Un mondo di mondi

 La storia globale e i problemi del nostro tempo

Intervista di Alberto Deambrogio a Giorgio Riolo

Il libro che tu e Massimiliano Lepratti avete scritto si può per molti versi considerare “inattuale”. In un tempo come il nostro, caratterizzato da forti tensioni populiste, sovraniste e per altri versi piegato a un presente eterno da gestire tecnocraticamente, voi fate una scelta nettamente eccentrica, che si annuncia fin dal doppio esergo affidato ad Edgar Morin e Fernand Braudel: sguardo critico, globale, sistemico, attento alla complessità degli intrecci. Vuoi spiegarci perché è utile oggi ripercorrere la storia dell’umanità attraverso una precisa scelta metodologica e storiografica, che riprenda il lascito di intellettuali come appunto Braudel o Wallerstein, Arrighi, Frank, Amin, Wolf?

 Questo libro nasce dal desiderio di dare un contributo alla cultura critica e alternativa al corso dominante nel mondo contemporaneo. Tanto più necessaria oggi. Nella buona divulgazione della storia, in primo luogo, e, in secondo luogo, nel contrastare le concezioni dominanti nel nostro tempo. Essendo culture e subculture fortemente impegnate a mostrare che questo è “il migliore dei mondi possibili”, che “c’è stata storia, ma ora non più” (Marx). Il presente come ultimo stadio dell’evoluzione umana e pertanto reso eterno. Insomma, un libro che mira a contrastare la filosofia complessiva del neoliberismo e della globalizzazione capitalistica.

È un tentativo nella direzione della critica radicale dell’eurocentrismo, dell’occidentalocentrismo, del pregiudizio  della “superiorità bianca”, anche a sinistra, dell’economicismo e del determinismo.

Le culture che hanno contribuito a formarci agiscono sempre. Il nostro vecchio terzomondismo, allora, tra fine anni sessanta e anni settanta, da palingenesi netta, da salvezza nostra attesa dal Sud del mondo, oggi, riveduto e corretto, agisce ancora, a mio parere efficacemente. E allora si guadagna una giusta visione della storia globale, delle dinamiche Nord-Sud, centri-periferie, degli apporti delle altre culture, delle altre civiltà, degli altri continenti. Si tratta di ripensare l’intero sviluppo umano.

Consideriamo solo il fatto che per tanti secoli l’Europa è stata “periferia”, mentre il mondo arabo-islamico, l’India, la Cina ecc. costituivano il baricentro del pianeta e dello sviluppo. Nell’economia, nello sviluppo della scienza, delle tecniche, nella cultura, nelle visioni del mondo.

In tutto questo avevamo come retroterra, nel nostro bagaglio culturale e politico, la lezione soprattutto di Fernand Braudel, di Immanuel Wallerstein, di Samir Amin e di altri storici e studiosi del sistema-mondo. Ovviamente a partire da Marx e dal sistema di categorie, di concetti, di nozioni, di metodi ecc. che abbiamo ereditato da Marx stesso e dai marxismi che hanno continuato intelligentemente la sua opera. Non dimenticando altri apporti, fuori dai nostri recinti, come gli apporti di studiosi così fecondi come Karl Polanyi.

Infine, dici bene, “inattuale”. Perché la tendenza nel neoliberismo e nel postmoderno affermato è quella di estirpare nella coscienza diffusa la dimensione storica dei problemi e la stessa possibilità di una visione unitaria, di cogliere i nessi e le interazioni tra i diversi aspetti della società e della storia. Questa operazione omologante, omogeneizzante, è decisiva per il potere.

Oltre l’effimero, oltre il frammento, si tratta di avere un orizzonte più vasto oltre l’immediato e oltre l’esperienza del singolo individuo, oltre la superficie e soprattutto si tratta di avere lo sguardo della “lunga durata” (la longue durée di Braudel). Il respiro della storia globale, appunto.

Il vostro testo, facendo tesoro di precedenti esperienze di tipo formativo, si pone anche direttamente sul terreno della trasmissione della storia. Quella che voi tentate insomma è, usando le parole dell’introduzione di Giordana Francia del CISP, “una operazione culturale” per “raccontare in modo semplice e accessibile a tutti la storia dell’umanità attraverso la lente di alcuni grandi temi”. Qual è secondo te lo stato di salute dell’insegnamento della storia nelle nostre istituzioni scolastiche? Quali potrebbero essere gli sforzi da fare, specialmente in ambito non accademico, per generare occasioni di educazione diffusa, basata su conoscenza globale della storia e dell’economia, nonché delle vicende del pensiero umano?

 È proprio questo. È un’operazione culturale nelle intenzioni. Quanto efficacemente conseguita, non sta a noi dirlo. Trasmettere a un pubblico largo, di persone anche senza formazione storica, ma che si pongono criticamente nei confronti della realtà, che la storia è questione importante nella formazione complessiva del cittadino e della cittadina. Oltre che nella formazione politica. Come, d’altra parte, in generale è la formazione umanistica. Ricordiamo sempre la famosa, commovente ultima lettera dal carcere di Antonio Gramsci al figlio Delio.

La storia come disciplina è messa male nella scuola. Già marginale ai nostri tempi, oggi diventa ancor più secondaria con il trionfo delle famose “3 i”, incoraggiate queste ultime da governi di centrodestra e di centrosinistra, dai mezzi di comunicazione di massa più diffusi. “Inglese, Internet, Impresa”, con in più la visione sacrale, indiscussa, “neutrale” della scienza e della tecnologia. Semplificazione perfetta di come il neoliberismo e il postmoderno modellano non solo la scuola, ma ancor più l’intera società. Con l’aggravante oggi del trionfo definitivo dell’effimero, del frammento, del narcisismo consumistico, delle parole in libertà ecc. dei cosiddetti social network e della rete.

Allora ancor più il compito nostro, in ogni dove, con tutti gli strumenti a nostra disposizione, compresi quelli politici, di attivismo politico, sociale, associativo, sindacale ecc., dovrebbe consistere in un lavoro quotidiano, ostinato, controcorrente. È il compito di sempre della controcultura e della controinformazione. Una ferma apologia della storia, della letteratura, soprattutto dei classici, della filosofia e del pensiero umano in generale. Comprese le visioni complessive, esistenti in tutte le culture umane, che denominiamo “religioni”, istituzionalizzate o meno, “positive” o meno.

Come sappiamo, per rimanere nei nostri ambiti, la politica privilegia l’immediatezza. E questo, in primo luogo per la sinistra politica e sociale, è veramente deleterio. L’etica e la cultura richiedono tempi più lunghi, ricadono nella braudeliana “lunga durata”. La scuola, l’università, la vita quotidiana, la vita sociale e la vita politica in generale sono interpellate. Si direbbe, con una facile battuta, pane, lavoro e cultura. Ma qui emergono i soliti, grandi problemi del lavoro, del tempo di lavoro, del tempo libero ecc. In breve, i problemi permanenti dell’emancipazione umana, degli uomini e soprattutto delle donne e dei soggetti deboli in generale.

 In un capitolo da te curato si ricostruisce la genealogia dell’attuale livello della globalizzazione con tutte le sue disuguaglianze, i suoi rischi e i suoi baratri a partire da quello ambientale e climatico. Ancora una volta è Braudel che aiuta a ordinare ciò che si è sviluppato in tempi diversi: l’immediato della decisione politica, il tempo medio della tendenza economica, il lungo periodo dove sedimentano le culture. Come valuti l’attuale fase della globalizzazione?

 La concezione del tempo è questione veramente importante. Non solo in filosofia o nelle religioni. Abbiamo accennato prima alla questione del tempo e tu riporti bene il pensiero di Braudel.

Il pensiero dominante, va da sé, pone la globalizzazione come questione “neutra”, quasi fosse un dato di natura e non scaturente da precise dinamiche e da precise scelte. In realtà è altro nome della potente dinamica del capitalismo a espandersi, a occupare ogni angolo del pianeta, ogni ambito non- o semicapitalistico. Samir Amin preferiva usare la nozione di mondializzazione (anche perché privilegiava la lingua e la cultura francofona, oltre che araba).

