Lo spettro

di Rita Simonitto

Si sentiva vecchio e stanco. Ma non era tanto la vecchiaia a turbarlo. In fondo che erano quasi ‘ducentanni’ al confronto di altri spettri più anziani? Era la stanchezza a preoccuparlo di più. Lo avevano rivoltato in lungo e in largo come un calzino (“ecco qua un buco!”, “ma questo rammendo lascia un po’ a desiderare!”, ecc. ecc.). Però ciò che lo infastidiva maggiormente era quel loro storcere il naso: puzzava… dicevano. Ebbene, sì, quando si cammina i piedi sudano e non odorano certo di verbena! E magari si calpesta qualche cosa che non si dovrebbe…! Ma che cosa avrebbe dovuto fare? Stare fermo o andare invece a cercare gli eventi la cui natura (ovviamente évènementielle) è imprevedibile così come la loro concatenazione (“perché adesso?”) e quindi bisognava andarli a scovare…! Un simile trattamento non era stato riservato nemmeno all’altro ‘cristo’ che di cammino ne faceva abbastanza. Ma si sa. Noblesse oblige. C’è chi nasce da quotati lombi e chi invece no: Beh, certo, non poteva dire che anche lui non fosse dotato di certe ascendenze… ma forse aveva sbagliato nello scegliere gli influencer giusti.

Sì, aveva anche dei sostenitori, ma il più delle volte si sentiva tirato per la giacchetta: “Sì, questo va bene però… il principio di fondo…”. O gli attribuivano connessioni che erano estranee al suo corpus di pensiero. Certo, non voleva che il pacco fosse preso ad occhi chiusi, ma percepiva quelle elucubrazioni al pari di ‘esclusioni aprioristiche’, come uno sgattaiolare via onde evitare di farsi carico di una responsabilità, di un problema di natura non esclusivamente teorica.

Lo sapeva di essere uno spettro di tipo particolare. Ovvero non apparteneva a quelli della sua categoria che sono ‘trasparenti’, ci guardi fuori per fuori e non li ‘branchi’ mai, non si sa che cosa di fatto rappresentino. Lui ci teneva ad essere uno spettro nel vero senso del termine, uno che guarda (o, a dire meglio, cerca di guardare) da svariate prospettive. Affare difficilissimo, anche perché poi una qualche sintesi bisognava pure farla e lì…. Chi sarebbe stato il titolare della sintesi? Era ovvio! Chi deteneva il potere interpretativo in quel momento. E così si metteva in atto un pesante paradosso: i fatti ‘perdevano parola’ pur essendo stati consultati proprio a quel fine, ottenere una analisi concreta! Al loro posto invece sedevano discutendo le più svariate interpretazioni il cui filo conduttore non era tanto quello di dare un senso ma quello di dare ragione ad una teoria o ad un’altra. E ancora una volta faceva capolino il ‘potere’, ovvero una sua specificità: la ‘forza coercitiva’ del potere. Perché il potere ne avrebbe anche altre di specificità: di mettere a disposizione delle risorse, di governare, di porre delle regole nella consapevolezza che potranno essere modificate. Un potere che, in fondo, accetta (sia pure a malincuore) di essere transeunte e non assoluto. Un potere che, sapendo di poter essere ‘rivoluzionato’, cercherà di fare del proprio meglio perché attraverso l’azione trasformativa della rivoluzione, qualche cosa di lui potrà comunque essere utilizzata. Il potere assoluto invece, temendo ogni diversità, in quanto foriera di possibili defenestrazioni, tenderà ad omologare tutto, ad istituire un pensiero unico. E allora quel potere cercherà con tutti i mezzi, blandizie, corruzioni, mistificazioni o azioni violente, di muoversi verso la distruzione dell’altro percepito come  nemico. Questo tipo di potere non serve più per gestire al meglio una alternanza, una competizione tra diversità, ed eventualmente vincere, ma serve per distruggere e dissuadere l’eventuale competitor a riprovarci (vedi bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki: distrussero due importanti città del Giappone, ormai prossimo alla resa, e lanciarono un monito all’U.R.S.S.: i più potenti siamo noi e tu non ti devi allargare!).

