Archivi tag: Franco Tagliafierro

L’antitratta

L’Antitratta  è l’ultimo romanzo di Franco Tagliafierro. Iniziato a metà del 2022, è rimasto incompiuto per la sua morte (Madrid, 7 marzo 2024). Nella prima pagina della copia in Word che ha lasciato – 176 pagine, 53161 parole in corpo 18 – sotto al titolo in maiuscolo c’è l’indicazione «Prima bozza» e nell’ultima si legge: «Interruzione per modo di dire. In realtà cessazione. Causa la demenza provocata dalla chemioterapia. Ci sono speranze che la demenza non sia eterna. In ogni caso il romanzo rimarrà incompiuto.». Il testo del romanzo non è suddiviso in capitoli  ma  in 77 sezioni  con titoli in maiuscolo. La vicenda narrata è quella di una misteriosa scomparsa- fuga-migrazione- esodo  in varie città del ricco Nord Italia (dalla Valle d’Aosta a Trieste) di una coloritissima e  multiforme  collettività di prostitute, che  scompiglia  la quiete sociale e mette in allarme le autorità costrette ad affrontare inattese e preoccupate proteste di popolo.  Nella prima parte la narrazione   di questa epopea, che ha come protagoniste imprevedibili e audaci le  prostitute, insiste sulla loro dura vita da catena  di montaggio taylorista-fordista a cui vogliono sfuggire. Nella seconda parte si svolge a sorpresa in un mondo  comunitario ctonio e fantascientifico reso possibile dalla «Intelligenza Artificiale Biodinamica».  La voce narrante – sempre benevola, ironica e paradossale – si modula su una varietà di toni: freddi e distaccati, quasi da trattato sociologico-scientifico; veloci, fumettistici o da giallo; di disincantata riflessione politica sulle miserie della società italiana. Dalla bozza estraggo 5 pezzi e li pubblico oggi, 15 gennaio, data  di compleanno di Franco [E. A.]

di Franco Tagliafierro

1.
INIZIO DI TUTTO IL RESTO
Tutto comincia quando scende in piazza l’”indotto”. L’indotto è l’attività di industrie o imprese correlata alla attività di una impresa o industria principale, che può vantare eccezionali dimensioni, o enormi ambizioni, o in-calcolabili illusioni.
Scendono in piazza i proprietari dei piccoli alberghi etichettati come “hotel a ore” e i gestori delle lavanderie, perché non siamo più nel dopoguerra, o negli anni Cinquanta, quando le lenzuola non si cambiavano dopo una semplice “sveltina e fuga” a meno che non fossero ufficialmente sporche. Protestano anche i gestori dei bar situati nei pressi degli alberghi, visto il calo a picco dei clienti che erano clienti di quegli stessi alberghi.
I cartelli dei manifestanti, anziché enunciare la causa della protesta, se la prendono con la esosità delle imposte calcolate in base agli introiti che gli alberghi, le lavanderie e i bar ottenevano al tempo delle vacche grasse.
Quando una categoria protesta per la esosità delle imposte dirette e indirette ottiene dalle altre un consenso istantaneo, e la protesta diviene unanime. Unanime significa che esiste un malessere generale. Se non ci sono prove che esista un malessere generale, la protesta prima lo ipotizza e poi lo crea retrospettivamente. È così che si ricostruisce il passato di una collettività, purché giovi ai potentati della finanza e della politica.
I gestori delle lavanderie e dei bar situati nei pressi degli hotel a ore protestano anche perché gli affitti che pagano per i loro locali non sono stati adeguati alle attuali vacche magre, i proprietari si rifiutano di ridurli, gli avvocati alimentano il contenzioso mirando allo sfinimento di entrambi i fronti.
I delegati delle tre categorie scese in piazza vengono ricevuti dal Presidente della Regione Autonoma della Valle d’Aosta, il quale è anche il rappresentante del Governo della Repubblica, ossia ha anche mansioni di prefetto. Espongono la causa della loro protesta. Causa che il Presidente nonché prefetto conosce già. Chi gestisce un potere più di forma che di sostanza deve sapere perché il popolo soffre. E poi, che cos’è il potere, se non un vedere più in là dei sudditi, se non un sapere in anticipo ciò che succederà perché “deve” succedere? Che cosa è, se non un trarre tutti vantaggi possibili da ciò che “non deve” succedere?
Il prefetto non ha potuto fare a meno di preoccuparsi: di conseguenza si è accelerata la sua tachicardia. Qual è il problema? È un problema che può essere risolto solo adottando misure da stato di emergenza, tipo assegnazione al domicilio coatto di coloro che cercano di far perdere le proprie tracce. Un provvedimento simile susciterebbe scalpore in tutta Italia. La assegnazione al domicilio coatto può riguardare al massimo un centinaio di persone; se quelli che cercano di sottrarsi alla cattura sono mille o più di mille ci vuole un campo di concentramento. Domicilio coatto? Ma scherziamo? Tra l’altro: chi è che vuole far perdere le proprie tracce? Chi ha commesso un reato. Giustissimo! Ma a tutt’oggi nessuno risulta colpevole di nulla.
Il primo delegato espone le ragioni che hanno spinto gli animi alla protesta; il secondo le ripete; il terzo tira in ballo la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino: tutti e tre sfoggiano una oratoria savonaroliana che nessuno trova ridicola. Chissà perché, dice soprappensiero il prefetto.
In quanto Presidente della Regione, è preoccupato per il danno economico subito dalle tre categorie scese in piazza e da quelle contigue. La più contigua è quella degli addetti alle pulizie dei piccoli alberghi, quasi tutti licenziati. Costoro non hanno nessuno che rappresenti la loro miseria di sottoproletari, perciò se ne incarica lui, e lo dichiara senza perifrasi, mentre con due dita si allenta il nodo della cravatta. I delegati dicono che non sono venuti a lamentarsi con il rappresentante del Governo per il crollo della attività prostitutiva, perché sanno perfettamente che lo Stato è tenuto a puntare, per ovvi motivi etici, sulla sua eliminazione, o per lo meno sul contenimento del fenomeno. Sono venuti bensì a sottoporre la drammaticità del problema alla valutazione del prefetto, solo del prefetto, e non del Presidente della Regione, perché, quando una provincia incappa in una calamità è il prefetto, e non altri, colui che per legge deve fronteggiarla. La sparizione di tutte le prostitute in attività nella Valle è una calamità senza precedenti, e il prefetto deve porci riparo.
Il prefetto annuisce. Chiunque, al suo posto, si sarebbe spazientito, lui no, lui ausculta i battiti del proprio cuore mentre gli si risveglia il tic sopraccigliare, che dura meno di cinque secondi perché lui aggrotta le sopracciglia mentre si interroga fuori tempo, ma non fuori luogo, se la spari-zione delle prostitute meriti la definizione di calamità.
«Sicché sono sparite tutte?» domanda fievolmente come chi sa che non ha senso domandare.
«Sì, non ne è rimasta nemmeno una. Per questo le chiediamo di intervenire immediatamente, prima che si perdano le loro tracce.»
«Io non posso intervenire perché mi sento male.»
«Come sarebbe a dire che si sente male?»
«Scusate la sconvenienza! Sono cose che succedono quando meno te le aspetti: ho un dolore forte, fortissimo, qui» e si mette una mano sul cuore.
Dopodiché muore.
Nell’esercizio delle proprie funzioni.



