Sugli equivoci del buonismo di fine Novecento

Sarajevo febbraio 1994. L’hotel Holiday Inn, frequentato dalla stampa internazionale

Colognom. Eventi e documenti (1)

di Ennio Abate

Ripubblico – per ora nell’ordine in cui li rileggo e li recupero – un’antologia degli scritti riferiti alla vita sociale, politica e culturale di Cologno Monzese, dove – come detto – abito dal 1964. Questa lunghissima riflessione – ( e non me ne scuso affatto) – su scrittura e guerra è del 1998.

samizdat colognom
n.5, settembre 1998
foglio semiclandestino di critiche solitarie e stonate

“La scrittura e la guerra”: ninna nanna e requiem su Sarajevo

ovvero gli equivoci del buonismo fin de siècle

Giovedì 17 settembre a Villa Casati un folto pubblico ha ascoltato Miljencko Jergovic e Erri De Luca, presentati da Nicole Janigro sul tema La scrittura e la guerra. Sponsor: Comune di Cologno Monzese – Biblioteca civica. Adesione di “Coordinamento per la pace e la solidarietà fra i popoli” di Cologno.

Gli autori – recitava il pieghevole – erano i rappresentanti di una «scrittura che si misura con l’orrore» e non si sottrae all’«impossibile compito di dire l’indicibile» (della guerra in ex- Jugoslavia).

Che delusione, che serata sprecata! E che rabbia!

Sono rintoccate a morto le solite campane della fine delle ideologie e della politica (De Luca). L’impegno degli scrittori di fronte alla guerra è stato ridotto ad autoterapia, a «destino» (Jergovic) o a volontariato testimoniale (De Luca). E la guerra – la maledetta guerra – si è dissolta in nuvola immateriale, impalpabile come quella di Cernobyl. Persino una (comoda) citazione di Tolstoj (da parte della Janigro) è servita a glissare sulle domande che oggi servono: quelle “ingenue”, “terra terra”, “ovvie”, “superate”.

Messaggi della serata in sintesi non troppo caricaturale: inchiniamoci al Mistero di questa fin de siècle; scriviamo anche durante le guerre, così ci consoliamo da soli (autoterapia) e conserviamo la «fede nella civiltà»; gli intellettuali, invece di restare a casa, facciano un po’ di volontariato (a tempo determinato, magari durante le vacanze) a favore dei disperati dell’Est o del Terzo mondo. E… aspettiamo tutti la New Age.

Di questi tempi – lo so – è difficile azzittire questa dolciastra ninna nanna o i disperati requiem su Sarajevo (o su altri tragici luoghi che fanno capolino sui mass media) con cori focosi o travolgenti (che so: dell’Internazionale per i laici o del Dies irae per i credenti). Sono obbligato ad un a solo – spaesato, stridente (dodecafonico?) – di obiezioni e indignazioni (ragionate). Vi prego, non fischiatemi subito!

  • Basta con l’antintellettualismo da e per intellettuali.

Produce – è il caso di dirlo – un ipocrita religioso silenzio nel pubblico complice (intellettuale, ovvio! chi non è intellettuale oggi?) sulla guerra e sugli orrori nostrani e mondiali invece che discussione. Che brutto segno. Una volta ci parlavamo addosso ben asserragliati nelle ideologie? Oggi ci taciamo addosso. Aumenta la poltiglia di cuoricini “di sinistra” delusi e pentiti. E si sentono in giro solo giaculatorie cattoliche sul Male che devasta questa Valle (globalizzata) di lacrime. Da questo buonismo bisogna tirarsi fuori (almeno col pensiero!) ad ogni costo.

Siamo in un paese che ha avuto Dante, Machiavelli, Giordano Bruno, Gramsci, eccetera. Possiamo continuare con questa solfa piagnucolosa?

  • Gli intellettuali (italiani), invece di andare a Sarajevo assediata (a fare cosa?), sono rimasti a casa (a fare cosa?).

E’ un rimprovero serio? E va rivolto solo agli intellettuali (di professione)?

La critica vera da fare agli intellettuali, prestigiosi o meno (Bobbio in primis), e al popolo (anche “di sinistra”) è di aver in massa sostenuto con idee e con voto le guerre giuste e i maneggi dei Potenti del Nord contro gli ex-Potenti dell’Est o meno Potenti del Sud che assieme se ne fregano dei rispettivi popoli. Andare o no a Sarajevo è stato significativo sul piano simbolico ma irrilevante sul piano pratico.

