Appunti politici (4 bis): “Comunismo” di Franco Fortini

COMMENTO A “COMUNISMO” DI FRANCO FORTINI (punti 7,8)
articolo apparso su “Cuore”, supplemento de “L’Unità”, 16 gennaio 1989)

Concludo con quest’ultimo articolo il commento a “Comunismo” di Fortini. I due articoli precedenti sono reperibili qui e qui.  Al commento farò seguire un confronto con le posizioni  che sviluppano il concetto di comunismo in modi diversi o contrapposti a quello di Fortini o lo liquidano.  Chiedo a quei pochi che prendono sul serio questi discorsi di associare le idee qui espresse alle immagini e alle parole di un documentario del 2015 che ho scoperto su You Tube in questi giorni, HUMAN. La versione completa è  suddivisa in tre parti.  I link per accedervi sono alla fine di questo testo. [E. A.]

di Ennio Abate

7.
CHI QUELLA LOTTA ACCETTA SI FA DUNQUE, E NEL MEDESIMO TEMPO, AMICO E NEMICO DEGLI UOMINI. NON SOLO AMICO DI QUELLI IN CUI SI RICONOSCE E AI QUALI, COME A SE STESSO, INDIRIZZA LA PROPRIA AZIONE; E NON SOLO NEMICO DI QUANTI RICONOSCE, DI QUEL FINE, NEMICI. MA ANCHE NEMICO, SEBBENE IN ALTRO MODO E MISURA, ANCHE DEI PROPRI FRATELLI E COMPAGNI E DI SE STESSO; PERCHÉ NON DARÀ REQUIE NÉ A SÉ MEDESIMO NÉ A LORO, PER STRAPPARE ESSI E SE STESSO AGLI INGANNI DELLA DIMENTICANZA, DELLE APPARENZE E DEL SEMPRE-UGUALE.
DOVRÀ EVITARE L’ERRORE DI CREDERE IN UN PERFEZIONAMENTO ILLIMITATO; OSSIA CHE L’UOMO POSSA USCIRE DAI PROPRI LIMITI BIOLOGICI E TEMPORALI. QUESTO ERRORE, CON LE PIÙ VARIE MANIPOLAZIONI, HA GIÀ PRODOTTO, E PUÒ PRODURRE, DEI SOTTOUOMINI O DEI SOVRAUOMINI; EGUALMENTE NEGATORI DEGLI UOMINI IN CUI CI RICONOSCIAMO. EREDITATO DALL’ILLUMINISMO E DALLO SCIENTISMO, DEPOSITATO DALLA CULTURA FAUSTIANA DELLA BORGHESIA VITTORIOSA DELL’OTTOCENTO, QUELL’ERRORE OTTIMISTICO FU PRESENTE ANCHE IN MARX E IN LENIN E OGGI TRIONFA NELLA MASCHERA TECNOCRATICA DEL CAPITALE. QUANDO SI PARLA DI UN AL DI LÀ DELL’UOMO, È DUNQUE NECESSARIO INTENDERE UN AL DI LÀ DELL’UOMO PRESENTE, NON UN AL DI LÀ DELLA SPECIE. COMUNISMO È RIFIUTARE ANCHE OGNI SORTA DI MUTANTI PER PRESERVARE LA CAPACITÀ DI RICONOSCERSI NEI PASSATI E NEI VENTURI.

Se leggiamo questo passo conoscendo il percorso autobiografico e intellettuale di Fortini,vi troveremo un esempio della saldatura tra la sua giovanile formazione religiosa (inizialmente ebraica e poi cristiano-valdese) e l’antropologia marxista e comunista. Il singolo – cristiano, comunista – , scegliendo la lotta, diventa, fuori da ogni misantropismo o filantropismo, «nel medesimo tempo, amico e nemico degli uomini». Amico «di quelli in cui si riconosce». Che possono essere gli appartenenti ad una classe sociale, a un partito organizzato, a un’area culturale. Coopererà a loro favore ma anche a favore di se stesso. (Non si tratta di generico altruismo). Diventerà con tale scelta, allo stesso tempo, anche «nemico» di quanti non condividono e contrastano il «fine» (il comunismo) perseguito dalla parte (o “partito” in senso lato e non solo politologico) di uomini coi quali collabora.
In una poesia del 1958, «Forse il tempo del sangue…», che varie volte ho riproposto, troviamo dei versi che chiariscono questo tipo di fraternità realizzabile tra uomini (e donne) in lotta: « Cercare i nostri eguali osare riconoscerli / lasciare che ci giudichino guidarli esser guidati / con loro volere il bene fare con loro il male /e il bene la realtà servire negare mutare». La parte che viene scelta non ha,cioè, nulla della mitica comunità coesa al suo interno e perciò rassicurante per il singolo, che, scegliendola, vi si adagerebbe o addirittura fonderebbe. Una classe, un partito non è affatto una comunità di buoni, che opera sicuramente per il bene. Fortini lo dice chiaro e tondo: « con loro volere il bene», cioè perseguire quei valori ritenuti validi, ma anche «fare con loro il male», cioè trasgredire valori e norme che i nemici ritengono invece assolutamente giusti.

