Su comprensibilità e incomprensibilità in poesia

cusumanomiro

 Miro Cusumano,R.m/g.b.a 76

di Massimo Parizzi

Per me questa discussione (qui) è stata tutta interessante. Ma riguardo a un tema in particolare, la “comprensibilità/incomprensibilità” in poesia, vorrei cercare di dire qualcosa su questioni che, stranamente, mi sembra non siano state toccate. Scusate se comincio con ricordi personali.
Un incontro determinante per il mio futuro (e tuttora il mio presente) fu, tra i 16 e i 17 anni, cioè nel 1966-1967, quello con un gruppo di pittori, scrittori e “teatranti” che in quegli anni aprirono a Milano una “galleria-teatro-laboratorio” dal nome Il Parametro e fecero uscire per due numeri una rivista omonima. I pittori erano astrattisti geometrici. Gli scrittori guardavano a Beckett (poi si sarebbero innamorati, loro e anch’io, dello strutturalismo) e componevano testi di parole e frasi esatte, sonore e misteriose. Un esempio: “Dormio ho pensato questa vita ribaltata e commossa lacrime di tensione e di aspettativa per quell’attimo turgido immagine anziana di seno di donna sollevato di parola piena anno data numerica di canto…”. Che cosa poteva capire un sedicenne, io, di testi così “incomprensibili” e di quadri fatti di cerchi, semicerchi, archi di cerchio, quadrati di colori puri complementari: giallo/viola, rosso/verde, blu/arancio? (Fatemi consumare due righe di post per ricordare i nomi del pittore di questi quadri e della scrittrice di quelle parole, e tante altre molto più belle, cari amici morti prematuramente tanto tempo fa: Miro e Paola Cusumano.)
Che cosa potevo capirne? Eppure ne fui assolutamente conquistato. Mi ricordo guardare incantato le riproduzioni in bianco e nero di quelli e altri quadri astratti sul “Parametro” rivista, al liceo, e mostrarli ai miei compagni di classe. Perché mi affascinarono? Sgombriamo il campo da un motivo, che pure c’era. Quel fascino era il primo segno di uno scontro generazionale che due anni dopo, nel 68, sarebbe esploso: quei quadri e quelle scritture mi sembravano il “nuovo” rispetto al “vecchio”, al tradizionale, che mi veniva trasmesso a scuola e dai genitori, mi sembravano qualcosa di finalmente “mio”, una “mia” scoperta. Ma lo stesso valeva anche per gli “urlatori” (Tony Dallara, poi Celentano ecc.) rispetto ai cantanti dei miei genitori (Nilla Pizzi, Claudio Villa e così via), e tuttavia non avrei sviluppato nessun particolare interesse per quel genere di musica e i successivi. Inoltre quel motivo, per quanto forte per qualche anno, tanto da farmi andare a Parigi senza mettere piede al Louvre, ma passando ore a una mostra di Soto, non sarebbe durato: quegli stessi pittori astratti m’insegnarono a vedere Piero della Francesca, l’arco a tutto tondo del romanico ecc.
C’era anche, a motivare quel fascino, la bellezza. È vero, quei quadri e quei testi mi sembravano belli. Ma dire bellezza è dire tutto e dire niente. La bellezza è un sentimento (perché, visto dalla prospettiva di chi dice “che bello!”, è un sentimento) complesso, costituito da più sentimenti che si fondono assieme. Non è un capire: al massimo fa intuire che c’è qualcosa da capire, qualcosa che vale la pena di capire. E inoltre questo qualcosa può stare nell’oggetto che fa dire “che bello!” quanto in colui che dice “che bello!”. L’educazione alla bellezza sta proprio, a mio parere, in questo andare avanti e indietro fra l’oggetto e se stessi per discernere l’uno dagli altri. Per mio padre e mia madre erano belli i “merletti” (così dicevano tanti: “sembra un merletto”), cioè quegli intrecci in pietra nelle guglie gotiche o in oro e argento in cornici e accessori in chiesa che facevano dire: ooohhh! Mentre dei quadri di Miro mio padre diceva: “E questa sarebbe arte? Allora sono capace anch’io”. Io stesso, la prima volta che vidi la Scala a Milano da bambino, rimasi deluso dalla sua sobrietà: era famosa e quindi doveva essere bella, cioè tutta “merletti”, invece… Poi capii che quella “bellezza” non stava nell’oggetto ma in me stesso (o in mio padre), in un culto della sovrabbondanza e della ricchezza che corrispondeva a questo, a quello e a quell’altro, e non mi piacque più.
Ma allora, riprendo, che cosa mi affascinò in quei quadri e quegli scritti? Cercando di riandare a quelle mie emozioni da adolescente, pur sapendo che il senno di poi e la distanza nel tempo può travisarle, mi sembra di poter dire che ad affascinarmi, inizialmente, fu soprattutto un senso di vuoto, di assenza, di silenzio. Vuoto rispetto a che? Al pieno del “significato”. C’era un senso di liberazione da quella che potrei chiamare la “dittatura del significato”. L’ho riprovato ultimamente, visitando un paio d’anni fa il Museo del Novecento a Milano, quando, dopo un’infinità di ritratti e paesaggi in pittura e scultura del gruppo di Novecento, e di Sironi, Martini, Casorati, Carrà, tutti densi di “significato”, tutti ansiosi di dirmi qualcosa (ma non li sto liquidando in blocco, eh, ci mancherebbe: sto raccontando un “sentimento” provato in quel momento lì), dopo tutta quella pesantezza, mi sono trovato di fronte le piccole sculture degli anni Trenta di Fausto Melotti: modeste, rigorose, ariose, libere.
Questo avevo provato di fronte a quei quadri astratti e a quei testi teatrali, quelle prose, quelle poesie, da adolescente: di avere trovato finalmente qualcuno e qualcosa che non voleva ficcarmi in testa questo o quello, che non voleva imbottirmi autoritariamente di “significati” (non va dimenticato, certo, che i miei insegnanti, a parte una, insegnavano letteratura e poesia parafrasando i testi: questo significa questo), ma che mi diceva qualcos’altro (non è che non mi dicesse niente), però me lo diceva invitandomi a essere attivo, a cercarlo questo qualcos’altro, lasciandomi spazio. Non sto quindi facendo l’apologia dell’assenza di significato, ma mettendo in discussione ciò che a volte s’intende per “significato”: questo significa questo.
Scoprii che cosa mi dicevano? Un po’ credo di sì. Parlavano di pulizia, essenzialità, rigore, che sarebbero diventati presto, per me, messaggi morali, etici e politici. Parlavano di un mondo radicalmente “altro”, di forme a se stanti e parole (relativamente) a se stanti che si coniugavano formando un mondo che non era e non voleva essere un’imitazione di quello “reale”. O meglio, parlavano di “mondi” altri, perché dopo la pittura astratta geometrica avrei conosciuto Mirò, Kandinsky, Klee, Hartung, Wols, l’informale ecc., e avrei visto configurarsi altri mondi in cui prevalevano il gioco gioioso, o la leggerezza, o l’energia del gesto, o la cupezza. Ma, soprattutto, parlavano tutti di “gratuità” o, usando un altro termine, di “valore in sé”. Nessuna di quelle opere voleva avere un “significato” nel senso convenzionale o tradizionale del termine, nessuna voleva “stare per” qualcos’altro. La liberazione dalla “dittatura del significato”, per me, significava questo. Ero preparato quindi a scoprire, qualche anno dopo, il vero demonio al cuore della “dittatura del capitalismo”: la trasformazione di tutto in qualcosa che sta per qualcos’altro la cui espressione per eccellenza è ovviamente il denaro, che sta per il lavoro, che sta per la merce, che non sta mai in sé eppure è ciò su cui il mondo si fonda. Poi, come sappiamo tutti, questa consapevolezza si ampliò fino a capire che le stesse persone, le stesse vite, per la logica del capitalismo, non hanno valore in sé, ma… Appunto, lo sappiamo tutti. E iniziai a stupirmi a sentir dire, da compagni, che l’arte astratta era “asociale”, che la poesia doveva essere “comprensibile” eccetera. E, confesso, mi stupisce tuttora.
