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Poesie

Mario Carbone ed Emilio Gentilini, Roma

di Marc Alan Di Martino traduzione di Angela D’Ambra

Runaway

My mother is sitting alone on a park bench in Villa Borghese, eating a sandwich. It isn’t an easy thing to find a sandwich in Rome in 1966. She had to root out the Bar degli Americani on Via Veneto, near the embassy, in order to find ham on white bread. No mayonnaise. Imagine that: a Jewish girl eating a ham sandwich on a park bench in Rome with no mayo. What is she doing there, so far from home? And where is home, anyway? Her parents’ home in Brookline, Massachusetts? That isn’t home. Not anymore. She ran away from that home, came to Rome via Paris via San Francisco. Anywhere but at the shabbos table with that tyrant her mother and her ineffectual father. A ham sandwich on a park bench is better than that, she says to herself as a dapper man appears, dressed in a smart black suit. She notices his teeth. Naively, she thinks he might be Marcello Mastroianni, her singular destiny to meet a movie star, fall in love, and become his wife. Live happily ever after. The fantasies that run through a young woman’s head. This man is not Eddie Fisher. Nice Jewish boy. Dungaree Doll. This man is a smooth-talker. He wants to sell her something. Realizing she is American, he begins speaking in broken schoolboy English. He turns on the charm, and she is charmed. What is he selling? Wine - what else? You are in Italy, poor girl, eating a sandwich, all alone. He overwhelms her, makes her feel like Audrey Hepburn. She, in turn, is an easy target. Not like Italian women. To get into their pants you have to go through their families. He knows. He has two sisters. He’s always beating up guys in his neighborhood for putting their hands on them. He’s got a reputation. But everyone knows American women are unmoored. Why else do they come here?  To get into trouble. To meet a Casanova. To have what they call a ‘fling’. (He learned that word in a movie.) Then they go back home and get married to a Rock Hudson or a John Wayne, have two kids and two cars and pursue their dreams of happiness. Europeans have history, Americans have dreams. That seems to him a profound insight. My mother crinkles the cellophane into a ball, rolls it in her palm, brushes the crumbs from her  skirt. He looks at her knees, the skin boldly exposed, wonders what’s beyond them. She isn’t thin, he thinks, as he absorbs her body with his eyes. He isn’t subtle. You don’t need to be in 1966. All you need to have is charm, and he has excellent charm. She decides in that moment she will go anywhere with this man. She will do anything he asks. She has nothing to lose, no one waiting for her on the other side of the ocean, no Eddie Fisher. Her brother is married to a German. Her brother the magician, who disappeared into a German woman and never came out. How she would like to disappear into this man, fall into the black hole of him, learn to curse her own parents in his tongue, allow the sensual inflections of Italian to evict the Yiddish gutturals lodged in her throat like fish bones. How she would like to learn to trill her r’s, double her consonants, put a crucifix around her neck for the sheer pleasure of seeing her mother’s dumbstruck punim, bury her alive with Roman invective li mortacci tua - fuck your dead ancestors - tear the crucifix off and flush it down the toilet, having exhausted its usefulness. She smooths her skirt, a little flushed.

