Isis = nazisti?

ISIS-Execution1

Due riflessioni di Michelguglielmo Torri e Piero Del Giudice

Perché uccidono? Per quali scopi uccidono? Perché sono arrivati ad uccidere (ed uccidersi) così? Fatico a trovare risposte meditate  sull’Isis in quel che vado leggendo in rete in. Alcune piste per un inizio di riflessione si trovano in questo scambio di mail tra Michelguglielmo Torri* e Piero De Giudice* che ringrazio per aver accolto la mia richiesta di pubblicarlo su Poliscritture. Sono da leggere tenendo presenti anche i precedenti post dedicati ai  fatti di Parigi: qui, qui e qui. [E. A.]

Michelguglielmo Torri

Cari tutti,
mi sembra doveroso che una lista d’informazione, di contro-informazione e di dibattito sul Medio Oriente, come la nostra [1] (che, oltre tutto, raccoglie molti di coloro che, in Italia, si occupano di Medio Oriente a livello accademico) apra una discussione sui fatti di Parigi.
Lasciate che sia io ad incominciare, con alcune riflessioni di carattere generalissimo.
Sono ormai convinto da tempo che l’ISIS/IS/DAESH rappresenti nell’ambito del Medio Oriente di oggi ciò che il nazismo ha rappresentato nell’Europa del secolo scorso. DAESH e il radicalismo islamico sunnita ad esso collegato sono cioè un fenomeno di mutazione maligna di un’ideologia che si poteva condividere, condividere in parte o non condividere affatto, con cui si poteva simpatizzare o meno, ma che aveva una sua legittimità. Una legittimità che – voglio dirlo con la massima enfasi possibile – è andata completamente e irrimediabilmente perduta nel momento in cui è avvenuta la mutazione maligna di cui sto parlando.
Così come alle origini del malessere tedesco, su cui venne costruito il successo nazista, c’erano motivazioni concrete, che bene spiegavano questo malessere (la pace leonina imposta alla Germania, inclusiva dell’obbligo di pagare debiti di guerra tanto eccessivi che non potevano essere pagati, e che non furono pagati, ma che scardinarono l’economia e la società tedesche), all’origine dell’ascesa di DAESH ci sono delle oggettive ragioni di malessere, in cui l’Europa ha avuto (e ha tutt’ora) responsabilità pesanti.
Ma, una volta detto questo, la conclusione inevitabile è che, qualsiasi siano state le ragioni di malessere, qualsiasi siano state le responsabilità degli attori esterni, DAESH, esattamente come il nazismo, rappresenta il male assoluto. Come tale va combattuto senza se e senza ma, fino al suo completo annientamento politico e militare.
A questo punto è infatti chiaro che l’Europa è in guerra con un nemico che ha la volontà e la capacità di colpire in maniera devastante. Quello di Parigi è chiaramente un attacco coordinato, che, per essere preparato e portato a termine, ha indubbiamente richiesto una preparazione complessa. Nell’attacco non c’è stato nulla di improvvisato e, evidentemente, i servizi di sicurezza francesi sono stati ingannati e ridicolizzati. In altre parole, gli apparati di sicurezza di una delle maggiori potenze europee hanno subìto una sconfitta clamorosa.
Parigi, inoltre, è, chiaramente, il primo passo di un attacco al cuore dell’Europa. Non credo che ci sia bisogno di un esperto di terrorismo e di “guerra delle ombre” per ipotizzare che la Roma del Giubileo è un probabile prossimo bersaglio.
Come reagire a questo attacco? Le cose da fare e le misure da prendere, non solo a livello di intelligence e di controterrorismo, ma a livello politico e sociale sono molte. E bisogna farle mantenendo intatto il quadro democratico (come, in definitiva, venne fatto al tempo della lotta contra le Brigate Rosse). Rimane tuttavia un dato fondamentale, che non bisogna perdere di vista. Questo è che il cuore e il cervello di DAESH si trovano nello spazio geografico a cavallo fra Siria e Iraq. È quello il punto in cui bisogna colpire: eliminato cuore e cervello, anche i tentacoli della piovra moriranno, se pure, forse, non subito.
Anche per quanto riguarda la lotta ad oltranza contro DAESH, ritengo che valga l’esempio della lotta contro il nazismo. Il fronte contro DAESH deve includere tutti i suoi nemici, compresi quelli che ci piacciono poco o non ci piacciono proprio. Come ho già detto in passato, se Churchill avesse fatto fini distinzioni democratiche sulla Russia di Stalin e scelto di combattere in contemporanea il nazismo e il comunismo, in Europa la seconda guerra mondiale l’avrebbe vinta con ogni probabilità Hitler (o Stalin da solo, il che sarebbe stato solo marginalmente meglio).
Detto questo, come intellettuali, dobbiamo essere pronti a contrastare un’operazione che sarà certamente fatta e che, di fatto, è già in corso. Questa si identifica con il tentativo di fare di ogni erba un fascio. Non mi riferisco (solo) al tentativo di sfruttare i fatti di Parigi come munizioni per sparare contro l’accoglienza agli immigranti; mi riferisco al tentativo di assimilare a DAESH forze politiche che con esso non c’entrano niente o che, in certi casi, ad esso sono attivamente ostili.
DAESH non è l’Islàm (neppure il solo Islàm sunnita);
DAESH ha finora ucciso soprattutto arabi e musulmani;
DAESH è stato finora combattuto sul terreno soprattutto dai Curdi che, guarda caso, sono musulmani sunniti, proprio come i seguaci di DAESH;
DAESH non ha nulla a che fare con l’Iran (che lo combatte attivamente);
DAESH non coincide con Hizballah (che, di nuovo, lo combatte attivamente);
DAESH non coincide né con l’ANP, né con Hamas (che, con esso, non hanno nulla a che fare);
Può darsi che ci siano cellule di DAESH attive nei territori palestinesi (così come ce ne sono in Europa); ma, di nuovo, la cosiddetta intifada dei coltelli non ha nulla a che vedere con DAESH.
Queste sono tutte cose che, ritengo, sono chiare agli iscritti a questa lista. Ma non sono chiare all’opinione pubblica italiana nel suo complesso. Sia per la mancanza di conoscenza sulle cose del Medio Oriente, sia perché ci sono forze organizzate che sono attivamente impegnate in una campagna di disinformazione, volta appunto a mettere nello stesso sacco DAESH, immigranti, palestinesi, Hizballah, Iran. (E’ appena uscito un libro di Fiamma Nirestein che, a giudicare dal titolo, mette nello stesso letto DAESH e Iran o, come si dice appunto nel titolo, Il Califfo e l’Ayatollah,mette nello stesso letto DAESH e Iran o, come si dice appunto nel titolo, il Califfo e l’Ayatollah ).
In tutta sincerità, ritengo che, in quanto intellettuali preoccupati di valori quali la democrazia, la libertà e la laicità o, semplicemente, in quanto persone non totalmente ignoranti e dotate di un minimo di buon senso, sia una nostra precisa responsabilità cercare di contrastare tale campagna che, in ultima analisi, fa solo il gioco dell’estremismo islamico incarnato da DAESH.

Piero Del Giudice

Caro Michele,
entro nel dibattito sollevato dagli attentati del 13 novembre a Parigi e qui promosso dalla tua del giorno dopo.
Nonostante la tara all’immediato della tua scrittura – non poi così compulsa dai fatti debbo dire – su una serie di affermazioni scrivo il mio disaccordo.
La definizione tout court dell’Is-Daesh, come ‘’nazismo’, non funziona. Le analogie nell’analisi storica e della cronaca, non funzionano. Una definizione meditata la tua, si sa, ma qui appare sbrigativa. Aldilà del tuo ragionato discorrere, definire ‘nazista’ un tale complesso fenomeno è alibi ad ogni approfondimento. Avrai sentito e letto la ripetizione in video e in pagina.
Tua l’affermazione che tutto si origina tra Siria e Iraq, nel califfato. Da qui l’efficienza delle cellule terroriste in azione. Da qui anche – si desume – che, demolito il califfato, torneremo alla nostra quotidianità e democrazia.
Né l’uno, né l’altro, né la terza profezia.
Le biografie dei terroristi – almeno quelli degli attentati in Europa (d’accordo, sono la minima parte del terrorismo islamico globale) confermano, da Atocha al Metro di Londra, a Charlie Ebdo, al Bataclan, che qui si tratta di noi, che qui siamo noi.
Giovani europei – figli di padri e madri che la globalizzazione ha espulso  ed espelle dalle proprietà rurali comuni d’Africa e dai villaggi del maghreb – inoccupati, disoccupati, esistenze senza motivo, proletariato e sottoproletariato metropolitano, cresciuti negli slums, autobiografie della leggera, storie di ladruncoli, lenoni della prostituzione, ruffiani, piccoli spacciatori, pusher…nessuno ha mai fatto qualcosa per levarli da lì: non sindacati, non partiti, non ideali di lotta e cambiamento. Loro ci hanno provato con jacqueries, ci hanno provato a livello di massa – dico – ben visibili, poi, alla fine, passa “un predicatore itinerante” – in moschee improvvisate o in un carcere – (Bensheikh Shoheib, mufti di Marsiglia: “si aprono e si chiudono moschee nei garages, nelle cantine senza alcun rispetto per le regole; chiunque si improvvisa imam”) e il nulla immaginato cambia, l’illuminazione riempie i cuori, il riscatto è vicino, la promessa configurata.
Giovani che crescono e vengono dalle tante Sens, Malenbeek, e da quell’estesione metropolitana coloniale che sono il Marocco, l’Algeria.

Che vadano a fare dei corsi rapidi nello Is o che si siano addestrati in Bosnia o semplicemente nelle lotte di quartiere non sembra determinante. Gli attentati in Europa indicano preparazione approssimativa, casalinga, di mezzi rozzi, con strumentazioni in chiaro. Vanno, pur di uccidere gli odiati altri abitanti della città, in una confusa vis antisistema (bruciano e fanno bruciare danaro al Bataclan), hanno kalashnikov che si inceppano, cinture esplosive che non funzionano o funzionano fuori tempo, sanno che moriranno, lasciano documenti e automobili intestate,  i loro suicidi non sono diversi da quelli delle ‘squadre suicide’ nella Prima Guerra Mondiale (Abbé Pierre).

Di quale efficienza parliamo? Dovremmo parlare della inefficienza delle intelligences e delle polizie, quelle minime dico – quelle di vertice lavorano alle macrostrumentazioni del fenomeno – come quei doganieri che in piena notte lasciano passare una vecchia macchina nera al confine belga con tre giovanotti alieni dentro – universalmente diffuse le cronache di sangue parigine – e va bene, a loro interessa solo il pizzo, esazione avvenuta o meno, sui trasbordi di eroina e cocaina.
La nostra democrazia. D’accordo, è una utopia-concreta molto, molto dura da vivere e sostenere. Cosa si intenda con essa è poiesis e praxis complessa. In genere, la vulgata ci convince che le democrazie si reggono sul voto e sul rito elettorale. Quando il Fis (musulmani cosiddetti ‘moderati’) stravince le elezioni in Algeria nel 1991, la risposta è  il golpe. Quando i Fratelli musulmani stravincono le elezioni in Egitto la risposta è il golpe militare e la condanna a morte di Morsi (non certo un genio) già imprigionato. In Iraq nel 2005 si celebrano elezioni-farsa nel paese occupato e nel lutto di centinaia di migliaia di civili: coreuti, pifferai e idioti ne esaltano la decisiva funzionalità verso la democrazia.
Allora, cosa è la democrazia di cui parliamo?
Ora non voglio parlare né dell’aggressione alla Libia, né di quella all’Iraq. Su questo ho già scritto e detto, anche nell’agorà della lista. Scrivo brevemente ancora di Atocha e di Bosnia.
Sulle stragi dei treni, nell’ora dei pendolari, nella Spagna combattente in Iraq, montò sopra e subito, alla vigilia elettorale, il governo di Aznar – tipetto indicibile tanto quanto Blair – e il suo Partido Popular : “sono stati quelli dell’Eta”. È lo stesso esercizio che si consuma sui fatti di terrorismo e con lo strumento del terrorismo. Dagli Stati Uniti, alla Turchia, ad Israele, all’Arabia Saudita e quanto d’altri, ognuno fa nascere, finanzia, controlla, scatena, mette in campo, movimenti terroristi – partendo da bisogni reali tuttavia.  Traslati ad arte, questi reali bisogni, spostati in metafisica, in religio, in combattenti contro. Fu contro l’Urss e il comunismo, oggi è per opposti, transeunti, interessi nel mercato globale. È per questo che non funzionano le intelligences che pure incassano quotidianamente mails e conversazioni telefoniche globali.
Terrorismo anche per il controllo globale.
Ci odiano, va detto. Le brigate internazionali mujaheddin (algerini, palestinesi perlopiù) che intervengono in Bosnia  – con il permesso degli Usa –  nella guerra civile, hanno la bava alla bocca alla sola vista di un occidentale. La loro bava mi sta ancora addosso, il ricordo del loro odio è una ferita aperta, tanto ottuso appariva lo schema e miserabile l’ideologia. Ideologia era, ed è, schema era ed è.
Solo se avremo la forza e l’intelligenza di aiutare l’uscita dal cul de sac della jacquerie e del terrorismo, verso una lotta di classe aperta, queste masse di diseredati e di ‘illuminati’, solo se, individuato il nemico di classe, costruiremo insieme, anche noi, un “pensare il mondo e guardare alla realtà” nell’ interesse anche dei marginali e di queste vittime-complici di una totale e spaventosa automistificazione e oggetti di una persistente strumentalizzazione, potremo immaginare un futuro diverso.
Scrivo per le giovani vittime del Bataclan, per i colleghi di Charlie Ebdo, scrivo per loro.

20 novembre

Nota sugli autori

Michelguglielmo Torri

Ha insegnato storia dei paesi afro-asiatici (in qualità di professore incaricato) presso l’Università di Pisa, negli anni accademici 1975/76/78/79.
Ha insegnato storia delle relazioni internazionali presso l’Università di Torino (Fac. di Scienze Politiche) dal 1978/79 al 1980/81 come prof. incaricato stabilizzato, dal 1982/83 al 1987/88 come professore associato. In seguito ha tenuto lo stesso insegnamento per supplenza fino all’a.a. 1993/94 (ad eccezione che nel 1990/91).
Ha insegnato storia dell’Asia moderna e contemporanea presso l’Università di Torino dal 1988/89 come professore associato. Ha tenuto per affidamento Storia e istituzioni dell’Islam, poi Storia e istituzioni del mondo musulmano dall’a.a. 1991/92 all’a.a. 2000/01.
Ha tenuto conferenze e seminari in varie occasioni a partire dagli anni Ottanta presso il Centre for Developing Area Studiesdell’Università McGill (Montreal), il Dipartimento di Storia dell’Università Concordia Montreal), il Liberal Arts Collegedell’Università Concordia, l’Asian Centre dell’University of British Columbia (Vancouver) e laDelhi University.

(http://www.dsp.unito.it/it/docenti.asp?d=torri&n=michelguglielmo&c=torri)

Piero Del Giudice

Scrittore, giornalista e critico d’arte. Laurea in Lettere Moderne. Ha lavorato nelle redazioni di Radio Monteceneri (RSI), Libera stampa, King. È redattore centrale del mensile svizzero di lingua italiana Galatea.Collabora con: Alfabeta, L’Unità, Avvenire, Corriere del Ticino, Osservatorio dei Balcani e Caucaso (quotidiano online), Oslobodjebnje [Liberazione] quotidiano di Sarajevo etc.
Inviato nei Balcani dall’inizio della guerra (1991), me ha registrato gli eventi in Slovenia, Croazia, Bosnia, Serbia, Macedonia, Albania, Kosovo.
Primi studi e pubblicazioni di storia e critica dell’arte (“Gli impressionisti”, Mondadori, 1964) e di letteratura (“L’evidente povertà dei mezzi”, Guanda, 1979). Studi sociali (“I bergamini”, prima come originale radiofonico, RAI e RSI, poi come libro).Libri da inviato (come “I giorni della Slovenia”, 1991, “Sarajevo Samizdat”, 1993, “Morire per Sarajevo”, 1994, “Sarajevo!”, 1995 (edizioni “e”, Trieste), “Sarajevo!” (“edizioni del Gottardo”, Lugano e altri).
Opere televisive principali: “Scomparso.Storia del comandante Palić’” (90’) con Michael Beltrami, docu-film televisivo (RSI, radiotelevisione svizzera, 1997). “Serbia prima dell’inverno”(40’) documentario televisivo (RSI) (1999). “Il confine della guerra. La grande Albania” (32’) documentario televisivo (RSI) (1999). “La squadra della diga, Chievo una favola italiana” (57’) documentario (RSI 2002).
Ultimi lavori: nel 2010 ha pubblicato “Romanzo balcanico” (Aliberti editore), partendo dalle opere dello sceneggiature e poeta di Sarajevo Abdulah Sidran e ha curato la scelta antologica delle poesie di Sidran sia “Il grasso di lepre” (Casagrande editore, Bellinzona) che “Le lacrime delle madri di Srebrenica” (ADV edizioni, Lugano). Nel 2012 “Sarajevo il libro dell’assedio”, antologia degli scrittori sarajevesi dentro l’assedio. Per la critica d’arte, numerosi i pittori di cui si è occupato ed occupa (da Franco Francese, Tino Vaglieri, Giancarlo Ossola a Renzo Ferrari), suo più recente notevole impegno la cura del libro-catalogo (edizioni ‘e’, Trieste) e della grande mostra “L’Europa in guerra. Tracce del secolo breve”, 28 novembre 2014-6 settembre 2015 ‘Magazzino del sale, Trieste -Castello del Buonconsiglio, Trento.