La guerra in Bosnia è stata frutto di scelte, azzardate o meditate, della Germania, del Vaticano, dell’Europa, degli Usa. Tali scelte hanno determinato in gran parte gli eventi lì e i non-eventi di qui. Non bastava andare sul posto. E infatti non è bastato. Non è questione di coraggio o di fifa o di «etica» (eufemismo ipocrita di chi abbandona la politica ai “politici” e concede l’”etica” ai preti o agli “intellettuali”).

E’ mancato o è stato scoraggiato e impedito un reale impegno politico di sedentari e nomadi, di emotivi e riflessivi, di audaci e prudenti contro questa ed altre guerre. Se a quella nel Golfo Persico si aderì addirittura perché «giusta», per quella in ex-Jugoslavia ci si è messa la coscienza (e il portafoglio) a posto sostenendo cautamente solo la benemerita, ma per forza di circostanze, ambigua – (dirò poi perché) – azione simbolica del volontariato.

  • Le guerre scoppiano sulla base di un insieme di ragioni indagabili, anche se mai completamente. Le cause dei loro orrori non sono tutte «indicibili». Ma il contributo dato da intellettuali, partiti, sindacati, ecc. per far emergere almeno le cause in modo da usarle politicamente contro i responsabili ben individuati della guerra in ex-Jugoslavia è stato quasi zero.

Una ricerca del genere è stata evitata. O tenuta ai margini. O condotta in modo reticente. O dichiarata impossibile. Interrogarsi sulla guerra ad alcuni è parso una scorciatoia da fifoni o chiacchiera poco generosa. Altri hanno rispolverato la paralizzante idea che le azioni umane sono volute dal Destino o resteranno inevitabilmente incomprensibili alla “presuntuosa” Ragione. Al coro liberal dei Bobbio, da noi, si ’è associato gran parte del popolo. Al coro del Papa e della Chiesa cattolica – che ha almeno avuto il merito di dire no a parole alla guerra – si associano anche De Luca, quando afferma che le guerre non si fermano,i Janigro con la citazione-tappabuchi di Tolstojii e il giovane Jergovic.

Tutti e tre non «si misurano» con la guerra endemica per i popoli sottosviluppati, con lo scandaloso godimento differenziato e “da privilegiati” del benessere da Mercato da parte dei soli gruppi sociali protetti dei Paesi del Nord. E già, essi si misurano col Destino, il Mistero, l’Indicibile! E così nessuno ci chiarirà le oscurità dicibili della storia contemporanea e combatterà le menzogne continuamente dette della guerra giusta e della pace ideale.

  • Lo scrittore impegnato oggi questo dovrebbe spiegarci anche con la forza dell’arte.

Lascio perdere i giganti di un passato storico attualmente ignorato o manipolato (Sartre ai tempi della guerra in Algeria; Orwell durante la guerra civile di Spagna; eccetera) e tutta una tradizione che almeno pensava la guerra nella sua crudezza storica, magari come “prosecuzione della politica con altri mezzi” (Clausewitz), e – sbagliando o indovinando – indicava i responsabili, i “nemici” da contrastare.

Altri tempi! D’accordo. Siamo nani post-comunisti, post-moderni, post-quel che volete. Ma anche da nani si può pensare senza ipocrisie e accorgersi dei limiti minimalisti dell’impegno, com’è oggi proposto: la scrittura impegnata è ridotta a autoterapia; il volontariato (degli «italiani del Nord»: precisazione sintomatica di De Luca!) contro (o nella?) guerra in ex-Jugoslavia è protetto e azzoppato in partenza.

Mi spiego:

Una parte della scrittura (o letteratura) anche del ‘900 ha avuto una funzione pubblica, sociale, etica e politica e l’ha svolta prima o accanto o mai separatamente da quella autoterapeutica o estetica (pure innegabili). Si pensi a Brecht.

Lo scrittore impegnato non si è mai vietato di indagare anche intellettualmente (altro che ideologicamente!) la guerra. Non si è ridotto – per paura dei feticci dell’ideologia o della partigianeria – a semplice testimone di quel che gli passava sotto il naso o a tenerla «per così dire sullo sfondo».

Ben vengano i mille diari della scrittura auto-terapeutica: chi è stato murato dai potenti e dai loro seguaci nei mille ghetti e prigioni e manicomi e bassifondi e ha scritto per resistere, per testimoniare – sgrammaticato o ripetitivo, inelegante o ossessivo – andrebbe pubblicato e fatto conoscere più di quanto i padroni delle case editrici permettano.

