acqua
      Tremolio della lampada a cherosene vento tra i pini fuori
      sierra bosco montagna nella notte –
      Entra Masa, da sotto la porta
      una ventata di aria fresca
      un respiro profondo e dolce
      Gira Kai tenendolo con cura, piegata su un ginocchio,
      i capelli le ricadono da una parte
      nascondendole tutto un lato del corpo: la spalla, un seno e il ventre,
      Con destrezza lava i capelli di Kai
      Mentre lui si ribella , dimenandosi e urlando-
      Il corpo della mia signora, la sua sinuosa colonna vertebrale,
      allungo la mano fino ad infilarla nello spazio tra le cosce,
      la appoggio a coppa sull’arco della sua vulva, e la tengo da dietro,
      una carezza di sapone una mano come un graal
      Le porte del Rispetto
      Che racchiudono un mondo mutevole di specchi doppi che girano
      uteri dentro uteri, in cerchi concentrici
      Che originano nella musica,
      è questo è il nostro corpo?
      Il posto segreto del seme
      Il reticolo di vene che scorre sotto il torace, raccoglie
      latte, che sgorga dal capezzolo – e
      s’adatta alle nostre bocche –
      Il latte, succhiato dal nostro corpo, lo attraversa
      di sussulti di luce; padre e figlio,
      condividiamo la gioia della madre
      Capace di addolcire il fiore del rispetto
      Fiore di loto che si schiude rigoglioso su cui poggio la mano a coppa, baciandolo
      Kai ormai svezzato, ride davanti al seno della madre,
      e insieme
      ci laviamo l’un l’altro,
      questo nostro corpo’
      Il piccolo scroto di Kai attaccato all’inguine,
      racchiude il seme ancora nascosto, lo stesso che gli arrivò da noi
      Attraverso correnti mosse dalla stessa forza gioiosa
      che dopo animava Masa quando lo allattava,
      e con i suoi seni gioca,
      Oppure me quando sono dentro di lei
      E lui quando ne è emerso,
      questo è il nostro corpo:
      Puliti e lavati, continuando a sudare,ci allunghiamo,
      sulla panca in legno di sequoia i nostri cuori battono
      In silenzio al ritmo del bollore della stufa,
      profumo di cedro
      Poi ci giriamo,
      a bassa voce chiacchieriamo di erbe,
      della legna da ardere,
      Pensiamo a Gen, che dorme, a come convincere anche lui
      a fare presto il bagno-
      Questi ragazzi amano la madre
      Che ama gli uomini e che
      Ad altre donne passerà i suoi figli;

      In cielo una nuvola. Pini agitati dal vento.
      scorre gorgogliando il piccolo torrente nel prato paludoso

      questo è il nostro corpo.

      Dentro fuoco acceso e acqua che bolle sulla stufa
      Un sospiro profondo e ci alziamo dalla panca
      Avvogliamo i bimbi nelle coperte, usciamo fuori,

      Nera notte stellata .
      Versiamo acqua fredda sulla schiena e sulle cosce
      Entriamo in casa – Kai, al centro accanto al fuoco
      Eccitato, sgambetta sulla pelle di pecora
      A lui aggrappato Gen urla

      “Bao! bao! bao! bao! bao!

      Questo è il nostro corpo. Seduti a gambe incrociate accanto al fuoco
      Beviamo acqua ghiacciata
      abbracciamo i bimbi, baciamo pance,

      Ridiamo sulla Grande terra

      Appena fuori dall’acqua del bagno.

      Traduzione Chiara D’Ottavi

      1. Per quel che capisco io delle parole di Eliot, Gary Snyder potrebbe non essere mai stato in un bagno turco in tutta la sua vita.

      2. @ Emilia Banfi

        Bisognerebbe spiegare come si concilia questo giudizio sul «Cantico di stasi» della Pizzi: «In questo meraviglioso per me sentire, sento la vera lotta, la vita esposta ad ogni sentimento , racchiude in sé voli di angeli e di rondini, radici da tenere strette, la forza del ritorno io l’ho ascoltata e l’ho sentita così forte e bella» con la proposta della poesia di Gary Snyder.

        Si può continuare a credere che ci sia un rapporto diretto, naturale, tra parole e emozioni? O che scrivere sia la «conseguenza» di un certo sentire dato dai sensi? Non so se si può essere ancora oggi così ingenue o così attaccate ad un’immagine della poesia da mondo antico (o da sensismo settecentesco). Se tutti sentono attraverso i sensi, come mai non tutti scrivono poesie?

        Ma la poesia di Gary Snyder è davvero così ammirevole?In questi suoi versi davvero «il sentire» la farebbe da padrone «in un modo così splendido che le parole sembrano solo ed esclusivamente al servizio dell’emozione»? Questa poesia è semplicemente descrittiva. Traduce in parole i dati che gli occhi vedono e elenca questi dati nei versi («Tavole di cedro tinozza di legno spruzzi d’acqua/Tremolio della lampada a cherosene vento tra i pini fuori/sierra bosco montagna nella notte…). Vuole essere abbastanza realistica («Gli lavo , solleticandoli, lo scroto e il piccolo ano,/e il pene gli si drizza e si indurisce»), blandamente erotica nel rispetto del gusto della famigliola benestante (credo angloamericana) chiusa nel suo guscio privato (« allungo la mano fino ad infilarla nello spazio tra le cosce,/la appoggio a coppa sull’arco della sua vulva, e la tengo da dietro,/ una carezza di sapone una mano come un graal»).
        Quel «come un graal» mi pare ridicolo. E, vabbé, « questo è il nostro corpo». Ammesso che il corpo sia solo questo, e poi? «Beviamo acqua ghiacciata/ abbracciamo i bimbi, baciamo pance,/ Ridiamo sulla Grande terra/ Appena fuori dall’acqua del bagno.». Tutto qua?

        Ma è questo il tipo di poesia che si vuol fare? È questo il modello che si nasconde dietro i discorsi sul rapporto diretto tra emozioni e scrittura?

    2. A me non sembra che in questo caso ci sia relazione tra stile e realtà, se mai il contrario: Marina Pizzi sceglie un linguaggio difficile alla lettura proprio per staccarsi dalla realtà artficiosa del mondo in cui viviamo. E secondo me non tenta nemmeno di raffigurare la caoticità del mondo, se così fosse la sua poesia sarebbe più comprensibile e condivisibile. No, credo invece che sia incazzata nera, al punto di volgere lo sguardo più sulle rondini che sugli umani.

      1. La relazione tra oscurità di stile e caotica realtà la imputavo a EA, non la facevo mia.
        Un avvicinamento all’oscurità come un “fiat lux di un evento aurorale appena fuori di quel momento prima del tempo che non è dicibile né rappresentabile” di cui scrive Mannacio, “quasi che in ciascuno di tali blocchi (si) intravveda il coagularsi di forme che cominciano ad essere significative di qualcosa e come tali descrivibili ancorchè in maniera magmatica e disordinata” personalmente mi sorprende, come una strada di fertile lavoro.

      2. Cristiana, ma hai letto solo i commenti? neanche ti sei accorta delle parole ricorrenti che anche un cieco le vedrebbe… una cosa a me pare certa: che se una poesia non ci va, vuoi come in questo caso per il linguaggio impegnativo, difficilmente si arriva al numero cento. E non è certo una colpa. Anch’io sarei tra questi, non fosse che stavolta mi è andato di leggere e, se non altro per i numerosissimi versi di buonissima poesia che vi ho trovato, ne sono contento… ma afflitto perché so come si sta quando non si vedono vie di scampo. Mi sembra che MP si occupi di questo. L’ombra, quel che sta nell’ombra che necessita di luce per essere visto, aspetterà che passi il tormento. Van Gogh si guardò bene dal seguire con la pittura il volo degli uccelli neri della sua ultima opera, preferì lasciare al mondo i suoi iris… ma chissà, se con la pittura avesse seguito il volo di quegli uccelli forse si sarebbe salvato. C’è un dolore necessario.