Questi pensieri tormentavano lo spettro ma non riusciva a dare loro una configurazione significativa. L’unico punto fermo gli sembrava collocarsi intorno al Potere. Nella trasformazione della sua funzione: il passaggio dal “raggiungere il potere per…” al “Essere il potere indiscusso”. Storie già viste, comunque, sai che novità! Sì, sì. Si era anche posta la domanda: “ma non è che stai cambiando il baricentro attentivo con il rischio di perderti definitivamente?” Poteva anche essere… ma gli attrezzi di cui disponeva in parte erano stati superati dai tempi… Ad esempio, si poteva ancora parlare di relazioni sociali? Bah! Quello che gli balzava alla vista aveva più a che vedere con “relazioni cosali”!

Così si era trovato di fronte ad una materializzazione particolare di tipo escludente, in quanto toglieva di mezzo ogni principio ideale, ogni valore che potesse divergere da quello istituito. Quella di neutralizzare le idealità, evidentemente, era una operazione molto rischiosa: l’assenza di ideali, di valori può avere anche ripercussioni negative, l’essere umano ha bisogno di credere in qualche cosa… E allora gli diamo dei surrogati, degli slogan, dei rituali celebrativi, delle parole gonfie di significato emotivo ma finalizzate a se stesse e poco traducibili paro-paro nella realtà. Ecco perché lo slogan “libertè, égalitè, fraternitè” tirava ancora alla grande! Le parole si lasciano dire. Sono alla fine le trasformazioni fattuali che portano ai cambiamenti profondi e quindi fanno paura! Forse il nodo del suo problema, dell’ostracismo a cui era condannato, stava lì. Forse era per questo che a lui davano costantemente la caccia!

Era desolato! Se non fosse stato uno spettro avrebbe voluto sedersi con la testa fra le mani e singhiozzare. Ma quando mai si è visto uno spettro ‘seduto’? Essi sono come anime in pena che non stanno mai ferme e, non avendo materialità, non possono nemmeno piangere!

Destino crudele? No. Lo spettro non credeva nel destino, crudele o no che fosse. E nemmeno che “gli uomini fanno la Storia”. Pensava piuttosto che la Storia si fa da sé piluccando qua e là le risorse che si presentano in quel momento … e ci sono degli uomini che sommano in loro intuizioni, osservazioni e ipotesi per cui in certi particolari momenti stanno lì a quegli incroci pronti a farsi ‘piluccare’ dalla Storia (o a ‘piluccarla’!) e trasformano un esistente in qualcos’altro.

Gli è che non possono fare tutto da soli! Non sono dei Superuomini! Hanno bisogno di avere un consenso e aver già tessuto una trama dove si possano intrecciare necessità e idealità, una contingenza assieme ad una prospettiva. E gestire questi due cavalli pazzi è molto, molto difficile! La necessità ha le sue leggi, concrete, cogenti al punto che a volte si riducono nel desiderio della loro risoluzione immediata: tutto e subito. E in tal modo, nulla di nuovo sotto il sole: un benefit di qua, una riformetta di là… tutto il resto può aspettare. Non si ripudia, no, giammai! Ma aspettiamo condizioni migliori. Realpolitik? Un ‘forse’ a cui però non segue nessuna analisi! Dal canto suo l’idealità si sente tradita e dimentica che non è un “in sé” ma è solo un mezzo e che quindi anch’essa deve trasformarsi (non dico ‘adeguarsi’).

Sì. Per quanto ‘spettro’ si sentiva un po’ tormentato e scollegato. Avrebbe voluto parlarne con qualcuno ma in quella landa desolata e nebbiosa dove avrebbero dovuto muoversi gli spettri dei perseguitati dalle ostilità sembrava esserci solo lui! Neanche l’ombra (si fa per dire) della sua ‘parente’ (in quanto accomunati da uno stesso interesse, il demos, il popolo) ovvero la Democrazia. Sentiva – anche lì arrivavano i network – che la democrazia era continuamente minacciata (perché minacciosa?): ma come mai ancora non si era tramutata in spettro? Temevano per lei ma non la temevano? Forse era ancora utile al potere? O forse perchè il potere del demos, del popolo, non contava un fico secco?

A proposito di ‘democrazia’ gli venne in mente la frase di Sir W. Churchill: “La democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora”. Ma dove si collocava quella eccezionalità. Nella mistificazione: le altre forme di governo erano più esplicite, era più chiaro chi era il ‘potente’, il ‘nemico’! In questo caso, invece, si assisteva ad un rovesciamento della prospettiva: chi aveva effettivamente il potere? Era piuttosto facile far credere al popolo che era lui ad avere potere orientando certe scelte attraverso i ‘governanti’ che sarebbero stati dei suoi delegati!