Fuggiasca

Mia madre siede sola su una panchina di Villa Borghese; mangia un panino. Non è impresa da poco trovare un panino a Roma nel 1966. Aveva dovuto scovare il Bar degli Americani, a via Veneto, vicino l’ambasciata, per trovare prosciutto e pane bianco. Niente maionese. Immagina la scena: una ragazza ebrea che, su una panchina di un parco, a Roma, mangia un panino al prosciutto senza maionese. Cosa ci fa là, così lontana da casa? E, comunque, dove è la sua casa? La casa dei suoi genitori a Brookline, Massachusetts? Quella non è la sua casa. Non più. Da quella casa è fuggita, è venuta a Roma via Parigi via San Francisco. Ovunque, fuorché al tavolo dello shabbos con quella tiranna di sua madre, e il padre inetto. Un panino al prosciutto su una panchina del parco è meglio di quello, si dice quando appare un uomo azzimato, che indossa un elegante abito nero. Ne nota i denti. Ingenuamente, pensa che potrebbe essere Marcello Mastroianni, e che il proprio destino speciale sia incontrare una star del cinema, innamorarsi, diventarne la moglie. Vivere per sempre felici e contenti. Le fantasie che frullano nella testa d’una ragazza. Quest’uomo non è Eddie Fisher. Bravo ragazzo ebreo. Dungaree Doll. Quest’uomo è un adulatore. Vuole venderle qualcosa. Accortosi che è americana, inizia a parlare in un inglese scolastico. Accende il fascino, e lei è affascinata. Cosa vende? Vino; che altro? Povera ragazza, in Italia, tutta sola a mangiare un panino. La perturba, la fa sentire come Audrey Hepburn. Lei è, peraltro, un bersaglio facile. Non come le italiane. Per portartele a letto, devi passare per le loro famiglie. Lui lo sa. Ha due sorelle. Sta sempre a picchiare i ragazzi del quartiere che le molestano. Ha una reputazione. Ma tutti sanno che le donne americane sono senza legami. Sennò perché verrebbero qui? Per mettersi nei guai. Per incontrare un Casanova. Per avere quello che chiamano ‘fling’: un’avventura. (Aveva imparato quella parola in un film.) Poi, se ne tornano a casa, si sposano un Rock Hudson o un John Wayne, hanno due figli e due auto, e inseguono i loro sogni di felicità. Gli europei hanno una storia, gli americani hanno sogni. Questa gli parve una profonda intuizione. Mia madre accartoccia il cellophane in una palla, se lo fa rotolare nel palmo, spazza le briciole dalla gonna. Lui le guarda le ginocchia, la pelle audacemente esposta, si chiede cosa ci sia oltre. Non è magra, pensa, mentre ne divora il corpo con gli occhi. Non è scaltro. Non è necessario esserlo nel 1966. Tutto ciò che ti serve è fascino, e lui fascino ne ha d’avanzo. Lei, in quell’istante, decide che andrà ovunque con quest’uomo. Farà tutto ciò che le chiederà. Non ha niente da perdere, nessuno ad aspettarla dall’altra parte dell’oceano, nessun Eddie Fisher. Suo fratello ha sposato una tedesca. Suo fratello, il mago, scomparso in una tedesca, e mai più riapparso. Come vorrebbe scomparire in quest’uomo, cadere nel suo buco nero, apprendere a maledire i propri genitori nella lingua di lui, permettere alle inflessioni sensuali dell’italiano di sloggiare le gutturali yiddish alloggiate nella sua gola come lische di pesce. Come vorrebbe imparare a vibrare le proprie r, raddoppiare le consonanti, mettersi un crocifisso al collo per il puro piacere di vedere il punim esterrefatto di sua madre, seppellirla viva sotto insulti romani li mortacci tua - vaffanculo i tuoi antenati morti - strapparsi il crocifisso e buttarlo nel water, dopo che ha esaurito la sua funzione. Si liscia la gonna, un po’ rossa in viso.

“Geniza”


A scrap of parchment in the hand of Maimonides
drifts down to us quietly
through ten centuries of blood and dust
lands in the hands of a researcher
in Tel Aviv, New York, Budapest
whose eye has been trained to mend
desiccated fragments, resurrect
mummified inklings, perceive
the worth of such undertakings. Dust
to lust[1], one culture’s erasure is another’s
treasure. Here sacred suckles profane
and must be tweezed apart
so as not to alter both. Crate by crate
smuggled by steamer out of Egypt
tiptoed their way past gods and guards,
again nearly drowned in the sea.

The luck of history.




“Gheniza*[2]



Un brandello di pergamena, di pugno di Maimonide
discende silenzioso fino a noi
attraverso dieci secoli di sangue e polvere
approda nelle mani di un ricercatore
a Tel Aviv, New York, Budapest
che ha occhio allenato a riparare
frammenti essiccati, resuscitare
indizi mummificati, percepire
il valore di tali imprese. Polvere  
alla passione, la rasura d’una cultura è il tesoro
di un’altra. Qui il sacro sugge il profano
e va diviso con le pinze
sì da non alterare entrambi. Cassa dopo cassa
usciti di frodo dall’Egitto via piroscafo
cauti superarono deità e guardie,
e quasi si re-inabissarono nel mare

La fortuna della storia.

 

The Skaters
 
                   “and years - so many years”
                       - Virgil, Aeneid
 
 
The dragonflies of summer have all vanished.
      Now people warm their hands above strange fires
blazing from big green oil drums. There are holes
 
in the sides. I wonder what made them there. 
      Neighbors, mostly. Girls lacing up their skates
in packs . The smoke and spark of firesticks
 
jutting out over the lip, burning, burning.
      My parents are somewhere, walking on water
together. My sister is here, her hand in mine
 
steadying me. Off to the right is where
      the man with the Firebird lives, the one
who followed me, in those apartments over
 
there. Don’t go there by yourself. Repeat. Don’t
      go...when my father hoists me and we’re off! 
 