Ma queste cose, per quanto un po’ generiche, come mi arrivarono? Non attraverso una comprensione che avesse per protagonista la mente. Pensieri attraversarono la mente subito, certo, e alcuni sarebbero divenuti convinzioni, concetti esprimibili in parole (qualcuno d’altronde ho cercato di esprimerlo qui). Ma i concetti non avrebbero mai non solo esaurito quadri e scritti, questo va da sé: non erano nemmeno davvero contenuti nei quadri e negli scritti. Erano, e sono, il frutto di un rapporto con quei (e tanti altri) quadri e scritti. Un rapporto nato e che nasce dall’esperienza di sentimenti che inducono a intrattenerlo: bellezza, essenzialità, rigore, pulizia, gratuità eccetera. E a fare esperienza di questi sentimenti, mi sembra, non è principalmente e prevalentemente la “mente ragionatrice” (qui taglio un po’ con il coltello: non è che creda che esista la fredda ragione da una parte e il caldo sentimento dall’altra, ma addentrarmi in questo discorso, no, è troppo!). A farne esperienza è in qualche modo il corpo. Non è solo la mente a “capire”, ma anche il corpo. Qui non so spiegarmi meglio, ma né dà testimonianza evidentissima, mi sembra, la musica: sono convinto che se non avessimo un cuore che pulsa, un respiro fatto di inspirazioni ed espirazioni, un sangue che fluisce, la musica per noi non potrebbe esistere. E questo vale anche per la poesia, con il suo andare a capo invece di formare una lunga linea continua, le sue eventuali rime, le sue assonanze, allitterazioni, i suoi ritmi.
Tutto ciò, lo riconosco io stesso come un mio limite, mi ha anche portato a una deformazione: leggendo una poesia tendo a stare molto più attento al suo ritmo eccetera che al significato delle sue parole, e di fronte alle poesie troppo “comprensibili” mi viene sempre da chiedermi: ma se voleva dire questo perché non l’ha detto in prosa? Il che mi porta a un ultimo punto (scusate la lunghezza, ma non si tratta di questioni proprio facili). Non sono d’accordo con l’idea di Grandinetti di “lingua condivisa”. Secondo me una lingua condivisa non esiste. Cioè, per gli italiani è l’italiano. Punto. Esiste, come insegnava Saussure, una “langue” che però sta ovunque (in tutte le parole in italiano che sono state pensate, dette e scritte finora, nella Divina Commedia e nella nota della spesa, al Parlamento e in camera prima di addormentarsi). Sta ovunque a pezzetti, cioè non sta intera in nessun posto. Ed esiste una “parole”, una “langue” messa concretamente in atto, che sta in innumerevoli posti (nella Divina Commedia ecc.), ma senza “langue” non esisterebbe. Poi, certo, esistono livelli di competenza linguistica, lingue settoriali, gerghi ecc. Ma non sono neanche d’accordo con Ennio nel paragonare la difficoltà di certi linguaggi poetici a quella del “linguaggio specialistico dell’informatica”. La lingua di una poesia non è mai, secondo me, una lingua specialistica (anche se, certo, può usare termini specialistici di questo o quello specialismo). Per capire un testo di informatica si può studiare informatica; per capire Pound, che cosa si può studiare?
Però, è vero, esistono atti di “parole” per iscritto che chiamiamo poesie e atti di “parole” per iscritto che non chiamiamo poesie. Che cosa differenza gli uni dagli altri? Secondo me a differenziarli sempre, a differenziare tutte le poesie da qualunque altro scritto è soltanto una caratteristica: la cesura del verso, l’andare a capo deciso dal poeta e non imposto dal bordo destro del foglio (o consigliato dal concludersi di un discorso-paragrafo). Gli scritti che non lo fanno non li chiamiamo poesie: magari, se vi riconosciamo altre caratteristiche più presenti in poesia che altrove, li chiamiamo “prose poetiche”, o diciamo che qualcosa è stato scritto “poeticamente”. Non si tratta, ovviamente, di una caratteristica da poco: è quella che differenzia tempo lineare da tempo non lineare. Ma nessuno ha mai detto, credo, che è questo a rendere una poesia “incomprensibile”. Il lessico invece no, non differenzia la poesia da altri scritti. Una poesia italiana è scritta in parole della lingua italiana (lasciamo perdere casi estremi che qui confonderebbero e basta, come “ono ono todào lota ma dina…”: sono appunto casi estremi e meriterebbero, se lo meriterebbero, un discorso a parte). Certo, una poesia può usare parole più difficili di un’altra, ma questo vale per qualunque scritto e anche parlato, poi dipende dalla competenza linguistica del lettore, e poi, insomma, ci sono i vocabolari. Se uno non conosce il significato di una parola può cercarsela e avrà imparato qualcosa (si può chiedere uno sforzo al lettore, o bisogna dargli la pappa pronta?). A questo livello, insomma, chiunque conosca l’italiano può capire una poesia in italiano. Poi ci sono le rime, i ritmi, le allitterazioni, le assonanze ecc. che, è vero, sono strumenti usati prevalentemente in poesia, ma non solo in poesia e non in tutte le poesie. E comunque non sono stati messi in discussione qui a proposito della “comprensibilità/incomprensibilità” delle poesie.
Che cosa resta? A me sembra che la difficoltà di capire una poesia sia sostanzialmente dovuta, e addebitata, alle sue violazioni della lingua “condivisa”, dell’italiano cioè, a livello grammaticale e sintattico. Ma le violazioni sono violazioni, non un’altra lingua. Non sarebbero violazioni se non esistessero delle regole; violando le regole le indicano. Chiunque conosce la grammatica e la sintassi dell’italiano le riconosce come violazioni. E, soprattutto, che cosa regolano le regole grammaticali e sintattiche? I rapporti. Rapporti spaziali, temporali, di causa ed effetto, di appartenenza ecc. Vogliamo chiedere alla poesia di non violare la “lingua condivisa” neanche a questo livello? Di usare il passato per parlare di ieri e del futuro per parlare di domani? Resteremmo, mi sembra, senza la possibilità di esprimere e vedere espressi dimensioni essenziali della vita, in cui per esempio il passato è presente, come nel ricordo o nel sogno, rapporti fra le cose esistenti ma nascosti, possibilità che non sono realtà. E tanto, tanto, tanto altro.
E, forse soprattutto, rimarremmo incatenati a una configurazione dei rapporti spaziali, temporali, di causa ed effetto ecc. spesso connessa strettamente (anche se molto obliquamente) a una configurazione storica, sociale, economica e politica del mondo. Quella di “lingua condivisa” è a mio parere, al massimo, un’idea statistica: un tot per cento di italiani conosce questa parola o questo costrutto sintattico e un tot per cento no. Ma, a parte la difficoltà e probabilmente l’impossibilità di mettere dei numeri al posto di questi “tot”, e a parte la mia convinzione (che ovviamente si può non condividere) che la comprensibilità a livello lessicale, grammaticale ecc. di un testo sia soltanto un aspetto di ciò che un testo trasmette, del suo significato in senso ampio, c’è che la comprensibilità di un testo (e non solo poetico) è socialmente condizionata in modo enorme. Qui ci vorrebbe, forse, uno psicologo sociale, ma moltissime volte ho constatato, per esempio, che a trovare “difficile” un testo letterario sono più le persone di mezza cultura, che svolgono un lavoro intellettuale (insegnanti, avvocati, medici ecc.) senza essere “intellettuali” in senso stretto, rispetto alle persone di scarsissima o nessuna cultura, che svolgono lavori manuali ma, ovviamente, sentono il desiderio di leggere. E spesso ho pensato che, forse, il punto è proprio il desiderio. Cioè che chi presume (incoraggiato dai media, certo) di essere già “all’altezza” del mondo che poesia e letteratura possono aprire si ferma lì. Anzi, taccia di superbia chi scrive cose che non capisce (“roba da intellettuali”). E chi invece sente il desiderio, il bisogno di arrivare all’altezza di quel mondo si sforza. Ho esitato un po’ prima di scrivere “all’altezza”, ma invece sì: la poesia, la letteratura, l’arte, la musica, e anche la filosofia e molte altre cose sono più “alte” di tante altre: sono di maggiore valore, sono capaci di accrescere la consapevolezza, di acuire la sensibilità.
Questo non significa ovviamente che non ci siano poesie “difficili” che non valgono niente e in cui la difficoltà è soltanto un fumo che maschera l’inconsistenza. Come non significa che non ci siano poesie “facili” che valgono eccome. Saba è il primo nome amato che mi viene in mente. Ma non mi sembra che la maggiore o minore difficoltà sia un criterio per distinguere una poesia che vale la pena leggere da una che non vale la pena leggere. D’altronde non credo che, al riguardo, esista alcun criterio affidabile. Sta a ogni lettore. Però ho constatato su me stesso, lettore di poesia saltuario, che spesso la difficoltà di una poesia non è che il segno della chiusura di alcuni dei miei sensi. La poesia si sforza di aprirmeli proprio con la sua incomprensibilità, come se mi dicesse: guarda che se non li apri non capisci. Però non ci riesce. Poi, di punto in bianco… A lungo ho letto le poesie di Angelo Lumelli senza capirci niente, finché un giorno, chissà perché… NO!!! Questo non ve lo racconto! Vi ringrazio per la pazienza.