[1] La lista comprende le seguenti associazioni: ApritiSesamo, Italindia, ASIAC (la lista degli studiosi di Asia Centrale), AM_AfPak (la lista che si occupa di Afghanistan e Pakistan) e SPS14 (la lista degli asiatisti accademici italiani).

40 pensieri su “Isis = nazisti?

  1. SEGNALAZIONE

    Gli strateghi della guerra inutile
    Daesh. In guerra, ma senza sapere come combatterla
    di Marco Bascetta

    Del resto l’islamismo radicale contemporaneo, quello in armi, nasce nella fase conclusiva della guerra fredda come un’arma rivolta contro i nazionalismi “progressisti” e laici, cresciuti nella stagione delle lotte anticoloniali e presto degenerati in sistemi autoritari e corrotti di governo. Su questo terreno convergeranno, ma per poco, la strategia antisovietica americana e diffusi sentimenti popolari contro le caste burocratico-militari subentrate al dominio coloniale. Per principio, dunque, Daesh non può scendere a patti con nessuno stato nazionale, e nemmeno, fino in fondo, con quelli ideologicamente affini da cui riceve aiuto e sostegno, che può al massimo considerare come utili assetti di potere transitori nell’inarrestabile espansione della comunità islamica combattente. Anche l’Arabia saudita gioca dunque con il fuoco nel momento in cui si illude di poter ridurre l’entità jihadista a uno strumento docilmente asservito ai propri interessi nazionali e dinastici di egemonia regionale.

    Questi brevi cenni, che non rendono certo giustizia alla estrema complessità della questione, solo allo scopo di chiarire come in nessun modo, per via diretta o indiretta, Daesh possa rappresentare un soggetto di interlocuzione diplomatica, neanche sul piano elementare dello scambio di prigionieri (fatta salva la vendita di ostaggi). La stessa ideologia e pratica del martirio lo impedirebbero. Solo ai bordi dell’Is, in un contesto allargato, la pressione delle cancellerie potrebbe forse conseguire qualche risultato, a patto di rinunciare però a voler salvare capra e cavoli, affari e diritti umani.

    Dunque, la guerra. Che questa sia in atto è una circostanza innegabile, che non sia semplicemente interpretabile in termini teologici è altrettanto evidente, ma anche che senza il richiamo allo spazio potenzialmente illimitato della comunità dei credenti, intesa come esercito potenziale, non potrebbe mai raggiungere l’intensità e le ramificazioni che la contraddistinguono. Resta il fatto che la Mecca jihadista di Raqqa e Mosul, dove i giovani musulmani radicalizzati d’Occidente si recano in una sorta di pellegrinaggio, qualcosa di più di un semplice addestramento militare, prima di tornare ad agire nei rispettivi paesi, non si sgretolerà più senza un’azione di forza. C’è un punto oltre il quale la dimensione della guerra non è più revocabile. Così le sue retoriche risuonano da ogni parte. Chi invoca la “guerra totale”, come Goebbels nel celebre discorso del febbraio 1943, chi la civiltà contro la barbarie, chi la guerra identitaria, chi la guerra globale di lunga durata contro il terrorismo sulla scia della dottrina Bush. Converrà, tuttavia, mettere da parte proclami e rullar di tamburi, ma anche, per vederci un poco più chiaro, disertare il terreno dell’etica, le dispute su quanto valgono i “valori” e cioè il tema scivoloso della “guerra giusta”, per rivolgere l’attenzione a quello, assai più banale, della “guerra utile”. Una “guerra giusta” la si può anche perdere, ma una “guerra utile”, va da sé, non può che essere vincente, pena trasformarsi nel suo contrario.

    Ma che cosa significa esattamente vincente? Un tempo le cose erano molto più chiare: vincere significava annettere o assoggettare un territorio imponendo alla sua popolazione le leggi (e le imposte) dei vincitori. Poi è venuto il tempo dei “governi fantoccio” e delle forme sempre più indirette, ma non per questo poco efficaci, di dominio. Oggi, per semplificare all’estremo, significa stabilizzare un’area attraversata da conflitti e turbolenze, imponendo un compromesso tra gli interessi che vi insistono (compresi naturalmente i propri), garantito da strutture politiche il più possibile solide e affidabili. E a questo scopo è necessario cancellare senza residui e con ogni mezzo necessario, i fattori irriducibili a una qualsiasi condizione di equilibrio. Nel nostro caso Daesh.

    Se ci atteniamo a questo banale schema, nessuna delle guerre condotte in Medio oriente o in Africa dagli Stati uniti e dalle diverse coalizioni internazionali che si sono succedute nel tempo regge alla prova della “guerra utile”. Né la guerra in Afghanistan, né le due guerre irachene, per non parlare degli interventi in Somalia e Mali o dell’impresa di Libia possono definirsi in alcun modo vincenti. E il conflitto in Siria è ben avviato su questa stessa strada. Le innumerevoli vittime che hanno mietuto e i molteplici, incontrollati focolai di conflitto che hanno alimentato rappresentano il risvolto sanguinoso di questa inutilità. Gli strateghi geopolitici, imperversano da decenni come dilettanti allo sbaraglio, incassando una sequela interminabile di scommesse perse. Resta il fatto che lo Stato islamico con le sue mostruose manifestazioni deve essere spazzato via in tutte le sue articolazioni, al centro come alla periferia. Non si può certo attendere che la sua forza propulsiva si esaurisca e i suoi adepti si convincano col tempo ad abbandonarne i costumi e le insostenibili forme di vita. Le vittime non possono essere lasciate al loro destino.

    La “guerra giusta” contro questa forma di fascismo confessionale deve però dimostrarsi anche utile. Alla qual cosa non gioveranno né spirito di vendetta, né esibizioni patriottiche ad uso interno dei governanti europei, né il revanscismo russo. Quale sia la strada, giunti a questo punto, è difficile a dirsi, se non che non sarà in nessun modo pacifica. Di certo, la situazione non consente più di manovrare le popolazioni della regione come marionette secondo logiche di potenza peraltro disorientate e governate dall’improvvisazione. Sarà una Yalta tra Iran e Arabia saudita e una guerra fredda tra sciiti e sunniti, l’esito del conflitto? Con i kurdi nella parte dei non allineati? Non abbiamo che fantasie e vecchi parametri, in fondo, saperi storici recenti o remoti, per leggere gli eventi. Saremo anche in guerra, ma certo è che non sappiamo come combatterla. Un criterio però si dovrebbe adottare.

    Se Daesh punta a stringere il legame tra il fascismo islamista con la sua Mecca mesopotamica e l’emarginazione metropolitana in Europa, noi dovremmo puntare a reciderlo. Non in chiave nazionalpatriottica, ma sul terreno dei desideri di libertà e di benessere che attraversano le periferie metropolitane e non solo i frequentatori del Bataclan.

    L’ennesima “guerra inutile” e perdente sarebbe quella contro le cosiddette “classi pericolose”. Possiamo solo sperare che i ragazzi di Saint Denis e dei grandi ghetti della cintura metropolitana parigina gettino via le cinture esplosive per tornare a incendiare le banlieues contro i loro colonizzatori, islamisti o repubblicani che siano. Poliziotti razzisti o predicatori barbuti. Ogni sovversivo in più sarà un terrorista di meno.

    (Da http://ilmanifesto.info/gli-strateghi-della-guerra-inutile/)

  2. “Solo se avremo la forza e l’intelligenza di aiutare l’uscita dal cul de sac della jacquerie e del terrorismo, verso una lotta di classe aperta, queste masse di diseredati e di ‘illuminati’, solo se, individuato il nemico di classe, costruiremo insieme, anche noi, un “pensare il mondo e guardare alla realtà” nell’ interesse anche dei marginali e di queste vittime-complici di una totale e spaventosa automistificazione e oggetti di una persistente strumentalizzazione, potremo immaginare un futuro diverso.”
    Sottoscrivo queste parole di Piero Del Giudice una per una, perché l’unica alternativa, per altro più probabile, sarebbe (sarà) un disastro.
    Un disastro che peraltro forse qualcuno ha già immaginato e non escluso, perché è vero che l’unità dei dominatori precede, ed è più articolata e profonda, della unità che si propongono di realizzare gli oppositori. E dire che siamo bravi a capire i loro disegni, ma non a batterli.

  3. Anch’io sono ostile a usare il termine ‘fascismo’ per l’Isis. Non solo per la prudenza che dovrebbe dimostrare chi cerca di capire un fenomeno di cui conosciamo ben poco e sulla base di dati quasi certamente manipolati (Giulietto Chiesa, che non è il vangelo ma è giustamente sospettoso, si chiede ad es. come mai mai tutti i video sull’Isis messi in circolazione in rete provengano esclusivamente da una giornalista israeliana), ma perché l’eurocentrismo non è un difetto da poco.
    E la posizione di Michelguglielmo Torri a me eurocentrica pare. Riecheggia vecchie propagande (Saddam non era stato definito un Hitler?) usa metafore biologistiche ( «un fenomeno di mutazione maligna di un’ideologia») e rimandi storici a conflitti degli anni Settanta avvenuti in tutt’altro contesto storico ( il riferimento alle Brigate Rosse molto ripreso in questi giorni). E’ una posizione simile a quella di altri osservatori. Ad es. dal direttore del CIPMO, Janiki Cingoli che senza mezzi termini titola un suo pezzo “Isis, cancro nell’Islam: http://www.cipmo.org/editoriale/2015/isis-cancro-islam.html).
    Per di più, pur alludendo a «oggettive ragioni di malessere, in cui l’Europa ha avuto (e ha tutt’ora) responsabilità pesanti», non vi si sofferma (almeno in questo scritto…); e si allinea sulla posizione “ufficiale” ( Holland-Putin-Obama) per cui siamo ancora una volta di fronte a un «male assoluto» che «come tale va combattuto senza se e senza ma, fino al suo completo annientamento politico e militare». E dunque «l’Europa è in guerra». Ma non è che la situazione sia ben più complicata ( e con l’abbattimento ieri del jet russo da parte della Turchia di Erdogan) in via di ulteriore complicazione? Per cui varrebbe la pena di interrogarsi – questo solo possiamo purtroppo fare – più a fondo, come fa ad esempio Aldo Giannuli (http://www.aldogiannuli.it/isis-e-terrorismo-come-se-ne-esce/), invece di passare subito a fare il tifo?
    E poi come si fa a fare la guerra all’Isis «mantenendo intatto il quadro democratico (come, in definitiva, venne fatto [davvero? Ndr] al tempo della lotta contra le Brigate Rosse)»?
    Oppure a non «sparare contro l’accoglienza agli immigranti [ o a non] assimilare a DAESH forze politiche che con esso non c’entrano niente o che, in certi casi, ad esso sono attivamente ostili»?
    Un altro punto su cui affaccio dubbi è quando si dice: « il cuore e il cervello di DAESH si trovano nello spazio geografico a cavallo fra Siria e Iraq. È quello il punto in cui bisogna colpire: eliminato cuore e cervello, anche i tentacoli della piovra moriranno, se pure, forse, non subito».
    Anche questa è una posizione che mi pare condivisa da molti esperti (ad es. Caracciolo su Limes) che tendono a mettere in primo piano e a ritenere decisivi i conflitti interni al mondo arabo ritenendo secondarie le « responsabilità pesanti» degli Occidentali.

    P.s.
    Appena posso farò le mie osservazioni anche al pezzo di Del Giudice. Per ora invito altri a intervenire su questo scambio di opinioni che a me pare importante per i problemi che solleva.

  4. Inserisco il commento che ‘ro’ non riesce a pubblicare [E. A]

    commento di ieri ( stessa ora in cui ci era giunta la “notizia”, del secondo aereo russo, abbattuto in siria. ….e viene da dire subito: ma non era l’isis il nostro nemico?)

    Se Usa atlantisti NATO = Nazismo 2.0, allora anche anche, ma i due esperti del medioriente rischiano di fare la fine degli espertoni ed è un peccato, poichè appunto rischiano di:

    1
    non attenersi al racconto del primo misfatto, anello dalla cui catena, si sviluppano “gli odiatori” incontrati dai suddetti due esperti sul campo mediorientale; dal Pakistan ai Balcani, ammessi pure dalla Clinton fino alla Cecenia, che di serpenti creati a tavolino dalla Cia, ne sa qualcosa come certi film di Hollywood alla November man;

    2
    confondere e motlo “la platea di poeti” , di questo spazio individuale e collettivo , che per sua stessa ammissione, ha bisogno di formarsi una coscienza più sottile e più estesa sui fatti in questione; se non lo si fa con la distribuzione di strumenti graduali, si rischia di mettere troppo in tavola facendo abbuffate anche di cibi pericolosi, quasi al limite, quasi alla fallaci con qualche spruzzata del solito madgi allam.

    In una parola alcuni che vorrebbero essere più “alfabetazzati” di altri, rischierebbero, nella migliore delle ipotesi, la fine delle chiacchiere che stanno a zero degli intellò di cui al panorama, da Serra ad altri, riportato qui:
    http://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/anche-funerali-valeria-solesin-intell-riescono-fare-solita-113561.htm

    Infine, visto il gioco di guerra in corso, meglio concentrarsi sui reali e sempreterni odiatori della Nato:

    “Durante la guerra fredda la NATO non aveva mai abbattuto un aereo militare di Mosca. Oggi la Turchia, paese NATO in mano a uno dei manovratori dell’ISIS, lo ha fatto. È una gravissima provocazione che può trasformare la guerra siriana da guerra NATO per procura a guerra NATO senza mediazioni, col rischio molto concreto di far scattare quelle clausole dell’alleanza atlantica che ci trascinerebbero tutti in un conflitto molto esteso e difficilmente controllabile. Sicuramente al figlio di Erdoğan, che gestisce il contrabbando di petrolio dell’ISIS, non piaceva affatto che negli ultimi giorni i Sukhoi Su-24 gli avessero distrutto centinaia di autocisterne azzerandogli il business. Abbatterne uno, a costo di una guerra mondiale, è la risposta del suo paparino, per alzare la posta in gioco. Un bel trappolone per la Russia, che qualche risposta dovrà dare, e per tutti gli alleati NATO, da invischiare nei calcoli strategici di Erdoğan, uno dei grandi perturbatori del Vicino Oriente. E noi dovremmo essere disposti a morire per le autocisterne che finanziano l’ISIS.
    Come no?”
    Pino Cabras
    http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=124707&typeb=0&il-trappolone-turco-sul-filo-della-guerra-mondiale

  5. Ringrazio Ennio e vado avanti, perché non sarebbe stato nemmeno così importante se quel mio commento di ieri si fosse perso, ma visti i fatti i oggi, intendo quelli sul post “bataclan”, ringrazio Lucio, anche se non convido la sua poesia, perché potrebbe (dovrebbe?) dare modo a Ennio o ad altri che hanno a cuore e/o cura questo spazio, di cogliere dal suo secondo intervento poetico (alla pari di quello di Annamaria o di Di Stefano per altri contenuti rischiosi), un momento di verità, di ripensamento e di rinnovata passione…

    Parlo della mia esperienza da non addetta ai lavori esclusivamente “poetici”. La formazione di un’artista, per giunta dell’arte principe della parola, quale è “signorina poesia”, si potrebbe pensare generata da un’indagine continua sulla realtà per il suo travaso, traduzione in racconto, su canoni, tecniche, studi e esercizi…. tutti poetici. E’ cosi difficile fare del linguaggio poetico come quello cinematografico? Ovviamente non delle pellicole nauseabonde sui buoni sentimenti et similia. quelle no. quelle non sono cinema. Il travaso dovrebbe per primo partire dal vissuto , dalla propria vita immersa in un mondo che non vive sulla serenità (tranne che quando ha un certo fondoschiena e riesce a costruirla nel proprio intimo e nei prorpi intimi affetti) , perché esso, il mondo, ha sempre vissuto sulla menzogna, ma mai così tanto da quando gli strumenti di mediatizzazione della realtà, ci hanno fatto sprofondare in questo reality.

