Archivi tag: Rita Simonitto

L’occhio della farfalla

di Rita Simonitto

La quinta B del Liceo Classico G. Leopardi era sempre stata una classe turbolenta. Figurarsi poi quando si trattava di andare in gita scolastica. Tant’è che per quella occasione che aveva per meta Parigi si pensò di aggiungere un docente in più per l’accompagno. La scelta cadde su Maria Di Luigi, insegnante di ginnastica in una sezione staccata. Contrariamente al dinamismo che ci si sarebbe aspettati da una docente di quella disciplina, la donna faceva pensare più ad una pertica attorno alla quale degli abiti venivano addossati alla bell’e meglio. La sua seriosità, se da un lato garantiva una certa fiducia, dall’altro però aveva qualcosa di inquietante, un essere attraversata da un’ombra, come chi è lì ma nello stesso tempo è da un’altra parte.
Quel primo giorno destinato alla Grande Galerie de l’Evolution dentro l’imponente Muséum National d’Histoire Naturelle di Parigi andò nel migliore dei modi. Sembrava che il contatto con quei reperti archeologici, quel patrimonio ricco e importante che permetteva di comprendere l’evoluzione della vita nelle sue varie sfaccettature avesse fatto sentire i ragazzi piccoli piccoli calmando la loro esuberanza. Alla fine del giro educativo, dopo aver preso gli appunti necessari per la tesina prevista alla conclusione del viaggio, si soffermarono per un po’ nella sezione museale dell’Entomologia e poi sciamarono fuori, nel flusso multicolore de Le Jardin des Plantes.
In velocità erano passati davanti alle bacheche dei coleotteri – alcuni caratterizzati da una fantastica mostruosità come il cervo volante – e, a seguire, quelle delle farfalle. Pur dopo il rapido sguardo rimaneva il turbamento per la procedura utilizzata nel produrre quei reperti ed era ancor più inquietante quand’essa veniva applicata alle farfalle, quasi fosse un voler paralizzare per sempre il loro sgargiante splendore. O, forse, aveva a che fare con un perverso desiderio di impadronirsi di quella bellezza, anziché osservarla, rispettarla alla giusta distanza, un non accettare quel senso dell’effimero che le contraddistingueva.

La bellezza. Quanto e quanti ne avevano scritto! Quella manifestazione particolare attraverso cui l’essere si rivela, ci affascina e ci invita ad amarlo. Epperò, mentre noi vorremmo appropriarcene, esso si ritira lasciandoci nella frustrazione più cocente!
Una sconfitta all’idea onnipotente del possesso che non sempre viene tollerata! E che in alcuni casi si esplicita nel drammatico: “O mio o di nessun altro!“.
L’idea, dunque, che tutta una serie di spilli avesse fissato tragicamente il destino di quella eterea grazia fece fare una smorfia di raccapriccio a Fiordiligi la quale, anche quando i suoi compagni se ne erano usciti, era rimasta immobile lì, quasi stordita.
La stupefacente tenerezza dei colori, la geometria delle forme dei Lepidotteri e la aggressiva mostruosità dei Coleotteri subivano lì, sotto i suoi occhi, lo stesso trattamento barbaro, essenze morte ma presentate lì come vive: sembrava che da un momento all’altro si potessero contorcere negli spasimi ultimi causati dalle trafitture o, invece, potessero spiccare il volo e liberarsi da quella prigionia.
L’occhio colorato di una farfalla, una Automeris io, l’aveva poi particolarmente impressionata, assorbendola fin nel profondo, quasi fosse una seduzione magica, una specie di attrazione ipnotica. Sentiva formarsi fra lei e quella creatura un gioco di rispecchiamenti favorito anche dai riflessi del vetro della teca: un caleidoscopio di occhi, in particolare uno che sembrava guardarla fissamente dal fondo di quelle immagini sovrapposte. Dalla documentazione in suo possesso sapeva che quella farfalla, quando percepisce il pericolo di qualche predatore mette subito in vista i falsi occhi disegnati sulle ali: così facendo spaventa l’avversario e guadagna secondi di vantaggio per mettersi in salvo. Questo però accadeva con i predatori già catalogati come tali. E con quelli di cui non si era avuto esperienza? Che cosa succedeva? Doveva scriverla nella tesi questa riflessione così inquietante?