Già. Che equivoco! Che ‘falso in luogo pubblico”! Come non ricordare infatti ciò che sosteneva uno stimato scrittore (Mark Twain): ”far fare agli altri qualche cosa nella convinzione che siano loro stessi a volerla”!

C’era poco da fare, la democrazia in pericolo non poteva trovarsi certo lì!

Giù in fondo, quasi confuso tra il chiaroscuro della nebbia, si intravedeva una specie di fagotto rannicchiato a mo’ di scricciolo infreddolito. Lo spettro si avvicinò a quel grumo che non aveva certo ancora le parvenze di spettro ma nemmeno sembrava dotato di una certa materialità.

A quell’avvicinamento la ‘cosa’ scattò all’indietro come una molla.

“A bella ‘a papà, chi sei?” chiese lo spettro a cui non pareva vero di poter tirare fuori quell’esile filo di voce che gli era stato dato in dotazione.

Dire che il silenzio che ne seguì era ‘tombale’ era lapalissiano. Ma lo spettro non demordeva.

“A caruccia, non avere paura. Sono il Comunismo, che male te posso fa’?”

La ‘porella’ ebbe uno scatto per fuggire ma non era attrezzata per quell’habitat nebuloso e cadde malamente. Certo non si poteva affermare che la ‘creatura’ non lo guardasse torvamente ma in ogni caso non mostrava disponibilità.

Lo spettro avrebbe voluto sorridere a fronte di quella paura e ritrosia ma questa possibilità non gli era stata concessa.

“Ma ddai! Mica me te magno, eh? Su, alzati e camminiamo un po’ come si usa qui, teniamo le distanze e intanto parliamo. Come te chiami?”

“ ’a Libertà” fu la risposta. “E tu sei quello che mi vuole annientare! Contento adesso?”

Gli esseri umani, quando si trovano in difficoltà, possono sempre far ricorso alle loro memorie, alla storia che li ha contrassegnati, ma lo spettro, in quel momento, aveva la netta percezione di trovarsi di fronte ad un fuoco incrociato di travisamenti, di esaltazioni indebite, di propagande mistificatorie ecc. ecc. Si trovava sul banco degli imputati. E chi lo stava accusando? Proprio la Libertà. E la Democrazia? Non pervenuta. Che si sentisse l’anima sporca? In fondo in fondo non si parlava sempre di elezioni ‘democratiche’ o di governo ‘democratico’ quando era palese che ciò non corrispondeva al vero ma era funzionale a qualche potente? Salvo poi rovesciare le carte in tavola! E gli ‘alleati fantocci’ venivano poi distrutti in quanto pericolosi tiranni? Ma la Democrazia si chiudeva nelle spalle: “che ne poteva lei?”

Così lo spettro non aveva né la voglia e nemmeno la possibilità di lanciarsi in una disquisizione teorica ma cercò di limitarsi ad alcune osservazioni di buon senso. Riflettere sul fatto che, ad esempio, non nasciamo ‘liberi’ (come da più parti si propagandava, ovvero come condizione ‘naturale’). Siamo innanzitutto limitati dal nostro essere umani dotati di un corpo, di affetti ed emozioni che ci condizionano (S: Freud) nonché di relazioni sociali ed economiche che ci determinano (K. Marx). E pertanto la libertà ce la dobbiamo conquistare. La libertà è l’esito di un processo della nostra mente che via via riconosce i limiti, i compromessi, i valori che nei compromessi vengono implicati: insomma la libertà corrisponde ad uno stato interiore che continua a cercare il dialogo tra il sé e il mondo esterno ma sa ritirarsi quando il dialogo non è possibile.

Lo spettro si stava molto infervorando nel sostenere il suo punto di vista ma aveva bisogno anche di affiancarvi i pensieri di altri pensatori e che riguardavano, ad esempio, la differenza che intercorre tra la “libertà di” e la “libertà da”.

“Ma tu non mi ascolti!” disse alla Libertà che, al suo fianco si stava ‘spiluccando’ qualche cosa dalla testa e sembrava tutta assorta in quella bisogna.