2.
AVIANO
Era fatale che le prostitute stanziatesi nella provincia di Pordenone entrassero in dialettica con la mitologia della Base Aerea di Aviano, base NATO che l’America governa col pugno alla Stalin. Da quando la guerra è concepita non più come continuazione della politica con altri mezzi, bensì come guerra che continua un’altra guerra, la Base è tornata in auge come negli anni minacciosi della Unione Sovietica. Le armi strategiche che ospita sono così segrete (come le Wunderwaffen di Hitler) che su di esse si conoscono solo i dati forniti dalla fantascienza guerrafondaia.
Una prostituta, che prima di essere brutalizzata per sempre era stata una professoressa di storia, e aveva scritto un romanzo surrealista sulla inesistenza mondiale della prostituzione, organizza una gita scolastica alla Base per mostrare pedagogicamente che esistono davvero, non solo nei videogiochi, i missili che in mezza giornata possono distruggere mezzo pianeta, e che ogni Paese della NATO gestisce un casino di Stato. Ottiene i visti di ingresso per sessanta unità. Sono escluse le moldave, le ucraine, le lituane e le bielorusse perché sospette di essere spie della Russia.
La Base è un aeroporto sconfinato con casermette civettuole in virtù dei vasi di gerani, e con hangar dove gli aerei vengono revisionati dagli “ingegneri teutonici” prima di essere immagazzinati nel sottosuolo insieme con gli ordigni nucleari. Nel sottosuolo c’è anche un quartiere Belle Époque con avenue e street ortogonali come a Manhattan. Gli edifici, tutti di due piani, hanno sopra di sé un cielo blu-notte punteggiato di stelle arancione, se è vero che l’arancione simboleggia la vitalità. Dai marcia-piedi si irradia una luce primaverile ambigua quanto basta per favorire le allucinazioni. Il Sex Village è costituito da postriboli, casinò, terme e centri commerciali con addobbi presuntuosi come a Las Vegas. Vi si circola a piedi o con veicoli a induzione. In certe zone vanno a piedi solo i soldati ubriachi.
Ogni Stato del Patto Atlantico ha un postribolo di rappresentanza con la bandiera che pende rigida da un’asta orizzontale come se fosse di cartone. Invece è di seta, ma sottoterra non ci sono i venti adatti per farla garrire.
Le visitatrici vengono trapassate dai raggi paracosmici a cui non sfuggono i nano chip e nemmeno i pico biochip, poi le infagottano in scafandri antisettici. Scortate da sei caporali, uno ogni dieci unità, cominciano la visita dal postribolo degli States. Si aspettavano la solita miscela di prostitute immigrate… invece sono tutte americane. Tutte bianche. Tutte bionde vere o bionde tinte. Tutte “fantastiche”.
Quindi tutte WAS (White Anglo Saxon Protestant)? Venute a prestare servizio in terra straniera? Per di più in un ambiente militare di tipo concentrazionario sempre in allarme? Per di più ingaggiate con un contratto che prevede solo doveri?
Nel Sex Village, però, c’è anche un asilo per bambini fino a tre anni: una modernità, anzi, una generosità che fa sgranare gli occhi alle visitatrici. Di norma il Comando offre parecchio denaro alle incinte per invogliarle ad abortire. Dato che c’è l’asilo, molte rifiutano.
«Tenersi vicino un figlio è una consolazione, ma per il resto non c’è da entusiasmarsi. Nessuna è libera di farsi pagare secondo la qualità delle proprie performance: le tariffe le fissa il Comando.»
«Quando c’è grande affluenza di assistiti, guai chiamarli clienti, siamo tenute a fare ore di lavoro straordinario, che ci viene pagato la metà di quello ordinario mentre dovrebbero pagarlo doppio. Questo è sfruttamento, ma lo considerano un nostro donativo allo Stato visto che non paghiamo le tasse. Per noi la base di Aviano non è terra straniera, è un pezzo di America.»
«Una che lavora qui, dopo quindicimila prestazioni mette da parte a malapena quanto basta per aprire un fruit and vegetables shop nel suo paese.»
Le visitatrici chiedono di sentire altre campane, a cominciare dalle col-leghe che nella Base rappresentano l’Italia. Incolonnate dai sei caporali, che fanno gli spiritosi complimentando ora l’una ora l’altra, arrivano nella avenue dove si trova il palazzetto con la bandiera tricolore. La bandiera pende rigidamente come tutte le altre, ma il postribolo è vuoto.


3.
SPIRITUALITÀ
Per distrarsi dalle chiacchiere schizzinose sui cibi sintetici e sulle nausee provocate dal gonfiore; per non dire ogni due per tre “eppur si muove qualcosa in me”; per non affollare di spettri i pomeriggi che si sbriciolano come biscotti vecchi… insomma, sentendosi emancipate dalla ignoranza e dalla ottusità a cui il mestiere le condannava (emancipate inconsciamente, si intende), le residenti si buttano nel gioco passatempo delle parole “intriganti”. La prima estratta in una città, e condivisa con le altre due, è: spiritualità. Che fa rima con la dirimpettaia sessualità. Ognuna appioppa alla spiritualità il significato che le sconfinfera, e immagina che, quando si metteranno insieme tutte le interpretazioni, anche il sottosuolo avrà la sua università. Intanto vanno in cerca di qualcuno che spieghi a cosa serva la spiritualità. “Qualcuno” non può essere altri che un prete, o un rabbino, o un iman, ossia un non-essere in un mondo di sole donne. Dunque, sarà una donna. E dove la si può trovare, se nelle tre città non si è mai vista una croce, o una mezzaluna, o un candelabro con sette bracci?
I robot, a cui non è sfuggita la confusione filosofico-teologica delle residenti, ne hanno trasmesso gli estremi a un think tank, il quale ha dettato che “ognuno è il sacerdote di sé stesso” (senza citare la fonte di questa affermazione che taglia la testa al toro). Il responso, tradotto dai robot in grammatica femminile, suona così: ogni donna è la sacerdotessa di sé medesima.
«Oh, che bello! Ma cambia qualcosa?»
«È come vincere milioni alla lotteria, che con un triplo salto mortale ti sbalza a una casta tre volte superiore.»
«Che bello se ci avessero detto, quando battevano il marciapiede con lo schifo nel cuore, che eravamo delle sacerdotesse!»
«Sì, ma sul piano pratico cambiava qualcosa?»
I robot dovrebbero dire no, che non cambiava un bel niente, ma fanno orecchie da mercante, e non mancano di ricordare epidermicamente a ciascuna che solo nei libri si trova la sapienza per uscire dai labirinti. Allora tutte cercano nelle biblioteche la bibbia della prostituzione. Non la trovano. Strano. Anzi, no, che orrore! Anche sottoterra vengono discriminate. Ci sono i vademecum di tutte le arti, di tutte le scienze e di tutti i mestieri: quello che le riguarda no!
Né gli algoritmi né i robot si sono mai presi la briga di distribuire la bibbia della prostituzione. Feroce lo scaricabarile finché non interviene l’ufficio Affari Riservati della Intelligenza Artificiale Biodinamica con un colpo di diplomazia che ristabilisce la presunta verità dei fatti. Il vademecum della prostituzione è stato ritirato dalle biblioteche per evitare che degli sconci stimoli libreschi, in contrasto con l’etica puritana del sottosuolo, ravvivassero alle residenti i ricordi delle pulsioni autodistruttive di cui è intriso il loro passato. Insomma, una delicatezza nei loro confronti.
Il passato non lo si ricorda, lo si immagina, direbbe Zaratustra. Senza aprire bocca lo direbbero volentieri anche le residenti. Costruirsi un passato di fantasia consiste, o no, nella assunzione di una responsabilità personale, e quindi nel godimento di una completa libertà psicologica? Il passato è, o non è, un sarcofago il cui ospite solleva il coperchio e va a decomporsi fuori scena? Le residenti non mollano, vogliono una risposta comunque, sia pure racchiusa in un indovinello. Alle colleghe che sono solite isolarsi accanto a una finestra, sedute con un libro in mano come se le stesse dipingendo Pierre Auguste Renoir, si consiglia di leggere qualche libro sapienziale, invece dei romanzi che trattano di pulzelle e maritate aspiranti alle beatitudini del sesso tantrico. Ora che sono al riparo dalla voracità degli sfruttatori, vogliono sapere quale vita le aspetta a breve scadenza. E a lunga? Dovranno morire sottoterra o verranno riportate in superficie una volta che sia stata abolita per legge e nei fatti la prostituzione? Si continua a fare domande senza avere la più peregrina idea di cosa domandare, finché i robot non le indirizzano a un ipotetico museo delle sculture enigmatiche. Museo soltanto di sculture? Sì, la pinacoteca si trova nella parte opposta della città.
Questo ipotetico museo costituisce soprattutto un pretesto per mettere a punto un po’ di suspense in relazione al problema del gonfiore che affligge le ex prostitute e per registrare in un video la loro reazione indigna-ta a certi schemi culturali che hanno “smerdato” la loro categoria.