La fanciulla ebbe un lieve capogiro, si guardò intorno alla ricerca di una qualche presenza reale che la togliesse da quella malìa, ma oramai attorno a lei non c’era nessuno tranne, poco distante, un signore vestito elegantemente, un abbigliamento improbabile dato il luogo e la stagione che si avvicinava al caldo. Gli sorrise debolmente e poi, facendosi forza, lentamente scivolò fuori. C’era una lieve brezza che la rinfrancò e a passo lesto cercò di raggiungere i suoi compagni.
“Signorina, signorina!”, l’uomo elegante si stava avvicinando a lei con rapido passo sventolando qualche cosa in mano.
“Signorina, ha perso questo braccialetto!”
Per educazione la ragazza si fermò, tranquillizzata anche dall’accento italiano, considerò l’oggetto (due rigidi fili d’oro facevano da margine a un leggero intreccio dorato in filigrana per poi chiudersi a cerchietto con uno scarabeo dorato) e sorridendo, pur con un certo disagio, negò che quel monile le appartenesse. A sostegno del suo rifiuto stava per aggiungere che lei non era solita portare braccialetti ma la vistosa bugia che stava per dire (l’abbronzatura incipiente le aveva lasciato un lieve segno bianco al polso) la fece sentire ancor più in imbarazzo.
“Sembra invece che sia proprio suo! Permette? ” e, senza darle un tempo di reazione, le prese con delicatezza la mano e glielo mise al polso. ”Ecco, vede? Pare fatto su misura” disse accompagnando il click di chiusura. “E poi, anche se così non fosse”, aggiunse con un sorriso complice, “lo tenga come un regalo della Storia, un segno di buon auspicio”. E poi, allontanandosi: “Non se lo tolga. Lo scarabeo è un portafortuna! Adieu” concluse salutandola con un gesto della mano. Era accaduto tutto con una rapidità tale da sembrare un sogno se non fosse stato per il brivido di freddo che Fiordiligi aveva percepito al contatto del metallo sulla pelle e i barbagli di luce che si sprigionavano dallo scarabeo dorato.

