24 pensieri su “Segnalazione

  1. …spero di esserci e ringrazio le organizzatrici, i relatori e gli artisti che interverranno per ricordare un poeta a noi caro…

  2. …veramente bello e significativo l’incontro a Rovellasca, in memoria di Gianmario Lucini: un ringraziamento a tutti

  3. Sì, l’incontro su Lucini a Rovellasca è andato bene. E bisogna ringraziare Emilia Banfi e Maria Maddalena Monti e la cerchia di amiche e amici che l’hanno organizzato senza sbavature e con tanta sobrietà: brevi video, brevi interventi di Bianchi, Fedeli, del sottoscritto e della vedova di Gianmario, intervallati da brani di musica classica. La figura umana, le poesie e l’attività di piccolo e coraggioso editore di Gianmario sono state evocate davanti ad un pubblico che non lo conosceva. E questo è un buon risultato. Ma i problemi che egli affrontò nella sua poesia, le idee che lo guidarono nelle sue attività, l’evoluzione di poeti e poetanti che facevano riferimento alla sua casa editrice, la CFR?
    Certo queste cose non possono essere affrontate in una serata di omaggio, ma possono essere lasciate cadere o perdersi?
    E allora lasciatemi dire un’impressione, sperando di sbagliare. Quello che io vedo è che, quando uno che tirava la carretta – e Gianmario, “invasato dalla Poesia” come l’ha definito Fabrizio Bianchi ammirato dalla sua lena da montanaro infaticabile, la tirava davvero – se ne va, passato il momento dello sgomento e del cordoglio e delle promesse un po’ retoriche di continuare l’opera che chi muore lascia interrotta, quasi tutti si defilano nelle loro faccende piccole o grandi.
    Ai pochi che restano un compito: sottrarre la figura di Gianmario ad un culto soltanto amicale. Bisogna uscire da un atteggiamento di generica ammirazione o di semplice fascinazione per la sua grande e, anche per me, indiscutibile umanità. E ragionare con più rigore sulle sue opere, su di noi che ancora possiamo leggerle e sul mondo che muta velocemente *contro di lui e contro di noi*.

  4. Caro Ennio ,
    grazie prima di tutto per la tua partecipazione e per il tuo intervento che avrebbe meritato ,come anche quello degli altri relatori, un’ampia discussione,ma il pubblico presente ,non tutto almeno, non conosceva Lucini e un primo approccio doveva per forza di cose limitarsi e essere contenuto nei tempi.
    Speriamo di poter riprendere il discorso e di approfondirlo in altra occasione.
    Erano presenti persone anche fra il pubblico che avrebbero saputo fare interventi critici, ci rammarichiamo di non aver previsto nella scaletta un loro contributo
    Maria Maddalena Monti

  5. Grazie Ennio!
    I tempi non ci hanno permesso di fare di più. Hai ragione , anch’io ho pensato che qualcuno di voi avrebbe potuto dire di più riguardo i grandi sforzi che Lucini ha fatto per mandare avanti la sua casa editrice CFR.
    Il pubblico così numeroso per un paese piccolo come Rovellasca, ci ha reso davvero felici, anche perché i commenti raccolti sono stati tutti molto positivi.
    Gianmario Lucini se ci fosse stato avrebbe sicuramente avuto una grande soddisfazione.

  6. PER UNA LETTURA DELL’ULTIMO LUCINI
    di Ivan Fedeli

    (Testo presentato a Rovellasca ripreso dalla bacheca FB di Fabrizio Bianchi)

    Nel poemetto “Lettere confidenziali al Trascendente”, Lucini si misura con un piano di riferimento difficile, impari: quello di un Dio in ascolto pietoso, a distanza, dalle profonde corde turoldiane, che osserva, annota, pazienta.
    La voce dell’Autore, in altri scritti graffiante e dura, tende a dissolversi, addolcirsi -seppur per un breve, irripetibile attimo- nel desiderio dell’abbandono, dell’oblio.
    “Cerco l’intelligenza del distruggere/ e del creare / perché quello che è mutato ritorni / come prima del fiume eracliteo” afferma il poeta di Piateda in una delle parti più toccanti di un testo che respira in ogni cambio verso, in ogni stacco sintattico, l’ansia di un contesto instabile, volubile, perennemente in declino, quello dell’Italia berlusconiana e post, afflitta da un male atavico che, come peccato originale, può essere mondato ma mai completamente rimosso.
    Emerge allora la forza di una poesia che, nella distanza insanabile di un dialogo-preghiera, tende alla denuncia e, nel contempo, a una sommessa pietas nei confronti degli ultimi, i dimenticati dalle cronache, in un’ottica francescana già presente nell’ultimo Lucini, quello di “Per il bosco”, e che qui si realizza, non nella trasposizione per fragmenta dell’elemento lirico, quanto nello slancio etico di analisi del tessuto sociale contemporaneo.
    Una prova difficile, quella affrontata da Lucini: il rischio, quello di ricadere nel dato di fatto della realtà intera.
    Emerge, al contrario, una capacità di misura che è soprattutto sguardo limpido, purezza di messaggio: questa misura tratteggia, ammicca, induce a.
    E, con essa, ancor di più si consegna un Autore versatile, completo nella sua riflessione poetica che è inesausta denuncia e ricerca di parametri stabili per avvicinarsi alla res incognita che solo la vera poesia accenna, solo la vera poesia rivela.

    “Lettere confidenziali al Trascendente”.

    Desidero soltanto
    abbandonarmi a una chiesa tranquilla
    dimenticarmi nella Tua penombra,
    liquida cera che fumiga e brucia,
    perdendomi nell’eco delle volte
    per avvertire il tempo che trasvola
    posandomi una mano sulla spalla
    e con un tocco lieve di farfalla
    mi fa precipitare
    nell’insondabile baratro.
    Non so di luci e di ori che ti attorniano
    nulla di questa chiarità di tenebra
    e mi perdo in un murmure sommesso
    di sagome nere che pregano,
    ma ho bisogno del Tuo sonno irresponsabile
    per varcare le soglie degli occhi e dei volti
    nella città che bestemmia Natale
    & cornamuse,
    ho bisogno del tuo alito di tenebra
    per lenire l’abbaglio della luce.
    Napoli, dicembre 2012
    ***
    Quest’anno a frotte i poveri
    risalgono il pendio dei miei occhi.
    Li ho visti rovistare fra i rifiuti
    come gabbiani inurbati,
    rivendicare con rancore muto
    un soldo d’elemosina.
    Ho inteso scricchiolare quel che resta
    della mia impalcatura.
    Per loro non altro potrà accadere
    che l’orribile tonfo
    della speranza che si sgretola
    contro un muro di vanità e di chiacchiera.
    ***
    Ho bisogno del Tuo franco ammonire
    nel mio labile tempo che dimentica
    l’origine del tutto e del possibile:
    cerco l’intelligenza del distruggere
    e del creare
    perché quello che è mutato ritorni
    come prima del fiume eracliteo
    – ogni essenza alla sua vita
    ogni vita al suo spazio e al suo tempo
    ogni pulviscolo al suo miracolo
    di luminoso corpo nella luce –
    in un eterno
    nitido mattino d’inverno.
    ***
    Sorgerai avvolto dai vapori dell’aurora
    al volto solenne del sole
    e nubi saranno le tue vesti
    i tuoi notabili un popolo di poveri
    e di miti custodi della terra.
    Saranno falci e marre le tue armi
    il tuo esercito una festa di bambini
    e tutto il tempo chiuderai nell’attimo
    che si dilata all’infinito
    nel tuo placido sostare e nel battito
    dell’universo intero che trattieni
    sospeso tra le dita delle mani.
    Sei mia testarda visione, delirio
    che rompe ogni argine
    della ragione.
    ***
    Questa notte avverto il tuo respiro nell’anima di maggio
    mentre dilaga la pianura
    e sono in viaggio verso dove
    non m’importa, verso
    l’alba morta di domani
    nel vociare stranito d’una stazione ferroviaria.
    Ora intorno mi voli e mi osservi
    dai lampioni gialli che corrono nel buio.
    Io raccolgo il Tuo Silenzio e riconosco
    la Tua Voce fra mille
    nella ruota che sferraglia
    nel parlottio di idiomi sconosciuti
    nel lontano tremolare delle stelle.
    ***
    Mi sento disperso in questa
    terra antica che non sento mia
    quest’itaglietta di omuncoli e mezzucoli
    che traffica e attende
    l’ora del saccheggio e dello sfregio
    quest’itaglietta incivile e pelandrona
    del facile guadagno, del lazzo e del gioco
    che grufola nel loto di ogni vizio
    e d’ogni servitù con nauseabonda pervicacia
    ed è pronta sempre a concedersi
    al più laido, al più infame lestofante
    perché è nata puttana di regime
    puttana per mafia e per fame
    e fameglia per elezione.
    Ma Tu dalla tua assenza richiamala
    all’ordine del vero
    sopisci il rancore dei poveri
    e umilia il ghigno dei potenti
    facci morire contenti
    abitatori d’un unico mondo
    grano di polvere che naviga
    sperduto nell’immenso.

