Terroristi made in Italy: burattini?

Franco Tagliafierro, Storie del terrorismo made in Italy. Racconti, Il mio libro 2012

di Ennio Abate

Riporto su Poliscritture con alcuni tagli e aggiustamenti la riflessione che lessi e discussi il 2 ottobre 2012 alla Libreria Popolare di via Tadino a Milano. In appendice aggiungo l’intervento critico di Aldo Giobbio (di lui qui) e la mia replica. Per indicare un problema irrisolto di memoria non condivisa tra noi testimoni dei conflitti sociali e politici degli anni Settantao, ormai lontani ma carichi di effetti disastrosi. La versione precedente e i vari commenti si possono ancora leggere qui.



Sono 18 racconti. Il primo fa da introduzione e, cominciando con uno svagato «Ti può capitare, una sera che sei senza compagnia, di uscire da un cinema dopo mezzanotte e di avviarti a piedi verso casa, anziché prendere un taxi o aspettare l’ultimo tram» (p.9), suggerisce la cifra che li accomuna: l’attrito tra quotidianità della vita dei comuni mortali e gli intrighi  impenetrabili e terrorizzanti ( è il caso di dirlo…) del Potere. Gli altri trattano con ironia, ammiccamenti e un tetragono punto di vista (di cui tra poco dirò…) il «terrorismo made in Italy», presentando una variegata tipologia di personaggi .

IRicordiamone alcuni: il giovane del MSI, fidanzato di Elda, una ragazza cresciuta in ambienti cattolici veneti, che viene messo alla prova dai camerati che dirigono le cellule clandestine e va a mettere una bomba allo stand della fiera Campionaria di Milano; «un leader di seconda linea del Movimento Studentesco romano» che finisce agente dei servizi segreti ancor prima di laurearsi; una coppia di turisti italiani che a Granada in Spagna danno una lezione degna di un western ad alcuni fascisti italiani protetti dalle autorità, allora franchiste; il direttore di una Casa Circondariale costretto a far evadere dei brigatisti rossi su ordine del Ministro degli interni e dei servizi segreti; una professoressa avanti negli anni che s’innamora di uno studente, un giovane contestatore marxista-leninista proveniente come lei dal Sud, il quale alla fine risulta un terrorista e si suicida, lasciando una lettera che testimonia il suo idealismo e la sua delusione per il comportamento dei capi delle Brigate rosse; un ex sequestrato dalle Brigate rosse, che dovrebbe partecipare a un incontro col suo sequestratore  organizzato dalla TV, e rievoca i retroscena del sequestro e il comportamento impiegatizio e niente affatto eroico dei suoi sequestratori; un giovane, arrestato come presunto partecipante alla strage di Bologna, che, anche se scagionato,  viene isolato e respinto dalla famiglia e dall’ambiente (suo padre si suicida per la vergogna e la disperazione), e finisce spacciatore. E altri ancora.

Tagliafierro, nel narrare, si appella ad principio classico, manzoniano: «ogni racconto è un “misto di storia e d’invenzione”». E pare avvertirci: vedete che vi trovate di fronte sia a dei racconti di fantasia – a una fiction, si dice oggi –  che a fatti veri ma non dovete pretendere da me una documentazione o un’argomentazione da storico.
D’accordo. E, tuttavia, l’aggancio agli avvenimenti storici reali, a vicende “realmente accadute” a me sembra imporre una particolare attenzione al problema della veridicità degli eventi. Insomma, proprio perché questi racconti non sono pura fiction, andrebbero letti e giudicati tenendo conto della loro “doppiezza”.
Dico questo perché, nel valutare e commentare questi racconti (come, per fare un altro esempio, il recente film di Giordana, Romanzo di una strage, si potrebbe assistere ad una strano balletto (o gioco degli specchi) tra “formalisti” e “contenutisti”.  
I primi sembrano guardare attravero un  cannocchiale rovesciato e minimizzano le vicende storiche fino a renderle irrilevanti, lontanissime, e quindi intellettualmente e politicamente asettiche. Come se la strage di Piazza Fontana e l’uccisione di Aldo Moro fossero – soprattutto in Italia – eventi già  digeriti e trattabili, che so, come  la guerra tra Roma e Cartagine o quella tra Greci e Persiani.
I secondi  le vedono, invece, fin troppo vicine o ancora attuali; e tali da scatenare passioni partigiane e contrapposte come ai tempi in cui avvennero. E sono portati a trascurare del tutto l’aspetto inventivo del racconto e a trattare il narratore come se fosse il propagandista mascherato di questa o quella ideologia. Oppure a reclamare da lui tutta la verità che non si è riuscita a sapere finora.