 
 
 
I pattinatori
 
“E anni, così tanti anni”
                 - Virgilio, Eneide
 
 
Le libellule estive sono tutte scomparse.
       Ora la gente si scalda le mani sopra strani fuochi
che ardono da grandi fusti di petrolio verdi. Hanno fori
 
ai lati. Mi chiedo cosa li abbia fatti là.
       I vicini, per lo più. Ragazze s’allacciano i pattini
in gruppi. Fumo e scintille di stecchi
 
che sporgono oltre il bordo, e bruciano, bruciano.
       I miei genitori sono da qualche parte, a camminare sull’acqua
insieme. Mia sorella è qui, la sua mano nella mia
 
a rendermi saldo. A destra è dove
       vive l’uomo con la Pontiac, quello
che mi seguì, in quegli appartamenti lag-
 
giù. Non andarci da solo. Ripeti. Non
       andare ... quando mio padre mi solleva e via, sul ghiaccio!

 

“Still”
 
 
There are still birds, still things coming to life
in unexpected ways. Still nights and days. 
Nocturnal, diurnal. Circadian rhythms
scratching an itch* at the back of the throat.
Still family, still friends. Still love
slapping you silly with its rubber tongue,
salt that makes your stomach sing a psalm,
palettes of rusted foliage, stray bees
in November, still buzzing in the lavender.
 
 
 
“Ancora”
 
 
Ci sono ancora uccelli, ancora cose che prendono vita
in modi inaspettati. Ancora notti e giorni.
Notturno, diurno. Ritmi circadiani
a raschiare un pizzicore in fondo alla gola.
Ancora famiglia, ancora amici. Ancora amore
a schiaffeggiarti, sciocco, con la sua lingua di gomma,
sale che al tuo stomaco fa cantare un salmo,
tavolozze di fogliame rugginoso, api vaganti
in novembre che ronzano nella lavanda, ancora. 

[1] Nd’A: dust to lust:è un gioco di parole “dalla polvere alla brama”:  la polvere dell’artefatto e la brama del ricercatore per le scoperte

[2] Nd’A: *la gheniza era una specie di sgabuzzino nelle sinagoga antica del Cairo dov’era stato trovato un accumulo enorme di manoscritti vecchissimi, che poi è stato trasferito a Cambridge e che contiene molti tesori letterari di natura ebraica

Marc Alan Di Martino is a Pushcart-nominated poet, translator and author of the collection Unburial (Kelsay, 2019). His work appears in Baltimore Review, Rattle, Rust + Moth, Tinderbox, Valparaiso Poetry Review and many other journals and anthologies. His second collection, Still Life with City, is forthcoming from Pski’s Porch. He lives in Italy.

Marc Alan Di Martino è un poeta nominato per il Pushcart, un traduttore , ed è autore della raccolta Unburial (Kelsay, 2019). Le sue opere sono apparse su Baltimore Review, Rattle, Rust + Moth, Tinderbox, Valparaiso Poetry Review, e molte altre riviste e antologie. La sua seconda collezione, Still Life with City, è in uscita da Pski’s Porch. Marc vive in Italia.

ANGELA D’AMBRA ha conseguito la laurea quadriennale in Lingue e letterature straniere presso l’Ateneo di Firenze (2008); un diploma di Master II in traduzione di testi post-coloniali in lingua inglese presso l’Ateneo di Pisa (2009). Si è laureata in Lettere moderne presso l’Ateneo fiorentino nel 2015. Nel 2017 ha conseguito un diploma di Master I in traduzione di testi biomedici e legali presso ICON (Pisa). Nel 2019, la LM in Teorie della Comunicazione presso la Scuola di Studi Umanistici dell’Ateneo fiorentino. Dal 2010 traduce non-profit testi poetici (En > IT). Le sue traduzioni sono state pubblicate su varie riviste italiane e straniere tra cui El GhibliSagaranaMosaiciSemicerchioJITGradivaOsservatorio Letterario. Ha pubblicato (in traduzione italiana) una selezione di testi dall’antologia poetica On Being Dead in Venice di Gary Geddes (novembre-dicembre 2019) e una selezione di testi dall’antologia poetica Dancing Birches di Glen Sorestad (febbraio-marzo 2020).

