Il virus è la mia chance

Pandemia e rivoluzione secondo la meglio avanguardia

di Elena Grammann

L’articolo è ripreso dal blog “Dalla mia tazza di tè” (qui). [E. A.]

In una storica cittadina italiana, prossima alla catalessi come la maggior parte delle storiche cittadine, un editore coraggioso e un gruppo di giovani scrittori hanno intrapreso la riforma delle pratiche letterarie. Passati dall’originario “Sono, quindi scrivo” al più ambizioso “Sono, quindi pubblico”, perseguono la democratizzazione a oltranza della letteratura, per il momento a suon di manifesti. Sono in grado di scriverne anche venti o trenta al giorno.

Non poteva mancare, nell’attuale congiuntura, il manifesto di COVID-19 per la penna di Francesco N3gr1 (proprio così, N3gr1). E ci mettiamo pure la foto così se qualche anziano lo incontra fra il lusco e il brusco fa in tempo a mettersi in salvo, perché Francesco N3gr1 è pericoloso. È il flagello della terza età questo FN31. Guardate solo come tiene la sigaretta. Se continua così lui vecchio non diventa. Morirà giovane. Più probabile di cancro al
polmone che di tumore al ginocchio.

L’attacco è classico, l’autore è uomo di solide letture: “Uno spettro si aggira per la Terra: lo spettro del Coronavirus“.

L’omaggio a marxengels non gli impedisce di essere recettivo per altri stimoli, e dei più disparati. Si va da Wittgenstein (“il mondo è ciò che accade”), a certe folgorazioni vestite di orbace del tipo “due soli punti vanno considerati. 1. Azione 2. Reazioni”.

Munito di così variegati attrezzi, e nel più puro stile marinettiano – d’altra parte è un manifesto che parla al e per il popolo, mica un saggio per quattro intellettuali rincoglioniti -, dicevamo: nel più puro stile marinettiano e con scoperte nostalgie per le epoche in cui certi stati erano giovani, FN31 svolge impeccabilmente il suo argomento. Che si articola nei due punti in divisa da federale a cui accennavamo sopra:

Punto primo: azione. Che fa il Coronavirus? Il Coronavirus uccide gli zombie, cioè i vecchi. Ma questo è ottimo, perché chi sono i vecchi se non “i principali responsabili della Brexit, dell’elezione di Donald Trump e dell’ascesa dei nazionalismi“? Oltretutto questi vecchi sono ricchi che puzzano: “Negli anni ’90 la ricchezza mediana degli under 30 era di poco superiore a quella degli over 65. Oggi il patrimonio degli anziani è quasi dodici volte maggiore“. Bene fa il Corona a tirargli il collo. Conclusione: l’azione del virus è positiva.

Punto secondo: reazioni.  Come reagiscono i governi al Coronavirus? “Erezione di confini, limitazione delle libertà, diffusione televisiva e informatica del panico, xenofobia.” In altre parole, i governi cercano di arginare il virus come cercano di arginare l’immigrazione – il che equivale a riconoscere al virus lo status di migrante, magari richiedente asilo. Ma questo è assolutamente nell’ottica di FN31: il mondo è ciò che accade. Distinguere fra questo o quel fenomeno è pura accademia (“Non ha alcuna importanza cosa esso sia dal punto di vista scientifico“), vai con l’analogia che non sbagli.

(Si potrebbe fargli notare che la sua similitudine sta in piedi fin lì, perché Boris Johnson e, fin che ha potuto, Trump, tengono fuori gli stranieri ma non discriminano il virus, cioè nei paesi più
ferocemente neoliberisti i governi lascerebbero tranquillamente via libera al contagio: perisca una fetta di popolo purché si salvi l’economia; mentre l’Europa continentale continua comunque a seguire il principio dell’importanza delle singole vite. Ma lasciamo stare).

La cosa bella, la cosa nuova, è che il virus non si lascia arginare. Il virus è un ribelle vincente, è il ribelle vincente: l’imponderabile da far prosperare. Finalmente “gli oppressi della terra hanno nelle proprie mani l’arma per rovesciare il potere“.

Per quanto sola igiene del mondo, come in tempi classici la guerra, il Corona qualche difetto ce l’ha; per esempio non ammazza abbastanza: “la sua percentuale di vittime – invece – rimane ancora piuttosto bassa. Questa sventura non ci esime però dal propagarlo il più possibile“. Anche perché una letalità elevata non è requisito indispensabile: “la letalità del virus non è necessaria al collasso dello Stato“. Già di per sé il neoliberismo occidentale è talmente marcio, frollo, decomposto che basta un buffetto a disintegrarlo. Il virus è questo buffetto. Incredibilmente ci troviamo nella possibilità di appiopparlo e innescare una palingenesi a costo (quasi) zero.

È quindi di fondamentale importanza non rispettare le regole di profilassi sanitaria, scendere per le strade, baciarsi, fare l’amore, rubare e riprendere possesso delle nostre città gentrificate proprio ora che la rete di controllo è più debole. Diffondiamo il COVID-19, inceppiamo i meccanismi del neoliberismo, uccidiamo i suoi artefici. Nessun sistema sanitario è abbastanza potente da affrontare un’umanità determinata a propagare il contagio. Siamo la maggioranza. Siamo il popolo. Siamo il 99%. In molti moriranno: uccisi dai paladini dell’ordine o dalla malattia stessa. È un sacrificio che non temiamo di affrontare.

In molti moriranno…: nella chiusa epica, in cui FN13 si esprime esattamente come Boris Johnson, si palesa il suo ultimo e più potente modello: l’eroico soldato Siegfried Von Nibelunghen delle gloriose Sturmtruppen.

[I neretti nelle citazioni sono dell’autore.]

Il link del Manifesto di Covid-19: https://www.imperdonabili.org/2020/03/10/coronavirus-e-
rivoluzione-il-manifesto-di-covid-19/

35 pensieri su “Il virus è la mia chance

  1. Il covid è probabilmente una creazione proprio dei tuoi nemici neoliberisti. Gli anziani sono i depositari di una cultura solida, i giovani, figli di un’ignoranza e di un caos politicizzato da individui come te fin dal ’68. Tra i migranti di cui scellerati come te ne gioscono l invasione, prevarranno i sudditi di allah che porteranno ignobilmente indietro il nostro cammino, di secoli, ritornando al buio dell ignoranza e della violenza. Vergognati di scrivere e di esistere, spero che una rivolta civile vi spazzi via come zecche parassite.

    1. “Tra i migranti di cui scellerati come te ne gioiscono l’invasione”
      Sulla cultura solida devi ancora lavorare.
      Si dice (e si scrive): “Tra i migranti della cui invasione gioiscono scellerati come te”.
      Ma capisco che è una struttura complessa; se non si è in grado, meglio evitare.

    2. @ Dersu (ma se il riferimento è a Dersu Uzala siamo di fronte ad un’appropriazione indebita di una figura ammirevole)

      Sessantottini semi clandestini e migranti sono ancora in circolazione. Evviva!
      Abbasso i tifosi delle fantasie di sottomissione di Houellebecq.

      P.s.
      E’ dal linguaggio (“zecche parassite”) che si vedono le sue fonti ispiratrici.

  2. Quello che voleva affrettarsi a colmare i canali di Venezia mi pare fosse più serio, ma pazienza; è ragionevole che i giovani aprano i becchi nell’attesa del rigurgito che, sono fiducioso, non mancherà loro di arrivare.