Questo contrasto è forse irrisolvibile. Non c’è e forse non ci sarà sui fatti sanguinosi e tragici degli anni Settanta una «memoria condivisa». (Del resto non c’è stata e non c’è neppure sul periodo fascista della nostra storia). Trovo, perciò, necessario valutare i racconti  di Tagliafierro su entrambi i piani. E anticipo la mia opinione.
Sul piano formale il libro di Tagliafierro è una satira spietata del terrorismo e dei “movimenti” (in particolare del movimento degli studenti del ’68). Mentre sul piano del contenuto sembra appoggiarsi a tutte quelle indagini storiche e giudiziarie che rafforzano la tesi del complotto dall’alto: la strategia della tensione sarebbe stata pensata e attuata per impedire al PCI di andare al governo; e il terrorismo (di destra o di sinistra) era manovrato da un’unica mente. (Negli anni Settanta si parlò  persino di un fantomatico Grande Vecchio).

Le battute sarcastiche del narratore contro i suoi personaggi punteggiano tutti i racconti. Ne I gambizzati troviamo espressioni come: «sono presenti i giornalisti azzoppati fino alla data odierna» (p.72), «Il protomartire della “campagna contro la stampa» (p.73). Ne Il sessantottino il  movimento degli studenti è presentato come «una festa, una kermesse, una giostra da starci sopra finché gira all’impazzata» (p.39). I terroristi rossi vengono descritti come degli sprovveduti, dei «bambocci», che «amano evangelicamente il popolo dei poveri e degli oppressi, e vorrebbero redimerlo da povertà e oppressione» e  «si sentono piccoli padreterni» perché  «rischiano la vita» (p. 66). Si tratta forse  di «giovani esistenze troncate dall’idealismo? No, dalla stronzaggine. Perché non sapevano leggere le istruzioni sull’uso degli esplosivi» (p. 66). Particolarmente feroce è la rappresentazione della terrorista feticista e vanitosa, che colleziona cappelli e ama cambiarne continuamente; e che, proprio per recuperare  quello volato via per il vento, preme con qualche secondo di ritardo il pulsante  della bomba a distanza e fallisce l’attentato (p. 305).
I personaggi sono delle macchiette e, come in un film di Ridolini, si muovono secondo schemi prestabiliti. E di essi viene data sempre un’immagine prosaica e antieroicista. Il narratore abbassa, desublima sempre le loro azioni e i loro (eventuali) pensieri. Non c’è mai un fatto o gesto che rompa lo stereotipo. Si ha, perciò, una meccanica e continua iperbole della malvagità. E il Male sta sempre dalla parte del terrorista e nei suoi  comportamenti, che non vengono mai motivati da qualche ragione che non sia disprezzabile.
Il Bene, invece, è sempre connaturato alla figura femminile.  Prendiamo un racconto: Il prescelto. L’attentatore è Stefano, un giovane del MSI, messo alla prova dai camerati che dirigono le cellule clandestine. Il dramma sorge quando la sua fidanzata Elda, una giovane cresciuta in ambiente cattolico veneto, cerca in tutti modi di far fallire l’attentato della cui preparazione è venuta a sapere. Anche mentendo – (finge di essere incinta) – o recandosi di persona allo stand della fiera Campionaria di Milano, dove l’attentato dovrà avvenire. La vicenda si conclude con la rottura del fidanzamento.
Il punto di vista e i valori di Elda, la vera eroina del racconto, sono condivisi dal narratore, che non casualmente dà grande spazio ai suoi monologhi interiori (pag. 29) rispetto a quelli di Stefano. Nello scontro tra i princìpi politici (fedeltà  di Stefano alla parola data come militante politico) e i principi della famiglia, dell’amore e della non violenza  di Elda, il narratore parteggia senza riserve per i secondi.
Certo, non è obbligato porsi per forza dal punto di vista del “mavagio” o del “traviato”. Ma le argomentazioni dei personaggi appaiono meccaniche e fin troppo elementari.
Stefano motiva  solo astrattamente la sua scelta: «Quando si è dentro un’organizzazione politica, o si rispettano le regole e si eseguono le decisioni dei capi, oppure si passa per vigliacchi. Io semplicemente, non mi sono tirato indietro. Per coerenza con ciò che ho pensato e fatto finora» (p.28). Ed Elda controbatte altrettanto astrattamente: «Vigliacco è chi ammazza persone innocenti che non possono difendersi. E poi che credi? Che non ti scopriranno? Che non finirai in galera?» (pag. 28).
Mantenendo la presentazione del dramma a questo livello elementare, pragmatico e immediato, il narratore evita ogni approfondimento  problematico  del contesto storico-politico.  La dimensione politica entra in quella quotidiana, la sconvolge, ma resta inspiegata, irrazionale, censurata e ingiudicata. E quando la ragazza implora: «- E a me non pensi?», Stefano non cerca di convincerla del valore della sua scelta politica, ma risponde seccamente: «Sì che ci penso, ma la mia attività di partito non ti riguarda».(pag. 28).