“Utopia” di Peter Cowlam

L’enorme ricchezza di Zora Murrillo è un mistero per gli abitanti di Hoe, la cittadina inglese in cui la ragazza, inopinatamente, arriva. Ma non è il solo mistero nella vita della giovane donna, la cui personalità magnetica ed enigmatica non può non stuzzicare la curiosità degli abitanti della cittadina di provincia, in particolare, del cronista locale Andrew Mawdrie. Dopo l’acquisto e la ristrutturazione dell’hotel Pleiades, da lei trasformato in cabaret, la curiosità intorno a Zora cresce anche in seguito alla comparsa di un uomo misterioso. Il suo nome è Em (anche M o Emoticon) e sembra essere legato a Zora da lunga amicizia. Em, agli occhi del mondo, è il redattore di cronaca mondana del Bluffington, ma dietro questa maschera si cela altro. Em  sembra conoscere la parte della vita di Zora anteriore all’arrivo in Inghilterra. Non solo: si scopre, nel corso della narrazione, che Em ha giocato un ruolo centrale non solo per consentire a Zora di raggiungere l’Inghilterra e Hoe, ma anche nella fuga del padre di lei, il dott. Raphael Murrillo – esperto di intelligenza artificiale e creatore, insieme alla figlia, di automi quasi  perfetti – da Utopia, loro terra natale: un luogo dove corruzione, burocrazia, colpi di Stato, dittatura militare sono una costante.   La trama, fitta di intrighi e colpi di scena, si snoda in 36 brevi e icastici capitoli.  Il mistero sulla vita e la reale natura di Zora sembra, però, destinato a non sciogliersi, neppure alla fine del romanzo. (La traduzione e la cura dei due capitoli di Utopia sono di Angela D’Ambra)

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“Dancing Birches. Part 5” (5) + tre nuove poesie di Glen Sorestad

traduzione di Angela D’Ambra

Ecco la quinta e ultima poesia di “Dancing Birches. Part 5” assieme ad altre tre nuove sempre su Hemingway c,he fanno da appendice. Le precedenti le trovate scrivendo in alto a destra (lente d’ingrandimento) il nome dell’autore. [E. A.]

 Finca Vigia[1]
 
  
 His house is now a museum. You can look,
 but you can’t touch – photos, if you wish,
 may be taken from cordoned doorways 
 or through open windows in this home 
 where he and Mary lived, where he wrote, 
 where they entertained movie stars and statesmen. 
 Pilar, his fishing boat, stands weathered,
 high and dry, alongside the swimming pool 
 where Ava Gardner is said to have stroked 
 lengths, adorned with that famous sultry smile, 
 and so the rumour goes, nothing else.
  
  
 Everywhere in Havana that Hemingway
 ate or drank, worked or played, is remembered 
 by fresh generations of those he lived among 
 and loved with a fierce tenderness, people
 who loved him back and love him still – 
 an American hero in a nation blockaded
 by his own people -- this place he came to live in, 
 where he will never die, but be forever Papa,
 a giant among the people who welcomed him,
 who took him into their hearts,
 not the man who also lived in Idaho
 and hunted pheasants, who one day 
 took his shotgun out and wrote the end
 to the story he spent a lifetime telling.
  
  
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“Dancing Birches. Part 5” (4) di Glen Sorestad

traduzione di Angela D’Ambra

Quarta poesia di Glen Sorestad dedicata a Ernest Hemingway. Le precedenti qui, qui e qui . [E. A.]

Two Old Boys of Cojimar [1]
 
  
   When the two old fellows saw us approaching 
   they snapped to like wind-gusted flags. 
   The little fishing village just east of Havana 
   is best known as home of Santiago, 
   Hemingway’s heroic protagonist,who 
   spent two days and two nights adrift 
   far out on the Gulf, bound, will to will, 
   to a magnificent and gigantic marlin[2], 
   until he subdued the great fish, only to lose it 
   to marauding sharks before he could 
   bring his once-in-a-lifetime catch
   home to the village as tangible proof. 
  
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“Dancing Birches. Part 5” (2) di Glen Sorestad

traduzione di Angela D’Ambra

Questa è la seconda poesia della sequenza che il poeta Glen Sorestad ha dedicato ad Ernest Hemingway. La prima la leggete qui. [E. A].

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Poesie di Margaret O’ Driscoll

Traduzioni di Angela D’Ambra

Pubblico queste poesie che definirei “ecologiste” e di disarmante candore in segno di accoglienza verso una sensibilità poetica molto diversa da quelle più disincantate o addirittura ciniche che oggi danno il segno dominante alla cultura italiana in crisi. [E. A.]

1.
 
Dewdrops
 
Breakfast time May morning
Sun shines bright outside
Glittering jewels hang in a row
All along the slide
Glistening dewdrops on the grass
Crystals sparkle on the swing
The daisy chain made yesterday
Shines like diamonds on a string
 
 
 
Gocce di rugiada

Mattina di maggio ora di colazione
Il sole fuori splende sfavillante
Gioielli brillanti pendono in fila
Lungo l’intero scivolo
Sull’erba gocce di rugiada luccicanti
Cristalli scintillanti sull’altalena
Le ghirlanda di margherite fatta ieri
Splende come diamanti sopra un filo.
 
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