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Bruce Hunter

Poesie scelte da  A Life in Poetry  I Quaderni del Bardo Edizioni Febbraio 2022
Traduzione di Angela D’Ambra

In this family
the men are romancers
of whiskey and lies.
The drinking tales that have us
leaving Scotland for stealing sheep,
Ireland as potato thieves.
What is not said,
is because of the women
we are men.
Strong men
any men at all.
This poem is for the women.
Auntie, a name with the irony
that a big man is named Tiny,
riding west from New Brunswick
by wagon before the railway
in response to a newspaper advertisement:
Wife Wanted
reply Hiram G. Worden Esq.
She came with muslin bags
of shinplasters, gold pieces
a trunkful of whalebone hoop skirts
a sidesaddle, Colt revolver
just in case, and savvy.
The latter two of which
she would use some years later
on a burglar entering her bedroom window
comforting him while police arrived
that the bullseye in her mind
was the top button of his shirt.
Never missed yet, wouldn’t now.
Hiram G. came home one night
drunk (often it is said).
She crowned him with a cast iron kettle.
He was never quite the same
nor was her stature among his friends.
Grandmother, 1929, spun ’round town
flapper in a rumble-seat sportster, hers.
Dancing the Charleston
playing poker Sunday nights.
Monday morning back at the office
pert secretary to the deacon of the diocese.
Lived four doors down
from Nellie McClung.
Never understood all the fuss
about that woman –
in the West all women are strong.
When her man died in ’38
she never remarried
became her own man.
A friend points her out
in the family album.
The face is familiar
she plays his tables at the casino
blackjack, high and fast.
Sometimes two tables
talking of her grandchildren,
who hearing of this
would be aghast.
Mother in the 1970’s
when the father leaves
it comes to this:
you can’t ride sidesaddle,
poker face or shoot your way out
with seven children.
There is no romance in this.
Play it straight
and they’ve got a jacket for you.
You’re tied to a table
the doctor from California
is into electricity
that lights up the last frontier
within your skull
like a Christmas tree
that will never be in season again.
Yours is the story
they do not tell.
In questa famiglia
gli uomini sono autori
di whisky e di fandonie.
Le fole da taverna secondo cui
lasciammo la Scozia per furto d’ovini,
l’Irlanda perché ladri di patate.
Ciò che non si dice,
è che è grazie alle donne che
siamo uomini.
Uomini forti
uomini e basta.
Questa poesia è per le donne.
Zietta, nome che ha l’ironia
d’un omone il cui nome è Minuzzolo,
cha va a ovest da New Brunswick
su un carro, prima della ferrovia
in risposta a un annuncio di giornale:
Cercasi Moglie
contattare l’esimio sig. Hiram G. Worden.
Lei arrivò insieme a borse di mussola
con banconote in piccolo taglio, monetine d’oro
un baule di gonne con guardinfanti di fanone
una sella da donna, una pistola colt,
per prudenza, e buonsenso.
Le ultime due cose
le avrebbe usate anni dopo, quando
un ladro dalla finestra le entrò in camera 
e lei lo tenne a bada finché arrivò la polizia, 
dicendogli: “Il bersaglio nel mio mirino
è il primo bottone della tua camicia.
Mai mancato finora, non mancherei ora”.
Hiram G. una notte tornò a casa
sbronzo (si dice capitasse spesso).
Lei gli diede una botta in testa con un bricco in ghisa.
Non fu mai più lo stesso
né lo fu lei agli occhi degli amici di lui.
Nonna, 1929, sfrecciava per la città
spregiudicata su una rombante auto sportiva: sua.
Ballava il charleston
giocava a poker ogni domenica sera.
Il lunedì mattina, di nuovo in ufficio
segretaria sbarazzina del diacono della diocesi.
Abitava a poca distanza
da Nellie McClung.
Non capii mai perché tanto parapiglia
per quella donna:
a Ovest tutte le donne sono forti.
Quando il suo uomo nel ’38 morì
non si risposò
e divenne l’uomo di se stessa.
Un amico la indica
nell’album di famiglia.
Il viso gli risulta familiare  
gioca ai tavoli del suo casinò
blackjack, scommesse forti.
A volte, due tavoli
intanto parla dei nipoti,
che se lo sapessero
ne sarebbero allibiti.
Mamma negli anni ’70
quando papà se ne va
c’è poco da fare:
non puoi cavalcare all’amazzone,
bluffare a poker o uscirne a colpi di pistola
se hai sette figli.
Non è un romanzo questo.
Dì ciò che pensi
e ti mettono la camicia di forza.
ti ritrovi legata a un tavolo
il medico dalla California
si intende di corrente:
quella che accende l’ultima frontiera
nel tuo cranio
come un albero di Natale
che non funziona più nel tempo giusto.
La tua è la storia che
loro non raccontano.
An old
old sun pokes through
fat-fisted clusters of nimbostratus.
Through fences picketed
around the treewalled yard
with its tin tubs floating
armadas of black-backed snappers.
The red Massey rusty bedded in corn,
a soup can hat on its standpipe,
attended by sunflower nuns bowing head high
over hidden shrines of bricks and boards.
Once this was all that heaven could be.
The old man across the street
all the God we’d ever need
rising sometimes from the planting of lobelia
long enough to be child again
to join the worrying of clouds
and angels with April’s kites.
Un vecchio,
vecchio sole spunta fra
ammassi di pingui nembostrati.
Fra recinti con paletti
intorno al cortile tappezzato d’alberi
con le sue vasche di lamiera in cui
nuotano armate di dentici dal dorso nero.
Il rosso Massey che fa la ruggine nel mais,
latta di zuppa a mo’ di basco sul tubo,
curato da suore girasole, teste alte chine
su santuari segreti di mattoni e d’assi.
Un tempo, questo era tutto il paradiso possibile.
Il vecchio della casa di fronte
l’unico Dio cui ci rivolgevamo
sorgeva, talvolta, dal campo di lobelia
quanto basta per tornare bambino
e unirsi all’inquietudine di nubi
e d’angeli con aquiloni di aprile.
Dyked by white painted shiplap
Billy’s father’s plot of Holland
at the end of the small street.
His austere garden grew no flowers
only his family’s food.
This ironic immigration
from blitzkrieg memory,
for on the street’s opposite end
Klaus’s father, former S.S. sergeant.
His flower garden precise and clipped.
His similar accent
drove away the neighbourhood children.
While Klaus circled the street one day
in his father’s black helmet
Billy retrieved revenge
from under his parents’ bed.
The shoebox full of old photographs:
one more curled and fingerworn than the rest.
A man in the leather jacket of the Dutch Resistance
belted under a sash of bullets.
Finger set on the trigger of a machine gun.
Black barrel lowered on a storm trooper
kneeling hands over helmet against the wall.
Under the lean eye of Billy’s father
who ate tulips during the war.
Their bulbs boiled into bitter soup.
Cinto da perlinato bianco
l’angolo d’Olanda del padre di Billy
in fondo alla stradina.
Quell’orto austero non dava fiori
solo cibo per la famiglia.
Ironica immigrazione, questa,
da ricordi di guerra lampo,
ché al capo opposto della via
c’è il padre di Klaus, ex-sergente SS.
Il suo orto di fiori preciso e ben curato
L’accento, dello stesso tipo,
respingeva i bambini del vicinato.
Mentre Klaus, un giorno, gironzolava per la via
con l’elmetto nero del padre addosso
Billy si prese la rivincita
da sotto il letto dei suoi genitori.
La scatola da scarpe piena di vecchie foto:
una più gualcita dell’altra e lisa dalle dita.
Un uomo della Resistenza Olandese in giacca di pelle
allacciata sotto una fascia di proiettili.
Dito fermo sul grilletto d’una mitragliatrice.
Canna nera puntata in basso su un assaltatore
in ginocchio, mani sul casco, contro il muro.
Sotto l’occhio smunto del padre di Billy
che durante la guerra mangiava tulipani.
Ne bolliva i bulbi per una zuppa amara.
I want again to believe   
that when we love  
we remain   
passing always from this light   
into the next.
To remember   
those x-rays of my lungs   
I was shown as a child   
whose gauzy shadows  
I thought were hidden wings.   
You could feel the hot fist of the heart   
but where was the soul?
And that his shoulder blades   
when Billy stripped by the river   
were more than bones  
and that we would someday lift our arms.
We had seen the gleaned skeletons  
of birds drying on the salt flats.
On each wing, a thumb and four bird fingers.
How we lost faith  
and knew that the minister’s collar  
was a halo that had slipped,  
a noose that reddened his face  