  3. Non vorrei che dietro le pur lodevoli e giuste critiche fatte al sedicente N3gr1, il quale ha messo insieme un potpourri di banalità alla stessa stregua di quelle (forse più sensate) che diceva “Chance Il giardiniere” nel più che attuale film “Oltre il giardino” (1979) di H. Ashby, e che venivano prese per oro colato da una classe dirigente priva di ogni credibilità politica, non vorrei, dicevo (oltre a dare a costui una visibilità che certamente – come accade a tutti i farlocchi – sa trovarsi da solo), che si nascondesse una falsa coscienza pur mitigata dal commento di Ennio “Sessantottini semi clandestini e migranti sono ancora in circolazione. Evviva!”.
    La frase delirante del sedicente N3gr1 che così recita “Diffondiamo il COVID-19, inceppiamo i meccanismi del neoliberismo, uccidiamo i suoi artefici. Nessun sistema sanitario è abbastanza potente da affrontare un’umanità determinata a propagare il contagio. Siamo la maggioranza. Siamo il popolo”, non mi suona molto nuova (ovviamente mutatis mutandis) ricordando i tempi quando esponenti di gruppi cosiddetti rivoluzionari teorizzavano di inceppare le produzioni in fabbrica o, se insegnanti, di disacculturare gli studenti (il voto ‘politico’, ad esempio) perché ciò avrebbe indebolito le forze del capitale. Osservando poi la foto messa quasi a memento, nella tragica ironia dei cosiddetti ritorni storici, ricordo come alcuni dei succitati rivoluzionari tenevano la sigaretta allo stesso identico modo, tant’è che li chiamavo “da ciuccio in bocca”.
    Ma il passato è passato, molte cose non si sapevano, c’era tutto un fermento di passioni e idee cavalcate da condottieri più o meno affidabili o forse soltanto “abili”, e quindi lungi da me lanciare pietre.
    Ma poiché lo pseudonimo usato dal millantato rivoluzionario non può che richiamare un certo Toni Negri, il teorico della Moltitudine, vorrei capire, rimanendo dunque nell’attualità e non facendo appunto le pulci al passato, come può essere letto questo stralcio di una sua intervista pubblicata in francese su Mediapart il 29 gennaio 2019 e in italiano su Dinamo Press a proposito del movimento dei Gilets Jaunes: “Questo movimento mi ha riempito di speranza, perché mette in atto una forma di democrazia diretta. Sono convinto da cinquant’anni che la democrazia parlamentare sia destinata al fallimento”.
    Chiedo venia per essere entrata a gamba tesa e grazie per l’attenzione.

  4. Forse sono un vecchio ingenuo, ma non ho pensato che Francesco N3gr1 potesse essere uno pseudonimo che richiami «un certo Toni Negri».
    Dal blog «Gli imperdonabili» che ha pubblicato il manifesto di COVID-19 vengo a sapere che Francesco N3gr1 è Francesco Negri, che « nasce a Milano nel 1994, dove vive e lavora. Il romanzo d’esordio uscirà nell’autunno del 2020 per Transeuropa, collana Wildworld. Quando non scrive e non lavora, è un ultrà del Milan.».

    E’ un Toni Negri in erba?
    Non lo so. Non mi pare, però, che Toni Negri abbia preso sul Covid-19 posizioni del genere o abbia teorizzato un appoggio morale e politico al coronavirus “rivoluzionario”, come sostiene il giovanotto, che è per “il tanto peggio tanto meglio”. Toni Negri anzi propone un “discorso di massa ampio” e denuncia le forme di “estremismo anche catastrofico” (Cfr. https://www.radiondadurto.org/2020/03/21/coronavirus-la-fase-attuale-ed-il-futuro-lintervista-a-toni-negri/)

    So, invece, anche che posizioni alla N3gr1 compaiono qua e là sul Web. Vedi qualcosa di simile qui: https://www.machina-deriveapprodi.com/post/odiamo-tutti:

    Stralcio:

    Perché è di questo che stiamo parlando. Da agenti del conflitto, portatori di un bacillo, quello dell’attualità della rivoluzione, siete ‒ siamo ‒ diventati una triste, debole, sterile sottocultura, neanche più giovanile. Zecche. Perfettamente riconoscibili, delimitabili, emarginabili dai contesti sociali per cui, con sprezzo del ridicolo, diciamo di agire, giustificando così la nostra riproduzione a gestori dell’esistente. Siamo anzi arrivati al punto che la controparte deve fare poco, o niente. Perché ci abbiamo già pensato noi a escluderci, a tirarci fuori dalla trama delle relazioni sociali, dai luoghi dove si riuniscono pezzi della composizione di classe, dalla realtà, quella vissuta e sentita socialmente con tutte le sue contraddizioni, ambiguità e bruttezze. Rinchiudendoci in ghetti ‒ che siano orizzontali o burocratici, identitari o della differenza, troppo sporchi o troppo chic poco cambia – riserve indiane vantaggiose al nostro nemico. Che infatti non ha poi così tanto interesse a chiudere, eliminare, combattere. Perché dovrebbe? Siamo diventati un utile sfogatoio della subalternità sociale, cassa di contenimento di pulsioni o istanze dei superflui, degli esclusi, dei diversi. Al punto che, nei fatti, come soggettività sedicenti politiche, contribuiamo a spegnere l’intemperanza giovanile, normalizzare il senso di impotenza, rendere compatibili e vertenziali le tensioni, funzionando, nei fatti, da tappo e da blocco per lo sviluppo e la radicalizzazione di movimenti reali di soggettività reali.)

    Mi paiono posizioni caratterizzati da una sorta di rivolta generazionale, quella fissa da secoli, dei figli contro padri – mi viene in mente Turgenev- o più o meno “surrealista”. Di cosa sono sintomo? Io ci farei più attenzione.

    P.s.
    Che Negri veda dappertutto e sempre speranze di movimento lo si sa. Ma basta liquidare la sua opera con una critica episodica e frammentaria? A me non va. Preferisco critiche meditate come questa di Jacques Bidet:

    MARX, ALTHUSSER, FOUCAULT E IL PRESENTE – INTERVISTA A JACQUES BIDET

    http://bollettinoculturale.blogspot.com/2020/09/marx-althusser-foucault-e-il-presente.html

    Stralcio:

    Il capitalismo non è interessato alla produzione di valori d’uso, ma, in ultima analisi, solo all’accumulazione di plusvalore, concetto costruito a partire da quello di valore. Da lì è difficile capire di cosa parli Toni Negri. Un altro esempio, la “moltitudine”. Questo discorso “multitudinale” è venuto a sostituire il discorso classista. Il problema non è la sua risonanza teologica, è il fatto che ci libera da considerazioni analitiche, soprattutto in termini di sfruttamento, a cui ci chiama l’analisi di classe. O ancora, la nozione di “impero” in cui spariscono le differenze e le relazioni tra ciò che rientra nel Sistema-Mondo in generale, l’egemonia americana, l’universalità del capitalismo o ciò che io chiamo lo Stato mondiale. O ancora, il fascino per l’emergere del “general intellect” fa passare il modo di appropriazione e riproduzione della sua monopolizzazione attraverso profitti e perdite da parte di una “élite” autoistituita che rientra nella classe dominante (in realtà, il suo discorso è segretamente rivolto ai figli perduti di questa élite).
    Tuttavia, non vorrei rimanere sul negativo. Se consideriamo che la classe dominante comprende, come credo, due poli, uno attorno alla proprietà capitalista e l’altro attorno all’organizzazione presumibilmente competente, possiamo pensare che, nel momento in cui il neoliberismo iniziò ad imporsi intorno agli anni ’70, già nel grande momento del 1968 due ispirazioni si scontrarono all’interno del marxismo. Uno, sulla scia dei partiti comunisti, ha preso il polo della capitale come principale avversario, e l’altro, l’organizzazione, la gestione, la gerarchia, ecc. Negri è una figura rappresentativa della seconda corrente. Ma tende a illustrarlo con un insieme di nozioni che assomigliano a “di Marx”, ma mantengono solo rapporti incerti con i concetti da lui costruiti. Non mi sembra probabile che aiuti a capire il mondo in cui viviamo, né a cercare strategie per uscirne. Da parte mia, cerco di prendere le cose dall’alto in modo che queste due ispirazioni rivoluzionarie possano convergere e incontrarsi.
    Ma devo anche riconoscere che l’opera di Toni Negri dà la voce soffocata del potere dal basso, che lui chiama quello della “moltitudine”.
    Annuncia la sua venuta e la sua vittoria finale, come il Vangelo annuncia il Regno di Dio, che verrà, perché è già lì. Se la rivoluzione deve arrivare, è già qui. È così che vivono le persone. Ed è anche l’approccio corretto, spinoziano, secondo cui nient’altro è concepibile di quello che è. Dobbiamo, ovviamente, andare oltre Marx, correggendo ciò che è falso o insufficiente nella sua teoria, lavorandoci attraverso altre fonti teoriche, ecc., ma senza abbandonare il corpo dei concetti che gli conferiscono il suo potere teorico e pratico.