4.
PROTESTA
Nel mondo sotterraneo è previsto che ogni ex prostituta senta la pulsione a disfarsi della propria sensibilità, perché non è questa l’essenza che contraddistingue una persona. La diversità fra gli individui si basa sulla “identità” che ciascuna, ora che non è più una schiava, si costruisce utilizzando le proprie elucubrazioni sulle bellurie e le brutture della “aiuola che ci fa tanto feroci”. L’identità si struttura anche con la nostalgia di ciò che sulla aiuola accade tutti i giorni. Le nostalgie sono strettamente per-sonali, si passa da quella degli ingorghi del traffico, a quella dei media che regolano i conti tra morti e tra vivi; dai borseggiatori che proliferano nelle stazioni ferroviarie e nelle metropolitane, alle minuzie dello shop-ping, agli scambi di persona, alle assurdità della beneficenza pubblica, eccetera, eccetera. Una volta abbozzata, l’’identità consolida la sua strut-tura mediante la rassegnazione alla vita ripetitiva in queste città catacombali, dove non ci sono le piogge che puliscono l’aria, né si ode quello stormire del vento tra le piante che può scrollarti di dosso sia la volontà che l’eventuale “nolontà” di vivere.
Se ciò che conta è la identità, allora bisogna costituire una intesa fra tutte le identità di Nordelia Centrilia Sudolia e scatenare una eruzione di proteste che metta alle corde gli umanoidi responsabili della mancata vaccinazione contro il virus del ventre gonfio. Se si giustificheranno dicendo che non esisteva alcun vaccino, la rabbia spingerà tutte le residenti a demolire le proprie case, visto che non sono accessibili le loro.

Poiché nessuna fantascienza ha avuto il ghiribizzo di collocare nelle città del sottomondo una Bastiglia, o un Palazzo di Inverno, o un tribunale speciale contro cui lanciare pietre e inveire, non resta che sfilare in manifestazione da un capo all’altro della città, e ritorno. O dal centro alla periferia, e ritorno. Le residenti gridano slogan a rima baciata, tendono striscioni che esigono il trattamento individualizzato secondo la identità di ciascuna, il che è una utopia più antidiluviana che vecchia come il cucco, e cantano le canzoni degli anarchici espulsi da ogni terra. Dopodiché ripercorrono la stessa strada con la stessa solfa, finché il languore di stomaco non le distoglie dalla inutilità delle loro rimostranze contro il Potere. Quel potere che si rifiuta di entrare in dialettica con gli esseri ancora umani, non diversamente dalla Parca che seduta in un angolo dello stanzone taglia i fili di ogni colore con le forbicine del nécessaire.
Durante l’ultimo andirivieni, il corteo viene improvvisamente rabbrividito dalle strida dei pellirosse che assalgono la diligenza in un set di Hollywood, e subito dopo viene scompigliato da bande di energumeni che indossano tute nere come quelle dei Black Bloc, cappucci neri come quelli dei penitenti, e impugnano manganelli neri come quelli della polizia. I manganelli sono contundenti per natura, perciò non hanno altra funzione che quella di colpire a destra e a manca e costringere il sangue a sgorgare da nasi, o da bocche o da squarci del cuoio capelluto. Integrano le gesta dei manganellatori centinaia di energumeni che recano ceste contenenti uova destinate a spiaccicarsi sui volti delle manifestanti. È tutto uno strilla-strilla, un fuggire all’impazzata, un chiedersi da dove siano spuntati quegli uomini.
Le manifestanti vorrebbero abbrancare almeno uno, togliergli cappuccio tuta pantaloni e mutande e ridurlo a morsi e graffi un ecce homo, ma per riuscirci dovrebbero passare dalla difesa alla offesa, il che per loro è impossibile, essendo da sempre incapsulate nel ruolo di vittime impotenti. D’altronde gli energumeni non si lascerebbero smascherare neppure da morti. Dopo un quarto d’ora di manganellate e uova in faccia si allontanano in varie direzioni frullando come stormi di colombi torraioli.
Ma chi erano gli energumeni? Erano forse degli schiavi occultati nei sotterranei delle città sotterranee per poterli utilizzare come truppe anti-sommossa? O erano teppisti scesi dalla superficie per esercitarsi alla violenza? Certo non erano robot, perché i robot sono privi di corpo visibile. E se per avere qualcosa di simile a un corpo avessero gonfiato le tute? Non esistono forse le vicende dei cavalieri inesistenti che partecipano a batta-glie e tornei pur non riempiendo l’armatura con le proprie carni? In certe situazioni tutto può essere realtà. Anche la non esistenza di un corpo dentro una armatura ben lubrificata può cambiare la storia.


5.
RIVELAZIONE
Nelle tre città risuonano i vagiti dei neonati che vogliono la madre tutta per sé, mentre le madri hanno voglia di ballare anche senza musica rie-vocando il gonfiore aerofagico, che era stato lo scotto da pagare, così credono, per ottenere la maternità.
«Ma» domandano, «sarebbe cambiato qualcosa per i demiurghi della tecnologia neuronale, se avessero sbandierato che ognuna aveva una vita dentro la pancia?» Nessun robot risponde. Nessun algoritmo si accende. Nessun reo confessa.
Tra le centomila neomamme non può non esistere una percentuale di cristiane, che prima di diventare prostitute hanno avuto notizie di Maria di Nazaret, madre di Gesù detto il Messia. È scritto che Maria non aveva conosciuto uomo, ammesso che suo marito fosse un simbolo letterario e non un uomo, eppure partorì. Neanche loro hanno conosciuto uomini da quando sono scese nel sottosuolo, cioè da nove mesi, eppure hanno partorito. È scritto che Maria era vergine, pur risultando coniugata, quindi vergine e madre; nessuna di loro era vergine (salvo errore!) quando entrarono nelle grotte. Ma poiché non sono state violate né da un pene né da un catetere, hanno tutto il diritto di essere contrassegnate come vergini e madri. Scherzi a parte, come dove e quando è avvenuta la fecondazione? Unica ipotesi ragionevole è quella di essere state fecondate artificialmente a loro insaputa, cioè nel sonno, e che gli artefici siano stati quegli stessi omuncoli che le hanno assistite nel parto. Saranno entrati nelle case sincronicamente, le avranno cloroformizzate tutte nel momento della massima corposità del sonno, avranno rimosso l’eventuale pantalone del pigiama, le eventuali mutande, l’eventuale autoironica camicia da notte, avranno sorriso incontrando (anzi no, i robot non sorridono) una nudità pubica già pronta col suo sorriso verticale, come se aspettasse visite, e avranno deposto nell’utero di ciascuna una goccia di liquido seminale con dentro uno spermatozoo donato da un pelle bianca per le donne di pelle più o meno bianca, o donato da un pelle nera per donne di pelle più o meno nera. Poi avranno rimesso le mutande e i pantaloni del pigiama e la camicia al loro posto, visto che nessuna ha percepito alcunché di insolito al risveglio.
Per gli attuali narratori di fantascienza la simultaneità di interventi robotici su larga scala non è nulla di straordinario. Hanno già scritto che le realizzazioni nel sottomondo, o Mondo Alternativo Interno (MAI), coinvolgono miliardi di persone da quando la superficie terrestre è per lo più inabitabile. Secondo loro, la fecondazione non è avvenuta mediante inserimento di una goccia di sperma nell’utero di centomila donne da parte di centomila robot nello stesso segmento orario della stessa notte. No. Una procedura così macchinosa, da praticarsi all’ora ics di una notte ipsilon, è da scartare anche come ipotesi pubblicitaria. Gli ideologi dell’etica robotica invitano a credere che le cose seguono il loro corso naturale nono-stante tutto, perché, se non si crede in ciò che risulta tecnologicamente modificabile, l’immaginario dei singoli e della massa finisce per rattrappirsi sotto i colpi della oligarchia finanziaria neofeudale, che pratica lo sfruttamento indiscriminato della popolazione planetaria. Oggi è verità effettuale tutto ciò che ieri era fantascientifico.
Oggi si può dimostrare che la fecondazione è avvenuta nella Grande Caverna Gialla mediante il pulviscolo che cade da una altezza inconoscibile. Il pulviscolo non è pioggia d’oro come quella che penetra mitologicamente nei quadri dove c’è Danae nuda e pronta a riceverla, o nuda che finge di dormire. È un infinito di particelle infinitesimali che si con-densano in nuclei fecondanti, ognuno dei quali, una volta assorbito da un poro della pelle, va a incastonarsi dove si è realizzata una ovulazione.
Poiché ogni nucleo è uno spermatozoo, e tutti discendono dallo stesso cielo artificiale generatore di vita naturale, se ne deduce che il padre dei centomila neonati è uno solo, quindi tutti sono fratelli tra loro per parte di padre.
E invece no. Ogni nucleo fecondante è diverso dall’altro, perché ognuno è un fotone. Il fotone è un “quanto” di energia della radiazione elettromagnetica. È quanto di meglio esiste nella Madre Natura del piane-ta Terra, nel sistema solare e nel cosmo. È la quantità che niente e nessuno può dividere, è il valore più piccolo fisicamente possibile di qualsia-si grandezza. Ogni fotone è un “quanto di luce” che non assomiglia a nessun altro. Che non ha vincoli con nessun altro. È un assoluto. È un unicum. I filologi direbbero che è un apax legòmenon, ossia l’equivalente di una parola usata una sola volta nel corpus di una lingua.
Ciascun neonato ha la sua mamma, e questo si è visto, ma ha anche un papà solo suo, di cui col tempo verrà a sapere che è un fotone, cioè un uomo luce, che in fatto di luce non ha eguali, e che quindi riunisce in sé, in embrione, tutte le qualità umane e non umane possibili. I fotoni, come gli spermatozoi di tutti i mammiferi, non sono visibili a occhio nudo, e non si sa mai dove si trovino quando li si cerca.