    Sicchè poeti e aspiranti poeti inclusi , è “in primis” l’intero mondo persona, prima che artista, o addirittura poeta, che ha subito un certo svilimento/svuotamento sia dalla parte attiva “culturale”/intellettuali e giornalisti, sia di quella “passiva” (gli spettatori di tutto, come me, compresa poesia).

    L’ego, compresa la sua inclinazione a stare meglio nella serenità che nella problematicità, ha preso il sopravvento, mettendo in pericolo tutti gli altri lati della vita, compresa quella politica, anche quella minima, quella che doveva rimare desiderosa di un vita con un pensiero critico . Ricordo con affetto quando Emilia mi disse piu o meno cosi’: ma cosa credimi…gli scrittori , i poeti devono essere tutti un po’ narcisi.
    Può starci ma fino a un certo punto. dopo il quale rientrano anche loro a pieno titolo nel periodo malato di narciso attuale. Sta di fatto che l’ego ha preso il sopravvento anche in quella parte “politica”, che crede in teoria a valori del bosco o della pace etc etc, annaffiando il tutto con la retorica di certi valori , quasi ad autogarantirsi un’immunità ai pericoli della menzogna e delle trappole dei propagatori primigeni di quegli stessi valori, addirittura chiamati pure universali, per fregare meglio tutti a destra e a sinistra o comunque essi votino o non votino. Cosa voglio dire?

    Che è difficile in un contesto del genere, non cadere con le proprie stesse mani o piedi, nelle strumentalizzazioni.

    Annamaria può caderci, come un libro gadget arcobaleno, venduto dagli stessi che con una mano ti bombardano e con l’altra ti fanno una ONG. Lucio altrettanto e anche senza troppo arcobaleno, un solo colore con qualche spruzzo di rosa choc… ma almeno loro sono rimasti, con Cristiana, Francesco e Paolo…, tutti gli altri , delle commemorazioni, delle proprie poesie, dei propri viaggi, tutti spariti? Cosa è che non funziona più quando ritornano certi temi fatidici, per giunta per il destino non di un solo uomo, ma di miliardi…perché tutti di nuovo in pista quando c’è da parlare dell’ultimo libro postumo di Gianmario? E’ questo che vi ha insegnato la sua vita?La sua poesia?

    Ma ritornado a chi è rimasto, si nota quanto siano stati inconsapevoli dei pericoli che fanno correre alla loro, nonché nostra stessa amata poesia , visto che il passo potrebbe essere molto molto breve per essere strumentalizzati da ogni parte.

    Da certe loro espressioni, all’immediata strumentalizzazione di questa o quella ong dell’Onu (ricordiamolo:braccio disarmato gemello di quello armato Nato) o quel Foglio di Ferrara o pezzo di Magdi Allam , che potrebbero copiancollare l’ultima di Lucio al volo per una causa ben diversa , ci vuol un attimo.

    A parole è la lotta alla guerra, nei fatti si verificano sono le solite stragi fallaciane. Bisognerebbe forse apprendere, prima di qualsiasi espressione, compresa quella artistica, cosa possono fare della tua parola, non tanto quei cattivoni dei critici, ma ad esempio proprio quelli che traggono vantaggio dalla tua rivelazione o addirittura condanna poetica , o da cio che credevi lo fosse. Non ci vuole molto ad averne coscienza anticipata, sia delle proprie scelte in genere che di quelle poetiche.

    Io mi sono ridotta a poter intendermi, quasi al volo, su temi politici quali quelli in questione o altri, con la forza della parola ( e a volte quasi senza nemmeno più bisogno di parlare) , solo con un’artista , nel suo caso musicista, nonché mia madre. Una donna di 83 anni che rispetto a tutta una rete di sistemi anti-ricerca sul chi sono, da dove vengo vengo, dove sto andando(sistemi che cercano di addormentarmi mia figlia di un terzo degli anni di mia madre) non ha confronti neppure con mio nipote che ne ha ancor meno di anni rispetto mia figlia, e che sta pure a scuola del partito comunista dei lavoratori!

    Mia madre, una pianista che nella sua vita ha amato solo la sua arte e i suoi cari, con un ‘allergia almeno pari alla mia a branchi, gruppetti, cerchi e cerchietti , ma sempre tesa a scoperchiare le cose oltre la loro apparenza . Salda , dunque anche “serena” se lo si intende come spirito libero di ricerca sul come erano e dovevano rimanere le persone, quindi anche le identità, incluse quelle degli artisti, prima del grande sogno americano? Forse si.

    Bisogna recuperare quel tipo di formazione, che va ben al di là di questo o quell’ideologismo, e anche al di la di grandi esponenti artistici come Brecht o Fortini, che è giusto stia a cuore a Ennio o ad altri o ognuno di noi, ma smantellando qualsiasi condizionamento della pseudo-cultura dirittoumanista o umanitaria, con tanto di truffa dell’universalismo comodo solo per onu e nato e imperi a seguito. Quella formazione classica è già sufficiente di per sé, a riportare l’uomo a desiderare, serenità effettiva compresa, la ricerca continua della verità (poetica compresa). Forse, senza rinunciare a nulla di questa o quella ricerca di un noi più “socialista”, occorrebbe partire a ricostruire un noi (poeti o aspiranti tali o semplici spettaori lettore) facendo tutti insieme un grande e infinito mea culpa. “Decostruendo” quella parte melmosa e/o mielosa, che ha portato nel corso degli ultimi decenni a questi popoli liquidi di liquide bandiere arancioni o arcobaleno o viola, che sembrano tutte così “civili” da società civile, così tanto meno pericolose di quelle verdi dei trogloditi della lega, ma che hanno generato ugualmente mostri , apparentemente più innocui, che destano quasi più compassione, ma che sono eoni luce lontani dall’appassionarsi a temi e nodi della realtà, ai pericoli che si corrono di essere strumenti, o strumentali o strumentalizzati da certe correnti che tutto hanno a cuore tranne che la vita del famoso “piccolo” che reclamava Annamaria; che sono ancora troppo poco desiderosi dal voler apprendere e rielaborare “con la propria testa”… solo la propria testa.

  6. …cara Ro, condivido il tuo appassionato discorso e quando porti ad esempio i tuoi familiari, di una mamma che, per l’età e la formazione classica artistica, non è mai stata raggiunta ( e beata lei!) dai condizionamenti del sistema, mentre la figlia e il nipote ne risultano influenzati…ma è assai difficile sfuggirvi visti i potenti mezzi di manipolazione dei cervelli e delle coscienze di cui dispone, per cui sono proprio quest’ultimi i territori più devastati, senza una mappa e delle istruzioni per raggiungerli..Perciò mi risulta impensabile aderire ad una guerra che è stata a lungo preparata e scatenata proprio da chi oggi la combatte…Mi viene in mente che potrebbe servire una contropropaganda, ma dovrebbe affrontare nemici radicati e potentissimi, come il pregiudizio, la diffidenza, la paura, l’odio. Per giunta travestiti in mille fogge ingannevoli e dove(?) le armi per combatterli forse non sono state ancora inventate o risultano inefficaci…

  7. Molto molto importante questo “strumento” che hai segnalato, Ennio. Qui a Milano, nella giornata precedente, stessa matrice no nato, c’era anche il nostro carissimo Manlio Dinucci e, a proposito della Libia, di cui all aparte finale del video di Tarpley, pure chi si era impegnata e s’impegna tantissimo anche sull’informazione per la Siria. Marinella Correggia. Credo, per rispondere ad Annamaria, che sia “comoda” un’opposizione all’acqua di rose o arcobaleni, o bandiere della pace , o versamenti o 8 per mille per questa o quella ong e relativi acquisti di tutto il repertorio o cucuzzaro del “pacifista”. E’ quella che vogliono proprio i vari guardiani dei cancelli richiamati anche da Tarpley. Dovrebbe iniziare ad andare stretta, ma molto molto stretta, peggio di un cappio, per primo proprio ai poeti. Ricordo di aver pungolato , in senso buono, su questi temi, anche il nostro carissimo Gianmario, che pur aveva una intelligenza straordinaria ma correva gli stessi rischi che ho esposto sopra.

    I poeti non possono ridurre a ciance, o quattro chiacchiere, la follia che gli sarebbe tanto cara e che è sicuramente una buona amica per chi ama l’arte sul serio compresa quella poetica. Se non si rischia in prima persona di essere presi per folli, facendo una canzone o una poesia sul “pastore” per giunta “belga” morto nel reality post strage, e tanti tanti esempi forniti dalla realtà che supera sempre ogni fantasia, pur nel rispetto della necessita di una musa o di un’intuizione, allora è meglio non recitarsi mai più le parti sulla follia.Non ci possiamo più permettere , dopo migliaia di anni di homo sapiens sapiens, di rimanere paralizzati più dalle paure dell’uomo pecora che dagli eserciti (compresi quelli mediatici) che gli creano nemici e paure, si spacciano per salvatori, marciano pure in testa ai cortei della pace e che, pertanto, ci hanno portato fino a tutto questo vivere nella menzogna, dove neanche ai tempi di altre propagande si era mai giunti.

  8. « Le biografie dei terroristi – almeno quelli degli attentati in Europa (d’accordo, sono la minima parte del terrorismo islamico globale) confermano, da Atocha al Metro di Londra, a Charlie Ebdo, al Bataclan, che qui si tratta di noi, che qui siamo noi […]. È lo stesso esercizio che si consuma sui fatti di terrorismo e con lo strumento del terrorismo. Dagli Stati Uniti, alla Turchia, ad Israele, all’Arabia Saudita e quanto d’altri, ognuno fa nascere, finanzia, controlla, scatena, mette in campo, movimenti terroristi – partendo da bisogni reali tuttavia. Traslati ad arte, questi reali bisogni, spostati in metafisica, in religio, in combattenti contro […]. Ci odiano, va detto. Le brigate internazionali mujaheddin (algerini, palestinesi perlopiù) che intervengono in Bosnia – con il permesso degli Usa – nella guerra civile, hanno la bava alla bocca alla sola vista di un occidentale. La loro bava mi sta ancora addosso, il ricordo del loro odio è una ferita aperta.» (Del Giudice)

    Ho stralciato questi tre passi dell’intervento di Del Giudice perché in essi vengono indicati tre aspetti della realtà ( quella socio-culturale, quella militare e quella psicologica) che si sono evoluti in modi talmente negativo da rendere arduo qualsiasi giudizio politico coerente sulla complicata situazione su cui ci stiamo interrogando in questi giorni.
    Spiego schematicamente il perché.
    Le biografie dei terroristi autori della carneficina a Parigi del 13 novembre ci dicono davvero «che qui si tratta di noi, che qui siamo noi»?
    A me pare che lo dicano solo a Del Giudice (e anche a me e forse ad alcuni altri che hanno alle spalle una qualche militanza “sovversiva”, sia pur in anni ormai troppo lontani. Oppure hanno avuto esperienze vere di vicinanza con «esistenze senza motivo, proletariato e sottoproletariato metropolitano, cresciuti negli slums, autobiografie della leggera [per chi non lo sapesse , “Autobiografie della leggera” è il titolo di una bellissima raccolta di voci finite ai margini dovuta a Danilo Montaldi, figura oggi del tutto dimenticata], storie di ladruncoli, lenoni della prostituzione, ruffiani, piccoli spacciatori, pusher». Solo pochi, credo, leggendo notizie sui giovani terroristi hanno ritrovato echi di una memoria diciamo per brevità “pasoliniana”. Che ancora permetterebbero di simpatizzare con questi « giovani europei – figli di padri e madri che la globalizzazione ha espulso ed espelle dalle proprietà rurali comuni d’Africa e dai villaggi del maghreb»; e se non proprio con quelli passati al terrorismo almeno con quanti avevano provato «a livello di massa» a farsi sentire con le loro jacquerie di periferia.
    Come io avevo fatto nel 2005. Permettetemi di riproporre questi versi ( che avevo scritto allora e sono ancora sul vecchio sito di Poliscritture):

    Nunn’è n’atu millesettecientottantanove.
    Hann’a scritte sulamente
    e’ cahiersdedoléances!

    di Ennio Abate

      Le pallottole di carta non fanno male»
      (cardinale Camillo Ruini)

    Ah ‘sti-ntellettuali ex sessantottine
    cumm’a mme pensionate, ma accussì stunate
    addurmute, ca capa cionna
    ncoppa a vrasera re rivvoluzione astutate!
    Che d’improvviso ti sobbalzano
    al crepitio scintillante delle faville
    sgomenti de la violence:
    Uuuh mamma mie, les banlieus, le casseurs !
    Chiste songhe les neveux
    de l’homme del la serpe
    (Fanon docebat!) e allore
    attacchamme subbite che litanie:
    Ah, come son belle le democrazie
    che pur ci donano un FUTURO
    «per quanto esso possa essere
    di merda» (e di guerra)!
    ah, quel Santa Maria Goretti
    come noi pensionato
    che s’è fatto uccidere
    per la “sua” vergine automobile!
    Ah quel ma-Scalzone
    che confonde il nostro Blair-Cofferati
    con gli sbirri più efferati!
    Ah, Walter Benjamin, che cazzata
    contro gli orologi sparare
    e nel Jetzeit sperare!

    [Ah, questi intellettuali ex sessantottini | come me pensionati, ma così stonati | addormentati, con la testa coindoloni | sul braciere delle rivoluzioni spente! || Che d’improvviso ti sobbalzano | al crepitio scintillante delle faville| sgomenti della violenza: | Uuh mamma mia, le periferie, i vandali! || Questi sono i nipotini dell’uomo della roncola | (Fanon lo diceva!) e allora | attacchiamo subito le litanie: | Ah come sono belle etc….]

    (novembre 2005)

    Ma proprio perché tant’acqua è passata sotto i ponti e « nessuno ha mai fatto qualcosa per levarli da lì: non sindacati, non partiti, non ideali di lotta e cambiamento» (anzi sindacati e partiti si sono liquefatti e gli ideali di lotta e cambiamento hanno ceduto allo scetticismo e al disincanto postmoderno) il muro, già spesso tra “noi” e “loro”, non ha fatto che rafforzarsi. E non solo ha reso poco udibili le isolate voci di quanti tra noi invitavano a «restare umani», ma ha permesso che altri “illuminassero” quei cuori e li spingessero fino ad « uccidere gli odiati altri abitanti della città» e a suicidarsi (ma ricordiamoci che quello che per noi è suicidio per loro è *martirio*).
    E ora che si è giunti alla militarizzazione del conflitto, che poteva essere solo socio-culturale o riguardare le differenti condizioni materiali di vita ma anche al continuo rinfocolarsi di una diffidenza reciproca ( soprattutto di un odio reciproco almeno nelle frange più fondamentaliste – nostre e loro) come si fa a tornare ad una gestione dei «bisogni reali» – nostri e loro – appunto «traslati ad arte… spostati in religio, in combattenti contro»?
    Del Giudice suggerisce una via d’uscita « dal cul de sac della jacquerie e del terrorismo, verso una lotta di classe aperta».
    Io temo che tale prospettiva abbia subito anch’essa un tracollo tale che, per riuscire di nuovo a « “pensare il mondo e guardare alla realtà” nell’ interesse anche dei marginali», si dovrà compiere una vera e propria “discesa all’Ade”. E spero solo che si trovi il coraggio per tentarla.

    1. Requiem.
      Oh forza, oh forza
      ritorna
      Non abbandonarmi ora
      forse
      ancora l’alito
      mi ritorna stretto
      fra le mani
      il mio fucile scarico
      Il mio mondo
      saprà di quel che ho avuto
      di quel che ho fatto
      ancora torna
      fammi sentire
      il dolore del risorgere.
      Sono la Emi.

  9. ….ringrazio Emy per i suoi ultimi istanti del combattente e Ennio per la sua poesia di un intellettuale dal cuore salernitano…

  10. Per rispondere a Ro e non solo…

    Di una guerra
    disumana in scacchiera di morte
    ” ControguerrA”, per favore, dicci
    di che armi e piani possiamo servirci?
    Certo non i missili terra-aria
    di cui -meno male- non disponiamo
    nè i mass media coltelli conficcati nei cervelli,
    le menti vogliamo ragionanti,
    tantomeno le bandierine multicolori
    arcobaleni di pace su splendidi tramonti,
    viviamo tutti in pace fratelli…
    Al cozzo forsennato all’ultima goccia
    di liquidi e acciaio
    urla e silenzio seguiranno
    di una discesa all’inferno
    e, se la vita,
    il coraggio speriamo
    di guardarci negli occhi e, per mano,
    risalire, passo a passo, l’abisso

  11. … a una “discesa dell’Ade” sembrano disponibili, con la passività maggioritaria della “resistenza” femminile, che è anche quella della lunga e lunghissima durata, le poesie di Emilia e Annamaria.
    Guai a tutti, se questa lunga e lunghissima durata venisse a esaurirsi e cessare.