Emozioni contrastanti la turbavano e non riusciva a controllarle: sconcerto per l’incontro strano, perplessità sul tenere o meno quell’oggetto prezioso (perché a colpo d’occhio le pareva un monile costoso) e un certo sentimento di lusinga per l’attenzione e la gentilezza con cui l’uomo le si era rivolto. Mettiamo che lui avesse trovato a terra quel gioiello: avrebbe potuto anche tenerselo e invece ne aveva fatto dono a lei.
“Fioreee!”, “Fioreee!”. Non c’era tempo per pensarci perché il gruppetto dei suoi compagni l’aspettava all’uscita del Giardino onde imboccare tutti assieme il percorso verso l’Hotel che si trovava in Rue Buffon. Ma la voce di lui continuava a seguirla. Che cosa poteva voler dire: “Un regalo della Storia?” Ma di quale Storia si trattava? Quella che si ripete o quella che si trasforma?
Arrivata in camera, il primo impulso fu quello di sfilarsi il braccialetto per guardare meglio quel raffinato gioiello ma per quanto insistesse con il gancio rappresentato dallo scarabeo non riusciva ad aprirlo. Nello stesso tempo aveva alcune cose da sistemare prima di scendere in sala pranzo e fra queste doveva riordinare gli appunti che aveva raccolto nella visita di quella mattinata e così rimandò a più tardi. Magari si sarebbe fatta aiutare da qualcuno anche se era un po’ restia nel dover raccontare i fatti che l’avevano portata ad entrare in possesso di quell’oggetto. Ma, nonostante gli sforzi per accantonare l’episodio sentiva l’urgenza di mostrarlo a qualcuno e ciò la spinse ad uscire dalla camera. Aperta la porta si trovò davanti la docente di Storia. Ebbe un sussulto: l’accompagnatrice non sembrava più essere quella persona che aveva conosciuto in mesi di scuola. Le assomigliava moltissimo ma aveva colto in quella donna uno sguardo sfuggevole e ambiguo inedito per quella docente che, anzi, era aperta e cordiale. Rapido un pensiero le attraversò la mente: e se fosse invece lei, Fiordiligi, ad avere le allucinazioni? Rientrò subito in stanza. Si sentiva molto stanca e anche provata dalla strana vicenda del braccialetto anche perché era inusuale per lei dare confidenza alle persone. Ad esempio anche a scuola, pur trovandosi bene con il suo gruppo, aveva comunque la percezione di sentirsi altra, diversa. Da dove le venisse quel sentire non ne aveva cognizione, sapeva che era così e basta. Forse era anche questo aspetto che, pur desiderandolo, le faceva paura mostrare il monile alle sue compagne. Avrebbero potuto, oltre che invidiarla, sollecitarla a stare al gioco di seduzione “Perché no? In fondo si fa così, così fan tutte. Il tuo ragazzo adesso non è qui, magari se la sta spassando con qualche altra e anche tu puoi prenderti le tue libertà”. E lei non avrebbe saputo come scegliere. Anche perché non era nel suo stile seguire pedissequamente ciò che facevano gli altri.
Sfinita si buttò sul letto e cadde in un sonno profondo.

