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Ashram

di lorenzo merlo ekarrrt – 231225

L’evoluzione esistenziale non è lineare come certo razionalismo-positivista tenta di farci credere. L’avanzamento verso lo stato di serenità richiede dedizione ed è caratterizzato da interruzioni e cadute. Per ridurre il rischio di scivolare nella pazza e sofferente dimensione governata dall’ego, è utile frequentare un ambiente che favorisca il mantenimento dell’emancipazione dall’io. Un destino da considerare per chi è consapevole che cambiare se stessi è realmente cambiare il mondo.

I luoghi

Avrei potuto dire convento, ritiro o monastero, ma ashram è, per me, più evocativo.

Convento – quanto arbitrariamente non so – ma lo connoto molto disciplinato e ritualizzato, forse adatto precipuamente a una chiamata inequivocabile e prepotente, forte come quella che vivono i talentuosi, costretti dalla propria strabordante dote a dedicarsi ad essa, musicista o calciatore, artista o commerciante, organizzatore o esploratore.

Ritiro, andrebbe bene, ha un fondo civile sebbene spesso riguardi una struttura della curia. Ma alla fine non mi attrae per il carattere troppo anziano – così mi suggerisce il mio immaginario – concretizzato perciò da persone avanti con l’età. In una battuta, ritiro chiama vecchiaia, debolezza, sgoccioli della vita. Non fa al caso mio.

Monastero mi piace, più di quello zen e di quello buddhista, quello ortodosso declinato alla balcanica, manastir. Così spesso gemma antica, incastonata nella storia e nella foresta, dai gradini consunti, silenziosa di fringuellii, immersa nei fiori e nell’incenso. Ma anche alla greca, monastiri, non di rado luoghi di pietra tra le pietre, essenziali ed elevati, forse, per questo, involontariamente più vanitosi e altezzosi di quelli macedoni, bulgari e serbi.

Tuttavia, per quanto monastero mi faccia intendere un luogo aperto a tutti, esso ha, ancora, troppo carattere religioso in senso stretto.

I moventi

Chi sente il bisogno di fermarsi, per breve periodo o fuggevolmente, in quei luoghi lo fa in cerca di un riposo dei pensieri, in cerca di un momento d’inconsapevole meditazione per un’unione che la normalità quotidiana, soprattutto delle città e della mondanità in generale, non concede o gli ha rubato. Chi sente il bisogno di fermarsi, ha in sé anche quello di riavvicinarsi a quel punto che ha scoperto tralasciato, magari per una vita intera, oscurato da perturbazioni e frivolezze d’ordine vario che ne impediscono la presenza nel quotidiano. Così, senza saperselo dire, senza alcuna razionalizzazione, tutti noi siamo esposti al rischio di capire attraverso il sentire dove andare e cosa fare o smettere di fare, per liberare noi stessi dall’ossessiva cadenza di stimoli che avevamo preso con estrema serietà, senza che lo meritassero.

A causa di questi opinabili motivi, in cima ai luoghi adatti al ricongiungimento con se stessi, ovvero col mondo proprio e con quello opposto, metto l’ashram.

Ashram

Dai pochi che ho conosciuto traggo l’immagine si tratti di spazi fisicamente delimitati entro i quali si svolge la vita ordinaria e i momenti di raccolta individuali, comuni o al cospetto del maestro del sito, sono di libero accesso e frequenza.

I colori, le forme, i suoni e le fragranze di un ashram, forse ancor più dei suoi fratelli e cugini sorti altrove nel mondo, hanno a che vedere con il concetto di enclave e di cittadella. In questo caso non quale sinonimo di segregazione o fortezza, ma di ambiente raccolto, di zona del corpo e dello spirito riparata, di luogo di serenità dove cercare, trovare e dare la pace. Dove, in altre parole, poter meglio mantenere fede alle consapevolezze che permettono agli uomini di allontanarsi dalla frenesia delle oscillazioni imposte dalla concezione materialista del mondo e di ridurre il rischio di perdersi nel proprio ego e quindi essere inconsapevolmente esposti a cadute sempre energivore e, a volte, esiziali.