*
Franco Tagliafierro ( Teramo 15 gennaio 1941 – Madrid 7 marzo 2024). Laureato in  Lettere a La Sapienza di Roma, ha insegnato negli istituti superiori, soprattutto a Milano. Tra gli anni Settanta e Ottanta pubblicò  testi critici su Eugenio Montale, Attilio Bertolucci, Edoardo  Sanguineti e Romano Bilenchi e alcuni poemetti. Del 1991 è il suo primo romanzo storico: Il capocomico, ambientato nella Napoli di fine ‘700, uscito presso Sansoni. Successivamente ha pubblicato:  Strategia per una guerra corta  (Genesi, Torino, 1999), Racconti a orologeria (Lulu, 2008),  Il palazzo dei vecchi guerrieri (Lampi di stampa, 2009), Storie del terrorismo made in Italy (Ebook, 2012), La comisaria de las langostas (Edizione in spagnolo, 2023). Altri saggi e racconti sono comparsi sulle riviste Inoltre, Steve 31 e Poliscritture.


Per Giacomo Debenedetti

di Gualtiero Via Continua la lettura di Per Giacomo Debenedetti

Terroristi made in Italy: burattini?

Franco Tagliafierro, Storie del terrorismo made in Italy. Racconti, Il mio libro 2012

di Ennio Abate

Riporto su Poliscritture con alcuni tagli e aggiustamenti la riflessione che lessi e discussi il 2 ottobre 2012 alla Libreria Popolare di via Tadino a Milano. In appendice aggiungo l’intervento critico di Aldo Giobbio (di lui qui) e la mia replica. Per indicare un problema irrisolto di memoria non condivisa tra noi testimoni dei conflitti sociali e politici degli anni Settantao, ormai lontani ma carichi di effetti disastrosi. La versione precedente e i vari commenti si possono ancora leggere qui.

Continua la lettura di Terroristi made in Italy: burattini?

Il Palazzo. Ah, quale simbolo!

Su Il palazzo dei vecchi guerrieri di Franco Tagliafierro

di Ennio Abate

Questa mia lettura del romanzo di Franco Tagliafierro porta la data del 12 dicembre 2010. La ripubblico oggi, dopo la sua morte e mentre riordino  il carteggio avuto con lui, perché, comparsa allora sul  sito di Poliscritture dismesso, non è più recuperabile on line.    Continua la lettura di Il Palazzo. Ah, quale simbolo!

Per Franco Tagliafierro

Franco Tagliafierro è morto nella serata del 7  marzo 2024 a Madrid, dove ora viveva.
L’annuncio a quanti l’hanno conosciuto pubblicando  questa sua poesia  che gli strappai nel 2011 e una sua brevisimma riflessione sul narrare del 2019. La foto con lui è del 2018. Dal 2001, quando mi fece leggere i suoi due primi romanzi (Il capocomico e Strategia per una guerra corta)  siamo stati amici fraterni,  lettori attenti  e severi delle cose che scrivevamo,  ostili alla deriva autocompiaciuta degli sconfitti. Vari suoi testi li trovate qui su Poliscritture. [E. A.]

PER SGOMENTO DELL’OLTRE

Come attesta il satellite
qui non è atroce l’epoca e stanotte
avremo sia meteore di stagione
che incantesimi di luna.
Il massacro
è in corso provvisoriamente altrove.

L’oltre quei monti, il dilà dal mare,
il dove pare che esistano uomini
con la testa di cane

Era lo spazio
che attenuava la paura, non di essere
vittime, ma suscitatori di incubi?

Se rimescoli i prima i dopo i sempre
per sgomento dell’oltre ogni altro oltre,
pènsati solitario nel linguaggio:
dove pare che esistano silenzi
non simmetrici a nulla.

***

2 giugno 2019

Franco su un  suo romanzo interrotto:
«fantastichiamo ciò che avremmo fatto là, allora, se la sorte ci avesse collocati in quel certo luogo, in quel certo giorno, o in quel certo anno. Ovviamente ricreiamo i contesti del passato fornendo alla immaginazione i dati ricavabili da testimonianze orali, come per esempio quella dell’ex deportato conosciuto sul treno, o da autobiografie, o da cronache giornalistiche, o da romanzi, o da film, o dai trattati di storia. Lo spazio e il tempo in cui non si è vissuto, ma nei quali avremmo voluto vivere, perché in essi avrebbe acquisito un valore speciale la nostra vita e si sarebbe rivelata compiutamente la nostra personalità, diventano così lo spazio e il tempo della immaginazione a briglia sciolta e del rimpianto che lascia immutata ogni cosa e non consola».

A proposito di Francisco Solano

Recensione di un libro assente

a cura di Franco Tagliafierro

I brani di scrittura saggistico-metaforica che riprodurremo più oltre sono stati estrapolati da un romanzo di Francisco Solano (1952, Burgos, Spagna) intitolato Tracce di nessuno (titolo originale: Rastros de nadie, Ediciones Siruela, 2006). Non servono come assaggio di uno stile che rende incisiva anche la prosa d’arte; non servono per evidenziare la insofferenza dell’autore nei confronti di chi congestiona le librerie con storie intercambiabili; non servono nemmeno come disincantati inviti alla metacritica; servono, invece, come irrinunciabile pretesto per un ripescaggio a sua volta pretestuoso, perché altrimenti non si parlerebbe mai più della “struttura” di Tracce di nessuno, che si sottrasse alle sdolcinate seduzioni del postmodernismo per infilarsi di soppiatto nell’instabile sperimentalismo di fine secolo. Continua la lettura di A proposito di Francisco Solano

Voci messe a tacere

Nawal al Sa’dawi

di Clara Janés

«E passiamo da queste donne che lottano a viso aperto e dicono ciò che devono dire rischiando la vita, alle più occulte, alle più costrette al silenzio, cioè alle donne afgane con il corpo interamente coperto dal burka, compresi gli occhi, che nonostante tutto si sono espresse in brevi poesie che impressionano per la loro bellezza, la loro incisività e la libertà interiore che riflettono. Sono ovviamente poesie anonime, affidate all’oralità.» (Janés). E perciò  ripubblico oggi questo saggio già comparso sul n. 3 cartaceo di Poliscritture nel novembre 2007 (scaricabile qui)  [E. A.]

