Fra pochi giorni…

di Gualtiero Via

Nel leggere questa ode di Gualtiero Via così cordialmente meditativa e speranzosa sulla scuola d’oggi, mi sono ricordato di quant’era invece dolente e incupito dalla sconfitta del ’68 “Prof Samizdat”, personaggio/maschera alle prese con la scuola anni ’70-’80 del Novecento. Il racconto della sua esperienza cominciava, infatti, così: “Dove lo troviamo Prof Samizdat? A bagnomaria nel quotidiano scolastico. Eccolo. Ha dettato i voti d’italiano e storia. Primo quadrimestre, eh. Restano da firmare i tabelloni e il registro azzurro. Ultimi avvertimenti di una voce – la coordinatrice di classe. Con la fregola addosso si accalcano per lo scarabocchio finale sui tabelloni e i registri. Battutine. Quali? Boh. Ultimi saluti distratti. Si scappa fuori. Il pomeriggio è di piombo. Dentro e fuori? Ci arriveremo, ci arriveremo. Lui pure scappa. Per i corridoi a quell’ora deserti e silenziosi. Ti scruto primo quadrimestre. Ti perquisisco io, pezzo di vita stronza. Io, prof Samizdat, che quasi non ti voglio notare, mutanda mia scolastica! Ché sui tabelloni metterei non la firma ma uno sputo. Che è firma + rancore. Per assenza d’amore? E chissà se un corridoio resta. Per l’amore o solo per andare a cesso?“. Non suoni provocatorio accostare due esperienze lontane nel tempo per capire da quanto tempo dura la sofferenza di una scuola che ora pare smettere di respirare e rischia di dissolversi in DAD. [E. A.]

 un’ode 
 (agli studenti a agl’insegnanti)
 
  
 
 Fra pochi giorni avremo lo scrutinio
 carissime colleghe, e voi, colleghi,
 condenseremo, in numeri,
 che cosa?
 Dei distillati di sapere e fare?
 Dei lasciti, oggettivi, misurati?
 Magari, sì -sebbene:
 chi giurerebbe mai su questo?  
 E quanto invece è stato, di tutt’altro?
 Di sguardi, di silenzi
 di stanco routinare, arrabattare
 ed ogni tanto, risa, o un bel respiro?
 Quanto?

Computeremo -e tanto, nella fretta
 Anche non volendo -lo sappiamo.
 Un tanto o un poco, pure
 Mercanteggeremo. “Cos’è
 quel mezzo voto? E  
 questo cinque?
 -Arriva a sei, che porto storia a sette.
 
…Per questo, abbiamo messo quella sveglia
 ogni santa mattina, da settembre?  
 E’ questo che vogliamo che rimanga?
 Credo ci sia di più
 -dell’altro, soprattutto
 ci à da esse’.
 Eppure
 Tutti gli anni ci caschiamo.
 Lo so che molto
 È insito al sistema.
 Ne siamo prigionieri.
 Ma obbedire
 e tutti
 e sempre, e solo, ed adeguarsi
 non diamo un bell’esempio.
  
 Fra pochi giorni avremo lo scrutinio.
 Lasciamo -alle ragazze ed ai ragazzi-
 dei numeri?
 Beh, anche debolezze
  
 e limiti, ed errori
 ed incapacità di alzarsi
 in volo, con la mente
 e con la sguardo
 su tutto questo:
Fatti non foste a viver come bruti…
  
 Agire!
 Agire, solo con la voce!
  
 Pietà per tutti noi.
 Fra noi chi un po’ respira
 chi un cuore ha ancora, vivo
 e non murato
 (chi più, chi meno, tutti, sono certo)
 questo lo sa.
 Solo -prego- non lo dimentichiamo.
  
 Ragazze, ragazzi,
 noi presto passeremo.
 Abbiamo fatto
 (cio che abbiam saputo).
 Pensate a noi -potete?-  
 con indulgenza.
 Ma pure, riscontrate tutto quanto.
 E siate uniti
 Fate 
 Discutete
 E aprite mani, porte
 Abbandonate maschere
 Ed andate.