Il mattino dopo il tempo era cambiato. Non più il sole accecante e caldo del giorno precedente ma neri nuvoloni correvano veloci, portati dal vento dell’Atlantico. Un po’ per questo motivo e un po’ perché la spossatezza permaneva, Fiordiligi, invece di associarsi al gruppo che sarebbe andato alla Grande Arche, opto per una meta più vicina. Non se la sentiva proprio di scarpinare. Così pensó di aggregarsi al gruppo che con il Prof. di madrelingua francese, Pierre Roudinet (soprannominato dai compagni Ro-bes-Pierre perché tanto era severo in classe quanto era ridanciano fuori ), si sarebbe recato alla Aréne de Lutéce, antico anfiteatro romano testimonianza di una Parigi antica, luogo poco noto ai turisti.
Seduta su un rudere, Fiordiligi aveva ascoltato affascinata quanto il Prof. stava illustrando nella lezione anche se nella mente si infiltrava una certa inquietudine, la stessa che, durante la notte, l’aveva fatta girare e rigirare nel letto.
Fra un appunto e un altro, buttava lo sguardo sulla lontana Tour Montparnasse. Tour Montparnasse, il più importante belvedere panoramico su Parigi. Qualcuno si suicidò da quella torre ma non ricordava chi avesse cercato di fronteggiare Il vuoto interiore precipitandosi nel vuoto esterno. Il vuoto che avvolge tutto nelle sue spire. Rovine del passato, rovine del presente. Ma che strani pensieri le passavano per la mente!
Alla fine della lezione il gruppo dei compagni si stava divertendo a mimare una rappresentazione teatrale: c’era anche chi aveva portato una armonica a bocca e cercava di dare un accompagnamento musicale a quel divertimento che coinvolgeva anche il Prof. I passanti guardavano incuriositi e gettavano qualche monetina tra il divertimento generale. Ma lei era presa da uno strano sopore.
Percepì una presenza alle sue spalle e si stupì quando quella presenza si fece palese alla sua vista.
Lui vestiva in modo più casual anche se ciò non contribuiva a dare ‘leggerezza’ al suo personaggio che rimaneva carico di enigma non sufficientemente mascherato dalla sua sollecitudine.
“Eccola qui la nostra signorina!”. “No non si alzi, la prego”, disse quando lei voleva alzarsi dal gradino “No, piuttosto, se permette, mi siedo io. Poi continuó. “Vedo che il braccialetto lo ha tenuto.”.
”Sí, ma non riesco ad aprirlo “ disse lei.
“Ecco qua “.
Delicatamente le prese il polso, aveva le dita lunghe, affusolate, con un click premette sullo scarabeo, aprí il gioiello e poi, con un altro click lo richiuse.
Non ci fu tempo per lo sconcerto della ragazza perché lui chiese: “Possiamo presentarci?”. Lui tese la mano pallida nonostante l ’incipiente stagione estiva e disse di chiamarsi Rodolfo, di essere italiano e di aver insegnato al DAMS di Genova. Infine si era trasferito a Parigi dove vivevano alcuni suoi parenti. Poi chiese quello della ragazza.
“Fiordiligi“ rispose lei quasi sottovoce. E aggiunse : “Fiore”, per gli amici.
“Sarò importuno” iniziò Rodolfo “ma ho osservato un suo particolare interesse durante l’osservazione dei lepidotteri. Che cosa la prendeva di più? Fa parte del suo piano di studi?”. Ma non le permise di interloquire perché si lanció a disquisire sulla particolare sensibilitá che aveva notato in lei, dai suoi gesti, dal suo interloquire. Gli sembrava che davvero lei fosse una ragazza eccezionale e chissá se gliene veniva riconosciuto il merito. Indubbiamente Fiordiligi non poteva che sentirsi lusingata da quegli apprezzamenti anche se un vago senso di allarme continuava a serpeggiare dentro di lei. Poi le chiese se aveva un ragazzo e da quanto e se lei si sentiva soddisfatta di quel rapporto o avrebbe desiderato di meglio. Quasi senza accorgersene Fiordiligi inizió a parlare di sé, raccontando cose che non aveva detto mai ad alcuno nemmeno al suo fidanzatino. Dei suoi sogni, delle sue paure, di aspetti intimi che mai le erano usciti di bocca e di cui lui sembrava quietamente abbeverarsi permettendole di dare libero sfogo al suo intimo più profondo.

Il fischietto del Prof Roudinet chiamó tutti all’ordine e il gruppo si raccolse e si diresse per una passeggiata in direzione di un mercato rionale lí vicino prima di rientrare.
Cosí terminó lo strano colloquio tra Rodolfo e Fiordiligi.
Ovviamente anche quella notte fu insonne. Con il pensiero, rivoltandosi nel letto, riandava all’incontro di quella mattina all’Aréne: a un certo punto lui, quasi a sottolineare il profondo senso di vicinanza con lei, le aveva preso il polso dove brillava il braccialetto e in quel punto lei sentì una fitta dolorosa che rapidamente sparí.
Come in un lampo, l’attraversó un pensiero sconvolgente: quello relativo ai ladri di emozioni altrui in quanto incapaci di averne di proprie, genuine. Ma come era venuto, altrettanto rapidamente quel pensiero sparí.
Il penultimo giorno della loro permanenza a Parigi era dedicato all’incontro fra culture per cui gli allievi si stavano dirigendo verso l’Institute du Monde Arabe.
Fiordiligi giá lo conosceva in quanto lo aveva visitato alcuni anni prima con i suoi genitori e ne parlava con il Prof. Roudinet dicendo quanto la avesse colpita la facciata dell’Istituto costituita da minuscoli diaframmi che, azionati da un sensore centrale si aprivano e chiudevano lasciando4 filtrare all’interno la luce a seconda delle necessitá. Come se fossero tanti piccoli occhi in grado di filtrare gli eventi esterni per trasmetterli poi all’interno. “Se anche l’essere umano fosse provvisto di questa capacitá….“ disse ridendo Fiordiligi e anche il Prof rise aggiungendo un altro tassello di apprezzamento per quella allieva particolarmente dotata. In quel mentre, in senso contrario al loro andare incrociarono Rodolfo che ad alta voce gridó “Fiordiligiii! “ sbracciandosi in un saluto che si concluse con un bacio spedito dalla punta delle dita. A fronte di quella platealitá e al vistoso rossore apparso sul viso della fanciulla, Roudinet chiese informazioni ma la ragazza fu evasiva dicendo che si trattava di un conoscente. Lui alzó le spalle come a dire che a lui non si raccontavano frottole. Nel contempo lei giá immaginava le sue compagne a complimentarsi per la conquista….