  12. “Si tratta di noi, qui siamo noi” vuol dire riconoscere un’ombra di fratellanza con le condizioni di alienazione dei giovani immigrati espulsi dal nostro arrancante benessere, o vuol dire riconoscere che i nostri dominatori sono abbastanza compromessi per dominare anche loro?
    Sono due posizioni diverse per una politica di alleanze.

  13. Un monno de pace

    (a chi soffre guerre, fame, ingiustizie)

    All’improviso ar monno tutti quanti
    te staveno felici e soridenti
    ar sòno de la musica e de canti
    senza più guere fame e manco stenti.

    P’ogni città e paese all’abbitanti
    nissuno li faceva differenti
    ma l’uno all’antro uguale fra li tanti
    e a fede razza sesso mica attenti.

    Sembrava er Paradiso aritrovato
    sta Tera ancora prima ch’er Serpente
    offrisse all’omo er frutto der peccato.

    Nun so che m’è successo d’accidente
    però dar sogno nun me so’ svejato
    e in pace vivo e bene co la gente.

    Nota
    Nuova versione proposta dall’autore:

    Buongiorno a tutti!
    Chiedo scusa, vi invio il sonetto di ieri opportunamente modificato.
    Un abbraccio, Francesco.

    Er sogno de li sogni

    All’improviso ar monno tutti quanti
    te staveno felici e soridenti
    ar sòno de la musica e de canti
    senza più guere fame e manco stenti.

    P’ogni città e paese all’abbitanti
    nissuno li faceva differenti
    ma l’uno all’antro uguale fra li tanti
    e a fede razza sesso mica attenti.

    Sembrava er Paradiso aritrovato
    sta Tera ancora prima ch’er Serpente
    offrisse all’omo er frutto der peccato.

    Ch’era un sogno l’avevo ben presente
    però ner sogno me ce so’ sognato
    ch’er sogno diventava permanente

    da restacce pe sempre addormentato
    in pace a vive inzieme co la gente
    che come me sto sogno s’è sognato.

    1. …se tutti ci credessimo davvero il sogno di Francesco Di Stefano diventerebbe realtà . Il monopensiero in questo caso andrebbe bene…

  14. DA “POLISCRITTURE FB” > “POLISCRITTURE SITO”

    Giovanni Schiavo Campo

    dissento completamente dalle tesi di Del Giudice. Primo, perché basate quasi esclusivamente sul dato biografico, certamente indicativo ma non generalizzabile: non dimentichiamo che nelle condizioni di vita di costoro che hanno abbracciato la fede “combattente” ci sono milioni di giovani che se ne tengono lontano. E’ inoltre un biografismo quasi pietistico nella sua ricostruzione di un ambiente di emarginazione, di pusher, ladruncoli eccetera: sembra quasi un esercizio di scrittura alla Victor Hugo nel descrivere i bassifondi parigini. Dunque, una lettura “viziata” da un eccesso letterario. Quello che peraltro è totalmente irrecuperabile, dal punto di vista di queste “biografie”,in gran parte ricostruite è proprio l’appello a una coscienza di classe, anche perché evidentemente come “sottoproletariato” non appartenenti propriamente a una “classe”. Né del resto la “lotta di classe” ha mai potuto far leva su questi strati, piuttosto anzi strumentalizzati dalle politiche più apertamente reazionarie. Del tutto opinabile poi l’ispirazione a una presunta “jacquerie”, visto che entrano in organizzazioni bene armate e militarmente addestrate e il fatto che dispongano di armi poco sofisticate non è di per sé indice di impreparazione: è sufficiente pensare che non occorrono armi sofisticate per entrare in un bar o in una sala concerti per provocare una strage. Tra l’altro Del Giudice trascura completamente il problema dei finanziamenti che fanno dell’Is-Daesh una realtà eterodiretta, configurandone il risvolto di uno scontro di interessi fra Stati e potenze. Il minimo che si potrebbe fare per cercare di capire questo nesso è applicare un’analisi marxxiana, anche la più classica e tradizionale, che qui manca del tutto. Dallo scritto di Del Giudice si evince infine una “simpatia” che non si capisce in che modo sia giustificabile, visto che questi sparano nel mucchio, uccidendo gente inerme e spesso altrettanto emarginata

    Ennio Abate @ Giovanni Schiavo Campo

    Non farò io il difensore d’ufficio delle tesi di Del Giudice. Ma, di grazia, quali sono?
    Trovo molti dati travisati nella tua lettura. Li indico:
    1. non mi pare che egli confonda i terroristi coi « milioni di giovani che se ne tengono lontano» (non dice, insomma, che tutti i giovani figli di immigrati o delle periferie siano terroristi o simpatizzanti dei terroristi o destinati a diventare terroristi); semmai che anch’essi (i terroristi) provengono da condizioni di vita comuni a tanti giovani immigrati di seconda generazione che vivono in Francia;
    2. non trovo pietistico l’accenno (perché ‘letterario’ poi?), del resto veloce, a varie figure dell’attuale (non dei tempi di Hugo) emarginazione metropolitana:
    3. Del Giudice prospetta come una possibile via d’uscita « dal cul de sac della jacquerie e del terrorismo, verso una lotta di classe aperta». Non parla di «coscienza di classe» e non ritorna a distinzione di tipo dottrinale tra classe e sottoproletariato.
    4. Il termine «jacquerie» non è riferito ai terroristi ma alle rivolte dei giovani delle banlieues (ad es. quelle del 2005 cui si riferivano i miei versi): « nessuno ha mai fatto qualcosa per levarli da lì: non sindacati, non partiti, non ideali di lotta e cambiamento. Loro [i giovani] ci hanno provato con jacqueries, ci hanno provato a livello di massa – dico – ben visibili»;
    5. Del Giudice non trascura il problema dell’eterodirezione dell’Isis. Infatti scrive:« Dagli Stati Uniti, alla Turchia, ad Israele, all’Arabia Saudita e quanto d’altri, ognuno fa nascere, finanzia, controlla, scatena, mette in campo, movimenti terroristi – partendo da bisogni reali tuttavia».
    6. Non vedo “simpatia” verso i terroristi in questo scritto, tanto più che si conclude con queste parole: « Scrivo per le giovani vittime del Bataclan, per i colleghi di Charlie Ebdo, scrivo per loro».

    Inviterei a letture più attente e meno prevenute. Di questi tempi ne abbiamo un gran bisogno. Un saluto

  15. SEGNALAZIONE

    Negri su Francia, Isis e guerra alla jihad

    Stralcio:

    D. Tornando agli attacchi di Parigi, parlare di guerra, nella lotta al terrorismo, ha senso?
    R. Mi chiedo solo: «Ora dove stanno i nemici? E gli amici?». La guerra è sempre sbagliata. Ma in passato il nome guerra aveva un fronte, un Piave. Ora siamo in una palude.
    D. Tra l’altro il primo ministro Manuel Valls ha lanciato l’allarme di nuovi attacchi chimici e biologici.
    R. Vorrei sapere chi li scatena e chi possiamo punire.
    D. Si è detto che questa è una guerra non convenzionale. Cosa ne pensa?
    D. La stessa definizione del diritto di guerra così come è uscito dalla pace di Westfalia,che nel 1684 pose fine alla guerra dei Trent’anni, non ha più alcun senso. E non parlo solo delle regole della guerra, ma anche del trattamento dei prigionieri per esempio.
    R. Quando è saltato?
    D. Nel 2001 gli Usa hanno deciso di scatenare una guerra asimmetrica. Adesso stiamo assistendo alla conseguenza della distruzione delle frontiere su cui si basava il diritto internazionale. Lo dimostra l’esodo dei migranti: è impossibile stabilire i confini.
    D. È da allora che non si può più parlare di guerra ‘tradizionale’?
    R. Da quel momento la guerra è stata di polizia, non di eserciti. Persino James Bond farebbe ridere. Si tratta di una guerra che legittima l’uso dei droni.
    D. Cioè?
    R. Il drone è un esempio, un simbolo. Dietro c’è un conflitto che è fuori da ogni categoria che finora abbiamo utilizzato.
    D. Crede che assisteremo a una nuova definizione di guerra?
    R. Francamente non so se arriveremo a questo. Del resto Westafalia mise fine a guerre scatenate in nome della religione che insanguinarono l’Europa.
    D. Quando dichiara guerra Hollande cosa sta facendo?
    R. Solo retorica. In realtà stiamo assistendo ad azioni di vendetta e repressione che ci riportano indietro a prima del diritto europeo. È più simile a un regolamento di conti tra tribù, quelle che noi definivamo Barbari.
    D. Cosa possiamo fare a questo punto?
    R. La situazione è drammatica e angosciante. Ogni riferimento a categorie passate non coglie la realtà dei fatti. Possiamo solo cercare di difenderci come possiamo, evitando che le cause che hanno portato a tutto questo si ripetano.

    http://francovite.com/2015/11/21/toni-negri-su-francia-isis-e-guerra-alla-jihad/

  16. Fermo restando che l’usare termini di paragone quali ‘fascismo’ e ‘nazismo’ per definire l’Isis indica, nella migliore delle ipotesi, una pigrizia mentale nel non voler pensare e cogliere differenze tra movimenti storici di natura diversa (anche tra loro stessi) e di composizione sociale diversa, comunque ho delle perplessità anche rispetto a quanto asserito da Del Giudice, raccolto e sottoscritto da Cristiana: “Solo se avremo la forza e l’intelligenza di aiutare l’uscita dal cul de sac della jacquerie e del terrorismo, verso una lotta di classe aperta, queste masse di diseredati e di ‘illuminati’, solo se, individuato il nemico di classe, costruiremo insieme, anche noi, un “pensare il mondo e guardare alla realtà” nell’ interesse anche dei marginali e di queste vittime-complici di una totale e spaventosa automistificazione e oggetti di una persistente strumentalizzazione, potremo immaginare un futuro diverso.”

    Ennio, a proposito dell’intervento di Giovanni Schiavo Campo, invita *a letture più attente e meno prevenute. Di questi tempi ne abbiamo un gran bisogno*.
    Sono d’accordo. Nello stesso tempo, credo sia auspicabile avere attenzione anche per imparare a leggere tra le righe. Non credo di essere ‘prevenuta’. Eppure non posso non cogliere un certo stile ‘retorico’ nell’intervento di Del Giudice quando mira a sottolineare l’humus sociale di questi ‘terroristi’ definendoli come *Giovani europei – figli di padri e madri che la globalizzazione ha espulso ed espelle dalle proprietà rurali comuni d’Africa e dai villaggi del maghreb – inoccupati, disoccupati, esistenze senza motivo, proletariato e sottoproletariato*. Anche se questo quadro ‘empatico’ va poi a confliggere con le affermazioni successive, e cioè che essi *vanno, pur di uccidere gli odiati altri abitanti della città, in una confusa vis antisistema* perché loro * Ci odiano, va detto*, e introducendo in questo modo delle caratterizzazioni psicologiche (anzi, psichiatriche) relative a soggetti sociopatici, che rendono quantomeno problematico il progetto di strapparli dalla condizione di vittime-complici (nella ‘presunzione’ di togliere al sistema il materiale umano di cui si foraggia per mantenere uno stato di disordine).
    Nella presentazione di questo ‘quadro’, mi permane l’impressione che si vada alla ricerca di un ‘soggetto’ rivoluzionario (di negriana memoria), il quale sarebbe ‘tale’ solo a partire dalla sua condizione di disagio – legato essenzialmente alla espropriazione di sé e della sua vita -. Non occorre quindi un’analisi politico economica [senza teoria niente rivoluzione?] perché basterebbe solo liberare queste forze per una *lotta di classe aperta*. E, ça va sans dire, individuare il nemico di classe. Quale sarà? *Dagli Stati Uniti, alla Turchia, ad Israele, all’Arabia Saudita e quanto d’altri, ognuno fa nascere, finanzia, controlla, scatena, mette in campo, movimenti terroristi – partendo da bisogni reali tuttavia* (Del Giudice). Ma che nemico di classe sarebbe mai questo?

    Ribadisce Ennio nella sua risposta a G. Schiavo Campo: *Del Giudice prospetta come una possibile via d’uscita « dal cul de sac della jacquerie e del terrorismo, verso una lotta di classe aperta». Non parla di «coscienza di classe» e non ritorna a distinzione di tipo dottrinale tra classe e sottoproletariato*.
    Benissimo! Ma il fatto che non si parli di ‘coscienza di classe’, in questo caso, o che si evitino le ‘distinzioni dottrinali’ tra classe e sottoproletariato, non lo vedo come un merito ma un difetto. Non si tratta di un superamento ‘dottrinale’, ma di una fase ancor più regressiva in quanto non si riesce a collegare il concetto di coscienza (e tantomeno di classe) con il terrorismo. Anche se si tratta di *vittime complici di una totale e spaventosa auto mistificazione*. A cui può andare la nostra comprensione, ma non l’assunzione di un registro di compiacenza.
    Perché così rischia di essere auto mistificazione anche l’affermazione di Del Giudice: *solo se, individuato il nemico di classe, costruiremo insieme, anche noi, un “pensare il mondo e guardare alla realtà” nell’ interesse anche dei marginali e di queste vittime-complici di una totale e spaventosa automistificazione e oggetti di una persistente strumentalizzazione, potremo immaginare un futuro diverso*.

    Mi sembra dunque abbastanza pertinente la notazione di G. Schiavo Campo e cioè *quello che peraltro è totalmente irrecuperabile, dal punto di vista di queste “biografie” […] è proprio l’appello a una coscienza di classe, anche perché evidentemente come “sottoproletariato” non appartenenti propriamente a una “classe”. Né del resto la “lotta di classe” ha mai potuto far leva su questi strati, piuttosto anzi strumentalizzati dalle politiche più apertamente reazionarie*.

    Tutta questa confusione terminologica mi ha fatto venire alla mente (quanto a ‘retorica’ sul conflitto tra i poveri e i ricchi), la diatriba tra Pier Paolo Pasolini e il PCI a proposito dei fatti di Valle Giulia (1° marzo 1968), sul considerare i poliziotti appartenenti di diritto alla classe proletaria anche se eseguono gli ordini del potere, e il suo stare con i poliziotti anziché con gli studenti che manifestavano.
    Sono le difficoltà che si incontrano quando ci si fa guidare da modelli ‘sociologici’ e ‘psicologici’, per capire dinamiche la cui natura è invece politico-economica.

    Avete facce di figli di papà.
    Buona razza non mente.
    Avete lo stesso occhio cattivo.
    Siete paurosi, incerti, disperati
    (benissimo) ma sapete anche come essere
    prepotenti, ricattatori e sicuri:
    prerogative piccoloborghesi, amici.
    Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
    coi poliziotti,
    io simpatizzavo coi poliziotti!
    Perché i poliziotti sono figli di poveri.
    Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.
    [….]
    I ragazzi poliziotti
    che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione
    risorgimentale)
    di figli di papà, avete bastonato,
    appartengono all’altra classe sociale.
    A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento
    di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte
    della ragione) eravate i ricchi,
    mentre i poliziotti (che erano dalla parte
    del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque,
    la vostra! In questi casi,
    ai poliziotti si danno i fiori, amici.

    Per cui approverei anche il richiamo – sempre di G. Schiavo Campo e da prendere più nello spirito che alla lettera – di applicare ai fatti che esploriamo una *analisi marxiana anche la più classica e tradizionale, che qui manca del tutto*.
    O, per dire meglio, una analisi che richiami il metodo di Marx.

    R.S.

  17. Continuo a sostenere la frase citata di Del Giudice, in questo senso: che i partiti di “sinistra”, partecipando a una politica di grandi coalizioni, non possono costruire alleanze in una prospettiva di lotta di classe.

  18. @ Cristiana

    … certo che no.
    Vorrei tanto capire, però, quando parliamo di ‘lotta di classe’ a quale ‘classe’ facciamo riferimento dato che ‘operai’, ‘proletariato’ e la loro antagonista per eccellenza, la classe borghese, non rispondono più alle caratteristiche su cui si fondava la teoria di quella lotta con tutta la trasformazione che ne seguiva.
    Possiamo certo parlare di altre lotte ma senza contrabbandarle per ‘lotta di classe’.
    R.S.