La globalizzazione o mondializzazione del capitalismo non è fenomeno nuovo nella storia del pianeta. Dal XV secolo in avanti, la prima globalizzazione-mondializzazione si è dispiegata nella forma del colonialismo e della corrispondente rapina coloniale, un’altra globalizzazione-mondializzazione si è avviata a fine Ottocento-inizi del Novecento (imperialismo classico ecc.) e questa nella quale siamo immersi rappresenta la terza epoca di questa dinamica.

Dopo l’avvio del neoliberismo con l’avvento al governo di Margareth Thatcher e Ronald Reagan, la spinta decisiva è venuta dalla svolta del 1989 e dalla fine del socialismo reale. Con annessa fine del terzo polo mondiale dei movimenti di liberazione nazionale e dei progetti nazionali e popolari, come li definisce Samir Amin, dei paesi un tempo detti non-allineati.

Il capitalismo ha rappresentato dall’origine una grande accelerazione nell’esperienza umana. Ha messo la febbre al pianeta. Così nei riguardi dei gruppi umani e del lavoro salariato e nei riguardi dell’ambiente. Senonché con i mezzi tecnici e conoscitivi a disposizione nel nostro tempo, dalla fine del Novecento, questa accelerazione è divenuta vertiginosa. Così, parallelamente, nella spinta alla diseguaglianza umana e così negli effetti sull’ambiente e sul cambiamento climatico.

La sfida lanciata dalla globalizzazione neoliberista era ed è grande e all’altezza di questa sfida doveva essere pertanto la possibile risposta di chi oppone a questo stato di cose.

Con un’ultima osservazione. Dal lato dei dominanti le cose non vanno così bene. Non solo a causa della crisi economica, a partire dal 2008, e della crisi ambientale-climatica. La pandemia-sindemia ha rivelato la bancarotta del neoliberismo. Lo Stato e l’intervento pubblico tornano a essere invocati per la possibile riproduzione del sistema.

 So per certo che non sei incline alla rassegnazione per lo spettacolo di macerie che abbiamo di fronte, sei stato non a caso tra i primi a organizzare la riflessione su questi temi nel nostro paese attraverso il seminale convegno milanese intitolato L’orizzonte delle alternative. Contro la globalizzazione dell’esclusione e della miseria (1999). Oggi il movimento globale nato 20 anni fa non gode di ottima salute, ma troppi l’hanno liquidato come semplice espressione della società civile mondiale, in grado di denunciare solo gli elementi più gravi di ingiustizia e diseguaglianza. È stato davvero così? Quali sono, pur nelle difficoltà, le emergenze positive di un movimento che ha provato e prova a restare su un livello immediatamente globale?

 Personalmente ho avuto la fortuna di collaborare con persone come Samir Amin e come François Houtart. Due figure grandi, è dir poco. Veri internazionalisti, veri esponenti di un terzomondismo maturo, non ingenuo, veri costruttori di movimenti sociali alternativi su scala mondiale. Veri costruttori della “convergenza nella diversità”, tra marxismo, cristianesimo, solidarismo laico e religioso, tra i vari movimenti e soggetti storici antisistema (operaio, contadino, ambientalista, femminista, dei diritti ecc.).

Già negli anni ottanta, con il Cipec, il centro culturale di Democrazia Proletaria, e poi con l’Associazione Culturale Punto Rosso. Sono stato da subito da loro coinvolto nella costruzione del Forum Mondiale delle Alternative (Fma) nel 1997. Nel gennaio 1999, il Fma promosse l’AltraDavos, a Davos stessa, a latere e in contrapposizione del Forum Economico Mondiale. Furono coinvolti alcuni esponenti del mondo intellettuale e dei movimenti sociali (Sem Terra brasiliani, sindacati sudcoreani ecc.), provenienti da varie parti del mondo.

E poi si tenne, nel novembre di quello stesso anno, quel grande convegno tenutosi a Milano. Impensabile prima. Il Fma, il Punto Rosso e Mani Tese come promotori, accanto ad altri organismi che hanno collaborato alla riuscita dell’iniziativa.

Dall’AltraDavos è venuta l’idea e la proposta di costituire annualmente, come risposta costruttiva e propositiva ai dominanti mondiali del Fem di Davos, un Forum Sociale Mondiale (Fsm), da tenersi in un luogo del Sud Globale, come visione alternativa della società e della storia. Con il Fsm Porto Alegre 2001 è iniziata la storia dei Forum Sociali Mondiali. Un inizio travolgente, veramente grande, emozionante.

Questo fino alla grande manifestazione globale contro la guerra Usa all’Iraq del marzo 2003. Il punto più alto. Dopo è iniziato un lento declino. Anche a causa del venir meno della solidarietà tra le varie anime del Fsm. Non mi dilungo. Il risultato è questo indebolimento di quel movimento altermondialista così promettente, così esaltante. Fuori dalla retorica e dalla metafisica che spesso investono i soggetti sociali e politici, anche alternativi. Movimento che sembrava veramente essere “la seconda potenza rimasta sul pianeta” (enfasi del New York Times di allora, gli Usa ovviamente la prima potenza).

Tutte le ragioni di questo movimento rimangono vive e vitali, sono all’ordine del giorno. Perché la sfida della globalizzaizone neoliberista rimane. Anzi si aggrava. E l’attuale pandemia (o sindemia, che dir si voglia) mostra impietosamente tutte le minacce non solo ai gruppi umani e al pianeta, ma anche alla civiltà umana.

 Nel libro è ben delineato il contributo che diversi filoni culturali, politici e anche religiosi hanno dato nel corso del tempo per conformare non solo l’idea, ma anche la pratica di alcuni principi come ad esempio quello di eguaglianza. In questa occasione mi interessa approfondire con te la feconda convergenza tra cristianesimo e correnti socialiste, comuniste, solidali. Come valuti gli odierni apporti della Teologia della Liberazione, in particolare degli ultimi lavori e interventi di Leonardo Boff, sul terreno di una teoria critica profonda e di una larga prassi trasformatrice?

 Qui tocchi un punto veramente decisivo. Prima evocavo la parola d’ordine “convergenza nella diversità”, contenuta nel Manifesto del Forum Mondiale delle Alternative. Giulio Girardi, un altro nostro comune ispiratore, altra bella figura nel nostro percorso formativo e nell’azione sociale e politica trasformatrice, parlava anch’egli di “confluenza”. Nell’arricchimento reciproco che marxismo e cristianesimo sperimentavano nella loro collaborazione-interazione.

Tutti noi, provenienti dai cristiani di base e dalla precoce militanza nei movimenti di allora, anche socialista e comunista, siamo passati attraverso il bagno purificatore della Teologia della Liberazione. Un processo, potente, vivo, vivificante, di coscientizzazione e di attivismo. Grazie ai vari Gustavo Gutierrez, Leonardo Boff, José Ramos Regidor ecc. e grazie ai tanti cristiani da essa ispirati. Fino a che è comparso Karol Woityla, vero reazionario, vero esponente della Restaurazione, paladino dell’anticomunismo e della riproposizione del cattolicesimo come universalismo al pari dell’altro universalismo medievale, l’Impero, rappresentato dall’era moderna dal capitalismo.

La sua azione demolitrice è stata nefasta. Un solo dato. Nel Brasile tra anni sessanta e 1984, ispirate dalla Teologia della Liberazione, erano sorte circa 100.000 comunità di base, coinvolgenti milioni di persone. Con l’attacco senza quartiere di Woityla e delle gerarchie ecclesiastiche queste comunità sono state cancellate. Il risultato è stato che quel vuoto è stato negli anni progressivamente occupato, con il concorso di fondi statunitensi, dalle chiese evangeliche di matrice Usa. Base di massa di conservatori e reazionari, non ultimo base di massa del fascista Bolsonaro.

Nonostante tutto, oggi la Teologia della Liberazione continua la sua opera. Il pensiero di Leonardo Boff oggi è uno dei principali ispiratori dell’altermondialismo. Ed è, come dici tu, una vera e propria “teoria critica della società e della storia”, una delle voci più lucide della giustizia sociale e della giustizia ambientale, della giustizia climatica. Fonte viva di tanta società civile mondiale che si muove per un futuro migliore.

Non a caso, una voce potente proveniente dal Sud Globale. Dal “rovescio della storia”, dallo sguardo degli oppressi, come ama dire da sempre questa corrente del cristianesimo che interpreta e rende operante nelle alternative al sistema “il grido della terra” e “il grido dei poveri”.