Sul piano formale mi chiederei quanto Tagliafierro abbia sacrificato alla legge del noir satirico.  E mi pare che ben si adattino al  suo libro alcune critiche   che un giovane studioso,  Gianlugi Simonetti, ha mosso ai romanzieri contemporanei italiani che hanno affrontato il tema del terrorismo anni Settanta:

Una volta immessa negli schemi del genere, l’energia di fatti tragici realmente accaduti rischia di stemperarsi nell’idea che tutto è fiction, che tutto è riducibile a racconto spettacolare, che tutto obbedisce a scansioni narrative precostituite – le quali per il loro stesso carattere romanzesco rischiano di suonare falsificanti. Il noir sociale insiste molto, ad esempio, sul tema del complotto, cui oppone un antagonismo astratto, depositario di valori morali; e spesso interpreta tutti gli anni di piombo attraverso questo schema. Ma quello del complotto risulta ormai, come è noto, un luogo classico dell”intrigo sensazionale” del feuilleton, e oggi anche dell’immaginario postmoderno, per non dire del senso comune.”

(http://www.leparoleelecose.it/?p=6673#comment-45878)

A me pure sembra che Tagliafierro abbia ceduto troppo alla forma semplificatrice, che definirei pop-fumettistica. Mentre sul piano del contenuto, l’idea del complotto finisce per confermare una inattaccabilità e onnipotenza del Potere. E, per quanto numerose possano essere nella storia le sconfitte dei movimenti di rivolta o rare le vere rivoluzioni, questa visione riduce il quadro degli eventi a una logica rigidissima e troppo schematica. 
Da una parte c’è il “popolo” o la “gente” che non può che vivere nell’illusione:

«Purtroppo gli operai arrabbiati contro il Capitale, contro i padroni, contro i dirigenti e compagnia bella, credono che i terroristi rossi siano i loro vendicatori. Credono che a forza di uccidere giudici e poliziotti riusciranno a rovesciare questo Stato che protegge il Capitale, quindi a istaurare la giustizia e l’eguaglianza. Come per incanto. Anche i giovani politicizzati lo credono. Anche i piccolo borghesi a basso reddito lo credono. Anche quelli che sono semplicemente scoglionati dell’andazzo democristiano, con o senza la maschera del bipartito o del tripartito o del quadripartito, lo credono» (pag. 74)