        1. Davvero Mayoor non capisco che cosa mi imputi. Ho letto tutti i 100 testi e ho trovato anch’io versi di ottima poesia.
          Cercavo invece, nei commenti precedenti, di “chiarire” l’idea di oscurità che Ennio ha usato a proposito della poesia di MP. Mi sono riferita a quella idea di oscurità, che ho chiamato addirittura categoria. Ho creduto che quell’oscurità fosse, per Ennio, legittima eco nel poetare (l’inconscio linguistico) del caos reale.
          Leggendo Mannacio, quell’oscurità potrebbe essere un fiat lux, una ri-creazione dal magma verso la luce, e l’idea mi sembra ricca di possibilità.
          Quindi mi tenevo sul piano degli strumenti critici, non della lettura del testo.
          Se sono riuscita a spiegarmi, ti ho risposto a proposito?

          1. Però non voglio fuggire dal dire cosa penso io della poesia di MP. Ho tentato di proporre, con pochi versi, una differenza tra tutto pieno e troppo pieno (idraulico). I 100 componimenti hanno rischiato in me un effetto di tutto pieno, un colmo che esita nell’indifferenziato, la non articolazione interna, un esito mistico. Anche le singole poesie, oltre a versi o sequenze, che mi avevano colpita, rischiavano sempre di perdersi in un effetto di abbagliamento.
            Mi sono proposta quindi di considerare un “troppo pieno”, uno sgorgare dell’eccesso, uno scorrere di ciò che deborda, una omeostasi mai raggiunta e continuamente da riproporre. Una dinamica difficile, con tratti di ricorrenza faticosa. Certo che, in questa prospettiva, sarebbe occorsa una lunga rilettura, quasi un effetto di raddoppiamento da parte del lettore, della scrittura. Di questo pure Lucini parla, nella sua nota.

          2. Sì sì, è chiaro. E’ che questa idea di oscurità ha finito col creare un polo di critica avversa, dove l’attenzione a quel che c’è di buono si perde nel dubbio. Finora nessuno, mi pare, è riuscito a dire con parole chiare in cosa consista questa oscurità. A me sembra questa una circostanza dove si evidenzia l’assenza di ogni metodo, critico e poetico, salvo l’individualità (sempre dichiarata) che per forza di cose ci pone allo sbando, seppur nel tentativo di capire. Ma questo a me piace, infatti avevo fatto cenno alla critica che viene dal basso, dalla rete, come “unica compagnia”.

  26. MARINA PIZZI.
    1.
    Ennio si chiede se l’oggettiva oscurità del lungo testo di M.P sia autentica o artificiosa. La sua risposta mi convince. La sequenza di quelli che chiamerò “ blocchi poetici “ che costituiscono il testo nel suo complesso è animata da una tale tensione ( che non qualifico né emotiva né espressiva ma semplicemente – per il momento – fisiologica ) da togliere il respiro. Nessuno che non sia un autentico “ atleta “ potrebbe sopportare una simile prova. A mio giudizio anche chi è pregiudizialmente portato a rifiutare il testo vi è trascinato dentro se non altro da una sorta di curiosità ( come andrà a finire ? ) .
    A.M Locatelli parla ( e tutt’altro che arbitrariamente ) di “ sgretolamento del cosmo “ ( che significa ornamento ed armonia ) “ nel caos “ che significa vuoto informe. L.M.T ,dal canto suo rileva nel titolo ( “ stasi “ ) una sorta di – così mi sembra di capire – “ desiderio “ di composizione o contemplazione.
    Colgo i due suggerimenti.
    Si dice che nella poesia l’intenzione conta relativamente poco e pur essendo convinto di ciò credo che lo scioglimento dell’enigma “ sull’intenzione “ ( descrizione di uno sgretolamento / contemplazione di una ricomposizione in fieri ) non sia inutile. In fondo serve a stabilire in che misura vi sia una a correlazione tra lo strumento della parola usata e il c.d spirito dell’opera cogliendone gli elementi lessicali e le connessioni convenienti a dare un senso alle parole.
    C’è sempre una sorta di arbitrio nell’interpretazione di questo passaggio.
    Tale arbitrio cerchiamo di riempirlo ancora una volta con le “ parole usate dal poeta “, dal suo ripetersi, dalla loro eventuale eccezionalità. Non potrebbe essere altrimenti dato che le parole tradiscono il pensiero e quindi lo rivelano.
    In questa direzione ho notato che M.P. non ricorre mai o quasi mai a simboli di fuoco o di ghiaccio . Non ostenta dunque un apocalittico “ solvitur saeculum per ignem” ( Dies irae ) né una fine per glaciazione come applicazione poetica del secondo principio della termodinamica. Ma ho notato anche – è davvero molto difficile leggere con attenzione in poco tempo il lunghissimo testo – che il tempo verbale più usato è IL PRESENTE, tempo verbale che affossa quasi i ricordi ( un preciso ricordo affiora in una cena di natale, subissata dal qui ed ora ) . Ciò mi porta non so quanto arbitrariamente a pensare che M.P stia assistendo non allo sgretolamento nel caos ( che sarebbe pieno di ricordi e di verbi al passato ) ma al fiat lux di un evento aurorale appena fuori di quel momento prima del tempo che non è dicibile né rappresentabile. Ecco perché – mi dico – ella opera per blocchi di eventi quasi che in ciascuno di tali blocchi intravveda il coagularsi di forme che cominciano ad essere significative di qualcosa e come tali descrivibili ancorchè in maniera magmatica e disordinata. Ecco perché – mi dico ancora – gli incipit dei vari blocchi sono spesso fulminanti e densi anche nella loro enigmaticità. Mi limito ad alcuni esempi.
    Quale imbrunire mi oscurerà la fronte….Così si dice pianga la lucciola….Così noiosi da sembrare gemelli…..L’arringa del salice piangente….Dio del pensiero storpio abbuia già….
    Sarà festivo il dì del nome tuo ( il blocco n. 27 mi pare il più compiuto )–.-La bisaccia delkalk rondine non basta a trasporti da me….ove cicala il mondo l’elemosina….Amor di nostalgia starti accanto…..L’età della stazione è un papavero rosso …(quasi che M.P preveda che si assestino a breve le scarpate di una futura ferrovia con i papaveri che vi crescono… ).
    Ma è proprio di questo quadro in movimento la ricerca di ordine n “ arbitrario “ che prescinde dalla parola del futuro poeta e si dà uno statuto che prescinde da un intervento altrui. Vi è una coerenza tra questa situazione e l’oscurità che non può essere sottaciuta o negata. E coerente anche la carenza di vere e proprie associazioni facilmente riconoscibili in quanto la materia in tensione verso l’aggregazione non si dà da subito ma si riconosce ex post. I passaggio dagli incipit fulminanti e “ il seguito “ appare molto spesso arbitrario e si puà scambiare come una sorta “ barocchismo “ intellettualistico, cosa che io personalmente escludo per le ragioni che ho già detto. I passaggi da verso a verso sono difficili e dirompenti di una aspettativa che viene il più delle volte delusa. Il viandante – cioè il lettore che percorre il cammino dettato dalle parole – le vede come un’ombra che lo precede sempre e che non si può afferrare anche se non può negare che alle sue spalle c’è una luce ( non un fuoco distruttore ) che le alimenta.
    Tale situazione è sempre all’orlo di uno scacco perché si “ deve afferrare anche l’ombra “.
    Perché scriveremmo, altrimenti.?
    Per il resto – merito non da poco – M.P può partecipare “ al privilegio “ dell’incomprensione ( cosa differente dalla incomprensibilità ).
    Giorgio Mannacio.