È una pace che non viene da una legge umana, dalla morale, dallo studio ma dalla conoscenza di sé, ovvero dalla consapevolezza di ciò che corrisponde al proprio io e al proprio sé e di ciò che corrisponde all’intera umanità oppure, di ciò che è la vita e ciò che sono gli orpelli egoici con la quale la soffochiamo.

Svolge la funzione di ashram ogni ambiente che frequentiamo e quella di allenatore la situazione che cerchiamo di più. La famiglia, la scuola, la strada, il carcere, il circolo privato, il partito, la passione sono tutti ashram che alimentano una certa concezione di noi stessi e favoriscono pensieri e visioni, ovvero meditazioni utili per raggiungere gli scopi ad essa coerenti.

L’esigenza

Colui che a suo modo si trova in tale prospettiva, cade nell’obbligo della ricerca cosiddetta spirituale – inopportunamente, a mio parere, in quanto fuoco per le micce ai lazzi schierati nella cartuccera di ogni materialista ranger della verità con autodiritto di scadente sarcasmo – il cui culmine ha a che vedere con un’emancipazione dalla realtà gonfia e tronfia dell’importanza personale, nella quale soggiornava, arrancava o era protagonista.

Se nella realtà che si sta allora afflosciando vigeva il criterio della competizione, del gradino più alto del podio quale esclusiva unità di misura di sé e del prossimo, della pretesa di riconoscimento come solo criterio d’autostima, in quella che sta prendendo forma a causa di emancipazioni e consapevolezze varie, il modo quantitativo fa sorridere e non è più il solo e il prossimo non è più un competitore, ma uno come noi.

La sola permanenza

L’oscillazione dello stato intimo e fisico, degli interessi, valori, giudizi ed attenzioni è l’unica costante esistenziale. In essa si ravvisa un’allegoria bonsai della vita, la quale cessa nella morte storica, proprio per poter rifiorire invariata in altri corpi solo formalmente differenti, come foglie d’erba di un solo pascolo.

Ma lo ravvisa il consapevole, non certo lo scientista che crede nella crescita infinita, nell’immortalità, nell’elisir di eterna giovinezza che, sono tutte condizioni incluse nella dimensione sottile dell’energia, ma escluse da quella fisica, caduca per definizione. Ma lui, lo scientista, inconsapevole di tutto, ma muzioscevolmente patriota della scienza quale unica, solitaria via alla conoscenza, non lo sa. E incaponito prosegue dannando di materialismo le culture e gli uomini che ne sono allattati.

Cadute e ricadute

Monaci, abati, maestri, igumeni, guru, abbadesse, archimandriti e altri sanno che per il mantenimento di una certa condizione di benevolenza, salute e forza è necessario l’allenamento. Come l’atleta si reca alla pista, si cambia e scende in campo ad allenarsi, consapevole che soltanto in quel modo – doping a parte – può migliorarsi, ugualmente, per mantenere la pace interiore è necessario un’area protetta dalle distrazioni, in cui le dinamiche egoico-vanesie tendono ad avere vita breve, abortire o a divenire inconcepibili. E perciò i luoghi comuni trovano la data di scadenza e i traumi e i lutti a comportare il minimo sconvolgimento in forza e durata.

Dunque l’ambiente, l’ashram, è anche concentrazione facilitata, aiuta a “stare sul pezzo” della ricerca, concorre a ridurre il rischio di scivolate, cioè a smorzare l’avvento della circostanza giusta alla caduta, quella in cui non agiamo ma reagiamo, in cui non rispondiamo ad altro che al toboga dell’emozione che ci ha rapiti, a ciò che la sua vorticosità permette e impone.

Ma l’evidenza dell’oscillazione, quale sola caratteristica permanente, pare sconosciuta a molti. Quantomeno a coloro che, al momento giusto, hanno affermato o affermeranno convinti “io non lo farò mai”. (Vale anche con “per sempre”).

