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Una poesia dal carcere di Piero Del Giudice (anni ’80)

Piero del Giudice (1940 – 2018). Allievo di Francesco Arcangeli al liceo Romagnosi di Parma, è stato insegnante, militante politico e sindacale, giornalista e scrittore. Profondo conoscitore del mondo dell’arte, aveva esordito come poeta con “L’evidente povertà dei mezzi” (Guanda, 1979). Aveva poi scritto  “I bergamini” (Edizioni E, 1994) sulla vita nelle campagne cremonesi-mantovane, curato la biografia del pittore Edmondo Dobrzanski “Europa wo das Licht” (Edizioni E, 1988) e il catalogo generale dell’artista per il Museo di Casa Rusca di Locarno. Da inviato nella Jugoslavia in guerra (1991-1999) firmò decine di reportages, documentari e docu-film televisivi, come “Scomparso. Storia del comandante Palic” (insieme a Michael Beltrami). Aveva poi scritto “Sarajevo. Il libro sull’assedio della città” (Saraj, Milano 2005), curato le edizioni italiane dell’opera di Abdulah Sidran, Filip David e Marko Vesovic e collaborato con Galatea, rivista europea di informazione con sede nel Canton Ticino.

Nota di Ennio Abate

Agli inizi degli anni Settanta avevo incontrato Piero Del Giudice come collega di Lettere all’ITIS di Sesto San Giovanni e contemporaneamente davanti alle fabbriche di Sesto San Giovanni e Cinisello, dove – militante di «Avanguardia Operaia» io, di «Lotta Continua» lui – andavamo a distribuire volantini o a discutere con gli operai. Dal 1980, anno in cui fu incarcerato con l’accusa di “partecipazione a banda armata”, fino al 1985, anno della sua scarcerazione, scambiai con lui numerose lettere e andai più volte a trovarlo in vari carceri, pur avendo traiettorie di vita e  passioni culturali e politiche contigue  e diverse in una comune partecipazione  alla storia sociale e politica degli anni Settanta a Milano e nel suo hinterland.

Sionismo e Nazismo, brevi note

di Paolo Di Marco

Chi avesse per caso letto il libro di Tom Segev ‘Le septiéme million’* avrebbe notato che la nascita dello stato di Israele ha un percorso assai diverso dalla vulgata comune.
Gli ebrei tedeschi che i due comitati ebrei-uno in Germania ed uno nella Palestina occupata- riscattano trattando con Eichmann sono assai riluttanti all’esilio; insistono che loro sono totalmente d’accordo con Hitler e tutte le sue politiche -l’unica cosa che non capiscono è perchè devono essere proprio loro la vittima sacrificale. La maggior parte rifiuta il trasferimento. E l’ esilio forzato della minoranza che parte è rancoroso anche nei confronti del socialismo primitivo dei kibbutzim del sionismo originario. Che dal canto loro ripagheranno gli yekkes chiamandoli saponi.
D’altronde, sempre per uscire dalla vulgata corrente, il nazismo allora non era affatto visto come quel mostro che oggi ci viene descritto, anzi, e godeva molte simpatie nelle aristocrazie sia blasonate come l’allora re d’Inghilterra Edoardo VIII (poi costretto alle dimissioni da Churchill) che aveva trattato con Ribbentrop la divisione del mondo dopo la guerra sia borghesi come i fratelli Dulles e Prescott Bush che gestivano negli USA i capitali di gerarchi ed industriali tedeschi.
Le giustificazioni ideologico-morali della guerra sono mera propaganda favolistica costruita ex post.
E anche all’interno della Grande Germania la questione centrale è la gestione del potere, basata sulla stratificazione sociale: sotto la borghesia la piccola borghesia, sotto di questa la classe operaia divisa a strati: sopra gli operai tedeschi, sotto i cechi, sotto ancora polacchi….con un meccanismo di retribuzioni e condizioni tali che il nemico non era mai in alto, i padroni, ma quello più in basso che sgomitava per avere qualcosa di più -togliendolo a quello sopra. Un meccanismo classico di divisione, che per funzionare appieno aveva bisogno di un ‘tappo’ (come nelle ricorsioni), cioè di uno strato ultimo su cui riversare tutte le frustrazioni. E gli ebrei risolvono il problema della ricorsione: sono loro -per motivi sociali. religiosi e storici che non riprendiamo-il tappo ideale.
Ma gli ebrei stessi sono gli ultimi a vedere questo meccanismo. Anche quando trattano col tranquillo burocrate Eichmann le quote di emigrazione, sono il mezzo milione di ebrei tedeschi ad avere la precedenza; i milioni in Polonia e dintorni di ebrei e kazari convertiti (non sapremo mai quanti) là sono e restano.
Quando Piero del Giudice farà la sua tesi di laurea intervistando i reduci dai campi l’elemento comune che emerge è l’incapacità, anche decenni dopo, di capire cosa realmente fosse successo. Sarò solo ricorrendo a Marx e al plusvalore come percentuale della giornata lavorativa che si potrà attribuire ai campi la natura di estremizzazione di questo meccanismo (ricordiamo che nei campi si lavorava per Krupp, Messerschmitt, IGFarben…), quando la parte dedicata alla riproduzione del lavoratore diventa trascurabile e il plusvalore va quindi alle stelle. Che è anche un disvelamento plateale della natura disumanizzante della forza lavoro diventata merce.
Sarà solo nell’ultimo anno di guerra che questo meccanismo verrà eclissato dallo sterminio tout-court, ultima abissale esplosione delle frustrazioni della piccola borghesia proletarizzata.
Eclissato ma non annullato, chè i lavoratori specializzati-v.Primo Levi-verranno salvaguardati: non stranamente la stessa logica che orienterà gli inglesi quando nel Maggio ’44 il ministro degli esteri Anthony Eden rifiuterà la proposta nazista di scambio tra un milione di ebrei e 10.000 camion col motivo che in Palestina servivano solo lavoratori con abilità manuali e tecniche accertate..
Se all’inizio Israele è per gli inglesi un piccolo caposaldo del controllo del MedioOriente, la fine dell’impero inglese che inizia con la guerra lo trasforma progressivamente in portaerei del loro successore, l’impero americano; se dopo la fondazione dello Stato gli emigrati dai paesi mussulmani vengono collocati al gradino inferiore della società, è solo col crollo della cortina di ferro e l’arrivo dei nuovi immigrati dall’est che struttura sociale e funzione diventano un tutt’uno, con una somiglianza impressionante con la Germania post 34: i palestinesi sono i nuovi ebrei, il Nord Africa e Medio Oriente il nuovo LebensRaum.
Anche se, come tutte le portaerei, ha ancora bisogno dei rifornimenti d’OltreAtlantico.