  27. Caro Mannacio, scendere sul piano personale dell’incompreso/a non mi trova d’accordo, perché se [la poesia di] M.P. può partecipare, come lei dice, *“ al privilegio “ dell’incomprensione ( cosa differente dalla incomprensibilità ).*, significa che, dall’altra, c’è qualcuno/a che non la comprende (e come soggetto mi riferisco alla poesia di M.P., come ho introdotto tra par. quadre).
    Dico invece che un conto è capire e un altro è farsi capire sulla base di ciò che si vuole dire, cosa che è stata oggetto di riflessione anche di Rita Simonitto.
    Per quanto mi riguarda, nessuna preclusione nei confronti della poesia intimista, di ispirazione mistica o del disagio sociale, temi ai quali può essere avvicinata questa poesia. Il mio disappunto è sulle modalità di trasmissione del messaggio, che trovo quasi imbarazzante in molti dei passaggi.
    Vi sono versi validi, a partire dai primi due, ma parimenti trovo delle ovvietà che di poetico hanno ben poco, del tipo: il bimbo gioca a se stesso da piccolo / ma non lo sa e non è felice appieno. […] in un duetto di fragole di maggio / invento le gole di fratelli golosi / così noiosi da sembrar gemelli. / l’arena di truppa non fa finir la guerra / né la buona cucina invita qualcuno / per esorcizzare il rantolo. (4.); La finestra dello scontento / lungo le rotte del mio sacrificare / la calca della palude. nell’interno / del diamante vedo il cestino / delle inutili stimmate. sono molto a soffrire / questo marziano d’ansia. (6.). Versi sconnessi tra loro, tra cui vi sono gli stessi esempi che lei riporta. Che non chiamerei ‘oscuri’, ma che, come quelli qui riportati, sono privi di messaggio. Ma non mi dilungo in altri, che pur vi sono.
    Magari significherà che sono ignorante (non lo nego), stando alle premesse, oppure vuol dire che c’è un’altra sensibilità nel ‘ricevente’? Io l’accento lo metterei sulla seconda.
    E rimarco anche: la questione non si può liquidare semplicemente mettendola sul piano sull’incomprensione.

      1. Gentile Marina Pizzi, ne sono più che convinta anch’io, quello che mettevo in evidenza è la difficoltà di farlo recepire agli altri, il nodo è qui.

      2. @ Pizzi

        Sì, ma il difficile sta nell’afferarlo (a volo?) e metterlo in poesia! Se no, resta una mera potenzialità, una credenza o un sogno del tutto incomunicabile…
        Sai quanto poetico c’era al momento del Bing Bang… E chi lo raccolse?

  28. Cara Di Leo, nulla di più lontano da me dall’atteggiamento di ” buttarla sulla comprensione ” o di bollare qualcuno di ignoranza o superficialità. La mia chiusa era una polemica contro la frettolosità – non sua,ma generale e che riguarda tutti i poeti ” non ufficiali ” – cominicative- di un rifiuto apriorustico di fronte alle difficoltà di accettare un testo. Anch’io non ho detto di accettarlo,ma non lo respingo. Infatti – lei lo noterà – non mi sono lasciato andare ad un discorso di critica estetica al quale mi dichiaro largamente incapace, quanto piuttosto di cercare di capire le ragioni interne di un fare poetico così inusuale ed enigmatico e di penetrarne la genesi.A ragione o a torto ho creduto di ravvisarle in un atteggiamento di stupore aurorale di fronte all’organizzarsi della materia informe in espressioni via via più perfette, coerenti e tra loro armoniche. Il che corrisponde da una lato alla mia ricerca poetica e dall’altro suona un invito ad una sempre più consapevole ricerca di una comunicazione condivisibile. Un cordialissimo saluto e grazie del riscontro del quale terrò conto nelle mie meditazioni. G.M

  29. @ Fischer

    Per amor di chiarezza: non sostengo la tesi che mi attribuisci: «Il ragionamento di EA: la stasi del cantico è nella caoticità del mondo, è quella dei nostri tempi, e quindi per intendere la poesia di Pizzi occorre sprofondarsi e calarsi nella sua scelta di inconscio linguistico.».
    Ho scritto: « È meglio, secondo me, che il lettore si accosti così com’è a questa difficile poesia; e inizi un braccio di ferro con questi versi. Le due esigenze vere – quella della poetessa e quella del lettore – s’incontrino o si scontrino. E l’esito resti pure incerto e non preordinato.».
    E poi : « La sua [di Marina Pizzi] ricerca si è calata dentro l’inconscio linguistico».
    Non ho dunque né consigliato né richiesto che altri facciano (ammesso che lo si possa fare) quello che Pizzi ha fatto o fa. Proprio perché convinto (ed anche questo l’ho scritto) che « non è facile “sprofondarsi” negli abissi di angoscia sondati dalla poesia di Marina Pizzi».
    Che poi si possano avere riserve (poche o tante) verso questo tipo di poesia o questa «conoscenza per rispecchiamento» (e ancora cautamente aggiungo: ammesso che quella di Marina Pizzi sia per rispecchiamento) o se ne vedano i rischi («l’annullamento dell’identità, lo “zero” dell’uguaglianza, l’indifferenza dell’intero, il tutto-pieno ecc») è altro (legittimo) discorso.
    Possiamo farlo noi lettori tra noi o con Marina Pizzi, se lei accettasse di farlo.
    Questo però non cancella il dato ineludibile: Marina Pizzi e molti altri poeti si spingono proprio in queste direzioni di ricerca classificabile – sempre con una certa approssimazione – romantica o orfica.
    A chi non condivide questa poetica (o questa scelta che ha a che fare qusi sempre anche con un certo modo – libero o coatto – di porsi nei confronti della “vita” o del “mondo”) non resta che interrogarsi sulla complessità dell’animo umano; e far sentire a chi su questa via (per lui “irrazionale”) insiste la sua voce (fraternamente) dissenziente.
    E perciò ho richiamato i due scritti di Fortini su morte e suicidio.

  30. Credo sia stato un bene tirare in ballo l’autorità abbastanza riconosciuta di Eliot (che non ho affatto incontrato e la cui citazione ho colto a volo da FB) perché anche lui insiste sulla discontinuità tra emozioni e poesia.
    Su quest’aspetto mi pare concordi in pieno anche Rita [Simonitto] se scrive: «Quando un soggetto – e non a caso uso il termine ‘soggetto’ – dice “questa è una emozione” si è già separato (non necessariamente ‘fuggito’, come invece afferma T.S. Eliot) dalla emozione, nel senso che le ha dato un nome e con quel nome, vero o fasullo che sia, può far circolare, mettere in commercio la sua emozione con il mondo dei parlanti». Tra l’altro ben attualizzando e contestualizzando al presente: «Oggi siamo arrivati al punto che è il “nome dell’emozione” o, per dirla meglio, la “immagine dell’emozione” a farci sperimentare l’emozione».

    Ma della stessa opinione era anche Fortini, dalla cui intervista a Rai Educational, Cos’è la poesia, cito di nuovo alcuni passi:

    – « Il poeta si lascia adulare grazie ai suoi supposti rapporti col mondo dell’invisibile e dell’inconscio, come vedremo supposti, ma non del tutto falsi. Insomma per risolvere dei problemi affettivi, morali, psicologici, religiosi, metafisici è meglio non fare assegnamento sulla scrittura dei versi. Se si scrivono o se si leggono dei versi senza qualche coscienza critica o storica della tradizione letteraria per un verso e della loro destinazione, della loro collocazione nella realtà di oggi, si fa una strada falsa»

    – «Leopardi, per esempio, pensava, sognava, immaginava che in ere remote c’era stata una vicinanza della lirica con la poesia cosiddetta popolare e diceva: “la poesia è l’espressione libera e schietta di qualunque affetto vivo e ben sentito nell’uomo” e dispiace dirgli che si sbagliava, si sbagliava moltissimo e lo dimostrava lui stesso con l’altissimo livello di autocontrollo critico che poneva nella sua opera di poeta, e quindi anche nel continuo ricorso che egli faceva alla tradizione letteraria. Insomma l’arte della lirica è cosciente di se stessa, è bisognosa di un atteggiamento critico-culturale per non essere ignara del deposito di lingua e di forme alle quali attinge necessariamente».

    – «In un passo del vecchio Goethe si legge: “quando si hanno delle cose da dire si dicono in prosa, è quando non si ha nulla da dire che si scrivono poesie”, il che è abbastanza sorprendente considerando che chi diceva queste cose aveva scritto credo una massa di poesie sterminata per tutta la sua vita. E tuttavia c’era qualcosa di vero: quando non si ha nulla da dire nel senso di comunicazione, quale può essere la comunicazione prosastica, allora si adopera quel mezzo di comunicazione che dice altro da quello che direbbe la prosa. La poesia non vuole comandare, non vuole persuadere, non vuole indurre, non vuole dimostrare. Si impone con l’autorità dell’ istituzione letteraria che essa evoca o rivive, si impone con l’adempimento di un rituale, di un cerimoniale. Insomma, anche la poesia più apparentemente privata chiama in vita una parte della coscienza collettiva, allude al valore non individuale del linguaggio, produce un senso.»