Nel capitolo in cui fai i conti con l’attualità pandemica e con la sua capacità rivelatrice rispetto al sistema socio-economico in cui viviamo, provi anche a indicare direzioni di uscita, tutte da costruire, tra un’ipotesi “minima” di “Green New Deal” e una più “radicale” di ecosocialismo. Sappiamo bene che rimanendo anche semplicemente sul versante “minimo” non sarà per nulla facile. Non credi però che per coltivare bene l’utopia concreta sia utile ripensare la prassi umana fuori dai limiti della propria condizione di esistenza? Certo questo comporta fatica e sofferenze, perché un nuovo modo di cooperare non è immediatamente dato, ma va costruito. Su questo tema ha insistito a lungo Giovanni Mazzetti richiamando la fine dell’epoca del lavoro salariato, dei suoi vincoli organizzativi accanto alla necessaria e drastica riduzione dell’orario di lavoro. Tu che ne pensi di questo percorso di trasformazione sociale e di autotrasformazione individuale?

 Nell’ultima parte del libro, proprio come appendice dal momento che tutto è in evoluzione, si compendia il discorso sul mondo contemporaneo. È la crisi epidemiologica in cui siamo immersi a illuminare tutto. Lo stato del mondo nella dimensione economica e sociale e nella dimensione ambientale e climatica è “svelato”, “smascherato” dal Covid-19. In questa appendice si indicano provvisoriamente alcune alternative possibili a questo stato di cose.

E qui emergono alcune aporie della storia nostra. Della storia del movimento operaio, socialista e comunista. L’indugiare all’economicismo e al determinismo. A considerare gerarchicamente le contraddizioni dell’esistenza umana, della società e della storia. La primogenitura, assunta come scontata, della contraddizione capitale-lavoro salariato, fondamentale sicuramente, che oscura l’importanza della contraddizione uomo-natura e produzione-ambiente, della contraddizione uomo-donna, di genere si dice, le contraddizioni potere-senzapotere, dei diritti umani ecc. ecc.

La collocazione sociale, il condizionamento sociologico, materiale, economico, sono naturalmente importanti, ma non esauriscono tutto. Elementi culturali e antropologici, l’etica, la cultura e la politica, diventano sempre più rilevanti. I condizionamenti strutturali, materiali, economici, rimangono, ma passano sempre attraverso il filtro di atti di coscienza. Insomma, i soggetti non sono dati. I soggetti vanno costruiti. O, meglio, si “autocostruiscono” attraverso processi di autoapprendimento collettivo, come è avvenuto nei movimenti antisistemici e nel movimento altermondialista.

Occorre ripensare e ridefinire le forme politiche e le forme organizzative. Oggi la morfologia sociale è profondamente mutata e parallelamente sono mutate le forme di coscienza. Non è possibile pensare di continuare con una forma-partito modellata secondo vecchie forme gerarchiche, verticali. Secondo il calco o modello della forma-impresa e della forma-Stato. Senza scadere nella visione minimalista, veltroniana per esempio, ma non solo, del cosiddetto “partito leggero”. Fatta salva l’importanza di sempre dell’organizzazione, quest’ultima risulta efficace se si adottano forme orizzontali, di gerarchie funzionali e non cristallizzate, fondate su  relazioni di puro e semplice potere.

Si parla sempre di “nuovo”, di soggetto politico “nuovo”, aperto, inclusivo, non di testimonianza, non votato al minoritarismo ecc. Ma poi le mort saisit le vif. Il vecchio si impone sul preteso nuovo. La tradizione, la forza dell’abitudine, la persistenza delle vecchie forme prendono il sopravvento e rimane la scatola vuota delle parole “nuove”, delle frasi “nuove”, fino alla turlupinatura vera e propria. Triste quadro che condanna la sinistra, da quella moderata a quella alternativa, a non essere attrattiva per i soggetti sociali che dovrebbe rappresentare.

La riduzione del tempo di lavoro è all’ordine del giorno da molto tempo. Per ovviare alla disoccupazione da innovazione nelle tecnologie produttive, oggi molto aggravata questa disoccupazione a causa della crisi epidemiologica e dalla conseguente spinta ulteriore alla innovazione nei processi di produzione. Come si dice banalmente, un robot non si iscrive al sindacato o a un partito, non si ammala, non sciopera, non protesta.

Ma la riduzione dell’orario di lavoro significa molto di più. Contiene una dimensione antropologica e culturale. Oltre la visione tradunionistica, nella storia del movimento operaio ha significato avanzamenti di civiltà, di possibilità di una vita conforme alla dignità umana, di progettare e attuare nuove forme di vita, di organizzarsi socialmente e politicamente.

Così oggi. Nella sfera del tempo libero si decidono molte cose. A condizione che sia liberato a sua volta dalla morsa del consumismo, della sempre più netta invasione capitalistica di questa sfera decisiva, per trasformare il tempo libero, potenzialmente di liberazione umana, in tempo di consumo. Questo nel Nord del mondo.

Nel Sud Globale siamo sempre alle prese con condizioni ottocentesche e novecentesche nelle quali per le classi subalterne il tempo di vita coincideva con il tempo di lavoro. Altro che riduzione del tempo di lavoro.

Infine. Usiamo una espressione corrente. Il “Green New Deal”. Declinato secondo i contenuti della sinistra alternativa e dei movimenti sociali antisistemici, per noi significa un nuovo “patto sociale” e un nuovo “piano del lavoro”, ma entro un radicale ripensamento del rapporto uomo-natura e produzione-ambiente. Una radicale coscienza ambientalista non “accanto”, bensì “entro” le forme storiche del movimento operaio, socialista e comunista. Secondo la visione di cui sopra, aliena dalla concorrenza, o addirittura contraddizione, tra i soggetti del cambiamento.

Ancora una volta “convergenza nella diversità”. E l’ecosocialismo, o altrimenti detto socialismo ecologico, allora diventa acquisizione definitiva di un marxismo all’altezza dei problemi del nostro tempo. Questa corrente è ormai uscita dalla marginalità di convegni, riviste e libri e finalmente è approdata a coscienza diffusa in non trascurabili settori politici, sindacali e di movimento.

Ripeto, finalmente. Poiché siamo ancora colpevolmente indietro rispetto alla sfida di una aggressione alla natura e di un degrado ambientale mortali e di cambiamenti climatici così netti e non più negabili. Sebbene i negazionisti siano ancora all’opera nelle nostre fila. Il produttivismo, lo sviluppismo industriale e la visione ingenua del progresso non muoiono mai.

La qualità dello sviluppo implica una capacità di innovazione enorme. Altro che dibattito drogato della polarizzazione tra “crescita illimitata” e “decrescita”. E infine a decidere della qualità dello sviluppo, con György Lukács, è sempre la capacità di contribuire allo “sviluppo della personalità umana” e non solo allo “sviluppo delle capacità umane”. E qui il retroterra decisivo dell’aumento del tasso di etica e di cultura costituisce il fondamento necessario della buona politica. Non solo entro i partiti della sinistra. Tutto ciò investe anche i movimenti sociali, il movimento sindacale, l’associazionismo, il solidarismo, la società civile tutta.

Nessuno può ritenersi esentato, nella sfera individuale e nella sfera collettiva.

Presentazione del libro

Massimiliano Lepratti e Giorgio Riolo, Un mondo di mondi. L’avventura umana dalla scoperta dell’agricoltura alle crisi globali contemporanee, Asterios editore, Trieste 2021, pp. 400, euro 30.

Il libro, di circa 400 pagine, si propone come un saggio destinato a un largo pubblico, interessato ai problemi mondiali e alla storia, ma senza possedere preparazione specifica. Un pubblico di potenziali lettori e lettrici interessati a trovare nel passato le ragioni dei grandi temi del presente e, al contempo, gli elementi per riflettere collettivamente sulla storia futura dell’intero pianeta.

È un’opera di sintesi della “storia globale” (Global History è, in area anglosassone, la denominazione di questo filone storiografico), dalla rivoluzione neolitica fino a oggi, ispirato alla lezione dello studioso Samir Amin e alla scuola del sistema-mondo di Immanuel Wallerstein. È pertanto molto influenzato dalla lezione e dagli scritti dello storico francese Fernand Braudel.