Sono ancora tante le voci messe a tacere, voci di donne, voci vincolate alla terra e alla sua ricchezza, e pertanto alla possibilità di dare frutto. Resteranno mute per sempre o come la terra in inverno aspettano il risveglio di primavera? O semplicemente aspettano di raggiungere lo stadio di piena fecondità? Penso ai luoghi in cui non è arrivata la scrittura, alle tribù africane o alla foresta amazzonica… Là quelle voci si manifestano fondamentalmente nel grido, nella ninnananna, nel dolore per la malattia e la morte, ma anche nella preghiera, nella maledizione e nel formulario magico. Non sono mute, tuttavia hanno ancora bisogno di assorbire nutrimento per poter sbocciare. Ci sono altri luoghi nei quali permangono silenziose però convivono con la possibilità di dare frutto, perché la ricchezza del suolo è tale da permetterlo, ma rimane ancora latente. Sono luoghi in cui la società non “oscura” del tutto le donne, però le mantiene appartate, occulte o, perlomeno, differenziate dagli uomini. E lì, mentre la maggior parte di loro sembra rassegnata a tacere, alcune osano svegliarsi: ciò succede anche in paesi nei quali si vieta loro di esprimersi pubblicamente.

Prescindiamo dall’Occidente e limitiamoci alle aree in cui la situazione è incandescente e che presentano enormi contrasti: l’India, i Paesi Arabi, Iran e Afghanistan. Vedremo come si riscontri in questi ambiti geografici sia l’arretratezza che la massima raffinatezza; vedremo come in alcuni, quando la donna giunge a esprimersi, ciò che affiora immediatamente è la questione sociale, mentre in altri è il rapporto tra i sessi; vedremo anche come la poesia si carica di lirismo o di humour, e la prosa si trasforma in arma di denuncia. Eppure, in questi paesi, nonostante gli ostacoli, ci furono fin dalla remota antichità voci femminili sagge e decise.

In India, la donna scrive fin dall’antichità e addirittura fa sfoggio della sua eloquenza nel contesto sociale di cui fa parte. Ciò si riflette nella lirica: infatti nella bella antologia Kuruntokai (dal III sec. a. C. al III d. C.), le poesie, di una bellezza e di una ingenuità incomparabili, sono prevalentemente poste in bocca di donna e riguardano di norma una giovane che, rivolgendosi a una sua amica, dà libero sfogo al lamento per la separazione dal suo fidanzato, che partì in cerca del danaro necessario per sposarsi o per altri motivi connessi con la rigidità delle usanze relative alle nozze.

CIÒ CHE LEI DISSE
        (alla sua amica quando lui rimandò il matrimonio)

 Amica,
sebbene la mia forza
sia venuta meno e la mia verginale bellezza
sia svanita,
sono ancora viva
nella solitudine
                 come le foglie che spuntano durante la pioggia
                 tra le stoppie dei dorati steli del miglio
                 e i pappagalli le mangiano o le distruggono
                 nei campi lungo i declivi.

Non tutte le voci femminili dell’India si esprimono in forme così ingenue e semplici. Nel Mahabharata, epopea scritta più di mille anni prima di Cristo, figura il bel racconto intitolato Savitrì. Dato che nella cultura indù la donna e l’albero si identificano, la giovane Savitrì accoglie in sé tutta la sapienza dei boschi. E chi dice bosco, dice cammino verso la cima, attraversando la “selva oscura”. Lungo questo cammino, l’oscurità non la induce a tornare indietro; la foresta, per lei, diventa luminosa poiché è il luogo della minaccia evidente, della prova e della vittoria. La minaccia è la morte del suo sposo Satiavàn; la vittoria sono le sue parole unite alla sua intelligenza.

Savitrì è l’altra faccia di Orfeo. Se questi con la sua voce dominava fiere e alberi, lei riesce a sottomettere una divinità. Morto Satiavàn, segue Yama, il dio che sta portando via con sé l’anima del suo sposo e con eloquenza gli parla della propria fede e della propria devozione. Passo dopo passo, si addentra sempre più in terreni separati dalla vita. Quattro volte il dio la esorta a lasciar perdere, e le fa anche un regalo, ma lei continua ad avvicinarsi al luogo fatale. Infine il dio, sedotto dal suo parlare, le concede la vita del suo sposo. Ad ogni argomentazione eloquente di lei, Yama risponde con espressioni come questa: “Gioia del cuore, stimolo di sapienza, spirito di bontà sono le tue parole”, e alla fine esclama: “O donna devota al proprio sposo, chiedimi una grazia incomparabile!”. Così Savitrì ottiene che Satiavàn ritorni in vita. Dunque, va più in là di Orfeo, forse perché vive il suo amore come una forma di devozione.

L’India, che ha preceduto le altre civiltà in quasi tutto – basti ricordare la scoperta dello zero – le ha precedute anche nel creare l’immagine della donna intelligente e retta. Questo personaggio femminile è un chiaro precursore – ma lo supera anche – di quello di Porzia, la protagonista di Il mercante di Venezia di Shakespeare, la dama che grazie al suo modo di argomentare salva la vita del suo amato. Nelle terre del Gange, dunque, le donne potevano pur bisbigliare qualcosa, anche se, fin dai tempi antichi, la realtà per loro era dura: si bruciava la vedova sulla pira del marito, la donna abbandonata dal marito non poteva risposarsi ed era costretta a una vita emarginata e senza diritti. Di una realtà non molto migliore di questa le donne sono vittime ancora oggi, anche se è in corso un processo di emancipazione. Il quale, nonostante la persistenza dell’analfabetismo e la mancanza di un contesto sociale adeguato, consente che ci siano delle artiste pubblicamente riconosciute, come la cineasta Depa Metha, la poetessa Sujata Bhatt o la romanziera Anita Nair. Consapevoli che la lotta deve proseguire ora più che mai, le scrittrici indiane mostrano un volto impegnato, da quello combattivo di Savita Singh, a quello di Surekah Vih teso alla difesa della libertà personale. Savita Singh si lancia nella lotta con grande finezza.

SENZA ÀNCORA NÉ VINCOLO

 Il vento rifiniva un’idea
nella testa di un uccello
che si era appena fatto il nido.
Era venuto a dirmi anche
che io sono soltanto un frutto del tempo
e che non sono nessuno per pensare alla mia trascendenza.
La tristezza che senza sosta gocciola nel mio intimo
da un rubinetto ossidato e inarrestabile,
è anche una apertura alla creazione malinconica.

Sul far della notte,
l’uccello era ben insediato nella sua casetta,
mi aveva lasciato a vagare
per il largo mondo,
senza àncora né vincolo.

Sono donne colte le scrittrici indiane di oggi, e hanno anche il vantaggio di possedere bene l’inglese oltre alle rispettive lingue materne, la qual cosa consente loro l’accesso – per partita doppia, dare e avere – alla cultura universale.

È particolarmente interessante la visione piena di humour di Sujata Bhatt. Trascorsa l’infanzia nel suo paese natale, studiò negli Stati Uniti e attualmente vive in Germania. Nella poesia che segue sembra sorridere di alcuni aspetti della vita indiana:

IL VIROLOGO
             a mio padre 

A diciassette anni arrivò a Benares
per studiare medicina ayurvedica.
La prima cosa che fece fu bagnarsi nel Gange
esaudendo i desideri di sua madre.
Poi si sentì sporco
tornò nella sua stanza
e fece un altro bagno.
Quella sera scrisse una lettera
a sua madre – deluso
che mettere il piede nel fiume sacro
non lo avesse fatto sentire più puro.
Doveva esserci qualcosa d’altro – senza dubbio.