Il “di doman non c’è certezza” di Lorenzo de’ Medici – ispirato dalla fuggevolezza della giovane età – si presta ad essere declinato a favore del nostro discorso. Nel momento in cui inciampiamo nella circostanza opportuna, perdere lo stato che credevamo di avere attestato in noi, con il quale ci identificavamo e a mezzo del quale credevamo di essere lui, è un attimo. Nessun alpinista vorrebbe precipitare dalla cengia, il suo fare è orientato a godere della salita, tuttavia, la circostanza giusta per distrarsi può avvenire. Al più pacifico degli uomini – in merito c’è ampia bibliografia e filmografia nonché sentenze di tribunali – la sequela adatta a fargli perdere l’equilibrio è sempre latente. È capitato a “buoni padri di famiglia”, a “stimati professori”, a “madri caritatevoli”, a “ragazzini normali, come tanti”. E anche, all’opposto, al soldato che, preso dall’emozione giusta, risparmia il nemico.

L’opportuna circostanza

Tutti siamo un miscuglio di elementi. Se il genio ha quanto basta per essere tale, ugualmente accade al meno dotato. Vale per ogni sfaccettatura umana. Gli olivastri al primo sole si abbronzano, i chiari si ustionano. Due esempi campione per dire che la circostanza giusta non è la stessa per tutti. Serbi, croati e musulmani avevano convissuto e si erano incrociati per decenni prima che l’opportuna emozione li cogliesse senza lasciar loro scampo, senza impedirgli di trucidare il vicino di casa, il compagno di scuola, senza mancare l’occasione per vedere in loro, non più ciò che vedevano prima, ma il nemico da eliminare senza senso di colpa, ma con soddisfazione e senso di giustizia.

Se la circostanza è quella opportuna noi, qualunque forma umana, anche la più deplorevole, nonché la più ammirevole, può incarnarsi, qualunque principio e valore può essere dimenticato o con forza, richiamato e amplificato. Allora l’ashram, o chi per esso, come un porto, ripara dalle mareggiate vere della vita effimera.

Le quattro quote

di lorenzo merlo ekarrrt – 261225

Quattro allegorie disponibili a tutti – se non già da tutti osservate – sulla cosiddetta evoluzione esistenziale, ovvero come tendere all’armonia e al benessere, lungo quel percorso detto vita.

Quota 1

Dal sentiero di fondovalle, in una bruma leggera, il pascolo mostra le diverse specie d’erbe che lo compongono. Se ne vede l’oscillazione degli steli e dei fiori e si coglie così il movimento dell’aria. Se ne ascolta il setoso frusciare che accarezza il silenzio assoluto e genera quello che sentiamo. Vediamo gli insetti volare, posarsi e ronzare. La loro presenza è uno spartito della melodia della vita. Proseguiamo partecipi e complici della coltre inavvertita cosparsa sulla vallata. Osserviamo quelli che camminano a terra, ne seguiamo l’incedere per noi illogico e altrettanto indomito. Scavalcano, scivolano, rotolano indietro ma non giudicano e così non hanno difficoltà. La resilienza avviene fuori dal pensare, fuori dal futuro e dal passato, solo nel presente, ma pare che ciò sia per noi un segreto. E poi si distinguono le pietre e i sassi piccoli come scaglie, le foglie cadute di ontani e di olmi, paglierine e scurite, i grumi di terra e le raccolte sabbiose delle piogge. E le pagliuzze, ultimo stadio disponibile agli occhi, prima che anche possenti castagni, anziane betulle e monumentali faggi, come la scienza garantisce, tornino ad essere molecole e atomi.

Siamo alla Quota 1, reame del pensiero logico-razionale, che sebbene non sia che un atollo di conoscenza, è scambiato per il continente, il pianeta, il sistema solare, la galassia e il cosmo da chi lo abita, ignaro di disporre di un immaginario succube d’un incantesimo d’ottusità. È in quel tipo di pensiero che avviene la separazione tra le cose, è lui che crea sia il vuoto che la materia che ne riempie parte. È sempre da lui che fiorisce l’idea della realtà oggettiva, una specie di magnete, che trattiene gli uomini nel mondo delle forme, scandite dai suoi eruditi ma piccoli argomenti razionali, con i quali crede d’essere in cammino verso la conoscenza. Per i quali però, è costretto ai conflitti, le inquietudini e al mal di vivere.