E dall’altra ci sono i dirigenti, nel caso quelli del PCI, che capiscono e provvedono:

«En passant che delusione è stato il PCI per gli americani! Che delusione è stato il suo capo Enrico Berlinguer. Una volta avviato il terrorismo rosso dopo quello nero delle stragi, si aspettavano che Berlinguer  avrebbe cavalcato la tigre rossa e si sarebbe buttato nella mischia. Così loro, gli americani intesi come NATO, avrebbero avuto il pretesto per intervenire militarmente secondo i piani predisposti fin dal dopoguerra e ristabilire l’ordine e la libertà. Invece Berlinguer, dopo aver mirato a che cosa mirasse la strategia degli americani, aveva scomunicato tutti gli iscritti del PCI simpatizzanti per la lotta armata, ed era partito all’attacco contro la eversione rossa. In pratica aveva dato il suo nobile sostegno ai governi della Democrazia Cristiana. Roba da fantapolitica» (pag.75).

Questa lettura, sia pur pop e ironica della politica del compromesso storico, è certo coerente con la forma satirica scelta dal narratore. Ma finisce per semplificare fin troppo la storia. Mentre io credo che tutta la storia dal dopoguerra ad oggi vada ripensata, uscendo dai facili schemi con cui ancora troppo la vedono. E, sia pur attraverso il travestimento dei personaggi, i punti salienti dell’analisi storico-politica di Tagliafierro a me paiono quelli del PCI degli anni Settanta, che portano inevitabilmente a:

– svalutare il ’68 studentesco,  che viene ridotto a «una festa, una kermesse, una giostra da starci sopra finché gira all’impazzata» (pag. 39, 43, 45) o letto, alla Pasolini,  come falsamente di sinistra e volto in sostanza contro il PCI («il loro sinistrismo è un fuoco di paglia», pag. 42)  oppure mirante ad una semplice modernizzazione dei costumi (« Ora si tratta di dare diritti a chi non ce li ha, di modernizzare i costumi, di aprire le mentalità, mete che si raggiungeranno prima o poi, pag.45-46);

– a enfatizzare il ruolo degli infiltrati: «Tu certo sai che dentro il Movimento, così come dentro i gruppuscoli extraparlamentari, e purtroppo  come dentro il Picci, si sono infiltrati  poliziotti, carabinieri e agenti dei servizi segreti» (pag. 49), (mentre andrebbe valutata l’ipotesi che proprio la potenza di quel movimento aveva “costretto” il Potere a ricorrere massicciamente agli infiltrati…);

– a sostenere che, sì, esistono le ingiustizie sociali e che esse sono la molla dei comportamenti politici di ribellione, ma che ogni ribellione inevitabilmente è destinata ad essere vana e illusoria proprio perché il Potere tutto prevede e a tutto provvede ed è, insomma, un Leviatano intoccabile.

Concludo, dicendo che Tagliafierro è un amico e proprio per questo le critiche che gli muovo, al di là di quel che potrebbe sembrare, sono aperte a possibili correzioni. E che mi aspetto un approfondimento della piccola comedié humaine che egli ha tentato con questi racconti.

7 ottobre 2012/ 20 marzo 2024



APPENDICE


Aldo Giobbio:

Intorno alle “storie” di Franco Tagliafierro

Sulle colonne di Moltinpoesia Ennio Abate ha pubblicato certe sue considerazioni sull’ultimo libro di Franco Tagliafierro, Storie del terrorismo, esprimendo opinioni – e anche qualche riserva – che del resto aveva anticipato nella presentazione del libro stesso, avvenuta a Milano il 2 ottobre scorso. Tralasciando i giudizi positivi sulla qualità letteraria del testo (che del resto ognuno può leggere direttamente nello scritto di Abate), le critiche toccano sostanzialmente due punti di merito.
Il primo sarebbe una certa unilateralità nell’approccio di Tagliafierro. Il secondo è che la propensione dell’Autore a vedere ciò che avvenne come frutto di un complotto di servizi segreti o comunque di poteri più o meno occulti finisce col diventare una specie di assoluzione generale per chi si trovò ad agire (tanto erano tutti burattini, “strumenti ciechi d’occhiuta rapina”, potremmo dire con il poeta di Sant’Ambrogio).
C’è del vero in tutto questo, però vorrei fare alcune osservazioni.
La prima nasce dallo stile peculiare dello scrittore, che, come si è già osservato in altri suoi lavori, si può lato sensu definire grottesco, o almeno incline a diverse sue componenti, un po’ sul tipo di certe opere di Heinrich Mann (Piccola città, Pippo Spano) o, se volete risalire più indietro, il Gil Blas di Santillana di Lesage.
Questo approccio è necessariamente unilaterale.
Per esempio, è probabile che il conte di Lerma non sia stato solo un trafficante di cariche pubbliche, dedito al peculato, ma tale doveva apparire a Gil Blas, quando era al suo servizio, perché solo questo lato della sua personalità era visibile dalla posizione che Gil Blas ricopriva, che era appunto quella di delegato a simili traffici. E tanto deve bastare.
Il lettore chiede a Gil Blas di raccontare ciò che ha visto, non uno studio storico globale su quell’uomo di stato. Non per nulla il libro di Tagliafierro si intitola “storie” – e non storia – del terrorismo.
È vero che le situazioni rappresentate sono viste quasi sempre dal punto di vista dell’interlocutore del terrorista, più che da quello del terrorista stesso, ma questo rientra nell’assunto che si tratta di “storie”, che riguardano persone in qualche modo coinvolte, e non di un saggio sul terrorismo, e alla fin fine un autore ha il diritto di scegliere i soggetti che a lui sembrano più interessanti. E poi, persino nel Nibelungenlied, il personaggio di Hagen, eroe tutto d’un pezzo della fedeltà germanica, non è quello del quale si parla di più.
In questo tipo di critica c’è una componente ideologica. Poiché i fascisti non ci piacciono comunque, non si sente un grande bisogno di approfondire le loro ragioni.
I terroristi di sinistra sono invece visti ancora da alcuni come “compagni che hanno sbagliato” e quindi si pretenderebbe che uno scrittore attribuibile alla sinistra avesse per loro un po’ più d’attenzione.
Qui, a mio parere, c’è un equivoco. Il tema del libro non sono i fini per i quali quelle persone hanno scelto di combattere, ma i mezzi (nella fattispecie il terrorismo) che esse hanno scelto ritenendoli coerenti con quei fini. Quindi la discussione sui massimi sistemi è fuori testo. Ci potrebbe rientrare, a maggior ragione, una disamina sulla coerenza tra fini e mezzi, ma l’Autore prende l’azione nella sua fase terminale, quando anche quella fase intermedia è stata dai suoi personaggi bene o male superata (non è I giusti di Camus).
Questo non significa che non si tratti di questioni importanti, ma questa è un’opera letteraria il cui scopo non è di approfondire le motivazioni ideologiche e le giustificazioni ai comportamenti che da queste si possono eventualmente derivare, ma solo di rappresentare il dramma umano di persone che si sono trovate coinvolte in situazioni critiche, in linea di massima (come sembra di poter capire dalla loro caratterizzazione) senza nemmeno averci mai riflettuto molto in precedenza.
Certo, non sono grandi pensatori, e perciò capisco benissimo che ad alcuni – o anche molti – possano non interessare. Non è stato certo per caso che gli autori della tragedia greca abbiano messo in scena soltanto i re. Ma in fondo anche gli altri, poveri diavoli, meritano un po’ d’attenzione. La vogliamo chiamare pietas?