and made it difficult  
for him to look down.
Billy believed 
that the 13 loops of the hangman’s noose  
made a hoop into the next life.
Me, I practiced that knot over and over.
But now there’s no way back  
and at night I ingest the room   
and into the room, the building  
and into that, the city and the lake,  
until I am pulling in    
all those edgeless places   
where this galaxy becomes another.
Where the mind  
is a sail full of light   
and the body a vessel.
One day I will keep on going,   
for a lifetime,
sent spinning back.
That light I was:
all we are  
luminous bodies,
particles, one against another
– light against light.
Voglio ancora credere
che quando amiamo
noi restiamo
passando sempre da questa luce
alla seguente.
i raggi-x dei miei polmoni
che mi mostrarono da bimbo,
le cui ombre velate
credevo ali segrete.
Il pugno caldo del cuore lo sentivi,
ma l’anima dov’era?
E che le sue scapole
quando, al fiume, Billy si spogliava
fossero più che ossa,
e che un dì, le braccia in volo avremmo alzato.
Avevamo visto scarti di scheletri
d’uccelli seccare su distese di sale.
Su ogni ala, un pollice e quattro artigli d’uccello.
Come perdemmo la fede
e capimmo che il solino del prete
era un’aureola sdrucciolata,
un cappio che gli arrossava il volto
rendendogli difficile
abbassare lo sguardo.
Billy credeva
che i 13 anelli del cappio del boia
formassero un cerchio nella vita seguente.
Quanto a me, m’allenavo di continuo con quel nodo.
Ma ora non si torna indietro
e di notte assorbo la stanza
e dentro la stanza, l’edificio
e dentro quello, la città e il lago,
finché attraggo
tutti i luoghi senza bordi
dove questa galassia un’altra diventa.
Dove la mente
è una vela ricolma di luce
e il corpo è un vascello.
Un giorno proseguirò,
per una vita,
rispedito vorticando indietro.
Quella luce ero io:
tutti noi siamo
corpi luminosi,
particelle, una contro l’altra
‒ luce contro luce.
Nota biografica
Nato a Calgary, Alberta, Bruce Hunter, primo di sette figli, ha perso l’udito da bambino. È cresciuto nell’area degli Ogden Shop della Canadian Pacific Railway, ora dismessi. Suo padre era un ‘tinbanger’, cioè operaio metallurgico impiegato nell’edilizia. Sua madre era una casalinga e, più tardi, una studentessa d’arte e un’artista. Il bisnonno di Bruce fu uno dei primi allevatori dell’Alberta.Dopo il liceo, Bruce ha svolto molti lavori: operaio, operatore di attrezzature, prima di frequentare il Malaspina College dove ha studiato con Ron Smith che lo ha incoraggiato a scrivere. Completato il suo apprendistato orticulturale, Bruce ha lavorato per vari anni come giardiniere nell’Alberta e nel sud dell’Ontario. Mentre svolgeva questi lavori, ha pubblicato poesie in diverse riviste, ottenendo così una borsa di studio alla Banff School of Fine Arts dove ha studiato con W.O. Mitchell, Irving Layton, Sid Marty ed Eli Mandel. All’età di 28 anni, ha frequentato la York University (cinema e letteratura), mentre seguiva corsi di scrittura con Don Coles, BP Nichol e Miriam Waddington. Il primo libro di poesie di Bruce, Benchmark è stato pubblicato nel 1982 ed è stato trasmesso a livello nazionale nel programma Anthology di Radio CBC. Dopo la laurea, Bruce ha insegnato scrittura creativa alla York University, alla Banff School of Fine Arts, prima di entrare a far parte del Seneca College di Toronto nel 1986, dove si occupa di seminari di poesia.Nel 1986 ha pubblicato la seconda raccolta di poesie, The Beekeeper's Daughter, seguita nel 1996 da una breve raccolta fiction, Country Music Country, trasmessa da programmi nazionali nel 1999 e nel 2000 su Between the Covers di radio CBC. Nel 2000 ha pubblicato la terza raccolta di poesie, Coming Home from Home. Nel 2007 è stato scrittore in sede per la Richmond Hill Public Library. Nel 2009 è uscito il suo romanzo In the Bear’s House che ha vinto il premio Canadian Rockies 2009 del Banff Mountain Book Festival. Two O’clock Creek è la poesia “seme” che ha portato alla scrittura del romanzo. Negli ultimi 30 anni, Bruce ha vissuto in varie parti dell'Ontario meridionale tra cui Jordan Station, Stratford e Toronto. Attualmente, risiede a Thornhill