Nel contrastare l’eurocentrismo e l’occidentalocentrismo, così radicati nella nostra cultura, a partire da una visione ampia e veramente planetaria, si vuole offrire una trattazione introduttiva, non nozionistica e continuamente attenta al rapporto tra economia, politica e cultura. Cercando sempre di valorizzare gli apporti decisivi di altre civiltà, di altre culture, di altri continenti, senza trascurare ovviamente gli apporti, numerosi e importanti, dell’Europa e dell’Occidente in generale.

Il testo abbraccia l’intera avventura del genere umano nei cinque continenti lungo gli ultimi 70.000 anni e privilegia in particolare tre grandi temi o principi ordinatori: il rapporto dei gruppi umani con i cambiamenti climatici, la nascita e lo sviluppo delle disuguaglianze economiche, sociali e di genere, la storia dei processi migratori e delle progressive interconnessioni tra i popoli, tra le diverse culture del pianeta.

Il libro presenta un’introduzione, per spiegare finalità e metodo dell’intero lavoro, ed è suddiviso in tre grandi parti, oltre ovviamente alla normale suddivisione per capitoli. Tenendo conto della ripartizione della storia globale secondo quella precisa visione del sistema-mondo e non secondo la ripartizione operata dalla storiografia tradizionale (primordi, storia antica, storia medievale, storia moderna, storia contemporanea ecc.).

In appendice un capitolo dedicato al generale, profondo, inscindibile intreccio di crisi economico-sociale, crisi ecologico-climatica e crisi epidemiologica, alla luce della pandemia Covid-19. Un capitolo con intenti anche politici, nel quale brevemente si indicano le alternative possibili al corso dominante nella società e nella storia contemporanee.

Ogni capitolo si apre con un breve racconto aneddotico o con un tema che introduce il lettore alla narrazione storica vera e propria, condotta in uno stile discorsivo, inteso a invogliare al piacere della lettura.

Ognuna delle tre parti e l’introduzione si concludono con una bibliografia minima, essenziale, come semplice indicazione di alcune opere da leggere per chi voglia approfondire qualche argomento, qualche contenuto.

Massimiliano Lepratti è ricercatore nei campi dell’economia e della didattica delle storia, ha scritto e pubblicato numerosi saggi e articoli, tra i quali il testo storico Perché l’Europa ha conquistato il mondo (Emi 2006)

Giorgio Riolo ha svolto attività di direzione di associazioni culturali e di formazione culturale in generale, in particolare tenendo corsi sui temi filosofici, storici, economici, letterari. Ha scritto e pubblicato vari saggi e articoli sui temi in oggetto.

32 pensieri su “Un mondo di mondi

  1. L’insieme dei valori culturali espressi in questo ponderoso e meditato saggio è quello che da tempo definisco come ‘Nuovo Rinascimento’. Rivalutazione della persona e valorizzazione della personalità. L’esame in senso diacronico della storia dovrebbe fungere da insegnamento, da linea-guida. Anch’io ritengo che la rivalutazione etica della persona, e l’orientamento delle masse verso valori più equi e più umani passi attraverso una cultura non solo laica, ma anche di tipo spirituale. In questo saggio si parla di incontro fra comunismo e cristianesimo, ben venga, ma in una prospettiva che va approfondita e allargata, in uno scambio proficuo per entrambi.
    Mi fermo qui perché mi rendo conto della vastità del problema, anche a fronte delle 400 pagine di questa propositiva ricerca .
    Un’ultima riflessione: il covid-19, si constata, sta mettendo a nudo tante criticità. A pagare saranno sempre i più deboli, non ci piove, ma almeno facciamo in modo di sfruttarle per avanzare di un gradino, sul piano dei valori umani universali, aggredendo, ove possibile, i centri di potere (non ultime le case farmaceutiche).

  2. Non l’ho ancora letto, chè però la presentazione invoglia. Belli ed essenziali i riferimenti, bella anche la storia soggettiva che l’accompagna.
    Ci sono due punti che vengono accennati che mi trovano perplesso: il primo è che sembra mettere la contraddizione capitale-lavoro salariato sullo stesso piano delle altre, rischiando un accumulo di elementi un pò indeterminato; riprendere la lezione di Braudel dovrebbe piuttosto suggerire una costruzione su più piani, non elidentesi l’un l’altro ma combinati a formare una superficie a più dimensioni.
    Il secondo è ancora un afflato morale che nella sua ansia di risolvere le grandi contraddizioni e ansie del presente ancora una volta le mescola un pò troppo, senza mostrare come il movimento della loro soluzione possa nascere dalle strutture presenti.
    Quando con Arrighi e Borelli fondammo il Centro Ricerche sui Modi di Produzione il fuoco era proprio sulla ricerca dei punti nodali di questa ‘superficie’ a più dimensioni che ci permettesse di superare le ottiche particolari (contraddizione capitale/lavoro contro terzomondismo, comunisti, cristiani, spontaneisti,…).
    Ma poi con Arrighi negli USA la ricerca comune si interruppe. E dall’entusismo per Maputo si passò troppo presto alla desolazione del woytilismo, di cui ho visto gli effetti diretti anche nelle favelas, dove distrusse in un giorno vent’anni di lavoro per il controllo delle nascite.

    1. Ringrazio Franco Casati e Paolo di Marco per i loro pertinenti commenti. Qui desidero fare solo una considerazione. La questione della centralità del rapporto capitale-lavoro salariato (nella semplificata pratica politica altrimenti definito “centralità operaia” ecc.) non finirà mai. Detto bonariamente. E non è l’occasione di un libro di sintesi, di divulgazione come il nostro a porsi il compito di venirne a capo. Così come molte su molte altre questioni politiche e culturali. Mi è sembrato utile comunque insistere su ciò. L’economicismo e il determinismo sono così graniticamente consolidati che occorre sempre insistere. E nello stortare il bastone dall’altra parte rischiare anche di fare torto a una giusta impostazione del problema. Detto con le parole di un altro grande marxista del Novecento, ed è Ernst Bloch, la storia e la società presentano un “multiversum”, un multifattoriale, un multidimensionale, dove volta a volta si gerarchizzano questi lati, queste dimensioni, questi fattori. E si tratta sempre di analizzare e studiare e individuare in quel dato momento e in quel dato luogo lo stato di quel multiversum. Spesso, dice sempre Bloch, esiste comunque il “prius” della dimensione economica, ma il “primato” spetta ad altra dimensione, politica, culturale, religiosa ecc. ecc. Ma non mi dilungo.

  3. Sto ora leggendo un bel libro sulla brigata balilla di Genova, una formazione gappista di grande efficacia e grande cuore (Callegari, ‘la sega di hitler’). E’ una storia orale, fatta di frequentazioni e discussioni tra autore e protagonisti; e quello che emerge come ragione centrale, come distinzione tra chi combatte e chi resta a casa, una differenza spesso casuale, non sono ragioni ideologiche e di classe quanto piuttosto un voler ‘star dritti’.
    Che richiama non a caso il capitolo del ‘Principio Speranza’ intitolato ‘Camminare eretti’ di Ernst Bloch. E siamo, come ci ricorda Riolo, su una di quelle zone multidimensionali dove tutti i fattori contano e nessuno, direi io, è preminente. Tutti i protagonisti di quella storia di gappisti e disertori pensano di essere nel giusto; e forse è il momento di dargli ragione: ..beato il paese che non ha bisogno di eroi..

  4. APPUNTI IN FORMA DI LETTERA

    Caro Giorgio Riolo,
    ho letto l’intervista e queste sono le mie amichevoli (spero che come tali vengano intese!) anche se non convergenti osservazioni e obiezioni, che mi sento di fare pubblicamente, sperando in un dibattito che possa correggerle o chiarirle e completarle.

    1.
    Ottimo l’intento divulgativo del libro. Ottimo pure contrastare eurocentrismo e occidentocentrismo (anche se cosa s’intenda oggi con questi concetti andrebbe ricontrollato). Dubito, però, che mettere assieme Fernand Braudel, Immanuel Wallerstein, Samir Amin e Karl Polanyi permetta di delineare una teoria salda e coerente di questo mondo caotico che ci dicono in via di globalizzazione o mondializzazione.