    – «Qualcuno alla fine del Settecento, scrisse che la poesia era un sogno fatto in presenza della ragione; forse sarebbe più esatto dire invece che la poesia è un ragionamento fatto in presenza di un sogno, cioè un discorso che in apparenza è un discorso come un altro cioè un discorso di amore, di dolore, di descrizione, di esortazione, di sapere, di sapienza che è fatto sotto lo sguardo di un fantasma sotto uno sguardo che tutto tramuta, tutto apparentemente lasciando intatto come accade appunto nei sogni.»

    Questo per dire che anche l’autenticità della poesia di Marina Pizzi è prodotta non automaticamente da un sentimento (o dalla sofferenza) ma da una consapevolezza e da un’esperienza della poesia come patrimonio istituzionale, con il quale ha fatto i conti (attingendovi alcune cose o respingendo altre).
    La sua sofferenza, dunque, viene espressa in poesia attraverso un linguaggio poetico che lei sì costruita, leggendo e studiando in certi anni della sua vita certi libri di poeti o di altri autori (non so…). Quella sofferenza altre poetesse, vissute in altra epoca e diversamente influenzate dalla cultura del loro tempo, l’hanno espressa in altro linguaggio.

    Tra il sentire e lo scrivere, dunque, non c’è mai (non ci può essere mai) coincidenza piena. Traghettare quel che si sente nella scrittura (e in quella poetica, in prevalenza lirica nella nostra tradizione e che pretende di farlo in modo diretto o quasi diretto) è come portare ad una meta prestabilita dell’acqua in un secchiello che – dovremmo saperlo – è pieno di buchi. L’acqua che arriva alla meta è solo una porzione (e spesso non la più fresca) di quella raccolta alla partenza.

    D’altra parte chi – sacerdote o critico, cui accennava Rita [Simonitto] – ha oggi l’autorità e la credibilità (presso gli autori e i lettori) per certificare che, oltre agli ostacoli propri dell’operazione traghettamento da sentire a scrivere, il portatore d’acqua non ricorra a trucchi o a stratagemmi per far credere che lui/lei, a differenza di altri/e – per talento o predisposizione innata, per aver avuto accesso privilegiato a Saperi riservati a pochi, per l’eccezionalità di sue esperienze particolari – conosce una scorciatoia diretta tra sentire e scrivere, per cui è capace di un miracolo vietato ad altri/e: consegnare alla meta fresca e intatta tutta l’acqua ricevuta in partenza?

    È per questo che giudicare il valore (o l’autenticità) di una poesia è cosa ardua (e lavoro interminabile). La fatica del critico (esperto o dilettante) è sempre una scommessa. Da qui la cautela che dovrebbe accompagnare questa operazione, che resta comunque indispensabile. E non solo quando la poesia è della tipologia “oscura” e può restare un’incertezza: l’oscurità sta nella realtà o è solo nella mente che pensa o esprime la realtà?

    1. Una volta, fino a non molto tempo fa, pensavo che per essere critico di poesia, bisognasse essere anche poeta, ora ho cambiato completamente idea. La critica non ha niente a che fare con la nascita della poesia nell’animo del poeta rischia solo di mutarne il senso per renderlo fruibile a chi non è poeta. Il critico sarà preso in seria considerazione,forse, dal poeta, ma resta in questa stessa considerazione una triste lacuna quella di non aver considerato quella spinta data dai sensi che forse la scienza prima o poi saprà spiegare.

    2. a Ennio,
      Mi riferisco alla tua ultima domanda: ” l’oscurità sta nella realtà o è solo nella mente che pensa o esprime la realtà?”, e dico – ed è il mio punto di vista, non da critico – che la difficoltà consiste nel saper esprimere quella ‘realtà’, fisica o psichica (perché anche quella psichica è realtà per chi la vive). Ma su questo aspetto si è detto e parlato all’infinito varie e svariate volte, e io stessa ho sempre ribadito lo stesso concetto, quello della difficoltà, appunto, di essere coerenti tra sentire e dire.

    3. Non sono del tutto convinta che tu non sia ricorso all’ipotesi “oscurità del testo mimesi dell’oscurità del reale”, mi pare che ribadisci questo anche con questa ultima frase : “E non solo quando la poesia è della tipologia “oscura” e può restare un’incertezza: l’oscurità sta nella realtà o è solo nella mente che pensa o esprime la realtà?”
      Del resto è il tema dell’oggettività del pensiero, della mediazione tra creazione e vita.
      Anche io non amo l’orfismo, (l’ipotesi elitaria di possedere un canale riservato con l’essenza del reale) invece sono le mediazioni, la tradizione per esempio, a cui ricorrono arte e scienza che mi interessano, per scrivere e leggere.
      Mi sembra però che alle mediazioni che ci permettano di risalire, nel testo di MP, a un forse accordo con la sua (inconscia?) intenzione nello scrivere, forse non siamo arrivati più di tanto (forse, forse, inconscio, oscurità, emozione, sentire, sofferenza…)

      1. La penso anch’io così – se ho ben compreso il tuo discorso, Cristiana.
        Infatti, leggendo la poesia di Marina Pizzi, la mia impressione è stata (ed è) che si trattasse di una ‘bozza’, da cui il mio primo commento.
        L'”oscurità” dell’autrice (in questo caso), è consistita, come ha rilevato Rita Simonitto, nel messaggio non ‘tradotto’.
        Prima ho usato il termine ‘nodo’, per dire, in buona sostanza, che quando noi scriviamo (l’esperienza mia personale conta), spinti da una emozione forte, i casi sono due: o riusciamo subito ad esprimerci, oppure ciò che emergerà sarà ben diverso da quello che sentivamo.
        Il secondo caso purtroppo si verifica forse più del primo. E sicuramente la cultura e la preparazione personale aiutano a districare la matassa dei pensieri mettendoli in bella. Ma non sempre succede neppure ai ‘grandi’. Né farei di questo un privilegio di pochi eletti, cosa sulla quale si interroga Ennio.
        L’esperienza mi insegna che anche il dato dell”incommensurabile’ (che pure qualche volta accade nella vita, al di là di ogni ragionevole spiegazione ‘mondana’ e razionale), difficilmente può essere tradotto in parole, fossero pure parole poetiche.
        Tornando alla poesia di Pizzi, e mi fermerei qui, altrimenti finisco per farne una odissea, quel ‘nodo’ non è stato sciolto e con esso l”oscurità’ del suo sentire è rimasta tale in sé.

  31. A Ennio

    “Bisognerebbe spiegare come si concilia questo giudizio sul «Cantico di stasi» della Pizzi: «In questo meraviglioso per me sentire, sento la vera lotta, la vita esposta ad ogni sentimento , racchiude in sé voli di angeli e di rondini, radici da tenere strette, la forza del ritorno io l’ho ascoltata e l’ho sentita così forte e bella» con la proposta della poesia di Gary Snyder”

    Innanzitutto ho portato la poesia di Snyder in quanto si parlava di “sentire” , ho voluto creare una altro tipo di sentire rispetto a quello che Marina Pizzi mi ha procurato. Vedi Ennio, io e te (tu dirai grazie a dio!) siamo molto diversi e il mio sentire non potrà essere sicuramente anche il tuo. In quella poesia io ho sentito la grande gioia della continuità della procreazione espressa attraverso i sensi , che io considero importantissimi nella vita di ogni essere , ma ho anche ascoltato la poesia che ci porta alla forza del vivere che appare semplice ma che in realtà è dato dalla potenza dello stare insieme (…e i sensi contano). Per quanto riguarda invece la poesia di Marina Pizzi, ho ascoltato, come del resto tu ci hai invitato a fare, una forza diversa, quella del non cadere nella debolezza. la rabbia si sente tutta ma anche gli sguardi, a volte bassi e a volti così alti ,mi hanno portato a pensare alla ricerca di un ritorno da qualcosa che si è allontanato, ma che la poetessa ricorda e cerca disperatamente fino quasi a stancarsi così tanto da arrivare a quella “soddisfazione” che si ha solo quando si resta soli ad ascoltare la propria anima.
    Resta il fatto che per tutto ciò che ho espresso negli altri commenti riguardo il sentire e lo scrivere resta per me sempre più importante se non addirittura indispensabile
    Alla domanda”se c’entra l’emozione ,come mai non tutti sono poeti?” Scusa, Ennio, ma viene un po’ da ridere, l’emozione non genera solo poeti, e il sentire è la forza che spinge ogni cultura a migliorare il proprio stato o a peggiorarlo, ma così siam fatti. Grazie per avermi dato l’opportunità di spiegarmi meglio, se non bastasse, non so dire altro.