  5. Ma è un giovine, ‘sto ragazzo del ’94, e i “Manifesti” di solito li scrivono i giovini per provocare, per lanciare sfide, per affermare la propria baldanza in modo arrogante (e magari per accendere un riflettore sopra la propria testa-di-….), sennò che caspita di “Manifesti” sono? Perciò mi appello alla clemenza della Corte.
    Pero, un momento, un po’ preoccupato lo sono io vecchio che reca sulle spalle il peso della Brexit e dell’elezione di Trump (e, visto che ci siamo, anche quella del Beluska, di Salvini, della Meloni, di Di Maio, di Renzi, di Zingaretti, di Bersani, di D’Alema, di Bertinotti, ecc.,) perché leggendo le due righe di biografia del Nostro, ho scoperto che purtroppo a breve ci incontreremo, “fra il lusco e il brusco” del catalogo di Transeuropa, e mi chiedo: farò in tempo a mettermi in salvo?

  6. Gentile Rita Simonitto,
    grazie a lei del commento, che coglie un punto, se non il punto.
    Intanto vorrei precisare che il mio articoletto è stato scritto abbastanza di getto come reazione alla stupidità del “manifesto” di Francesco Negri (non credo sia uno pseudonimo, ma in effetti non lo so). O almeno a quella che a me appare stupidità.
    Perché è vero che, come dice Ezio Partesana, “è ragionevole che i giovani aprano i becchi” – l’hanno sempre fatto, è giusto e doveroso che sia così. Ma io mi chiedo – mi chiedo – se non stiamo assistendo a un incremento favoloso e preoccupante della stupidità – in sé e in piccole dosi ingrediente necessario – con cui lo fanno.
    Il mio intento era dunque in primo luogo e quasi unicamente il dileggio.
    Venendo invece al punto da lei sollevato della falsa coscienza, è una domanda che mi sono posta anch’io – fuggevolmente, ma me la sono posta.
    Francesco Negri è delirante, ma il suo delirio è volto a promuovere una mobilitazione della moltitudine che a partire da un fatto scatenante tutto sommato accidentale (per i gilets jaunes la tassa sul carburante, per F.Negri le limitazioni alla libertà individuale indotte dal Covid) miri a scardinare il potere – a eliminarlo proprio, giusto?
    Nell’intervista da lei citata, Toni Negri dà grande rilievo all’idea di fratellanza (peraltro presente nel motto rivoluzionario della République). Per quel che mi riguarda, la mia visione antropologica non mi permette di considerare la fratellanza, quand’anche esista, come un fenomeno di una durata tale da farne qualcosa di politicamente rilevante. Mi sembra difficile basare un’azione politica – o anche semplicemente collettiva – sull’ “Inno alla gioia”. Naturalmente è possibile che io non veda bene o non veda abbastanza lontano; in entrambi i casi non posso vedere quello che non vedo.
    Venendo alla democrazia diretta: che la democrazia parlamentare sia in una profonda crisi è sotto gli occhi di tutti. Tuttavia la soluzione della democrazia diretta mi trova piuttosto scettica. Ci vedo un grande pericolo – strutturale – di inadeguatezza.
    Questo per quello che riguarda la mia “falsa coscienza”. Su come possa essere letto lo stralcio dell’intervista a Toni Negri invece, sarà meglio che ne parli qualcuno di più competente di me.
    Grazie ancora del commento acuto e preciso.

  7. P.S. Vedo che mentre riflettevo sulla mia falsa coscienza la discussione è andata avanti in modo (come auspicavo) molto più competente. Mi scuso per l’intempestività.

    @Roberto Bugliani: tranquillo, sono sicura che per gli autori Transeuropa il nostro farà un’eccezione.

  8. @ Elena Grammann
    E io ringrazio lei, gentile Elena, per le sue precisazioni.
    Io ero partita, come accade quando si dà libertà alle ‘suggestioni’, proprio dal suo commento circa il nome dell’autore, del “Manifesto Covid-19”, tal Francesco N3gr1 “(proprio così, N3gr1)”. Suggestioni che non mi portano, comunque, a pensarlo come ad un “Toni Negri in erba” (Ennio Abate). Pur non condividendo le idee negriane, non si può disconoscere la sua intelligenza, dote che il giovanotto di cui si parla, almeno da quanto e come scrive (sono consapevole che un “Manifesto” via social – e quindi condizionato dal mezzo – non può certo concorrere al Nobel per la letteratura, me ne rendo conto!) non sembra evidenziare. Magari leggendo il suo romanzo di cui Ennio ha preannunciato la pubblicazione, potrò anche ricredermi.
    Il cortocircuito è scaturito da alcune espressioni che mi hanno strattonato in un lontano passato e il fatto che queste oggi ritornino mi inquieta non poco.
    Mi rendo conto che la locuzione “cattiva coscienza” possa generare equivoci. Soprattutto se l’accento viene posto sulla negatività del termine ‘cattiva’. In realtà è un invito a cercare di riflettere onde non ripetere.
    Tutto qui.

  9. Preciso: “falsa coscienza”, se vissuta come una accusa di “cattiva coscienza” spinge alla difesa, al prendere le distanze dagli eventi implicati e non alla ricerca dell’approfondimento.

  10. …riguardo a questi giovanotti del manifesto: “Di cosa sono sintomo? Io ci farei piu’ attenzione. ” In effetti è una generazione ripetutamente ingannata: a loro di un prodotto già ampiamente avariato si sono lasciate solo le briciole dopo averli blanditi con promesse pubblicitarie di ogni tipo…Che dire? l’hanno presa male e, soprattutto, stanno reagendo male e con “riflessioni” mozzate per cui, essendo vecchietta, non vorrei incontrarli di notte in compagnia del virus, ma anche di giorno se fossi una giovinetta perchè temerei di essere circuita, sperando di intraprendere altre strade in diversa compagnia…Ringrazio Elena Grammann

  11. M’incuriosisce molto questo passo di un commento di Elena Gramman:

    “Per quel che mi riguarda, la mia visione antropologica non mi permette di considerare la fratellanza, quand’anche esista, come un fenomeno di una durata tale da farne qualcosa di politicamente rilevante. Mi sembra difficile basare un’azione politica – o anche semplicemente collettiva – sull’ “Inno alla gioia”.”

    E non per gratuita provocazione ma per tentare di approfondire qualcosa che intuisco ma di cui non sono certo, osservo e mi chiedo:

    1. ma la fratellanza ( alla quale Papa Francesco ha appena dedicato un’enciclica: https://ilmanifesto.it/oggi-esce-la-sua-terza-enciclica-sulla-rotta-sociale-della-laudato-si/) o altri valori – pace, amore, comunismo o, perché no, letteratura, arte, poesia – o tutto quel che ci affrettiamo spesso a classificare come ‘utopia’ non sono “cose” da costruire politicamente, invece che ritenere esistenti in natura?

