Riordinadiario sul finire del 2020

 

 Rileggere Ranchetti (1).

Appunti del 2004 sNon c’è più religione di Michele Ranchetti

 di Ennio Abate

Pubblico solo oggi questi appunti,  presi  dopo la lettura del libro di Ranchetti e della recensione di Massimo Cappitti. Li trovo  un po’ schematici e soprattutto ignari della  ricca e complessa discussione  che Ranchetti  già conduceva da decenni  con amici e studiosi di alta levatura.  Eppure in essi ponevo  un problema non irrilevante per chi veniva come me da una militanza comunista (ma non del PCI) degli anni Settanta:  c’era qualcosa da imparare da quel libro? Tra l’altro, dopo la morte di Fortini, speravo di poter discutere su quel tema del comunismo, anche per lui fondamentale, con i partecipanti (compreso lo stesso Ranchetti)  del Centro Studi dedicatogli dall’Università di Siena.  La  sensazione di una loro sordità – vi accenno negli appunti –  e il carattere  approssimativo delle mie riflessioni   mi  suggerirono di tenermele per me. L’anno dopo, però, le ripresi nelle domande che feci a Ranchetti stesso in una intervista (qui) [E. A.]

La mia prima reazione alla lettura di Non c’è più religione di Michele Ranchetti è stata istintivamente questa: bisognerebbe scrivere, a completamento, un Non c’è più comunismo altrettanto rigoroso e appassionato.

Ovviamente non credo che un libro del genere ci sia già. Oltre il Novecento di Marco Revelli si limita ad esorcizzare la parte sanguinolenta di quel fantasma storico e Impero o Moltitudine  di Hardt e Negri, anticipano a mio parere teleologicamente fin troppo, saltando il problema lacerante della storia novecentesca del comunismo e, malgrado le apparenze, la stessa morsa di guerre e precariati permanenti, tsunami, e disastri ecologici, dandoci soprattutto un miraggio gioioso e moltitudinario. Ma perché proprio un libro come questo, composto di  saggi lucidi e spietati che trattano di «istituzione e verità nel cattolicesimo italiano del Novecento», argomenti che parrebbero rivolti soprattutto a lettori cattolici appunto o a credenti nell’aldilà, dovrebbe  interessare materialisti atei e illuministi agnostici più o meno ben adattati nell’aldiqua?

Per vari motivi: 1) il tentativo da parte di Ranchetti di  «ripristinare un’interrogazione religiosa, nel senso più ampio del termine», offrendo alla discussione una serie di tesi fin dal primo numero de L’ospite ingrato del 1998,  mi pare vada incontro a quello fatto per tutto il  Novecento da minoranze comuniste di ripristinare un’interrogazione politica, nel senso più ampio del termine; 2) perché il libro, pur restando tutto interno al piano religioso e senza mai smarrire «gli elementi fondamentali della religione cristiana», contesta coraggiosamente e con solidissime argomentazioni storiche l’autorità della Chiesa cattolica, la cui struttura gerarchica sperimentata da molti secoli è stata modello consapevole o inconsapevole della «forma partito» in generale: la separazione fra sacerdozio e laicato, su cui Ranchetti tanto insiste, è la matrice storica profonda di ogni separazione  fra Stato e società civile, fra   intellettuali e classe, fra politici (e rivoluzionari) di professione e movimenti; 3) perché se è esistita un’analogia storica non peregrina fra cristianesimo primitivo e comunismo e tentativi di riforma religiosa e tentativi antirevisionisti, ne esiste una fra crisi del cristianesimo, divenuto nell’Ottocento come documenta Ranchetti, istituzione totalitaria e crisi del comunismo imploso in stalinismo.

Per contrastare lo sfacelo teorico e ideologico nell’ultimo trentennio della sinistra in tutte le sue aree, può  essere utile  affrontare proprio la centralità indiscussa del modello-Chiesa, così  come accanitamente e lucidamente – da un punto strettamente religioso ma  «storicamente» –  ha fatto Ranchetti. Specie in questo momento di crisi in cui gran parte della sinistra  – come ricorda  Massimo Cappitti nella sua recensione – avendo dilapidato tutta la sua eredità, sembra allinearsi ossequiosamente alla Chiesa e a questo pontefice, fino a  ritenerla l’«unica istanza etica universale capace di parlare autorevolmente al mondo “globalizzato”».

Certo al libro di Ranchetti vanno poste anche altre domande,  le “nostre” domande. Ad esempio, Ranchetti, criticata la Chiesa, ripropone di fatto nella sua Prefazione, pur con attenuazioni e  problematicamente, il recupero di «un senso religioso alla vita», lasciando in sospeso la questione della sua necessità o meno. Dobbiamo concordare con lui su questa necessità di recupero?  Seguendo l’analogia che ho fatto, dobbiamo/possiamo recuperare dalle esperienze comuniste la “traduzione” di quel senso religioso in senso politico, lo sforzo  di  “portare il cielo in  Terra” o di trascinare in esse quanto  di radicale e sconvolgente  un certo  cristianesimo (quello del “popolo”, non quello dei “sacerdoti” secondo Ernst Bloch) già conteneva? E, quindi, dobbiamo/possiamo  ripensare ogni lotta sociale come se  essa costruisse un luogo dove si fondono assieme bisogni materiali e immateriali, desideri e persino esigenze spirituali (evitando perciò di ridursi all’economicismo o al “materialismo volgare”)? Insomma, alla critica di Ranchetti contro la Chiesa cattolica andrebbe affiancata un’altrettanto agguerrita critica del  Partito di ascendenza socialista e comunista.

A questo punto, però, uno si potrebbe chiedere che senso abbia partire dalla critica della Chiesa  fatta da Ranchetti invece che dalle critiche anarchiche  fatte fin dall’inizio del movimento operaio alla forma Partito: da Bakunin a Rosa Luxemburg e proseguite poi fino al ’68-’69 o  alla rivoluzione culturale cinese. Risponderei che a tali critiche sfuggiva quasi sempre la presa  dell’aspetto sacrale del potere sull’immaginario “popolare”. Che  veniva affrontato con troppa fiducia illuministica. E’ stata, invece, proprio la Chiesa cattolica a bloccare nel corso di tanti secoli ogni interrogazione e intromissione del suo stesso laicato su questo aspetto fondamentale, monopolizzandone la gestione e distribuendone il riverbero sui poteri politici coi quali mano mano si  alleava: dagli imperatori  ai fascismi.  Ne deriva che non basta una critica marxista del Partito (vedi il fallimento di quella di Trotzky).  Ci vuole una critica al suo modello inconsapevole, che è quello della Chiesa. (E quando, in qualche occasione, si è parlato di «due Chiese», un fondo di verità veniva colto ma non se ne traevano le corrette conseguenze: che il Partito socialista o comunista non poteva né doveva ridursi a Chiesa. (E qui gli studi di Moshe Lewin sullo stalinismo forse potrebbero aiutare).

E se c’interrogassimo sul perché la “chiesa comunista” è crollata e quella cattolica invece ha tuttora una presenza pervasiva, sa perdonarsi e assolversi così bene dei propri “errori”, esibire in modi spettacolari suggestivi il suo capo carismatico e può presentarsi addirittura come «l’unico soggetto monopolista della storia e della verità», potremmo certamente ricordare che la Chiesa cattolica ha mantenuto nel Novecento un rapporto privilegiato di connivenza e adattamento al fascismo e al nazismo e poi all’attuale forma di capitalismo democratico trionfante,  criticandolo per i suoi “eccessi” ma mai disconoscendolo e tantomeno scomunicandolo come fece Pio XII col comunismo. Ma ciò non basta. Perché è stata  possibile questa profonda connivenza o alleanza, quasi logica, come dimostra Ranchetti per i rapporti fra Chiesa cattolica e fascismo? Perché, insomma, è così facile l’alleanza tra trono ed altare; e così difficile quella fra cristianesimo e comunismo?