    I testi, contemporanei alla stesura di Nel bosco, aprono all’idea di un poeta inedito, meno graffiante , sicuramente nuovo.
    Si pensa a un “libro della cecità” , intesa –sia ben chiaro– come ripiegamento interiore, parentesi lirica, quando si affronta, per la prima volta, la lettura di “Nel bosco”. Una cecità marcata in tutta l’ estensione di una sfera gnoseologica che mira al recupero del rapporto panico con la natura e, nel contempo, sistema chiuso in cui ciò che accade, si muove per trasposizione di immagini, frammenti.
    Nella linea di altri scrittori -viene in mente “Memoria del corpo” di Paola Loreto (Crocetti, 2011)- il bosco-montagna, luogo ideale e reale, spazio di estensione dell’immaginario poetico, assume pienamente, nell’autore di Piateda, il ruolo di una conoscenza presintattica del mondo, finalizzata alla difficile ricomposizione della triade uomo-mondo-assoluto.
    È in questo spazio che assumono valenza simbolica gli strati con cui il paesaggio si mostra nella sua evidenza lirica; è il caso della croce, evocata più volte come elemento di raccordo storico,meditativo e, magnificamente, simbolo di elevazione cromatica verso l’alto o radice posata a terra a significare il dolore, la memoria (ci sono croci sui monti a proteggere le valli / vincoli di rami che incidono l’azzurro / nell’ocra e nei gialli dell’autunno/ cfr. pag.35 ; C’è un dolore in queste croci: / allineate sul ciglio del sentiero / attendono una voce nel silenzio / cfr.43) o i suoi correlativi, quali il fiore (Al cielo offriamo come primizia / la nostra solitudine gialla / la nostra solitudine azzurra e vermiglia / cfr. pag.25; acceso il viola che trema nel vento / a rammentare che la vita è soltanto un frammento / di tenace poesia/ cfr. pag.21), l’albero (Ci piega dolcemente, il vento, al suolo / fino allo schianto. Dolcemente insiste / e non v’è chi resista / al carisma del suo fiato – cfr. pag.15).
    Altrove si sprofonda verso il basso, il minimo, il frattale, ma lo slancio lirico rimane denso in tutta la sua umanità: il luogo–mondo di Lucini si popola allora di piccoli animali, uova di rana, semplici insetti ( si veda, a proposito, pagina 31: ripercorrono infinitesime zolle / per sempre quelle, per infiniti passi / ubriachi d’essere / vivi)
    È una natura francescana, trascendente, che si presenta agli occhi, una stupenda sintesi di stupore e associazioni mentali, fisiche, storiche. Un Lucini diverso, dunque, dalla riflessione mistico-civile, dolorosa dei Sapienziali ? Lontano dal travaglio sdegnato del Monologo del dittatore? Nella linea di sviluppo del 29 frammenti che compongono le cellule del corpo-bosco, la dimensione etica non è sottesa, né apparentemente sottaciuta, anzi emerge in piena nitidezza, leopardianamente : (…)ancora un guizzo, uno spasso, / un sorriso prima del gelo, / ancora un abito nuovo, un canto, una festa / poi la neve coprirà col suo sguardo / stupito / questa gioia spensierata / senza che alcuno la colga (cfr. pag. 37) dirà Lucini a proposito delle bacche rosse, quel sottobosco latente, eppure così visibile nella sua impercettibilità, specchio del destino dell’uomo, della sua incompletezza dolce e tragica.
    Nel bosco quindi, rimanda all’ essere-dentro e marca un cambiamento nella ricerca poetica di Lucini: la storia è raccordo tra l’umano e l’assoluto, si adatta agli spazi dove accade la vita, in ogni sua forma. Qui tutto è in simbiosi e ciascun elemento acquista senso solo in rapporto all’altro da sé. È l’interdipendenza che determina lo scacco successivo, quel senso di mancanza colmabile solo mediante uno scatto non più razionale, mimetico, ma possibile solo mediante l’accettazione del silenzio, la percezione di un’alterità assoluta che genera il reale, lo rende fruibile, cantabile: “perché saremo poveri e infelici / senza il cantico dell’acqua” conclude Lucini .
    Questa accettazione, in cui l’umanesimo dell’Autore si fa più sofferto, è la chiave di lettura – a mio parere – del libro. Una dimensione intima, in cui il codice genetico della poesia di Lucini, quella del poema, si trasforma in canto epico minore, analogia pura.
    Il libro della cecità, dunque, assume il carattere di immagine traslata, percepita dal lettore come catarsi, salvezza. E il sistema si chiude.
    Ben diversa è la lettura del reale in un alto testo dell’ultimo Lucini, Memorie del sottosuolo; la prima vulgata, con titolo ben più incisivo, Memorie dalla casa degli sgronzi, già presenta un Autore graffiante, sulla linea della precedente produzione. Lucini, qui, riprende e fa propria la lezione dei classici della satira in un’ideale linea di continuità. Dal ludus et sermo, scherzo e discorso moraleggiante, di Aristofane e Lucilio, in cui il saggio disilluso, con espressione propria, propone una riflessione etica contro il potere e il contesto e, nel contempo, attua una compiuta demistificazione del quadro politico e sociale, rivolta al cambiamento, a un passaggio di epoca, Lucini attraversa Orazio, ne raccoglie in pieno l’eredità, smussando l’idea di poeta-giudice irreprensibile e introducendo la moderazione come principio poetico irrinunciabile.
    Infine fa sua la lezione di Persio: ri-creare un linguaggio intinto d’aceto, con cui smascherare e combattere i mores corrupti et depravati, attraverso una duplice operazione “chirurgica”: radere et revellere.
    Raschiare e strappare, dunque, anima la vis poetica di Lucini, e non solo. Sin dalle prime letture sono forti i riferimenti ad Orazio e, ancor più, ad Ariosto (Ma è un troppo chiedere all’intendere vago / di chi misura i versi con lo spago.) già nel finto gioco di dissoluzione del sonetto, forma cara al Belli, o nella presentazione dello sgronzo, rappresentazione attualizzata dei personaggi plautini e maschera per eccellenza del libro, dove aleggia la migliore ironia della scrittura ariostesca, fedele compagna dell’intero percorso di denuncia.