Ma la scrittura di chi gode oggi i “privilegi” della cosiddetta democrazia non è sottoposta a queste limitazioni da medioevo oscurantista o stalinista; e va giudicata a tutto campo. Non ci si può accontentare che sia autoterapeutica o bella. In prevalenza quella sfornata “in democrazia” se ne strabatte di ogni impegno. Campa sull’intrattenimento [del cuore, della lingua (del gioco linguistico), del ventre].

Jergovic e De Luca non sono di questa spregevole o svagata truppa. Ma l’enfasi del primo sulla «scrittura come destino» o «senza nemico», «senza ideologia», senza «lo sciovinismo dei padri» e quella del secondo di «testimonianza» in pose bibliche sui malanni contemporanei divagano lo stesso dal nocciolo duro, con cui dovrebbero o dicono di confrontarsi: la guerra, il potere, le possibilità di libertà umana. La loro è una scrittura autocastigata, non esercitata in tutta la sua pienezza. 

Essi non credono alla «letteratura che ha intenzione di fare il bene» o che abbia «un’utilità pratica», antichi vizi degli ingenui scrittori neorealisti? D’accordissimo. Non ci vogliono più parlare di ideologie? Ma chi glielo chiede?

Ci parlino, però, di tutto col massimo di libertà. Non si chiudano, ad esempio, nei ghetti per uomini colti di questa fine del secolo: nella metafisica heideggeriana del Destino o nell’atemporalità sacrale della Bibbia. Siano umani fino in fondo. Dopotutto anche Cristo fece (o fu soltanto?) l’uomo (un brav’uomo!). E, da lettori o scrittori, risparmiamoci tutti la retorica “corporativa” sulla scrittura e sul libro, che a Sarajevo avrebbero «salvato» la vita a tanti e trasformato «un popolo di assediati in un popolo di poeti».

Non sono stati soltanto i libri (bruciati giustamente per scaldarsi), questi oggetti cari agli scrittori e ai lettori, a “salvare” gli abitanti di Sarajevo, ma anche le mutande, gli scarponi, i preservativi, eccetera. Benemerito – in questo clima culturale dematerializzato – sarebbe scrivere su la guerra e la maglieria o la guerra e la calzatura, eccetera. E anche su la guerra e i militari o la guerra e le banche o la guerra e i mercanti d’armi.
Chissà quante illusioni buoniste cadrebbero di botto. La scrittura non sarebbe immediatamente
utile come un cacciavite o una pinza, ma più vera sì!).

  • Per finire, è insopportabile l’apologia (interessata o disinteressata) del volontariato odierno supplente (dello Stato, degli intellettuali, dei partiti, del popolo e via seguitando).

Sospetto di uno Stato che non tollera supplenze (che so: nella ripartizione salari-profitti o del reddito) ma volentieri si lascia supplire su questioni sociali fondamentali o scomode. Una tale (settoriale e limitata) supplenza (del resto controllata) gli permette di dedicarsi meglio ad intrighi ad alto livello alle spalle di elettori e popoli.

Sospetto dell’ambiguità di questo volontariato eternamente supplente e dello stesso principio che l’ispira: la carità “cristiana” (meglio cattolica).

Cari amici cattolici – dichiarati o di fatt – , non illudetevi troppo sull’amore che vi ispira. La vostra solidarietà scende a patti con le esigenze dei Potenti; ed è ispirata anche da quelle. I vostri aiuti umanitari non sono doni gratuiti e disinteressati. Anzi riconfermano e stabilizzano la superiorità di chi dà e l’inferiorità di chi li riceve. Non scandalizzatevi. Non sono il solo a dirlo:

… è il cristianesimo a introdurre il dare senza prezzo, il dividere il pane con l’altro, che è come dividerlo con Dio..[mentre la modernità] non conosce amore e comincia a non conoscere più diritti, e quando toglie di mezzo i diritti non gli resta che affidare la solidarietà ai volontari, che non disturbano il sistema e hanno tempo al posto di chi, dovendo produrre per vendere o acquistare e vendere senza produrre, non ne ha… i volontari sono il meglio, il meno lontano dal gratuito, che abbiamo. Ma è poi così positivo il gratuito?… Il gratuito.. non produce legame sociale. Lo scambio è legame sociale, e finisce che senza scambio non ci sarebbe legame sociale. Ci risiamo col dare per avere…E se si avesse secondo i bisogni invece che secondo quel che dai? Santo cielo, risalterebbe fuori il comunismo che proprio non si può far circolare neanche a Montegiove.iii

(R. Rossanda, Gratuità a Montegiove, il manifesto 19 agosto 1998)

Mi sento, allora, di urlare con fraterna rabbia: non contro il volontariato, ma contro quest’autolimitazione dell’idea stessa di volontariato e di impegnoLe energie messe in campo dal volontariato sono un centesimo di quello che lo Stato potrebbe mettere in campo. Si può accettare questa limitazione?