    2. ammesso che siano innaturali, perché le pensiamo o tanti di noi sprecano tempo a pensarle o a desiderarle o addirittura tentano di tradurle in azione politica?

    3. sbagliava così tanto Leopardi a sottolineare la forza delle illusioni ( ammesso che i suddetti valori siano per tutti illusioni)?

    4. fatta pulizia dalle nostre menti di questi valori-illusioni e ammesso che abbiamo raggiunto la conoscenza dell’ “arido vero”, cosa ci garantisce che anche questa non sia un valore-illusione? E, soprattutto, che tipo di vita o di azione politica condividiamo e approviamo?

    1. Cerco di rispondere, ma non è facile

      1. a. Non metterei letteratura, arte e poesia assieme a pace, amore, comunismo. Mi sembra che ci siano delle differenze categoriali notevoli: letteratura, arte e poesia si danno (o si sono date fino a tempi recenti) nelle società umane. Nemmeno Leopardi lo negherebbe. Per pace, amore e comunismo è da vedere. Non ho detto che non siano mai stati dati, ho detto che è da vedere. È interessante a questo proposito quello che dice Bidet di Toni Negri nello stralcio di intervista che hai pubblicato: “Annuncia la sua venuta e la sua vittoria finale, come il Vangelo annuncia il Regno di Dio, che verrà, perché è già lì.” Si confonde il desiderio della cosa con la cosa.

      b. Mi fa piacere che il Papa abbia dedicato un’enciclica alla fratellanza. Direi che fa correttamente – molto più correttamente di altri – il mestiere di papa. Ma in generale non mischierei religione e politica perché a farlo si finisce nella teocrazia. (Personalmente, la teocrazia è ciò che aborro di più al mondo.)

      Queste comunque erano osservazioni marginali. Il punto è l’ ”esistente in natura” e il “da costruire”. Parlando di esseri umani (mi scuso per il tono da massimi sistemi, d’altra parte stiamo trattando di massimi sistemi), la natura comporta già in sé una parte di cultura, quindi una parte costruibile – cioè una parte di educazione. L’educazione alla fratellanza (ma io preferirei parlare di solidarietà, mi sembra emotivamente meno carico) è certamente praticabile, in certi contesti concretamente praticata, dunque la solidarietà è costruibile.
      L’educazione però non è una cosa così cristallina. Intanto presuppone due istanze: chi educa e chi è educato. Ora, già dalla parte di chi educa ammetterai che comporta una parte di “presunzione” e di arbitrarietà: chi garantisce che l’educazione impartita sia giusta? Si possono citare culture feroci – tu penserai al capitalismo, io penso alla civiltà azteca, che come osserva Lévy-Strauss è la spina nel fianco di ogni antropologo. Ma anche ammesso e volentieri concesso che esistano educazioni migliori e educazioni peggiori, non è detto che chi viene educato recepisca l’educazione o la recepisca nel modo corretto – e questo perché l’educazione si incontra, o si scontra, con il nucleo duro di un’identità che ha i suoi modi (direi quasi kantiani) di percepire se stessa e le cose. E comunque è assai improbabile che un’educazione alla solidarietà possa coinvolgere i sette miliardi e passa di individui che abitano il pianeta.
      Ma io ho trascurato l’avverbio: costruire politicamente. Semplicemente, non so cosa voglia dire. A meno che non voglia dire: costringere alla solidarietà. Ma costringere non è costruire (vedi sopra teocrazia).

      2. Non sono innaturali – nel senso che dicevo sopra. Ma sicuramente non sono spontanee. Sono frutto di educazione, di riflessione e di pratica. E poi, come per ogni altra cosa, c’è chi è portato. Quanto a quelli che le pensano o le desiderano o cercano di attuarle, lo fanno perché è la cosa che gli interessa di più. C’è chi fa il prete, chi mette su un’azienda e chi apre un’attività di toelettatura cani. C’è chi nel tempo libero discute di politica e chi fa il torneo di briscola.

      3. Le illusioni in Leopardi (per quel che posso dire io) hanno una forza puramente poetica, non politica.

      4. Io non credo che il vero sia arido. Il vero è interessantissimo – soprattutto se lo si libera dai quintali di retorica che lo opprimono. A me interessa la letteratura perché è il punto di intersezione fra l’individuale e il generale. Il generale da solo mi sembra privo di realtà – un’insufficienza mia.
      All’ultima domanda non ho risposta.

  12. @ Elena Grammann

    Aggiungerei solo questo al punto 1:

    Non so se ho capito bene l’obiezione, ma direi che, malgrado sicure differenze tra loro, anche pace, amore, comunismo (in forme proprie rispetto a letteratura, arte e poesia) “si sono date” (= sono esperienze che si sono manifestate in forme storiche più o meno distinguibili e spurie rispetto all’Idea che la gente comune o i pensatori se ne sono fatte). E la contiguità o gli intrecci tra tutti questi concetti (ed esperienze) mi paiono forti: quanta letteratura, arte e poesia è impregnata di desideri o è «promessa di felicità» (Adorno, Fortini)? E la felicità non ha a che fare ( in teoria, per tenerci coi piedi per terra)con pace, amore e comunismo?
    Se poi si vuol dire che i desideri in letteratura arte e poesia si fanno linguaggio, opera, oggetto, cioè hanno una loro concretezza duratura, mentre pace, amore, comunismo non l’hanno altrettanto, cioè “non si vedono” o non hanno effetti duraturi, può essere. E però gli intrecci a me pare ci siano.

  13. Così, per conversare:
    a me sembra che la letteratura abbia a che fare con la felicità piuttosto ex-negativo. Si costruisce sull’assenza della felicità e sul crollo o l’inconsistenza delle illusioni o prospettive al riguardo. Questo mi pare vero per il teatro (ad eccezione della commedia, che però, indipendentemente dai risultati anche eccelsi che può raggiungere, rimane un genere in un certo senso minore). Il massimo di felicità che posso vedere nel romanzo è l’accettazione da parte del protagonista dei limiti che si erano scavalcati con giovanile baldanza e il ripiegare su un’esistenza ragionevolmente borghese, ragionevolmente illuminata dal riverbero delle esperienze pregresse. naturalmente ci sono delle eccezioni, ma i romanzi che non “ripiegano” spostano il compimento della felicità in una dimensione mistica o religiosa – e i primi romantici, che questa felicità la volevano e la prendevano sul serio, o muoiono giovani o si convertono al cattolicesimo.
    D’altra parte tutto ciò è naturale, perché della felicità non c’è nulla da dire e quando si è felici non c’è nessun bisogno di letteratura o di arte.
    In uno dei sequel di Matrix, credo il secondo, uno di quei tizi-macchine dice che loro hanno provato a creare per gli umani impacchettati nei sacchetti una realtà felice, ma gli umani deperivano, perché evidentemente non era l’ambiente giusto per la specie.
    A me sembra che la felicità e la virtù (=amore, solidarietà) siano e debbano essere ideali regolativi dei singoli e delle collettività, ma che sia impossibile, velleitario e nemmeno giusto volerli trasformare in realtà realizzate. C’è un residuo (e più di un residuo) ineliminabile di amor proprio (=egoismo) nel singolo, che si riflette sulla collettività e che si può solo cercare di “regolare” il più convenientemente possibile.
    E’ certo che le cosiddette democrazie occidentali hanno raggiunto un grado di sregolatezza preoccupante.
    Una domanda: posso chiederti cos’è per te il comunismo?

    1. @ Elena Grammann

      “a me sembra che la letteratura abbia a che fare con la felicità piuttosto ex-negativo”.