    Accusa il ladro il suo accusatore
    si autoassolve dal proprio peccato
    si dice vittima d’astio e rancore;
    si crede invero un gran perseguitato
    da reintegrare al suo posto d’onore
    – per non rischiare un colpo di Stato -.

    È nella sezione Storpiature, e nella sua ideale continuazione Tradimenti, però, che il visiting angel diffonde il suo efflato polemico. È sufficiente citare il distico seguente:

    (Archiloco, D. 1)
    Servo io sono dell’ometto, signore dell’etere,
    e mi son care le cene alla villa di Arcore.

    o i puntuali rifacimenti dell’ode saffica – si è quasi in imbarazzo perché citazioni e riferimenti alla letteratura classica abbondano, anzi esondano – per assaporare il clima medio del libro, disteso tra finto gioco linguistico e denuncia. Tutti i personaggi della polis entrano in gioco e si muovono come vere e proprie maschere: politici corrotti, corruttori, ineffabili servi mediatici del potere, uomini senza qualità, verrebbe da dire con Robert Musil, destinati a una necessaria, lenta e inesorabile decadenza, che è la decadenza di un’Italia tragicamente pasoliniana, dantesca.
    Analisi impietosa, quella di Lucini, che si estende, con lucidità e convinzione, anche al mondo della cultura e dell’editoria, asservito alle logiche del profitto e del potere, quasi un cancro avesse destinato alla metastasi l’interezza morale di un popolo che può solo rassegnarsi a una cultura che non serve a niente, tant’è che dopo venticinque / secoli ha prodotto le poesie di Sandro Bondi e i romanzi di Fabio/ Volo.
    È nella sezione degli Aforismi che la denuncia si fa totale, asfissiante, senza soluzione; e non c’è via di fuga perché “le rivoluzioni hanno soltanto cambiato le forme di governo, non le / ingiustizie dei governi.”
    Il male oscuro colpisce ovunque, dunque, per Lucini: attacca come un virus e contagia, nessuno ne è immune. È la morale della sora Lalla che tiene in piedi il sistema, ne detta le regole, lo rende omogeneo in ogni sua cellula. Una morale figlia di una moderna eugenetica, in cui la eco assordante della cultura berlusconiana, delle false ideologie, ha parificato tutto e tutti in una visione estetico-estatica della realtà, per la quale elettore equivale e cliente e valore a inganno:

    (…) che tutte nude danzano e sculettano
    fanno parte di un gioco che redime
    la vita dalla noia che ci opprime:
    non sono certo puttane, ma aspettano
    dopo “anni di studio e di fatica”
    un colpo di fortuna che le innalzi
    al ruolo di velina a piedi scalzi
    sul tavolo di Striscia la Notizia.
    Sora Lalla ci crede e benedice
    il fetido padrone del biscione
    fregato alla casata degli Ottone
    Visconti e degli Sforza, si stupisce
    che qualche sgronzo abbia da ridire
    invocando il rispetto per la donna(…)
    ( da La morale della sora Lalla)

    Dov’è dunque l’uomo, il civis che è tutta una cosa con lo Stato? Latita, forse: forse, imbottito di spot e qualunquismo, non si è anche accorto della propria mutazione genetica e morale.
    Il messaggio di Lucini è assordante: ricostruire una coscienza etica è quanto meno urgente. Per farlo, è necessario uscire dalle macerie, farsi casa comune.
    Il poeta di Hybris e dei Sapienziali utilizza, in questa prova, tutta la sua sapienza formale e sperimentale e raggiungere l’apice di un percorso che non sarà mai completo; lo fa con lo sguardo alto, leopardianamente. Sa che lo scacco è già consumato. Ora è necessaria la presa di coscienza, la consapevolezza. Altrimenti si rimane in attesa; altrimenti il rischio esistenziale è quello di scomparire.
    Lucini poeta a tutto tondo, dunque, innamorato della vis poetica in ogni sua forma espressiva: un’ossessione bulimica di dire in lui, che, nelle opere dell’ultimo periodo, tende a ripiegare in una riflessione interiore mai stanca o paga, anzi sempre vigile e attenta. L’utopia di un mondo a misura d’uomo si chiude così, in uno sguardo nitido, presente, al servizio di un’etica irrinunciabile, quella del bene comune.

  7. Gianmario Lucini. Un’etica senza politica?

    La lettura che Ivan Fedeli dà della poesia di Gianmario Lucini nello scritto presentato nella serata di Rovellasca ( e che ho ripreso dalla bacheca di FB di Fabrizio Bianchi) mi dà lo spunto per approfondire la mia lettura critica (qui: http://www.poliscritture.it/2016/10/11/la-poesia-secondo-gianmario-lucini/)
    Fedeli dà valore – devo dirlo in tutta sincerità – proprio a quegli aspetti della poetica di Gianmario che io ho criticato o da cui mi sono distanziato:
    – il suo turoldismo («un Dio in ascolto pietoso, a distanza, dalle profonde corde turoldiane, che osserva, annota, pazienta»);
    – «la voce dell’Autore», quando da «graffiante e dura» si addolcisce «nel desiderio dell’abbandono, dell’oblio» ( o direi io: nell’elegia);
    – lo «slancio etico di analisi del tessuto sociale contemporaneo»;
    – la ricerca poetica, che mira ad « avvicinarsi alla res incognita che solo la vera poesia accenna, solo la vera poesia rivela» .

    Anche se una poetica non viene mai “applicata” come se fosse una regoletta e i suoi limiti possono essere riscattati nel concreto poetare di chi (Lucini nel caso) pur la segue come principio guida, non nego che molti dei suoi lettori e amici ammirino di più proprio questi aspetti presenti nella poesia di Gianmario e coerenti anche con la sua poetica.
    Eppure, senza volerlo tirare sulla mia sponda, devo insistere: la poesia etica di Gianmario e la sua poetica comportano una rimozione o una rinuncia di fatto a pensare alla poesia ( e non alla Poesia) in termini *politici* e *storici* della poesia (come ho detto nel mio saggio.
    Tale rinuncia esce ancora più chiara dalla lettura di Fedeli. Infatti, anche egli evoca la politica (ad es. «quella dell’Italia berlusconiana e post»), ma finisce per presentarla come « male atavico che, come peccato originale, può essere mondato ma mai completamente rimosso». Proprio in un’ottica in fondo sapienziale come quella di Gianmario. E – direi io – distratta, perché, anche quando la poesia di Gianmario arriva alla «denuncia», non è tanto questa che Fedeli valorizza. Perché preferisce di più – pare – la « sommessa pietas nei confronti degli ultimi, i dimenticati dalle cronache, in un’ottica francescana».
    Ecco, qui vedo la rinuncia ad affrontare *sia pur solo in poesia* il gioco sporco dei “politici” – diciamo – *in tutta la sua sporcizia*: atteggiamento che è comune a molti poeti, anche quelli impegnati “civilmente”.
    Anche Fedeli scarta o salta la “realtà” o il problema della “realtà”. (Ricordarsi della sottovalutazione delle scienze da parte di Gianmario che ho sottolineato nel mio pezzo). E cosìfinisce per tessere le lodi di un atteggiamento orfico, che in fondo accoglie proprio le spinte più heideggeriane della filosofia e di molta poesia che oggi si va scrivendo in Italia: il «ripiegamento interiore», la «parentesi lirica», il « recupero del rapporto panico con la natura», la « conoscenza presintattica del mondo, finalizzata alla difficile ricomposizione della triade uomo-mondo-assoluto».