Ed effettivamente lei non lo stava ad ascoltare perché ancora frastornata dagli insulti di coloro che l’avevano accusata di promesse poi non mantenute: libertà dai controlli, dai confini, libera espressione del proprio io, ecc. ecc.

E poi che cosa era successo? Che quella ‘libertà’ funzionava solo per alcuni ma non per tutti! Come mai? Dove stava la sua amica Eguaglianza? Non ci capiva più niente!

E quello ‘spalandranato’ lì al suo fianco che le stonava la testa con i suoi ‘bla-bla-bla’. Che gli doveva rispondere? Che proprio ieri, lei stava tranquillamente camminando per il centro della città e le si era piazzato davanti uno che, a gambe larghe e mani ai fianchi, l’aveva apostrofata: “ ‘a bionda! Sgancia una piotta che sennò te trottolo!”

Chi era questo prepotente? Bardato così non era identificabile con niente! Niente di umano, intendeva.

E al suo ‘no’ lui le aveva mollato uno sganassone che l’aveva spedita dritta dritta in quella landa desolata dove lo spettro l’aveva intercettata con la mascella che ancora le doleva! Che senso aveva starlo ad ascoltare? Già.

Dall’aria seccata che, di sottecchi, intuiva serpeggiare nello spettro la Libertà si rendeva conto che non le sarebbe stato possibile parlargli della sua disavventura. In che rapporto stanno il ‘particolare’ con l’universale? L’individuo con il gruppo, più o meno esteso? Confusamente percepiva che alla sua salvaguardia individuale ci doveva pensare solo lei senza nutrire aspettative. Era quella la strada?

Nello stesso tempo ne aveva abbastanza di teorie: il rapporto proficuo della parte con il tutto e viceversa…. Qualcosa doveva cambiare, ma che cosa?

Lo spettro, a sua volta, percepiva il disagio profondo che tormentava la sua vicina di viaggio e che non era configurabile certo come ostilità!

Due mondi paralleli in cammino.

Poi, come ad un colpo di gong i due si fermarono, si misero uno di fronte all’altro, e poi ognuno si girò e prese la sua strada.

Conegliano, 25.04.2023

6 pensieri su “Lo spettro

  1. “e ci sono degli uomini … Non sono dei Superuomini! Hanno bisogno di avere un consenso e aver già tessuto una trama dove si possano intrecciare necessità e idealità, una contingenza assieme ad una prospettiva. E gestire questi due cavalli pazzi è molto, molto difficile! La necessità ha le sue leggi, concrete, cogenti al punto che a volte si riducono nel desiderio della loro risoluzione immediata: tutto e subito … Dal canto suo l’idealità si sente tradita e dimentica che non è un “in sé” ma è solo un mezzo e che quindi anch’essa deve trasformarsi”.
    Lunga citazione per far balzare in primo piano la realtà, gli umani che devono intrecciare necessità e idealità (due “cavalli pazzi” che, quindi, non sono spettri), contingenza e prospettiva.
    Mentre comunismo, libertà e, forse, democrazia si agitano in una landa desolata e nebbiosa, come spettri, un lenzuolo bucato e maleodorante pure.
    Ho trovato in questo racconto di Rita dove passa la linea che separa la politica dall’ideologia.

  2. Grazie Cristiana. Mi dai una spinta per vivere e avere fiducia che si possa fecondamente (più o meno, si vedrà) coniugare una necessità (non INDOTTA DAL SISTEMA CAPITALISTICO) con una idealità non talebana.
    Rita

  3. da Rita
    “Grazie Cristiana. Mi dai una spinta per vivere e avere fiducia che si possa fecondamente (più o meno, si vedrà) coniugare una necessità (non INDOTTA DAL SISTEMA CAPITALISTICO) con una idealità non talebana.
    Rita”