[E reintrodurre accanto alla critica della Chiesa di Ranchetti quella del Capitale, il grande Innominato, assente assieme al comunismo dal libro di  Ranchetti? Verificare sul testo: Marx è nominato una sola volta a pag. 79, quando parla del tentativo di interpretarlo da parte dei cattolici di sinistra. Tuttavia è importante che egli parli apertamente  di alleanza organica fra Chiesa e fascismo e critichi  la scomunica del comunismo  (e dei comunisti) da parte di Pio XII (pag. 20)].

[Come si spezzerà questa monopolizzazione totalitaria della Chiesa, se  tutta la memoria del tentativo del comunismo novecentesco continua ad essere del tutto assente dal discorso di Ranchetti  ma anche da quello de L’ospite ingrato? Sono così  trascurabili quelle «storie profane», che la Chiesa cattolica ha messo a tacere? E Giovanni Paolo II, oltre che «incarnazione di un “primato che non riconosce errore”», non è stato anche il “vincitore del comunismo”; e cioè di un’esperienza storica nella quale si era affacciata l’ipotesi che forse un senso religioso alla vita poteva anche non essere più necessario?

Mi si obbietterà che non può essere stato il comunismo – automaticamente identificato con quello di autocrati ritenuti ben più intolleranti di qualsiasi Papa (Lenin, Stalin, Mao, Pol Pot, ecc.) il contraltare positivo della Chiesa. Appunto, ma  perché arrendersi? Ci sarà da chiarire che  quello non è il comunismo, come la Chiesa non è il cristianesimo, semmai la sua negazione. Ma io mi chiederei anche altro. Se Ranchetti ci mostra come il cristianesimo si è concluso «nell’edificazione di questa struttura, attualmente vigente e operante» che è la Chiesa cattolica, perché il comunismo, che ha prodotto le sue burocrazie e pur avendo tentato di scrollarsele di dosso (Rivoluzione culturale cinese, Gorbaciov),  è crollato senza riuscirci, mentre il Capitale si è invece globalizzato? (La storia non si  studia a fette. O almeno le fette sono preziose se ricomposte).]

[«Lo scandalo della croce» è stato contraddetto e scambiato con il trionfo dell’apparato della Chiesa. Ma lo «scandalo del comunismo» ha subito la stessa sorte.]

[È giusto che Ranchetti interroghi religiosamente il silenzio di Pio XII di fronte allo sterminio degli ebrei, ma possiamo interrogare anche noi religiosamente il “male” stalinista o cambogiano, ecc.?  (Cfr. Moshe Lewin)]

[Certo non possiamo richiedere a Ranchetti di riesaminare al posto nostro la storia del comunismo. Egli ha fatto quella del cattolicesimo italiano del Novecento. Possiamo, noi che abbiamo già disobbedito alla Chiesa, «ripercorrere la difficile via della “disobbedienza cieca e assoluta”»? A cosa dobbiamo disobbedire oggi?]

[Ranchetti dovrebbe trovare degli interlocutori  soprattutto tra i non credenti. Il libro interpella anche loro. Non mi pare che abbia avuto riscontri significativi da parte degli stessi redattori della rivista. A discutere le sue tesi, se non mi sbaglio, sono stati Fabio Milana sul numero del 1999 e più di recente Massimo Cappitti, che ha recensito su L’ospite ingrato 2 del  2003  Non c’è più religione uscito da Garzanti nel 2003. Come mai la discussione non viene ripresa da parte di intellettuali che sono stati in contatto con Fortini?  Ranchetti rischia di fare la parte dell’ospite ingrato nella stessa rivista che pur accoglie i suoi scritti e lo vede nel Comitato scientifico del Centro  F. Fortini.]

[Altra questione: quanti  di noi anche negli anni Sessanta e Settanta agirono al di fuori della Chiesa cattolica e si mossero su un piano a-religioso o più in generale su un piano  “mondano” o politico, con una strumentazione materialista e marxista, che si proponeva  di essere il superamento di quello religioso?]

[L’intervento di Milana a me risultò tutto interno ad una problematica dottrinaria cattolica  a me abbastanza ostica. E, per quel tanto che ne capii, mi parve contrastasse la tesi della «fine del cristianesimo» di Ranchetti e ribadisse l’importanza dell’«Istituzione con il suo “potere di verità” o quanto ne resta». La recensione di Cappitti a Non c’è più religione, invece, mi pare in piena consonanza con Ranchetti e  accoglie la proposta di «un’etica della disobbedienza». Rimane pure lui, però, sul vago circa «la possibilità di ripristinare e “recuperare un senso religioso alla vita”», sulla necessità di farlo o sull’indicazione di eventuali «altre forme nelle quali possa trovare agio la domanda di senso delle nostre esistenze». ]

 

 

 

 

 

[Lo spunto iniziale è polemico: controrecensione a Cappitti,  polemica con i senesi,  entrare nel conflitto  Fortini-Ranchetti. Poi, lavorando sul libro, temo che il mio tono polemico pare eludere la sostanza dei problemi. E allora passo allo studio. Rilettura di Non c’è più religione. Obiettivo: risolvere l’incertezza che ho io su questi problemi. Non accontentarmi della provocazione.]

[bozza di una possibile lettera a Ranchetti. La prima parte della mia esistenza (infanzia-adolescenza) è stata segnata dal cattolicesimo. Certo con notevoli differenze esterne (oggi per me non irrilevanti) rispetto a te [Ranchetti] (sono nato nel ‘41, l’ambiente sociale non fu né è borghese, mi sono formato nella scuola di massa, ecc.).  Eppure l’ideologia e la pratica dell’Azione Cattolica della tua giovinezza mi furono riproposte tali e e quali nella loro struttura fondamentale negli anni Quaranta-Cinquanta, in parrocchia, a Salerno. Quella problematica posso dire di averla vissuta anch’io.

Tu ti sei sottratto. Ora la tua ricerca mi dà, a tanta distanza di tempo, una cornice storica religiosa in cui posso collocare quel modello di vita cattolico-pragmatico-burocratico.  Con esso  ho rotto, allontanandomi, trascinandomi magari dietro anche nelle successive esperienze (credo anche nella militanza politica)  i segni, l’imprinting forse.  Ritengo perciò che, rispetto a te, la mia esperienza sia stata doppia, direi religiosa e a-religiosa, avendo dirottato quel «senso religioso della vita» allora per me vivo in un…

E tendo ad interrogare questo doppio percorso con uno sguardo che direi strabico, a differenza del tuo che mi pare coerentemente (e a volte rigidamente) religioso e cristiano. Mi pare di cogliere per questo, dopo la lettura dei tuoi scritti:

1) un possibile percorso critico della mia esperienza nell’ambito del cristianesimo, che  per me è rimasta chiusa e provinciale (nel mio ambiente e nel periodo in cui sentivo il «problema religioso» non si sono mai neppure profilate ipotesi protestanti o di  dissidenza dall’interno), e che adesso ritrovo in te in ben altri modi, che mi sento di rispettare quasi la vedessi come una possibile via che avrei potuto fare e che oggi considero meno accidentata e rischiosa di quella da me seguita;

2) il suo limite di senso politico, che percepisco soprattutto  per l’esperienza che ho avuto negli anni di coinvolgimento attivo nell «estremismo» (’68 –anni Settanta)]

. deve condividere  o no la conclusione di Ranchetti? Deve porsi  il problema di recuperare «un senso religioso alla vita» o ha da proporre «altre forme nelle quali possa trovare agio la domanda di senso delle nostre esistenze»?