Subito dopo, però, e solo in apparenza contraddicendo la netta e statica separazione (schmittiana) amico/nemico ( ma si potrebbe anche dire: buoni/cattivi), Fortini dice che «chi quella lotta accetta» – ripeto: cristiano, comunista – si fa «anche nemico […] dei propri fratelli e compagni» , «sebbene in altro modo e misura». (Intendo: non con la medesima durezza, ma graduandola rispetto alle circostanze, alla realtà da « servire negare mutare») .
È importante sottolineare questa “interiorizzazione” del discorso: sia nei confronti «dei propri fratelli e compagni» sia nei confronti «di se stesso». Questa intransigenza – paradossale, inspiegabile o eccessiva per il senso comune ( “ma come, non siamo fratelli della stessa famiglia (umana)? non siamo nello stesso partito? nella stessa comunità o patria?”) – è invece coerente sia con la visione cristiana che con l’antropologia marxista. Gli altri intesi come * noi*, pur diventati « propri fratelli e compagni» di lotta, e pure ciascun partecipante a questo *noi* (da non intendere – è bene ripeterlo – come naturale o preesistente, ma scelto e sempre in ardua costruzione) possono/può sempre cedere alla «dimenticanza» dello scopo per cui si lotta o farsi ingannare dalle «apparenze» (ah, il teatrino della politica!) o adagiarsi nel «sempre uguale» delle abitudini o nell’inerzia. E qualcuno («chi quella lotta accetta») dev’esserci che «non darà requie né a «sé medesimo» né «a loro».

(Vorrei ricordare che questa dialettica tra il sonno, che può invadere la ragione e la volontà sia di una società che dei singoli, e il rifiuto di «chi quella lotta accetta» di assopirsi o rassegnarsi è presente in tutta l’opera di Fortini. É stata analizzata da Pietro Cataldi in un saggio intitolato «Il sonno e la veglia» in «Dieci inverni senza Fortini 1994 – 2004» (Quodilibet 2006) e ad esso rimando. Mi è poi venuta in mente una sua poesia, «Il nido», a pagina 86 di «Paesaggio con serpente» (Einaudi 1984) , dove insiste sul tema: «Dentro il nido ignoranti esserini /alla frenesia della madre tremeranno. Griderà la fame e tutto insegnerà la madre. / Nell’aria inorridita voleranno / e non sapranno nulla di più mai». Sicuramente questo tema rimanda echi evangelici: «”Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra: sono venuto a portare non pace, ma spada!” (Matteo 10,34) , che si affiancano bene però alla la visione della storia come conflitto (di classe) del marxismo.
Nel passo successivo, dove Fortini critica il progressismo illuministico settecentesco e il positivismo ottocentesco («l’errore di credere in un perfezionamento illimitato»), la figura del superuomo ben o male attribuita a Nietzsche o quella staliniana dell’”uomo nuovo” sovietico, vorrei sottolineare ancor di più l’elemento autobiografico, generazionale e tenacemente umanista dell’esperienza militante Fortini. È stato tra i pochi che costantemente ha criticato il “progressismo”, il mito ottimistico dei “punti alti” dello sviluppo capitalistico, « presente anche in Marx e in Lenin», ma contraddetto già ai suoi tempi da «altre parti del movimento operaio» e poi dagli sviluppi storici. (Tra i tanti rimanderei per un approfondimento ad un polemico articolo, «Filoamericani di sinistra colonizzati e contenti» (Talpa/Manifesto del 3 maggio 1991).