    1. Sulla questione della teoria della lotta di classe, anche in Marx… ce ne sono due. Forse è più facile riconoscere chi vuole dividere espellere sfruttare consumare reprimere…
      La mia simpatia va ai mostri neri
      con cagoules che tirano i lumini.
      Chi sono io a dire il mio favore
      che se corro mi inciampo alla mia età?

  19. DA POLISCRITTURE FB > POLISCRITTURE SITO

    Giovanni Schiavo Campo

    già, l’espressione “masse di derelitti e di illuminati” mi era in parte sfuggita e la trovo, più che retorica, persino per certi versi contraddittoria, quasi persino ironica nel riferimento alle masse. Ma come, se di solito degli “illuminati” si parla come delle élite, persino con un qualcosa di “misterico” e di misterioso che li rende una sorta di società segreta, come possono essere masse? Se lo fossero non staremmo qui a parlarne nei termini di “derelitti” e forse, anzi, dovremmo preoccuparci che nella loro “illuminazione” non ci abbaglino: o meglio ci tolgano qualsiasi prerogativa di scelta, perché potrebbero accampare un diritto di governarci al di sopra di ogni legge, visto che, per definizione, l'”illuminato” è il saggio che riceve una verità rivelata. Se persino noi poeti corriamo il pericolo di essere scambiati per tali, è bene che cerchiamo di evitare anche questo tipo di discorsi per soli “adepti” (nonostante non sia sempre semplice spiegarsi). Detto questo non posso che ringraziare Rita Simonitto per avermi saputo “spiegare” meglio di quanto io stesso non sia stato capace. E concordo con lei anche sulla critica alla poesia pasoliniana sui fatti di Villa Giulia che nel suo manicheismo classista in fondo è anche una manifestazione di acribia del poeta: la stessa presente nello scritto “corsaro” de Il Corriere della Sera “Cari studenti, vi odio”. In fondo, se siamo qui a parlare di queste cose è anche perché un certo radicalismo dovremmo averlo superato, lasciando spazio a una valutazione se non proprio oggettiva almeno più serena e più critica del nostro stesso passato

  20. SEGNALAZIONE

    Il Mohammed europeo e l’ignoranza dei colti
    Scritto da Hassan Blasim
    29 Novembre 2015.
    Traduzione dall’inglese di Giulia Trentacosti

    Quella che segue è la traduzione italiana di un articolo di Hassan Blasim, uscito in inglese sul sito di English Pen (www.englishpen.org), un’associazione che mira a sostenere l’opera di scrittori provenienti da Paesi in cui la libertà di espressione è a rischio. Il titolo inglese del testo – pubblicato il 20 agosto 2015 – è The European Mohammed and the Ignorance of the Educated (traduzione dall’arabo di Jonathan Wright).

    Nato nel 1973 a Baghdad, Hassan Blasim vive attualmente in Finlandia, dove è arrivato nel 2004 come rifugiato politico. Oltre ad aver diretto film e documentari ha pubblicato varie raccolte di racconti, scritte in arabo ma pubblicate originariamente in inglese presso Comma Press, tra cui The Madman of Freedom Square (2009; Il matto di Piazza della Libertà, tradotto da Barbara Teresi, Fagnano Alto, Il Sirente, 2012) e The Iraqi Christ, 2013; con quest’ultima raccolta, Hassan Blasim è stato il primo autore del mondo arabo (nonché il primo scrittore di racconti) a vincere il prestigioso Independent Foreign Fiction Prize (2014). L’opera di Blasim racconta i traumi pubblici e privati della recente storia irachena, attraverso una peculiare mescolanza di elementi realistici e fantastici.

    La decisione di pubblicare questo articolo è stata presa prima degli attentati di Parigi. La ‘rabbia’ di cui Blasim parla alla fine del pezzo, giustificandola, non è certo quella degli assassini che hanno agito lo scorso 13 novembre; ma è un sentimento di cui il terrorismo, in modo cinico e parassitario, si nutre da sempre. Da questo punto di vista, la tesi di Blasim ci sembra particolarmente attuale e urgente: di fronte a tanta barbarie, è fondamentale per l’Europa riconoscere la varietà culturale del mondo arabo, evitando di ridurre tale varietà a un’identità religiosa, e quest’ultima alle sue derive estremiste.

    Di fronte alla questione dei migranti, specialmente quelli provenienti da zone di guerra dove la vita è un tormento e l’istruzione è in rovina, la maggior parte degli europei si nasconde dietro la facciata del loro alto livello di istruzione. Questa grande istruzione europea, che spesso è gonfia di arroganza ed egocentrismo, impedisce agli europei di capire che cosa sta accadendo nel mondo intorno a loro. L’Europa di oggi legge solamente se stessa, nonostante viva in quella che definisce l’era dell’informazione e del sapere. L’Europa ha istituito la sua schiera emblematica di scrittori, artisti, musicisti, teorici e filosofi, e si è chiusa in un tempio per praticare i suoi rituali di democrazia. Quando l’Europa vuole leggere il mondo lo fa attraverso le lenti dello stereotipo. Queste lenti sono state inventate e riprodotte in Europa attraverso una lunga storia di eurocentrismo, esercitato a partire dall’epoca del colonialismo, fino alla colonizzazione capitalista del giorno d’oggi. L’istruzione Europea, con la sua autoreferenzialità, produce quella che io definisco “l’ignoranza dei colti”.

    L’ignoranza europea attribuisce , tra le altre cose, un’identità forzata ai migranti provenienti dal nord Africa, dal medio Oriente e da certi paesi asiatici: l’identità islamica. La maggior parte dei migranti, se chiamata a definire la propria identità in Europa, non considera l’essere musulmano come il tratto principale di tale identità. Al contrario, i migranti si percepiscono, ad esempio, come iracheni, marocchini o iraniani, e si sorprendono quando gli europei colti li trattano come un gruppo unico. Questa tradizione occidentale ha delle radici antichissime, ed è utile in questo contesto far riferimento agli studi sull’orientalismo. Gli europei colti ignorano che i paesi appartenenti al cosiddetto mondo arabo sono diversi ed eterogenei e che hanno delle tradizioni culturali molto estese, le quali vanno ben al di là della religione. Questa svista deliberata si manifesta nel comportamento degli europei quando si concentrano esclusivamente sull’identità religiosa dei migranti – esattamente nello stesso modo in cui la tradizione occidentale, da secoli, ignora l’intero patrimonio letterario, artistico, musicale, scientifico e civilizzatore dell’oriente, imponendo un’identità islamica a un mondo estremamente vario.

    Oggi l’Europa istruita non riconosce la cultura di tutti i Mohammed europei figli di immigrati, i quali sono nati sì nella libera Europa, ma in gabbie, le cui sbarre sono state costruite dalla libera Europa stessa. Questi Mohammed crescono in Europa e a scuola studiano le tradizioni e le icone europee. Nonostante ciò, i media e i canali educativi europei affibbiano loro l’etichetta fallace di ‘musulmani’ e privano la loro cultura natale dei suoi contenuti, lasciando solo l’immagine del musulmano cattivo che si sveglia e si addormenta sognando di distruggere la libera Europa. Così i Mohammed europei si trovano assediati da entrambe le parti: dall’ignoranza degli europei colti e dall’ignoranza degli incolti – in questo caso le loro famiglie di origine, le cui vite sono state distrutte da guerre e da regimi dittatoriali, e che non hanno quindi ricevuto un’istruzione che li difendesse dalle immagini distorte inventate dagli europei istruiti.

    Ai Mohammed deve essere data la possibilità di uscire da questa gabbia. L’Europa, ad esempio, sostiene che è un dovere lasciare che i migranti costruiscano moschee in cui pregare, mentre i media europei e i partiti di estrema destra continuano a diffondere una versione distorta e strereotipata dell’Islam. È come se dicessimo ai Mohammed europei: “Siete nati qua in Europa, la quale possiede tutta la bellezza, la conoscenza, la letteratura e l’arte, mentre voi provenite da un mondo dove esiste solo il male, cioè l’Islam”. Come ben sappiamo, la diversità culturale non significa solo lasciare l’Altro libero di professare la propria religione. No, i Mohammed e anche gli europei colti devono poter respirare la cultura orientale – la quale è ricca di poesia, musica, arte, letteratura, miti, e possiede un patrimonio ampio ed eterogeneo –, così che i migranti non si sentano deboli e impotenti, e di conseguenza arrabbiati.

    I Mohammed europei a volte si arrabbiano. Ma non lo fanno in nome del Maometto storico. Questo è solo un pretesto dietro cui si nascondono quando si irritano per come loro stessi sono rappresentati, per come gli europei colti li hanno rappresentati.

    Viene da chiedersi se i valori umanitari europei stiano affogando nell’egoismo dell’Europa, proprio mentre i migranti annegano davanti alle sue porte sbarrate. E se l’Europa stia quindi naufragando in un’ignoranza deliberata, le cui fattezze derivano da un mondo materialistico e crudele, basato sul profitto e costruito sul disprezzo, sull’ indifferenza e sul fraintendimento delle altre società.

    (DA http://www.laletteraturaenoi.it/index.php/interpretazione-e-noi/415-il-mohammed-europeo-e-l%E2%80%99ignoranza-dei-colti.html#addcomments)

  21. …per fortuna il nostro piccolo mondo cambia senza chiederci il permesso, ma noi ci ostiniamo a richiedere il lasciapassare e il più delle volte lo neghiamo. Questo crea tanti danni a noi, con tutta la nostra ricchezza culturale intoccabile, quanto a loro, i migranti, con la la loro ricchezza culturale negata. Un episodio significativo è quello che è avvenuto in questi giorni a Rozzano, alle porte di Milano, dove il dirigente di una scuola primaria ha tentato di far passare l’idea di festeggiare la festa cristiana del natale solo nelle classi, là dove richiesto, e non a livello di istituto, vista la presenza numerosissima di alunni di cultura e religione diverse. La realtà è mutata e noi non ne prendiamo atto

  22. …dal respingimento dei potenti
    alla solidarietà tra poveri, insieme
    -tutti noi, spero, insieme-
    sta la soluzione, quel ritrarsi
    nel presepe,
    angolo di luce nella buia notte,
    cullare di una madre e fiato animale.
    E poi dell’eterno fuggire…
    perchè i potenti invidiano l’amore
    e arriveranno, travestiti da agnelli,
    le armi celate,
    tra inchini, salvini e gelmini

    1. Annamaria, credimi non ti ho preso come il mio bersaglio preferito, no 🙂

      Mi dai solo l’occasione per smantellare certi discorsi con cui “i poverazzi” ( credimi ) che mi stanno tanto cuore ( visto che sono una poverazza fra loro), devono fare un salto di qualità, altrimenti la sorte dei tacchini miei simili è già da un pezzo parecchio segnata.

      quindi, lasciando perdere la critica , che non mi compete, su canoni e stile poetico, vado a quella sui contenuti concentrandomi , per ora, solo sui primi due che accelerano la nostra cottura, pronti per essere mangiati da qui a Natale e oltre sia indietro che in avanti:

      1 se i poverazzi ancora non hanno ancora capito che appellarsi , demagogicamente o meno, a una loro solidarietà, oltre che utopico, quandanche non lo fosse, non produrebbe un piano di ribaltamento delle cupole…buonanotte ai sonatori!
      1.1 spesso ho sentito citare, forse anche da te, ma sicuramente proprosto fra le letture di Ennio: Giellegì, meglio conosciuto come Gianfranco La Grassa. Ebbene lui e non solo lui, si sono sperticati e sgolati sulla necessità di formazione di contro-èlites, perchè la democrazia dal basso o tutte le belinate simili e precedenti di pari concetto, sono prese per i fondelli dei poverazzi, buone solo alle attuali èlites/dominanti, sia per proseguire la loro pappatoria predatoria, sia per infiltrare i cosidetti rivoluzionari, riempiendoli di agenti come minimo al soldo di Soros

      2capisco che il fascino del troglodita o cialtrone , immediatamente riconoscibile , come Salvini ma anche Gelmini, cadeva a tono solo per questione di rima, ma è possibile anche in forma poetica denunciare i lupi vestiti agnelli, nome per nome, tanto come viene fatto per gli altri? Ce n’è parecchio bisogno di un elenco chiaro e forte di tutte le rime antiuomo con suffisso o desinenza o corpo che fanno di nome boldrini

  23. …scusa,Ro, ma non riesco ad essere d’accordo con te, se anche tu parli del problema dell’ integrazione reciproca dei popoli…può essere anche che non ci capiamo e che, questo non ci piove, le nostre formazioni e autoformazioni siano assai diverse…Resto dell’opinione che gli incontri più significativi e in grado di aprire le menti avvengano tra esseri umani dal basso, consapevoli della valanga contraria di condizionamenti, manipolazioni e giochi di potere…penso infatti che le leggi , ammettendo anche che diventino più giuste, la cultura diffusa dall’alto, le élites illuminate, non riescano, sole, ad abbattere muri invisibili di diffidenza e di paura nei luoghi abitati da popolazioni multietniche, mentre la frequentazione degli stessi luoghi di ritrovo, come la scuola, il lavoro, i negozi, i bar…possano lentamente abbattere le barriere. Sembra facile, ma è forse la disposizione d’animo più difficile da creare. Ciascuno arroccato nelle proprie abitudini e credenze…Quando entrerò in una panetteria araba senza che tutti mi guardino ed io mi senta in qualche modo fuori posto, allora avrò fatto un passo avanti…In prima linea in questo processo sono coloro che contraggono matrimoni “misti”: dai figli dei figli una speranza di vera integrazione…
    E’ chiaro che oltre ad essere un processo lento, resterà sempre presente il compito di individuare i veri nemici e combatterli, di modificare il sistema di produzione… Non sarà più una guerra tra poveri…

  24. @ Simonitto (30 novembre 2015 alle 18:41)

    Non trovo retorica la sottolineatura da parte di Del Giudice dell’ «humus sociale di questi ‘terroristi’», Rita. Da qualche parte del mondo saranno pur spuntati. E certi mondi sono davvero “socio patologici”, producono sofferenze e follie che ignoriamo e da cui vogliamo, per autodifesa, stare lontani.
    Questi giovani *diventano* terroristi. Non nascono tali. Hanno delle storie alle spalle. Di cui noi veniamo a sapere qualcosa in modi sbrigativi, burocratici e quasi sempre deformanti. E solo dopo l’atto violento che compiono. Per cui tutto ciò che precede viene letto come un destino inevitabile e in fin dei conti personali.
    Per rassicurarci si tende a dire: ce ne sono tanti che vivono persino peggio e non si mettono a sparare. Sono però quelle condizioni materiali e culturali che non vogliamo o sappiamo più considerare. Perché non possiamo né sappiamo più come intervenire. Perché, appunto, non vogliamo cadere nella retorica populistica. Perché sentiamo subito puzza di cose che abbiamo condannato: « mi permane l’impressione che si vada alla ricerca di un ‘soggetto’ rivoluzionario (di negriana memoria)».

    Ma, allora, andrebbe ripensato il nostro attuale modo di leggere o conoscere certe realtà lontane. Proibiamoci pure di pensare o parlare di “soggetto rivoluzionario”. Accantoniamo questi vecchi discorsi. Ma dobbiamo pur chiederci: chi di noi conosce o ha studiato o è stato per qualche tempo nella realtà delle banlieue? chi di noi può dire con certezza che quell’«humus sociale» non ha effetti nella formazione di tanti giovani e non li prepara o alle piccole vite disperate o al salto malavitoso o, viste le condizioni politiche d’oggi, a quello terroristico?

    Certo che abbiamo bisogno di « un’analisi politico economica». Ma in essa deve essere compresa o no anche la condizione di vita materiale e culturale dei “diseredati” (termine approssimativo)? Oppure il *problema politico ed economico*, che tale condizione poneva e pone, può essere cancellato dalla nostra riflessione ricorrendo al termine, altrettanto approssimativo, di “sottoproletariato”?

    Sulla frase in cui Del Giudice prospetta come possibile via d’uscita « dal cul de sac della jacquerie e del terrorismo, verso una lotta di classe aperta». Devo dire che di riserve ne ho pure io, ma forse di segno diverso dalle tue.
    Nel senso che, per la storia da cui noi veniamo e per la sconfitta che hanno subito tutte le forze politiche che negli ultimi 150 anni all’incirca hanno fatto appello alla *lotta di classe* (in termini marxisti), oggi chiunque (in questo caso Del Giudice) osi parlare di necessità di «una lotta di classe aperta», deve sembrare un nostalgico o “un morto che cammina”; e viene quasi subito stoppato da chi (come te e Giovanni Schiavo Campo in questo caso) può (in parte giustamente, in parte no, secondo me) obiettare:
    – come si fa a « collegare il concetto di coscienza (e tantomeno di classe) con il terrorismo »?
    – dove sarebbe «il nemico di classe», visto che lo stesso Del Giudice afferma che «dagli Stati Uniti, alla Turchia, ad Israele, all’Arabia Saudita e quanto d’altri, ognuno fa nascere, finanzia, controlla, scatena, mette in campo, movimenti terroristi – partendo da bisogni reali tuttavia». «Ma che nemico di classe sarebbe mai questo?».