Non poteva continuare cosí, in quella ambiguitá. Aveva bisogno di parlare con un adulto, ma come spiegare? Sentiva che ogni sua parola avrebbe potuto essere equivocata se non anche rivoltarlesi contro e allora…. L’angoscia di poter essere accusata di connivenza, di complicitá (sapeva bene quello che succedeva in casi similari) fu piú devastante del problema stesso.
E finalmente arrivó il giorno della partenza prevista con il primo volo della sera. Era di nuovo scoppiato un caldo afoso per cui si decise di dedicare la mattinata a ristorarsi a Le Jardin des Plantes poco lontano dall’Albergo mentre il pomeriggio sarebbe stato dedicato ai bagagli. Quel giardino costituiva sempre un godimento per la vista, per i profumi, l’ammirazione per la cura con cui era tenuto… un piacere passeggiarvi. Come contrappunto a tanta leggerezza In fondo si stagliava con la sua imponenza il Muséum National d’Histoire Naturelle.
Uno strano turbamento assalì Fiordiligi, un turbamento che cresceva spingendola verso il luogo dove era incominciata la sua strana avventura. Una specie di forza la portava a rivedere per l’ultima volta quella farfalla il cui occhio l’aveva così ipnotizzata. Come se là si celasse un segreto che doveva scoprire prima della partenza. A rapidi passi guadagno l’ingresso, mostrò il biglietto di accesso ancora valido e si diresse verso la bacheca. Là sembrava che l’Automeris io la stesse aspettando, come se là si sarebbe potuto svelare un arcano.
Era avida di sapere ma una singolare stanchezza la prese. Affaticata da qualche cosa che sembrava avvolgerla come un sudario gelido. Gli occhi le si stavano appannando. Con un ultimo sforzo cercó di interrogare la farfalla ma poi lentamente scivoló dalla bacheca cui stava aggrappata non prima di aver alzato le braccia al cielo in un ultimo grido dopo aver tentato per una volta ancora di trovare una risposta: ma le arrivavano soltanto le immagini delle “Automeris io” infilzate che stavano osservando con occhi ormai inutili la sua fine.
Fiordiligi si accasciò su se stessa, come una corolla senza piú linfa vitale, senza stelo.
Prima che arrivasse qualcuno e dileguandosi poi nel nulla così come dal nulla sembrava essere apparso, lui le sfilò il braccialetto: rimasero sul polso, sopra e sotto come una morsa su quell’esilità ormai inerme, due macchie purpuree. Due occhi rossi sgranati dentro un alone livido.

Terminato il 14.09.25

Lince 3

di Rita Simonitto

Continua la lettura di Lince 3

“In piedi”

di Rita Simonitto

Continua la lettura di “In piedi”