      Concordo. E in realtà io mi riferivo al pensiero dialettico negativo di Adorno-Fortini, che parlavano soltanto di”promessa” di felicità che letteratura, arte, poesia – diciamo così – conservano, ma non possono realizzare.

      “Una domanda: posso chiederti cos’è per te il comunismo?”

      Domanda che oggi mi fa sempre più tremare. E tuttavia un faticoso sforzo per rispondervi commentando anche pedantemente uno scritto di Franco Fortini(non molto gradito e caduto nel silenzio imbarazzato o ostile di molti), l’ho fatto qui:

      http://www.poliscritture.it/2017/02/09/appunti-politici-3-comunismo-di-f-fortini/

      http://www.poliscritture.it/2017/03/09/appunti-politici-6-comunismo-di-f-fortini/

      http://www.poliscritture.it/2017/08/09/appunti-politici-4-bis-comunismo-di-franco-fortini/

      Non so se te la sentirai di andare fino in fondo. Vedi tu.

      1. Ho letto e ti ringrazio. Dovrei approfondire/completare la lettura dei commenti che sono molto interessanti, ma veramente troppa carne al fuoco per me al momento.
        Ti dico le mie impressioni – non perché pensi che abbiano qualche interesse (i commentatori si sono già espressi e molto meglio di quanto possa fare io), ma come segno della mia partecipazione.

        Per quello che capisco:

        – “comunismo” ha senso come reazione alle strutture economico-politiche del capitalismo, che attualmente sembra trionfare pressoché universalmente nella forma del neoliberismo. Come reazione il comunismo è nato e, dopo un’innegabile crisi, proprio il neoliberismo tende a dargli nuovo vigore.

        Ma:

        – nel frattempo i dati della questione si sono notevolmente modificati. Il tradizionale aspetto “classista” (borghesia-proletariato) si modifica in un quadro in cui a un Occidente globalmente sfruttatore si contrappone un – chiamiamolo per comodità – Terzo Mondo sfruttato. A complicare ulteriormente le cose è il fatto che in vaste zone almeno di questo Terzo Mondo (penso in particolare all’Africa subsahariana) gli sfruttati non dispongono neanche lontanamente dell’attitudine occidentale alla produzione di ricchezza (comunque la si valuti), né del minimo di istruzione/cultura/coscienza politica che apparteneva (uso di proposito l’imperfetto) al proletariato occidentale. Non sono in grado di aiutarsi da soli. Sono alla mercé.

        – la grossa aporia del neoliberismo non è nemmeno più il problema morale e politico dello sfruttamento, ma il problema di sopravvivenza della specie, più che minacciato dall’enorme inquinamento e dissennata gestione (di gestione non si può neanche parlare, in verità) delle risorse naturali e in generale del pianeta.

        – proprio quest’ultimo punto però implica la conseguenza che o andiamo tutti al diavolo, e allora buonanotte, o il neoliberalismo, naturalmente anche nella sua forma cinese, DOVRA’ cedere – cedere naturalmente alle proteste e all’azione della gente. In tempi lunghi immagino, non solo per le resistenze del capitale, ma perché nel frattempo, intanto che si cambia, la gente (sette miliardi in aumento) vuole continuare a mangiare – vedi problemi del lockdown. (Ricordo, en passant e senza intenzione di polemica, che nell’affermazione dei socialismi storici le carestie indotte sono state devastanti).

        – mi pare di poter affermare (e se è un’ingenuità scusa la mia ingenuità) che il grosso dei mali attuali venga dalla contrapposizione fra gli Stati (chiamiamoli “sviluppati” o potenti), che è tutto fuorché una questione di ideologie e di sistemi. E’ un accaparrare per sé e tenersi a galla per non essere subordinati a un altro o a altri, assicurare a se stessi come collettività potere e prestigio (i russi ad esempio sono nazionalisti a dei livelli per noi difficilmente immaginabili) e alla propria popolazione (naturalmente in misura variabile) accettabili condizioni di vita.

        – non sarebbe dunque il primo e più urgente obiettivo un’eliminazione degli Stati Nazionali, che da tempo hanno fatto il loro tempo, e al loro posto un Impero sul modello di quello Romano, ma universale, quindi senza confini da difendere?

        Mi è piaciuto molto un passo di un commento di Cristiana Fischer, che riporto:

        “Ho un’idea diversa riguardo il cammino, il tempo e l’origine. Se cammino – perché ho due gambe (origine biologica) – erro, nel doppio senso del termine. Erro perché la mappa (il comunismo) non è il territorio, perché non ho meta, ma nemmeno andatura, l’unico possesso che ho del tempo è l’errabondo viaggiare. Incontrando per via con chi accompagnarsi dividendo il pane. Scambiando aiuti e parole. Altro non c’è ma è tutto.”

        Vorrei sottolineare, in particolare, la frase: “Erro perché la mappa (il comunismo) non è il territorio”.
        Forse non la intendo nel modo giusto, ma a me sembra che noi abbiamo della specificità umana così come dell’intero universo una conoscenza necessariamente parziale, che si amplia e si modifica nel corso del cammino. Nel corso del cammino si sono date organizzazioni umane sempre imperfette e migliorabili ma comunque spontanee, legate a quella specificità e natura che conosciamo solo imperfettamente. Volerci calare sopra dall’alto un’antropologia, un’organizzazione, una struttura onnicomprensiva e artificiale, perché pensata da una persona o anche un gruppo di persone, mi sembra una hybris foriera di sventura. Tu mi dirai che il comunismo non è questo; ma lo è stato, e anche Fortini, in fondo, a quello si rifà.
        E se non è più questo, perché mantenerne il nome?

  14. @ Elena Grammann

    Rispondo in ritardo con alcuni tentativi di precisazioni:

    1. Il comunismo è stato un sogno o utopia che si è ripresentata nella storia in varie forme (anche millenaristiche o pauperistiche); e, con la nascita dell’industrializzazione (“rivoluzione industriale”) si è riaffacciato come ipotesi/possibilità di fuoriuscita dalla (precedente) storia. In Marx, lo studioso – per alcuni scienziato, per altri filosofo, per altri militante rivoluzionario – che più è stato capace di indagare il “salto” che la rivoluzione industriale comportava e svelare il meccanismo dello sfruttamento capitalistico del lavoro salariato che produce profitto, troviamo una ipotesi/possibilità più razionalmente formulata ( scientifica per alcuni) di uscita da un passato di lotta tra le classi che egli considerava “preistoria” superabile. Per andare dove? All’abolizione delle classi, attraverso un periodo di dittatura del proletariato. Durante il quale si sarebbe dovuto istaurare prima il socialismo (controllo della produzione e riproduzione della società da parte dei lavoratori) e poi il comunismo ( stato di abbondanza delle risorse e dei beni che avrebbe evitato per sempre la lotta tra le classi). Le esperienze di costruzione del socialismo tentate nel Novecento ( Urss, Cina, Cuba) sono abortite quasi sul nascere. Oggi, di fronte alle crisi sempre più spaventose e globali del sistema capitalista (neoliberista), l’ipotesi socialista/comunista è sostenuta solo da residue minoranze, epigoni delle lotte novecentesche, che non paiono in grado di poterla praticare o farla praticare a minoranze o gruppi sociali o moltitudini.