Due parole sulla parte attribuita ai servizi segreti (si veda soprattutto l’ultima delle storie). Personalmente non credo alla visione complottistica della storia, nonostante essa abbia una lunga tradizione. Per esempio, una certa storiografia di destra francese è arrivata a sostenere che la Rivoluzione francese sia stata opera di agenti segreti inglesi (oltre che della Massoneria, che del resto era anch’essa un’invenzione britannica).
Naturalmente non nego che certi governi – o i loro servizi più o meno deviati – possano aver avuto parte nell’eliminazione di certe persone o nell’organizzazione di certi disordini e cose del genere. Sono cose vecchie come il mondo. Quello che non credo è che attraverso manovre più o meno astute e a sfondo criminale si possano pilotare a lungo movimenti importanti, non perché scrupoli morali lo impediscono, ma perché il gioco delle variabili è di tale complessità e varietà che dopo le prime mosse sfugge al controllo.
È la nota storia che il battito d’ali di una farfalla nel Canada possa provocare un uragano nei Tropici. In filosofia si chiama eterogenesi dei fini.
Chi avrebbe detto che il terrorismo degli anni di piombo avrebbe in definitiva rafforzato il potere mentre appena qualche anno dopo la scoperta che un amministratore di un istituto di beneficenza faceva la cresta sulla spesa avrebbe portato in brevissimo tempo alla fine della cosiddetta Prima Repubblica? Nessun servizio segreto sarebbe stato capace di architettare e gestire un simile capolavoro. Però non si può nemmeno negare che avessero le mani in pasta dappertutto.

Un’ultima riflessione. Già nell’incontro del 2 ottobre [2012], Ennio aveva posto la domanda provocatoria se il cosiddetto compromesso storico (che di storico non aveva poi molto) non avesse in ultima analisi ucciso più italiani delle Brigate Rosse. Domanda affascinante. Personalmente mi ha fatto venire in mente un episodio di mezzo secolo fa, il 1961, quando un oppositore del regime di Salazar, Enrique Galvão, si impadronì a titolo dimostrativo di un transatlantico portoghese e da lì, sotto l’occhio della stampa di tutto il mondo, rese nota la sua denuncia delle malefatte del regime. Il regime salazarista, fra l’altro, benché fosse chiaramente una dittatura, usava addurre a proprio merito di non essere un regime sanguinario, e questo era forse vero, ma Galvão fece osservare che le condizioni di vita del popolo, indotte dalla politica economica del regime, avevano dato al Portogallo il record della tubercolosi polmonare, e che anche questo era omicidio. Anzi, genocidio, si potrebbe aggiungere. Così, a carico dei governi italiani che il Pci sosteneva, si potrebbe forse dire che alla tolleranza verso i comportamenti di aziende che non rispettavano le norme di sicurezza ambientale dentro e fuori della fabbrica si possono imputare parecchie migliaia di morti per intossicazioni varie, tumori etc. Non si regna impunemente, diceva Saint-Just. Certo, nemmeno disponendo della bilancia “esquisita et aurea” menzionata da Galileo è possibile calcolare la quota di responsabilità eventualmente attribuibile ad una delle singole parti, nei loro diversi ruoli. Per altro, se fosse vero che l’assassinio di Aldo Moro sia stato architettato allo scopo di evitare la partecipazione al potere del Pci, bisognerebbe osservare che quel gesto efferato avrebbe avuto proprio l’effetto contrario (a prescindere dal giudizio che ciascuno può dare a proposito di tale partecipazione). E allora su chi ricadono quei poveri morti? La mia opinione personale è che, specialmente in situazioni incerte (praticamente quasi tutte), ognuno ha l’obbligo morale di fare ciò che crede giusto. Come poi andrà a finire sul piano operativo dipende dalle interdipendenze. Non diamo sempre la colpa alla povera farfalla. (Aldo Giobbio)


Ennio Abate

Caro Aldo,
solo alcune precisazioni:

1. Non mi è sfuggito lo stile grottesco adottato da Tagliafierro. Anzi ho parlato esplicitamente di satira («Sul piano formale il libro di Tagliafierro è una satira spietata del terrorismo»). Ammetto, dunque, che la satira abbia una sua unilateralità (ma non necessariamente; e ci sono vari gradi nell’essere unilaterali). Né credo che la mia critica alla unilateralità del narratore io l’abbia motivata in modo ideologico, come se avessi preteso un trattamento particolare per i brigatisti rossi in quanto filiazione della sinistra. No, è la meccanicità eccessiva della satira di Franco che io ho messo in discussione («Eppure tutto a me pare troppo e spesso semplicisticamente caricaturato. I personaggi diventano delle macchiette come in un film di Ridolini, si muovono secondo schemi prestabiliti.»).