42 pensieri su “Su comprensibilità e incomprensibilità in poesia

  1. ” Sta a ogni lettore. Però ho constatato su me stesso, lettore di poesia saltuario, che spesso la difficoltà di una poesia non è che il segno della chiusura di alcuni dei miei sensi. La poesia si sforza di aprirmeli proprio con la sua incomprensibilità, come se mi dicesse: guarda che se non li apri non capisci. Però non ci riesce. Poi, di punto in bianco… A lungo ho letto le poesie di Angelo Lumelli senza capirci niente, finché un giorno, chissà perché… NO!!! Questo non ve lo racconto! Vi ringrazio per la pazienza.”
    Qui trovo tutto il mio pensiero, ma dai ci devi dire il tuo pensiero su Lumelli! Aprire i sensi non è facile dovrebbero essere aperti dalla nascita ma se siamo troppo come dire “seguiti” i sensi si chiudono per far posto alla così detta razionalità (e chi non la conosce?). Sforzarsi di aprirli si ottiene l’effetto contrario, ma lasciarsi andare senza combattere contro la razionalità può dare grandi risultati, io ci provo. sempre. Grazie e aspetto unarisposta su Lumelli…se vuoi…e se i tuoi sensi te lo permettono. Ciao

    1. Grazie, Emilia. Una risposta su Lumelli però non posso dartela. Non ce l’ho. Un giorno le sue poesie mi parvero chiare, chiarissime, ma allora non mi fermai a pensare a che cosa era successo e adesso non lo so. Inoltre mi parvero tanto chiare che scrissi una lunga recensione per “il manifesto” (credo sul suo primo libro: “Cosa bella cosa”, di più di trent’anni fa!), ma, riletta qualche anno fa, quella recensione mi parve scarsa, quindi non so nemmeno se l’avevo davvero “capito” o no. Ci tengo però a questa cosa, che ti ringrazio di avere colto e sottolineato, che di fronte a un testo “incomprensibile” occorre sempre andare avanti e indietro fra sé e il testo, per capire se è lui che davvero non dice niente perché non ha niente da dire, o siamo noi che non riusciamo a coglierlo perché ci dice qualcosa di “alieno”e, in questo caso, riuscirci è un enorme guadagno e, nella mia esperienza, anche una grande gioia. Mi irrito sempre quando sento dire troppo frettolosamente, di fronte a un quadro o una poesia: “non mi piace”, “è brutta”, “non mi dice niente”. E in genere (con amici) ribatto: “Forse sei tu che non piaci a lui (o a lei), forse sei tu che non gli dici niente…”. Però è anche vero che non si può fare questo “lavoro” di fronte a tutto: rischieremmo di passarci la vita. Per questo, credo, occorre stare attenti ai segni, ce ne sono sempre, che ci dicono se su qualcosa vale la pena di interrogarci o no. Anche se, va da sé, questi segni non garantiscono niente. Arriveremo tutti alla fine della vita avendo trascurato cose che valeva invece la pena approfondire, e approfondito cose che sarebbe stato invece meglio trascurare. Amen. Ciao, Massimo