Rita Simonitto: Almanaccando

Continua la lettura di Rita Simonitto: Almanaccando

In sul finire

Paul Klee, Ricordo di ciò che hai sofferto, 1931 R 16, olio e acquerello su tela applicata su cartone e tempera, collezione privata ©Peter Schälchli Zürich

di Rita Simonitto

Continua la lettura di In sul finire

Il buco nero

di Rita Simonitto

La sera si stava apprestando per la sua solita uscita. Aveva più tempo per prepararsi perché le giornate si erano allungate ma comunque per lei era sempre un impegno e ci teneva a dare il meglio. Non era semplice trovare le marezzature giuste, adeguarsi ai mutamenti improvvisi del tempo.
E giusto in quel momento di transizione che adombrava i passaggi inquietanti tra la luce e il buio lui se ne stava alla finestra del suo studio, finestra alta e imponente che si affacciava su un’aia che sembrava aver ormai smarrito la sua funzione. Come molte cose, del resto. Non si trattava solo delle galline razzolanti o delle impettite oche che in gruppo ondeggiavano da una parte all’altra apparentemente senza una meta. In quel luogo si celebravano le feste, i riti di passaggio da una stagione all’altra, da un evento all’altro: nascite, morti, amicizie fedeli e odii, conflitti a coltello e a volte anche le carabine sembravano muoversi con destrezza.
Il suono di una fisarmonica sembrò riattualizzare la vividezza di queste immagini… ma no, anche quello apparteneva ad un ricordo. Genoveffa, detta la Feffa, la matrona che lo aveva invitato, lui ancora adolescente, ad un ballo sfrenato mentre le falische del fuoco a loro volta danzavano in bagliori sempre più tenui nella notte dell’Epifania.
Ma a che serve ricordare se ciò non produce trasformazioni? E se i ricordi non si trasformano in qualche cosa di propulsivo diventano solo un peso difficile da sopportare.
Anche se la luce continuava a mandare i suoi riverberi, voleva ritrarsi da quella finestra e tornare dentro, ai suoi libri pur se, ultimamente e dolorosamente, aveva scoperto che anche lì, come con il mondo esterno, non si stava stabilendo più un dialogo bensì un monologo: nessuno contraddiceva nessuno. La vestaglia da camera ormai gli cadeva da tutte le parti e doveva stringere sempre di più la cinta: al logorìo della veste si accompagnava il suo logorìo interiore. Il tempo! Altro che “il tempo sana tutte le cose”! Ma va là! Lo ‘sconosciuto’ ci accompagna sempre… il nostro corpo, la nostra mente, la realtà esterna…
Un nitrito lo scosse: Rodano?! Povero Rodano, accoppato da giovane da una brutta caduta. Lo aveva cavalcato poco e quelle poche volte si era sentito come Perseo in groppa a Pegaso dopo aver sconfitto Medusa, la bellezza che uccide. E aveva avuto paura di quel suo delirio di giustizia: fiat justitia, pereat mundus!
Buttò l’occhio sul davanzale dove zampettava una mosca muovendo a tratti le ali iridescenti, verdi-azzurrine. Con ribrezzo la cacciò via: era una mosca della merda! Lei se ne volò via verso lo sterco da cui era partita unendosi al pasto delle altre compagne.
Guardando in quella direzione si accorse che in prossimità al letamaio svettava un albero frondoso. Strano che non l’avesse notato prima d’ora data l’ampiezza del fogliame. Non aveva né fiori e né frutti. Pur in quella forma di foglie lucenti, si ergeva minaccioso. Ma ancor più minaccioso era lo spazio attorno ad esso. Spoglio di ogni zolla erbosa e, pur dando l’impressione di poggiare sul terreno, in realtà galleggiava in una voragine dove non si vedevano le sue radici bensì il riflesso della sua immagine capovolta. E attorno, in un vortice che si muoveva ad una velocità così impressionante da parere immobile, veniva risucchiata ogni forma di vita, fiori, uccelli, suoni e colori in un sabba infinito. Sull’orlo dell’abisso rimanevano solo le mosche della merda, operose e voraci, muovendo soddisfatte le iridescenti ali verdi-azzurrine. E qualche luccichio dorato.