    Perché scrivo « in parte giustamente, in parte no, secondo me»?
    Perché:

    1. Del Giudice non mette assieme terrorismo e lotta di classe. Semmai, come detto, vede una lotta di classe aperta come antidoto al terrorismo; e quindi la tua accusa velata di assumere rispetto al terrorismo « un registro di compiacenza» mi pare infondata. Un rimedio (la lotta di classe) – ammesso che lo sia – a un male (il terrorismo) non può essere scambiato per compiacenza verso questo male.

    2. Effettivamente, se invece di rimettere in campo le categorie marxiste (capitale, lavoro, lotta di classe, comunismo), si lascia intendere che il *nemico di classe* sia quel mucchio di stati che vanno ««dagli Stati Uniti, alla Turchia, ad Israele, all’Arabia Saudita e quanto d’altri» non ci siamo. Si passa, senza precisarlo, dal piano di un discorso marxista al piano di un discorso geopolitico; e i due piani sono diversi, non combaciano, non sono (ammesso che possano esserlo) facilmente integrabili.

    3. Il concetto di lotta di classe oggi non “apre più gli occhi”, non risuona più *positivamente* fosse pure soltanto nelle nostre menti; e proprio perché veniamo dalla sconfitta di quelle esperienze che negli anni Settanta del Novecento avevano portato – più o meno bene dal punto di vista teorico e pratico – come allora si diceva, ad una «ripresa del marxismo» in Italia almeno in alcune aree intellettuali minoritarie (studentesche e operaie). Perciò riproporre quel concetto, senza ripulirlo dalle rovine che l’hanno seppellito e deformato, *riapre una vecchia ferita*. Cioè una vecchia contrapposizione: tra chi riecheggia di quella tradizione marxista o le posizioni della *corrente calda* (Rosa Luxemburg, Bloch, ecc.) e chi rimanda alle posizioni della *corrente fredda*. Com’è evidente, credo, dalle tue obiezioni e dal richiamo (un po’ strumentale e retorico, aggiungo) alla poesia di Pasolini.

    Per finire. A me pare che siamo in questa difficoltà e non riusciamo ad uscirne. Lungi però dall’auspicare una improbabile sintesi tra chi tende ad usare « modelli ‘sociologici’ e ‘psicologici’» e chi vorrebbe « capire dinamiche la cui natura è invece politico-economica » – ( se non fu possibile *a caldo* in quegli anni Settanta così tempestosi e comunque vitali non vedo come possa realizzarsi *a freddo* in questi grigi e depressi di cui tutti soffriamo- , mi porrei il compitino che ho cercato di eseguire con questo commento: riconoscere i diversi retroterra teorici, i diversi *immaginari di partenza*, gli strumenti che ciascuno ancora conserva nella propria cassetta degli attrezzi e valutarne l’efficacia di fronte agli eventi che interroghiamo. Continuando a confrontarci e a cercare.

  25. Ritengo cruciale il discorso fatto da Annamaria, che non riguarda l’ambito di un disaccordo né personale, né tantomeno pubblico, ma una delle cause per cui una parte degli abitanti della Storia, in ogni sua epoca, ha affidato o diffidato, a /di sogni e speranze in cui l’uomo comune ( o i molti o gli esodati o esodanti etc etc) possa aumentare/diminuire le sue capacità di elevarsi ed elevare (dal) le condizioni di miseria materiale e immateriale, puntando tutto vuoi sull’uomo comune suo simile, vuoi togliendolo del tutto di mezzo. Infatti non è mai cambiato nulla fin dalla prima notte della Storia, tanto per gli uni, gli uomini comuni, quanto per gli altri gli uomini apici, tanto perdenti, quanto più vincenti come le attuali èlites.

    Soffermandoci ad esempio su un dettaglio che l’uomo comune, mio simile, deve a se stesso, prima di qualsiasi altro discorso sul multiqualcosa, è concentrarsi sul vocabolario. Se uso un termine che può far gioco, tanto ai cosiddetti nazionalisti-sovranisti di estrema o destra pseudo moderata, quanto agli uomini e le donne alle propagande sul multiculturalismo ( che in quanto propagande hanno a cuore tutto tranne che presepi o moschee, norcinerie o kebbaberie etc ), devo prenderne atto, senza nascondermi nella situazione di un semplice disaccordo. Dire contro-èlites, ad esempio, è ben diverso che dire èlites illuminate, perchè quelle attuali , quelle che hanno distrutto il cervello del mio simile, sono le èlites degli illuminati per loro stessa autodefinizione, non perchè lo dico io. Pertanto, se vorrò sorti , anche culturali, migliori per il mio simile uomo comune, dovrò dare un nome diverso per coloro che, volenti o nolenti, con più o meno allergie a capi, pastori, direttivi e direttori d’orchestra, potrebbero sollevare le condizioni di miseria del mio simile rompendo le attuali alleanze per costruirne di migliori (compresi gli effetti così cari a chi crede possibile, compresa la sottoscritta, a forme di convivenza migliori).

    Volere , desiderare, sognare un mondo in cui ogni tradizione , pelle, costumi, religione etc etc sia vissuto pienamente dall’altro senza pregiudizi e magari anche con curiosità, è realizzabile non solo prendendo le distanze più facili da prendere da questo o quel ladrone della lega o della destra francese o greca o turca, ma quelle ben piu difficili a questo punto per chi ha subito (come Annamaria milioni) le propagande di un ‘ideologia del multiculturalismo, figlio delle atrocità del pacifismo da dirittoumanismo occidentale atlantista

  26. SEGNALAZIONE

    Vacche Magris. Alcune note su guerra, terrorismo, intellettuali
    Mercoledì, 02 Dicembre 2015 08:58 di Gabriele Fichera

    Stralcio:

    Ritorniamo però al cuore del nostro discorso. Magris, e con lui dobbiamo dirlo tantissimi altri “intellettuali”, impegnato a pasteggiare Beethoven e a sorseggiare Kant, forse non trova il tempo o non sente semplicemente il bisogno di domandarsi, neanche per un attimo, cosa c’è davvero dietro al pestifero paravento dell’Isis, e come mai questo bubbone sia fin qui cresciuto e prosperato senza incontrare significativi ostacoli. Domandiamocelo noi allora. La mia risposta è: non per un “errore”, come si ama ripetere, delle potenze occidentali, ma per un folle calcolo di temibilissime élites. Rischioso calcolo forse, ma preciso, e messo a punto in vista di determinati fini. Ad esempio per giustificare gli interventi militari con cui le stesse potenze si giocano la partita del dominio in Medio Oriente – e non solo in quella regione. Come si fa a non ricordare che il più impellente obiettivo dell’amministrazione Usa, almeno dal 2011 a oggi, è stato quello di abbattere ancora una volta il regime ostile di turno? E che dopo l’Iraq di Saddam Hussein, l’Afghanistan dei Talebani, e la Libia di Gheddafi si era deciso che toccasse alla Siria di Assad? Questo progetto di dominio, sostenuto e alimentato dalle potenze “regionali” dell’Arabia Saudita e della Turchia, ha incontrato l’opposizione di Iran e Russia. Per questi motivi gli Usa e i vari lacché della Nato, e adesso, in reazione a tutto ciò, pure la Russia, intervengono militarmente nell’area. Siamo di fronte a uno spaventoso rovesciamento, per cui non è affatto vero che questi intervengono perché c’è l’Isis, ma semmai al contrario, l’Isis c’è perché loro intervengano. È ridicolo e dannoso invocare pappagallescamente, dal trespolo dorato dei canali televisivi e dei giornali, l’uso catartico della violenza per difendere gli inermi cittadini dell’occidente. Ricordiamocelo. La guerra è sempre servita e sempre servirà a tutelare gli interessi dei potenti e a distruggere le vite di quelli che potenti non sono. Non solo tali élites non ci difendono, ma al contrario ci usano; cinicamente usano le stragi e gli eccidi barbari come quelli di Parigi per giustificare le loro guerre che hanno ben altri obiettivi: controllare immani risorse energetiche, dare nuova forma agli equilibri geopolitici mondiali. Se non si comprende subito come sia proprio il fermo proposito di fare la guerra a creare il terrorismo, e non al contrario lo scatenarsi del terrorismo a costringere i “buoni” occidentali ad imbracciare, “loro malgrado”, le armi, allora ci si condanna davvero a una penosa cecità. Ci si consegna mani e piedi al carnefice, che non è uno stupido e non procede a caso. C’è del metodo nella follia con cui si continua ad aggiungere tasselli di sangue ad un puzzle mortale. È questo puzzle che andrebbe smascherato e scardinato, favorendo in tutti i modi una decisiva presa di coscienza: non solo in generale ogni guerra è sempre esecrabile e odiosa, ma a maggior ragione proprio questa guerra, voluta da gruppi dirigenti mondiali ben individuabili, è da rifiutare, in quanto minaccia letale che già condanna e ancor più condannerà una fetta grandissima dell’umanità a sofferenze indicibili e vergognose.

    ( DA http://contropiano.org/interventi/item/34096-vacche-magris-alcune-note-su-guerra-terrorismo-intellettuali)

  27. Sulla lotta di classe: “riconoscere i diversi *immaginari di partenza*, gli strumenti che ciascuno ancora conserva nella propria cassetta degli attrezzi”. Tempo fa avevo messo nella mia cassetta parecchi strumenti marxisti, oggi mi domando: ci può essere lotta di classe senza il ruolo sostanziale della vecchia classe operaia?”
    In un altro pezzo dell’intervista citata sopra Toni Negri dice: “R. La fine del lavoro fordista ha causato una riorganizzazione da cui questa fetta di popolazione è stata di fatto tagliata fuori. D. Si spieghi meglio. R. Mentre il proletariato della banlieu era inserito socialmente, via via è stato escluso dalle nuove formazioni dell’economia cognitiva.”
    Domando: se la classe operaia smagrisce in tutte le società occidentali, vale ancora definire gli altri gruppi sociali con categorie che alla classe operaia si rapportavano?
    Nel post ci si chiede: chi sono costoro (i terroristi reali e i multipli possibili)?
    Sono forse gli arruolati dai servizi segreti francesi e belgi, secondo le ricostruzioni di M. Blondet?
    Sono un’umanità incomprensibile, inutilmente crudele e degradata? (“Sparano nel mucchio, uccidendo gente inerme e spesso altrettanto emarginata” scrive Giovanni Schiavo Campo.)
    Domando: che lotta si fa, come si lotta, se non si fa una “lotta di classe” (cioè tra classe operaia e proprietari dei mezzi di produzione)? Gianfranco La Grassa nella sua lettura del Capitale, dice che la lotta di classe quasi non sarebbe stata necessaria *per Marx*, perchè l’avvento della società senza classi sarebbe dovuto accadere naturalmente, a un certo livello di sviluppo delle forze produttive. (Però Lenin e Hilferding avevano capito che i dirigenti si alleavano invece con i proprietari.) Marx, a questo punto, cosa potrebbe dire?
    Nella mia cassetta degli attrezzi rimangono *identificazioni* che da Marx hanno ereditato (dal Manifesto al 18 brumaio): chi sfrutta chi? chi comanda? sono alleati? chi sono le loro guardie, i loro complici, i loro servi?
    Allora oggi mi chiedo: come si lotta, con parametri così generali eppure non indeterminati? E soprattutto: come si stabiliscono le alleanze?
    (Ecco che, per esempio, quelli che hanno manifestato a Parigi giorni fa, vestiti di nero, per la libertà di manifestazione contro lo stato di emergenza decretato da Hollande, hanno la mia simpatia. Anche per il gesto, strepitoso, di lanciare i lumini-ricordo contro la police.)

  28. @ Fischer

    Trovo giuste ma angoscianti le domande che poni, Cristiana. Non penso che siamo nelle condizioni di poter rispondervi in modi soddisfacenti. Degli strumenti, più o meno marxisti, che avevamo messo nella nostra cassetta degli attrezzi per capire cosa succedeva al mondo e come potevamo agirvi (per cambiarlo, si diceva e si sperava), alcuni li abbiamo persi per strada. Altri li troviamo arrugginiti o inutilizzabili anche se volessimo ancora usarli. Suggerirei di tenere il quadro della ricerca il più possibile aperto e di tentare comunque delle risposte. Riprendo perciò il filo del discorso del mio commento in risposta a Rita Simonitto (http://www.poliscritture.it/2015/11/24/isis-nazisti/#comment-23723).

    Alla domanda: «ci può essere lotta di classe senza il ruolo sostanziale della vecchia classe operaia?» risponderei no.
    La vecchia classe operaia di fabbrica non esiste più ( da noi) e se, statisticamente, è ancora numerosa a livello mondiale, si tratta di una classe operaia non o poco organizzata. Che è costretta dunque a ripercorrere forme elementari di organizzazione sindacale o di mutuo soccorso. Per quale obiettivo strategico? Non si sa ( a meno di non confermare la validità di una prospettiva socialista o comunista).
    Nulla, comunque, avrebbe a che fare con la classe operaia della nostra giovinezza che avrebbe dovuto stabilire il “potere operaio” o spazzar via lo “Stato borghese” o lo Stato-piano o, secondo Tronti e il PCI, “ farsi Stato”.

    Il tentativo (da parte di quelli che io metto nella “corrente calda” del marxismo) di valorizzare i movimenti sociali “antisistema”, definiti ora “post fordisti” ora “post- socialisti/comunisti” e di vedere in essi gli eredi del ruolo antagonista e/o rivoluzionario della classe operaia ha portato Negri ed altri a puntare mano mano prima sul lavoro “immateriale” poi sui “lavoratori della conoscenza” o sul cosiddetto “cognitariato” (Berardi Bifo). Negri, al posto del conflitto (di classe) capitale/ lavoro, ha delineato in libri (Impero, Moltitudine), che hanno avuto un certo successo d’opinione ma scarsi effetti organizzativi, un conflitto tra “moltitudine” e “impero” dai contorni quanto mai vaghi .
    Altri – Sergio Bologna – ha riflettuto sul “ceto medio” puntando a forme organizzative di tipo professionale all’americana (l’associazione ACTA, Associazione Consulenti Terziario Avanzato, che aggrega freelance sul modello delle tradizionali società di mutuo soccorso).

    Sull’altra sponda (quella della “corrente fredda”) La Grassa non solo ha ribadito, sulla scorta delle critiche al “tradunionismo”, rivolte a suo tempo da Lenin ai lavoratori dei paesi “avanzati” (Inghilterra, ecc.), che lottare per aumenti salariali o per migliori condizioni di vita in fabbrica o nel sociale non spezzerà mai il sistema capitalistico e che è stata una infelice mitizzazione quella di affidare alla classe operaia o al proletariato un ruolo rivoluzionario, ma ha squalificato tutta la ricerca del filone operaista, osservando che Marx, quando delineò la prospettiva del passaggio dal capitalismo al socialismo e poi al comunismo, parlò di una *lotta di classe dei produttori* nel loro insieme (dall’ingegnere al manovale) contro i capitalisti proprietari (che sarebbero diventati via via più parassitari) in vista di una gestione socialista dei mezzi di produzione. Non, dunque, della sola classe operaia intesa come lavoratori manuali o “tute blu”.
    I mutamenti della storia per La Grassa – ed è questo il punto più ostico per chi viene da una tradizione marxista – non sono prodotti dalla lotta di classe come diceva Marx (o delle masse. come diceva Mao) ma – si può risalire a Michels – dalle élite o dagli “strateghi del capitale” o “decisori”, che operano come gruppi o lobby negli apparati (politici, militari e ideologico culturali) degli Stati. E questi ultimi non sono affatto quel Leviatano unitario ma sono percorsi da lotte di lobby al loro interno. (Qui forse, se ho ben capito, la differenza del suo discorso sui *conflitti strategici* da una visione tutta geopolitica, che vede Stati sovrani e unitari contrapporsi ad altri Stati altrettanto sovrani e unitari sullo scacchiere internazionale).