  2. Questo bel saggio-testimonianza di Massimo Parizzi, che difende le ragioni della (apparente? provvisoria?) “incomprensibilità” di un testo di poesia ( o di un’opera d’arte), richiederebbe una intensa discussione. Il tema è carico di implicazioni di ogni tipo e il dilemma forse irrisolvibile con una netta scelta tra l’uno o l’altro dei due termini, perché essi rimandano a conflitti più profondi, e non solo estetici.

    Qui mi limito, come altre volte, ad alcuni appunti:

    1. Purtroppo siamo usciti (e male) dagli speranzosi anni ’60. Abbiamo visto cioè deteriorarsi a sua volta quel “nuovo”, che si presentò in forma viva nell’incontro con il gruppo di pittori, scrittori e “teatranti” del Parametro e tanto affascinò quel giovane 16-17nne (e tanti altri) in rotta con il mondo adulto d’allora qui rievocato.

    2. Massimo parte da un approccio soggettivo alla poesia e all’arte. Uno sente bella una cosa e lo dice. Siamo nella sfera del sentire, del sentimento. Chi può negare valore a questo sentimento? Persino un “arido” ragionatore come Kant ne riconobbe la forza. Va benissimo. Massimo poi è così accorto e duttile da non esaltare la soggettività in assoluto. E, infatti, aggiunge: «La bellezza è un sentimento[…] Non è un capire: al massimo fa intuire che c’è qualcosa da capire, qualcosa che vale la pena di capire».
    Sa che, comunque, appena oltre, restano aperti altri problemi: «questo qualcosa può stare nell’oggetto che fa dire “che bello!” quanto in colui che dice “che bello!”». E parla di un’«educazione alla bellezza», che avverrebbe tutta «in questo andare avanti e indietro fra l’oggetto e se stessi». Tutto verrebbe giocato, allora , tra oggetto e soggetto?

    3. A me viene da obiettare che quell’oggetto esiste anche per altri. Non viene, cioè, sentito o percepito da un soggetto isolato e sovrano. E, per il fatto stesso di essere messo in circolazione in una società, viene a trovarsi in una complicata rete di sguardi. Che lo sentiranno (o percepiranno) in vari modi, quasi sempre conflittuali tra di loro.
    Allora c’è un problema: tutti “giusti”, indiscutibili, da accettare così come vengono espressi, questi modi?
    Aggiungerei poi un’altra obiezione: quello che viene sentito come bello o brutto è anche oggetto- simbolo; e oggi, nella società capitalistica in cui viviamo, oggetto-merce. E, dunque, viene a trovarsi anche in un’altra più complicata rete di interessi variegati: ideologici, politici, economici. Scatena inevitabilmente un conflitto tra vari interpreti (autorevoli, meno autorevoli) che si contendono tra loro il primato della giustezza dell’interpretazione, il consenso del pubblico, la sponsorizzazione delle autorità e determinano il prestigio simbolico (successo) e materiale (danaro che se ne può ricavare) di quell’oggetto e del suo autore. (Vedi proprio adesso il Premio Strega). Mai dimenticare che il piano estetico è collegato da mille fili ai restanti piani. Guai a non tenerne conto.

    4. Tra il giovane Massimo, che s’entusiasmava davanti al quadro astratto di Miro Cusumano e suo papà, che lo respingeva come “incomprensibile” o banale (e, dunque, non artistico) e restava fedele alla sua concezione di un’arte bella se “comprensibile” (i “merletti”), ci fu una frattura. Si può porre e non porre la domanda: chi aveva ragione o più ragione. Non si può, però, dubitare che quella frattura ci fu. (O già c’era e risaliva ai primi del Novecento, all’epoca delle avanguardie artistiche, se non prima).
    Da una parte l’arte d’élite (sottolineo: d’élite) della tradizione col suo strascico di consenso di pubblico (tra cui anche il padre di Massimo) e dall’altra un’altra arte d’élite (sottolineo: d’élite) moderna o d’avanguardia, con un consenso sicuramente minoritario, ma forte, aggressivo, rumoroso, spettacolare, soprattutto nei settori “ribellistici” o “sovversivi” della società (i giovani, la piccola borghesia, poi un certo ceto medio “planetario”) e non in altri (le masse contadine o operaie di una volta, la gente oggi).

    5. Qui il punto per me più problematico: quell’arte non ha sostituito, come intendeva fare, la tradizione, non l’ha cancellata mai del tutto. Avanguardia e neoavanguardie, che di continuo si ripresentano e si riproducono (segno che hanno una loro ragion d’essere), trovano nella società capitalistica sempre un certo seguito, ma non “sfondano” mai o, se hanno sfondato ( in editoria, pubblicità, moda, ecc.) è avvenuto sempre a scapito delle punte più “rivoluzionarie” ed estreme, che vengono addomesticate. Lo dice in altro modo, en passant, anche Massimo che le forme della tradizione resistono e non sono trascurabili, quando scrive: «quegli stessi pittori astratti m’insegnarono a vedere Piero della Francesca, l’arco a tutto tondo del romanico ecc.».