  32. @Ennio Abate

    una banalissima osservazione :
    hai scritto che ” le avanguardie non sfondano nella società capitalista ”
    e questa affermazione mi fa pensare che forse non l’ho capita , se penso al cubismo, al Futurismo, all’arte informale degli anni 50, e ho fatto solo pochi esempi.
    Non ti sembra che abbiano avuto successo queste avanguardie ?

    Ma forse non ti ho capito, e mi scuso, però se penso anche alla pittura Russa dei primi anni del 900, mi sembra che il successo non abbia arriso a questa avanguardia neppure in una società socialista, quindi non è un problema di fare sviluppare le avanguardie in un tipo di società o in un altro, ma semplicemente di accettare il fatto che le avaguardie non sono forse troppo ben accettate da nessuna parte.
    Però in poesia forse hai ragione circa il loro scarso successo, se penso al gruppo 63.

    @marina Pizzi : mi perdoni signora, concordo con lei che in tutti noi vi siano parole alle quali ci si possa affezionare, ma, vivaddio ( ha notato la modernità di questa invocazione ? ) usare come ha fatto lei il termine ” occaso ” ( per altro non eccessivamente moderno, dopo il Pascoli, credo ) in tale quantità come da lei effettuato nella sua raccolta ( se desidera mi metto a contarli, non l’ho fatto prima per educazione ), presuppone quanto meno un mancata rilettura del testo nella sua complessità.
    In ogni caso se l’ho ” toccata ” me ne scuso.

    1. @ Paraboschi

      Brevemente perché l’argomento è abbastanza laterale rispetto al tema del post. L’affermazione ” le avanguardie non sfondano nella società capitalista ” si riferisce al fallimento degli intenti rivoluzionari delle avanguardie. Cubismo, futurismo, surrealismo, dadaismo intendevano contribuire ad un totale sovvertimento della società borghese capitalistica. Ma questi programmi non furono realizzati e presto le istanze rivoluzionarie, addomesticate, rientrarono, alimentando semmai i processi di modernizzazione del sistema capitalistico. Lo stesso è capitato con la neoavanguardia italiana ( Sanguineti, etc) attorno al ’68. Non so se ricordi la rivista “Quindici”. Dalla rivoluzione, che doveva avvenire (secondo loro) sovvertendo il linguaggio borghese, si passò presto alla “museificazione” delle opere prodotte nel pieno rispetto delle esigenze dell’industria culturale e massmediale più “avanzata” ( Eco docet). In sintesi: “non hanno sfondato”= non hanno cambiato il sistema capitalistico.
      La critica più coerente ai “cattivi sogni” dell’avanguardia (storica e neo) la trovi, secondo me, in moltissimi scritti di Fortini. Ti consiglio la voce ”Avanguardia” in «Ventiquattro voci per un dizionario di lettere». (Io ce l’ho nell’edizione Il Saggiatore 1968).

  33. Alla giusta domanda posta da Cristiana [Fischer]:«Allora, davvero, che cos’è l’oscurità “autentica”?», almeno per approssimazione una qualche risposta devo darla. E la do in questi termini: credo che alla base (insisto: *alla base*)della poesia di Marina Pizzi ci sia una autentica sofferenza, non recitata, non finta e tanto forte da impedire all’autrice-poetessa di parlarne, diciamo, “in prosa”; e che la sua resa in poesia sia autentica e capace di arrivare in profondità a dei lettori non prevenuti, *malgrado l’oscurità*, perché la Pizzi non è solo “sofferente” ma possiede una ottima strumentazione poetica. C’è un atto di fiducia in queste due mie affermazioni? Sì. Potranno essere smentite da dati o ragionamenti che al momento mi sfuggono? Può darsi.

    Mayoor poi (ma gli fa eco anche Giuseppina Di Leo) sottolinea che «finora nessuno, mi pare, è riuscito a dire con parole chiare in cosa consista questa oscurità».
    Beh, se riuscissimo a dirla «con parole chiare» che oscurità sarebbe?
    Questo non vuol dire che va a ramengo ogni metodo critico. Possiamo interrogarci sull’oscurità, affacciare delle ipotesi, sondarne la validità. E vanno presi in considerazione tutti i tentativi «dal basso, dalla rete» o di altra provenienza.

    P.s.
    A proposito di autenticità aggiungo questo articolo di Amelia Rosselli, che, anche se datato e con un’annotazione sicuramente anacronistica per l’epoca ipernarcisistica di FB in cui ci troviamo ( « Oggi amare, provare sentimenti, esprimerli, sembra imbarazzare i poeti»), mi pare prezioso per come una grande poetessa parla di un grande poeta russo.

    LA FATICA DI ESSERE AUTENTICO

    Pasternak Boris. La calma di Pasternak era invincibile,
    nascosta, nascosto anche tutto quello che poteva essere
    il suo tormento, tormentosissimo lavorio, tormentosissi-
    ma preparazione alla calma, al vaso non rotto, alla poesia
    fatta, decisa in partenza, senza pretese eppure in un balzo
    scombussolando tutti i programmi, le poetiche pubbliche.
    Perché fu così libero d’esser solo? Mitezza forse, anche
    pudore, o forse perché ebbe esistenza agiata anche pro-
    tetta. Tanto protetta da lasciargli il tempo di tormentar-
    si e di nasconderlo. Con quanta calma iniziare un poema
    «Amare gli altri è una pesante croce», oppure «Non agi-
    tarti, non piangere, non affaticare / le forze esauste e non
    affliggere il tuo cuore», altre volte invece «Di nuovo Cho-
    pin non cerca vantaggi».
    In Italia al momento rintracciabili sono tre diverse tra-
    duzioni (almeno a mia conoscenza) delle poesie sue; quella
    di Ripellino per Einaudi (splendida), quella di Mario So-
    crate nelle poesie incluse assieme e in fine al Dottor Zivago
    (Einaudi 1964) (col variare del traduttore nasce tutt’altra
    impressione del poeta: Ripellino ne dà un’idea scattante,
    precisa; Socrate lo fa sembrare stanco e saggio); e quella
    appena uscita (Poesie inedite, Rizzoli) di Zveteremich aiu-
    tato da Domenico Porzio. Quest’ultima traduzione preoc-
    cupa per la sua ambiguità (od era ambiguità del poeta?):
    certi lunghi poemi come per esempio Speletorskij resta-
    no in parte incomprensibili, forse volutamente, in ogni
    modo modernamente.
    Tradotto in inglese poi Pasternak ha tutt’altra faccia: a
    volte ne fanno un accademico. Che dire dunque di lui salvo
    quel che s’indovina? Grande, saggio, spaventato: sempre
    innamorato ma forzandosi a volte come nelle poesie “po-
    litiche” (Il luogotenente Schmidt) d’essere più ragionevo-
    le, meno sorpreso, partecipe ai fatti come se veramente gli
    fossero vicinissimi. Ma fu uno sforzo questo molto duro:
    innamorato anche della rivoluzione non volle glorificarsi
    decantandola, ma solo nominare un uomo, e in ogni sua
    precisione descriverlo come un uomo qualunque. Ed in
    ogni rivolta vedere il segno d’una normalità non neces-
    sariamente eroica; spesso atto di natura, o semplice one-
    stà, necessità. Si sente che in lui la brutalità richiesta per
    infervorarsi non può soccorrerlo; egli ne è conscio sino
    all’esasperazione, non la nega o diniega esplicitamente:
    rifiuta di dubitare del tutto; ma si ritira allucinato, ripor-
    tandone soltanto il dato, il fatto, il carattere dell’uomo.
    Le poche ironie dei suoi versi sono tutte dolorose, quel-
    le poche righe amare in realtà sorridono.
    Egli non è poeta facilmente analizzabile in senso sociolo-
    gico-culturale: parlare di una sua prima giovanile aderenza
    ai movimenti futuristi, o postcubisti, non chiarisce il miste-
    ro della sua fecondissima originalità, del suo tastare ogni
    terreno ideologico con inaspettata libertà, singolarità. Di
    poesia in poesia sembrano rovesciarsi le “aderenze”: in un
    continuo sperimentare la realtà privata e pubblica dedu-
    ce mille, diverse, a volte opposte verità. E la sua poetica,
    le sue poesie, sono obiettive e private insieme. Poeta an-
    che dell’ obiettivazione non scese però mai a patti col ver-
    so “macchinoso”, “fotografico”, automatico. E d’altra par-
    te questioni sue private non rivelò mai completamente.
    Sorprendente è poi il leggere la sua prosa (non solo lo
    Zivago, ma anche per esempio l’autobiografia Salvacon-
    dotto
    ): molto più cauta si fa la sua poesia nella prosa, in
    una ricerca del “banale” come punto alto e d’obbligo del-
    la vita. Invece nei versi egli è tutto “inedito”, con temati-
    che impensate, con un rovesciamento del banale per mo-
    strarne i più patetici segreti.
    Fu un poeta che lavorò sistematicamente, correggen-
    dosi, rivedendosi, controllando ogni verso? Oppure scri-
    veva di scatto, dopo notti insonni “balzando dal divano”?
    Difficile saperlo; dai suoi lucidi quadri non vuol traspa-
    rire alcuna descrizione dell'”artista”, vi fu in apparen-
    za un diniego o una restrizione d’ogni “balzo” romanti-
    co; eppure il coraggio di Pasternak è proprio quello di
    non aver rifiutato di parlare delle emozioni, descriven-
    dole come sorelle alla vita, accompagnatrici accette, de-
    scritte senza imbrogli, sfaccettature, nascondigli. E sen-
    za vergognarsene.
    Oggi amare, provare sentimenti, esprimerli, sembra im-
    barazzare i poeti. Le emozioni le crediamo doppie. Ep-
    pure Pasternak era convinto dell’unicità dei suoi senti-
    menti, ma certamente aveva frugato a lungo in se stesso
    per trovare quelli autentici. E se nessuna o quasi nessuna
    “visione della vita” o programma scaturisce dai suoi versi
    era forse perché gli sembrò bastare proprio questa fatica.
    «Con tutta la mia debolezza giuro di restare con voi»-
    verso sintomatico; rispecchia la sua modestia e la sua fe-
    deltà, alla poesia come alla rivoluzione.
    (1966)