da Prof Samizdat/Narratorio

di Ennio Abate

Solo una striscia di luce pallida e gialla illuminava ora il blocco dei palazzoni rossicci stagliati contro il cielo. Il resto era d’un azzurro sporco. Il temporale era imminente. Un’ombra, calata all’improvviso, incupiva anche il verde di un vasto campo che fiancheggiava i binari del tram. Attimo dopo attimo, in mezzo a folate sempre più forti di vento, quell’ombra, per effetto del sole che tramontava, si sollevava. Ora rodeva lentamente la facciata rossiccia dei palazzi.
Cosa faceva in quei momenti la gente nelle stanze ancora per un attimo soleggiate? Qualcuno di quelli che abitava ai piani più bassi, già investiti dall’ombra, s’era affacciato per vedere il dramma che il paesaggio della città mostrava? Prof Samizdat lo seguiva con un’ansia tenera.
Il terrorismo. In quegli anni lui era rimasto fissato  all’immagine pubblica, spettacolare che i giornali ne davano. in un corpo a corpo emozionale. Era diventato un osservatore meticoloso anche dei battiti più periferici di quelle azioni violente e sanguinose. A volte cercava di riscuotersi. Come si fa quando il sonno assale, ma non vuoi cedere. E scuoti la testa. Da mesi era in un volontario esilio dalle manifestazioni politiche. Non ci andava più. Le sue attività giornaliere non erano mutate quasi in nulla, rispetto al passato. Ma la stanza dove studiava era il laboratorio dove quella sua attenzione spasmodica si esercitava ripetutamente sui quotidiani, che accumulava in pile ordinate per mesi. Aveva alcuni libri in evidenza sul tavolo. Ascoltava i giornali radio. Sulla spinta che seguiva agli avvenimenti, progettava letture e approfondimenti. Ritagliava gli articoli con le opinioni che considerava più degne di riflessione. E aveva mantenuto i legami con alcuni che si occupavano dei detenuti politici finiti in carcere. Con uno di loro, PDG, si scriveva. Supponeva che molti altri, che come lui avevano partecipato alle lotte dell’ultimo decennio, facessero qualcosa di simile. Ma non ne era certo. E non voleva accertarsene. Non desiderava più occuparsi assieme ad altri di una politica andata in frantumi . Meglio ripensarla da eremita.

La maniera equivoca e festaiola del far politica in quegli anni che ora si disfacevano   furiosamente. I discorsi infuocati sulla rivoluzione non pranzo di gala. Fino alle bombe di Piazza Fontana, vogliamo tutto. Poi del tempo successivo di  sconfitta nuovi goliardi e nuovi giacobini si spartivano la gestione pubblica. All’inizio i potenti – un blocco per lui informe, mai  studiato, un concetto – erano stati sorpresi, ma  subito avevano  usato la loro potenza bruta. E quasi subito la fluida rete collettiva che dal ’68- ‘69 si era messa in moto quasi per incanto e sembrava estendersi gioiosa, giovanile, in piena autonomia, s’era irrigidita e slabbrata in più punti. Dalla calca euforica e dei simili (in apparenza) s’isolarono gruppi che insegnarono in fretta a fare scelte drastiche. E imposero discipline e riti partitici. Inevitabili? Non se n’era mai convinto, ma neppure che ci fosse una via diversa da quella che permise di intascare per un po’ il bottino d’intelligenza e passione di quei due anni esplosivi. Lo sistemarono in magazzini dalle dimensioni più  squadrate. Le solite. I più vecchi le conoscevano. Montaldi ne diffidava. Non si capì più quali spiragli erano riusciti ad aprire e quali erano rimasti  del tutto chiusi. Non si capirono neppure più  le involontarie deformazioni subite dalle parole collettive. Rotolavano immediate, grossolane, fra le folle che ancora si radunavano numerose, ma già stordite, dietro bandiere. E non si capiva più in cosa esse fossero abbastanza simili e dove inconciliabili.