Il comunismo di Fortini nonsi confonde perciò mai con l’avanguardismo. Egli respinge l’ideologia capitalistica dominante, che continua a distinguere fra paesi avanzati e paesi arretrati, senza mai specificare mai i criteri di tale distinzione, finendo per ritenere “progresso” la crescita del prodotto nazionale lordo). Per lui i massimi punti di sviluppo sono inseparabili dai minimi e dialetticamente connessi: lo “sviluppo” costruisce “arretratezza”. E perciò contro questo mito, che « oggi trionfa nella maschera tecnocratica del capitale» e che mira a «un al di là dell’uomo» o a « un al di là della specie», Fortini ha varie volte chiarito che, quando si parla di un al di là dell’uomo, è necessario intendere un *al di là dell’uomo presente*. Ha continuato, cioè, a far riferimento al piano della storia della specie umana e non ad un al di là della specie. Per lui «comunismo è rifiutare anche ogni sorta di mutanti per preservare la capacità di riconoscersi nei passati e nei venturi».

8.
IL COMUNISMO IN CAMMINO ADEMPIE L’UNITÀ TENDENZIALE TANTO DI EGUAGLIANZA, FRATERNITÀ E CONDIVISIONE QUANTO QUELLA DI SAPERE SCIENTIFICO E DI SAPIENZA ETICO-RELIGIOSA. LA GESTIONE INDIVIDUALE, DI GRUPPO E INTERNAZIONALE, DELL’ESISTENZA (CON I SUOI INSUPERABILI NESSI DI LIBERTÀ E NECESSITÀ, DI CERTEZZA E RISCHIO) IMPLICA LA CONOSCENZA DELLE FRONTIERE DELLA SPECIE UMANA E QUINDI DELLA SUA INFERMITÀ RADICALE (ANCHE NEL SENSO LEOPARDIANO). QUELLA UMANA È UNA SPECIE CHE SI DEFINISCE DALLA CAPACITÀ (O DALLA SPERANZA) DI CONOSCERE E DIRIGERE SE STESSA E DI AVERE PIETÀ DI SÉ. IN ESSA, IDENTIFICARSI CON LE MIRIADI SCOMPARSE E CON QUELLE NON ANCORA NATE È UN ATTO DI RIVOLGIMENTO AMOROSO VERSO I VICINI E I PROSSIMI; ED È ALLEGORIA E FIGURA DI COLORO CHE SARANNO.IL COMUNISMO È IL PROCESSO MATERIALE CHE VUOL RENDERE SENSIBILE E INTELLETTUALE LA MATERIALITÀ DELLE COSE DETTE SPIRITUALI. FINO AL PUNTO DI SAPERE LEGGERE NEL LIBRO DEL NOSTRO MEDESIMO CORPO TUTTO QUEL CHE GLI UOMINI FECERO E FURONO SOTTO LA SOVRANITÀ DEL TEMPO; E INTERPRETARVI LE TRACCE DEL PASSAGGIO DELLA SPECIE UMANA SOPRA UNA TERRA CHE NON LASCERÀ TRACCIA.»

Questo brano finale della voce ‘comunismo’ insiste ancora sui rischi dell’ottimismo illuministico e positivistico ottocentesco. Non dimentichiamo – dice Fortini – che la libertà non è slegata dalla necessità, non può essere libertà pura; e che ogni certezza che conquistiamo non è assoluta, è storica e comporta altri rischi. La specie umana – concetto presente anche nella riflessione di Lukács – deve conoscere le sue «frontiere», i suoi limiti insuperabili, la sua « infermità radicale (anche nel senso leopardiano)». Può «conoscere» (o sperare di conoscere),ma non deve essere spietata. Deve anzi «avere pietà di sé». (Ovvio, credo, che qui non si tessono le lodi del pietismo o dell’autocompiacimento per le “debolezze umane” o ci si allea col «pensiero debole» o gli amministratori della “pappa del cuore”).
Centrale è la critica all’etica signorile. Essa è incapace di identificarsi con le miriadi (di persone) scomparse e con quelle non ancora nate. Le ignora. In pieno contrasto con questa etica signorile, aristocratica, elitaria, distruttiva e nichilista, Fortini pensa la lotta per il comunismo non come atto distruttivo ma come «atto di rivolgimento amoroso verso i vicini e i prossimi». E sottolinea l’apertura verso il futuro di tale atto: «è allegoria e figura di coloro che saranno». Nel senso di anticiparne alcuni tratti, ma sempre nella realtà della vita umana e della storia. Perché – ribadiamolo – il comunismo non è una credenza o una fede nel futuro o un nobile moto spirituale, ma è «il processo materiale che vuol rendere sensibile e intellettuale la materialità delle cose dette spirituali».
È quest’ultima un’altra delle sue paradossali affermazioni. Fortini non separa (come fa il pensiero scientifico) o contrappone (come fa il pensiero religioso) la «materialità delle cose» alle «cose dette spirituali», ma indica la possibilità di metterle assieme, integrandole e trasformandole. Perché credo di poter dire che per lui la pura materialità delle cose e la pura spiritualità sono entrambe disumane. E perciò mi pare che insista sul fatto che il comunismo come «processo materiale» porterà la specie umana « fino al punto di sapere leggere nel libro del nostro medesimo corpo tutto quel che gli uomini fecero e furono sotto la sovranità del tempo».