    Non vorrei aver investito Cristiana di questo potere ‘taumaturgico’! Magari così fosse possibile! Forse ciò che volevo significare (rispetto al rapporto tra necessità e idealità) può trovare qualche stimolo nella visione del Film “Metropolis” (1927) di Fritz Lang, ambientato nel 2026 (ci siamo quasi!) da vedersi nella versione con la colonna sonora di Moroder. Per chi non trovasse il film o non avesse voglia di vederlo riporto qui sotto la trama (da Wikipedia), in modo che ci si possa fare un’idea di come certe dinamiche (se non le riconosciamo) tendono sempre a ripetersi.
    Trama Film “Metropolis”
    Nel futuro 2026, un gruppo di ricchi industriali governa la città di Metropolis dai loro grattacieli e costringe al continuo lavoro la classe proletaria relegata nel sottosuolo cittadino. L’imprenditore-dittatore è Joh Fredersen, che vive in cima al grattacielo più alto; il figlio Freder vive invece in un irreale giardino eterno popolato da sensuali fanciulle.
    Improvvisamente irrompe nel giardino l’insegnante e profeta Maria, accompagnata dai figli degli operai, che lo invita a guardare i “suoi fratelli”. Freder rimane così colpito dalla visita di questa donna, che decide di visitare il sottosuolo e immediatamente si rende conto delle condizioni disumane in cui sono costretti a lavorare gli operai che, anche se stremati, non possono commettere il minimo errore, pena l’esplosione della “macchina M” di cui si occupano (che fornisce acqua corrente alla città, tramite pompe a vapore alimentate deviando un fiume sotterraneo e surriscaldandone l’acqua) e la morte dei meno fortunati, evento a cui Freder stesso assiste. Ancora in preda alle allucinazioni, dovute agli scoppi e ai fumi degli impianti, vede la Macchina M come un grande Moloch che ingoia le sue vittime umane.
    Sconvolto da tanto orrore e brutalità, decide di parlarne con suo padre per far cambiare le cose, ma il padre si preoccupa solo della minaccia che l’incidente può costituire per il suo potere. Grot, il capotecnico della Macchina Cuore (Herzmaschine, il generatore che alimenta sia la città che la Macchina M), porta a Joh alcune mappe trovate nei vestiti degli operai morti nell’incidente alla Macchina M. Joh, di conseguenza, licenzia in tronco l’assistente Josaphat per non avergli riferito in tempo dell’incidente e delle mappe trovate in tasca agli operai. Freder, disapprovando la scelta del padre, rincorre l’assistente e lo salva dal suicidio dopodiché inizia il viaggio nei sobborghi di Metropolis per entrare in contatto con i suoi concittadini, inconsapevole che nel frattempo il padre ha ingaggiato la spia “lo Smilzo” per pedinarlo.
    Freder decide di fingersi operaio per vivere sulla propria pelle le fatiche dei lavoratori: regala i vestiti all’operaio 11811, ormai sfinito dalla fatica, e lo sostituisce alla macchina. Il suo compito è quello di spostare continuamente le lancette su una ruota in maniera da unire due luci che si illuminano sul bordo. In una visione la sua macchina si trasforma in un enorme quadrante di orologio che segna dieci ore, le dieci ore del turno di lavoro, e quando sta per terminare sembra tornare minacciosamente indietro. Ben presto Freder si rende conto delle condizioni disumane in cui sono costretti a lavorare i dipendenti di suo padre, costretti a sopportare calore, fumi e orari impossibili che li fiaccano alla soglia dello svenimento. Al termine del turno, un operaio dall’aria cospiratrice, confondendo Freder per un collega, gli dà appuntamento nel sottosuolo perché una “lei” li vuole vedere.
    Questa donna è Maria, che accoglie gli operai sfiniti dal lavoro raccontando la storia della Torre di Babele così come la torre di Babele fu costruita dagli schiavi per avvicinarsi al cielo, Metropolis fu costruita dalle braccia del proletariato per farci abitare i ricchi. Maria predica la pace futura e l’avvento di un mediatore che porrà fine alle iniquità perpetrate dai capitalisti sugli operai. Questi però, sfiniti dalla dura giornata lavorativa, ascoltano con malavoglia le parole di Maria ed uno di loro a gran voce dice che non aspetteranno ancora per molto. Mentre gli operai se ne vanno, Freder rimane inginocchiato, estasiato dalle parole di Maria tanto da innamorarsene. Questo amore viene ricambiato dalla giovane ragazza, che lo bacia e gli dà appuntamento alla cattedrale per il giorno seguente.
    Il robot progettato dal professor Rotwang
    Nel frattempo Joh fa visita al professor C. A. Rotwang, uno scienziato pazzo con una protesi al posto della mano destra, inventore delle macchine che fanno funzionare la città. Rotwang vive isolato in una vecchia casa, struggendosi per la perdita della donna che amava, Hel, la madre di Freder morta di parto, che respinse l’inventore, scegliendo Joh al suo posto. Lo scienziato la rimpiange ancora e ne tiene in casa un busto, posto su di un piccolo monumento. Rotwang presenta a Joh la sua ultima invenzione: un “uomo-macchina”, in grado di sostituire in tutto l’uomo. Il prototipo robotico diventerà un androide dalle sembianze femminili indistinguibile da una persona in carne e ossa, che lo scienziato spera di poter usare per “resuscitare” Hel.