    6. Poi scrive: «c’era un senso di liberazione da quella che potrei chiamare la “dittatura del significato”». Saltando tutti i passaggi per contestualizzare tale concetto, mi chiedo: ma oggi c’è ancora questa “dittatura del significato” o siamo arrivati alla “dittatura dei significanti” o addirittura alla perdita di ogni significato o senso?
    Se allora per il giovane Massimo ed altri fu liberatorio, attorno al quel 1967, «avere trovato finalmente qualcuno e qualcosa che non voleva ficcar [loro] in testa questo o quello, che non voleva imbottir[li] autoritariamente di “significati”», bisognerà pure, oggi che tanta acqua è passata sotto i ponti (assieme anche a molti cadaveri e porcherie e corruzioni), fare un bilancio, improntato a quei valori «di pulizia, essenzialità, rigore» a lui ( ma anche a me) tanto cari, di questo “nuovo” che ha vinto (ripeto: in certi settori della società). Anzi della “tradizione del nuovo”, che, invece di sostituirla, convive più o meno bene con la “tradizione del vecchio”. Mi chiederei soprattutto se, dietro quel “nuovo” non c’erano già allora altre autorità magari forti in altri paesi, in altri contesti culturali, ma non ancora qui in Italia. E mi riferisco al processo di “americanizzazione”, che ebbe ragione delle resistenze “vecchie”, delle poetiche “tradizionali”(dal neorealismo, allo sperimentalismo officianesco). Mi riferisco pure alle polemiche di Fortini e altri con Vittorini, Calvino, ecc.
    Alla fine del processo, insomma, fatte fuori le vecchie autorità, le nuove che si sono imposte dove ci hanno condotto?
    Quei «messaggi morali, etici e politici» libertari del ’68, che «parlavano di un mondo radicalmente “altro” di forme a sé stanti e parole (relativamente) a sé stanti che si coniugavano formando un mondo che non era e non voleva essere un’imitazione di quello “reale”» dove ci hanno portato?
    Lo chiedo senza ergermi a moralista o a difensore dell’arte “comprensibile”. Mi pare però legittimo chiedermi cosa ci ha fatto comprendere in più l’arte “incomprensibile”. E credo che una tale discussione vada fatta ripoendosi la domanda: quel “nuovo” in poesia e arte andava davvero «al cuore della “dittatura del capitalismo”»? preparava davvero a intenderlo meglio? o batteva al ritmo di quel cuore?
    (Sullo sfondo le due ipotesi teoriche da cui non si può prescindere: quella di Adorno (la poesia o l’arte autentica è in sé nemica dell’esistente inautentico); e quella di Fortini, che corresse il filosofo tedesco indicando quanto la poesia (tradizionale o d’avanguardia), per il solo fatto di essere forma, non fosse di per sé rivoluzionaria o raggiungeva sempre un’autenticità al di sopra di ogni sospetto.

    7. Massimo ricorda che, oltre a quelli che rimanevano ai bei “merletti”, c’erano in quegli anni di fervore e movimento anche quelli che rozzamente consideravano l’arte astratta “asociale” e l’accusavano di distrarre dalla rivoluzione o sostenevano che «la poesia doveva essere “comprensibile” eccetera». E si stupisce tuttora della cosa.
    Io me ne stupisco di meno. Perché interpreto il rifiuto per le sperimentazioni delle avanguardie (sul piano estetico certamente discutibile) e l’esigenza “vecchia” di volere una poesia e un’arte comprensibile in nome di «una comunità» (che sicuramente oggi è disfatta e perciò inesistente, l’ho detto io pure) come un rifiuto potenzialmente politico della attuale società spappolata, sonnambulica, settorializzata. Non riducibile, perciò, a un semplice atteggiamento di conservazione o di nostalgia per una comunità ideale (patria, nazionale, ecc.). E temo, allo stesso tempo, che il rifiuto degli sperimentatori orgogliosamente assolutisti e che si ammantano troppo spesso con l’abito del Genio, al quale tutto sarebbe concesso anche sputacchiare sulle masse, le plebi, sia più ambiguo e meno sincero.

    8. Allo stesso modo, pur apprezzando quanto Massimo scrive con equilibrio sui limite della «“mente ragionatrice”» («qui taglio un po’ con il coltello: non è che creda che esista la fredda ragione da una parte e il caldo sentimento dall’altra»), l’enfasi che pone sul fatto che «non è solo la mente a “capire”, ma anche il corpo» mi pare debole.
    Leggere una poesia stando molto più attenti al suo ritmo che al significato delle sue parole, mi pare un’operazione comunque parziale, se non già accettazione della divaricazione tra corpo e mente. Che dovrebbe essere a tutti i costi ricomposta.

    9. Due ultime pignolerie. Quando Massimo scrive: « non sono neanche d’accordo con Ennio nel paragonare la difficoltà di certi linguaggi poetici a quella del “linguaggio specialistico dell’informatica”. La lingua di una poesia non è mai, secondo me, una lingua specialistica», chiarirei che un paragone resta semplicemente un paragone. L’ho usato per sottolineare che c’è sempre distanza tra lingua comune e lingua poetica (tra ‘langue’ e ‘parole’); e facevo l’esempio, in altro campo, di un caso evidente di distanza: quello tra un utente comune del PC e un informatico. Per me, comunque, nel campo della poesia i poeti, praticandola assiduamente, sono degli “specialisti”. Come lo sono gli scienziati nei loro campi. Specialisti sui generis, se si vuole. E alla sua domanda: «per capire un testo di informatica si può studiare informatica; per capire Pound, che cosa si può studiare?» risponderei senza esitazione: i poeti che l’hanno preceduto e che l’hanno influenzato.

  3. Bene, il bello e il brutto …decide chi guarda , chi ascolta, sembrerebbe di no. Ciò che l’artista vuole esprimere è un’idea così personale che potrebbe averla creata solo per se stesso, ma la critica deve fare i suoi conti ed allora ecco che l’opera prende significati diversi e forse anche più profondi. Parlare e conoscere l’artista potrebbe essere fondamentale, anche perché, se egli è un vero artista , non gliene dovrebbe importare proprio nulla se la sua opera apparirà bella , brutta,comprensibile o incomprensibile agli occhi di chi non ha vissuto il momento che solo l’artista conosce a fondo e che ha lasciato solo in lui la vera interpretazione. Resta il fatto che poi l’arte deve essere disponibile anche a coloro che s’avvicinano magari per la prima volta, a questi dico :-non la trovate, non la capite? mi spiace nessuno potrà spiegarvi ciò che non avete dentro, neppure colui che l’ha creata, cercate e cercatevi dentro-. Resto dell’idea che troppo spesso dimentichiamo i sensi.Grazie ad Ennio che sempre ci fa riflettere.