    2. Il quadro dai tempi di Marx si è notevolmente modificato, complicato (la questione ambientale, la questione femminile, questione della sopravvivenza della specie) ed è diventato caotico, tanto che sulle “rovine” del pensiero marxista ma anche di quello illuminista e liberale abbiamo le più svariate ipotesi: apocalittiche, post-umane e post-moderne, ), imperiali ( Impero di Negri e Hardt), “multitudinarie”, ma anche neonaziste e neoterzomondiste ( si dovrebbe dire perché anche la tesi di «un Occidente globalmente ]sfruttatore [che si contrappone a un – chiamiamolo per comodità – Terzo Mondo sfruttato» è messa in discussione dallo sviluppo (capitalistico) di Cina e India). Sì, se non di fronte all’aut aut luxemburghiano (socialismo o barbarie) siamo di fronte a un auto aut di simile e forse anche più tragico.

    3. All’epoca delle nostre giovinezze in cui è parso profilarsi un primato politico dei movimenti e delle masse è seguito un rinsaldamento del ruolo principale degli Stati. Al posto della lotta di classe la lotta tra gli Stati per il dominio del mondo? Più che a Marx e al marxismo è alla geopolitica che ci si rivolge ed essa nel dibattito pubblico la fa da protagonista. E molto si è discusso proprio sul ruolo degli Stati Nazionali. Sono sopravvivenze formali di un passato? Sono condizionati dal potere economico e politico delle multinazionali? Si va verso l’Impero ( ancora Negri e Hardt)? Ma gli USA, che parevano essere la potenza imperiale per eccellenza non sono forse in declino, pur mantenendo un predominio militare imponente? E non si sono affacciate sul palcoscenico della storia mondiale altre potenze ( la Cina in particolare) e si può ipotizzare invece che un Impero un policentrismo, una contesa tra varie potenze?

    4. Il brano di Cristiana Fischer che riporti va di sicuro contro ogni ipotesi comunista.
    Riduce metaforicamente il comunismo a “mappa”, che è una rappresentazione riduttiva della vastità e ricchezza di un “territorio”.
    Eppure il comunismo che si riusciva a pensare (o si potrebbe ancora pensare) sollevandosi sulle spalle di Marx non era una “mappa”. Era un’ipotesi (una possibilità) formulata proprio per segnalare la vastità, la ricchezza e anche la mutevolezza del territorio, cioè della realtà storica, che la ragione umana a volte riesce ad afferrare. Quindi quella visione aveva in sé proprio il pregio di non « calare sopra dall’alto un’antropologia, un’organizzazione, una struttura onnicomprensiva e artificiale». Per questo, Marx, che studi più recenti vanno sottolineando come un pensatore sempre inquieto e niente affatto sistematico e rigido, si rifiutava di delineare un’immagine della società comunista. Perché sarebbe stata ( e sarebbe) solo una deduzione logica di quanto una mente anche eccellente è riuscita a conoscere. E va sottolineato che Fortini tiene aperta la visione non “mappista” di Marx quando definisce il comunismo non come punto finale o d’arrivo della storia, ma come processo che non porta né alla pace perpetua né a un paradiso terrestre ( e in altri scritti neppure alla soluzione dei problemi esistenziali) ma a « una contraddizione diversa da quella oggi dominante» ( Cfr. «Il combattimento per il comunismo è già il comunismo. È la possibilità (quindi scelta e rischio, in nome di valori non dimostrabili) che il maggior numero di esseri umani – e, in prospettiva, la loro totalità – pervenga a vivere in una contraddizione diversa da quella oggi dominante»).
    Sulla questione« perché mantenere il nome» (di comunismo), direi che bisogna mantenerlo per intenderci su una storia che è avvenuta e sulle idee che hanno tentato di rappresentare quella che avrebbe potuto avvenire. Quel nome indica delle esperienze (positive e negative) e però anche una direzione verso cui orientare pensiero e comportamento dei singoli o dei gruppi sociali (come fascismo indica ancora quella opposta e democrazia un ibrido). I nomi in uso ( con il loro carico anche di ideologia e emotività) dovrebbero essere sostituiti con altri nomi più esatti o pregnanti solo quando siamo in grado di stabilire un rapporto lineare o abbastanza chiaro tra il nuovo nome e i processi storici reali di trasformazione che esso dovrà indicare. Poi uno può inventare nuove parole indipendentemente da rapporto di esse con un qualcosa di preciso, ma per gli altri resta uno che ha voglia di scherzare. Nulla di più.

    1. Cito da un articolo molto interessante che ho letto stamattina: ” Il pensiero di Bloch, come quello di altri grandi teorici marxisti del secolo scorso, è infatti stato profondamente animato dall’idea di una ri-fondazione dell’umanità attraverso il superamento delle sovrastrutture oppressive che ne hanno impedito il pieno sviluppo.” (https://filosofiaenuovisentieri.com/2020/10/11/il-regno-e-vicino-escatologia-e-ateismo-cristologico-in-ernst-bloch/comment-page-1/?unapproved=76319&moderation-hash=c3734c04808abbeac80e116d5132e97b#comment-76319)
      E’ proprio l’idea di ri-fondazione dell’umanità che non mi va. Non ci credo.
      Tu dirai che è superata e citi Fortini e la sua definizione. Ma a parte che è una definizione estremamente vaga – l’unico elemento concreto è “combattimento” -, ci si potrebbe anche chiedere perché fare una rivoluzione solo per sostituire una contraddizione con un altra. Tanto più che le contraddizioni, come fai notare anche tu, si evolvono naturalmente.
      “promuovere i poteri e la qualità di ogni singola esistenza” – i poteri e la qualità di ogni singola esistenza dipendono dallo sfondo antropologico/ideologico in cui le esistenze si svolgono. Nell’ipotesi di modificare radicalmente lo sfondo, il concetto di qualità ci si svuota fra le mani. Non dico questo per amor di contraddizione, ma come consapevolezza maturata attraverso trentacinque anni di insegnamento in una scuola superiore statale, in una zona d’Italia piuttosto attenta alla qualità di ogni singola esistenza.
      Mi rendo conto da sola che l’immobilismo acquiescente che sembrerebbe derivare dalle mie osservazioni non è accettabile e che il combattimento, in qualche forma, è necessario. Ma per venire alla domanda che conclude la tua poesia (che ho letto in traduzione!): dov’è questo “noi”? Ma prima ancora, dov’è questo “dove”?
      La rivoluzione francese (l’unica che abbia portato a acquisizioni, soprattutto teoriche e giuridiche, durevoli) è stata fatta a Parigi e diretta da Parigi. Dov’è adesso Parigi? Dobbiamo “prendere” Wall Street e fracassare tutti i computer della Borsa?
      I rivoluzionari hanno tagliato la testa al re. A chi tagliamo la testa noi? A Berlusconi? A Trump? Ma per favore…Non li ammazza neanche il Covid…

      1. Però la “contraddizione” non è una categoria dello spirito, anche se confina col male, ma sono contraddizioni determinate. Quindi sostituirle sarebbe naturale, non scandaloso. Certo Mao ha introdotto la metafisica: in seno al popolo o fuori. E il comunismo le prevederebbe comunque in seno al popolo (non è vero, naturalmente). Le rivoluzioni sono state tante, non solo in occidente però. Uscire dal capitalismo sono affari concretissimi, diffusi, pieni di maschere e sconfitte eventuali. L’importante pare che sia, piuttosto, la difficoltà seria del capitalismo di continuare a sfruttare il mondo intero come si era pur attrezzato a fare.

      2. @ Elena Gramman

        Obiezioni sensate ma non ultimative, spero. Provo ad approfondire:

        1. “E’ proprio l’idea di ri-fondazione dell’umanità che non mi va.”. Quest’affermazione trova d’accordo me, Fortini e tutto il filone antistalinista del fu movimento operaio. Di superuomo parlò Nietzsche. Di “uomo nuovo” parlò Stalin. Ma il filone blochiano e brechtiano ha sempre mirato al mutamento delle condizioni di vita o meglio ancora dei rapporti sociali di sfruttamento tra gli uomini ( comprendendo in questo termine anche donne, bambini, malati, ecc.). Quindi nessuna rifondazione dell’umanità. Potrei, partendo da Kant che sosteneva: «Da un legno storto come’è quello di cui l’uomo è fatto non può uscire nulla di interamente diritto», dire con una battuta che i comunisti vorrebbero/dovrebbero creare condizioni più favorevoli in modo che i “legni storti” soffrano di meno per questo tipo di organizzazione della società che non è inevitabile e nemmeno vantaggioso per molti.