 Budrio, sei giugno 2020
 
 

7 pensieri su “Fra pochi giorni…

  1. Nel corso di tre decenni passati al liceo, prima come docente di storia e filosofia e poi come preside (per dieci anni, finché non ho resistito più e sono andato in pensione prima del tempo), mi sono fatto una pessima idea dei docenti e del loro comportamento negli scrutini. Magari ottime persone e anche buoni insegnanti in altri momenti, ma pessimi negli scrutini. Salvo, naturalmente, eccezioni, da contare a piccole percentuali.
    Ecco i difetti principali:
    *
    1) La mania dei mezzi voti, dei quarti di voto, dei meno meno o più più. Cioè la mania dell’indecisione e dell’incapacità di capire e valutare gli aspetti più importanti del rendimento degli studenti. Nonostante che tutti gli anni, come preside, ripetessi che i mezzi voti, i più e i meno non fossero previsti dalla normativa, per cui invitavo i docenti a scrivere sul registro solo voti pieni e a venire agli scrutini con proposte di voti pieni, riservando, casomai non ne potessero fare a meno, i mezzi voti agli appunti privati personali, quasi tutti i docenti continuavano a registrare voti (spesso solo a matita, per cancellare e riscrivere a ogni ripensamento, il che sarebbe un falso in atto pubblico) non pieni sui quali, agli scrutini, tentennavano a lungo perdendo tempo inutilmente in discussioni oziose che non riguardavano i veri problemi della classe e degli studenti.
    *
    2) L’omertà. Messo ai voti, nello scrutinio, un voto assegnato da un docente, gli altri docenti, anche quelli che non erano d’accordo, in genere votavano per confermare il voto assegnato, come se l’assegnazione del voto fosse un fatto di esclusiva competenza del singolo docente e non, come prevede la normativa, dell’intero consiglio di classe. L’omertà fra colleghi, nonostante che io la contestassi aspramente sottolineando la responsabilità collettiva del consiglio di classe, finiva quasi sempre per vincerla, anche in casi assurdi. In uno di questi casi assurdi tutti i docenti meno uno erano per la promozione e però, al momento della votazione conclusiva, non hanno osato contestare il voto di quell’uno e, confermandolo, hanno votato per la bocciatura. Erano tempi in cui un solo cinque, in una materia “pesante” (quindi escluse religione ed educazione fisica), poteva così costare una bocciatura.
    Parlo dei docenti senza distinzione, perché anche militanti della sinistra e persino della “nuova sinistra”, salvo qualche eccezione, si adeguavano. Magari poi litigavano in sala professori, ma al consiglio di classe non osavano rompere la solidarietà, che io chiamo omertà, con i colleghi pro-bocciatura.
    *
    3) La confusione nel gestire gli elementi della valutazione, mescolando in un voto, condotta e rendimento, simpatia e antipatia, capacità e impegno, intelligenza e svogliatezza. L’effetto “alone”, ben noto a chi ha studiato i problemi della valutazione sotto il profilo psicologico, giocava un peso enorme. Fra l’altro, ho constatato, ed estraggo gli esempi dai casi assurdi ma purtroppo troppo frequenti, come lo stesso compito in classe potesse essere valutato in modi radicalmente diversi dallo stesso insegnante o da insegnanti diversi. Il primo è il caso di compiti identici (copiati uno dall’altro) che il docente ha valutato uno quattro (ragazzo di solito da “quattro”) e l’altro sette (ragazzo di solito da “sette”). C’è da chiedersi: ma il docente li ha guardati o a dato il voto in base all’idea che si era già fatta degli studenti? Il secondo caso è un tema in classe di italiano, che io, togliendo i riferimenti al nome e alla classe, ho fotocopiato e chiesto a cinque docenti della materia, in via riservata, di valutarlo. I voti si sono dispersi fra il tre e il sette. Anche in questo caso: com’è possibile che avvenga una disparità tale di valutazione?
    *
    4) Il voto come punizione e vendetta. Anche questo capita troppo spesso. Si crea un forte attrito fra docente e qualche studente e, in modo consapevole o inconsapevole, il docente abbassa i voti, non vede più ciò che lo studente fa realmente ma vede solo ciò che vuol vedere, tutto in negativo. Il risultato è disastroso e, per l’omertà vigente fra colleghi, ciò si riflette sul rendimento complessivo dello studente e spesso anche sulla sua salute.
    *