    2.
    Condivido pure l’intenzione di «raccontare in modo semplice e accessibile a tutti la storia dell’umanità attraverso la lente di alcuni grandi temi», ma uno scoglio enorme c’è. Non può esserci formazione storica (intendo sui libri, che pur sono necessari) senza che ci siano veri luoghi politici che quella storia riescano a riviverla e a riformularla per loro scopi chiari e al presente. ( “Storia adesso” avevamo chiamato – troppo speranzosi o ottimisti- una rubrica di Poliscritture). E poi dove lo trovi o lo troviamo oggi «un pubblico largo, di persone anche senza formazione storica, ma che si pongono criticamente nei confronti della realtà», se hanno trionfato le famose “3 i”, il narcisismo consumistico, le parole in libertà ecc. dei cosiddetti social network e della rete? E come si bucano le bolle delll’effimero, del frammento, dell’immediato, dell’esperienza del singolo individuo, della superficie per arrivare davvero, e non solo metaforicamente, a un orizzonte più vasto o ad ottenere lo sguardo della “lunga durata” di Braudel?
    Sono problemi giganteschi. Perché non è questione di individuare dei temi validi e validamente elaborati, ma c’è da pensare una effettiva strategia per farli penetrare e circolare in un corpo sociale sfuggente, forse indecifrabile e in apparenza spappolato e del tutto colonizzato dagli strumenti potenti (TV, mass media, social) di quelli che consideriamo nemici.

    3.
    Abbiamo già sotto i nostri occhi il minestrone della cosiddetta controcultura e controinformazione. Sempre meglio, certo, del neoliberismo o delle vecchi ortodossie spruzzate di marxismo all’italiana. Ma attestarsi su una tradizione umanistica “larga” («Una ferma apologia della storia, della letteratura, soprattutto dei classici, della filosofia e del pensiero umano in generale. Comprese le visioni complessive, esistenti in tutte le culture umane, che denominiamo “religioni”, istituzionalizzate o meno, “positive” o meno») a me pare poco (è – diciamocelo chiaro –l’unico sapere a cui abbiamo avuto accesso come intellettuali massa) e corriamo il rischio di consolarcene e di nasconderci la sua insufficienza pratico-politica, che non è cosa trascurabile o da colmare – chissà – in un indeterminato futuro.

    4.
    Deleterio non mi pare solo il fatto che « la politica privilegia l’immediatezza» ma l’accettazione o la rassegnazione da parte di tutti (noi compresi!) a dare per insuperabile la divaricazione ormai pienamente imposta tra tale politica dell’immediatezza e quell’etica e cultura che «richiedono tempi più lunghi [e] ricadono nella braudeliana “lunga durata”». Vogliamo forse ancora immaginarci come santi monaci chiusi in chiostri o celle virtuali e lasciare che i barbari scorazzino dovunque (dai parlamenti ai social)?

    5.
    È giusto scrivere: « La sfida lanciata dalla globalizzazione neoliberista era ed è grande e all’altezza di questa sfida doveva essere pertanto la possibile risposta di chi oppone a questo stato di cose», ma una risposta teorica e insieme pratica non c’è. O è forse in faticosa gestazione. (E credo che dovremmo fare attenzione a tutti i tentativi che si vanno facendo, anche quelli più o meno distanti dai nostri percorsi o dalle nostre esperienze.[1]). E con tutto il rispetto verso i grandi studiosi con cui hai collaborato (Samir Amin, François Houtart) e delle esperienze che hai alle spalle (costruzione del Forum Mondiale delle Alternative (Fma) nel 1997; AltraDavos del 1999), c’è da capire perché esse, dopo la grande manifestazione globale contro la guerra Usa all’Iraq del marzo 2003, hanno «iniziato un lento declino».
    Perché è fallito quel movimento? Sì, «tutte le ragioni di questo movimento rimangono vive e vitali, sono all’ordine del giorno», come è evidente che «la pandemia-sindemia [ha] rivelato la bancarotta del neoliberismo». Ma chi può prendere in mano questa crisi e guidarla verso una soluzione vantaggiosa per “noi” (intendendo quelli che ne sono sempre più danneggiati)?

    6.
    L’ipotesi che affacci è, se capisco bene, quella della «“convergenza nella diversità”, tra marxismo, cristianesimo, solidarismo laico e religioso», ma devo dirti che oggi non vedo nessun «arricchimento reciproco» tra marxismo e cristianesimo, semmai le “rovine” dell’uno e dell’altro. (Rimando alle mie riflessioni su ‘Comunismo’ di Fortini e su “Non c’è più religione” di Ranchetti). E non mi pare un caso che a simboleggiare un’ambigua mescolanza tra marxismo e comunismo ci sia un Papa Francesco ( Cfr. Fratelli di tutto il mondo, affratellatevi! Brevi note sul “papa comunista” di Roberto Fineschi https://www.facebook.com/groups/1632439070340925/permalink/2882719658646187 ) e non certo un leader che ricordi magari alla lontana Rosa Luxemburg o Lenin. Dunque, al di là delle provenienze («Tutti noi, provenienti dai cristiani di base e dalla precoce militanza nei movimenti di allora, anche socialista e comunista, siamo passati attraverso il bagno purificatore della Teologia della Liberazione») , io mi chiedo se davvero l’incontro con Marx ci sia stato davvero e sia avvenuto all’altezza dei problemi di *questo* capitalismo.
    Perché, certo, Karol Woityla fu un «vero reazionario, vero esponente della Restaurazione», come tu scrivi, ma la questione decisiva non si pose o si pone all’interno della Chiesa, ma sul piano di un capitalismo globalizzato che ingloba in sé in buona misura la stessa Chiesa, anche se le lascia il ruolo di “voce” (dei poveri, dei migranti, degli ultimi, ecc.).
    E, senza voler essere provocatorio, mi viene da chiederti: ma tu vuoi affrontare la globalizzazione d’oggi con la Teologia della Liberazione? Davvero ritieni che essa sia «una vera e propria “teoria critica della società e della storia”» atta a fare i conti con *questa* globalizzazione?
    Concedo che sia «una voce potente proveniente dal Sud Globale» o e che raccolga «“il grido della terra” e “il grido dei poveri”», ma devo ricordarti che non bastarono i cahiers de dolèance a fare la Rivoluzione Francese.
    E soprattutto temo che non si possa parlare di oggi di ecosocialismo, se non si è capito bene perché il socialismo sia fallito. Non basta l’aggiunta di ‘eco’ per poter riparlare di ‘socialismo’. Dobbiamo, dunque, sapere che solo di macerie stiamo parlando e che le macerie da sole non permettono di costruire un nuovo edificio.


    Nota

    [1]
    Oltre a Finelli e Fineschi mi pare giusto segnalare il recente libro “Dopo il neoliberalismo. Indagine collettiva sul futuro”[1]. Gli autori sono: lo stesso Formenti, che firma l’introduzione ed un saggio dal titolo “Dal socialismo reale al socialismo possibile. Appunto sul socialismo del XXI secolo”; Carlo Galli, “Un mondo di sovrani”; Pierluigi Fagan, “La difficile transizione adattiva al XXI secolo”; Manolo Monereo, “Plutocrazia contro democrazia”; Piero Pagliani, “La logica della crisi”; Onofrio Romano, “Decrescita verticale. Sul futuro del valore”; Raffaele Sciortino, “Tracce di futuro”; Alessandro Somma, “Per un costituzionalismo resistente alla normalità capitalistica”; Andrea Zhok, “Naturalizzazione dell’uomo e umanizzazione della natura? Prolegomeni ad una nuova alleanza”. Infine, il testo che qui si riproduce nella versione quasi finale, “Il blocco sociale post-liberale per una società materialista decente”, che è firmato da me, Alessandro Visalli. (da https://tempofertile.blogspot.com/2021/05/il-blocco-sociale-post-liberale-per-una.html?fbclid=IwAR0PFxHK95QSVYpA-S9hGfSUu9lSqPfTZ1KgGih5xIlAxU0t-b_dMFMDNSk) e quello di Gianfranco La Grassa e Gianni Petrosillo, PER UNA FORZA NUOVA, Presentazione di Giovanni Dursi (https://www.edizionisolfanelli.it/perunaforzanuova.htm).