Conegliano, 10.02.25

Sotto traccia

di Rita Simonitto

Che ciò sarebbe accaduto era fuori dubbio. Quello che non sapeva era il quando e il come. Sul dove… certo che era importante ma lo impensieriva un po’ meno.
A quanto ne sapeva, ed era ovvio, il tempo era nella mente di un qualche Dio mentre il ‘come’ era proprio affar suo e quel campo non era facilmente praticabile investito com’era di aspettative, di limiti, di contraddizioni. Ridicolo a dirsi, ma ne andava di mezzo proprio lui come persona sia attiva che passiva, un tutto che aveva avuto modo di esistere e poi…
Oggi la vita se ne andava come quei sottotitoli del film che scorrono così veloci da non far a tempo ad afferrare i nomi dei personaggi, i ruoli e così non si fissava niente perché tutto scivolava in un nulla che via via perdeva di senso… fine della proiezione!
Ci voleva un significato, qualcosa di percettibile ai sensi, compreso il sesto senso, quello che regnava, si fa per dire, sulle sensazioni interne, gli affetti, le emozioni.
Nel mentre, sembrava che comunque qualcosa si muovesse in un sottofondo a base corporea, qualche cosa di indefinibile: era come avere una talpa che scavava le sue gallerie sottotraccia e sai dov’è solo quando precipiti dentro il buco. Certo, si potevano seguire degli indizi ma fin quando la realtà non avesse dato il suo responso, tutto rimaneva nel campo delle ipotesi.
Pensieri, immagini, ricordi gli arrivavano e sparivano e lui, che pur lavorando al PC, amava fermarsi ogni tanto facendo roteare la penna tra le dita, come a dirigere una orchestra ormai muta, si sentiva prigioniero in un modo inusitato: non come Ulisse che si era fatto legare all’albero maestro della sua nave per fronteggiare il canto seduttivo delle Sirene. Un vissuto, il suo, che non avrebbe potuto essere narrato, che si sarebbe chiuso su se stesso, senza testimonianza alcuna. Irrimediabile. Come può una esperienza tradursi in una in-esperienza? In un non detto o non dicibile? Quei pensieri non erano di certo una buona compagnia, forse era meglio aprire ad Ambra, il setter, che, inquieta, sbuffava di narice alla porta come se dalle fessure sentisse l’espandersi di quei pensieri mefitici e volesse fronteggiarli.
In quel mentre la porta si spalancò di colpo: “Papino…papino…” e dopo un attimo di pausa “Ma che hai?”
Era Dora, sua figlia, che, scansati gli zompi del cane, gli ripetè “Ma che hai? Che ti succede?
Dora, o Adorata come lui avrebbe voluto chiamarla, ma sua moglie, giustamente prevedendo le battute con le quali la figlia avrebbe dovuto confrontarsi con i coetanei, aveva insistito per Dora, e Dora rimase. Dora, ormai donna matura, ma che continuava a chiamarlo ‘papino’ come quando era piccola. Non gli piaceva essere appellato così, chi lo sa perché. Ricordava una manifestazione, lei era piccola e lui la teneva in spalla, a cavalcioni, e Dora si era messa a strillare “Papino, papino, bandiela lossa cople la faccia, mi soffoca!”. Era infatti una di quelle giornate ventose che solo aprile può dare, sembrava che tutto tremasse, terra, alberi fioriti e persone fra le quali sua moglie tentava di farsi strada per raggiungerli. Perché i compagni non avevano sorriso ma avevano guardato con espressione dura quel giovane padre impegolato fra bandiere alla mercè del vento, indocili capelli e pargola vociante?
“Papino!”
Una volta avrebbe potuto risponderle con un “La mamma dov’è?” per dirottare quelle ansie verso chi sarebbe stato più in grado di contenerle. Ma la stagione di sua moglie si era conclusa ancora prima della sua e tutto senza avvertirlo, senza dirgli che le cose erano cambiate, no, non fra di loro, ma nel mondo. Perché Titti (la sua “passeretta”) quella sera, dopo aver visto assieme il film “Miracolo a Milano”(1951) di Vittorio De Sica, prese le chiavi dell’auto e le buttò a fiume dove andò a raggiungerle? Voleva dire che le chiavi stavano giù dove elementi disparati (terra e acqua) si incontrano e si scontrano e non invece su dove “Il buon giorno significa buongiorno”.
Guardò Ambra che a sua volta guardò lui con un mugolio sommesso del genere “Ci siamo capiti”
Poi, penosamente, girò lo sguardo su sua figlia. Avrebbe voluto abbracciarla, fondersi con quella parte di futuro che comunque lei rappresentava ma si trattenne. Non voleva contaminarla mettendola a contatto con quel lavorio in sottotraccia che si stava muovendo ora qua ora là. Cercando di mantenere la voce ferma, le disse “Tranquilla, Dora, erano solo pensieri. Guarda che Ambra tiene d’occhio il guinzaglio e non vede l’ora di uscire per la sua passeggiata!”
“Sì, papino. Ma mi raccomando!”
“Sì, sì. D’accordo!”.
Ma come potevano tutto quell’investimento, quelle passioni, e le disillusioni al seguito e poi il dolore avere parola se la parola ormai si era prostituita al migliore offerente?
E così, sottotraccia, su una materia inerte priva di pensiero, la talpa lavorava, muovendosi verso organi e funzioni che sembravano irrelate tra di loro… o forse no.
Intuire che il suo destino era legato all’imprevedibilità di una talpa gli produsse un gemito e lo scosse un tremore come da elettroshock!.
Ma, che altro?