    Non mi sono mai accontentato di un Lucini «mistico-civile», come lo definisce Fedeli. Lo era? In toto? A me pare che in lui permanesse una inquietudine contraddittoria costretta purtroppo ad esprimersi soltanto nella sua poesia, certamente religiosa ( anche se un po’ lo negava), o nella sua frenetica attività di organizzatore culturale ai bordi delle Istituzioni più potenti.
    Non so come si sarebbe evoluta la sua riflessione se il confronto con noi di Poliscritture avesse potuto proseguire. Certo non sono così presuntuoso da credere che l’avremmo spostato dalla sua sponda. Personalmente, scartata la possibilità di far nascere in lui un interesse verso i problemi posti da Marx specie in un momento in cui questo pensatore è dato per liquidato, ho pensato di fargli ripensare il lato turoldiano della sua religiosità alla luce delle posizioni, ben più radicali secondo me, di Fortini e Ranchetti. Di quest’ultimo gli avevo prestato anche un libretto dal titolo eloquente, «Non c’è più religione». Non credo che abbia trovato il tempo di leggero.
    Ora, che i suoi amici o eredi spirituali spingono l’interpretazione della poesia di Gianmario proprio verso «uno scatto non più razionale, mimetico, ma possibile solo mediante l’accettazione del silenzio, la percezione di un’alterità assoluta che genera il reale, lo rende fruibile, cantabile» o pensino che « la storia [sia] raccordo tra l’umano e l’assoluto [e che] si adatt[i] agli spazi dove accade la vita, in ogni sua forma» a me proprio non va. E glielo dico apertamente, come l’avevo detto a Gianmario da vivo quando mi era stato possibile.

  8. La posizione di Ennio sulla poesia è sempre molto chiara “pensare alla poesia (e non alla Poesia) in termini *politici* e *storici* della poesia”. Ennio rileva che in Lucini “permane[va] una inquietudine contraddittoria” che forse eccedeva la sua poesia religiosa e perfino la sua frenetica attività di organizzatore culturale.
    Mi impensierisce la frase “ho pensato di fargli ripensare il lato turoldiano della sua religiosità alla luce delle posizioni, ben più radicali secondo me, di Fortini e Ranchetti”. E cioè, come la poetica, anche la disposizione religiosa può divenire “più radicale”? (Ma non della radicalizzazione di Lucini nel proprio pensiero, bensì in quello più “radicale” di altri.) Lucini non era sprovveduto dal punto di vista teologico. Nelle poesie di “Per il bosco” (già riportate in un altro Post di Poliscritture) e in queste di “Lettere confidenziali al Trascendente”, si legge agevolmente la profonda convinzione religiosa che esse esprimono.
    Chiedo a Ennio: crede davvero possibile svuotare di ogni autonomia la disposizione religiosa, riclassificandola provincia di quell'”atteggiamento orfico, che in fondo accoglie proprio le spinte più heideggeriane della filosofia e di molta poesia che oggi si va scrivendo in Italia”?

  9. @ Fischer
    Velocemente:
    1.
    Scrivi: « Ennio rileva che in Lucini “permane[va] una inquietudine contraddittoria” che forse eccedeva la sua poesia religiosa e perfino la sua frenetica attività di organizzatore culturale».
    No, non ho parlato di “eccedenza” ma di *costrizione* (dovuta anche a fattori esterni). Infatti ho detto: « Non mi sono mai accontentato di un Lucini «mistico-civile», come lo definisce Fedeli. Lo era? In toto? A me pare che in lui permanesse una inquietudine contraddittoria costretta purtroppo ad esprimersi soltanto nella sua poesia, certamente religiosa ( anche se un po’ lo negava), o nella sua frenetica attività di organizzatore culturale ai bordi delle Istituzioni più potenti».
    2.
    Sì, «“ho pensato di fargli [a Gianmario] ripensare il lato turoldiano della sua religiosità alla luce delle posizioni, ben più radicali secondo me, di Fortini e Ranchetti”». Non vedo che ci sia di scandaloso o innaturale. Tutti, credo, siamo mossi dal desiderio di convincere i nostri interlocutori ( o a volte anche gli avversari) del valore, della bontà, delle nostre credenze o convinzioni più profonde o delle idee scientifiche che professiamo. E lo facciamo con maggiore o minor distacco, aggressivamente o pacatamente o deduttivamente. A secondo delle situazioni, delle abitudini acquisite, degli interlocutori o avversari che incontriamo, della padronanza del linguaggio che usiamo. Lo facciamo anche quando ci poniamo in una posizione apparentemente neutra (o alla fin dei conti abbastanza neutra) o “rispettosa” delle “differenze”.
    3.
    « Come la poetica, anche la disposizione religiosa può divenire “più radicale”?».
    Non per tutti, forse, ma credo proprio di sì. Il nostro modo di pensare la poesia, la religione, la letteratura, ecc. può divenire “più radicale” in base alla riflessione su eventi che ci costringono a prendere atto della illusorietà delle nostre convinzioni precedenti. O in base al confronto con gli altri (ascoltando le altre “campane”). Altrimenti non si capisce perché alcuni di noi accettino più volentieri di confrontarsi con quelli che la pensano diversamente. O cerchino il confronto. ( A meno di non pensare al confronto come ad un atto di “debolezza”, a una minaccia alla propria “identità”).
    Chi si sottopone al confronto lo fa, secondo me, perché crede (magari anche illudendosi a volte o spesso) di poter influire sugli altri. E, magari (non sempre), è anche disponibile a cambiare le sue posizioni di partenza se il confronto dovesse svelare che sono infondate o più fragili di quanto credeva.
    Al contrario, ci sono persone che si limitano a proporre una loro convinzione più o meno elaborata in precedenza (sulla base di letture, riflessioni, ecc.) in modi decisi, che ad altri possono apparire anche dogmatici o autoritari. Costoro evitano il confronto o lo riducono al minimo, perché lo considerano – credo – secondario se non irrilevante per la loro ricerca. ( Non mi addentro nella questione se lo facciano per autodifesa o perché davvero hanno raggiunto un grado di consapevolezza più alto e non comunicabile a quanti sguazzano nei saperi “bassi” o “comuni”).
    4.
    Sulla «profonda convinzione religiosa» di Gianmario non ho mai avuto dubbi. Mi meravigliavo, invece, che alcune volte in qualche colloquio tendesse a negarla o a circoscriverla. Nella mia lettura di «Poesie per il bosco» che gli mandai in privato nel gennaio 2013 ( e che poi ho pubblicato in qualcuno dei post a lui dedicati) glielo sottolineai con insistenza, riportando i versi che a mio parere più la testimoniavano.
    5.
    No, non riclassifico e riduco a “provincia” la «disposizione religiosa». La riconosco come potenzialità che può maturare in forme varie. Alcune – ad es. quelle per me “radicali” (alla Muntzer, alla Ernst Bloch, alla Fortini, alla Ranchetti) – le apprezzo perché, *senza svuotarsi* (ma rimettendo in discussione le dottrine e le pratiche della tradizione) spingono il sogno o l’ utopia a fare i conti con il vivere concreto degli individui e delle società in trasformazione; e convergono (ma non è detto che coincideranno) verso i problemi posti in luce dagli ineludibili saperi scientifici (che Gianmario sottovalutava). Di altre – quelle che genericamente ho chiamato orfiche e heideggeriane – diffidò. Ci sento puzza di elitarismo, di immobilismo e di indifferenza ad ogni eventuale “salto” (rivoluzionario o reazionario) della storia.