    1. Solo oggi riesco a leggere il lungo commento di Ennio Abate. Non mi dilungo.
      Ognuno/ognuna ha un retroterra e una visione del presente e del futuro. Le cose dette o scritte rimangono, ma personalmente ho avuto sempre l’attitudine ad ascoltare e a eventualmente mutare posizione. Pertanto. Solo alcune osservazioni.
      1. Non ho mai creduto a una “teoria salda e coerente”. Per quanto la teoria sia una cosa seria, importante, faticosa (“la fatica del concetto” di Hegel) ecc. Le cose umane sono sempre imperfette, nella vita quotidiana, nella vita sociale e politica, nella teoria. Allora, personalmente ho imparato tante cose da Braudel, Polanyi ecc. ecc. È solo processualmente che cerchiamo di dare coerenza e solidità a un pensiero. Ancor più se necessariamente il nostro pensiero deve fare i conti con la realtà, con le dinamiche reali della società e della storia.

      2. Con Franco Fortini e con Ennio. Le macerie sono tante, non solo quelle della nostra disastrata storia, del socialismo reale, dei partiti della sinistra storica, della Nuova Sinistra ecc. ecc. “Per un buon uso delle macerie”. Credo che la cosa migliore sia, per stare nella metafora, quello di utilizzare qualche mattone rimasto e con pazienza e umiltà cercare di fare qualcosa. Anche se non corrisponde alla “geometrica bellezza” di quello che pensiamo e vogliamo.

      3. Non esiste solo la Teologia della Liberazione. O quello che è rimasto della Tdl.
      Non esiste solo Papa Francesco. È facile fare pelo e contropelo a lui, alle sue encicliche ecc. Ma i problemi rimangono. Demolito Papa Francesco, demolita la Chiesa costituita ecc. ecc. che fare? Demolita Greta Tunberg, demoliti gli “illusi” e le “illuse” giovani di Fridays for Future ecc. ecc. che fare?
      Così come si faceva con migliaia e migliaia di persone dei cortei, dei movimenti nei Forum Sociali Mondiali ecc. (Costanzo Preve “belanti pecoroni in marcia…” e stupide volgarità simili).
      Si rimane ancorati a certezze, sicumere, rassicuranti “geometriche bellezze” della propria teoria, della propria filosofia.

      4. Non è solo “eco” e poi “socialismo”. È una prospettiva che cerca di fare i conti con la realtà contemporanea. Con quello che emerge nella coscienza largamente diffusa del disastro ambientale e dei cambiamenti climatici in corso. E qui emerge proprio la netta frattura. Mentre qui nel Nord Globale quasi quasi occorre un supplemento di riflessione e di coscienza per avvedersene, nei Forum si aveva e si ha netta la percezione che nel Sud Globale è immediata la consapevolezza che il capitalismo non colpisce solo nelle condizioni sociali e spirituali di esistenza. Rende per le vittime del sistema la vita materiale ancor più difficile, in taluni casi impossibile (siccità, alluvioni ecc.) a causa dei disastri ambientali, reali, palpabili, crescenti. Tu consigli molte letture (vedi sotto). Ti consiglio solo di leggere, anche solo in rete, alcuni scritti del direttore della “Monthly Review”, John Bellamy Foster.

      5. La bibliografia che indichi mostra che esiste molta riflessione. Non ritengo che tutta vada nella direzione giusta. Anzi. Ma “l’arte è lunga e la vita è breve”. Ognuno/ognuna ha i suoi autori e le sue autrici. Non mi esprimo se non dopo aver letto ed essermi confrontato.

      1. ” (Costanzo Preve “belanti pecoroni in marcia…” e stupide volgarità simili).
        Si rimane ancorati a certezze, sicumere, rassicuranti “geometriche bellezze” della propria teoria, della propria filosofia.” (Riolo)

        Questo disprezzo per il gregge, il “poppolo”, le masse acefale, ecc. non è stato mai mio. Lo stesso vale per il culto o l’attaccamento narcisistico alla “propria” teoria o filosofia. Neppure a me le tante riflessioni che vedo in giro (comprese quelle che ho segnalato) convincono. Ma preferisco conoscerle e, se avessi tempo sufficiente, discuterle.

  5. Dal materialismo storico al pessimismo storico il passo è breve, quando non si sanno cogliere quelle spinte che nascono dal basso e vengono poi teorizzate da una classe intellettuale illuminata e propositiva, che sa vedere non solo le ‘fratture’ della storia, ma anche i ‘mutamenti’; evidenziando quei punti nodali sui quali esercitare una prassi ispirata a valori ideali e, appunto, propositivi sul piano umano e socio-politico, evidenziati da un’analisi della storia in senso diacronico (certamente non nell’ottica delle ‘magnifiche sorti e progressive’). Alla base di questa prassi si configura la scelta di una precisa direzione, di un indirizzo, che va seguito con determinazione e coerenza.
    Questo è il compito della politica, in un discorso che rimane sempre aperto in una concreta dimensione spazio-temporale. Il fallimento dell’azione politica comporta forti tensioni sociali, spinte autoritarie o, alla peggio, disastri bellici. Politica e religione, pur nella diversità dei fini, possono incontrarsi ove trovino un terreno comune di valori da perseguire.
    Nella nostra Italietta, ad esempio, i temi ai quali potrebbe applicarsi una classe politica che voglia dirsi tale non mancano di certo: dalle scelte economiche, alla sburocratizzazione, alla riforma fiscale, a quella della Giustizia (Magistratura in primis); al contrasto alle mafie e alla corruzione, allo spaccio della droga, al problema dell’immigrazione, delle scelte ecologiche, della digitalizzazione, delle scelte etiche che comporta il progresso tecnico-scientifico ecc. ecc.
    Risulta invece che l’attuale classe dirigente si orienti, per via di scelte, verso problemi marginali di impronta ideologica, distanti anni-luce dai reali bisogni della gente, aggravati dalla pandemia. Ma sono fiducioso che arriverà anche il momento in cui si dovranno fare i conti con la volontà popolare.
    La parola alla Storia…

    1. .. gentile Subhaga, era solo una domanda retorica rivolta alle nostre coscienze, in generale.. La ringrazio per aver sollevato il problema..

  6. …ci stavo proprio pensando in questo momento: libertà e pace per la Palestina! Ma, per favore, chi aggredisce chi? La tesi di Israele dell’autodifesa è intollerabile, ci offende

  7. Per Annamaria Locatelli:
    Vorrei cortesemente un chiarimento, perché non sono sicuro della connessione tra le frasi: la domanda è riferita al mio commento precedente? Grazie e buona serata

    1. Aggiungo, a scanso di equivoci, per Annamaria Locatelli,
      è ovvio per me che la Palestina sia un paese invaso, con una aggressione israeliana negli anni sempre più feroce.

      1. si capiva benissimo, volevo rinforzare questa sua convinzione con il mio intervento.. grazie ancora

  8. Vedere le fiammate delle bombe colpire Gaza, con un carico di distruzione e di morte, crollare edifici, la popolazione inerme sotto le macerie, i razzi di Hamas sulle città israeliane, è una realtà inaccettabile che nessuno ipotizzava potesse ancora succedere.
    Non c’è da parteggiare per nessuno in questo scontro, né per i Palestinesi che paiono vittime predestinate sotto l’ingente fuoco e lo strapotere militare israeliano, né per questi ultimi che si sono visti piovere sulla testa, dopo una lunga tregua, un numero inusitato di razzi che uno scudo efficace riesce a neutralizzare solo in parte.
    Questa situazione è ancora una coda velenosa della seconda guerra mondiale, districare i torti dalle ragioni di entrambi è come mettere le mani su un nido di serpenti. Da una parte il riconoscimento di uno Stato per la Palestina, e condizioni di vita e di libertà umane più che urgenti; dall’altra il diritto alla sopravvivenza di Israele, uno Stato obiettivo dell’Iran, della Turchia e del fondamentalismo islamico. Ma anche due integralismi di ispirazione religiosa che si arrogano il diritto sulla terra degli antenati. Come sempre sono gli estremismi a impedire una riconciliazione duratura.
    E’ nell’interesse di tutti attivarsi per una soluzione di pace, al di fuori di prese di posizione partigiane, perché quella medio-orientale è una polveriera la cui esplosione può travolgere il mondo.
    Sono stato in Israele, ho toccato con mano la sofferenza dei Palestinesi, l’amore per la loro nazione; ma anche la società civile israeliana, e il legittimo desiderio di un futuro, dopo una storia di inenarrabili sofferenze.
    Attiviamoci per la pace, con piena convinzione!