Conviene sottolineare che come l’ideologia  nazista era l’involucro sovrastrutturale di una forma di controllo sociale**, e la persecuzione degli ebrei parte essenziale di quel meccanismo,  così il genocidio dei palestinesi è frutto diretto  del ruolo di Israele come avamposto dell’impero; in continuità coi metodi del dominio inglese in India e Bengala, colle efferatezze di Leopoldo (il re scelto dai Rotschild) in Congo e tanti altri. E che questa continuità passi anche da carnefice a vittima ci fa solo meglio intravedere la natura reale dei rapporti di produzione capitalistici.

Segev ci ricorda che quando in Germania vennero promulgate le leggi razziali vi fu un grande dibattito- in tutto il movimento sionista ed anche in Palestina- che vedeva contrapposte due posizioni: prendere atto della situazione ed emigrare, oppure creare un movimento che con azioni di propaganda e boicottaggio difendesse i diritti degli ebrei sul suolo tedesco. Prevalse (forse inevitabilmente) la prima, rafforzando così il sionismo, che a poco a poco impose l’idea che il nuovo Israele era la patria di tutti gli ebrei del mondo. Ma così facendo infilando tutto l’ebraismo in un sacco senza via d’uscita.
Oggi sembra che i pochi ebrei umanamenti pensanti rimasti stiano riconsiderando questa scelta, non solo ripudiando il sionismo ma anche rivalutando un concetto quasi dimenticato con l’avvento degli Stati-nazione: che l’umanità non ha bisogno di frontiere, nazioni, (razze anche, ma queste già sappiamo che non esistono proprio), anzi ne può fare tranquillamente a meno; sono solo catene che si aggiungono a quelle sociali e di classe, e insieme a queste vanno distrutte.


*Tom Segev, Ha-milyon ha-shevii, Keter, Jerusalem 1991

**Ricordiamo come una recente ricerca ha evidenziato un elemento che rafforza quello che diceva Hannah Arendt sulla banalità del male: le SS,le camicie brune, più tardi i corpi speciali della repressione argentina dopo il golpe erano ‘dei cretini’ : ovvero persone sostanzialmente stupide ed incapaci, che entravano nei corpi speciali perchè solo lì riuscivano ad avere condizioni migliori ed avanzamenti di carriera. Ma se allarghiamo il discorso agli strati sociali, tutto il sistema si reggeva -come accennato- sulla stratificazione ; non c’era bisogno di essere ‘moralmente cattivi’: bastava che questa scelta se la accollassero in pochi; agli altri, per sopravvivere o stare meglio, bastava andare avanti come al solito. Il meccanismo a strati garantiva che per vedere il nemico si guardasse sempre solo più in basso.

Ennio – Piero. Due lettere del 1981

Riordinadiario 1981

di Ennio Abate

Piero Del Giudice è morto il 30 agosto 2018. Ne abbiamo ricordato la figura (qui, quiqui, qui).  Qualche suo articolo era apparso prima anche su Poliscritture (qui, qui). Mentre proseguo la sistemazione del mio  “riodinadiario”, per ricordare ogni tanto  anche ad altri la sua  figura, pubblico (scannerizzandola da una fotocopia: i riquadri sono stralci di articoli tratti dai giornali, qui illeggibili)  una sua poesia, Oggi si leva, e  due lettere del 1981. [ E. A.]