  4. Su questo tema antico come la Poesia stessa: fondamento (inizio) e fine (non finalità) della Poesia, su cui il Poeta costruisce in qualche forma la propria Poesia, e che dalla Poesia stessa riceve il dono del formare/fare…. ogni tentativo di venirne a capo è destinato al fallimento… scoramento del critico ma trionfo del Poeta (o se volete della Poesia)… perché vi ostinate su questo falso problema?…. che solo a voi interessa, mentre il Poeta se la ride, e per questo suo riso subisce la condanna del difendersi…. da chi? da chi di Poesia nulla intende… ma non vi bastano le centinaia di suicidi di cui proprio voi – adulatori della comprensibilità/incomprensibilità – siete non solo i maggiori ma pure gli unici colpevoli – per restare nel mio campo di Puskin furono i filistei (funzionari intellettuali) zaristi i boia, e di Majakovskij i nuovi filisteti sovietici (funzionari intellettuali) – volete forse che vi citi centinaia di Poeti che avete ucciso?
    Il fanciullo Chatterton si uccise per questo!
    Cvetaeva:”Lettore io ho la mia oscurità e Lei la sua, e dunque pensi alla sua e non alla mia, che è di alto e altro rango!”.
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    Tentativo di definizione

    Portami sulle mani la dissonanza delle ceneri
    e dei viventi il lutto dei canti che non è per noi,
    ma tu coi tuoi stessi sogni ti raggiri il giorno
    per mutare del senso i numeri e non i tuoi notturni versi.

    Ho contro di me gli occhi che cantavano i miei poemi!
    Il sesso e la visione contro la parola, come su un murato specchio!
    Poesia, sii più spietata dei carnefici e avrai il tuo Potere!
    La lingua del poeta non è persuasiva, non dà consigli umani!

    Tu, verso, inventa che io penso agli strumenti dell’armonia,
    al verme che è digiuno di immortalità e di grida serpentine
    e non gradisce del mio canto il suono che non sa la nota!
    Poesia, ti tradirò altrove dove la ragione dal gallo è esiliata

    per la sua banderuola che impazza ai cardini per divorare Leuco!
    Poesia, non ti amare troppo, non sono un martire vanesio!
    Al tuo capezzale, Poesia, ti volterò le spalle e me ne andrò, e
    di nuovo canterò fuori, un’arietta canterò e un… ritornello.

    Tu conosci tutti i canti e i trionfi, più eterno che immortale
    è il tuo cammino, e sarai mortale finché gli dei vivranno.
    Ed è per te, non per una donna, che la rovina mi tallona!
    Non mi fare ombra, togliti di mezzo, fingi di esser finta, almeno!

    Poesia, tu vuoi esser letta, essere sulla bocca di tutti,
    come i nomi di tutte le puttane ad ogni trivio mestruato!
    Togliti la maschera, fammi vedere il vuoto che ti fa viva!
    Al poeta devi la tua fama, è per la tua storia che t’accendo di visioni!

    E le chiacchiere che racconti sono per i Cesari, non per i miei trionfi!
    Con altra voce ormai… ritornerò poeta! E mi toglierò il cappello,
    alzerò i tacchi, e via dall’inferno! E nell’inferno almeno, fingi almeno
    di avere il volto di un poeta! Dimmi almeno di essere umile e superba!

    Poesia, tu hai coraggio, perché ti sostengo e spingo.
    Mistico apostolo, io? Se mai, inutile! Io consacrato a Te?
    Mai! Non sono un sacerdote, né un grafomane… Ti detesto:
    più sei assente, più mi fai compagnia: sei amica, amante, diavoleria!

    antonio sagredo
    Roma, 13 marzo 2011

    1. Signor Antonio Sagredo, di essere colpevole di centinaia di suicidi di poeti non m’aveva mai accusato nessuno. Se me l’avesse detto di fronte mi sarebbe venuta una gran voglia di darle un pugno sul naso. Poi non l’avrei fatto perché sono contro la violenza. Cordiali saluti, Massimo Parizzi

  5. @ Banfi

    Scusa, Emilia, ma ci sei o ci fai?
    Lodi la mano che ti bastona? O, complice del genialoide e teatrale Sagredo, reciti assieme a lui la parte della grande Poetessa? Sibillina anche tu? Boh!

    @ Sagredo

    Caro Antonio,
    proprio perché il tema della comprensibilità/incomprensibilità della poesia (in minuscolo!) è irrisolto, vale la pena di continuare a porselo. Non ti pare?
    «Ogni tentativo di venirne a capo è destinato al fallimento»? Si tratta di un «falso problema»? E chi lo può dire con sicurezza?
    La tua è un’opinione, non una certezza. O una credenza, una fede, non una dimostrazione. Solo questa vanificherebbe con la sua evidenza (almeno per chi accetta il metodo scientifico) i tentativi di capire di più.
    Certo, in giro c’è gente che crede ancora che sia il sole a girare attorno alla terra. Ma, dopo Galileo, i più si sono convinti che è il contrario. Son forse stupidi?
    Se, dunque, il problema comprensibilità/incomprensibilità della poesia rimane irrisolto e aperto a tutte le soluzioni, non si capisce perché il critico dovrebbe scoraggiarsi e neppure perché il Poeta (questo Ipersoggetto, che si è messo da solo o con l’approvazione di alcuni sodali a lui affini la maiuscola, per distinguersi dalla plebaglia, credendo di poterla meglio sputacchiare o sedurla, come faceva il tuo amato Carmelo Bene [1]) potrebbe vantare un «trionfo».
    Quanto ai suicidi dei poeti mettiamo i piedi per terra. Davvero hai le traveggole o – da buon attore – fingi di averle. Solo nella tua notte (hegeliana) tutte le vacche sono nere. E non t’accorgi che quanti su questo sito di Poliscritture ragionano sul tema in questione non sono adulatori di nessuno, né colpevoli dei suicidi dei poeti, né funzionari intellettuali di alcun partito (al potere o all’opposizione).
    Dai, scendi dal tuo pulpito! Noi qui vogliamo bene anche ai poeti romantici. E non abbiamo polizie segrete da sguinzagliare contro di loro.
    Grazie comunque della poesia, che come vedi non censuriamo ma applaudiamo.
    Ciao

    [1]
    Mi riferisco al video su You Tube, segnalatomi giorni fa dall’amico Tito Truglia di FAREPOESIA su FB :
    Carmelo Bene – 1995 – Uno contro tutti (Completo) HQ
    Carmelo Bene in “Uno Contro Tutti” nel 1995. Finalmente completo.

    1. @ Ennio
      ci sono ci sono, il grande poeta sei tu, io mi limito a non confondere la critica con la poesia , e Sagredo forse lo ha capito.