  10. @ Ennio. Non voglio fare questioni terminologiche, ma se dici che “l’inquietudine terminologica era costretta a esprimersi” ecc. si può intendere che qualcosa eccedesse la costrizione.
    La questione invero è un’altra. Si può pensare che non tutto (idee, convinzioni, conoscenze, sensibilità e altro) debba essere sottoposto a confronto discussione integrazione?
    Non mi si risponda che nessuno è Athena nata grande e saggia dalla mente di Zeus (pero’ la Sapienza che è prossimissima a dio è di suo piuttosto completa, no? È vero che, in quanto spirito si esplica nella storia…)
    Ma non facciamola troppo difficile: uno o una può anche ritenersi in un punto di (precario, sempre) equilibrio, e cercare in proprio, e magari lontanissimo, quello che serve. Cos’è questa etica della discussione locale a tutti i costi? Molte e molti trovano crescita nella meditazione. Cioè, senza aut/ aut, c’è molto spazio, e le vie sono molteplici e intricate.

  11. Ho provato a raggiugere la serenità attraverso un certo tipo di pensiero che qualcuno potrebbe pensare fosse, meditativo, religioso, spirituale, insomma qualcosa che mi apparteneva e che ho trovato sulla mia strada. Non è stato facile allontanarmi da un certo ego che mi imprigionava, fatto di errori , incoerenze e forse anche dure prove a cui la vita mi aveva sottoposto. Ne sono uscita con più coraggio e finalmente più serena . E’ solo la mia storia che ancora continua e che mi avvicina sempre di più alla gente e alla consapevolezza. Resta il fatto che ognuno di noi trova la sua strada solo se riesce a camminare con tutti , pensando che ognuno di noi spesso cade ed ognuno di noi può aiutare gli altri a rialzarsi solo se si arriva alla reciproca comprensione. Lucini l’ha fatto.

  12. @ Fischer

    « Si può pensare che non tutto (idee, convinzioni, conoscenze, sensibilità e altro) debba essere sottoposto a confronto discussione integrazione?».
    Non capisco il senso della domanda: mi pare inconfutabile che « idee, convinzioni, conoscenze, sensibilità e altro» di milioni di uomini e donne non arrivino affatto al confronto e che non c’è nessuna autorità in grado di imporre «confronto discussione integrazione». Perciò parliamo di caos o di babilonie o di non comunicazione in una società che pur viene falsamente descritta come *della comunicazione*. Quelli che arrivano al confronto ( e non ne considero la qualità e l’efficacia) rappresentano la punta di un iceberg. Malgrado Internet.

    Sei tu forse che scovi nel mio punto 3 un invito a un’«etica della discussione locale a tutti i costi» o addirittura un aut aut immotivato. Ancora una volta ho semplicemente fatto una distinzione sperimentata in mille occasioni tra persone che cercano il confronto e « persone che si limitano a proporre [o imporre, aggiungo] una loro convinzione». Né ho messo in dubbio che « molti trovano crescita nella meditazione».Mi pare però evidente, che se la crescita non sia intesa come fatto individuale ( e spirituale) ma dovrebbe essere quella di un “noi”, andrebbe preferito il confronto. A meno che non si voglia la sottomissione degli altri a quella che si ritiene la Verità posseduta da tizio o caio.
    Sul confronto si punta quando la Verità o le verità non sono evidenti ( quasi sempre, secondo me). E anche quelli/e che le avessero attinte per la via della meditazione dovranno pur decidere ad un certo punto se tenersele per sé o farle conoscere ad altri/e. E torna in ballo il confronto, no? E in esso vengono fuori anche degli aut aut. Che hanno senso, appunto, se motivati e discussi.

    P.s.
    “l’inquietudine terminologica era costretta a esprimersi”. Penso che sia un refuso: io ho parlato semplicemente di «una inquietudine contraddittoria».

    1. Vero: “inquietudine contraddittoria”, non so da dove mi è scappata fuori quella “terminologica” (ho qualche problema col pc), volevo appunto chiarire che una inquietudine contraddittoria in quanto “costretta” si può dire che ecceda la costrizione. Ma sono sciocchezze.
      Invece: il punto 3 e la radicalità. Non c’è soltanto l’opposizione tra chi cerca il confronto e chi lo rifiuta, o perchè teme o perchè vorrebbe imporre o attenersi alla verità propria. Farò un esempio paradossale, che potrebbe prestare il fianco ad altro tipo di critiche, ma intanto chiarisce la mia idea. In un convento di clausura la vita comune e la vita in solitudine hanno uguale importanza. La ricerca in sè e l’amore reciproco non si contraddicono, ma non sono identici.
      Non a caso ho portato un esempio religioso, mi ha colpita che tu abbia scritto delle posizioni di Ranchetti che fossero più “radicali”. Radicale la sua critica alla istituzione chiesa, “distinta in una chiesa visibile e chiesa invisibile si faceva esempio della società perfetta, ma anche mediatrice fra gli uomini e Dio”. Ma dalle poesie lette di Lucini non mi sembrava rilevante per lui questo tipo di discorso, cioè rilevante sul piano spirituale.

      1. Intendevo dire: le posizioni di Ranchetti le trovo più radicali (sia pur da cattolico) rispetto a quelle di padre Turoldo. Soprattutto sul piano della critica alla Chiesa come istituzione. Non dimenticare che Ranchetti fu uno storico. E avevo suggerito a Gianmario la lettura di quel libretto (“Non c’è più religione”) proprio per queste due ragioni.

  13. @ Banfi

    Il tuo discorso fila ma considera soltanto il piano del singolo che – o rivolgendosi a qualche terapia di carattere psicanalitico o alle varie forme di religione o di meditazione (zen, buddista, taoista, ecc) – mira appunto a «raggiungere la serenità» (dell’anima, dello spirito, ecc). Ed è vero che alla fine di uno di questi percorsi si può maturare una maggiore disponibilità a stare o ad ascoltare (genericamente, secondo me) la gente. Ma come si fa a «camminare con tutti» proprio non lo capisco. Basta avvicinarsi davvero a tizio e caio o caia ( il precario, la disoccupata, quello/a con problemi psichici) o a quelli che fanno politica o cultura (o anche poesia!) e la serenità raggiunta salta o è messa a dura prova. Perché i rapporti sono quasi sempre conflittuali ( e spesso ipocriti); e la serenità che raggiungi esclusivamente nella tua anima o nel tuo gruppo di affini (per religione, meditazione, ecc.) è sempre precaria, provvisoria, ristretta a una cerchia di amici e amiche, con cui *pare* ci si intenda di più (ma non è detto). Di gente che aiutano altri a rialzarsi ( e non lo facciano in modo organizzato: per “professione” o “volontariato”) ne vedo poca in giro. Specie oggi con la crisi, la disoccupazione , le povertà che crescono. E allora, se vuoi appena appena affacciarti in questi conflitti ( per non parlare delle guerre in corso e in arrivo), meglio rinunciare a «raggiungere la serenità». E puntare ad una inquietudine vigile ( come quella che riconosco a Gianmario).