    Alla domanda: « che lotta si fa, come si lotta, se non si fa una “lotta di classe”» risponderei così:
    1) si fa lo stesso una lotta, ma è arduo ( per ora? per sempre?) indicarne i tratti di classe o valorizzarli come decisivi; si tratta di una lotta oscura e indecifrabile, i cui protagonisti non riusciamo bene a cogliere e non è detto che prendano consapevolezza di essere una classe o possano costruire un progetto di nuova società;
    2) si lotta semplicemente come si è sempre lottato (la “lotta per la vita” alla Darwin? ); e per prevalere e basta; dunque senza più un progetto che si prefigga il superamento della lotta stessa (come Marx prevedeva: per lui la lotta di classe sarebbe sfociata nel comunismo che l’avrebbe abolita); o almeno il passaggio ad una lotta più “alta”, meno atroce di quella di classe imposta dalla forma capitalistica della società (come, sulla scorta di Mao, diceva Fortini nella definizione di comunismo riportata tempo fa da Donato Salzarulo in un commento: «Il combattimento per il comunismo è già il comunismo. È la possibilità (quindi scelta e rischio, in nome di valori non dimostrabili) che il maggior numero di esseri umani – e, in prospettiva, la loro totalità – pervenga a vivere in una contraddizione diversa da quella oggi dominante».

    P.s.

    Prima Precisazione. Non mi pare corretto dire che «Gianfranco La Grassa nella sua lettura del Capitale, dice che la lotta di classe quasi non sarebbe stata necessaria *per Marx*, perché l’avvento della società senza classi sarebbe dovuto accadere naturalmente, a un certo livello di sviluppo delle forze produttive».
    Per Marx la lotta di classe era evidente, “fisiologica”, fondata sul contrasto d’interessi tra capitalisti e lavoratori e avrebbe portato, sì, naturalmente (secondo l’interpretazione di La Grassa) al socialismo/comunismo . Quindi *necessaria* lo era. Nel senso che avveniva, c’era già e preparava lo sbocco socialismo/comunismo, il passaggio ad un’altra società. Al massimo le organizzazioni ( la Prima Internazionale) avrebbero svolto il ruolo di levatrici di questo parto. Le cui doglie – la lotta di classe – erano dunque necessarie.

    Seconda precisazione: «(Però Lenin e Hilferding avevano capito che i dirigenti si alleavano invece con i proprietari». Secondo La Grassa, nel corso della Rivoluzione russa e nelle particolari condizioni storiche di quel paese ( classe operaia minoranza, masse contadine), Lenin si era allontanato dalla visione di Marx (la classe dei produttori che andava dall’ingegnere al manovale). La pesantezza dello scontro, dopo la presa del potere dei bolscevichi, l’aveva spinto a indicare i dirigenti delle fabbriche come “borghesi”, sui quali gli operai dovevano tenere il fucile puntato, ecc.

    Credo che la cronaca ci mostri figure sparpagliate e frammentarie, che davvero non riusciamo più a collocare in una cornice teorica. Perché non ce l’abbiamo più.
    È per questo che si resta senza poter dire quasi nulla quando ci si trova di fronte ai terroristi del bataclan..(« chi sono costoro (i terroristi reali e i multipli possibili)? Sono forse gli arruolati dai servizi segreti francesi e belgi, secondo le ricostruzioni di M. Blondet?Sono un’umanità incomprensibile, inutilmente crudele e degradata?»).
    Ma allo stesso modo restiamo incerti o ci dividamo di fronte ai migranti. Sono forza lavoro a bassissimo costo per i paesi ricchi e potenziali alleati dei lavoratori dei paesi in cui arrivano o concorrenti temibili? Nuove figure che devono pagarsi non solo il viaggio ma rischiare anche la vita per accedere ai bassi ruoli che le nostre società gli offrono? O semplice plebe, massa di manovra di lobby potenti, che si combattono giocando sulla loro pelle senza alcun scrupolo come si faceva con la tratta degli schiavi?

    1. Alla prima precisazione. In una intervista “Politica come strategia e proprietà”, verso la fine, La Grassa esce dalla filosofia della storia marxiana del Manifesto (“La storia di ogni società sinora esistita è storia di lotte di classi”), per una filosofia della storia, secondo La Grassa implicata dal Capitale, che è ancora conflitto, ma non tra classi bensì interno al capitalismo “spostare l’elemento centrale … dalla proprietà … alle strategie di conflitto: i manager, senza proprietà, sono quelli che confliggono, il capitale esiste lo stesso perché c’è comunque il conflitto tra le varie imprese.”
      Una filosofia della storia il cui motore è interno a un unico quadro, e non capace di mutare il quadro (il modo di produzione) di riferimento. Un senso diverso della dialettica, si sarebbe detto una volta.
      Perché dico di questo? Perché questa revisione marxiana di La Grassa, a prescindere dalla correttezza o meno, conferma invece per l’oggi l’intrascendibilità del quadro, l’incertezza su un cambiamento (reale) possibile, l’impossibilità di orientare una prospettiva, ecc ecc.

  29. @ Giovanni Schiavo Campo
    *E concordo con lei anche sulla critica alla poesia pasoliniana sui fatti di Villa Giulia che nel suo manicheismo classista in fondo è anche una manifestazione di acribia del poeta….*

    ^^ Pasolini aveva visto giusto sugli studenti piccolo borghesi (e sul loro destino. E anche sulle loro scelte ‘di classe’ (!?) come poi dimostrarono gli eventi successivi), ma si era espresso nel modo sbagliato, facendo ‘retorica’ sui ‘poveri poliziotti’. Era proprio contro quella retorica che andava la mia sottolineatura. Che aveva troppo di personale, come se si fosse lasciato prendere la mano da una ‘ottusa difesa d’ufficio’ nei confronti di una condizione sociale che non so quanto amasse davvero. A volte si odia ciò che non si può amare e si ‘ama’ ciò che non si può odiare in modo palese. Il ‘manicheismo’ è un modo per proteggerci dall’ambiguità insita nel rapporto tra queste passioni.

    @ Annamaria Locatelli
    *Questo crea tanti danni a noi, con tutta la nostra ricchezza culturale intoccabile, quanto a loro, i migranti, con la loro ricchezza culturale negata…..*

    ^^ quando parli di ‘noi’ sembra che tu intenda che ‘noi tutti’, in pari modo, abbiamo la consapevolezza della *ricchezza culturale intoccabile* e che ‘loro tutti’ abbiano la consapevolezza della *loro ricchezza culturale negata*.
    Magari così fosse! Saremmo ‘a cavallo’, magari di un cammello, ma sempre fuori dalle pastoie in cui ci troviamo!
    Molti dei ‘nostri noi’ oggi non sanno di che ricchezza culturale si stia parlando, non conoscono la Storia; la letteratura e l’arte sono superflue; non apprezzano la bellezza e la ricchezza della lingua trasformata in un lessico stringato, ridotto allo stretto necessario per la comunicazione. Non tutti, dico, ma sono molti.
    E poi li vedo (i ‘nostri’ e i ‘loro’) nei capannelli che stazionano nei luoghi d’incontro del paese, non sembrano ‘diversi’ se non per i loro tratti fisiognomici o il colore della pelle, ridono, scherzano e si menano usando lo stesso ‘slang’; sono (anche se meno belli e leccati) come la pubblicità uniformante della United Colors of Benetton. Certo, la mia esperienza di questa piccola città (anche se a quota Lega) non può essere generalizzata, però non mi è difficile supporre che sia sempre più facile adattarsi verso il basso che spingersi verso l’alto, o, per dirla in gergo economico, che la moneta cattiva scacci quella buona.
    Ci siamo mai chiesti come mai le prime parole che gli ‘stranieri’ imparano quando arrivano qui siano i termini più turpi e osceni? E’ perché sono in contatto con ambienti di accoglienza ‘degradati’? O perché è più facile assumere dall’altro le espressioni di rabbia e di aggressività che corrispondono alla rabbia e aggressività che loro stanno sperimentando e quindi selezionano quello e soltanto quello?
    La ricchezza linguistica dovrebbe esprimersi in un vasto ventaglio di possibilità andando dall’utilizzo di termini aulici o raffinati (Eschilo, Shakespeare, Pinter, quando ci stanno), a quelli del linguaggio quotidiano corrente, e anche (quando ci sta) termini quali “cazzo bubbolo”, “inchiappettare” ecc.
    Sarà il contesto a suggerire/determinare la scelta della FORMA linguistica.
    Sarà il pensiero logico, razionale a guidare l’uso della terminologia più appropriata. Così come saranno (o dovrebbero esserci), le strutture superiori – che, non solo noi occidentali, abbiamo così faticosamente acquisito e che così facilmente possono essere eclissate – a valutare i distinguo, le differenze; e se è o meno il caso di equiparare uva e noce di cocco solo per il fatto che ambedue fanno parte della frutta.
    L’errore non fu nell’aver creduto alla ragione (che venne ripudiata quando mancò alle nostre aspettative onnipotenti), ma nell’esserci illusi che quella fosse una acquisizione stabile, duratura, mentre essa è molto fragile, esposta com’è alla prepotenza sia delle parti arcaiche (che funzionano in termini di ‘occhio per occhio e dente per dente’) e sia a quella della realtà esterna, difficilmente domabile.

    *il dirigente di una scuola primaria ha tentato di far passare l’idea di festeggiare la festa cristiana del natale solo nelle classi, là dove richiesto, e non a livello di istituto, vista la presenza numerosissima di alunni di cultura e religione diverse*.

    ^^ A parte la ‘bufala’, come poi si è rivelata essere, perché dobbiamo dimenticare la nostra ‘identità culturale’ di paese ospitante, pur rispettando l’identità culturale degli altri? Sì, una volta si cantava “Nostra patria è il mondo intero, nostra legge , la libertà…”, ma questo faceva parte di una aspirazione, non di una realtà che invece implica differenze. Rispettabili, ma differenze.
    Il processo di costituzione dell’identità prevede il confronto con l’altro e non l’annacquamento o l’eclisse dell’altro! Questo vale sia per noi che per i nostri ‘ospiti’.

    *Quando entrerò in una panetteria araba senza che tutti mi guardino ed io mi senta in qualche modo fuori posto* , allora avrò fatto un passo avanti…*, scrive Annamaria.

    ^^ Più che sentirsi ‘a disagio’ o ‘fuori posto’, vorrei che si provasse l’esperienza di trovarsi al cospetto di un luogo ‘altro’ e con il rispetto che questo luogo può pretendere, come con i luoghi di culto, che si sia credenti oppure no. Invece è questa ‘alterità’ che può crearci disagio, perché pone limiti alla nostra libertà (che attualmente tendiamo a vedere come senza confini). E piuttosto che confrontarsi con il conflitto legato alla differenze (ciò che si può e ciò che non si può fare) si è dato il via ad una ‘libertà illimitata’ (“why not?”, “everything is possible”, “Yes, I can”), e così una nostra generazione ha (dis)educato quella successiva e, di conseguenza, non offrendo alcun argine protettivo ai ‘disperati della terra’ – carichi di aspettative sulle quali non possono che abbattersi le frustrazioni – ha in qualche modo permesso che anche costoro siano facile preda di chi propone loro il contenimento tossico di una qualche organizzazione ‘forte’, che dia un qualche ‘ordine’ sia terreno che ‘extraterreno’.

    @ Segnalazione *Il Mohammed europeo e l’ignoranza dei colti* di Hassan Blasim

    Un buon articolo ma con alcuni passaggi che intenderei sottolineare.
    Giustamente l’autore non accetta le semplificazioni e/o le generalizzazioni (*L’ignoranza europea attribuisce , tra le altre cose, un’identità forzata ai migranti provenienti dal nord Africa, dal medio Oriente e da certi paesi asiatici: l’identità islamica*), ma nello stesso tempo scrive: *Questi Mohammed crescono in Europa e a scuola studiano le tradizioni e le icone europee*. (***)
    Ma dove? E come? Ah, sì, certo… icone. Sostituti ormai vuoti di qualche cosa che prima aveva almeno una funzione di simbolo! A che serve cantare la Marseillaise quando non si sa da dove derivi? Ma non è che necessariamente si doveva essere lì, allora, per avere il diritto di cantarla, oppure che, ora, si debba essere stati *per qualche tempo nella realtà delle banlieue*, come scrive Ennio, per avere la conoscenza delle tradizioni o della ‘realtà’. Al riguardo c’è fior di letteratura, di film i quali, a volte, dicono di più proprio in virtù di una osservazione fatta alla ‘giusta’ distanza!
    A scuola non si studiano più le tradizioni, trasformate in ‘mercatini’, conta solo il presente diventato sempre più impersonale, a-soggettivo. E per sopperire a questa assenza di contenuti si dà il via alla espressività formale, le perfomances, in un sistema dove anche le ‘regole’ rappresentano solo dei puntelli svuotati di un vero senso. (Per chi non l’avesse visto, a proposito del rapporto tra culture diverse, consiglio di vedere il film “Monsieur Lazhar”, 2011, di Philippe Falardeau).
    Ma chi ha fatto questa spoliazione di contenuti? chi ha operato questo svuotamento? Non sto accantonando le analisi di strategia politico-economica di cui abbiamo letto su questo post per fissarmi su aspetti socio-psicologici. Ma queste strategie avranno pur trovato un terreno fertile – quell’*humus sociale* di cui parla Ennio – su cui attecchire! Tutto ciò non ha forse a che vedere con il subdolo attacco contro la Ragione (sì, in maiuscolo) – e quindi anche contro l’atteggiamento scientifico -, sostenendo che la Ragione era un inutile orpello e doveva essere abbattuta, tout court, senza alcun lutto, senza alcuna riflessione su ciò che questo avrebbe comportato? Al suo posto si doveva dare ampio spazio alla immaginazione, alle emozioni e via cantando! Elementi importantissimi, ma che non possono assumere un ruolo ‘direttivo’ come auspicato da Les LIP, L’imagination au pouvoir (1968)!
    Fu facile – in una inarrestabile antitesi – attribuire tutti i disastri al ‘capitalismo cattivo’ salvando la controparte ‘buona’ di chi veniva sfruttato e, unitamente ad essa, salvando i ‘cantori’ che la difendevano a spada tratta!
    Così come è facile oggi parlare di *Questa grande istruzione europea, che spesso è gonfia di arroganza ed egocentrismo, impedisce agli europei di capire che cosa sta accadendo nel mondo intorno a loro. L’Europa di oggi legge solamente se stessa, nonostante viva in quella che definisce l’era dell’informazione e del sapere* (Hassam Blasim).
    Capisco la ‘rabbia’, ma quando leggo queste ‘critiche’ all’Europa ‘gonfia di arroganza ed egocentrica’, pure giuste che possano apparire esse non colgono la realtà; le sento come affermazioni che vengono da bambini saputelli che rimbeccano i genitori accusati di averli trascurati, di non aver soddisfatto i loro bisogni. Musica già sentita.
    Inoltre queste ‘critiche’ fanno da pendant con le analoghe ceneri sul capo che vengono da una parte di Occidente – che pur le sue colpe le ha avute (ovviamente includendo tutti, ça va sans dire, sia coloro che hanno avuto il potere, più o meno occulto, di fare determinate scelte e sia chi non ha potuto farci niente!) – che vuole scaricarsi la coscienza e che, come accade dopo ogni confessione e i Pater, Ave e Gloria, fa continuare tutto come prima.