    2. Caro Ennio,
      cerco di rispondere, il più in breve possibile, alle tue obiezioni, domande, osservazioni. Per farlo devo premettere un disaccordo forse di fondo: tu sembri implicare che l’arte, la poesia eccetera debbano rendere conto alla politica. Io no. Credo che l’arte, la poesia eccetera non debbano rendere conto alla politica, almeno non più di quanto (sottolineo “più di quanto”) la politica debba rendere conto all’arte, alla poesia eccetera. Anzi, credo addirittura che se i politici avessero sentito e sentissero di dovere rendere conto all’arte e alla poesia la politica sarebbe stata e sarebbe un’altra cosa, anche nelle minuzie.
      Adesso riprendo i tuoi punti:
      1. «Purtroppo siamo usciti (e male) dagli speranzosi anni ’60.» Concordo.
      2. «Tutto verrebbe giocato, allora , tra oggetto [poesia, opera d’arte] e soggetto [lettore, osservatore]?» Sì, esattamente. C’è un momento in cui tutto viene giocato fra oggetto e soggetto. Ma l’oggetto è pieno (anche di storia e di società) e il soggetto è pieno (anche di storia e di società). E in quel momento tutto viene giocato fra questi due pieni. Ti sembra poco?
      3a. «Allora c’è un problema: tutti “giusti” […] questi modi [di sentire o percepire una poesia, un quadro]?» No. Alcuni sono giusti e altri sbagliati, e infatti se ne discute (come qui). Dove sta il problema?
      3b. «Mai dimenticare che il piano estetico è collegato da mille fili ai restanti piani». Concordo. Ma attenzione ai fili.
      4a. «Suo [mio] papà restava fedele alla sua concezione di un’arte bella se “comprensibile” (i “merletti”)». In che cosa i “merletti” sarebbero più comprensibili di cerchi sovrapposti a un quadrato?
      4b. «Si può porre e non porre la domanda: chi aveva ragione o più ragione [fra “Massimo, che s’entusiasmava davanti al quadro astratto di Miro Cusumano” e suo padre con i suoi “merletti”]». Si può porre e si può rispondere: avevo più ragione io. Perché i suoi “merletti” significavano questo, questo e questo, e i miei Cusumano quello, quello e quello. E quello, quello e quello era migliore di questo, questo e questo.
      4c. «L’arte d’élite». Non capisco il significato di questa espressione. Non ho mai visto un’opera d’arte, letto una poesia, ascoltata una musica, d’avanguardia o “tradizionale”, d’élite. Mentre, purtroppo, conosco fin troppo bene le “opere d’arte”, le “poesie” e le “musiche” di massa: sono quelle degli spot pubblicitari.
      5. «Quell’arte non ha sostituito, come intendeva fare, la tradizione, non l’ha cancellata mai del tutto.» L’arte delle avanguardie voleva cancellare “del tutto” l’arte “tradizionale”, farla sparire? Non mi risulta. Altrimenti, fra i tanti, qualche artista che prendesse a coltellate la Venere del Botticelli o a martellate il David di Michelangelo ci sarebbe stato. Invece non c’è stato.
      5b. «Lo dice […] anche Massimo che le forme della tradizione resistono [al tentativo di essere cancellate del tutto].» Qui m’hai equivocato (o io mi sono espresso male). Quello che ho scritto, e che tu hai citato, è che «quegli stessi pittori astratti», proprio loro, anziché cercare di cancellare del tutto le forme della tradizione, furono quelli che le amavano tanto che «m’insegnarono a vedere Piero della Francesca, l’arco a tutto tondo del romanico ecc.».
      6. «Ma oggi c’è ancora questa “dittatura del significato” o siamo arrivati alla “dittatura dei significanti” o addirittura alla perdita di ogni significato o senso?» Siamo arrivati alla perdita (relativa grazie al cielo) di ogni significato o senso.
      6b. «Questo “nuovo” che ha vinto», «mi chiederei soprattutto se, dietro quel “nuovo” non c’erano già allora altre autorità», «fatte fuori le vecchie autorità, le nuove che si sono imposte dove ci hanno condotto?». Scusa, Ennio, ma di che cosa si sta parlando? Le “vecchie autorità” sarebbero Raffaello e Dante e le “nuove” Cusumano e Majorino? Se è così, le nuove non hanno vinto e non hanno fatto fuori le vecchie (l’hai detto tu stesso), e del resto non avevano nessuna intenzione di farle fuori (questo l’ho detto io). Ma, probabilmente, con quel nuovo stai indicando in generale il processo di “modernizzazione” vissuto dalla società italiana specie negli anni Sessanta. Sì, questo processo ha vinto, aveva certamente dietro altre autorità e ci ha condotto dove siamo. Cusumano e Majorino sono stati anche parte di questo processo? Sì, penso di sì. E anche il Sessantotto è stato parte di questo processo. Ma Cusumano, Majorino e il Sessantotto sono stati e sono anche e soprattutto altro. E poi, attenzione ai fili fra arte/poesia e politica: sono lunghi e aggrovigliati.
      6c. «Quel “nuovo” in poesia e arte andava davvero al cuore della “dittatura del capitalismo”? preparava davvero a intenderlo meglio? o batteva al ritmo di quel cuore?» Di nuovo, attenzione ai fili fra arte/poesia e politica: sono lunghi e aggrovigliati.
      6d. «Le due ipotesi teoriche da cui non si può prescindere: quella di Adorno […] e quella di Fortini…». Per me ha ragione Adorno: «La poesia o l’arte autentica è in sé nemica dell’esistente inautentico». Ma dove Fortini avrebbe detto che «la poesia […] per il solo fatto di essere forma, non era di per sé rivoluzionaria o raggiungeva l’autenticità»? Io di Fortini ho sempre avuto care parole del 1965, che ho anche citato nel mio editoriale sull’ultimo numero di “Qui”: «L’uso letterario della lingua, la sua formalizzazione […] non è forse metafora d’un modo d’essere degli uomini? […] La restituzione dell’uomo a se stesso, insomma la capacità, individuale e collettiva, di fare sempre più se stessi, di autodeterminarsi, di formare passato, presente e avvenire. […] La ‘formalizzazione’ della vita è la vittoria sull’impiego solamente praxico della medesima, cui siamo sottoposti nel lavoro alienato. […] L’uso letterario della lingua è omologo a quell’uso formale della vita che è il fine e la fine del comunismo» (Franco Fortini, Verifica dei poteri, Garzanti, Milano, 1974, pp. 182-190).
      7. «Interpreto […] l’esigenza “vecchia” di volere una poesia e un’arte comprensibile […] come un rifiuto “potenzialmente politico” della attuale società spappolata». Mah, ne prendo atto. Però: 1. Continuo a non capire che cosa significhi poesia e arte “comprensibili”. Significa che nel Ritratto d’uomo di Antonello da Messina capiamo tutti che è raffigurato un uomo? Lo capiamo anche di fronte alla fotografia assolutamente non artistica di un uomo. Quel di più e di diverso che c’è nel Ritratto d’uomo non è meno “incomprensibile” di un quadro astratto; 2. Continuo a pensare che se l’esigenza della comprensibilità corrispondesse a «un rifiuto “potenzialmente politico” della attuale società spappolata» dovremmo eleggere a campione della rivoluzione Pieraccioni (e dare una medaglia con la stella rossa al Gruppo Armando Testa, cui si devono, fra le altre, la pubblicità della Lavazza dal nome “Arrivo in Paradiso”).
      8. «L’enfasi che [Massimo, cioè io] pone sul fatto che “non è solo la mente a ‘capire”, ma anche il corpo’ mi pare rischiosa. Leggere una poesia stando molto più attenti al suo ritmo che al significato delle sue parole, mi pare già l’accettazione di questa divaricazione tra corpo e mente.» L’ho riconosciuto io stesso come un «mio limite», anzi «una deformazione». È proprio vero che “quello che dici potrà essere usato contro di te…” (scritto sorridendo).
      9. Va bene, il tuo paragone fra certi linguaggi poetici e il linguaggio specialistico dell’informatica «resta semplicemente un paragone»; ma secondo me è un paragone sbagliato e fuorviante.
      9b. «Per capire Pound, che cosa si può studiare? risponderei senza esitazione: i poeti che l’hanno preceduto e che l’hanno influenzato». Questo mi sembra proprio un eccesso di fiducia nello storicismo (quello che viene prima spiega quello che viene dopo?) e nello “specialismo” o autonomia della poesia: Pound sarà stato senz’altro “influenzato” da dei poeti, ma anche dalla sua mamma e da quello che vedeva dalla finestra. Che facciamo?
      Un caro saluto, Massimo