    Joh chiede all’inventore cosa rappresentino le mappe trovate in tasca agli operai: l’inventore capisce che si tratta delle catacombe, situate ad un terzo livello della città, al di sotto delle abitazioni dei lavoratori. Facendogli segno di seguirlo, lo conduce attraverso un intricato percorso che li porterà ad ascoltare il discorso di Maria. Joh capisce che il figlio non aveva tutti i torti quando parlava di possibili rivolte operaie e decide pertanto di prendere delle contromisure, incaricando l’inventore di rapire Maria per dare al robot le sue sembianze, in modo da poter controllare i malumori degli operai attraverso la predicazione di una falsa Maria.
    L’inventore rapisce la donna e, per mezzo di un congegno basato su onde elettromagnetiche, copia l’esteriorità di Maria e la trasferisce al robot. La Maria-robot viene inviata a Yoshiwara, un postribolo della zona dei divertimenti di Metropolis, esibendosi con tutta la bellezza della Maria-umana alla presenza dell’aristocrazia di Metropolis; il pubblico, tutto maschile, rimane a bocca aperta dinanzi alla giovane ragazza e si scatena in contese e follie dettate dalla lussuria senza freno della donna robot, incarnazione della meretrice di Babilonia. Nella scena la finta Maria appare a cavallo di un mostro che evoca l’ Apocalisse di Giovanni.
    Il giovane Freder, dopo aver scoperto il robot nell’ufficio del padre e convinto che sia la vera Maria, si ammala e cade preda di terribili allucinazioni. Maria in realtà è ancora nella casa di Rotwang che le confessa di aver programmato il robot affinché esso induca gli operai a distruggere le macchine, contravvenendo per vendetta alle istruzioni di Joh, suo antico rivale in amore; quindi le intima di rimanere con lui. La Maria-robot aizza gli operai a cui non par vero di iniziare la “rivoluzione”: solo Freder, con l’aiuto di Josaphat, capisce immediatamente che colei che sta parlando non è la vera Maria, ma non viene creduto perché viene riconosciuto essere il figlio del padrone e perciò viene picchiato e scacciato dal sottosuolo.
    Gli operai si ribellano e fuoriescono in massa dal sottosuolo, distruggendo in parte la Macchina M, senza riuscire a metterla del tutto fuori uso. Maria-robot stessa incita a non lasciare indietro né uomini né donne. Joh, avvisato da Grot della situazione, dà ordine di aprire i cancelli e lasciare arrivare la folla alla Macchina Cuore. La distruzione del generatore causerebbe il definitivo spegnimento della Macchina M, e quindi l’allagamento del sottosuolo e delle case degli stessi insorti. La falsa Maria, alla testa dei ribelli, sovraccarica il generatore che esplode. Metropolis, regno del lusso e del benessere, collassa: il maestoso sistema d’illuminazione cessa di funzionare e le ripide strade della città divengono un cimitero di lamiere. Joh si rende conto di quanto sta accadendo dopo essersi recato a casa di Rotwang per ricevere consiglio e aver scoperto il piano di distruzione di quest’ultimo: preso dalla disperazione, tramortisce lo scienziato, permettendo così a Maria di fuggire e di salvare, assieme a Freder, i bambini imprigionati nel sottosuolo allagato.
    Joh è disperato per la scomparsa del figlio e lo Smilzo gli ricorda che all’indomani dovrà rendere conto a migliaia di persone infuriate di quello che è successo ai loro figli nella città sotterranea. Maria discende nella città sotterranea per cercare di sedare la ribellione, ma rimane isolata dalla caduta degli ascensori causata dall’esplosione. Intanto gli operai, felici per aver distrutto le cause della loro oppressione, ballano e cantano intorno alle macchine; a ricondurli alla ragione ci pensa il guardiano della macchina centrale Grot, che ricorda loro di non aver pensato alle conseguenze del loro operato, ovvero che con la distruzione delle macchine le loro case si sarebbero allagate e all’interno di esse vi erano i loro bambini.
    Anche gli operai, dopo aver ascoltato le parole del capo-operaio, cadono in uno stato di prostrazione e in preda al furore vendicativo decidono di punire Maria che li ha spinti alla rivolta. Inizialmente viene catturata la vera Maria, che riesce a fuggire nascondendosi a Yoshiwara. Per un fortunato scambio, i ribelli catturano la Maria-robot che viene legata a un palo e bruciata come una strega, tra le urla di Freder, trattenuto a stento dalla folla assetata di vendetta, che crede sia la sua amata; di sangue però non ne scorre, poiché “sciolta” l’esteriorità di Maria rimane il metallo lucido del robot tra lo stupore e lo spavento dei carnefici.
    La vera Maria viene nuovamente catturata da Rotwang, intenzionato a ucciderla per paura che gli operai scoprano il suo piano e lo uccidano a sua volta. Maria riesce a liberarsi ma egli la insegue fino alla terrazza della cattedrale gotica. Freder li segue e si scaglia contro l’inventore per salvare Maria che viene portata da Rotwang sopra il tetto a spiovente. Nel frattempo Joh giunge alla piazza e assiste a tutta la scena, con la paura che il figlio possa essere scaraventato a terra dall’inventore; fortunatamente Freder riesce a spuntarla e a morire è Rotwang, che precipita dalla cattedrale. La sequenza finale segna l’intesa tra gli operai e il padrone avvenuta tramite Freder, il mediatore profetizzato da Maria che finalmente è arrivato a portare pace ed armonia tra le genti.