    *Viene da chiedersi se i valori umanitari europei stiano affogando nell’egoismo dell’Europa, proprio mentre i migranti annegano davanti alle sue porte sbarrate. E se l’Europa stia quindi naufragando in un’ignoranza deliberata, le cui fattezze derivano da un mondo materialistico e crudele, basato sul profitto e costruito sul disprezzo, sull’ indifferenza e sul fraintendimento delle altre società* (Hassan Blasim)
    ^^ Questo ‘pistolotto’ finale che ci presenta in modo schematico il *mondo materialistico e crudele, basato sul profitto e costruito sul disprezzo…* è l’equipollente antitetico dell’immagine sul *musulmano cattivo che si sveglia e si addormenta sognando di distruggere la libera Europa*. Questi manicheismi dovrebbero aver fatto il loro tempo! Ben altre cose si stanno delineando al cupo orizzonte, un cambiamento di scenari non leggibili oggi con le nostre vetuste categorie!
    @ Ennio
    *E certi mondi sono davvero “socio patologici”, producono sofferenze e follie che ignoriamo e da cui vogliamo, per autodifesa, stare lontani.
    Questi giovani *diventano* terroristi. Non nascono tali. Hanno delle storie alle spalle*

    ^^ Mi trovi pienamente d’accordo sulla patologicità di certi ‘mondi’. Si tratta, grosso modo, di bacini sia di approdo per soggetti che gestiscono la loro fragilità interiore mettendo in atto modalità terroristiche, oppure che stanno attraversando un momento difficile da un punto di vista identitario; e sia di utilizzo da parte di strati malsani della società (le mafie) che usano i soggetti in questione come strumenti per conto di un certo potere o di un altro.
    Dove mi trovi in parte dissenziente è il taglio (o perlomeno questa è la mia impressione) auto flagellante di questo *stare lontani*, come se si trattasse di un rimprovero che fai alla legittimità della stessa autodifesa. Ci possono essere sofferenze e follie, e che pure non ignoriamo, ma di fronte alle quali, purtroppo, non possiamo fare granchè. Bisogna essere attrezzati anche per fare questi avvicinamenti, senza improvvisazioni.
    E’ che tu parti dal presupposto che questi giovani ‘diventano [cattivi] terroristi*, e che senza quel passato alle spalle… magari si sarebbero potuti riscattare. Ma ‘riscattare’ in che modo? Come dice Del Giudice che la ‘lotta di classe’ potrebbe essere un *antidoto al terrorismo*? La idea che prospetta *come possibile via d’uscita « dal cul de sac della jacquerie e del terrorismo, verso una lotta di classe aperta»*.
    E qui che si aggancia la mia osservazione rispetto alla ‘compiacenza’ (non mi viene in mente altro termine). Come diceva il (buon) Andreotti che “pensare male è peccato ma il più delle volte ci si azzecca”, sarebbe come dire che le ‘forze terroristiche’ potrebbero essere orientate verso una migliore causa? Una *lotta di classe aperta*?
    Sempre in tema di ‘pensare male’. Né tu né io siamo dei giovani di primo pelo e di esperienze sulla e della Resistenza ne abbiamo sentito parlare di prima mano.
    Che cosa significa, allora? Che reclutare uno ‘sfegatato’ soltanto perché ‘il coraggio non gli manca’ e che la causa per cui compie determinate azioni è valida (ma a detta di chi?) giustifica il passaggio, la via d’uscita, dal terrorismo? E tutto il resto? E il contesto in cui si muove tutto questo? E i rapporti di forza?
    Mi sento di sottoscrivere le domande di Cristiana: * Allora oggi mi chiedo: come si lotta, con parametri così generali eppure non indeterminati? E soprattutto: come si stabiliscono le alleanze?*

    (***) Non voglio entrare nei dettagli ma, diversamente, come sarebbe? “Entro nel tuo territorio dove porto le mie tradizioni e tu, per amore di scambio democratico, dovrai accettarle e/o condividerle?”. A prima vista mi sembra una relazione poco rispettosa dell’altro!

    R.S.

  30. …vorrei cercare qui di chiarire il mio pensiero…se riesco. Credo che in un periodo di forti trasfomazioni, movimenti di popoli, guerre, caos visibile e invisibile ( quello sotterraneo lavora come un tarlo nel legno) sia inevitabile “…adattarsi verso il basso che spingersi verso l’alto…” (Rita)., come momento di transizione.Che tutti dovremmo difendere tradizione, lingua, memoria storica nel rispetto reciproco e dell'”alterità” sono d’accordo…Questo è auspicabile, potremmo solo arricchirci culturalmente tutti. Questo può avvenire solo tra persone consapevoli della propria cultura, che sia profonda (che sia anche soltanto matura e ad ogni livello esiste), ma a remare contro questo obiettivo sussistono oggi molti nodi non risolti. Posso solo portare l’esempio di un luogo d’incontro come la scuola primaria, dove ho insegnato…Moltissimi gli immigrati presenti, di seconda ma anche di recentissima immigrazione affiancati ai ragazzi italiani. I primi non sono tabule rase, hanno tradizioni di popoli e familiari, ma conoscono poco la lingua, si sentono sempre un po’ emarginati, i secondi hanno la nostra grande tradizione ma il massiccio consumo di prodotti elettronici ha stravolto ogni cosa e influenzato mode e costumi…I primi arrivano a volte a vederli come modelli, come frutti di un benessere a loro prima negato e via ad imitarli negli aspetti peggiori…I ragazzi stranieri arrivano ad accostarsi di preferenza a chi a un linguaggio sciolto perchè in genere si presenta più “democratico” e permette loro un avvio di sociaizzazione di cui hanno un forte bisogno…L’insegnante in genere può orientare, ma non sempre incidere sul processo di formazione, viste le dinamiche complesse, dalle radici lontane ed inestricabili. Può portare degli esempi, proporre letture ed esperienze, ma poi ci sono “i valori” che circolano sotterranei, difficili da contrastare. La mafia, anche politica, da una parte e la misantropia mascherata da filantropia fanno quadrato…Penso che queste dinamiche siano presenti nella scuola ma anche nella società in generale e l’obiettivo di raggiungere un proprio livello di maturità culturale sia fondamentale per mettere fine al caos…

    1. Annamaria, prova a vedere se fra tante palle ideologiche volte a rendere gli stati uniti d’europa sempre più colonia degli stati uniti, può essere utile smontare tutta un’ideologia dell’accoglienza , organizzata peraltro , sempre dal nostro padrone, anche a quel target di votanti sensibili ai grandi bluff, chiamate illusioni, stile i livelli di maturità da te citati, pur di non affrontare il vero dramma che un autenitco antifascista ( se ce ne fossero ancora) dovrebbe porsi di fronte:
      1 all’occupazione militare dell’europa con la NATO,
      2 all’occupazione socio-economica del nostro liberatore,
      3 all’occupazione monetaria sempre del nostro padrone
      4^ ma prima della 1^, all’occupazione culturale , sempre del soggetto di cui sopra, che a forza di rincoglionire tutti e tutto , sia con modelli pseudodemocratici, sia con modelli di becera destra da scontro di civiltà , ha ottenuto esattamente ciò che voleva: un presepio europeo abitato da centinaia di milioni di ostaggi

      Proviamo a parlarne dopo che hai ascoltato l’ultima intervista del pluricitato Giellegì?
      🙂

      http://www.conflittiestrategie.it/unione-europea-finalmente-un-po-di-verita-intervista-a-la-grassa

  31. SEGNALAZIONE

    Dentro e contro la normalità della guerra
    Intervista a Christian Marazzi.

    [ di Antonio Alia e Anna Curcio]

    Stralcio:

    io direi che dobbiamo anche includere la crisi in quanto tale. Una crisi secolare, nella quale le forze dei mercati devono confrontarsi con l’incapacità di uscire dalla crisi stessa anche attraverso misure monetarie che sono senza precedenti. Cosa che mi porta a credere che questa situazione indichi una tendenza alla normalizzazione della guerra. Spero di sbagliarmi ma credo che questa situazione di guerra strisciante, sicuramente inedita nella storia bellica del capitalismo, sia destinata a diventare normale, al punto che mi viene da credere che si sta riproducendo su scala planetaria quello che abbiamo visto negli ultimi sessant’anni nel conflitto fra palestinesi e israeliani. Mi sembra che siamo entrati in una fase di questo tipo. Parlavo di recente con un amico basco che mi diceva come lui, avendo vissuto la lotta armata, fosse giunto alla conclusione che ciò che viene definito terrorismo era diventato una forma di vita che trascendeva anche motivazioni di tipo identitario, separatista o nazionalista. Ed era proprio questa normalità che rendeva la risoluzione del problema della lotta armata così difficile. Ed è un po’ quello che succede nelle forme di reclutamento dei giovani da parte dell’Isis. Ho l’impressione che in realtà l’elemento religioso sia secondario, non credo che il proselitismo da parte degli imam sia la vera origine dell’arruolamento di tanti giovani europei. Penso invece che siamo in una specie di cyber-jihadismo che sta combattendo contro le metropoli e i luoghi (non necessariamente simbolici) dell’occidente, con un esercito anche esso di tipo extraterritoriale.

    Torniamo ancora sulla normalità della guerra…

    Anche lo stato d’eccezione permanente che segue gli attentati, le misure eccezionali di sicurezza e il blocco della mobilità che ne conseguono, stanno diventando, mi pare, una cosa normale. Come normale, è stata la reazione dei mercati subito dopo gli attacchi di Parigi. Il momento di preoccupazione, il lunedì alla riapertura dopo gli attacchi di venerdì 13, è durato mezz’ora. Poi tutti i mercati, in particolare il mercato finanziario francese, hanno ripreso il loro andamento normale, addirittura ascendente. Sono stati naturalmente privilegiati il comparto della difesa e quello energetico, come sempre accade, sulla base dell’ipotesi che una situazione di guerra interpella, sul piano della sicurezza e della difesa, l’aumento della produzione di armi così come l’aumento del consumo dell’energia e del petrolio. E questi comparti, immediatamente sollecitati hanno più che compensato la leggera diminuzione di tutti i titoli legati al trasporto aereo, al turismo e alle infrastrutture alberghiere. Mi colpisce molto la glaciale normalità del funzionamento dei mercati, che è secondo me speculare e simmetrica alla situazione in cui ci troviamo.

    In questa ridefinizione della guerra, come si articolano o riarticolano la guerra guerreggiata e gli interessi economici e finanziari che muovono i comparti dell’energia e del petrolio?

    A me sembra che vada innanzitutto considerato il superamento di un rapporto di causa-effetto. Dobbiamo tener presente che siamo nella situazione in cui le prospettive di uscita dalla crisi si stanno allontanando. Parlavo, all’inizio, dell’effetto in occidente e in Europa in particolare, del rallentamento dell’economia cinese. Analogamente possiamo anche vedere gli effetti recessivi interni delle sanzioni applicate alla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. Vediamo però allo stesso tempo che le banche centrali, in particolare la Bce, sono pronte a rilanciare in modo se possibile ancora più espansivo le politiche di quantitative easing, cioè di creazione di liquidità da iniettare sui mercati. Ben sapendo che i risultati saranno contenuti. Il cervello monetario finanziario è assolutamente lucido sulla necessità di tenere alto il livello di attività e appropriazione finanziaria della ricchezza. È però altrettanto lucido nel considerare in modo disincantato queste misure, che sono destinate a durare almeno fino al 2017. Il precedente degli Stati Uniti ci dice che queste misure monetarie hanno contribuito relativamente poco alla crescita economica statunitense, che pure c’è stata al contrario del continente europeo. Tutto questo per dire che la guerra rappresenta una sorta di vestibolo keynesiano. Basti pensare che le spese per la sicurezza, che sono sicuramente destinate a crescere, resteranno fuori dai deficit nazionali. Non sono un cospirativista, ma penso che sia questa la formula con la quale si tende a uscire dall’austerità: militarizzazione del territorio e delle nostre vite e aumento keynesiano delle spese legate alla difesa e alla sicurezza.

    […]

    Ritorniamo così alla domanda di prima: come ci opponiamo alla guerra?

    Rilanciando delle forme di conflitto e antagonismo centrate sui luoghi in cui il terrorismo ha maggiore margine di manovra: le metropoli, le periferie. Non dimentichiamoci che questo odio, questa violenza che caratterizza i movimenti jihadisti è anche figlia di forme di redistribuzione, integrazione e welfare che negli ultimi venti e trent’anni sono venute meno. È stupefacente vedere come negli ultimi anni e non solo nello Stato Islamico, penso ad esempio all’Algeria, il jihadismo si sia concentrato sulla costruzione di infrastrutture sociali, di mutualizzazione che ne hanno fatto la sua forza. E questo proprio mentre qui in Europa il capitale e le politiche neoliberali hanno puntato alla distruzione dei dispositivi redistributivi. Io sono abbastanza d’accordo con coloro che dicono che un sovversivo in più equivale a dieci terroristi in meno. Nel senso che manca oggi una ridefinizione e attivazione di forme di protesta là dove viviamo e dove siamo privati di futuro, di speranze per il nostro percorso di vita, di godimento, di felicità. Vivere è diventato faticoso, doloroso. E il jihadismo dà, in questo senso, una risposta. È una risposta folle, orrenda, delirante, ma è una risposta che ha a che fare con la costruzione di solidarietà e rapporti sociali, ciò di cui noi siamo carenti. È mai possibile che non ci si renda conto che tassi di disoccupazione giovanile pari al 40-45% sono un focolaio pericolosissimo? Non mi sembra che ci sia voglia veramente di affrontare la situazione se non con la creazione di forme di lavoro che finiscono per creare maggiore opacità rispetto al futuro e maggiore insicurezza.

    ( da http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=124836&typeb=0&dentro-e-contro-la-normalita-della-guerra)

  32. SEGNALAZIONE
    Intervista ad Adonis su primavere arabe, Siria, laicità, religione

    Stralcio:

    Houria Abdelouhed: Adonis, come si spiega il fallimento della primavera araba?

    Adonis: All’inizio, la sollevazione araba faceva pensare a un risveglio. Un bellissimo risveglio. Ma gli eventi successivi hanno mostrato che la primavera araba non era una rivoluzione, bensì una guerra, e che questa guerra, invece di indirizzarsi contro la tirannia, si è trasformata a sua volta in tirannia. Beninteso, ci sono stati oppositori che non hanno usato la violenza. Ma sono stati schiacciati sotto il peso degli avvenimenti occorsi dopo l’inizio della sollevazione. Inoltre, questa rivoluzione ha mostrato la propria matrice confessionale, tribale e non civica, musulmana e non araba. Si trattava però di cambiare radicalmente la situazione della società araba.H: Quando dici “radicalmente” mi sembra che tu intenda un cambiamento sul piano politico, sociale, economico e culturale.A: Proprio così. Il problema è che questo cambiamento è andato a cozzare contro le eterne questioni della religione e del potere. I popoli, privati dei loro diritti, hanno badato soltanto a rovesciare il potere costituito, senza prestare sufficiente attenzione alla questione delle istituzioni, all’educazione, alla famiglia, alla libertà della donna e dell’individuo. Mancava, insomma, una riflessione sul modo in cui fondare una società civile, vale a dire la società del cittadino.

    H: Quindi, l’errore starebbe nel fatto che gli individui, oppressi dal potere politico, non hanno potuto agire nel senso di un vero e proprio cambiamento e non hanno potuto pensare la complessità che ogni cambiamento porta con sé.

    A: Esattamente. Si tratta di un errore di prospettiva: non si può, nel contesto di una società come quella araba, fare una rivoluzione se questa non è fondata sulla laicità. Il secondo errore, poi, è stata l’alleanza organica fra i ribelli che si sono intestati questa sedicente rivoluzione e le forze straniere. Perché invece di considerarsi indipendenti, i ribelli erano strettamente legati a forze straniere.H: Sono stati gli individui a sollecitare l’intervento dell’Occidente o è stato l’Occidente ad approfittare di questa situazione per prendere il controllo di una rivolta appena iniziata?A: Entrambe le cose. E le conseguenze sono disastrose. L’alleanza con lo straniero ha danneggiato il movimento. Bisogna aggiungere che la violenza armata ha svolto un ruolo centrale nella distruzione della Rivoluzione. Le armi sofisticate venivano in gran parte da fuori. Si sa che i rivoluzionari non potevano disporre di queste armi senza le forze straniere. Risultato: anziché destabilizzare i regimi dittatoriali, hanno distrutto i loro paesi.

    H: Ma se consideriamo l’esempio della Siria, anche il regime ha perpetrato una vera e propria carneficina e ha partecipato alla distruzione.

    A: È vero, ma una rivoluzione che si propone di cambiare le cose non può distruggere il proprio paese. È vero che il regime era violento, ma i ribelli dovevano evitare di far sprofondare il paese nel caos. E, come se non bastasse, il fondamentalismo è riemerso meglio organizzato e più crudele. Dalla speranza e dal desiderio di giorni migliori si è così precipitati nell’oscurantismo. E invece di un cambiamento portatore di speranza, viviamo un autentico disastro. In più, non c’è stata nessuna presa di posizione, nemmeno una parola, sulla libertà della donna. Come si può parlare di una rivoluzione araba se la donna è ancora prigioniera della sharī‘a? Il ricorso alla religione ha trasformato questa primavera in un inferno. E la religione è stata interpretata e sfruttata a fini ideologici.

    H: Sono stati i religiosi ad approfittare della situazione di instabilità per capovolgere la rivoluzione o è l’uomo arabo e musulmano che, nel suo intimo, rimane profondamente e fondamentalmente religioso?

    A: Di solito una rivoluzione riflette il livello culturale dei rivoluzionari. Perciò, l’entità di una rivoluzione in un determinato paese dipende dalla qualità dei rivoluzionari, dalla loro cultura, dal loro atteggiamento nei confronti della laicità, dalla loro visione del mondo e delle cose del mondo. Quel che è accaduto in nome della rivoluzione nei paesi arabi dimostra che la stragrande maggioranza della società araba è ancora dominata dall’ignoranza, dall’analfabetismo e dall’oscurantismo religioso. Una rivoluzione che precipita nell’oscurantismo non ha niente a che fare con una vera rivoluzione. È una catastrofe, perché avevamo iniziato un cammino verso un futuro ricco di promesse, ma oggi siamo tornati indietro. È una regressione totale.

    (DA http://www.illibraio.it/violenza-islam-adonis-266225/)

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