Al mattino si svegliava al primo passaggio del metrò, verso le sei. Disinnescava il comando della radiosveglia. Accendeva la piccola pila arancione, aprendo lievemente le porte per non interrompere il sonno della moglie e dei figli, andava in cucina. Si preparava il caffè e poi si chiudeva in gabinetto. Milioni di movimenti simili ai suoi venivano fatti nelle altre abitazioni, nelle carceri, negli ospedali. E prof Samizdat pensava, ma dolorosamente, che anche in questi gesti semplici era stata impressa e si manteneva da secoli una  sottile violenza ormai quasi inavvertita. E che i corpi vi convivevano faticosamente, come con una protesi… […]

Ma quella morte, no! I democristiani se ne erano lavati le mani. Altri ragionarono fino in fondo. Qualcuno notò che Moro non era poi così innocente da essere avvicinato a Cristo. Altri non giuravano più neppure sull’innocenza di quest’ultimo. Quanto si parlò di vittima sacrificale, di necessità storica! Ragion di stato e provvidenza divina tornarono a confondersi. E dopotutto – pensarono sempre altri – si è trattato soltanto di un omicidio politico…[…]

Chiuso nella griglia strettissima di quei giorni, prof Samizdat fece l’unica cosa che gli era possibile: rovistare fra gli echi che gli arrivavano. A distanza. Dov’era precipitata nel frattempo la sua anima interrogante? E il suo corpo era ancora giovanilmente smagrito? Echi ed echi di echi. Nella griglia strettissima anche dei giorni successivi. Fare i conti, fare i conti! Ma non era un ragioniere. Era solo. Non contava nulla. “Sono per le trattative” disse impetuosamente e ad alta voce, sbracciandosi nel buio pur essendo solo nella stanza. E si alzò dalla sedia, spense la radio. Asfalti bagnati. Per la pioggia il traffico delle auto arrivava fino alla sua finestra. Come se friggesse. Intermittente. L’ascoltò come un’argomentazione imprevista ai suoi pensieri. Quel rumore di pneumatici sull’asfalto bagnato gli muoveva delle obiezioni. Ma chi imponeva quella dichiarazione, se non contava nulla? Era sempre solo nella stanza. La nube delle voci radiofoniche, dei titoli di giornali, delle immagini televisive s’era ormai azzittita. Le mille faccende della vita quotidiana continuavano. Avvolgevano anche i più schivi, i distratti, i disperati per conto proprio, i camminatori a testa bassa. Come prima. Le grandi tragedie non interrompono quasi mai gli impegni banali o semplicemente  avviati. Il rubinetto che cola una goccia dopo l’altra. Sogni e letture svagate, amoreggiamenti e invidie, affari e porcherie continuavano . In una cappa che li rendeva anzi più anonimi e riparati.  Ma il deposito corrosivo dei comunicati e degli scioperi in corso continuava nella sua mente. “Sono spaventato, sono inquietato” – disse ancora, accendendosi una sigaretta. E, ad alta voce, quasi per dar più consistenza alle sue parole, quasi a convincersi di più: “Sono inorridito per questa esibizione di durezza e di ferocia”. urlò accostandosi alla finestra.  “E non voglio rientrare. Non accetterò mai le ragioni di chi vincerà questo scontro”, aggiunse facendo un gesto netto con la mano. Ma gli oggetti non rispondevano. Il ticchettio della sveglia era percepibile solo se ci pensava. I segnali abbisognano di decifrazione. La stanza era ancora terribilmente silenziosa. Un segno della fine, di morte. Era teso. Come stesse rispondendo alle implacabili domande di un tribunale invisibile. Che annullava tutto il balletto umanistico in espansione solo sui giornali. Poi andò in metropolitana a Milano. In strada, all’uscita di Piazza Duomo, una ventenne intatta e sardonica – si scorgeva bene il rossetto sulle labbra – mimava fughe e approcci e poi colpiva, ma con un cuscino, un pachiderma che ballonzolava sui trampoli.