Non vorrei far mia acriticamente le posizioni di Ranchetti, che pure stimo. Esse sono nate da un’esperienza interna al cattolicesimo e profondamente religiose. Ma io devo fare i conti sia con quella parte del mio passato entro l’orbita cattolica sia con quella che è stata esterna al cattolicesimo e anti-religiosa o almeno a-religiosa. Non vorrei cioè che ci ponessimo con reticenze e opportunismi nei confronti del suo libro in un atteggiamento ossequioso  analogo a quello di alcuni settori della sinistra citati da Cappitti, che ritengono Chiesa e pontefice l’«unica istanza etica universale capace di parlare autorevolmente al mondo “globalizzato”».

La necessità però di confrontarmi con le sue posizioni oltre che dal percorso personale, di cui ho detto, nasce da un’ipotesi: che vi sia una relazione  fra crisi del comunismo e crisi della religione,  fra crisi del cristianesimo divenuto istituzione totalitaria e crisi del comunismo imploso in burocrazia. E per questo ritengo prezioso questo libro, ma incompleto perché non prende in considerazione (ma forse in piena  coerenza con  la sua ottica coerentemente religiosa) quanto accaduto in partibus infidelium.

Nel confrontarmi con esso compare una  prima difficoltà [?]. Al discorso rigoroso e appassionato [questa è però l’opinione di Cappitti… rileggendo io cosa trovo?]  svolto da Ranchetti sul cattolicesimo italiano del Novecento in Non c’è più religione non posso accostare un discorso altrettanto rigoroso e appassionato sul comunismo novecentesco, una sorta di  Non c’è più comunismo (o rivoluzione). [Questo non impedisce che a quel discorso non si possano muovere critiche parziali perché non hai alle spalle un discorso “rigoroso e appassionato” sul comunismo novecentesco [Ma qui forse Preve potrebbe  dire qualcosa… E anche Negri… E Timpanaro? E Fortini?]

Non possiamo confrontare, cioè, la relazione ipotizzabile fra le due crisi. Né possiamo misurare «la crucialità delle domande» poste da Ranchetti e la sua stessa  conclusione “aperta” da un punto di vista diverso dal suo, fondato sulla nostra esperienza di militanza e sul ripensamento della storia da cui siamo venuti.

(Per quel che so, non credo, ad es., che questa mancanza sia stata colmata da qualcuno…. Oltre il Novecento? Non credo di poter accettare le posizioni di Revelli…. Semmai è nell’opera di Fortini, anch’essa a suo modo “religiosa” – ma Ranchetti non sarà d’accordo [qui s’affaccia il problema del rapporto Fortini-Ranchetti, particolarmente spinoso secondo me…] – e attraversata però dal marxismo che trovo spunti vicini per rigore e passione alla ricerca di Ranchetti).

17 pensieri su “Riordinadiario sul finire del 2020

  1. Queste lunghe e interessanti riflessioni, datate, di Ennio Abate sulla scorta del pensiero di Ranchetti tradiscono un vizio di fondo. Egli sembra infatti considerare la Chiesa solo dal punto di vista del suo potere temporale, o alla stessa stregua di un partito o di un movimento politico (le due chiese). Visto che è stata alleata col fascismo e il nazismo perché non è caduta assieme ad essi? Domanda logica per un ateo materialista, la cui costante è quella di prescindere dal Sacro. La Chiesa, infatti, pur avendo gestito nel corso della storia un potere temporale, già esecrato da Dante Alighieri, non è una mera forza politica, ma una comunità di credenti, un’entità spirituale.Il suo fondamento l’ha posto Cristo stesso, affidandolo agli Apostoli e a Pietro in particolare. Dopo aver loro posto la domanda “Ma voi, chi dite che io sia?” alla quale Pietro rispose “Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivente”, egli così si rivolse a lui “Ed io dico a te che tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte dell’inferno non prevarranno contro di lei” (Matteo 16, 18).
    Sono salde le fondamenta della Chiesa, perché poste dal Figlio del Dio vivente. Essa è formata dai pastori e dai credenti, eredi di questa divina forza spirituale, che si tramanda da millenni di generazione in generazione. Nonostante gli errori della Chiesa come istituzione essa continuerà ad esistere perchè “le forze dell’inferno non prevarranno su di lei”. E nella sua storia la Chiesa è stata anche faro di civiltà, non è stata solo il famigerato Tribunale dell’inquisizione o la protagonista di guerre combattute, perché ha dato un contributo decisivo alla caduta dell’Impero Romano, ha poi convertito i barbari durante i secoli bui del Medioevo, ha salvato la cultura classica attraverso gli amanuensi dei suoi monasteri per tramandarla fino a noi; col suo mecenatismo è stata il motore del Rinascimento, si è opposta all’Illuminismo ateo e al Comunismo, e oggi si batte contro gli squilibri della nostra società, contro il consumismo, contro il capitalismo e l’asservimento tecnocratico. Svolge un’azione caritatevole e missionaria nel mondo (si pensi solo alle Missionarie della carità di Madre Teresa di Calcutta), pagando un forte tributo di martiri.
    Sicuramente la Chiesa Cattolica necessità di un aggiornamento anche sul piano dottrinale, così come di una pulizia su quello morale (vedi gli scandali finanziari e quello legato alla pedofilia, ancora più devastante, Vangelo alla mano).
    Un ateo non può capire la Chiesa, tanto meno giudicarla, se non su un piano terreno, circoscritto; perché rifiuta la sacra scintilla che ha dato origine alla vita, Dio, che gli dà l’unico senso possibile e che la alimenta e la nutre e che ha offerto Cristo come segno del suo amore. La Chiesa non è un partito politico in quanto il suo referente è teologico e non altro, pur con i suoi tentennamenti.
    Aggiungo una breve nota, di carattere storico, dato che mi sto rivolgendo a un appassionato studioso di storia (e agli studiosi frequentatori di questo sito).
    Ho sempre nutrito interesse e simpatia verso la civiltà degli Indiani d’America, la loro cultura ispirata a un profondo rispetto per la natura, la loro spiritualità. Orbene, dopo la conquista da parte dei bianchi, il naufragio della loro civiltà l’hanno potuto evitare facendo ricorso alla forza spirituale, praticando quella ‘danza dello Spirito’ che diede loro una ragione di vita, soprattutto interiore (e tante grane ai bianchi). Paradossalmente, abbracciarono poi il cristianesimo, la religione dei loro conquistatori, perché vi ravvisarono lo stesso Spirito. Quello che era il fondamento della civiltà indiana, il Grande Spirito, fu la loro salvezza. e bene fanno, tuttora, a rivendicare ancora i loro sacrosanti diritti. E’ stata eletta, in questi giorni, negli Stati Uniti, alla Segreteria, da Biden, una donna di discendenza indiana che ha dichiarato, al suo insediamento, che gli Indiani sono stati una grande confederazione di popoli in pace fra loro. Aggiungo che hanno vissuto per secoli senza bisogno di comunismo o di capitalismo, che avevano un grande rispetto per i bambini e gli anziani (i due anelli deboli della società), che rabbrividivano quando vedevano un ‘viso pallido’ picchiare i figli piccoli. Rispetto per la vita, culto verso il Trascendente, in un unico nodo esistenziale.
    La Chiesa, per ritornare al discorso di partenza, per motivazioni storiche e per diverse interpretazioni del Vangelo, non è solo quella cattolica (pur nella sua pretesa di universalità); quando entro in una chiesa protestante, ortodossa o anglicana o di altra confessione, mi sento semplicemente cristiano, perché la nostra fede è una sola, così come è stata rivelata nel Vangeli.
    Non sarò certo io a pretendere di togliere a qualcuno la fede nel Comunismo, ma lo invito semmai ad allargare il suo orizzonte, puntando più in alto.
    Oggi è una bellissima giornata di sole, di quella stessa luce che rapì San Francesco ispirandogli versi divini:
    “Laudato si’ mi’ Signore”.