  9. … a me invece sembra ovvio schierarsi per la Palestina, verso di lei una violenza sproporzionata e criminale… non ci sono giustificazioni per Israele che da troppo tempo è dalla parte del torto.. al suo interno molti ebrei non nazionalisti disapprovano la politica espansionistica e degli espropri messa in atto in Gerusalemme e non solo.. Mi colpisce anche l’inettitudine e la ‘neutralità’ colpevole e da parte delle istituzioni internazionali..

    1. Concordo: come spesso succede non c’è neutralità possibile se conosciamo un poco la situazione. Al di là del contingente, fatta da un Netanyahu che si aggrappa al potere a tutti i costi, di un’immigrazione ebrea dall’est europa sempre più di destra, di coloni sempre più fascisti, c’è soprattutto il ruolo storico di Israele come bastione e portaerei degli USA che ha ucciso prima la democrazia e poi l’umanità. E la figura penosa che fanno le comunità ebraiche italiane che scendono in piazza per Israele, affiancate dagli sciacalli di turno della destra (ma anche dai Letta) ne mostra solo la miopia profonda. Sembra a prima vista perverso che le vittime della Shoha diventino carnefici con mezzi analoghi ai loro aguzzini del passato, ma dobbiamo ricordare che il nazismo non fu una follia perversa e unica, ma semplicemente il limite estremo a cui può giungere il capitalismo (come si diceva in una bella ricerca fatta decenni fa con Piero Del Giudice); e chi difende a tutti i costi la frontiera del capitale ha già imboccato quella strada.

  10. COMMENTI

    1.
    La scintilla è data da una decisione della Corte Suprema di Israele in merito allo sgombero dei residenti arabi da Sheikh Jarrah, un quartiere di Gerusalemme Est. La lunga disputa a Sheikh Jarrah è peraltro considerata un microcosmo delle controversie israelo-palestinesi sulle terre di comune residenza, dal 1948 in poi. Le leggi israeliane, infatti, consentono agli ebrei di presentare rivendicazioni su quelle porzioni di territorio in Cisgiordania e a Gerusalemme Est che potrebbero avere avuto in proprietà prima della nascita dello Stato, avendone poi perduto il possesso a causa delle guerre da allora intercorse. Secondo i documenti ottomani che attestano i precedenti titoli di proprietà, la terra contesa a Sheikh Jarrah fu acquistata nel 1870, per parte di consorzi ebraici, direttamente dai suoi proprietari arabi. L’autenticità di questi documenti è stata tuttavia messa in dubbio.

    (Claudio Vercelli, https://www.joimag.it/cronologia-di-una-crisi/?fbclid=IwAR0msfRsxH4yOgRr4NBH7D5wl45anhcy4wevElMGgGg5bXo8k_N5Fjb_7Co)

    2.
    Dobbiamo cercare di capire un po’ in profondita’ come esplode una crisi di questo genere, perche’ Hamas e gli islamisti sono diventati cosi’ forti, perche’ Erdogan e’ diventato un punto di riferimento irrinunciabile non per alcuni estremisti ma per milioni di arabi. Io penso che Hamas diventi cosi’ forte perche’ i palestinesi si sentono traditi dal mondo occidentale. Sono stati traditi dal mondo occidentale, sono stati abbandonati. La leadership palestinese che si e’ spesa con una generosita’ quasi suicida in una politica di negoziato, di concessioni, di collaborazione, non solo non ha ottenuto nulla ma e’ stata completamente delegittimata. Io penso che oramai il discorso sulla politica dei due Stati lo possiamo dire noi perche’ qua fa parte del politically correct, ma per loro non ha alcun significato, e’ una pura finzione. Tra il mare e il Giordano vivono milioni di persone, grosso modo meta’ ebrei meta’ arabi. Con una differenza. Gli ebrei vivono in grandi citta’ moderne, gli arabi prevalentemente circondati da filo spinato, torrette, mitragliatrici. I palestinesi si dividono in due tipologie: i cittadini arabi israeliani vivono in uno stato ebraico, sono ospiti, sono cittadini di serie B con meno diritti e i palestinesi che vivono sotto occupazione”.

    (Massimo D’Alema, citato da Cosimo Minervini sulla sua pagina FB: https://www.facebook.com/cosimo.minervini.5/posts/10222283748497362)

    3.
    Israele vive, da noi pienamente tollerato, nella condizione di uno Stato fuorilegge, i palestinesi, a causa anche della sua dirigenza e di Hamas, sono perpetuamente nella lista nera dei popoli criminali, non degli stati criminali semplicemente perché i palestinesi hanno diritto a uno Stato solo nella retorica occidentale che si lava le mani della questione.
    La posizione mediana assunta dai politici e dalla maggior parte dei media occidentali in realtà è la più ipocrita di tutte le sanzioni architettate in Medio Oriente. Quella che pagheremo forse in un prossimo futuro: le guerre altrui entreranno in casa nostra, come è già accaduto un decennio fa quando le primavere arabe si trasformarono, come in Siria, in guerre per procura e nel jihadismo.
    […]
    non basta dire che entrambi i popoli hanno diritto a vivere in pace, di questa frasette inutili ne abbiamo piene le tasche e molto più di noi i palestinesi. E persino una parte consistente dell’opinione pubblica arabo-musulmana, anche di quei Paesi entrati nel Patto di Abramo, nella sostanza un’intesa che non è un accordo di pace, come è stato venduto dalla propaganda, ma di fatto un via libera a Israele per fare quello che vuole.
    Come fai a vivere in pace quando confiscano le tue terre, la tua casa viene demolita, i coloni moltiplicano gli insediamenti e ogni giorno viene eretto, oltre al Muro, un reticolato di divieti di cemento difesi con il mitra spianato? La terra viene divorata, i monumenti della tua cultura sono vietati e si cambia la faccia del mondo che conoscevi: tutto questo avviene sotto occupazione militare, cioè contro il diritto internazionale. E noi qui vorremmo che gli arabi rispettassero leggi di cui noi stessi ci facciamo beffe?
    Gerusalemme è diventato il simbolo di tutte queste ingiustizie, di tutte le violazioni del diritto internazionale. Questa storica e magica città non è per niente la capitale delle tre religioni monoteiste come viene ripetuto fino alla noia: è la capitale soltanto dello Stato di Israele, come ha sancito Trump nel 2018 trasferendo l’ambasciata americana da Tel Aviv. In questa città Israele decide quello che vuole non solo per gli ebrei ma anche per musulmani e cristiani. Anche questa è una violazione del diritto internazionale, delle Risoluzioni Onu e degli Accordi di Oslo: non solo non abbiamo fatto niente per evitarlo ma lo abbiamo accettato senza reagire. Tollerando che avvenga pure senza testimoni con il bombardamento del centro stampa internazionale di Gaza e l’uccisione di una collega palestinese Reema Saad, incinta al quarto mese, polverizzata da una bomba insieme alla sua famiglia.
    Oggi le proteste della famiglie arabe minacciate di espulsione dal quartiere di Sheik Jarrah vengono viste come il casus belli di questa ultima guerra. In realtà prima del 1948, della sconfitta araba e della Nakba ricordata ieri, il 77% delle proprietà nel lato Ovest di Gerusalemme appartenevano ai palestinesi, sia cristiani che musulmani. Ma i loro beni, una volta cacciati via e i proprietari classificati come «assenti» sono stati espropriati e venduti allo Stato o al Fondo nazionale ebraico. Così si costruisce con l’ordine «liberale» del «diritto di proprietà» ogni ingiustizia. Non solo: gli ebrei possono reclamare le case che possedevano a Gerusalemme prima del 1948 ma questo diritto non è previsto per i palestinesi. Una beffa. Queste le chiamate leggi, questa la possiamo chiamare giustizia? Si tratta soltanto di un sopruso accompagnato quotidianamente dall’uso della forza militare.
    «Le vite palestinesi contano», ammonisce il leader democratico Bernie Sanders. Ma il presidente americano Biden che ieri ha mandato un inviato per verificare le possibilità di una tregua deve uscire dall’ambiguità: se concede a Israele di violare tutte le leggi e i principi più elementari di giustizia diventa complice di Trump e delle sue scellerate decisioni. In ballo non c’è soltanto un cessate il fuoco ma un’esecuzione mortale: quella che viene perpetrata ogni giorno al popolo palestinese messo al muro dalla nostra insipienza. E con le spalle al muro ci siamo pure noi che difendiamo con la stessa maschera dei governi israeliani la nostra insostenibile ipocrisia e disonestà intellettuale.