La Quota 1 è anche detta Pensiero logico e materia.

Quota 2

Quando il sapere quantitativo, in forma di ordinati dati accumulabili, cede il passo a quello energetico-contemplativo, l’avanzare cessa di essere sospinto dall’esca della vetta. È il punto in cui la valle si amplia e il sentiero prende a salire. La bruma di fondo valle si dirada rilasciando una lucidità insospettata. L’osservare si libera dalla frenesia dei particolari. Il paesaggio ora ammansito rilascia orizzonti e vedute sorprendentemente sfuggiti fino a quel momento, dai quali sfavilla e palpita una luce prima assente perché la consideravamo ovvia. I dettagli scorrazzanti che brulicavano nel mondo della Quota 1, con le loro alabarde, non invadono più gli sguardi, né la conoscenza, né radono al suolo la creatività. Al loro posto, foreste e radure, alpeggi e ruscelli, armenti e contrade non hanno il peso della prosa tassonomica, non appaiono da una descrizione, sono invece simboli, volani di liriche, provocazioni di sentimenti, e quindi di legami, tutt’altro che inconcreti e per niente minori d’importanza rispetto allo “scientificamente provato”, per certo maggiori di significato. La fatica del procedere scompare, i passi si fanno solenni e leggera la salita. La scala del sentire ha preso il posto di quella del dovere. È la circostanza della sublimazione della vita, del mondo, dell’altro, di noi. Si vede come la fiducia nel nostro giudizio sia un bisturi che ci separa dal mondo e come l’emancipazione da esso, ce ne riunisca, quasi fossero rispettivamente espressioni dell’odio e dell’amore, con tutte le loro sfumate dissimulazioni. Ci si chiede come potevamo difendere il nostro io e i suoi spartiacque fino, se necessario, alla sopraffazione, alla censura, alla criminalizzazione di chi, a nostro insindacabile diritto, l’aveva offeso o ne portava uno di differente genealogia. Allora, a questo livello, non c’è la contrada, ma lo spirito e la metafora di tutte le contrade, non la radura, ma lo spirito e la metafora di tutte le radure, non c’è la misurazione ma l’assurdità che solo la nostra quantificazione definisca l’identità di quanto osserviamo. E non c’è più neppure il vuoto né la materia che ne occupa qualche porzione, ma un solo organismo, in cui tutto è contiguo e cangiante, sempre rispettoso della nostra biografia e del suo sentimento. C’è la consapevolezza che tutto appare in quanto siamo noi a concepirlo nei pensieri e a narrarlo e che qualunque descrizione conterrà anche noi stessi. È la quota della vita piena, senza differenza né separazione tra noi e il mondo. La quota naturale dei bambini, che salendo su una scopa galoppano davvero la realtà.

La Quota 2 è anche detta Visione lirica e sublimazione.