    1. @ Franco Casati

      Do per scontato che in questo invito a “rileggere Ranchetti” esprimo una mia posizione di ricerca sicuramente datata e personale. Ma non mi pare che un punto di vista («considerare la Chiesa solo dal punto di vista del suo potere temporale, o alla stessa stregua di un partito o di un movimento politico»), ammesso che sia parziale, possa essere liquidato con tanta disinvoltura.

      Perché mai un ateo, non potrebbe «capire la Chiesa» o non potrebbe «giudicarla»? Perché prescinde dal Sacro? E se desse un’altra interpretazione del Sacro? E poi la critica alla Chiesa non è mai venuta soltanto dagli atei materialisti. E’ venuta e viene anche da credenti. Come Ranchetti o Bonhoeffer o il citato Dante. Certo si può saltare il problema – come tu fai – appellandosi alla fede : «Sono salde le fondamenta della Chiesa, perché poste dal Figlio del Dio vivente»; «Nonostante gli errori della Chiesa come istituzione essa continuerà ad esistere perché “le forze dell’inferno non prevarranno su di lei”». Ma così si sfugge al piano del confronto razionale e storico, che valuta fatti, dichiarazioni, conseguenze (Cfr. anche la nostra minidiscussione sui silenzi di Pio XII http://www.poliscritture.it/2020/08/18/attorno-ai-silenzi-di-pio-xii).
      Una lettura di carattere storico prevalentemente apologetica (faro di civiltà, conversione dei barbari, ecc.) per me è inaccettabile. E qui il comunismo n on c’entra. Tant’è vero che io sostengo da sempre la necessità di applicare il pensiero critico anche al comunismo.

  2. “Mi si obbietterà che non può essere stato il comunismo – automaticamente identificato con quello di autocrati ritenuti ben più intolleranti di qualsiasi Papa (Lenin, Stalin, Mao, Pol Pot, ecc.) il contraltare positivo della Chiesa. Appunto, ma perché arrendersi? Ci sarà da chiarire che quello non è il comunismo, come la Chiesa non è il cristianesimo, semmai la sua negazione.”

    La risposta “Quello non era il vero comunismo”, come “Quello non era il vero cristianesimo” (a proposito delle varie follie e atrocità di cui è costellata la storia del cristianesimo) l’ho sempre trovata una risposta facile e comoda. Troppo facile e troppo comoda.
    Lasciando da parte il comunismo e una simmetria tutta da verificare, siamo sicuri che una distinzione fra Chiesa (non solo cattolica) come istituzione e cristianesimo come non si sa bene cosa, stia veramente in piedi?
    Chi ha stabilito quali sono i testi della Rivelazione e quali no? La Chiesa come istituzione (o vogliamo andare a cercare le tracce autentiche negli apocrifi?)
    Chi ha stabilito (molto ragionevolmente) che l’altra fonte di verità, accanto ai testi canonici, è l’interpretazione della Chiesa come istituzione? Ovviamente la Chiesa come istituzione.
    Chi ha stabilito quindi che lo Spirito continua a parlare nella storia attraverso la Chiesa? La Chiesa come istituzione.
    Chi ha brigato, accettato e promosso una legislazione che faceva del cristianesimo la religione di stato (!), a detrimento di tutti gli altri culti ancora diffusamente praticati? La Chiesa come istituzione.
    Chi ha approfittato di questa posizione di forza per imporsi su tutto il territorio dell’Impero e sui territori e popolazioni che in qualche modo vi gravitavano attorno? La Chiesa come istituzione.
    Cosa sarebbe il cristianesimo senza la Chiesa come istituzione? Niente. Non sarebbe niente.
    Il cristianesimo senza l’istituzione è una specie di rapporto del singolo con Dio, che però, contrariamente a quanto afferma Gesù Cristo, si deteriora e si adultera non appena si è anche soltanto in due.

    Due chiarimenti, a scanso di equivoci:
    – per quel che mi riguarda, la Chiesa prima si dissolve meglio è.
    – nel caso che esista veramente qualcosa come una storia della salvezza o un intervento della Provvidenza nella storia, ritengo che l’elezione al soglio pontificio di Karol Wojtyla sia stata una riuscitissima contromanovra di Belzebù. Ed è vero che in Wojtyla Chiesa e comunismo si incrociano, perché, come diceva un competentissimo collega di religione (per una volta un autentico teologo), è vero che Wojtyla ha combattuto il comunismo – ma è vero anche ne aveva perfettamente interiorizzato i metodi. Dissimulati, nel suo caso, da un vomitevole paternalismo.

    1. @ Elena Grammann

      Tocco solo due punti dei tanti a cui accenni:

      1. “Vero cristianesimo”, “vero comunismo”.

      Quando esaminiamo i fatti ricollegabili all’influenza delle fedi religiose o delle ideologie politiche più o meno laiche (nel nostro caso cattolicesimo e comunismo), concordo sulla necessità – lo ripeto – di non far sconti a nessuno. I morti e le distruzioni delle Crociate o della Conquista del Nuovo Mondo non vanno occultati per rimproverare agli avversari o nemici solo quelli e quelle dei gulag. Quindi «la risposta “Quello non era il vero comunismo”, come “Quello non era il vero cristianesimo”» sarebbe furbina se fosse richiesta di facile assoluzione o di sbrigativo oblio. Ha, però, un suo valore – minimo, etico – se serve a ricordare che non tutti i cattolici o i comunisti hanno collaborato o approvato certi massacri e liquidazioni non solo di esseri umani ma di problemi. E, dunque, è giusto continuare a interrogarsi sul senso dei contrasti interni alle religioni e alle ideologie e sul valore di testimonianza di verità, cancellatedai vincitori e fatte passare per eresie, errori o deviazioni ( dal dogma o dalla giusta linea).

      2. Continuità/discontinuità tra cristianesimo e comunismo

      Sì, la simmetria o continuità (magari solo ideale) di cristianesimo e comunismo e la distinzione tra « Chiesa (non solo cattolica) come istituzione» e cristianesimo più o meno “primitivo” o “chiesa povera” sono ipotesi di ricerca, problemi che restano aperti, questioni da dimostrare. Non per caso ho parlato di una reazione mia e “istintiva” nell’accostamento di cristianesimo e comunismo. (Eco, mi pare, di un’ affermazione di Engels o di suggestioni dei “cristiani per il socialismo” attivi nelle lotte degli anni ’70). Ma non tutti la pensano così. In questi giorni ho letto parole – e proprio di Fabio Milana, il curatore degli «Scritti diversi» di Ranchetti – che negano o ridimensionano questa mia ipotesi/desiderio:

      « “cristianesimo” e “comunismo” non sono originariamente in consonanza. Non c’è una comune “tradizione degli oppressi e degli sfruttati”. Non si vede perché non riconoscere che è stato il Movimento operaio, nello svolgimento della modernità, a imporre al cristianesimo di questi sviluppi; e che in particolare il comunismo realizzato ha impresso nel cattolicesimo, in esso soprattutto direi, una sensibilità sociale inedita, rapidamente acuitasi fino a radicalizzarsi. Che ci fosse nel Vangelo questa valenza inattiva, e che una data congiuntura storica dovesse estrarnela a forza, non è meraviglia, se Scriptura crescit cum legente. E che la scoperta e l’esplorazione di questa potenzialità latente abbia dato frutti straordinari di intelligenza e di pietà, non occorre qui sottolinearlo. Ma che si tratti di una struttura originaria, quale il giudeocristianesimo avrebbe trasmesso alle versioni di sé secolarizzate, ed eventualmente poi subìto di ritorno, mi pare da mettere seriamente in dubbio. Non c’è nel Vangelo una connessione di povertà a giustizia (o di ricchezza a ingiustizia), né perciò qualcosa che assomigli a un anelito di riforma sociale, un qualsiasi progetto di cambiamento e miglioramento delle condizioni di convivenza date, procurato o spontaneo. C’è il lieto annuncio del ribaltamento di ogni e qualsiasi ordinamento umano, presente passato o futuro» (“Lontano da dove” di Fabio Milana: https://quieora.ink/?p=4492).