    (Alberto Negri, https://ilmanifesto.it/cade-la-maschera-di-israele-e-anche-la-nostra/?fbclid=IwAR2vTgKH3Pa9rZg0_z82cO8VuDkPppmsmtuZXTyEQq6Ya6V_HOlnU-p6hnY)

    4.

    Sinistra per Urbino sull’ennesima aggressione israeliana a danno del popolo palestinese

    Sinistra per Urbino esprime solidarietà al popolo palestinese, ancora una volta vittima della colonizzazione e del regime di apartheid voluto dalla destra al governo di Israele. Esprimiamo anche sdegno per le manipolazioni dell’informazione, schierata unilateralmente in favore degli aggressori e impegnata a minimizzare le sofferenze delle vittime. Nemmeno l’assassinio di 14 bambini è riuscito a rompere il muro di omertà e menzogna dei giornali e delle tv.
    Al tempo stesso, dobbiamo amaramente constatare quanto fosse vero quanto avevamo detto in occasione delle celebrazioni del 25 aprile a Urbino. La storia non insegna nulla, tanto che anche molte delle forze quel giorno presenti, invece di sostenere la legittima resistenza dei palestinesi, si schierano dalla parte dei carnefici o si nascondono dietro una ipocrita equidistanza.
    Se nulla di diverso ci si poteva aspettare dal partito di Renzi, un baraccone atlantico pronto in ogni momento a saltare il fosso, disgusta in particolare l’immagine del segretario del PD Enrico Letta, che su un palco dal quale sventola la bandiera israeliana applaude oscenamente le parole di Salvini e della destra più razzista.
    I partigiani che hanno liberato il nostro paese, traditi anche in questa circostanza, non avrebbero avuto dubbi e si sarebbero schierati senza se e senza ma al fianco del più debole e dell’aggredito, e cioè dei palestinesi, e di quella parte di Israele che si oppone alle prepotenze perpetrate dal proprio stesso paese.
    Invitiamo gli uomini e le donne di sinistra che si ribellano a questa ingiustizia e vogliono conservare un minimo di dignità a manifestare con noi oggi pomeriggio a Pesaro e nei prossimi giorni anche a Urbino.

    (Dalla pagina FB di Stefano Azzarà)

  11. La repressione e i soprusi consumati da parte degli ebrei nei confronti dei palestinesi, vanno naturalmente condannati, in ciò anche tanti ebrei sono concordi. Li ho constatati con i miei occhi, al seguito di una guida palestinese, e mi hanno causato molta sofferenza (specialmente la vista del muro), e un vivo senso di partecipazione e di condivisione.
    Tuttavia, per chi si sente autorizzato nel contesto di questa ennesima tragedia della storia a ‘schierarsi’, pongo due domande. La prima, sul retroscena storico: se Israele fosse uscita sconfitta dalla ‘guerra dei sei giorni’, quale sarebbe stato il suo destino? Temo, ragionevolmente, che adesso non saremmo qui a parlare degli ebrei di Israele. La seconda, di attualità: se Israele non disponesse di uno scudo protettivo efficace contro le migliaia di razzi che piovono da Gaza, quali sarebbero le conseguenze per la sua popolazione? (Non mi si risponda, banalmente, che i missili sono una giusta reazione da parte dei palestinesi, considerando il quadro politico e ideologico che fa da sfondo).
    Allora, mi limito ad alcune riflessioni: che la guerra comporta una regressione etica, che ne vanno estirpate le cause con gli strumenti del dialogo, nelle mani della politica, e che dalle macerie della guerra non nasce un mondo migliore.

  12. Vorrei che si riflettesse sulla nascita dello Stato di Israele, vorrei che si riflettesse sulla sua legittimità storica e giuridica, vorrei che si riflettesse sul fatto che questo Stato si è formato buttando fuori a calci la gente dalle sue case e dai suoi campi, e che continua a esistere buttando fuori a calci la gente dalle sue case e dai suoi campi. Vorrei che si riflettesse sulla legittimità di uno Stato che esiste sulla base di e grazie a un sopruso. Vorrei che si considerasse che il movimento sionista, con lo scopo della fondazione di uno stato artificiale e illegittimo, è nato ben prima della seconda guerra mondiale. Vorrei che si affermasse che chi è stato buttato fuori a calci e continua a essere discriminato, affamato e perseguitato ha tutti i diritti di desiderare e perseguire l’eliminazione di uno Stato che esiste solo in grazia della violenza e del sopruso. Che questo genera viluppi, strumentalizzazioni e manomissioni politiche a non finire, ma la radice è chiara.
    Che uno Stato dichiaratamente su base etnica che per solidarietà etnica dispone di sostenitori, spesso molto influenti, praticamente in tutti gli altri paesi del mondo, compresi paesi molto potenti, è quantomeno sospetto.
    Non credo che essere stati perseguitati sia una buona ragione per essere autorizzati a perseguitare a propria volta.

  13. “Israel’s 2018 “nation-state law” enshrined “Jewish settlement as a national value” and undermined the legal equality of Israel’s Arab citizens. As settlements expanded, a two-state solution turned from a distant dream into a fantasy.”, “the explosion of fighting in Israel and Palestine in recent days makes clear something that never should have been in doubt: justice for the Palestinians is a precondition for peace. And one reason there has been so little justice for the Palestinians is because of the foreign policy of the United States.” M. Goldberg, NYT, 18/5 Anche negli USA lo sanno; solo la comunità ebraica italiana è così stolta da schierarsi sempre con gli ‘heil Sion’

  14. …eppure a Milano esiste una comunità ebraica per la pace che ha sfilato con cartelli del tipo: ” Mia nonna non è sopravvissuta ad Auschwitz per bombardare Gaza” oppure “Non a mio nome”…

    1. Certo, mi riferisco alla posizione della rappresentanza nazionale ufficiale.
      L’identificazione dello stato di Israele come legittimo rappresentante dell’eredità ebraica da parte comunità ebraiche internazionali è una pericolosa stoltezza.

  15. Gli stati arabi non hanno mai accettato la presenza di Israele in Palestina. Le hanno mosso la guerra e l’hanno persa. Sulla base di questa stessa convinzione hanno rifiutato le proposte di pace, con Arafat in testa. Questo attaccco contro Israele partito da Gaza vede come sostenitori e artefici non tanto occulti l’Iran e la Turchia, due stati fondamentalisti e dittatoriali. Questo sta a significare quale può essere la posta in gioco, e appoggiare questa azione significherebbe schierarsi dalla parte di due fra gli stati più pericolosi al mondo. Avanti popolo!

    1. Va bè essere schierati a priori, e che la prima vittima di una guerra è sempre la verità…ma dire ‘attacco contro israele partito da Gaza’ è un pò troppo: anche gli USA che sono altrettanto schierati sanno bene chi ha cominciato (NYT citato prima): assalto della polizia israeliana contro la moschea non per ‘sedare tafferugli’ ma per far tacere i muezzin che potevano disturbare il discorso del presidente, e soprattutto espulsione dalle loro case dei palestinesi di Gerusalemme. Poi reazione palestinese, e stavolta con anche quelli che sono cittadini di israele (che reagiscono anche alle caccie all’uomo nelle città dei giovani coloni fascisti).
      Per riprendere il discorso iniziale sui mondi i ‘dannati della terra’ escono dalla pasdività.

  16. …mi chiedo come mai le ingiustizie se piccole vengono raggiunte dai codici legislativi, mam mano che diventano grandi è sempre piu’ difficile, anzi, per paradosso, ad un certo punto, ingigantendosi, diventano dei motivi di benemerenza. Questo mi sembra il caso di Israele, talmente fuori misura e giudizio che puo’ sempre appellarsi all’autodifesa o al “per diritto divino”. Cosi’ sembra annebbiare le menti di comuni mortali e di potenti…Ma puo’ durare per sempre? Almeno cambiasse l’attuale pessima dirigenza attraverso i voti degli arabi israeliani e degli ebrei antisionisti, cioè dall’interno. Ma intanto la Palestina polverizzata, piu’ di quanto già non lo fosse…

    1. c’è sul manifesto una netta presa di posizione di Moni Ovadia, dalla quale stralcio un solo dato: israeliani vaccinati 60%, palestinesi sotto autorità israeliana: 3%.
      Anche questo ci riporta al ’45..a parti scambiate.

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