    5) La non valutazione. Ed ecco arrivati al caso dell’insegnante che, incapace di mantenere la disciplina e spesso anche di insegnare, cerca di “comprare” gli studenti assegnando a tutti buoni voti senza nessuna reale valutazione (e nemmeno svolgimento del programma). Allo scrutinio, di solito, questo docente conferma i suoi voti ma non gli importa molto se i suoi colleghi bocciano. Anzi…
    E ci sono i casi “assurdi” o estremi anche per questa fattispecie. Una nota docente di matematica, autrice di libri molto quotati, spesso in giro a fare conferenze e a tenere corsi di aggiornamento, elogiata come docente di avanguardia, arrivata al mio liceo dopo ripetuti e frequenti cambi di sede per trasferimento, è stata dopo appena qualche mese contestata dagli studenti e dai genitori. L’accusa: non insegnava nulla, non spiegava nulla, scriveva problemi alla lavagna e pretendeva che gli studenti trovassero da soli la via per risolverli; non dava e non scriveva voti sul registro e rassicurava gli studenti dicendogli che lei tanto non bocciava nessuno. Costretto a intervenire e a interpellare la docente, questa si è giustificata dicendo che non scriveva i voti perché aveva l’artrite alla mano e non riusciva a scriverli e che la matematica non va spiegata, ma va capita ripercorrendo la strada che porta alle soluzioni e che lei invitava gli studenti a fare questo, cioè a fare i matematici. Non ci fu modo di intendersi e poco dopo la docente si mise in malattia, chiese il trasferimento e cambiò liceo. Questo è un esempio patologico di come la teorizzazione didattica può essere mille miglia lontana dalla pratica.
    *
    6) È forse utile ricordare che molte statistiche documentano che fra le categorie di lavoratori con il più alto numero di disturbi psichiatrici c’è quella dei docenti. Insegnare è stressante, molto stressante, e porta a perdere il senso di ciò che si fa.
    Ho conosciuto docenti ottimi nei primi anni della carriera, poi via via perdere lo smalto, le motivazioni, la voglia di tenersi aggiornati e soprattutto il piacere di lavorare con gli studenti. Arrivati ai 20 o 30 anni di carriera, non erano più riconoscibili, assolutamente trasformati e pieni di stanchezza, di amarezza e di rancore, e contestati dagli studenti che non potevano avere un occhio di riguardo per il passato, preoccupati del presente.
    La valutazione è sempre stata uno dei momenti centrali di una scuola come quella italiana, più centrata sull’organizzazione, sui programmi e sui docenti che sulle effettive realtà ed esigenze degli studenti. È il luogo dove tutte le distorsioni del sistema si sfogano ed è il momento in cui per il docente è difficile mantenersi sereno e lucido, giusto e comprensivo, obiettivo e capace di evitare l’effetto “alone”.
    Forse anche perché il docente sa, o intuisce, che la valutazione degli alunni è anche la sua stessa valutazione, da parte di sé e da parte degli studenti e dei genitori.
    Del resto la valutazione, come oggi è configurata nella normativa, è comunque un ibrido difficile da gestire, perché in essa confluiscono almeno quattro aspetti diversi che dovrebbero essere tenuti separati:
    1) Il comportamento, nel senso della disciplina (nonostante che esista un voto di condotta, la disciplina influisce molto sui voti di profitto).
    2) Il comportamento, nel senso dell’impegno nello studio.
    3) Le capacità, cioè ciò che lo studente potrebbe fare se si impegnasse di più ecc.
    4) L’effettivo rendimento misurato (in qualche modo) con le interrogazioni e i compiti scritti o con altri sistemi di relazione a scopo di valutazione.
    *
    7) Passando dalla valutazione sintetica e numerica a quella descrittiva, a scheda o a “giudizio”, la situazione non cambia di molto, sia perché le finalità della valutazione non cambiano (pur nello diversità fra i vari livelli scolastici), sia perché non cambia la cultura professionale dei docenti, sia perché la valutazione può essere equivoca in qualunque modo la si esprima. Anzi, spesso, la descrizione o il giudizio risultano più equivoci del voto numerico. Per evitare per quanto possibile questo effetto di poca chiarezza spesso, soprattutto nei giudizi di presentazione agli esami di maturità, i docenti usavano una scaletta di aggettivi che per convenzione generalizzata equivalevano ai voti numerici: ottimo era 8, buono era 7, sufficiente 6, insufficiente 5 e gravemente insufficiente 4.
    Con la conseguenza che, a volte, la parte descrittiva era in contraddizione con il giudizio di chiusura.
    *