      Una negazione confermata con più decisione da un commentatore del testo di Milana, Marcello Tarì, il quale scrive:

      « Non ho mai limitato il significato del comunismo alla storia tutta moderna del movimento operaio organizzato e dei suoi partiti, l’ho invece sempre pensato come un’esigenza, antica attuale e futura, presente in quella tensione che con padre David Maria Turoldo potrei descrivere come una «disperazione contro l’avvenire e speranza nell’assolutamente imprevisto». L’avvenire è ovviamente il corso della storia con la sua catena di ingiustizie, povertà, oppressione e quindi di peccato, l’assolutamente imprevisto è la sua redenzione o «la resurrezione, tradotta nella realtà dell’esperienza personale e nella storia»»

      E più avanti:

      « È per questi motivi «esperinziali» che trovo insoddisfacente, pur se ha certamente delle ragioni, la tesi di Milana sul fatto che sarebbe stato il comunismo, che lui intende evidentemente nel senso di movimento operaio organizzato, a influenzare nella modernità il cristianesimo e in particolare il cattolicesimo, e non che il comunismo abbia a che fare originariamente col cristianesimo, come è detto nel testo che ha dato avvio a questa rubrica. Premetto che la mia intenzione non è di carattere storiografico e che non intendo convincere nessuno da un lato e dall’altro ma, più modestamente, dare conto di un’esperienza di vita e di pensiero.
      Ciò che vorrei sostenere è che la «valenza inattiva» che Milana attribuisce al Vangelo rispetto alle ragioni del comunismo e che, a suo avviso, si sarebbe attivata solo nella modernità e a causa di questa, in realtà è già attiva e fondante nella vita delle prime comunità cristiane testimoniata dal Nuovo Testamento. Non sono per nulla convinto che nella Bibbia non vi sia alcun nesso tra povertà/ricchezza e giustizia/ingiustizia ma è senz’altro vero, come scrive Milana, che nel Vangelo non vi è alcun progetto di rivoluzione politica o di riforma sociale, ma qui c’entra l’argomento spinoso “politica e spiritualità”. È però innegabile che contenga un appello pressante a rivoluzionare la propria maniera di vivere. Tutto sta nel credere o meno al fatto che questa conversione della vita abbia effetti sulla politica, sulla società, sul mondo. La mia questione è: dove si colloca il comunismo, in quella conversione o solamente dopo, nella politica?»

      L’articolo di Tarì accenna anche ai precedenti storici della discussione su cristianesimo e comunismo, risalendo alla pubblicazione del 1945 di «La chiesa e il comunismo» di Ernesto Buonaiuti, alla figura di Thomas Merton, un monaco trappista americano, fautore di un «comunismo cristiano» in competizione con un «comunismo ateo» e alla figura di padre Turoldo. E si attesta su una definizione di comunismo, che per lui non andrebbe inteso «esclusivamente nel senso di un sistema economico-politico, ma essenzialmente nei termini di un modo d’essere, una maniera di vivere che si pone oltre e contro ogni sistema mondano e che in tal modo va ad operare inevitabilmente sulla dimensione politica, quale essa sia». Per concludere, sulla scorta di Turoldo in un senso tutto “teologico”o “spirituale”, per me discutibilissimo: « il solo pronunciare oggi la parola comunismo immagino bene che faccia sorridere o arrabbiare molti, poiché quello che si ha in mente è la fotografia sfocata di una storia recente ma finita. A questo punto direi però che è la storia del più grande movimento ereticale mai esistito e che, come molti altri nel passato, è stato sconfitto dal mondo più che dalla chiesa. Non ce ne saranno più di uguali e tuttavia la sua sconfitta reclama ancora giustizia e compimento poiché è stata anche quella di una speranza viva nei poveri e negli oppressi di tutto il mondo, i quali continuano a esserci e a disperare e sperare ancora. Di quella sconfitta, anzi di quelle sconfitte abbiamo ormai una storia, bisognerebbe farne una teologia. Sarebbe bello potessimo riceverne una nuova beatitudine: beati gli sconfitti, perché attraverso di essi gli oranti vedono venire il regno dei cieli.»

      ((http://www.dellospiritolibero.it/?p=714)

      P.s.
      Ricordo che posizioni turoldiane aveva anche il compianto amico Gianmario Lucini per troppo poco tempo editore e collaboratore di Poliscfritture.

      1. Non so se riesco a seguire bene tutte le diramazioni della discussione, probabilmente no.
        Però vorrei precisare due cose:

        – il famoso “comunismo” delle prime comunità cristiane è relativo a un momento in cui ci si aspettava la parusia da un giorno all’altro. Quando è stato chiaro che bisognava attrezzarsi per le lunghe distanze si è tornati ai modi soliti, accontentandosi del pratico ὡς μὴ paolino (1 Cor. 7, 29-31 – il più geniale compromesso della storia).

        – lasciando da parte eventuali nuove beatitudini (Tarì), che fanno poco alla politica, quello che intendo quando non accetto “Non era quello il vero comunismo / cristianesimo” non è tanto un passare la spugna su errori e orrori del passato, quanto la convinzione che, non potendosi dare né cristianesimo né comunismo all’infuori di istituzioni di necessità intolleranti e escludenti, la speranza che possa manifestarsi una struttura comunista / cristiana tollerante e includente mi sembra non solo vana ma soprattutto autocontraddittoria.