  14. A Ennio
    La serenità non è felicità e neanche gioia , è quella condizione che ti permette di riuscire a capire ciò che prima era un ostacolo, un rifiuto. Hai grande ragione quando dici che la serenità sempre è messa a dura prova, perciò l’insegnamento che ti ha aiutato a raggiungerla non è e non deve essere un fatto solo di quel momento ma deve accompagnarti sempre. Le guerre, la fame , le distruzioni portano paura e spesso si cerca di non pensarci, come se non pensando le cose si possano sistemare. La gente che aiuta gli altri, dici, ne vedi poca in giro, vero, per questo penso che il raggiungimento della consapevolezza che esiste l’umanità oltre alla politica è indispensabile, e che il bisogno di comprensione e passione nei confronti della gente deve arrivare prima della politica , giacché, senza politica non si può organizzare la società. Per quanto riguarda i veri amici ne ho pochissimi, gli altri camminano con me, altri mi stanno distanti, l’importante è non perdersi di vista.

  15. …penso che se una persona riuscisse ad essere di un’ inquietudine vigile e serena nello stesso tempo, non considerandosi onnipotente, potrebbe evitare di andare fuori di testa o di ammalarsi ed è importante di questi tempi, per quanto la misura sia a volte difficile da conservare o raggiungere. In quanto a G. Lucini, penso che il suo pensiero in generale, e religioso in particolare, fosse radicale…un denominatore comune con il pensiero radicale di Fortini o di Ranchetti…poi è naturale considerare, dei vari autori e poeti, differenze di livello e specificità. Il confronto è giusto, come ricerca, ma poi la sintesi è sempre anche un po’ personale

  16. SEGNALAZIONE

    * A proposito della domanda che mi facevo nel titolo: “Gianmario Lucini. Un’etica senza politica?” (Ennio Abate 18 ottobre 2016 alle 15:08) trovo questo passo complicato in un articolo filosofico complicatissimo (per me) su CONSECUTIO TEMPORUM, che però sembra dare senso positivo alla mia domanda. (Ne riparleremo):

    la nostra interrogazione riguarda proprio il circolo fra teoria e prassi, la risoluzione del quale pone le basi per il conseguimento della totalità e della liberazione della totalità da se stessa. La unificazione fra concetto e oggetto, che ne è l’esito, è resa possibile da una prassi che sappia riconoscere nell’oggettività che trasforma non il nulla, ma qualcosa di dotato di significato e valore. Senza il recupero delle movenze proprie dell’attività conoscitiva, dicevamo, questo non potrebbe mai avvenire e la prassi si avvolgerebbe in contraddizioni fatali. Ma che cosa accadrebbe se la prassi non si limitasse a commisurare quanto prodotto nel mondo ai suoi scopi e invece mettesse in questione l’intero quadro delle sue condizioni di possibilità? Nell’assetto hegeliano le contraddizioni che vengono segnalate e poi censurate sono quelle della prassi etica o anche – vista l’omologia che intercorre nella Logica fra il capitolo sulla teleologia e quello sulla idea del bene – quelle della prassi produttiva, ma non quelle della prassi propriamente politica, la quale, quando è al suo meglio, mira a collegare ogni intervento trasformativo all’insieme della realtà sociale entro cui avviene. Per non parlare della marxiana prassi rivoluzionaria, che, da questo punto di vista, è un potenziamento delle prestazioni del politico: in essa ogni intervento trasformativo va considerato alla luce dell’annullamento della totalità sociale stessa. In questo caso, non vi è alcuna chance di continuare a considerare l’oggettività come avente in sé valore perché comunque in essa si esplicita l’attività di essenze libere come le nostre. La prassi politica fa cioè saltare l’unità fra concetto e oggetto che è a fondamento della totalità immediata della idea assoluta e del suo processo di liberazione da se stessa. Quella distanza della totalità da se stessa che l’idea assoluta introduce al termine del suo svolgimento è così piuttosto introdotta dalla politica prima ancora che la idea assoluta possa sorgere. L’assenza della politica, o meglio dell’azione politica, che secondo noi indebolisce il sistema filosofico hegeliano anche in altri luoghi fondamentali, arriva fino al culmine della logicità, manomettendone l’impianto.”

    (Hegel: totalità e libertà in un mondo trasformato dalla prassi
    di Giorgio Cesarale
    http://www.consecutio.org/2014/12/hegel-totalita-e-liberta-in-un-mondo-trasformato-dalla-prassi/)

    1. Cesarale esamina “il modo in cui, in un luogo cruciale del suo sistema, la trattazione della “idea assoluta” nella Logica, Hegel giunge a ripensare il rapporto fra totalità e libertà.” In effetti, l’introduzione del concetto di prassi politica fa saltare il nesso tra totalità e libertà.
      Ma siamo noi dentro questo nesso hegeliano di totalità e libertà? Forse in qualche nesso teologico…
      :-))

  17. “Ma siamo noi dentro questo nesso hegeliano di totalità e libertà? Forse in qualche nesso teologico…:-))” (Fischer)

    Pregoooo?….Spiegare di più….

    1. Spiegare, spiegare… ma anche intuire un poco!
      L’articolo di Cesarale comincia così: “La storia della filosofia del Novecento è … quasi costituita si potrebbe dire dalla critica alla nozione hegeliana di totalità”, da Heidegger ad Adorno, da Levinas a Deleuze. (Poi Cesarale tratta di Lucacs, che prima oppone individualità borghese e totalità e poi si impegnerà a difendere il concetto di totalità hegeliano.) Cesarale col suo articolo vuole però entrare nel meccanismo stesso di articolazione di totalità e libertà secondo Hegel, e dimostrare come l’introduzione del concetto di prassi nel passaggio “logico” tra idea assoluta e natura faccia saltare quel nesso. Nella prassi infatti l’idea è ormai riferita a se stessa e non limitata da una “natura” che ha ricompreso in sé. Ma questo non vale per la prassi politica e in particolare per quella rivoluzionaria marxiana in cui “ogni intervento trasformativo è un potenziamento delle prestazioni del politico: in essa ogni intervento trasformativo va considerato alla luce dell’annullamento della totalità sociale stessa.”
      La prassi quindi apre e scompagina la totalità, apre il mondo, lo sovverte, lo rivoluziona: quel mondo come totalità, come Tutto creato, e quindi mondo uno. L’idea di  totalità nasce religiosa, dall’idea di creazione.
      Ne so pochissimo, ma dopo il nazismo la teologia non è ottimistica sui rapporti tra Dio l’uomo e il mondo. Anche se dai semplici si crede ancora all’intervento di Dio nel mondo, che è suo, ed è uno.
      La fede dei semplici quindi, ma Lucini (e Ranchetti) non erano semplici, pur essendo uomini di fede.
      Quindi la citazione di Cesarale che hai riportato a proposito del rapporto tra etica e politica in Lucini ci potrebbe stare, ma io sono piena di dubbi al proposito. Intanto il legame tra totalità e religiosità in Lucini, che pure era creazionista, è tutto tarlato dai dubbi che ha espresso con le sue poesie del disgusto.
      E poi la prassi, e la prassi rivoluzionaria marxiana, non sono concetti definiti e chiari, filosoficamente se ne discute, e politicamente… anche.
      L’articolo di Cesarale, concluderei così, appartiene alla “storia della filosofia”, usare i concetti su cui opera come quegli stessi che sono necessari alla nostra realtà mi risulta improprio.