    8) Non credo che nella scuola italiana di oggi esista una soluzione al problema della valutazione, perché la scuola non è organizzata per valutare correttamente e trarre dalla valutazione delle conseguenze effettive in termini di lavoro culturale e didattico, di relazione, di terapia per i ritardi ecc.
    Ad ogni modo, se i docenti studiassero un po’ di più discipline come la psicologia dell’età evolutiva, la docimologia e la didattica sperimentale delle singole materie, qualcosa potrebbe migliorare. Se poi si impedisse di arrivare in classe a persone assolutamente impreparate a fare i docenti, sarebbe un secondo passo avanti. Se infine la normativa chiarisse meglio quali obiettivi lo Stato, per mezzo della scuola, persegue con lo strumento della valutazione, tanti equivoci in seno ai consigli di classe e agli scrutini potrebbero essere evitati o attenuati.
    *
    9) Ma a mio parere la soluzione può venire solo dallo scindere la valutazione dal problema della promozione e bocciatura. La valutazione andrebbe articolata meglio con lo scopo di diagnosticare la situazione degli studenti nei diversi aspetti della personalità, delle capacità e del profitto che non sono sintetizzabili in una media numerica, ma, ogni aspetto a sé, graduabile numericamente o in modo descrittivo. La diagnosi dovrebbe poi servire per approntare una corretta strategia didattica individualizzata che miri alla crescita dello studente, e non alla promozione o alla bocciatura.
    La promozione e la bocciatura andrebbero abolite come giudizio complessivo di fine anno scolastico, sostituite da una valutazione sistematica e collegiale ogni bimestre (una settimana su otto il consiglio di classe sospende le lezioni e si dedica a una serie di prove di valutazione, mentre nelle altre sette settimane si insegna senza valutare formalmente). Gli studenti in ritardo, per le discipline in cui sono in ritardo, vengono parallelamente accompagnati con attività di recupero staccandoli dalla classe solo il minimo di ore necessarie. Se il ritardo si ripete per più bimestri e in più materie, lo studente, alla fine dell’anno, è consigliato di frequentare un’apposita classe di recupero che preveda poi, anche ad anno in corso, la reintegrazione nella classe originaria, senza bocciature. Se lo studente non accetta il consiglio può scegliere di frequentare l’anno successivo con la sua classe o di ripetere, per sua scelta volontaria, l’anno scolastico iscrivendosi per una seconda volta allo stesso livello di classe.
    Qualunque scelta faccia lo studente, se non recupera il ritardo se lo porterà, con una valutazione negativa limitata alle materie relative, fino alla conclusione del ciclo scolastico, ad esempio quinta liceo, e verrà non promosso o bocciato, ma dimesso con le valutazioni che avrà conseguito. La conclusione del ciclo scolastico non avrà valore legale. Per proseguire gli studi e iscriversi all’università si dovrà sostenere un esame di ammissione sostitutivo degli attuali esami di maturità che sono diventati una barzelletta. L’esame di ammissione all’università sarà del tutto staccato e indipendente dalla conclusione del ciclo scolastico e lo studente potrà affrontarlo nello stesso anno o anni dopo, costituendo un titolo a sé. Il programma dell’esame di ammissione non dipenderà dai programmi svolti in precedenza dallo studente, sarà uguale per tutti gli studenti su scala nazionale e differenziato per indirizzi universitari; sarà gestito da commissioni di esame alle quali potranno partecipare sia i docenti delle scuole medie superiori sia i docenti universitari, secondo le domande presentate, i titoli e le graduatorie stabilite. L’esame di ammissione diventerebbe così il vero esame di maturità. Potrebbe anche agganciarsi al “baccalaureato internazionale” che dà accesso a università di circa 80 Paesi.
    Non c’è nulla di utopistico in questo progetto, né di esageratamente costoso. Tutto può essere realizzato. Ma l’ostacolo principale sta nell’ingessatura profonda della situazione italiana, a tutti i livelli, scuola compresa, e nel fatto che nessuno ha più la minima idea di che cosa voglia dire attuare una riforma che sia una vera riforma e che comporti un cambiamento di cultura, di strutture organizzative, di mentalità e di costume. Le tantissime cosiddette riforme della scuola degli ultimi cinquant’anni, fatte da governi di diverso orientamento, sono tutte tragicamente somiglianti e inutili o peggiorative. Hanno cincischiato sui particolari, lasciando fermi i mali di fondo del nostro sistema scolastico, alcuni ormai ultrasecolari.