  3. Molto interessanti sì, gli appunti di Ennio e pure le due risposte che ho letto. Io, non so. Io da ragazzino frequentavo la parrocchia vicino casa, a messa mi sedevo nei banchi di sinistra riservati ai maschi e il tardo pomeriggio spesso, sfinito o annoiato dalle scorribande in giro per il quartiere, aspettavo arrivasse ora di cena in oratorio. Lo facevo perché in chiesa nei banchi di destra ci stavano le ragazze e nelle stanze al primo piano dell’oratorio c’erano biliardo, calciobalilla e ping-pong. C’erano oggetti, materialità giocosa e terrena all’oratorio e c’erano persone: tutti accessori dell’essere che il Comunismo, non avendo oratori per giovani atei altrettanto funzionali, non mi poteva dare. Ma non ne so molto né di Chiesa né di Comunismo, se non il socratico sapere di non sapere e forse, in un’epoca dove con troppa facilità e superficialità tutti si sentono di poter dire ogni cosa su qualsiasi argomento, forse quella dell’ammettere la propria ignoranza più che massima saggezza mi pare oggi la più grande delle presunzioni. Ma così sia.
    Dico questo perché, in mezzo al frastuono mascherato dal virus di questi giorni, trovo stimolante e suggestivo il parallelismo fra (crisi della) religione e (della) politica che ne dà Ennio rileggendo il libro di Ranchetti che anch’io lessi distrattamente una quindicina di anni appresso per curiosità: una faticosa curiosità devo dire. Curiosità che io vivo come istinto non solo di sapere, che ne è il verso alto, ma anche talvolta soltanto di sbirciare, che ne è la parte meno nobile ma della quale non mi vergogno. Sapere troppo non mi è possibile e in fondo nemmeno troppo sbirciare mi è permesso. Eppure questo curiosare, questo esplorare le cose del mondo (e per me la religione con i santi e le madonne sono tutta roba mondana eccome) non significa necessariamente essere superficiali. Della superficialità ad esempio con la quale è stato trattato il tema (in realtà solo il titolo) in un film italiota/idiota (ma in fondo molto buonista-bergogliano) di pochi anni fa ma, al contempo, l’argomento mi stimola riflessioni tra il serio e il faceto. Non battute da dizionario dei luoghi comuni sempre dallo stesso titolo (Non c’è più religione) tipo che i comunisti mangiano i bambini (per entrare un po’ nel tema) o che una volta qui era tutta campagna e quindi s’andava meglio quando s’andava peggio (quindi anche si pregava e si faceva politica meglio).
    Del libro, di quello di cui qui si parla, devo dire mi coinvolse solo la parte su David Maria Turoldo a memoria dell’aver letto altri quindici anni prima il suo O sensi miei. Per il resto poco mi interessò, così privo io di ogni bisogno salvifico o promessa di incarnazione o resurrezione, sapere che fine avessero fatto gli elementi fondamentali di un cattolicesimo (e qualsiasi altra religione) che per me era e rimane fatto politico, sociale, culturale e artistico per nulla extraterreno (stavo per dire extraterreste). La storiografia ecclesiastica insomma m’interessava poco anche se, nel suo strizzare l’occhiolino a chi dalla fede se ne sta alla larga, forse la cosa avrebbe dovuto riguardarmi maggiormente. Forse, confessandomi in alcune prassi un po’ borghesuccio pure io avrei dovuto sentirmi più coinvolto senza trincerarmi dietro alla laicità come un lasciapassare ma tant’è. Quanto al senso pratico insito nelle parole della dottrina già mi sono espresso sopra riguardo i miei interessamenti passati diciamo di altrettanti quindici anni prima. Ma mi rendo conto che faccio balzi di quindici anni e forse dovrei coniare un termine nuovo, tipo trilustro per trilustro.
    Ma, se scherzando possiamo dire che non c’è più la mezza stagione, a dire che non c’è più il comunismo c’è ben poco da scherzare. L’autorità sottintesa della politica, rappresentata da partiti e movimenti intercambiabili affini a un modello unico, non lascia più spazio ormai a nessuna vera dialettica politica che non sia asservita alla globalizzazione delle domande e delle offerte. Un vuoto nel quale non vedo tanto mancare la religiosità (quella quotidiana organizzata dall’alto) del vivere quanto la politicizzazione (quella quotidiana organizzata dal basso) del medesimo vivere. Senza la pretesa di portare il cielo in terra perché già i simboli scelti parlano chiaro: la croce è una spada con l’impugnatura in cielo e la lama a penetrare e a sconfiggere la terra. Come dice il detto? Tenere il coltello dalla parte del manico mentre della falce e il martello solo il secondo lo adopera ancora qualche sparuto artigiano. Contadini e operai, il popolo, hanno continuato invece a credere ai sacerdoti anche nel nuovo millennio; di che lamentarsi. Asservirsi al potere, materiale o immateriale che sia, viene più facile. Cosa andare a recuperare di meglio? Ma come dicevo, ben illuminato dal materiale della mia corazza atea e agnostica, non ne so molto né di Chiesa né di Comunismo. Quindi non so se sia concepibile la vita organizzata delle persone senza un senso di fedeltà religiosa quando nemmeno al supermercato o al centro commerciale queste riescono a rifiutare l’eterna fidelizzazione economica dei consumi. Non so se è pensabile, senza valide alternative, un senso generale dell’essere che accomuni i singoli e che non sia una fede (che come tale religiosa o politica poco cambierebbe). Come direbbe allora il dizionario dei luoghi comuni? Fidarsi è bene non fidarsi è meglio. Sono però certo che una società complessa come la nostra senza un vero dibattito politico a tutti livelli è destinata ad appiattirsi e ad impoverirsi inevitabilmente. Questo sì. E a quel punto nemmeno l’eroina improbabile di un altro, l’ennesimo, libro dallo stesso titolo (Non c’è più religione) potrà sottrarsi dalla sua alienante vita da “gallina per contratto” cercando di creare sulle sponde del lago di Garda un centro mistico dove attirare i fedeli di tutte le religioni alla ricerca di una nuova e vera spiritualità. Alla quale, accompagnata da quattro evangelisti (un astrologo, un cartomante, un prestigiatore e un inventore) non resterà che recarsi a Roma ad organizzare la fine del mondo.

    1. @ Amilcare Bronchielli

      In Italia di infanzie in parrocchia o in oratorio, con gioiosità più meno corporali, saremo milioni a ricordarcene (qui un accenno della mia da immediato dopoguerra, che sto rielaborando nella memoria: http://www.poliscritture.it/2017/11/11/da-a-vocazzione/). I bambini delle generazioni successive avranno avuto più TV e ora più aggeggi telematici. Ma le ideologie? Quanto e come funzionavano allora? Ed oggi? Sarebbe un bell’oggetto di ricerca.

      E anche quel che scrivi sulla tua lettura “distratta” del libro di Ranchetti permette di cogliere un mutamento di mentalità non trascurabile. Se penso alla serietà e alla problematicità con le quali io, ancora da vecchio, guardo a quelle esperienze “religiose”, di cui coglievo la parte sensuale e vagamente quella di pensiero o di teologia, e le confrontassi con la leggerezza del « film italiota/idiota» a cui alludi ( e che non indovino neppure), misuro una distanza culturale ormai insuperabile tra me e le nuove generazioni a cui sono rassegnato.

      Credo di aver spiegato negli Appunti che la mia lettura, più coinvolta della tua, di «Non c’è più religione» nasca da una motivazione “politica”. Cerco di tenere assieme – diciamolo semplicemente – esperienze emotivo-religiose della prima infanzia e adolescenza in una città del Sud e esperienze maturate al Nord nel particolarissimo “tempo della politica” scaturito dal ’68-’69. Pur sapendo che sono “passate”. Non credo, cioè, che a muovermi – nel 2004 o oggi – sia un «bisogno salvifico o promessa di incarnazione o resurrezione». Questo forse era ben forte nella fede inquieta di Ranchetti. E però, pure lui, andanva di fronte ad un medesimo scacco e doveva misurare le distanze dalle generazioni successive. Infatti, proprio nella prefazione del libro, rievocava una riunione milanese di amici desiderosi di una «ripresa di un atteggiamento “etico” prima ancora che religioso» (pag. 5) e si accorgeva, avendo cominciato a parlare di «elementi fondamentali della religione cristiana» (incarnazione, eucaristia) «non solo con stupore, ma con qualcosa in più, non distante dallo sgomento, che la più parte dei presenti non mi stava seguendo: si era come fermata ad alcune parole che apparivano loro desuete».

      E qui penso al medesimo sconcerto mio, quando ho cercato di parlare di comunismo (fortiniano) alla stessa redazione di Poliscritture o sui social. Davvero «c’è ben poco da scherzare». Soprattuto per la scomparsa di qualsiasi «dialettica politica che non sia asservita alla globalizzazione delle domande e delle offerte». Accontentarsi, dunque, di una qualsiasi «corazza» (religiosa, atea o agnostica»? Mai. Le corazze stringono e a volte ci rendono ridicoli ai nostri stessi occhi. Propongo di sapere di più. Sia della storia della Chiesa che di quella del Comunismo.