    (da Amelia Rosselli, L’opera poetica, Mondadori 2012, pp. 1210-1212)

    1. Ennio, non mi piace essere fraintesa, soprattutto quando ho cercato di chiarire (forse non riuscendoci?) il mio pensiero.
      Se rileggi infatti quanto da me scritto ti accorgerai che non ho messo mai in discussione l'”autenticità” del sentire della poetessa in questione.
      Quello che invece ho riscontrato ‘in negativo’ della sua poesia è, insieme alla mancanza di attenzione del verso (ripetizioni, errori di vario genere), una ‘oscurità’ non dipanata.
      Il mio ultimo commento l’ho chiuso con queste parole:

      *Tornando alla poesia di Pizzi, […] quel ‘nodo’ non è stato sciolto e con esso l”oscurità’ del suo sentire è rimasta tale in sé.*

      Senza fare eco a nessuno, pur con tutto il rispetto che ho per Lucio.

      1. @ Di Leo

        Ho scritto: “Mayoor poi (ma gli fa eco anche Giuseppina Di Leo) sottolinea che «finora nessuno, mi pare, è riuscito a dire con parole chiare in cosa consista questa oscurità».”.

        Sulla questione dell’autenticità non ho fatto nessun riferimento né a te né a Lucio [Mayoor].

  34. Parto dall’ultimo commento, del lettore e/o poeta, che si veste di “abiti qualcosa”. Commento che sembra quasi in codice, quasi per eletti, e poi si svela, pur se poco poco, come un burlone, uno scherzo di bianco nel nero ( o di questa “oscurità”). C’è da dire che nella mia oscurità, nota e ignota per primo a me stessa, ho trovato le righe e fra le righe, di questi abiti, la traccia di un corpo tragicomico, e ciò mi ha illuminato come ogni volta ripensando alle camminate con Totò e Davoli….Tale scuro e davanzale mi ha aperto un altro scuro verso un orizzonte di matasse , davanti e dietro me, la mia vita, in cui anche questo davanzale di lettura, che ho chiamato dentro la mia testa, circolo/quadrato/ spirale. Ringrazio ancora Ennio per aver addobbato in ogni stagione questo pezzettino di marmo che ci è comune, sia per primo a voi poeti, sia a chi ha a cuore, a se stesso, quell'”autentico” prepoetico che governa e soprattutto smuove, ogni doppio, chiaro e oscuro per primo, che la vità è e rimane prima durante e dopo ogni “esercizio”, tentativo, prova, creazione, “risultato”/pro-dotto di qualsiasi verso strictu senso “poetico” (stessa cosa vale per qualcosa che è più “di genere”, e che possiamo dire “letterario”, di romanzo o in saggio, di fantascienza, o fantapolitica etc etc)….il problema dell’ “autenticità” rimane per ognuna e ognuno, poeta o non poeta, poiché , almeno a mio avviso, non esiste possibilità in poesia ( come in qualsiasi altra arte) di “sentire” e contemporaneamente “provare” (sia del sentire che del “documentare”), tanto come è nella vita ( di un uomo compreso il caso in cui sia poeta) , che le parole e i fatti di questo o quello specifico “uomo” sono esempio di vita. Il modello che si “sposa” , perchè si veste, ma soprattutto abita il corpo (materiale e immateriale) di questo o quello, è di per sé esempio di vita. Ciò , nella mia ignoranza ( che consapevole di esserlo può tuttavia nutrirsi degli interventi delle foglie e dei frutti dell’albero al centro di questo cricolo), è il centro del discorso sull’autenticità, sia delle luci che delle ombre, di ciò che le unisce come il davanzale della mia elementare metafora. Ognuno, di voi più ricchi negli sturmenti, o ferri o fiori del mestiere , cerca giustamente di scomporre le sigizie, le coppie, i complementi dell’uno o dell’altro; in ciò si ripetono e riaprono alcune vecchie ferite, arrecate a ognuno, o in comune fra voi/noi, al mondo di signorina Poesia. Ma ciò che più conta , almeno a questo punto del mio cammino, fra queste foglie a fogli su fogli che leggo e app-rendo a me stessa con voi, è la ricerca continua che, per quanto mi riguarda, prima di chiudere gli occhi per sempre su questo mondo pianeta apoetico, non deve smettere mai, prima di scioglierli, almeno di vederne” i nodi “principali, fra cui il primo è e rimarrà come uomo e tanto piu se fossi poeta: sono o non sono autentica a me stessa? quali autoinganni sto producendo in termini di sostanza e stile? etc etc di domande che a mala pena e che pagando il prezzo, so rivolgere a me stessa, potrei essere capace di smuovere una tale ricerca, per me centrale, per altri non so, appunto nei confronti di altri? compresi i poeti? Chi sono per tradurre a un altro, poeta o non, quale esempio di vita ( e di morte, vista le metà sempre presenti, come il chiaro e lo scuro), o addirittura di divanzale, è per se stessa/o?

    ps
    ritengo importante quanto esposto da Giuseppina Di Leo, nel suo penultimo intervento, per confermarmi analogie/comparazione di lettura, fra questo foglio d’acqua e l’altro di Nova. In entrambi il non detto ( che riguarda anche lo scuro, ma anche il chiaro), è forse più centrale del riversato o raccontato ? credo di si, la forza della “parola” ha un limite, perché alla sorgente di cio che si “prova” ( emozione e riflessione, istinto e ragione), nessuno dei mortali è mai potuto andare, anche i piu grandi hanno avuto e avranno questo limite? nella mia ignoranza di cultura, ma spero non di vita e di morte, mi sa proprio di si
    Buona giornata a tutte/i

      1. Forse si, Ennio. ..anch’io l ho pensato, ma ho preferito ribaltare “la finzione” , diciamo in un risvolto, visti “gli abiti”, di una funzione/spunto fiorito, nel bianco e nel nero. …un abbraccio

  35. mancanza di quale attenzione? io ne ho massima! che faccio la dilettante o perdo tempo? Signora, si guardi la pulizia dei suoi tacchi, cara

    1. Scusi, Marina Pizzi, si sta rivolgendo a me? e, se sì, che c’entrano i miei tacchi? Questa è bella!
      Lei, piuttosto, rilegga prima di pubblicare!