Quota 3

Dalle visioni-consapevolezze di Quota 2, nelle quali il mondo non è più percosso, violentato, travestito e mortificato entro la bidimensione imposta dall’incantesimo del tempo lineare né da quella positivista e neppure da quella meccanica del causa-effetto, il sentiero seguita a salire lungo il fianco della montagna. Entra nei valloni ombrosi per poi riemergere sulle costole esposte al cielo. Un’allegoria che offre di riconoscere così l’intero, l’abbraccio degli opposti che avevamo maldestramente separati, la morte come termine della vita. Ma si trattava di una superficiale concezione egoica, della quale ora se ne poteva sorridere. Nelle regioni della Quota 3, non c’è più ragione di prendere ossessivamente parte, non c’è più ragione di vantare un’immagine di sé e difenderla, non c’è più ragione di evitare i sottoscala oscuri in cui abbiamo nascosto prima a noi che al prossimo ciò che non poteva tollerare. E c’è invece la chiarezza per fare luce là sotto e riconoscere che in quegli scarti c’è la scuola della nostra evoluzione verso la saggezza, la conoscenza, il benessere, la salute. Ciò che fuggiamo è una voce che ci indica su cosa metterci al lavoro per divenire uomini compiuti, per realizzare gesti e dare esempi in forma di dono, mai più di consiglio (l’esperienza non è trasmissibile), né di pretesa occulta. Ma anche per comprendere, finalmente, che capire non conta nulla e che ricreare è necessario. Una banalità per chi ri-crea e vive artigianalmente la propria vita, ma un segreto per chi replica e amministra il già noto. A Quota 3 risulta evidente che la cognizione intellettuale si può muovere, e può avere le sue ipertrofiche soddisfazioni, solo nel coagulo di energia che dà forma alla materia, ma non alle sue correnti sottile e universali, che fluttuano ovunque, oltre il tempo, lo spazio e la piccola logica. E quando il pendio si fa ripido e la traccia zigzaga per risalirlo e la fatica, come un maestro, ci mette alla prova, alcuni saranno pronti a cogliere che solo amando, le difficoltà, da vivide e penose inaridiscono fino a dare gioia; che la meditazione, magari sulla cadenza dei passi, ha il potere di sostituirsi ai pensieri dell’orgoglio che fanno di ogni metro un peso da superare.

Alla Quota 3 avviene la piena constatazione del potere luciferino, creatore del mondo duale, ovvero della pesante zavorra che impediva il volo dal quale osservare che il male non è estirpabile in quanto generatore del bene. Quel peso, che ci teneva sul fondo a combattere per le nostre buone ragioni e le cattive del prossimo, ora si disperde lasciandoci allibiti ad osservare l’abbraccio degli opposti, una dimensione della realtà sulla quale la cultura quantitativa ci ha insegnato a essere bulli. Come può non essere effimera l’incastellatura morale – e tutte le altre – che ogni popolo, ogni uomo, formula per sé, anche con estranee se non opposte visioni?

La Quota 3 è anche detta Meditazione e amore.

Quota 4

Se alla Quota 1 corrisponde la realtà che impariamo sui sussidiari, poi sempre ribadita fin su ai master. Celebrata con le specializzazioni nelle aule erudite delle sapienze, il cui succo ha a che vedere solo con la ricerca delle differenze formali e lo sminuzzamento delle parti, la cui sostanza guida uno status quo esiziale per uomini, animali, natura e terra intera, e col vanesio nettare della superiorità dell’uomo su tutto, nonché, quindi, con la sua indipendenza dal creato; e se alla Quota 2 corrisponde un’emancipazione e un sollievo per lo svincolo dai fili consuetudinari che ci muovevano e ci impedivano una nostra personale interpretazione del reale, non più univoco come appreso, ma totalmente soggettivo come ricreato, non più composto da parti inerti, ma come organismo ovunque senziente, sensibile ad ogni azione e pensiero, alla Quota 3 esistiamo nella consapevolezza dei pochi archetipi dell’umanità dai quali emergono le infinite forme di ogni uomo e delle sue idee, e del potere della meditazione – un Simurgh (vedi la leggenda) che rivela quanto la conoscenza sia già in noi e quanto un’opportuna ecologia di noi stessi, possa permetterci di sfruttarla, possa donarci la miglior vita. Alla Quota 4 l’apparire del mondo, che avviene solo al nostro cospetto, rivela la natura della coscienza simile alla mutevole increspatura del mare, sempre assoggettata dalle circostanze atmosferiche del cielo o della psiche, perciò, necessariamente effimera nelle sue affermazioni.

Alla Quota 4 vediamo che la vetta non è che l’ultima illusione. Chimera o carota, luciferini espedienti non più efficaci per tenerci sotto il giogo della competizione, dell’orgoglio, del ruolo e, in generale, dell’importanza che davamo a noi stessi. È la quota in cui l’io non corrisponde più a noi, ma – per quanto con le sue ragioni storico-culturali – a un’incastellatura arbitraria che ora non è più destinataria di tutte le nostre energie, non più dominatrice dei nostri comportamenti. Siamo alla quota in cui si compiono gesti dedicati all’infinito, senza attesa di ricompensa alcuna.