di Yuri Ferrante

Non condividiamo nulla
se non l’aria di una stanza,
le stesse leggi della fisica,
la gravità che ci schiaccia.
E allora cosa cerco in quelle braccia?
Cosa mi spinge a raccontarti cose
che non hanno mai avuto parole,
che i pensieri non sanno contenere,
che io non so di contenere.
Non volevo abbandonarmi,
non volevo ribellarmi
alla morsa del gelo.
Ma più mi avvicino al calore del tuo sangue
più brucia la solitudine
di questa pelle.
Ogni giorno più distanti dalla terra,
dalla sabbia che ci forma,
dalla roccia e dall’argilla.
Ogni gesto, ogni momento,
un sasso sopra l’altro
monumento a sé stesso
a memoria del vagito del creato,
di un istante sopito,
soppresso, svanito.
Si osserva la natura intorno
come sconosciuta, imprevedibile
sorpresa, non racchiusa
nella programmazione standard
di elettronica provincia.
Sarebbe meglio stare fermi, alzare le braccia,
lasciare scorrere clorofilla sulle labbra.
Mentre il pino ci osserva, ed anche la quercia,
è vigile il gallo, la capra, la merla,
la rosa, il cavallo, non dicono niente
ci notano e basta, sospirano, belano,
infine appassiscono, si fanno toccare
da mani e pisciare da cani, bagnare da gocce
di pioggia, e noi, in mezzo alla folla
copriamo la testa, i capelli, la faccia,
con vesti, ombrelli, giornali e diciamo
convinti la nostra parte, ci piace farla
a regola d’arte, e in punto di morte
ci spogliamo nudi, per ricordare
chi siamo, da dove veniamo
e senza parola, poiché muore anch’essa
in gola, e torniamo al gemito,
al fremito, all’imbrunire, a sentire
l’acqua scorrere tra le pupille
e sfiorare la vita, in punta di dita
che premono il senso animale, perduto,
nascosto per anni, inumato, muto.
E all’ultimo tocco
un picchio
da dietro un vetro,
ci guarda
e ci riconosce.
Ci sono lampi che non si spengono
nemmeno quando le luci muoiono,
quando i corpi riposano
per poche ore
o per spazi eterni.
Sono voci di temporali
da qualche parte, dentro di noi
continuano ad esplodere,
bagliori all’orizzonte
ora vicinissimi
ora inarrivabili.
Vorrei vivere il dolore
come lo vive una farfalla.
Così poco tempo
per volare,
per amare,
non c’è spazio
per il male.
E se il volo
dura un giorno,
quanto vale
ogni secondo.

«Tre raccolte» di Adelelmo Ruggieri

        Letture in quarantena (6)

di Donato Salzarulo

L’ultimo libro di poesie di Adelelmo Ruggieri si intitola «Tre raccolte» (peQuod, 2020, pag. 139, Є 15). La prima, «La casa sulla discesa», comprende testi scritti dal 2012 al 2016; la seconda, «In otto righe», comprende testi che vanno dal 2016 al 2018 e l’ultima, «Silloge fantasma», raccoglie quelli che vanno dal 2018 al 2020.

Continua la lettura di «Tre raccolte» di Adelelmo Ruggieri

Il cane


di Rita Simonitto

“Tiresia si sentiva stanco e si sedette sul muretto.