        2. “ci si potrebbe anche chiedere perché fare una rivoluzione solo per sostituire una contraddizione con un’altra”.

        Infatti. E tuttavia, impostato così, a me pare un problema mal posto, perché astratto e forse cervellotico o tipico di discorsi salottieri. Le rivoluzioni non si fanno “a tavolino”. Non c’è nessuno che conosca o padroneggi in anticipo tutti i fattori che entrano in gioco nei processi sociali e politici, specie nei periodi di crisi profonda, quando anche un’ipotesi rivoluzionaria può apparire ragionevole. Non c’è nessuna possibilità di discuterla prima fino in fondo o di farla votare magari a maggioranza. C’è sempre un problema di scelta rischiosa e di scommessa (fatta sia da minoranze che da maggioranze in modi specifici e non del tutto controllabili). Chi poteva avvertire il Lenin delle Tesi di aprile o di Stato e rivoluzione che dopo di lui ci sarebbe stato Stalin e lo stalinismo? E, però – qui sbagli a interpretare quello che avrei detto – non è che le contraddizioni «si evolvono naturalmente». «i poteri e la qualità di ogni singola esistenza dipendono dallo sfondo antropologico/ideologico in cui le esistenze si svolgono» ma anche dalle scelte dei singoli, dei gruppi, delle masse. Scelte che sono appunto culturali ma non “naturali”.

        3. «dov’è questo “noi”? Ma prima ancora, dov’è questo “dove”?».

        Non ho risposte, le cerco. E’ questa l’incognita su cui siamo fermi anche col pensiero. Ma dobbiamo evitare di pensare a una eventuale rivoluzione usando quasi in automatico schemi delle precedenti («I rivoluzionari hanno tagliato la testa al re. A chi tagliamo la testa noi?» che sono solo modelli astratti. Io ne diffiderei. Non solo perché siamo in condizione noi di subire il taglio della testa ma perché il che fare può solo venire da una buona conoscenza del mondo d’oggi in cui annaspiamo. Che ancora ci manca.

  15. Fosse “almeno” una mappa! Mentale, di orientamento a quella possibilità di una lotta che sia già la cosa stessa. Sto emergendo dal libro di Alessandro Visalli, Dipendenza, 422 pagine di interpretazioni delle “crisi” dei sistemi capitalisti dalla fine dell’800 ai giorni nostri. Per arrivare ai due visionari concreti, Samir Amin e Arrighi, che fissano quella attuale, l’Ultima!, e contemporaneamente il Nuovo terreno di approdo. Da costruire da parte di Stati e Politiche. Si evocano insieme, nel libro, sovranità e egemonia per nuove società più giuste e umane. C’è tanto Marx, in tutti i numerosi autori che Visalli chiama a motivare le loro analisi di un secolo e mezzo di crisi. Forse il comunismo, anzi è probabile, è nella mente di Arrighi e Amin. E però lavorano, duramente, con analisi storiche e di dati, teorie economiche, approcci di teoria della storia, intenti politici. Ecco, unire questi comunismi di discorsi tanto diversi, sarebbe davvero un buon compito.

  16. DA POLISCRITTURE FB

    Ennio Abate

    11 ottobre 2018

    SBRATTO 3

    E leggimmece pure Rancière, «Communists
    without Communism?».* Chiste rice ca l’uguaglianza

    non è un fine da raggiungere; è un punto di partenza.
    Dint’o cirvielle, ie penze. Ca, attuorne, proprie nun se vede.

    E ca l’intelligenza è una sola, nun nge sta chella ro maestro
    e chella ro scolare. E ca amma finì e fa l’intellettualon’i

    ca nzegnane a gente cumme se fa a campà. E cà pozz’appruvà.
    O cummunisme è allore ‘ntelligenz’e commune? Speramme!

    E dice pure ca l’ignorante è capace e ‘mparà ra sule
    Allore a dittatura dell’ignoranza nun nge stà?Beh, boh!

    E ca e cummuniste nate primme e nuie anne sbagliate
    cu chella cazze e contrapposizione tra esperienza re lavoratori

    e scienze ca steve dint’a cape e l’avanguardia cummuniste.
    Ammà penzà – rice Rancière – o cummunisme cumme potere

    di *chiunque*. E ammà ‘mparà ra e mument’e ra storia
    quanne e lavuratur’i – gente comune, gente ca cammine

    cu dui piere cumm’a nuie e fa na vita nurmale –
    se detter’e ra fà pe fa funzionà loro e piezze ra società.

    Pure a me cheste pare na bella pensata. Ma pò Rancière
    nun m’e spieghe cumme se fa. E se mette invece

    a battaglià cu Toni Negri. Ca per Rancière rice ca nge sta
    nu capitalismo del Capitale; e ca – oplà! – subite se pò passà

    a nu capitalismo delle moltitudini. A pappe è pronte,
    venit’avell’e sulamente a mangià!

    Ma Rancière sa piglie pure cu chille, ca dicene ca mo
    o munne è cummanate ra na piccola borghesia niccian’e.

    ca sta a sbavà arrete a ‘sti spettacule e ae godimenti
    narciso-democratici; e se lamentane: stamme rint’a nu pantane!

    Sule o cummunisme nge po’ tirà fore! Rancière rice: no, no!
    No, o cummunisme nunn’esce vispe ra panze ro capitalisme.

    No, o cummunisme nunn’o facimme e botte quann’arrivamme
    quase a fine ro munne e c’affacciamme ‘npunt all’abisse.

    Ca stamme cumbenate quase cumm’ae proletarie e l’Ottociente,
    ca nun simme tutti tecnici hi-tech o consumator’e a gogò,

    ca nunn’avimme aspettà ca o capitalisme nge partorisce
    o cummunisme, ni ammà fà na rovesciate eroiche all’ultime minute

    primme e carè rint’a voragine ra morte, ca ngiamm’ a basà
    sull’intelligenze ra gente commune, ca facette certi lotte

    e ancora e fà, nun me pare na grossa nuvità e o penz’e pure ie.
    Ma raddò amma ‘ncumingià? E addò sta o *nuje* ca po ballà?

    Nota.

