di Ennio Abate
*Per chi vuol ragionare sul significato politico dei fatti di Torino (manifestazione contro la chiusura del centro sociale Askatasuna)
Consiglio la lettura dell’ottimo articolo di Ida Dominijanni, che indica bene quattro punti su cui avere chiare le idee:
1. siamo «in un mondo che la violenza la eroga in dosi massicce dall’alto del potere costituito»;
2. non possiamo ridurci a «ribadire l’ovvio di fronte a una scena che si ripete stancamente uguale non so se dagli anni Settanta o da Genova 2001»;
3. è urgente conoscere e imparare a resistere alle nuove «tecnologie di controllo, sorveglianza e spionaggio che da uno scenario di guerra come quello [di Gaza] si [stanno trasferendo] anche agli scenari di pace»;
4. è importante non lasciarsi affascinare dal mito ambiguo dei black bloc, legato ad un passato che non c’è più, perché di fronte a dominatori mutati e alle loro nuove tecniche di dominio «le violazioni da pensare e da praticare» sono altre (e, aggiungerei, in forme tutte da definire).
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Ida Dominijanni (PAGINA FB)
GAZA MINNEAPOLIS TORINO
Ovviamente le cose, a Torino, sono andate in modo diverso da come ce le stanno raccontando: leggere la testimonianza diretta di @Rita Rapisardi sul suo profilo per avere un po’ più chiara la dinamica. Ovviamente le cose che stanno dicendo i vari Crosetto, Salvini, Meloni e sciacalli vari sono irricevibili, dal paragone dei centri sociali con le Br all’accusa di complicità con i violenti di tutta la sinistra e segnatamente dei soliti cattIivi maestri intellettuali di sinistra. Ovviamente le cose che dice la sinistra ufficiale, che dai violenti prende doverosamente le distanze, sono condivisibili, ma solo fino a un certo punto, perché nessuno e nessuna osa prendere il coro per le corna e dire l’unica cosa che andrebbe detta, e cioè che la deriva verso la violenza, in forme varie che vanno dalla violenza politica a quella quotidiana spicciola, è una deriva inarrestabile in un mondo che la violenza la eroga in dosi massicce dall’alto del potere costituito, sotto forma di bombe, deportazioni, esecuzioni per strada, effrazioni della legge di ogni tipo, repressione del dissenso, disuguaglianze inaccettabili (sono violente anche quelle, sì) e via dicendo. Ovviamente da domani staremo peggio di ieri, perché il governo inqualificabile che abbiamo, fatto da gente che a proposito di violenza fa da sponda in parlamento a quei gentiluomini di Casa Pound e a generali pronti a tutto come Vannacci, sta già saltando sui fatti di Torino per innescare un’altra stretta repressiva contro chiunque osi manifestare pacificamente e per dare un’altra patente di impunità a chiunque indossi una divisa.
Lo scopo di questo post però non è quello di ribadire l’ovvio di fronte a una scena che si ripete stancamente uguale non so se dagli anni Settanta o da Genova 2001. Vorrebbe essere piuttosto un invito ad allungare lo sguardo un po’ più in là, e a chiedersi se e quanto ci serva, il ripetersi di questa scena, in un mondo e sotto un potere che stanno cambiando vorticosamente e fuori da ogni nostra possibilità di controllo.