13.02.25

Il silenzio e la parola

di Rita Simonitto

Continua la lettura di Il silenzio e la parola

L’occhio

Un po’ per celia e un po’ per non morir” (Ettore Petrolini)
Riflessioni sotto forma di filastrocche

di Rita Simonitto

Dal triangolo divino
L’occhio fece capolino.
Guardò giù e niente, niente
Ci trovò di divertente.
Gente cupa, spaventata
Col terror d’esser spiata.
Il piacer della parola
Osteggiato. Lei da sola
Affranta ed esaurita
Limitata nel dar vita
Al versatile sentire
Ormai stava per morire.
L’occhio s’era rabbuiato
Che cos’era capitato?
Come mai una visione
Spinta all’esplorazione
Oggi era prigioniera
D’una macchia tutta nera?
Assassina dei colori
Impediva che un ‘fuori
Da lei’ libero splendesse
E di gioia vi godesse.
Così stretta tra le mura
D’una sterile censura
Riduttiva della Storia
Lei perdette la memoria.

Pencolando da quel lato
L’occhio s’era squilibrato
E così piombò dabbasso.
Superato quel collasso
Pensò di porre a frutto
Il poter vedere tutto
E un po’ ingenuamente
Si rivolse alla ‘ggente’
Certo che il far vedere
Le manovre d’un potere
Che sovverte il reale
Nel silenzio più totale
Stimolasse lo scossone
Per una rivoluzione.
“Quel che vidi ve lo dico”
“Non c’importa un bel fico!
Il pensare costa assai
È foriero sol di guai.
E la responsabilità?
Se la assuma chi vorrà!”
“Senza l’ombra di un pensiero
Qui si muore per davvero!”
“Ma io sono ecologista
Questa è la giusta pista
Per salvare la natura
Che sarà pulita, pura.
I governi a cui credo
Così dicono. Non vedo
Altre vie. ‘Monsù’, o cche vvoi?
Pensa all’affaracci tuoi!”.

Così l’occhio fuor di testa
E con l’aria mesta mesta
Si decise di tornare
All’immobile guardare.

08.09.24

Le Virtù

Un po’ per celia e un po’ per non morir” (Ettore Petrolini)
Riflessioni sotto forma di filastrocche

di Rita Simonitto

Continua la lettura di Le Virtù