      1. la sua sicumera fa ridere, a tutti può capitare di copiare incollare lo mismo. pensi alla poesia come atto ben più grande e largo! il fango dei suoi tacchi non li voglio sulla mia faccia. delicatezza signora, pensi alle reali difficoltà delle mie plurime raccolte, pulite e senza sviste.
        Mi stia bene

        1. Chiedo al responsabile del blog di moderare gli interventi, perché mi sembra evidente che si sia passata la misura.
          Io, a questo gioco al massacro su chi la pensa diversamente – me, in questo caso – NON CI STO!
          Marina Pizzi, torno a ripeterle, se avesse riletto prima di pubblicare ci avrebbe risparmiato una fatica, che da quanto vedo, visto anche gli esiti finali di queste sue battute poco opportune, è stata del tutto inutile.
          Non ci tengo ai suoi saluti, signora Pizzi!

          1. @ Di Leo

            Scusa, Giuseppina, ma perché appellarsi al moderatore? Ciascuno/a pensi due o tre volte prima di commentare e si automoderi. Se non lo vuol fare, si assuma le responsabilità di quel che scrive e si ricordi del detto “chi di spada ferisce, di spada perisce” .
            Paraboschi ha rilevato la ripetizione di una tessera del “Cantico di stasi” e io due refusi e un’altra ripetizione di tessera. Dopo di ciò, si poteva chiudere su quest’aspetto *comunque secondario*.
            Rileggi, invece, i tuoi commenti:
            1. «stai difendendo un genere di poesia, com’è questa di Pizzi, sulla quale tu hai sempre mostrato ‘fastidio’ »;
            2. «Dico invece che la poesia è oscura e poco chiara proprio per gli errori e le sviste che non dovrebbero esserci»;
            3. «Per quanto mi riguarda, nessuna preclusione nei confronti della poesia intimista, di ispirazione mistica o del disagio sociale, temi ai quali può essere avvicinata questa poesia»;
            4. «Vi sono versi validi, a partire dai primi due, ma parimenti trovo delle ovvietà che di poetico hanno ben poco»).
            Non mi metto a ragionare sulle singole affermazioni, ma la tua avversione è più che evidente. Legittimo esprimerla nei modi che hai scelto? Può darsi. Ma non considero ingiustificata la reazione di Marina Pizzi.

  36. Scriveva Ennio:
    “Questo non vuol dire che va a ramengo ogni metodo critico.”
    Sottoscrivo e metto “mi piace”.
    Constato purtroppo che qui si sta facendo un’indagine processuale, con tanto di accusa e difesa. Il metodo dell’accusa sembra rivolto a dimostrare l’inautenticità del gesto poetico di MP, e non riuscendovi solleva accuse di approssimazione e faciloneria, di confusione… non si tiene conto che il linguaggio metaforico di MP è tanto essenziale ed esatto che, non fosse per quella ripetizione e “qualche refuso”, non può dare spazio ad alcuna approssimazione. I versi presi in sé, singolarmente, parlano chiaro… almeno a me.
    In un altro commento cercai di spiegare in questo modo : “Il linguaggio tutto metaforico diviene altro linguaggio, da qui la difficoltà di lettura: è come se leggessi una lingua diversa dalla mia, che conosco poco”.
    E prima ancora:
    “A me sembra poesia che si auto-alimenta: partendo da un nucleo di sofferenza che si diffonde moltiplicandosi, simile a una casa di mille finestre, tutte chiuse, la sofferenza non ha e non dà scampo. La riproposizione alterata dei sintagmi è giocoforza, non si vuole lasciare la presa: il dolore va guardato nella sua interezza, per quello che è. Con coraggio e ostinazione all’infinito.”
    Con questo intendevo dire che, metodologicamente, queste 100 composizioni partono dallo svolgimento di uno scritto iniziale che verrà ripreso trasformandosi e arricchendosi fino all’esaurirsi delle risorse date del nucleo originario. Ed è quanto. Questo significa che MP fa opera di virtuosismo, termine che venne usato per descrivere le acrobazie architettoniche delle cattedrali gotiche. In altre parole MP ha edificato un tempio di sofferenza, e senza ricorrere a improperi e rozzezze. Un vero vaffanculo fatto ad arte.
    Che c’è da interpretare in un vaffanculo? come ci si può discutere? che dialogo ci può essere tra luce e oscurità? O una o l’altra: questo era anche il pensiero originario della cultura punk, quando i ragazzi si mettevano in tasca delle pantegane arrivando a baciarsele; e vestivano di nero, come dire con te non ci posso parlare perché è inutile, non ci possiamo capire. Già lo so che se provo a capirti “mi farai su”.

    1. Trovo molto bella questa tua spiegazione del libro di MP, Mayoor, quando dici “svolgimento di uno scritto iniziale che verrà ripreso trasformandosi e arricchendosi fino all’esaurirsi delle risorse date del nucleo originario”.
      Qui tieni insieme due tratti, che pure sono stati messi in luce finora: la lontananza del testo -che è svolgimento- dalla sua origine emozionale che è il nucleo originario; e l’altro tratto chiarisce la ripetizione variazione dello stesso nucleo, lo sottolineavo io (con il rischio paradossale del film sulla vita di Lenin, di cui scrisse Corrado Costa).
      A proposito di Lenin, si potrebbe meditare sul fatto che le cuoche -o i cuochi- impareranno a governare lo stato, e quindi anche a commentare poesie.

      1. siamo arrivati al conto della spesa con l’onta di aver scelto due limoni identitici. superare, superare, per favore! un gemello è stato soppresso, tutto qui. l’attenzione è salva anche se l’attenzione qui è ben altra cosa, è saper scrivere!

        1. il gemello è stato soppresso, d’accordo
          ma chi legge, per seguire il saper scrivere, non è obbligato invece a diventare a sua volta il gemello (mancante? soppresso?)
          è questo il “rischio” chiesto al lettore, o forse è solo la mia pigrizia, o inadeguatezza

  37. Coraggio, tra un po’ arriveremo a 100 commenti. Meglio che stare in piazza. Pare di stare a Castelporziano (lontano ’79).

  38. Ciao Lucio , condivido per intero il tuo ultimo intervento, che con altre riflessioni e parole, combacia o é contiguo al mio davanzale di stamane. ..tuttavia credo che il rischio sia per la nostra “marina”, sia per tutte le altre onde che la lambiscono, in punta di polpastrelli o arnesi per lei e altri troppo puntuti e fangosi, non é solo un farmi su, riferito ad un solo soggetto , ma una sua ulteriore involuzione, più grave in quanto multi soggettiva…..stiamo rischiando l ultra matassa?in nodi utili e inutili, di un groviglio infinitamente manipolatorio?dell auto inganno massimo?ergo il farci su? Mi sa forse di sì? Di no? Di forse?

    1. EC mentre scrivevo era l’ultimo di Lucio, a questo punto invece diventa il suo penultimo ? Compreso anche l “attuale” ultimo?
      🙂

    2. La sofferenza è collettiva se osservata a distanza, ma la sua interpretazione è libera e soggettiva, graziealcielo! In queste poesie MP non tenta distanze, non si estranea da sé, interroga la sua musa fiduciosa che le darà il responso. Si può discutere di questo. Giorgio Mannacio fa una giusta osservazione, secondo me, quando scrive : Tale situazione è sempre all’orlo di uno scacco perché si “ deve afferrare anche l’ombra “. Perché scriveremmo, altrimenti.?”. Le questioni formali hanno scarso rilievo.