La Quota 4 è anche detta Bellezza e Uno.

 

L’officina vuota

di Lorenzo Merlo

Questo intervento di Lorenzo Merlo segue quello precedente, che ha già prodotto numerosi e polemici commenti (qui) e contrasta in maniera abbastanza netta con le considerazioni critiche sulla scienza contemporanea che Paolo Di Marco va svolgendo su Poliscritture nella rubrica ” Il guaio col metodo scientifico”. Spero in un confronto serrato e senza censure o autocensure. [E. A.]

Brandelli di relitto

Diciamo spesso di imparare dalla storia. Accade ogni volta che assistiamo a qualche sprovvedutezza protetta al petto come fosse un bene grande. Altrettanto spesso osserviamo che l’occasione della sua lezione è andata perduta una volta ancora. 

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La recita o la vita

di Lorenzo Merlo

“Gli era chiaro come uscire dalla storia” afferma la voce parlante di questo racconto. Oh, fosse possibile dirlo non solo a singoli più o meno eccezionali che, “osservando se stessi”, sperimentano “ciò che alcuni chiamano risveglio”! Ho letto con divertito scetticismo (anche per i riferimenti ad autori – Watzlawick, Jung, Castaneda – che mi sono rimasti abbastanza estranei) questo racconto di Lorenzo Merlo, ma lo propongo all’attenzione di altri lettori più sensibili a quelle che a me paiono soltanto vie di fuga spirituali impraticabili dai milioni di viventi costretti in condizioni di precarietà o schiacciati dalle emergenze (questa del coronavirus è solo una delle tante) o dalla povertà. A loro – lo dico amaramente – toccano purtroppo ben altri risvegli. [E. A.]

Può capitare, osservando se stessi, di avvertire ciò che alcuni chiamano risveglio. La magia che si compie comporta di vedere il reale diverso da come era prima, pur essendo lui, sempre identico. È una magia a più livelli, prospettive o combinazioni. Essa include infatti anche la chiara comprensione che la realtà esce – e non, entra – dai nostri occhi. Include che non ci si senta più monadi separate dall´universo; che l´infinito che siamo è sempre mortificato da quello che crediamo; che l´energia compone il cosmo, tra cui noi stessi. 

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Siamo tutti in pericolo

di Lorenzo Merlo

Questo articolo di Lorenzo Merlo fa da specchio fedele alle paure e alle incertezze del tempo sospeso e gravido di incubi in cui siamo capitati. Ha echi pasoliniani: la critica al “sistema di educazione che ci divide in soggiogati e soggiogatori”, una nostalgia per le epoche in cui gli uomini non erano “analfabeti in tutte le materie della creazione che si studiano con le mani”, la scelta di “stare con i deboli”. Non cade nella facile visione complottista oggi diffusissima (anche se, qua e là, pare la sfiori). Ci vedo anche un tentativo di distanziarsi criticamente da una realtà indecifrabile e angosciante narrando al passato eventi appena accaduti o che ancora stanno accadendo. Il nucleo emotivo e intellettuale dell’articolo sta nella fila caparbia e lucida dei ‘perché’ e dei ‘vogliamo’ polemici che Merlo accumula. E che chiedono, però, almeno un abbozzo di risposte. [E. A.]

Era lontana la Cina. Arrivavano notizie di qualcosa d’importante. Per fare fronte all’emergenza fermarono la routine della vita nota. Attraverso la tv, prima che spaventoso ed esiziale pareva irreale. Strade vuote, morti, ospedali traboccanti, tutto immobilizzato. L’allarme era mondiale ma tutti stavano a guardare.

Era lontana la Cina.

Finché non si fece sotto e fu vicina come non avremmo mai detto. Ed eccola qui. Era in casa.

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