    1. Luciano, in 22 anni ho visto anch’io cose simili -non come le peggiori che elenchi, ma tante simili certamente. Lo so.
      Spero che i miei versi non siano parsi una difesa d’ufficio camuffata della classe insegnante -se è così, non era questa l’intenzione. Come categoria abbiamo delle responsabilità e delle colpe, e il bilancio molto difficilmente potrebbe essere attivo -posto che possa esistere un tribunale a un simile giudizio abilitato.

      Con gli anni ho rivalutato a fondo (credo avvenga a tantissimi) una delle cose che diceva spesso mia madre: bisogna prendere il buono dov’è (certo, la frase non era sua, l’aveva sentita a sua volta -immagino sia un proverbio).
      Ecco, io credo che nella scuola, nonostante tutto, qualcosa di buono ci sia. Ci sono persone che nel sapere ci credono, persone che nella relazione umana ci credono, persone che nelle persone ci credono, persone che credono, e sanno, e testimoniano, che nella vita ci sono alcune cose che vengono prima del denaro, prima del potere, prima del prestigio, prima dell’immagine, prima del tornaconto immediato.
      La minoranza che resiste, che non solo sa queste cose, ma cerca di testimoniarle. Con limiti? Sì, enormi. Con incoerenze? Anche. Con ipocrisia? Probabile, almeno una parte -spero non tutti, non sempre.
      Quanto al resto, come scrivevo, presto passeremo. E’ così. Non c’è molto da aggiungere (o almeno, al momento non mi viene).

  2. “Parlo dei docenti senza distinzione, perché anche militanti della sinistra e persino della “nuova sinistra”, salvo qualche eccezione, si adeguavano.” (Aguzzi)

    Pienamente d’accordo. Ne ho scritto in abbondanza nel mio “Prof Samizdat” (in versi e in prosa). Qui riporto uno spunto:

    Il pistillo masaniello

    “e a lei prof interessa il pistillo?”
    (uno studente del biennio)

    Il preside, tronfio, struzzante,
    gran vuoto di dibattito scoprì fra i docenti
    e l’invitò a fermarsi, a interdisciplinarsi.

    Taciturni si fecero i colleghi cortigianelli
    per guadagnar così
    un veloce, sabatino, consiglio di classe.

    Ma gli studenti-plebe avevano risollevato
    quel loro sogno – ahi, di quante cure bisognoso! –
    contro il collega matematico-mussoliniano,
    sfruttando occasioni per irriguardose affermazioni
    istillate – costui proclamò –
    da qualche professore innovatore.

    Che zeppola acrimoniosa
    nella oliata bonarietà dei lì presenti !
    massaggiando un livore speciale
    sulle colleghe gengive.

    Ai due i poli del mestiere
    tu, professor colonnello – disse –
    pesta il pestello nel mortuale cervello,
    ché io, prof masaniello, istillo, istillo
    istillo il monello, e pure il pistillo!