APPENDICE


HUMAN è un lavoro politicamente impegnato che ci permette di abbracciare l’umana condizione e riflettere sul significato della nostra esistenza.
HUMAN si compone di una raccolta di storie e immagini del nostro mondo, che offrono la possibilità di immergersi nel cuore di quello che significa essere umani. Attraverso queste storie, piene di amore e felicità, ma anche di odio e violenza, HUMAN ci pone faccia a faccia con l’Altro, spingendoci a riflettere sulle nostre vite. Storie quotidiane, testimonianze delle vite più incredibili, questi toccanti incontri hanno in comune una rara sincerità e pongono in evidenza chi siamo – il nostro lato più oscuro, ma anche ciò che è più nobile in noi, e ciò che è universale. La nostra Terra viene mostrata nella sua forma più sublime attraverso immagini aeree mai viste prima, accompagnate da una musica in crescendo; un’ode alla bellezza del mondo che offre un momento per prendere respiro e fare introspezione.

 

 

 

 

 

Un pensiero su “Appunti politici (4 bis): “Comunismo” di Franco Fortini

  1. I due punti, 7 e 8, svolgono argomentazioni morali. Evocano:
    Ascetismo NON DARÀ REQUIE NÉ A SÉ MEDESIMO NÉ A LORO, PER STRAPPARE ESSI E SE STESSO AGLI INGANNI DELLA DIMENTICANZA, DELLE APPARENZE E DEL SEMPRE-UGUALE;
    Purificazione CONOSCENZA DELLE FRONTIERE DELLA SPECIE UMANA E QUINDI DELLA SUA INFERMITÀ RADICALE (ANCHE NEL SENSO LEOPARDIANO);
    e prefigurano la necessità di ben note funzioni di guida e correzione QUELLA UMANA È UNA SPECIE CHE SI DEFINISCE DALLA CAPACITÀ (O DALLA SPERANZA) DI CONOSCERE E DIRIGERE SE STESSA E DI AVERE PIETÀ DI SÉ.
    La forte carica utopica di Fortini (si veda su FB un commento di Ennio “Sì, Lenin, nel suo Stato e rivoluzione (settembre 1917, alla vigilia della Rivoluzione russa) cadde in pieno nella *tentazione* e s’immerse in quel secolare fiume utopico che da Tommaso Moro a Müntzer ai levellers agli anarchici ha alimentato il pensiero utopico. Ha trasposto ‘l’escatologia sul piano storico’? Ma non avevamo detto, parlando di Fortini, che in ogni movimento politico ci sono venature religiose più o meno forti e mai eliminabili, essendo impossibile un movimento o un mutamento fatto solo da un’élite di intellettuali o sapienti? Perché scandalizzarsene?” affilia il comunismo al millenarismo religioso.
    Il “comunismo in cammino” affida l’idea di comunismo alla prassi, in una prospettiva materialista. Si tratta di realizzare la nuova umanità in terra e in un tempo indefinito, contenuto feuerbachianamente entro il concetto di specie: IN ESSA, IDENTIFICARSI CON LE MIRIADI SCOMPARSE E CON QUELLE NON ANCORA NATE È UN ATTO DI RIVOLGIMENTO AMOROSO VERSO I VICINI E I PROSSIMI; ED È ALLEGORIA E FIGURA DI COLORO CHE SARANNO.
    In sintesi voglio dire che ritengo lo scritto di Fortini un testo di idee (per non cadere in una versione riduttiva della parola ideologico), con matrici riconoscibili ma poco utili, proprio in quanto riferite a un idealismo etico astratto.

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