  4. …riguardo al “senso religioso della vita” o al sentimento del “sacro” mi chiedo se esista oppure no un denominatore comune tra l’esperienza confessionale e quella laica…Riflettendo sulla prima, quella cattolica nel nostro caso, credo che si tramandi, consolidandosi, attraverso riti, dogmi, consuetudini che la Chiesa ha inventato, rifacendosi strumentalmente ai testi “sacri” ma non all’esempio di Cristo, e tramandato di generazione in generazione. Per cui il fatto stesso che padri, nonni li abbiano seguiti ce li rendono “sacri”…mi chiedo pero’ su cosa originariamente si fondi il sentimento del sacro. Forse la paura e la reverenza verso l’ignoto minaccioso per la vita?…Sentimento che, credo, abbia unito le prime comunità umane in progetti comuni di sopravvivenza…La visione laica, in questo caso comunista, ha indubbiamente una tradizione meno consolidata, o per niente, non dispone di riti e di tradizioni, ma in qualche modo è piu’ vicina all’essenza senza sovrastrutture dell’essere umano. Apparendo cosi’ dissacrante e potenzialmente piu’ radicale, ha ancora molta strada da compiere per essere capita e accolta..

  5. … volevo solo aggiungere che la componente difesa e sottomissione dai e ai limiti umani, se vivissute non individualisticamente, generano Un’ empatia che fa parte del sentimento etico e religioso, in un certo senso allora il Sacro conosce due fronti: di timore e di grande apertura agli altri,come a se stessi..

  6. Mi piace che in questo confronto sia stato citato Thomas Merton. Tempo fa avevo consigliato all’amico Ennio di leggerne le poesie (Garzanti, 1962).
    Ho espresso le mie idee, altri le loro. Bene così.

  7. E’ una conclusione accettabile la frase (Abate a Bronchielli, 27 dic 13,02): “Propongo di sapere di più. Sia della storia della Chiesa che di quella del Comunismo”?
    Che sarebbe, così mi pare, conclusione di etica personale, giustificata da un “non accontentarsi”: per non rendersi ridicoli ai propri occhi, pur essendo -Abate come Ranchetti- consapevoli di dover “misurare le distanze dalle generazioni successive”.
    E’ stato evocato, nel post e nei commenti, il collegamento tra cristianesimo e comunismo sotto il profilo speranza: speranza/resurrezione, e speranza laica: “dobbiamo/possiamo  ripensare ogni lotta sociale come se  essa costruisse un luogo dove si fondono assieme bisogni materiali e immateriali, desideri e persino esigenze spirituali…? ” Domanda che arriva comunque a confinare con, imprecise, “altre forme nelle quali possa trovare agio la domanda di senso delle nostre esistenze” (Cappitti).
    Ovviamente Abate coglie il legame tra l’aspetto “sacrale del potere” che riguarda “l’immaginario popolare”, cui aggiunge (risposta a Elena Grammann) che invece: “è giusto continuare a interrogarsi sul senso dei contrasti interni alle religioni e alle ideologie e sul valore di testimonianza di verità, cancellate dai vincitori e fatte passare per eresie, errori o deviazioni”.
    Mi chiedo però cosa sia la *testimonianza di verità*, se non un precario e soggettivo (dimostrato dai delitti seguiti) ritorno alla propria fonte non autorizzata.
    Elena Grammann ha inciso su pietra una posizione che non ammette aperture: “non potendosi dare né cristianesimo né comunismo all’infuori di istituzioni di necessità intolleranti e escludenti”.
    Ancora, sottolineo una “fallacia” logica nella argomentazione di Abate: “Perché, insomma, è così facile l’alleanza tra trono ed altare; e così difficile quella fra cristianesimo e comunismo?” E’ però ammissibile questa simmetria, tra “trono e altare” e “cristianesimo e comunismo”? Non lo credo: credo che piuttosto andrebbe correttamente ristabilita come simmetria tra comunismo e partiti nella vita democratica (più meno aperta), come avvenuto nella politica dei fronti popolari dal 1936, e riproposta successivamente, con la svolta di Salerno, e con il compromesso storico.
    Piuttosto mi sento di sostenere la visione di Tarì, che coordina cristianesimo e comunismo sulla linea di Turoldo. Ma si rientra così in una speranza trascendente.
    Io credo che la malia dell’eterno presente ci conduca a immaginare soluzioni immediate, qui e ora, piuttosto che accettare di dover prolungare ancora, in termini paolini, la vita umana sulla terra. Perciò il mio femminismo, come rivoluzione sensata dei rapporti interumani, mi prospetta tempi lunghi, e sicuri. E penso si possa e debba lavorare per questo.

  8. È meglio che chiarisca un passaggio rispetto a quella che ho chiamato fallacia logica. Abate segue un ragionamento per cui la Chiesa, pur essendosi compromessa con certi regimi politici, è tuttavia rimasta Altra, e oltre. Invece il comunismo è risultato esaurito dagli stati che hanno inteso di realizzarlo. Qui la domanda: “Perché, insomma, è così facile l’alleanza tra trono ed altare; e così difficile quella fra cristianesimo e comunismo?”
    Si scioglierebbe il problema se si considerasse il rapporto tra comunismo e altri partiti, o forme di governo, interne alla democrazia. Allora si vedrebbe 1. che il comunismo non è morto ma è in tensione continua con altre ipotesi ideologiche più o meno vicine; 2. In questo essere comunismo socialismo democrazia rappresentativa insieme sulla scena politica, la Chiesa fa il suo gioco rapportandosi comunque. Quindi non è vero che sia “così difficile” l’alleanza col comunismo. Come infatti non è stato.

  9. @ cristiana fischer

    1.
    Sì, ho evocato, nel post e nei commenti, il collegamento tra cristianesimo e comunismo. In modo quanto mai problematico e cauto ma con una certa fermezza, diciamo pure etica, rispetto alle posizioni liquidatorie di moda. Queste non le sopporto più: vogliono proprio cancellare il problema che sta sotto al nome ancor più che il nome; e hanno già ridotto quasi tutta la riflessione pubblica sula politica alla più piatta visione geopolitica. Eccola là, è tornata ad avallare come unici attori della storia le grandi potenze, i grandi Stati e a ridurre tutti i conflitti al solo conflitto per l’egemonia tra quelle.

    2.
    So che non siamo più nel ’68, quando il principio speranza di Bloch (assieme alle più varie coniugazioni marxiste del comunismo) pareva potesse avere molte gambe per camminare e in tutto il mondo. Ma ricordare quel clima, quei nomi, quella storia pur tragica (del comunismo) senza adagiarsi nella nostalgia di un socialismo non realizzato, sarà pure una precaria e soggettiva *testimonianza di verità*, ma permette almeno di avere un termine di paragone in positivo per misurare almeno quanto orrendo e vasto sia il negativo che la “barbarie” democratica e capitalista sta imponendo negli USA proprio in questi giorni e di riflesso in tutti i suoi satelliti o pianeti policentricamente antagonisti. E potrebbe anche indurre a riflettere sul baratro che tutti abbiamo di fronte.
    Su di esso – ecco un altro punto d’insofferenza – i fautori del nichilismo non sanno che dire. Oppure si vantano del loro lavoro critico esclusivamente destruens, che alcuni di loro pretendono “scientifico”; e lasciano intendere che al massimo qualcosa di “buono”- ma per chi? Secondo loro solo per “forze nuove” d’élite capaci di dominare quanto o più cinicamente e sadicamente delle precedenti – potrebbe venire solo dalle guerre o da azioni criminali, le uniche produttrici delle “grandi svolte”. (E la posizione di Elena Grammann, che riporti: «“non potendosi dare né cristianesimo né comunismo all’infuori di istituzioni di necessità intolleranti e escludenti”» mi pare sfuggire alla tentazione di un nichilismo più sofferto, forse “weberiano”).