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Rileggendo “Una lettera a Nietzsche” di Franco Fortini

di Ennio Abate

Sono passati ben 37 anni da quando lessi «Una lettera a Nietzsche», la sezione di dieci testi che apre «Insistenze» (Garzanti 1985)[1] e l’acuta analisi che Elena Grammann ne ha fatto su Poliscritture (qui) mi ha spinto a riprendere in mano questo libro. Continua la lettura di Rileggendo “Una lettera a Nietzsche” di Franco Fortini

Un «filo» tra Milano e Cologno Monzese (1)

Disegni di Tabea Nineo 1978

Franco Fortini e gli “intellettuali periferici”

di Ennio Abate

quel filo che più
non brilla e che fu
tuo, mio.
Franco Fortini, Poesie inedite
 
 

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Una vecchia intervista

Foto matsj | Fonte: Flickr

RIORDINADIARIO 1997. NEI DINTORNI DI PDG (PIERO DEL GIUDICE)

A cura di Ennio Abate

Nel dicembre 1997 cominciammo a preparare  i saggi della rivista «Inoltre» sul tema «della violenza e altro» per il n. 2, che fu poi pubblicato (per motivi che qui non tratto) soltanto nella primavera del 1999. In esso, alle pagg. 59-65, compare una mia conversazione con Piero Del Giudice, «Ex Jugoslavia: il tempo del conflitto e l’internazionalismo dei diseredati» che porta la data 15/16 marzo 1997. Ora in una mia cartella del PC ho ritrovato un’intervista molto più lunga e meno impersonale di quella. Ne pubblico uno stralcio in coincidenza con la ricorrenza dei venticinque anni (1995) del massacro di Srebrenica [E.A.]

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«Metti un tizzone del Sud nelle nebbie di Milano…»

Un ricordo di Eugenio Grandinetti

di Ennio Abate

                                        puliti miti oscuri nostri gemelli
                                ancora vanno, operosi su incerti sentieri

                                                               (L'albero)
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Su Piero Del Giudice. Tre note.

 

di Paolo Di Marco

La storia è sempre il prodotto di una collettività, ma nel ‘68 Piero Del Giudice è stato uno dei fulcri di quella fase della storia: se, quando anche gli asini  volavano, l’aria li ha sostenuti, è stato anche grazie a lui. Se il sindacato è passato dalla fase insieme infantile e senile delle commissioni interne a forme di partecipazione maggiore come i consigli di fabbrica, è dovuto anche a lui. E anche se il ‘68 è stato prima sconfitto poi dileggiato, quello che è rimasto aleggiando della sostanza del sogno contiene anche il suo. Un grande cuore, una grande sete di giustizia, una grande sete di verità. Continua la lettura di Su Piero Del Giudice. Tre note.

Militanze. Fortini/Del Giudice

di Ennio Abate

Due lettere. Di Franco Fortini e Piero Del Giudice. Apparvero la prima volta sulla rivista «Assemblea» dell’ottobre-dicembre 1983. Trentacinque anni fa. Sono quattro pagine stampate che ho ritrovato rovistando in una cartella in occasione della recente morte di Del Giudice (qui).  E le ripropongo non solo per un omaggio postumo a due figure – nei miei versi: lo Scriba e il Guerriero –  che hanno contato nella mia formazione letteraria e politica,  nutrendomi coi loro pensieri, anche  se in contrasto tra loro – Fortini era de «il manifesto», Del Giudice veniva da Lotta Continua ed era poi passato all’Autonomia – o come semplice testimonianza storica di un clima intellettuale ed emotivo  vivace  ma  rigoroso.  Le ripropongo soprattutto perché parlano senza rassegnazione e senza pentimenti di una prospettiva di cambiamento sconfitta. Che è all’origine del  disastro culturale e politico d’oggi. Che  da null’altro  finora è stata sostituita. E che non sarà aggirata voltando pagina o mettendoci una pietra sopra, come pur si è fatto nei decenni trascorsi. Continua la lettura di Militanze. Fortini/Del Giudice

Degli orrori di ieri e di oggi

di Ennio Abate

in memoria di Piero del Giudice *

In albe inferme giovani sentinelle
appostate su piramidi rilucenti
freddarono di servi un sogno.

Restarono cervici da corpi divelte,
muschi d’organi squarciati
torcigli di visceri in stracci raccolti.

Tranquilli,  gli occidentali omini
sull’oscuro pavimento degli anni
uno sgorbio color carbone vedono.

E per assenza di grida narrano
che di miti bestie in autunno macellate
il sogno fu. Non d’umanità percossa.

Mente che indaghi quel tempo
grumoso! E’ lo stesso che i freezer
televisivi surgelano ogni giorno.

A Sabra, Beslan, Bagdhad.
Orridezze certe. Le gustano
gli immemori in sugo d’angoscette.

(1983 circa/ 9 giugno 2016) Continua la lettura di Degli orrori di ieri e di oggi