Aveva fatto quella camminata sul monte Cillene, più facendosi trascinare dai profumi che dai colori della primavera che su quel monte comunque procedeva stitica. Ma tant’è. Senza saperlo, oppure lo sapeva, perché cieco sì ma stupido no, era come se fosse tornato sul luogo del misfatto. Succede. Sempre succede quando qualche cosa non è stata ancora chiarita del tutto. Si sedette dunque in attesa che qualche vaticinio, anche se proveniente da lui, lo smuovesse da quel turbamento. Ma nessun alito di chiarezza gli arrivò anche se percepì un muoversi leggero d’aria davanti a lui. Leggero, perché la ninfa Liriope aveva il passo danzante e quasi non poggiava al suolo. Non la vedeva ma ne conosceva a filo le sembianze, la sua dolce bellezza piegata dalla brutalità del Dio Cefiso.

Continua la lettura di Il cane

Il Tonto e la NNL (ovvero Nuova Norma Linguistica)


Dialogando con il Tonto (20)


di Giulio Toffoli

“Pensavo di essere una specie di cavia utile per la ricerca scientifica – mi dice il Tonto, seduto al solito posto al bar in piazza con davanti l’eterna Fanta – e invece alla fine mi hanno detto che ero sano come un pesce e che forse mi conveniva mettermi a scrivere, visto che ormai lo fanno tutti, e non occupare un posto che poteva servire per aiutare chi davvero aveva un seria sofferenza di mente …”.
“Insomma la permanenza alla Poliambulanza ti è servita. Hai scoperto di essere sano e di essere semplicemente un vulcano di fantasie più o meno vaneggianti …”. Continua la lettura di Il Tonto e la NNL (ovvero Nuova Norma Linguistica)



di Annamaria Locatelli

E come tutti, ci si ammala… questa novità costituisce una forma di movimento che in qualche modo riattiva qualcosa, anche la semplice domanda: vuoi vivere o no? Il meccanismo si è inceppato? Coraggio, dai! Continua la lettura di Pensieri

Da “Il tempo dei desideri”

di Alberto Mari


Piccoli marciatori (A Luigi Pasotelli)

Sciabolate accostando
a guance a vele

la dimensione si lancia
orizzonte accorciato

il vetro neutrale
libera il respiro Continua la lettura di Da “Il tempo dei desideri”

La Rivolta


Testi inediti  per “Poliscritture”

di Guido Oldani

La rivolta

i social, come tanti tritacarne,
annullano i giornali in carta e inchiostro
e il parlottare dei televisori,
sfiancati buttafuori dei poteri.
e i computer, se una parola sola,
al cittadino pur così imbeccato,
dicessero ma vera sui denari,
allora il meteo si prodigherebbe:
rosso allarme, pericolo di spari. Continua la lettura di La Rivolta

Con queste mani


Drammaturgia in versi per voce sola e indignazione molta

di Mariella De Santis

Il testo che segue è stato ispirato da una coraggiosa intervista di Emilio Quadrelli ad Anna (nome di fantasia), apparsa su Alias (nr. 10 anno 5 del 3 febbraio 2007), inserto culturale del quotidiano il Manifesto, allegato al giornale ogni sabato. Dall’articolo riporto quali veri il  rapimento di Anna nel 1996, a 13 anni, per essere portata a lavorare in una fabbrica italiana, i ripetuti stupri e la deportazione in un bordello per militari, paramilitari e civili operanti in Albania dal 1998, la liberazione a mano armata nel 2004 da parte del fratello al comando di una milizia di trafficanti d’armi e la sua condizione di vita al momento dell’intervista.Molto altro di quello che ho scritto mi è stato raccontato da donne immigrate incontrate vivendo…Per questo motivo nel mio testo, la protagonista l’ho chiamata Milena e non Anna. Il resto è da considerarsi mia creazione artistica cosa questa, come sappiamo, non sufficiente ad attribuirle lo statuto di finzione. Questo mio testo è dedicato ai giornali e ai giornalisti indipendenti che molestano le nostra visione delle cose, alle colonne della mia famiglia Lina, Angela e Roberta e alle migliaia di sorelle ignote  che vorrei tutte abbracciare. [M. De S.] Continua la lettura di Con queste mani