    3.
    A me pare che si stia correndo il rischio di contrapporre alla “degenerazione della democrazia” una degenerazione di segno opposto: la volontà di potenza senza scopo. E allora, sempre polemicamente, ricopio dalla pagina FB di Franco Senia le parole che scrisse un poeta, pur se riferite ad una vera rivoluzione dal basso e non a queste dall’alto:

    Il Dente della Storia
    « Il Palazzo d’Inverno e i Musei, li odio quanto voi. Ma la distruzione è vecchia come la costruzione ed è altrettanto tradizionale. Distruggendo quel che odiamo, siamo stanchi e disgustati non meno di quando consideriamo il processo della costruzione. Il dente della storia è molto più velenoso di quanto pensiate; non possiamo mai sfuggire alla condanna del tempo. Il vostro grido resta ancora un grido di dolore e non di gioia. Distruggendo, restiamo ancora schiavi del vecchio mondo; anche rompere una tradizione è una tradizione. Siamo minacciati da un pericolo ancora più grande: non possiamo evitare la necessità di dormire e di mangiare, qualcuno costruirà, altri distruggeranno, perché “c’è un tempo per ogni cosa sotto il sole”; ma ognuno resterà uno schiavo finché non apparirà un terzo elemento, qualcosa di diverso dalla costruzione e dalla distruzione. »

    ( – da una lettera di Alexandr Blok a Vladimir Majakovskij – )

    4.
    A te questo mio accostamento cristianesimo/comunismo, che permette almeno di non far uscire dal nostro sguardo l’idea di una possibile politica dei molti e non delle élites, non va. E vi contrapponi una «simmetria tra comunismo e partiti nella vita democratica (più meno aperta), come avvenuto nella politica dei fronti popolari dal 1936, e riproposta successivamente, con la svolta di Salerno, e con il compromesso storico»; cioè, se capisco bene, una soluzione socialdemocratica più o meno classica.
    Oppure – con le parole: «Piuttosto mi sento di sostenere la visione di Tarì, che coordina cristianesimo e comunismo sulla linea di Turoldo. Ma si rientra così in una speranza trascendente» -una adesione alle tesi del “comunismo spirituale”, di cui ho già riferito.
    E concludi: «Perciò il mio femminismo, come rivoluzione sensata dei rapporti interumani, mi prospetta tempi lunghi, e sicuri. E penso si possa e debba lavorare per questo».
    Lasciando del tutto aperto il discorso, a me viene da dire che:
    – il comunismo può avere le medesime caratteristiche che tu attribuisci al “tuo” femminismo.
    E vorrei azzardare un’altra considerazione quasi ottimistica: essendo per me comunismo e femminismo «rovine di un fine Novecento da interrogare e reinterpretare per leggere nelle trasformazioni in corso – non certo benefiche per i molti uomini e donne del pianeta – qualcosa d’ altro» (Donne seni petrosi), non è che il femminismo ( o il neo-femminismo) d’oggi sia il nome cifrato di un neo-comunismo?

    5.
    «Abate segue un ragionamento per cui la Chiesa, pur essendosi compromessa con certi regimi politici, è tuttavia rimasta Altra, e oltre. Invece il comunismo è risultato esaurito dagli stati che hanno inteso di realizzarlo».
    No, non sostengo questo, ma proprio il contrario. La Chiesa, compromettendosi con certi regimi politici (nazismo, fascismo), non è affatto rimasta “Altra”, ma si è svuotata del suo senso religioso, come sostiene Ranchetti sulla scia di Bonhoeffer. Sì, «fa il suo gioco», potenza particolare tra altre potenze; e non vedo dove sia la prova di una sua «alleanza col comunismo».

  10. La Chiesa si è svuotata del suo senso religioso solo in parte, a causa della politica, anche perché non la si può identificare con lo Stato del Vaticano, è una comunità di credenti. La Chiesa Cattolica, comunque, ha avuto modo nel tempo di ricredersi e di rigenerarsi, ed oggi è un faro etico anche per tanti non credenti o appartenenti ad altre religioni. Bonhoeffer è stato la prova, lui e tanti altri cristiani rimasti ignoti, che perfino durante il nazismo la Chiesa fondata da Cristo, quella dei fedeli, non era morta. Fede e politica sono due realtà ben distinte, anche se si sono intrecciate troppo spesso e male durante la storia. Non sto parlando di un’utopia, come quella del comunismo, ma di una realtà di fede, per chi la accetta.

    1. @ Franco Casati

      Non si capisce perché “Bonhoeffer [sia]la prova, lui e tanti altri cristiani rimasti ignoti, che perfino durante il nazismo la Chiesa fondata da Cristo, quella dei fedeli, non era morta” e perché un Trotzky (ad esempio) e tanti altri comunisti rimasti ignoti non debbano essere la prova che il comunismo non sia del tutto morto. Doppiopesismo?

  11. @ Abate: “il comunismo può avere le medesime caratteristiche che tu attribuisci al ‘tuo’ femminismo … non è che il femminismo (o il neo-femminismo) d’oggi sia il nome cifrato di un neo-comunismo?”
    In un atteggiamento di fiducia (speranza) globale io vedo il futuro di una possibile vita democratica, partecipata, dove secondari risultano la critica destruens e il perverso incantamento della barbarie.
    Può anche reggere che il femminismo sia nome cifrato di una idea -che mi pare però *generica*- di neo-comunismo. In direzione di una prosecuzione collettiva di ragionevolezza, ottimismo, collaborazione, egualitarismo.
    Mi appare tuttavia idea *generica*, rispetto a una teologia femminista, che hanno in comune molte donne, e che ha probabilmente una curvatura eretica.
    Si tratta di una teologia materialistica (incrociata nel cattolicesimo con l’altra di un dio uranico, celeste, astratto). L’incarnazione, per come io la intendo, è il divino nella materia corporale, sessuata, riproduttiva. Non si può pensare, per me, l’incarnazione senza assunzione e immacolata concezione. (Dopo 2000 anni! Ecco perchè la chiesa è sicuramente altra e oltre: si pensa in una dimensione temporale che, forse, solo la Cina…)
    Di quel divino il femminile è attore principe in quanto *inconsciamente consapevole*. Come l’amore materno è tutto focalizzato sul bene della creatura, così la vita associata può ricavare da questo originario rapporto della vita l’indirizzo per una convivenza umana intelligente e fiduciosa. Questo ho imparato nel femminismo, e ha una logica intima stringente non transigibile.

  12. Non ho scritto che il comunismo sia morto, non lo penso proprio, i suoi eroi esisteranno per tanto tempo; ritengo solo che sia un’utopia, perché fondato sul materialismo che genererà sempre e comunque lotte per il potere. Al di là di quelli che dovrebbero essere i suoi veri scopi la politica, già in sé, è una lotta per il potere che si perpetua nella storia.
    Trovo affascinante la concezione femminista di Cristiana Fischer. Concordo che il divino sia anche nell’umano, Cristo ne è la prova storica; che la donna sia ‘incosciamente consapevole’ del proprio divino è altrettanto vero. La Chiesa la considera ‘Madre di Dio’, in senso laico si potrebbe dire ‘Madre della natura’ che è appunto il luogo del divino. Mi sembra, invece, alquanto forzato il parallelismo con il comunismo. La donna rigenera, il comunismo livella, anche se i suoi scopi, alla fine, vorrebbero essere umanitari.

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