    Il finale del film, scritto da Thea von Harbou, venne in seguito ripudiato da Lang. Quello scritto da Lang avrebbe visto i due innamorati partire su un razzo mentre la città veniva distrutta dagli sconvolgimenti della ribellione.

    Non vorrei aver tediato il lettore ma mi pareva un ‘recupero culturale’ da non sottovalutare.

    1. Il finale scritto da Lang avrebbe visto i due innamorati partire su un razzo … e arrivare a una bella casetta nei sobborghi dove lei coltiva le rose e un po’ di verdura, mentre lui con un’ora di treno veloce (due ore in tutto col ritorno) va a lavorare in città da “similamazon” che dispensa beni a poco prezzo per tutti.

  4. “era il giorno del potere assoluto”….inizia e finisce così un bellissimo racconto breve -di fantascienza ovviamente- dove il primo quadro vede il dittatore, che il giorno dopo vedrà scattare il meccanismo del potere totale, insieme al suo massaggiatore, ambizioso lacchè che all’insaputa del dittatore lo manovra tramite manipolazioni inconsce; nel secondo quadro il massaggiatore incontra il suo guaritore, che lo cura dai continui mal di testa..ma nel frattempo lo controlla tramite comandi subliminali e assapora il giorno dopo in cui sarà lui ad avere il potere assoluto; nel terzo quadro….fino al quadro finale dove l’ultimo dei manipolatori seriali assiste alla cerimonia dello scatto del meccanismo, e al momento culminante si inginocchia tremante ed estasiato di fronte al dittatore….
    È come una parabola, e come Metropolis ci mostra un processo circolare dove nessuno è veramente libero e nessuno veramente responsabile; così come mia cugina e mia sorella, che hanno affidato i loro risparmi a Deutsche Bank che a sua volta li ha portati in BlackRock, che controlla le grandi società petrolifere e di armamenti ma anche di pannelli solari, e che promette di fare investimenti verdi ma non può perchè questo affosserebbe l’indice S&P e con questo i rendimenti anche di BlackRock e i milioni di investitori che contano su di essa…
    Lo spettacolo di servi di servi che vediamo ogni giorno sulla scena pubblica (democrazia era poca cosa ad Atene, è sempre stato un inganno dopo- e Rita ce lo ribadisce) invita a rifugiarsi insiemi agli spettri antichi; ma non per sfuggire, ma per trovare respiro , per uscire dalle terre piatte abitate da bipedi piatti e vedere altre dimensioni, apparentemente spettrali all’inizio ma che poi, magicamente, potrebbero farsi mondi…

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