    Ho usato con molta libertà il mio dialetto (salernitano) per marcare ironicamente le distanze tra un filosofare alto/internazionale e un filosofare inchiodato *al basso*. Sempre memore del Brecht di « Anders als die Kämpfe der Höne sine die Kämpfe der Tiefe!» (Diverse dalle lotte sulle cime sono le lotte sul fondo ). Per i non dialettofoni abbozzo una traduzione veloce:
    E leggiamoci pure Rancière, «Communists / without Communism?».Il quale dice che l’uguaglianza/non è un fine da raggiungere; è un punto di partenza./Nel cervello, penso. Perché, intorno, proprio non se ne vede./ E che l’intelligenza è una sola, non esiste quella del maestro/ e quella dello scolaro. E che dobbiamo smetterla di fare gli intellettualoni/ che insegnano alla gente come si fa vivere. E qui posso approvare./Il comunismo è allora intelligenza comune? Speriamo!/ E dice anche che l’ignorante è capace d’imparare da solo./ Allora la dittatura dell’ignoranza [Majorino, Viale] non esiste? Beh, boh! // E che i nostri antenati comunisti hanno sbagliato/ con quella sciocca contrapposizione tra esperienza dei lavoratori/ e sapere posseduto solo dalle menti dell’avanguardia comunista./ Dobbiamo pensare – dice Rancière – il comunismo come potere/ di *chiunque*. E dobbiamo imparare dai momenti della storia/ quando i lavoratori – gente comune, gente che cammina/ con due piedi come noi e fa una vita normale -/ si diedero da fare per far funzionare loro i settori della società// Anche a ma questa [l’autogestione] sembra una bella idea. Ma poi Rancière/non mi spiega come si fa [l’autogestione]. E invece comincia/ a polemizzare con Toni Negri. Il quale per Rancière dice che c’è/ un capitalismo del Capitale e che – oplà!- subito possiam passare/ a un capitalismo delle moltitudini. La pappa è pronta/ venitevela soltanto a mangiare!// Ma Rancière se la prende pure con quelli, che dicono che oggi/il mondo è comandato da una piccola borghesia nicciana/ che sbava dietro agli spettacoli e ai godimenti/ narciso-democratici; e si lamentano: stiamo dentro un pantano!/ Solo il comunismo ci può tirar fuori! Rancière dice: no, no!/ No, il comunismo non esce vispo vispo dalla pancia del capitalismo./ No, il comunismo non lo costruiamo di botto quando arriveremo/ quasi alla fine del mondo e ci affacciamo sull’orlo dell’abisso.//Che siamo combinati quasi come i proletari dell’Ottocento,/ che non siamo tutti tecnici hi-tech o consumatori a gogò,/ che non dobbiamo aspettare che il capitalismo ci partorisca/ il comunismo, né che dobbiamo fare una rovesciata eroica all’ultimo minuto/ prima di cadere nella voragine della morte, che dobbiamo affidarci/ all’intelligenza della gente comune, che fece certe lotte/ e ancora le fa, non mi pare una gran novità e lo penso io pure./Ma da cosa cominciare? E dove sta il *noi* che può aprire la danza?
    * La recensione a Rancière che ho utilizzato si legge qui:https://www.alfabeta2.it/…/17/comunisti-senza-comunismo/

    *Il quadro a olio di Tabea Nineo è del 2005

  17. @ Ennio Abate, Cristiane Fischer

    Sembra che io abbia un problema con la “contraddizione”, che intendevo grosso modo nel senso di conflitto.
    Non penso che sia scandaloso sostituirle – al limite può creare un senso di inanità.

    Quando dico che le contraddizioni si evolvono naturalmente, non voglio dire che si risolvono naturalmente, ma che si modificano, diventano altre, e questo lo dicevi anche tu (“Il quadro dai tempi di Marx si è notevolmente modificato, complicato (la questione ambientale, la questione femminile, questione della sopravvivenza della specie) ed è diventato caotico”).
    Ad esempio la “contraddizione” fra capitale e lavoro salariato non è certo risolta, però sembra attutita, messa da parte da contraddizioni nuove (sempre che contraddizioni siano e non puri fenomeni): fra Occidente e paesi che arrancano all’inseguimento di una situazione economica e sociale soddisfacente.
    Voglio dire che sembrerebbe che il passaggio da una contraddizione “oggi dominante” a una diversa avvenga comunque, anche se la contraddizione “ieri dominante” non è stata risolta. Forse più che risolvendo si procede mettendo delle pezze.

    1. @ Elena Grammann

      “Ad esempio la “contraddizione” fra capitale e lavoro salariato non è certo risolta, però sembra attutita, messa da parte da contraddizioni nuove”

      Potrei anche concordare o almeno non respingere immediatamente tale affermazione, ma perché dire “le contraddizioni si evolvono naturalmente”?
      E’ questo “naturalmente” che non mi convince. Non è la natura che ha prodotto il capitalismo ma l’andamento della storia…

      1. Forse “naturalmente” è una scelta lessicale sbagliata. Voglio dire “da sé”, perché nel tempo tutto si modifica e nulla resta uguale a se stesso. E sicuramente i conflitti sono il motore del cambiamento; ma delle due istanze che confliggono, non credo che una sia razionale e l’altra no.

        Secondo me il capitalismo è un prodotto dell’egoismo umano (pleonexia, avidità), quindi natura, e di un’attitudine dell’uomo occidentale a oggettivizzare il mondo, cioè un’attitudine scientifica che è sfociata nella tecnica. Puoi chiamarla storia, ma è quasi indistinguibile da una certa natura occidentale. Da una certa evoluzione necessaria della natura occidentale (ad esempio, gli imperi “che si espandono” sono tipici dell’Occidente, mentre gli imperi estremo-orientali si rinchiudono nelle proprie frontiere).

    2. “Forse più che risolvendo si procede mettendo delle pezze”, già per Marx il capitalismo è intimamente contraddittorio, perché si abbassa il tasso di profitto. Ormai il globalismo ha realizzato un sistema mondo, con i suoi alfieri le sue vittime e gli antagonisti. Papa Francesco ne ha preso atto con la sua enciclica. Le crisi infatti hanno scandito la storia degli ultimi secoli, l’ultima del 2008 e l’attuale la sta evidenziando il virus. Le crisi sono interpretate come la contraddizione propria del modo di produzione capitalista, a cui si collegano le varie e diverse contraddizioni, capitale e lavoro, colonie e decolonizzazioni, guerre e lunghe fasi ideologiche. Sia le crisi, sia le guerre e i conflitti interni di classi, sia i movimenti di liberazione o le migrazioni, sono fatti. Diversi tra loro eppure ci sono studiosi che cercano uno schema unitario per interpretare. Le contraddizioni in cui viviamo sono diverse, materiali e ideologiche. Secondo molti si possono ricondurre a una spiegazione unitaria. Terrestre, non metafisica. (Che colpa viene addebitata a Francesco, di aver parlato solo della Terra, coi suoi sodali l’imam del Cairo e il patriarca ortodosso, e non di dio!)

  18. ” Ormai il globalismo ha realizzato un sistema mondo, con i suoi alfieri le sue vittime e gli antagonisti. Papa Francesco ne ha preso atto con la sua enciclica. ” (Fischer)

    Prendo atto che ho una malattia ma c’è o no il rimedio per curarla? Cercando nella tradizione (liberale? socialista? comunista?) c’è qualche possibilità o no di trovarlo?
    E’ a questo punto che i pensatori (noi compresi) annaspano o dicono cose vaghe e poco coinvolgenti per chi soffre di “mal di capitalismo”.

    1. Lo schema unitario, una volta il progresso, comunque filosofia della storia… però ho precisato che la globalizzazione lo ha realizzato, collegando con la finanziarizzazione la sopravvivenza del dominio imperiale Usa alle guerre degli ultimi 30 anni, all’antagonismo attuale con la Cina, al multipolarismo forse in attuazione. “Schema” in quanto permette di collegare tutte le parti.
      Sì, sodale in senso preciso, parte di uno stesso gruppo, compagnia. Chiaro che le tre autorità religiose (“auctoritas” in senso proprio, che fa ordine per adesione convinta e volontaria, rispetto a potere-forza) credono che l’unico rimedio possibile (@ Abate) ma reale passi attraverso le convinzioni intime personali. Per Abate, mi pare, anche il comunismo dovrebbe essere un percorso in parte convinzione, in parte costruzione, in parte regolazione: sarebbe auctoritas con un po’ di potere.
      Non troppo diverso dalle visioni religiose.
      Invece, nello schema unitario-crisi a cui mi attengo, le diverse rivoluzioni, anche socialiste e comuniste, soprattutto quelle anticoloniali e nazionaliste che si sono susseguite dopo la IIGM, sono tappe verso un altrettanto unitario cambiamento che potrebbe portare almeno alla fine del capitalismo come lo abbiamo conosciuto.

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