Pochi mesi fa, di fronte al genocidio in corso in Palestina, scrivevo qui e altrove che Gaza ci riguardava direttamente, non solo per ragioni di solidarietà con i Palestinesi ma in quanto laboratorio di tecnologie di controllo, sorveglianza e spionaggio che da uno scenario di guerra come quello si sarebbero presto trasferite anche agli scenari di pace, trasformandoli in scenari di guerra civile più o meno latente. Che è esattamente quello che è accaduto e sta accadendo adesso nel laboratorio di Minneapolis. Dove non ci sono “solo” le esecuzioni sommarie dell’ICI. C’è la sperimentazione, documentata e comprovata dal Washington Post e dal NYT oltre che dal lavoro coraggioso di molti giornalisti indipendenti tra i quali Luca Celada, di tecnologie di profilazione e sorveglianza in parte importate, guarda un po’, da Israele e targate Paragon, in parte approntate negli stessi Usa e targate Palantir. Queste tecnologie servono a individuare uno per uno, attraverso la raccolta e l’aggregazione di dati sensibili, non solo gli immigrati più o meno irregolari ma anche i dissidenti, in atto o potenziali (quelli cioè che magari non hanno mai fatto niente di male o di strano, ma che in base al calcolo predittivo potrebbero diventare dei pericolosi “terroristi interni”). E’ uno scenario da incubo, confermato nella sua valenza programmatica e strategica dalla mossa truffaldina di Trump di offrire al governo a lui ostile del Minnesota un passo indietro dell’ICI in cambio della consegna delle liste elettorali, ovvero di nuovi dati da usare per sorvegliare e punire. Questo è lo stato della democrazia in America, e questo – mettete in fila i puntini per favore, a partire dalla parola d’ordine della “remigrazione” e dal furore repressivo del dissenso che impazzano di qua e di là dall’Atlantico – sarà fra poco lo stato della democrazia anche in Europa se non ci inventiamo degli antidoti potenti.
Quelli e quelle resistono a Trump a Minneapolis, lo ha documentato ieri un’ottima puntata di In mezz’ora su Rai 3 (purtroppo funestata dalla partecipazione di Marco Minniti e dalla sua predicazione dell’equazione “sicurezza=libertà”), non vanno alle manifestazioni per riempire di botte qualche agente. Si stanno invece per l’appunto inventando degli antidoti, cioè delle pratiche in grado di intercettare e depistare le tecnologie della sorveglianza in possesso dell’ICI. Non sono pratiche semplici: richiedono molta dimestichezza dei dispositivi digitali, molta destrezza nel clandestinizzarsi (sissignore) per sfuggire al controllo, molta disciplina e organizzazione, molta conoscenza del territorio e della mappa cittadina eccetera eccetera. Naturalmente siamo ben lontani dal sabotaggio del sistema, ma intanto sono pratiche di resistenza e sottrazioni efficaci su scala urbana.
Io credo che sia la direzione giusta da prendere. Di fronte a un potere che sta cambiando configurazione, anzi l’ha già cambiata, e che è ormai un tecnopotere in grado di controllarci uno per uno e una per una, i blocchi neri non servono a niente. Appartengono a un mondo che non c’è più, quello delle zone rosse da violare di vent’anni fa che sembrano cento. Sono altre, adesso, le violazioni da pensare e da praticare.

SEGNALAZIONE
Peter Freeman (pagina FB)
E siamo al decreto che introduce il “fermo preventivo”. Si discute nella maggioranza se farlo di 12 ore (Piantedosi) o di 48 come invece vorrebbe Salvini. Lì comunque si va a finire.
Come funziona? Ti porto in questura prima di un evento ritenuto a rischio e ti tengo lì rinchiuso. E siccome è un provvedimento amministrativo e non un atto giudiziario si procede spediti, senza dover rendere conto a chicchessia.
Questo è quello che voleva questo governo, che è un “worst case” almeno all’interno dell’Unione europea (in compagnia dell’Ungheria di Orban).
Non ci vuol molto per comprendere la natura politica di questo governo, è sufficiente mettere in fila atti e dichiarazioni. Abbiamo persino Meloni che indica ai magistrati chiamati a indagare sugli scontri di Torino quali figure di reato contestare (tentato omicidio); ma guai se ti scappa di dire che il governo sta facendo di tutto, tra leggi, decreti e riforme costituzionali, per sottomettere il potere giudiziario.
Fermo preventivo, siamo qui. Torino è un pretesto servito su un vassoio d’argento.
E su questo, su Torino, lasciatemi dire una cosa. Gli spezzoni violenti esistono da sempre. Pensano e agiscono seguendo una logica propria, una logica che cerca il confronto fisico, l’assalto alle zone rosse – al mio via scateniamo l’inferno. Non è nemmeno una logica militare perché questa presuppone un armamento che qui è del tutto sproporzionato: dall’altra parte si spara, non sempre ma capita, e c’è sempre più voglia di farlo.