    (1978 circa)

    P.s.
    Sul problema dell valutazione ho letto riflessioni serie e coraggiose scritte da Mauro Piras su LE PAROLE E LE COSE:

    http://www.leparoleelecose.it/?p=22361

    http://www.leparoleelecose.it/?p=16594

    http://www.leparoleelecose.it/?p=38136

  3. …trovo la poesia di Gualtiero Via molto accorata, riflette bene lo stato d’animo di molti che operano nella scuola e la vedono inadatta ad un reale ruolo educativo, se non di facciata.. Il poeta arriva a scusarsi con i suoi ragazzi, materia viva e non numeri, e dichiara soprattutto il suo disagio quando alla fine dell’anno scolastico si trova “costretto”, insieme ai colleghi e secondo un rigido copione, ad imbottigliarLi in strette e, a volte, assurde valutazioni…Sono d’accordo sul fatto che per lo meno la valutazione finale non dovrebbe essere in collegamento con la bocciatura o la promozione, se mai può aiutare durante il corso dell’anno scolastico a graduare un percorso e solo come ausilio didattico…Anche per scalfire almeno in parte l’dea di scuola-azienda, che si è diffusa negli ultimi anni

    1. Annamaria, grazie.

      Sono verso scritti a caldo, proprio interrompendo una compilazione del registro elettronico (“voti proposti”, Spaggiari).
      Mi mancava il dare voce a un tratto umano. Se penso al rapporto maestro-alunno, penso a una storia molto lunga, di cui conosciamo un po’, e per punti, anche più di un po’, dalla Grecia antica (e di certo non era nemmeno l’inizio, perché c’erano già state scuole sia presso gli egizi che presso i sumeri), Insomma, nella più che millenaria storia dell’insegnamento, i viti e i registri sono una mostruosità molto recente. E lo hanno migliorato, l’insegnamento?
      Con toni più sfumati, a volte questa domanda l’ho insinuata anche a scuola.
      Vabbè. Sto divagando.
      Nelle tue poche righe mostri di aver colto bene la tensione -e il disagio- da cui è scaturita la poesia, e soprattutto il pensiero per i ragazzi. Che sono -forse, con pochissime eccezioni- in credito. Enormemente in credito, quasi, direi, a prescindere. Quello che a loro non è stato dato, e negli anni più cruciali che possa attraversare un essere umano, non ha risarcimento.
      E trovare le parole e i gesti che possano avvicinarsi ad essere adeguati, alla luce di questa considerazione, appare compito smisurato -oltretutto, compito che non ci viene richiesto. Siamo sanzionati se non mettiamo i voti, non se facciamo il nostro lavoro male e con cecità e fastidio verso i ragazzi e le ragazze delle nostre classi. Perversità intrinseca di un sistema. Una delle cose che mi ha aiutato ad andare avanti in questi anni era il fatto che in quei 60′, in quelle classi, con ragazze e ragazzi me la giocavo io -con un reale, pur minimo minimissimo, spazio di libertà.
      E’ facile previsione -diciamo pure certezza- che anche quella piccolissima libertà residua è stata intaccata, e non verrà restituita a settembre -se non in parte.
      Ho scritto “minimissimo”, lo so, è un errore. Gli errori esistono -Sklovskij ci voleva scrivere un libro (di fatto, poi, lo mise nel titolo, e fu il suo ultimo, memorabile libro).
      Vado a dormire.
      Che possa, Atena, occhi lucenti, di Zeus figlia, donarci un sonno ristoratore e benigno.
      Buonanotte, collega (immagino che siamo colleghi).

  4. @ Gualtiero
    sì sono una ex insegnante e concordo con quanto dici: la crisi investe i ragazzi, particolarmente penalizzati, quanto gli insegnanti, costretti, almeno i più volonterosi, a remare contro corrente in una società diseducante…A volte tuttavia si affacciano progetti di valore, spesso nella scuola primaria per una consolidata tradizione…Ad esempio ora nel mio quartiere, Corvetto di Milano, mi risulta che gli insegnati della sc. elementare, in tempi di confinamento, hanno fatto loro il progetto “La Scuola Sconfinata”: inclusiva, aperta oltre i muri, i vetri, le mascherine, le differenze, le paure…So che in questo caso gli insegnanti vanno molto oltre le parole…

    1. Sì, Annamaria, sono d’accordo con te, specie sulle ottime cose che si possono trovare alle elementari.
      Anche dove vivo io, Budrio, km 18 da Bologna, le maestre elementari sono nella maggior parte dei casi molto brave. -e non poche, bravissime.

      un caro saluto

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