Spostiamoci ora all’Ovest e vediamo come nei Paesi Arabi succeda qualcosa di simile, ma con sfumature differenti, come il sesso vi occupi una posizione importante e come la lotta della donna si attui in maniera diretta attraverso la prosa. Anche in questi paesi le donne scrivevano fin dai tempi antichi, fin dalla prima epoca dell’Islam, però a scrivere erano soprattutto le principesse o le animatrici delle feste (feste per uomini, ovviamente), ossia mescitrici o cantatrici, come alcune delle poetesse arabo-andaluse. La libertà con cui si esprimevano continua a sorprenderci, sebbene si debba tenere presente che le storie di Le mille e una notte, così piene di erotismo (le più antiche delle quali risalgono al secolo X), facevano parte della loro tradizione e figuravano narrate da una donna. Nel secolo XI Muhya al-Qurtubiyya, di umili origini, protetta ed educata dalla principessa Wallada, si lanciò a satirizzare la sua signora – chissà per quale motivo – con la stessa incisività con la quale la principessa satirizzava il suo amante, il poeta Ibn Zaydùn.

Muhya scriveva così:

Wallada ha partorito e non ha marito,
si è svelato il segreto,
ha imitato Maria,
ma la palma che la Madonna scuoteva
nel caso di Wallada è un pene eretto.

E ora vediamo quanto è simile nel tono questa poesia di Wallada:

CONTRO IBN ZAYDÙN

 Il tuo soprannome è l’esagono, un epiteto
che non si staccherà da te
neanche dopo che la vita ti avrà lasciato:
pederasta, checca, adultero,
bastardo, cornuto e ladro.

Non è facile intendere come mai nel mondo arabo, nonostante la sua cultura, esistano certe differenze, vedendo che, parallelamente a una immensa maggioranza di donne nascoste e quasi mute, vivono poetesse assai notevoli, vere pietre miliari nella modernizzazione della loro letteratura, come l’irachena Nazik al-Malaika o la palestinese Fadwa Tucàn, autrice di una straordinaria poesia di lotta. Costei, nata in Nablùs, fin da giovane si sentiva calpestata dalla storia, e venne incubando una voce che si sarebbe innalzata profonda e lacerante:

[…] quando passa una brezza su cinquanta corde,
quali cinquanta sanguinanti melodie!
Come poté la cisterna di sangue diventare stelle e alberi?

[…]

Ahimè, spiga nel petto dei campi!
Il tuo cantore dice ancora:
se sapessi il segreto dell’albero!
Se seppellissi tutte le parole già morte!
Se avessi la forza della tomba silenziosa!
– oh, mano di vergogna che pizzica queste cinquanta corde! –
Se scrivessi la mia storia
con la falce,
e la mia vita con la scure…

Questa eccellenza creativa convive con la più terribile arretratezza sociale. È sconcertante la diffusione progressiva dell’Islam rigorista: in Egitto, per esempio, in dieci anni si è passati da un 10% al 90% di donne che portano il velo. Ciò va posto in relazione con l’immobilismo sociale. In questi paesi alcune donne, poche, parlano anche per le tante che non parlano. Ne abbiamo esempi stupefacenti in scrittrici come Fatima Mernissi in Marocco, Assia Djebar in Algeria, o Nawal Al Sa’dawi in Egitto.

Fatima Mernissi, che condivise il Premio Príncipe de Asturias con un’altra lottatrice, l’americana Susan Sontag, è autrice di numerosi libri, però le basterebbe aver scritto Marocco attraverso le sue donne per occupare il posto che occupa nella letteratura di protesta. Storica e sociologa, afferma che il problema della condizione della donna in Marocco è più politico che religioso, e nel libro citato risponde, mediante una serie di interviste, alle seguenti domande: “Che tipo di donna si nasconde dietro il velo?”; “Come vive la donna che, abbandonata la tradizione degli avi, si azzarda a mostrare il viso?”. Nelle sue pagine si ritrova “il reale in presa diretta”. E il reale, in questo caso, è l’imposizione del silenzio mediante l’ignoranza e la costrizione religiosa, e ciò avviene in maniera così brutale che spaventa.

I problemi che le donne intervistate hanno dovuto affrontare fin da piccole (molte hanno cominciato a lavorare a 5 o 6 anni, strappate alla famiglia e al luogo natio) ruotano intorno a due punti principali: uno è in relazione con il sesso, l’altro con il mondo esterno. E vanno dalla lotta per liberarsi di un matrimonio imposto nell’infanzia alla necessità di lavorare, sia pure in condizioni degradanti, per liberarsi della miseria.

Per quanto riguarda il rapporto di queste donne con l’uomo, la posizione sociale è un fattore molto importante, poiché le situa su livelli diversificati rispetto agli abusi del sesso maschile. Per esempio, una donna chiamata Merien confessa: “Cominciai a informarmi sui mezzi per abortire e me li applicai tutti uno dopo l’altro. Uno dei primi consisteva nel bere il succo di sei limoni con una cucchiaiata di pepe forte”. Un’altra evidenza che risulta dalle pagine di Fatima Mernissi è l’ansia delle giovani marocchine di istruirsi, per liberarsi dalla dipendenza famigliare.

Letterariamente sono molto interessanti le opere dell’algerina Assia Djebar e della egiziana Nawal al Sa’dawi. La prima, di educazione francese, è autrice di intelligenti romanzi nei quali sempre si riflette la condizione della donna e la condizione storica del suo paese. Due di essi, L’amore, la fantasia e Ombra sultana, sono imperniati sulla dualità: il primo alterna un evento storico con uno attuale; il secondo propone due personaggi femminili che rappresentano due diversi stadi della evoluzione culturale. Assia Djebar, che è anche cineasta, rende visiva la sua narrazione come se la pagina fosse uno schermo. Leggendo L’amore, la fantasia si ha l’impressione di vedere le immagini concrete di una tribù massacrata nelle grotte di El Kantara nel 1830, la guerriglia di un secolo dopo, la fidanzata di Ben Kadruma esposta come un idolo carica di gioielli, la danza catartica di una vecchia, il gesto di una donna che riscalda con le mani i piedi di una bambina; mentre in Ombra sultana, l’”Ombra” ci impressiona, è una donna oscura che si rintana in una caverna dove si conservano tutti gli echi, è depositaria della vita ancestrale, si prende cura di bambini piccoli sempre attaccati alla sua gonna, non conosce altro che sottomissione o castigo, e va in giro sempre velata. L’altra, invece, la emancipata, la “Sultana”, se la gode, fa l’amore e fa della sua vita una danza multicolore piena di riflessi felici, sebbene alla fin fine questi risultino essere solo dei miraggi.

Assia Djebar ottenne il Premio della Pace della Fiera del libro di Francoforte nel 2002. In Ombra sultana racconta così il primo rapporto matrimoniale:

Lo stupro: non è questo uno stupro? La gente dice che è tuo marito, tua madre dice: “il tuo padrone, il tuo signore”… Lotti nel letto scoprendo di avere un vigore che non ti conoscevi. Il suo petto ti schiaccia. Ti divincoli, cerchi di toglierti da sotto il suo peso, ti irrigidisci sempre più – braccia spasmodicamente strette al petto – dentro l’abbraccio. […] Chiudi gli occhi, la conclusione si avvicina, ricominci la resistenza. […] Si avvicina il momento in cui dovrai naufragare. Chiudere occhi, orecchie e il fondo del cuore. Colare a picco.

– Non avere paura, piccola! – lui snocciola parole incomprensibili.
È necessario cedere? No, ricordati delle strade, si prolungano in te sotto un sole che ha disperso le nubi […] e così rivedi lo spazio esterno in cui si svolge la tua vita di tutti i giorni. Quando il fallo dell’uomo ti lacera, spada rapida, gridi nel silenzio, nel tuo silenzio: “No! No!” Lotti, lui ti colpisce, cerchi di ritornare in superficie. “Lasciati andare!” sussurra la voce nella tua tempia.
Il fallo continua la sua azione, e la bruciatura si ravviva nell’oscurità che va uccidendo in te le immagini della difesa. Non percepisci altro che uno sciacquio. Il maschio si è staccato, e le tue gambe giacciono inerti.[…] L’uomo è scomparso nel bagno. Quando ritorna ti tira un asciugamano, che rimane sulle tue gambe macchiate.
Vede le mie gambe. E vede il mio sangue. Ha comprato questo diritto..