2. Ho anche scritto che non cercavo nelle storie di Tagliafierro la storia (al singolare) e neppure la storia scritta dagli storici. So che un narratore non deve rispondere alle stesse regole che gli storici devono rispettare. Ho cercato, invece, di tener conto che in racconti intesi come “misto di storia e d’invenzione” bisognerebbe una volta tanto tagliare la testa al toro e chiedere al narratore-storico di render conto sia del suo rigore inventivo e sia di un “certo” (rigore storico, sia pur non da storico professionista. Detta in breve, la mia ipotesi è che maggior rigore formale e maggior rigore storico (ad. es una minore accoglienza da parte di Franco Tagliafierro della teoria del complotto) avrebbero giovato a una rappresentazione più alta del «dramma umano di persone che si sono trovate coinvolte in situazioni critiche». Vedi, ad esempio, quel che ho scritto sui personaggi del primo racconto, Il prescelto. Non mi disturba che si tratti di personaggi comuni e non siano grandi pensatori, semmai non mi attira la rappresentazione stereotipata e rigida della gente comune. Tra l’altro, il fatto che abbiano vissuto drammi di tael intensità non me li fa considerare più gente comune.

3. Nell’incontro del 2 ottobre alla Libreria di Via Tadino ho confermato che la mia valutazione politica del brigatismo rosso è negativa. Dunque, nessun discorso sui massimi sistemi. Se un progetto politico fallisce, prima ancora di valutare la coerenza tra fini e mezzi, constato il suo fallimento. E, non avendo nei confronti della violenza nella storia un atteggiamento di rifiuto assoluto, non critico i brigatisti rossi perché hanno usato lo strumento della violenza “inquinando” il fine (il comunismo), ma li critico perché non sono riusciti come politici a tener conto della situazione reale e delle possibilità reali di incidere con quel loro progetto. E la stessa critica faccio alla politica del compromesso storico del PCI. In questo caso con l’aggravante che si trattava di un grande partito con una storia alle spalle non di breve periodo come invece le BR.

4. Sul ruolo dei servizi segreti credo che concordiamo. Si tratta di non minimizzare, ma neppure di enfatizzare. Io stesso ho detto che se il movimento non era così forte, non ci sarebbe stata l’esigenza di far intervenire tanti agenti e spie e non so quant’altro.

5. La mia domanda provocatoria o affascinante («oggi della crisi italiana che viviamo sono più responsabili i fautori del compromesso storico o del lottarmatismo?») non riguardava tanto o solo l’aritmetica dei morti, ma rimandava una valutazione politica. Non mi limito a pensare che – direttamente o indirettamente – negli anni Settanta di cittadini ne hanno uccisi più la DC o il compromesso storico che i lottarmatisti, ma che le possibilità di far politica e di sperare in cambiamenti più favorevoli per noi sono state stracciate più dai primi che dai secondi, data la potenza politica e l’influenza sulla nazione di cui disponevano DC e PCI. Non credo neppure che l’assassinio di Moro sia stato architettato solo per evitare la partecipazione al potere del PCI. Il PCI già partecipava ad un ampia fetta di poteri reali sia pur senza il crisma dell’ufficialità. Sono più propenso ad indagare quella liquidazione di Moro nella cornice dei mutamenti internazionali che di lì a poco avrebbero portato all’implosione dell’Urss.


1 pensiero su “Terroristi made in Italy: burattini?

  1. Che devo dirti?
    Tu sai che nel 2013 scrissi anch’io un romanzo breve su questo tema, nel quale sposo in pieno la tesi dei terroristi manovrati da altri: burattini, insomma, anche se spesso senza rendersene conto.
    Però in quel libro evitai con cura il facile sarcasmo; e forse, in questo modo, l’accusa è pure più dura.

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