Inoltre, questo volontariato protetto e azzoppato è certo «il meglio, il meno lontano dal gratuito», ma tollera che il suo operato venga sbandierato come unico esempio possibile di solidarietà e umanità. L’eccesso di valore attribuito ai pochi e bravi volontari, impregnati di falsa prudenza e acquattati sotto l’ombrello del potente buono (la Chiesa, l’Onu) contro il potente cattivo di turno, oscura la possibilità di un volontariato autonomo, completo e di tanti.

La Diga Democratica che è stata costruita in un secolo di lotte sociali per affermare i bisogni negati dei molti fa acque da mille fori. Il volontario tappa alcuni buchi ma contemporaneamente, in alto, i Potenti Custodi della diga ne aprono cento. Proporsi di impedirgli di continuare a danneggiarci non è megalomania.

Ci hanno e ci abbiamo provato già in passato – dice lo scrittore De Luca mentre lo scrittore Jergovic vuole solo dimenticare «le conseguenze della politica di quei padri [comunisti]» – ma non ci siamo riusciti. Anzi agli orrori del capitalismo si sono aggiunti gli orrori del comunismo. Non possiamo fermare le guerre odierne, non possiamo fermare lo Stato (o gli Stati). Anzi gli Stati nazionali – poveretti! – sono in crisi e asserviti a Potenze Superiori.

Meglio alleviare la piaga del prossimo raggiungibile invece di illudersi con una politica “utopica” e testimoniare cristianamente (meglio: cattolicamente) l’impotenza umana. Ora – se non ci restasse che testimoniare – facciamolo in modo da sfuggire i rischi delle ninne nanne e dei requiem. Teniamoci all’altezza delle nostre tragedie.

Un consiglio allora a scrittori e lettori: Ernst Bloch, IL PRINCIPIO SPERANZA.iv (Avvertenza per il pubblico giovane: Bloch non può venire a Cologno, né partecipare a festival di letteratura, né firmare autografi.)

Cologno Monzese 22 settembre 1998

Note

i Per De Luca le guerre non si fermano. La rivoluzione russa non fermò la prima guerra mondiale? Sì, ma – lui subito obietta – poi è seguita la guerra civile, lo stalinismo, i gulag.  Ecco il catastrofismo a senso unico dei buonisti.

ii Ragionare sulle guerre fino ad esaurimento! Dire tutto il dicibile e tentare, se possibile, di scavare nell’indicibile! Ma occultare o sorvolare sul dicibile e schiacciare le domandine fastidiose con il richiamo all’Indicibile! Lasciamolo fare ai preti. Meglio: le cose che alla fine delle nostre accanite indagini risultassero indicibili lasciamole ai posteri tranquillamente o che se le smazzi Dio o la Fortuna. Machiavelli a quest’ultima lasciava il 50%.. Noi umani alla fine del tremendo ‘900 accontentiamoci pure del 5-10% -tiè!- rispondendo ad altri umani (se vogliamo restare un po’ umani o diventarlo un pizzico in più!).

iii E’ un convento dei camaldolesi «dove cristiani ed ebrei di varia dottrina discutono con alcuni non credenti»

iv Dalla quarta di copertina:« è senza dubbio una delle imprese filosofiche più ambiziose del Novecento: un secolo sorto sotto il segno di un’immotivata fede nell’onnipotenza dei progetti globali della storia, che si chiude nella percezione disincantata di un futuro imprevedibile e non programmabile. Contrapposto all’attualità e all’ideologia della “fine della storia”, Il principio speranza -… risulta oggi audacemente inattuale ma ricchissimo di suggestioni su temi sempre aperti.. Bloch esplora la dimensione utopica del pensiero… oltre il “principio del piacere” delle vecchie utopie, ma anche oltre il “principio di realtà” inteso come passiva accettazione del già-dato..»

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