Di queste tre scrittrici arabe la più impegnata, e anche la più perseguitata, è Nawal al Sa’dawi. Medico, autrice di più di 30 libri, studiosa dei problemi della donna da tutti i punti di vista, cominciò la sua carriera letteraria con Il volto nascosto della donna araba, in cui esponeva alcuni dei casi di cui, come psichiatra e medico di campagna, si era occupata, e rivelava avvelenamenti rituali, aborti, escissioni del clitoride ecc. Lottò contro la povertà, la discriminazione, fu incarcerata, visse in esilio, fu processata per apostasia, e non ha mai cessato di denunciare lucidamente l’ingiustizia, il dolore e la solitudine vissuti dalle donne nei paesi islamici, né di individuare le radici di questa situazione (come faceva Fatima Mernissi) che secondo lei sono più politiche che religiose.

Riuscì a diventare Direttrice Generale della Sanità in Egitto, però poi fu rimossa e incarcerata da Sadat. Fu anche direttrice della Associazione per la solidarietà con la donna araba, che ha un ruolo consultivo presso l’ONU. Inoltre è una grande scrittrice, come provano i suoi romanzi Donna al punto zero e La caduta dell’Iman. Le sue radici arabe fecondate dalla cultura universale producono un frutto insolito, che nelle sue mani si trasforma in autentica maestria. In Donna al punto zero – storia vera e terribile di una prostituta che fu condannata a morte per aver ucciso un magnaccia, narrata con una efficacia che fa rabbrividire – oltre alle interviste di quella donna ci fornisce la testimonianza di tutte le miserie da lei vissute prima di giungere all’unico gesto possibile, quello necessario per liberarsi di una situazione insostenibile. Non meno complesso è il romanzo La caduta dell’Iman, specchio della sua generazione, sconcertante eppur seducente, nel quale il tema dell’Islam e della condizione dell’uomo e della donna nella società islamica sfociano in un altro grande tema, quello della libertà. Questo romanzo, orientale per il colorito e occidentale per la sua modernità, è un capolavoro della narrativa araba contemporanea.

Quando affronta l’argomento della escissione del clitoride, riferendosi alle donne interrogate, le vere messe a tacere, Nawal al Sa’dawi osserva:

…la maggior parte non aveva la minima idea del danno che avevano inflitto loro con la escissione, e addirittura alcune pensavano che era un bene per la loro salute, che le puliva e le “purificava”…

Le interviste si sviluppano in genere nel modo seguente:

– Quanti anni avevi allora?
– Ero ancora una bambina. Avrò avuto sette o otto anni.
– Ricordi anche nei particolari l’operazione?
– Sicuro. Come potrei dimenticarmene?!
– Hai avuto paura?
– Molta. Mi nascosi in cima all’armadio (qualcun’altra può dire sotto il letto, in casa di un vicino), però mi acchiapparono e tremavo tutta mentre mi tenevano.
– Ti ha fatto male?
– Molto. Era come se mi stessero bruciando. Gridai con tutte le mie forze. Mia madre mi teneva la testa in modo tale che non riuscivo neanche a muoverla, mia zia mi bloccava il braccio destro e mia nonna si occupava del sinistro. Due donne, che prima non avevo mai visto, mi impedivano di muovere le gambe e me le tenevano allargate forzando. La “mammana” si sedette fra le due donne con in mano un coltello affilato, e con quello mi tagliò il clitoride. Ero terrorizzata e il dolore che mi straziava fu tanto intenso che perdetti i sensi.
– […] Quando hai scoperto che ti avevano tolto un piccolo organo del tuo corpo, che hai sentito?
– […] Mi dissero che se a una bambina non facevano quello, la gente avrebbe sparlato di lei dicendo che poi non si sarebbe comportata bene e che, arrivata all’età di sposarsi, avrebbe cominciato a correre dietro agli uomini, cosicché nessuno l’avrebbe voluta come moglie […].
– Ci hai creduto a quello che ti dicevano. Ovvio. Il giorno in cui mi ripresi dall’operazione ero molto contenta, sentivo che mi ero liberata di qualcosa di cattivo, mi sentivo pulita e pura. 

Pochi anni fa, venne finalmente sospeso il processo per apostasia che incombeva su Nawal al Sa’dawi, e che la avrebbe lasciata priva di qualsiasi difesa quando aveva più di 70 anni. Aveva corso il rischio di essere espulsa dall’Islam e di rimanere alla mercé dei fanatici, che avrebbero avuto licenza di ucciderla.

Torniamo ora alla poesia, che in virtù del suo valore simbolico non è obbligata a essere così diretta come la prosa, ma può ugualmente fungere da arma. Spostiamoci in Iran e parliamo di Forugh Farrojzad (1935-1967), la prima poetessa iraniana contemporanea, una grande rivoluzionaria anche per ciò che concerne lo stile letterario. Subì l’evoluzione del suo paese in senso contrario: cioè nacque in un’epoca di apertura, al tempo dello Scià Reza, che tentava qualche modernizzazione, costruiva ferrovie, creava scuole miste, imponeva con la forza l’abolizione dello chador, anche se non va dimenticato che incarcerava tutti coloro che considerava nemici, per la maggior parte intellettuali… Nonostante il clima di apertura, nelle famiglie della classe media si seguiva la tradizione, e così Forugh, che insieme a sua sorella Puràn frequentò la scuola mista, subì la ferrea autorità paterna (il padre era un militare di carriera) e quella di una società ancorata al passato. Era ancora una bambina quando lo Scià Reza, in seguito alla occupazione del paese da parte delle truppe inglesi e russe, fu deposto. A 13 anni già  scriveva versi in metri classici. A 15 studiava pittura, si innamorò di un lontano parente che aveva il doppio della sua età, e ottenne il permesso di sposarsi. Dopo la nascita del suo unico figlio cominciò a partecipare alla vita letteraria. Per la particolarità del suo carattere e il suo spirito libero, ben presto cominciò a subire gli attacchi e il rifiuto dell’ambiente letterario fino allora considerato una esclusiva del sesso maschile.

Ha 18 anni quando esce il suo primo libro, Prigioniera, le cui poesie iconoclaste e le cui libere concezioni, in particolare quelle relative al comportamento della donna, si scontrano con la disapprovazione degli accademici. Il libro risulta tanto scandaloso che le autorità religiose fanno arrestare il proprietario della maggior casa editrice dell’Iran che lo aveva pubblicato. Si tratta di versi pieni di vitalità, sconforto amoroso, allegria, recriminazioni, solitudine, abbandono, dubbi, sogni… L’uomo vi appare come orgoglioso, possessivo, infedele, conquistatore… Forugh si sente estranea ai ruoli convenzionali assegnati alla donna, il suo matrimonio si rompe. Divorzia, però il figlio viene affidato al suo ex marito, il quale non le consentirà più alcun contatto con lui. Questa è una ferita da cui lei non si riprenderà mai. Tenta di rientrare in famiglia ma suo padre la scaccia. Nel 1956 esce il suo secondo libro, Il muro, e compie il suo primo viaggio in Europa. In sua assenza si intensificano gli attacchi contro di lei da parte di uomini e donne scandalizzati. Nel 1959 va in Inghilterra a studiare cinema e nel ’62 gira un film sulla colonia di lebbrosi di Tabriz, per il quale ottiene il premio al miglior documentario. In questi anni in Teheran si registra una rinascita delle arti e della poesia e lei ne è una delle figure di spicco. Nel 1964 pubblica Nuova nascita, che i critici segnalano come un punto di svolta nella poesia iraniana moderna. Nel febbraio 1967 si preparava per interpretare il ruolo della protagonista nella Santa Giovanna di George Bernard Shaw, quando, al ritorno in macchina da una visita a sua madre, in un incrocio fu colta da malore e per evitare un veicolo sterzò verso un muro e morì.
Forugh Farrojzad era troppo inquietante per gli intellettuali iraniani, anche prima che cominciasse il regime degli Ayatollah. Era all’avanguardia nello stile di vita come nella scrittura. Introduce in poesia la conversazione, il linguaggio quotidiano, e con la stessa naturalezza adatta ad esso la metrica quantitativa tradizionale e, curiosamente, traduce il conflitto tra uomo e donna in un conflitto di stili.
“La mia esistenza intera è un verso oscuro”, così comincia Nuova nascita. Però, nei fatti, la sua poesia è un tendere verso la luce, verso “l’alba dell’eterno crescere”. La sua morte commosse l’Iran e circolò la voce che si fosse scagliata contro il muro deliberatamente. La poesia Si abbia fede all’inizio della stagione del freddo sembrava predirlo. Allora si disse che, tra i poeti dell’Iran contemporaneo, solo lei era paragonabile al grande Nima. Si disse anche che, dopo Hafez Shirazì, era lei il maggior poeta della letteratura iraniana. Una delle sue poesie che all’epoca costituì un grande scandalo, sebbene dal nostro punto di vista non sia possibile giudicare quanto fosse innovatrice, è la seguente:

MURAGLIE DI FRONTIERA 

Ancora una volta nella notte quieta
crescono come piante
le muraglie di clausura, muraglie di frontiera
per recintare i campi del mio amore 

Ancora una volta i rumori della città
come torbidi banchi di pesci spaventati
emigrano dalla mia riva scura
Ancora una volta le finestre
si aprono al gioioso incontro con i profumi sparsi,
gli alberi, nel giardino addormentato, si denudano della corteccia
e la terra, attraverso i miei pori,
assorbe indistinte particelle di luna.

***

Ora vieni più vicino
e ascolta
i palpiti ossessivi dell’amore
che si propagano
come il tam tam dei tamburi notturni
nel canto tribale del mio corpo

[…]

Io vengo dall’ultimo confine delle brezze
correndo attraverso il rifugio della notte,
e nel rifugio della notte
come una pazza mi abbatto
nelle tue mani con i miei capelli gravidi
regalandoti i fiori tropicali di questa zona verde e calda

[…]

Torna da me
torna all’inizio del mio corpo
al profumato centro del feto
all’istante in cui da te, di te fui creata
torna da me
che sono incompleta di te 

Ora le colombe
volano sulle cime dei miei seni
ora sui boccioli delle mie labbra
si sono posate le fuggitive farfalle dei baci
ora il mihrab1
del mio corpo
è pronto per la preghiera d’amore…

E passiamo da queste donne che lottano a viso aperto e dicono ciò che devono dire rischiando la vita, alle più occulte, alle più costrette al silenzio, cioè alle donne afgane con il corpo interamente coperto dal burka, compresi gli occhi, che nonostante tutto si sono espresse in brevi poesie che impressionano per la loro bellezza, la loro incisività e la libertà interiore che riflettono. Sono ovviamente poesie anonime, affidate all’oralità.

Fino a qualche tempo fa, le donne afgane potevano cantare mentre andavano a prendere l’acqua alla fonte o nelle feste. L’arrivo dei Taliban troncò queste minime libertà, però loro, di nascosto, seguitarono a cantare. Nonostante le misere condizioni di vita e pur essendo in genere analfabete, queste donne hanno mantenuto nella loro società l’arte della poesia per mezzo di componimenti brevi chiamati landay. Si tratta di versi non scritti che non seguono schemi né fanno riferimento ad alcun modello classico, ma conservano l’espressività emblematica delle voci del popolo. Sono semplici ed essenziali, cantano la natura, i boschi, i fiumi, le ore del giorno, o sono imperniati sul motivo della guerra, dell’onore, dell’amore, della morte: sono gridi del cuore, squarci di luce.

Presso i Pastùn, popolo guerriero per antonomasia i cui valori e i cui principi sono quelli della virilità e dell’onore, la donna si occupa del gregge, prepara da mangiare, cuce i vestiti, si occupa della concia delle pelli, irriga i campi, trasporta sulla testa pesanti fardelli… e non si lamenta mai. Tuttavia, pur estremamente sottomessa in apparenza, in realtà pratica la sua rivoluzione attraverso le forme del canto o del suicidio (v.: Sayd Bahodine Majruh,  El suicidio y el canto, Ediciones del Oriente y del Mediterráneo, Guadarrama, 2002). E la poesia, quando viene scoperta, equivale al suicidio.

L’amore della donna, presso i Pastùn, è una colpa grave che viene punita con la morte mediante lapidazione. Per questo motivo, quando una donna canta, i suoi versi sono dedicati all’amante lontano o contengono sarcasmi sull’uomo che non sa amare, e se in essi compare il marito, gli viene riservato l’epiteto di “piccolo orribile”, perché in genere si tratta di un uomo bambino, anche quando vanta una certa età.

 Il “piccolo orribile” non fa nulla, né l’amore né la guerra.
La sera, appena ha la pancia piena, va a letto e russa fino all’alba.

*

Apri una breccia nel muro e baciami la bocca.
Il “piccolo orribile” è muratore e saprà ripararla.

*

Vicino a te sono bella, bocca anelante, braccia aperte.
E tu, come un vigliacco, ti lasci cullare dal sonno.

*

Uno muore dal desiderio di vedermi almeno un istante,
l’altro mi caccia dal letto dicendo che ha sonno.

*

Se non sapevi amare,
perché hai destato il mio cuore che dormiva?

*

Oh, amore, se tremi tanto fra le mie braccia, che farai
quando il cozzare delle spade si trasformerà in mille lampi?

All’amante, invece, si riservano ben altri toni, a volte lo si invita anche a correre rischi:

Dammi la mano, amore mio, e andiamo nei campi
per amarci e cadere insieme sotto le coltellate.

*

Vieni pure crivellato dalle pallottole, amore,
io cucirò le tue ferite e ti darò la mia bocca.

*

Impara a mangiarmi la bocca!
Prima di tutto appoggia le labbra, poi forza dolcemente la linea dei miei denti.

*

Vieni e sii come un fiore sul mio petto,
perché possa rinfrescarti ogni mattina con uno scoppio di risa.

*

Sbrìgati, amore mio, voglio offrirti la mia bocca.
La morte si aggira per il villaggio e potrebbe portarmi via.

*

Amore mio, apri la mia tomba e contempla
la polvere che copre la splendida ebbrezza dei miei occhi.

La donna pastùn si confronta costantemente con la morte, canta il destino del corpo ed esalta il cuore come elemento della realtà fisica. In quanto creatura visceralmente terrestre, per lei la morte è un ritorno agli elementi: polvere, vento, erba, acqua, fuoco. Né l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’esercito sovietico, né i massacri e le deportazioni successive, né i Taliban sono riusciti a sradicare la sua necessità di poesia.

                                                                       (Traduz. di Franco Tagliafierro)

 

 

[1]Il miḥrāb è la nicchia che, all’interno di una moschea o di un edificio, indica la direzione della Mecca dove si trova la Kaʿba.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un episodio della Resistenza scoperto da Mauro Fiorini

di Franco Tagliafierro

Mauro Fiorini è un ricercatore dell’Istituto di Astrofisica Spaziale e Fisica Cosmica di Milano, è cultore di storia militare e autore di saggi su problemi tecnici degli armamenti pubblicati su riviste specializzate. Mentre effettuava una ricerca sugli aerosiluranti si è imbattuto nel documento di cui diamo la trascrizione, che rivela un episodio di “resistenza” al fascismo da parte di un gruppo di giovani della Lombardia, che andavano a presentarsi al distretto di Varese per essere arruolati in ottemperanza al “Bando Graziani” emanato dalla Repubblica Sociale Italiana nel novembre 1943. Si tratta di una resistenza disarmata, che potremmo definire goliardica, ma non ingenua, tanto è vero che gli 85 giovani si sottomettono tutti indistintamente al castigo senza dare ai militi fascisti la soddisfazione di individuare la “minoranza” antifascista.  Continua la lettura di Un episodio della Resistenza scoperto da Mauro Fiorini

Manuel Martinez Forega, Sei poesie

Traduzione di Franco Tagliafierro e Elisa Sanchez-Casas

Continua la lettura di Manuel Martinez Forega, Sei poesie