  18. IO/NOI….

    Ad integrazione del mio commento precedente (Ennio Abate 19 ottobre 2016 alle 18:28) e sempre dallo stesso articolo di CONSECUTIO TEMPORUM (Husserl e le “Scienze del male”. Considerazioni etiche e fenomenologiche di Valerio Carbone
    http://www.consecutio.org/2015/03/husserl-e-le-scienze-del-male-considerazioni-etiche-e-fenomenologiche/ ) appena indicato rispondendo a de Robertis (qui: http://www.poliscritture.it/2016/10/11/la-poesia-secondo-gianmario-lucini/#comment-43877 ) stralcio altri brani che mi paiono utili per approfondire la questione posta tra i vari modi di “cercare la verità” o – semplifico ! – tra propensione al dialogo o alla “crescita nella meditazione”:

    1.
    Nella sua prima opera importante, L’autismo e la lettura della mente (1995), Baron-Cohen risolve i problemi dell’autismo nelle difficoltà empatiche, presentando una definizione cognitiva dell’empatia. Il lavoro che a noi maggiormente interessa, però, è il più recente La scienza del male. L’empatia e le origini della crudeltà (2011) in cui i risultati scientifici sono avvalorati da rilevanti considerazioni di valore etico.
    Ridefinendo il problema del “male” in termini di “empatia”, Baron-Cohen esamina perché alcune persone diventino capaci di crudeltà, e lo fa indagando il modo in cui una perdita del naturale sentimento empatico abbia inevitabilmente questa conseguenza. “I nazisti avevano trasformato gli ebrei in paralumi”, – è questo l’esordio shock del testo, – ciò significa, nondimeno, da un punto di vista squisitamente filosofico, trasformare le persone in oggetti.

    Alcuni scienziati nazisti – continua Baron-Cohen – avevano condotto particolari “esperimenti d’immersione” allo scopo di studiare le forme estreme dell’adattamento umano. Naturalmente quegli scienziati si erano avvalsi di ebrei e di altri detenuti prelevati dal campo di concentramento. Furono ricerche del tutto immorali, è evidente, rese però possibili dal fatto che quei professionisti, non necessariamente sadici e crudeli per natura, avessero saputo “spegnere” i naturali sentimenti di compassione per un altro essere umano che soffre. Ciò che quegli scienziati avevano perso di vista nei loro esperimenti così crudeli era proprio l’umanità dei loro soggetti[18], quella soggettività[19] sacrificata al bene superiore della ricerca medica. È questo il tema hegeliano del riconoscimento.
    Il grande ideale della razionalità illuministica (Adorno–Horkheimer docent) è la stessa ragione biecamente strumentale che Husserl condannava ai tempi della Crisi. È stato un male estremamente banale quel male che ha contraddistinto le più grandi tragedie della storia dell’umanità[20].
    Parlare dell’insolubile problema del male in termini fenomenologici è forse un azzardo. Proviamo, tuttavia, – seguendo il ragionamento di Baron-Cohen, – a sostituire il termine “malvagità” con il concetto di “erosione empatica”. L’erosione empatica è una forma di “malattia della percezione” (definizione mia) che può svilupparsi a causa di emozioni, stati d’animo o ragionamenti corrosivi, come il desiderio di vendetta, il portare risentimento, l’odio cieco, la paura, eccetera. Non è un volo pindarico della psicologia, neppure un vezzo delle scienze cognitive: l’intuizione del legame fra erosione di fondo e trasformazione delle persone in oggetti – fa presente ancora Baron-Cohen – risale al filosofo austriaco (poi naturalizzato israeliano) Martin Buber, non a caso un campione dell’intersoggettività.
    Buber pubblica il suo libro più famoso nel 1958. Il testo, L’io e il tu, contrappone il modo di essere-nel-mondo tipico della relazione autentica Ich-Du (Io-Tu, per l’appunto) al modo strumentale Ich-Es(Io-Esso). Se dunque il primo modo mette in relazione il soggetto con un’altra persona considerata kantianamente come “fine in sé”, il modo Io-Esso mette in campo un rapporto esclusivamente strumentale, in cui il soggetto si confronta con un’altra persona o con un oggetto per usarli in vista di qualche scopo. Quando la nostra empatia è spenta non esiste l’altro e non può esserci intersoggettività. Quando la nostra empatia è spenta, – come accaduto agli scienziati nazisti, – per noi esiste il solo modo dell’“Io”, di una coscienza che si espone al mondo nell’esclusività intenzionale del soggetto-oggetto: in tale stato, ci possiamo rapportare soltanto alle cose o alle persone trasformate in cose. La Lebenswelt è così messa da parte, tra parentesi, abbandonata alle circonvoluzioni del solipsismo.
    La ragione strumentale – quella scientifico-calcolante per intenderci – detiene comunque un primato pratico. Quando infatti una persona è focalizzata sul perseguimento dei propri interessi, quando è concentrata soltanto sulle proprie azioni, essa si trova potenzialmente in uno stato di scarsa empatia. Non per questo diventa malvagia. Nella migliore delle ipotesi vive in un mondo tutto suo; in ogni caso non ha attenzione per il mondo-della-vita. Vive di rappresentazioni, di segni, di oggetti da modellare nel modo più efficace e produttivo. È questo, tuttavia, uno stato transitorio e propedeutico per la realizzazione dei propri obiettivi specifici. Non c’è niente di sbagliato, altrimenti neppure leRicerche filosofiche e tutta la pragmatica del “secondo Wittgenstein” avrebbero motivo di esistere.
    Baron-Cohen ci dice che esiste empatia“quando smettiamo di focalizzare la nostra attenzione in modo univoco (single-minded), per adottare invece un tipo di attenzione “doppia” (double-minded)” (p 13). Perché focalizzare la propria attenzione “in modo univoco” significa prestare attenzione soltanto alla propria mente, ai propri pensieri e alle proprie percezioni; mentre un’attenzione “doppia” indica la compresenza dell’altro-in-quanto-tale all’interno della propria prospettiva[21].

    Essere in grado di entrare in empatia significa essere in grado di comprendere con precisione la posizione dell’altra persona, identificarla con un “dove si trova” […] L’empatia evita il rischio di fraintendimenti e di problemi di comunicazione, consentendo di capire che cosa potrebbe intender l’altra persona (pp. 15-16).

    2.
    Terminato il PhD presso l’University College London sotto la supervisione della neuroscienziata tedesca Uta Frith, Baron-Cohen diviene coautore (nel 1985) di un primo, importante studio che riporta l’autismo a un ritardo nello sviluppo di una teoria della mente e a un certo grado d’incapacità nello sviluppare consapevolezza di cosa possa esserci nella mente di un altro essere umano (incapacità poi definita “mind-blindness”, o “cecità mentale”). L’elaborazione di una teoria della mente da parte del bambino è infatti fondamentale per acquisire la capacità di sostenere interazioni sociali e per lo stesso sviluppo dell’empatia. Nei suoi studi, Baron-Cohen ha dunque teorizzato un’insufficiente “joint attention” (la capacità di condividere le esperienze, osservando oggetti o eventi, oppure seguendo uno sguardo o un gesto di puntamento) come fattore predisponente dell’autismo. È stato quindi il primo a dimostrare il ruolo centrale della corteccia orbito-frontale e dell’amigdala nella teoria della mente. Intorno alla fine degli anni Novanta, sviluppa inoltre la “empathizing–systemizing theory”, teoria secondo la quale il diverso bilanciamento di capacità empatica (preponderante nelle donne) e di sistematizzazione (preponderante negli uomini) permette di comprendere le tipiche differenze psicologiche tra i generi. In quest’ambito, l’autismo (la mente sistematizzante) rappresenta una forma estrema di “cervello calcolante maschile”, con capacità di empatia deficitaria, associata a una capacità di sistematizzazione superiore.