Ogni tanto leggo che qualcuno invoca i servizi d’ordine, che erano una forma di monopolio nell’esercizio della forza antagonista. Richiamarli in vita significa ancora una volta volgersi a un passato che è bene consegnare definitivamente alla storiografia, e questo lo dico per averne pienamente fatto parte. Organizziamo qualcos’altro che non sia la pretesa di monopolizzare l’uso della forza. Non ci sono più zone rosse da espugnare per qualche effimero momento, ci sono corpi, diritti e libertà da difendere.
SEGNALAZIONE
LUCA CASARINI
Calma e sangue freddo.
Serve un argine democratico
Se come sembra passerà questo ennesimo decreto sicurezza, saranno introdotti gli arresti preventivi di oppositori politici, e la polizia godrà di immunità ( scudo penale). Spero che tutti si rendano conto di cosa questo possa significare. Non abbiamo mai conquistato in questo paese nemmeno la possibilità di avere i codici identificativi sui caschi, nemmeno dopo Genova. Immaginatevi il messaggio che arriva a chi ha in dotazione “il monopolio dell’uso della forza” con la rassicurazione dell’immunita’ legale. Ma è la strada imboccata da questo governo e in piena sintonia con una tendenza generale della sua parte politica globale.
Non mi soffermo su ciò che accadrà alle navi del soccorso civile in mare, anch’esse nel mirino per chi trasportano dopo un soccorso, che secondo il decreto potrà essere prelevato da bordo e deportato in un centro di detenzione, anche in Albania.
Ma se si mettono insieme queste cose con il referendum sulla giustizia che altro non può essere, al di là del merito e in queste circostanze, che un tentativo di dare un colpo ai giudici che osano contraddire il governo, e con il premierato, ne esce un quadro chiaro: la “democrazia minima”, il progressivo scivolamento verso lo stato di polizia, la guerra interna permanente come condizione per giustificare leggi speciali che conferiscono pieni poteri a chi governa.
Io credo che oggi dobbiamo tutti concentrarci su questo: serve un argine democratico consapevole della posta in gioco, e solido nelle sue convinzioni. Che si prepari a reggere una situazione senza precedenti in materia di violazione dei diritti civili ed umani. La violenza esercitata attraverso il monopolio dell’uso della forza, e’ e sarà il tratto distintivo di una occupazione militare della sfera civile, operata in nome della “sicurezza”. Il proposito di attaccate militarmente le esperienze di comunità a partire dai centri sociali, non è che l’inizio. La rete di associazioni solidali, di mutuo soccorso, e anche di riprogettazione urbana incentrata sull’accoglienza e sulla creazione di servizi sociali dal basso, e’ la ragione più ampia di questo tentativo disciplinare violento. Le città amministrate da giunte disponibili a dialogare con queste esperienze, sono un target anche perché inquadrate dal governo centrale come competitor elettorali.
La “re-migrazione”, che già abbiamo definito come l’anello di saldatura europeo e transatlantico dell’Internazionale nera del suprematismo bianco, avrà la sua costituzione formale e materiale. Formale come una campagna per l’approvazione di una legge di iniziativa popolare dalla componente xenofoba e razzista della maggioranza, “costituzione materiale” nell’azione governativa concreta, retate sulla base del colore della pelle (racial profiling come già denunciato dal Consiglio d’Europa), deportazioni, internamenti in campi di detenzione sparsi sul territorio nazionale e in enclave costituite all’estero. In migranti sono un paradigma. Quello che è fatto a loro, sarà fatto a noi.