  39. …mi sono molto piaciute, nei commenti, le varie considerazioni su come ci rapportiamo alle nostre emozioni…Oggi “le emozioni” tanto decantate possono essere solo dei gusci vuoti, come dice Rita…Oppure, se ripenso ai miti, mi viene in mente Orfeo che innamorato(vera emozione) di Euridice è travolto dalla sua stessa passione, non la controlla, si smarrisce nella sofferenza, insieme al suo canto…L’altra emozione forte raccontata dal mito è l’aver guardato negli occhi la medusa, senza schermo alcuno, restandone inceneriti…Mi sembra che la poesia di Marina Pizzi, per me autentica, passi attraverso questi tre stadi e forti emozioni: la visione della bellezza, la perdita e le sofferenza, infine l’orrore…Come un’esperienza traumetica ripetuta all’infinito…forse dovrebbe riuscire a staccare questi tre momenti

  40. Ennio, mettersi a ragionare, come tu dici, sulle affermazioni fatte, dal mio punto di vista è opportuno, ma fino a un certo punto, perché ritengo che ognuno si esprima secondo il proprio parere, che, a sua volta, nasce dalle proprie sensibilità umane e culturali.
    Voglio ancora precisare, e spero di essere chiara per tutti: da parte mia non c’è stata nessuna preclusione nei confronti della poesia di Marina Pizzi.
    Rigetto quindi il passaggio in cui parli di *avversione* *più che evidente*.
    Ma poi: dove starebbe questa mia “avversione”?
    Nell’aver detto che la poesia andava riletta? Oppure che ci sono delle *ovvietà* (riportate da me) che non mi convincono?
    Ho voluto esprimere invece un mio parere, da lettrice (tengo a sottolineare), restando sul ‘pezzo’. Quando invece, la Pizzi, in contrattacco, è andata del tutto fuori tema.
    Rileggiamo insieme, visto che probabilmente tempo non ne avrai avuto per farlo:
    MP alla sottoscritta:
    *la sua sicumera fa ridere, a tutti può capitare di copiare incollare lo mismo. pensi alla poesia come atto ben più grande e largo! il fango dei suoi tacchi non li voglio sulla mia faccia.*

    Bella forza!

    Giuseppina Di Leo

    1. sta tutto scadendo nell’ovvietà, sono delusa e chiederei di chiudere qui questo spettacolo sconscio da me provato per la prima volta e degno della lavagna della maestrina orgogliosa e sadica. Addio

  41. Mi spiace per lo scadimento e la personalizzazione della discussione.
    Se i prossimi interventi insistono in questa direzione, li cancellerò.

  42. Gentile Marina, questo che sto scrivendo è il 99esimo commento. Mi piacerebbe se il centesimo fosse suo, come di diritto.

    1. mi sento male e per delle idiozie. la mia poesia è la cosa più cara che ho, trattarla come alcuni hanno fatto è stato davvero sgradevole su appigli elementari. delusione e basta, pensavo meglio. con un saluto a chi intende, Marina Pizzi

      1. Gentile Marina Pizzi, vorrei che lei non si sentisse male, ma nemmeno che qualificasse le letture come idiozie. Alcune letture la incontreranno, altre la allontaneranno, ma non siamo più nel megaron in cui il cantore raccontava le tradizioni e la bibbia.
        Siamo nella frammentazione di cultura diffusa in cui si cerca di prendere per sé tutto quello che la poesia (e la scienza) produce, in eccelsa (e comunitaria) solitudine. Si chiede ai cantori e ai pensatori di venirci incontro senza lo spregio aristocratico, visto che siamo in una nuova versione democratica mondiale della cultura.
        Con stima

  43. A Marina Pizzi

    Grazie ad Ennio per aver dato a noi tutti la possibilità di leggerla e di commentare in libertà , ognuno con le proprie conoscenze e con le proprie idee. Grazie a lei che con i suoi versi è riuscita a scatenare una grande attenzione e curiosità, non si verifica spesso.
    Da parte mia le auguro di continuare a scrivere con la stessa passione. Un caro saluto

  44. @ Marina Pizzi

    Gentile signora,
    mi addolora pensare che, forse, anche le mie osservazioni espresse su questo sito, la possano aver disturbata in qualche modo.
    Non credo di averle mancato di rispetto, ma se così lei si sentisse per causa mia, le rinnovo le mie scuse, e la prego di voler ignorare le mie ” puerili e formali ” osservazioni ai suoi scritti.
    Le porgo i miei cordiali saluti e gli auguri per il suo lavoro di poeta.

  45. a Marina Pizzi,
    Mi scuso per il livello poco poetico in cui è trascesa la discussione, contro ogni intendimento volontario.
    Le auguro di stare subito in forma, per altre poesie.

  46. Credo sia sempre difficile discutere di poesia. Farlo poi su poesie di autori viventi (e a volte amici/che) è ancora più complicato. In giro sui blog si trovano numerosi esempi quasi sempre negativi.
    L’ultima “galoppata” appena conclusa su “Cantico di stasi” di Marina Pizzi (per quelle immediatamente precedenti rimando a: «Appunti su «Viaggi» di Eugenio Grandinetti», http://www.poliscritture.it/2014/06/23/appunti-su-viaggi-di-eugenio-grandinetti/ ; «Esercizio di poesia»,http://www.poliscritture.it/2014/11/10/esercizi-di-poesia/; «Poesia ed esercizi di poesia», http://www.poliscritture.it/2014/11/15/poesia-ed-esercizi-di-poesia/), pur con alcune sbavature e qualche momento di attrito nel finale, che però mi pare, se non risolto, acquietato, va considerata generosa e in fin dei conti positiva. O comunque di gran lunga preferibile al silenzio indecifrabile o a commenti di circostanza seguiti alla pubblicazione di parti più o meno consistenti dello stesso Cantico su altri blog.
    Nessun vanto per questo. Voglio solo rammentare che la poesia non ci metterà mai d’accordo. Dobbiamo farcene una ragione e non smettere però d’interrogarci su di essa.
    Ringrazio quanti hanno fatto convergere le loro intelligenze e sensibilità su questa poetessa.

  47. @ a tutti.
    Ha ragione Ennio quando dice che la poesia ci dividerà sempre. Ma in che senso ? Ogni testo che abbiamo ideato,inseguito e costruito con autenticità, passione e fatica finisce per diventare – non può essere se non così – una nostra creatura.E allora – “ un po’ per celia e un po’ per non morire “ ( da un’aria della Madame Butterfy ) – ricordo l’aforisma napoletano, che E.A rimetterà nella sua lingua originale, secondo cui ogni scarafaggio è bello per la propria madre.
    Mi sembra un lieve invito all’umiltà e alla comprensione tanto più necessario se si guarda – come invita saggiamente C.Fischer – alla frantumazione delle culture e quindi delle esperienze espressive . Anche i lettori comuni ( tra i quali mi pongo ) si aspettano comprensione e esigono quella stessa umiltà che debbono praticare verso gli altri. Ognuno di noi ha dei “ poeti preferiti “, preferenza che esprime un “ giudizio di gusto “, ineliminabile per successivi approfondimenti e comprensioni. Ma cosa ci guadagniamo buttando i nostri giudizi sul personale attraverso sarcasmi, invettive e similia. Questi atteggiamenti lasciano ferite ineliminabili e le scuse – che attengono alle convenienze e non alle cose essenziali – lasciano le cose come stanno. E’ così difficile dire tu la pensi così ed io in modo diverso MA de re nostra agitur ? Un saluto. G.M

    1. Non quelli che parlano la stessa lingua ma quelli che riescono a condividere le stesse sensazioni riescono a capirsi.

      1. no, cara Emilia, la lingua è un medio che inter-viene e inter-loquisce tra molti, possibilmente tutti, non è (solo) un codice

        1. Cara Cristiana,
          ho detto la – stessa – lingua forse avrei dovuto scrive comprendersi che è diverso da capirsi.

  48. …secondo me, la comprensione linguistica, anche tra persone che parlano la stessa lingua, non è scontata, viste le differenze nei vissuti, nella sensibilità, nell’attribuzione di significato alle parole…certo va perseguita per poter inter-loquire ma è difficile raggiungerla pienamente e, proprio per via di quella zona d’ombra, ci vuole rispetto verso gli altri…Spiegarsi a volte è difficile, il pensiero stesso è in evoluzione e gli inganni come gli autoinganni sono tanti e non basta una vita…

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