    3.
    La dipendenza dalla prospettiva e dal punto-di-vista è inoltre, per Husserl, fondamentale poiché diventa lo spunto logico necessario per legittimare il suo passaggio da una fenomenologia solipsistica a una fenomenologia completa o dell’intersoggettività. Ogni percezione, lo sappiamo, rinvia sempre a una continuità, ovvero a molteplici possibili percezioni nelle quali e per le quali un medesimo oggetto mostrerebbe sempre nuovi lati di sé. Ciò che viene percepito, infatti, non esaurisce mai lo sguardo sull’oggetto. È come se l’oggetto dicesse: “Qui c’è ancora qualcos’altro da vedere, girami da tutti i lati, percorrimi con lo sguardo, vienimi più vicino, frazionami”. Nessuna serie percettiva che affonda le radici nei vissuti del soggetto può esaurire il senso dell’oggetto, essendo, virtualmente infinite le prospettive da cui l’oggetto si può guardare. Ecco perché la possibilità del punto di vista, della prospettiva, è ciò che, da un lato puramente logico, apre al confronto con l’altro. Chiaramente la manifestazione che io ho dal mio punto di vista non posso averla da un altro punto di vista: un Altri, che proprio ora si trova in una posizione diversa da me, può avere quella manifestazione che a me manca, che a me occorre per intendere l’oggetto in modo differente. Per questo la consapevolezza di una necessaria “collaborazione” degli altri soggetti alla costruzione della mia esperienza del mondo porta Husserl a rivalutare il fondamento stesso del senso, non più soggettivo ma intersoggettivo. Naturalmente però – ma questo lo vedremo in seguito – per superare la prigione del solipsismo sarà indispensabile il ruolo trascendentale assunto dal corpo (la corporeità) in quanto veicolo empatico di confronto con gli altri. [3] La terza caratteristica dell’intenzionale è infine l’indipendenza della coscienza dall’esistenza degli oggetti cui essa si rivolge. Possiamo, com’è noto, immaginare e presentificare entità che non esistono (la montagna d’oro, la fonte della giovinezza), ma anche percepire oggetti che in realtà non esistono, come si verifica nelle allucinazioni. Porre l’intenzionalità, come fa Husserl, al centro della descrizione fenomenologica, significa anzitutto individuare la radice della coscienza nella sua stessa attività rappresentazionale.

  19. In effetti il collegamento tra Poesia con bene e vero, che fa Lucini, è confermato dalla lettura di Carbone su Husserl e Baron-Cohen: dal contrario, il male deriva da un problema di conoscenza, dalla cosalizzazione dell’altro, nel rapporto io-tu, tu diventa cosa.
    L’ambiente in cui sono cresciuta appena finita la guerra era di tradizione austroungarica, classe sociale povera, mentalità patriarcale e fascista. Carbone si riferisce al nazismo, ma quella stessa crudeltà era custodita nel profondo degli adulti, anche se mai portata a coscienza, sempre però pronta a scoppiare, la bambina che ero capiva il rischio di scatenare una durezza infernale. Il contesto di riferimento era: la vita è terribile, quindi lavorare duramente, evitare di disturbare chi comanda, non mostrare quel che si pensa. Quando ho conosciuto gli studi sulla Personalità autoritaria di Horkeimer e Adorno li ho trovati corrispondenti a quella esperienza infantile (ma poi si diventò adolescenti, quelli della mia generazione, nel bum economico e nel clima di lotte degli anni 60).
    Alessandro Dal Lago riporta in “Carnefici e spettatori” l’esecuzione di Damiens, il 28 marzo 1757, per aver attentato alla vita di Luigi XV, con le parole di Peter Weiss e di Casanova, e nota che Casanova “non mette in discussione la legittimità del supplizio” e “non mostra una particolare riprovazione … quando, una decina di anni dopo, ne dà un sintetico resoconto”. La cosalizzazione del tu è nel fondo nella nostra cultura. Parto da qui per cercare di capire il rapporto tra poesia ed etica, e sottolineo che Carbone parla della sua “stravagante panoramica sulle ‘scienze del male'”, precisando che: “Come accade tutt’oggi […] anche all’epoca di Husserl e della fenomenologia, esistevano studi incrociati tra la psicologia e la storia dell’arte”.
    Questa lunga premessa per trattare della contraddizione che Ennio Abate vede nel “pensiero poetico integrale” di Lucini. “Per chi scrive, nulla può essere bello, (vero, buono, ecc.) se non è anche giusto, e viceversa”, è la posizione di Lucini.
    Ennio nota: “Il discorso da fare e che Lucini evita o non considera a sufficienza è quello sulla poesia (minuscolo) come campo di tensioni e contraddizioni, per cui chi dice la Poesia e crede di essere il sacerdote di questa entità universale mente o s’illude […] Lucini sente questo punto contraddittorio del suo ragionamento sulla Poesia e cerca di rimediarvi ancora ricorrendo al sentimento; e afferma che ‘per scrivere poesia civile bisogna non soltanto *sentire* questa poesia ma avere anche una certa conoscenza di come vanno le cose’ […] Così dicendo, è costretto, suo malgrado, a limitare la schiera di quanti possono o potrebbero scrivere ‘poesia civile’ e, dunque, a ridimensionare la portata universalistica del suo ‘pensiero integrale'”.
    La contraddizione è tra universalità della poesia secondo Lucini, e il suo stesso rimando a *sentire* l’esperienza delle contraddizioni sociali.
    A me pare che i due ragionamenti, quello di Lucini-Carbone, e quello di Ennio siano su un piano diverso, riguardo al male, per dirla con Carbone, e riguardo le contraddizioni sociali e politiche per Ennio.
    Per Carbone il male è non conoscenza (una lunga tradizione), infatti scrive: “Proviamo, tuttavia, – seguendo il ragionamento di Baron-Cohen, – a sostituire il termine ‘malvagità’ con il concetto di ‘erosione empatica’. L’erosione empatica è una forma di ‘malattia della percezione’ (definizione mia) che può svilupparsi a causa di emozioni, stati d’animo o ragionamenti corrosivi, come il desiderio di vendetta, il portare risentimento, l’odio cieco, la paura, eccetera. […] Quando infatti una persona è focalizzata sul perseguimento dei propri interessi, quando è concentrata soltanto sulle proprie azioni, essa si trova potenzialmente in uno stato di scarsa empatia. Non per questo diventa malvagia.”
    I passaggi -all’indietro- sono: malvagità=erosione empatica=malattia della percezione. A causa di stati d’animo come paura risentimento vendetta, quel coacervo di cattive emozioni che mi facevano paura negli adulti quando ero bambina, proprio a ridosso del tempo e dei luoghi in cui il nazismo, l’altra faccia dell’illuminismo, aveva dominato. Carbone chiarisce con la riflessione filosofica e psicologica il substrato, antropologico sì, ma sempre storico e sociale (e cita la “Crisi delle scienze europee” di Husserl), della crudeltà, sempre all’opera nel dominio e nelle guerre.
    Per Ennio è nella dimensione storica dei conflitti in cui noi sempre siamo, che possono diventare “vere” le idee generali e universali di bello vero e buono “Soltanto se, per raggiungere la bellezza (o la Bellezza) si dovesse obbligatoriamente attraversare il terreno della storia, del ‘noi’, dei conflitti sociali, delle guerre, i poeti tutti sarebbero costretti ad affacciarsi oltre i ‘confini della poesia’ (Fortini), a rimetterla in discussione, o per trasformarla o per estendere alla vita, sempre come pensava Fortini, la sua spinta formalizzante.” http://www.poliscritture.it/2016/10/11/la-poesia-secondo-gianmario-lucini/
    Non saprei definire questi due modi di trattare il rapporto tra poesia ed etica, di implicazione necessaria per Lucini, di disgiunzione e subordinazione alla politica per Ennio, se non come due strategie, ambedue possibili, cioè politiche e storiche, di cui vedo i rapporti e non l’esclusione.

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