La diserzione dalla guerra civile, la costruzione creativa e generativa della disobbedienza sociale al deserto militarizzato che persegue il governo, sono temi in discussione. Il “come fare” non può prescindere dal “come si legge” ciò che abbiamo difronte. Ma l’argine democratico ci vuole a prescindere. Sempre e’ sbagliato dare l’immunità ai corpi di polizia. Sempre sono sbagliati i processi sommari. Sempre sono da contrastare le derive autoritarie che impongono lo stato di polizia. Sempre bisogna battersi perché anche i “colpevoli” in uno stato di diritto, abbiano dei diritti e delle garanzie. Perché gli arrestati non siano riempiti di botte nelle caserme. Perché i manifestanti non siano massacrati nelle piazze. Sempre bisogna rifiutare l’idea che gli esseri umani possano essere trattati come rifiuti, come scarti. L’argine democratico, sia dalle istituzioni che dalla società civile o dalla Chiesa, questo dovrebbe soprattutto fare. A prescindere.
(Stralcio da https://www.facebook.com/luca.casarini.54/posts/pfbid02xaHGUKkHKC9skf3CiGFyxcZ3DQEHKMaqtiyvZJcqR6j4CnkNNoN3ZhHjuWeVgm3dl)
Quello che vediamo è l’eliminazione dell’informazione (come ultimamente nel caso Iran, dove le succursali CIA hanno tenuto banco) e la sostituzione con la propaganda, di cui le cronache di Torino fan parte. E la prima delle cose da fare è diffondere controinformazione: in fondo per Piazza Fontana non è stato così?
SEGNALAZIONE
Intifada a Torino
3 Febbraio 2026
Di Sergio Fontegher Bologna
Stralcio:
Nel campo di coloro che si erano decisi a scendere in piazza prima per la Palestina e poi anche per Askatasuna, e a maggior ragione nel campo cosiddetto “antagonista”, non sembra regnare chiarezza, perché ormai le due culture del conflitto, quella della ricomposizione e quella che ha come modello l’intifada non riescono a convivere. La forma del conflitto, la forma della protesta di piazza, corrispondono sempre a una determinata cultura e ci sembra di poter dire che l’intifada non prevede un processo di crescita né ha orizzonti di vittoria. È una testimonianza, un urlo di rabbia e di dolore. L’intifada importata poi, sradicata dal contesto palestinese, è ancora più spoglia di visione strategica, sia pure di brevissimo termine. Ma rientra in problematiche che i movimenti rivoluzionari conoscono da decenni, almeno dagli Anni Sessanta, si pensi alla “teoria dei fuochi” di un certo guevarismo rispetto a una lotta di popolo di lunga durata. Per questo l’intifada importata non si può liquidare con il termine di provocazione, anche se la provocazione fa parte del gioco. È qualcosa che le proteste di piazza si porteranno dietro ancora a lungo. Perché le proteste, malgrado l’aumento della pressione repressiva, continueranno. Per la semplice ragione che questo Paese slitta verso l’abisso come le case di Niscemi. E il governo Meloni non è in grado di fermare la crisi
(da https://www.officinaprimomaggio.eu/intifada-a-torino/?fbclid=IwY2xjawPuzBFleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEe9e1IGr1SEPkxbcLQXMVkniKZMrzth0rX6RS1T3efMT85-68c191PQYk1cTw_aem_7zxgn_MJJr2cxiCHZuS8QA)
Tutto giusto ma…si dimentica l’Ufficio Affari Riservati.
A suo tempo il buon Amato aveva infiltrati -per spionaggio ma non solo- in tutti i gruppi della sinistra extraparlamentare; e aveva anche creato..come seppi dopo..una organizzazione vera e proria, i nazimaoisti, per le operazioni più cruente (al famoso comizio con cacciata di Lama a Roma c’erano anche loro, ed ebbero la meglio sul servizio d’ordine della CGIL grazie all’esibizione di parecchie pistole).
E fino ad oggi, in tutte le occasioni che contano, gli infiltrati dei vari uffici delle varie polizie sono sempre presenti.
A Torino in un video si vedono i manifestanti ‘normali’ che indicano un gruppo di incappucciati che si sta imbucando e dicono:’ecco gli infiltrato’.
Erano solo loro? No, ma la regia di fatto sì.
Al resto han pensato i soliti pennivenduti del Bollettino Parrocchiale Unificato gonfiando a dismisura le violenze dei manifestanti e ignorando le altre.