      1. @ Parizzi

        Caro Massimo,
        non c’è nessun disaccordo di fondo tra noi sulla questione poesia/politica. Neppure io penso che «l’arte, la poesia eccetera debbano rendere conto alla politica»; né m’aspetto che la politica, oggi più che mai acceccata, possa accorgersi – non dico: rendersi conto – dell’esistenza della poesia o dell’arte, che neppure loro godono però – diciamocelo – di buona salute. Sono convinto invece (con Fortini) che permane comunque una «politicità» del linguaggio, della poesia e dell’arte, da non trascurare e da cui bisogna ripartire. Ora, evitando il botta e risposta, cerco di replicare puntualmente solo ad alcuni dei punti che hai sollevato:

        2. (Oggetto estetico).
        Sì, come scrivi, «l’oggetto [estetico] è pieno (anche di storia e di società) e il soggetto è pieno (anche di storia e di società)». Ma io ti ricordavo che «quell’oggetto esiste anche per altri», «non viene, cioè, sentito o percepito da un soggetto isolato e sovrano» e accennavo così al problema della pluralità dei soggetti che entrano in rapporto con l’oggetto estetico (oggi per lo più con le sue riproduzioni: Benjamin e «L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica», etc.). Volevo cioè invitare a una maggiore attenzione non solo alle discussioni degli specialistici “classici” (poeta, artista, critico), ma anche a certe ricerche interdisciplinari che cominciano a collegare la letteratura con l’ antropologia (http://www.laletteraturaenoi.it/index.php/scuola_e_noi/75-per-paradigma-didattico.html ) o persino con le neuroscienze (http://www.leparoleelecose.it/?p=14983). Senza snobbare la “chiacchiera” in Rete (da vagliare).

        4a. e 4c. (Tradizione/innovazione).
        Non sono stato io nella precedente discussione (http://www.poliscritture.it/2014/06/23/appunti-su-viaggi-di-eugenio-grandinetti/ ) il sostenitore di una poesia “comprensibile”.
        Insisterei, invece, su due problemi per me centrali e complementari:
        – la divaricazione nel campo della poesia (e dell’arte) tra seguaci dell’arte tradizionale e seguaci dell’arte “moderna” o “d’avanguardia”;
        – la distinzione gerarchica (anche se non mancano intrecci tra i due piani) tra ”arte di massa” (quella che circola e viene assorbita da milioni di persone che continuano a ignorare e a non capire i ”cerchi” o Picasso ma, credo, anche Piero della Francesca) e un’arte, che, apprezzata o capita da settori limitati della popolazione, a me pare corretto definire d’élite.
        Forse per te non è più un problema rilevante, perché al punto 4b sembri convinto che la vittoria dei “cerchi” (Cusumano, astrattismo, ecc.) abbia liquidato le ragioni dei “merletti”. (Fuor di metafora, che il “nuovo” sia migliore della “tradizione”).
        In effetti la tua posizione è più sfumata, poiché sembri stupirti che le avanguardie (almeno quelle storiche) volessero cancellare “del tutto” l’arte “tradizionale” (a me invece basta rileggere il primo Marinetti per togliermi il dubbio; che poi non ci siano riuscite è altro problema, ma le intenzioni erano quelle…); e sembri sottolineare una continuità tra l’astrattismo dei tuoi amici pittori e la tradizione («quegli stessi pittori astratti m’insegnarono a vedere Piero della Francesca, l’arco a tutto tondo del romanico ecc.»).
        Resta però il fatto che la massa del pubblico ma anche dei poeti e degli artisti mostra gusti abbastanza rigidi: o apprezza la “tradizione” respingendo la “modernità” o si comporta all’incontrario. Pochi sono quelli che vanno a distinguere le continuità e le discontinuità.
        È da tale divaricazione, mai superata e oggi cristallizzatasi, che si producono gli opposti insopportabili snobismi: dall’alto (Cfr. l’atteggiamento di Carmelo Bene nel video di You Tube che ho suggerito nella risposta a Sagredo) e dal basso ( i “barbari” esaltati da Baricco, che considerano la Commedia ma forse anche Picasso una minchiata e inseguono soltanto il “nuovo”: videogiochi, FB , Twitter, ecc.).
        Il fatto che io riesca ancora a leggere Dante (o Marx, Freud, Foucault, ecc.) e i miei figli e nipoti, malgrado scolarizzati e però nutriti soprattutto a TV, fumetti e videogiochi, sanno, se tutto va bene, appena i loro nomi, non è un problema politico ed estetico rilevante e irrisolto? Per me sì.
        La ricezione effettiva – quantitativamente limitata o vasta, qualitativamente alta o media o bassa – di un oggetto estetico per me cambia il significato stesso dell’oggetto.
        Non capisco cioè come non sia messa in discussione l’universalità della poesia o dell’arte. Leggo adesso nel commento di Rita [Simonitto] (http://www.poliscritture.it/2014/07/03/su-comprensibilita-e-incomprensibilita-in-poesia/#comment-1796) : «continuiamo a leggere Omero, Shakespeare, Dante o a vedere i capolavori d’arte figurativa». E mi chiedo: ma in quanti? e con quale grado di approfondimento? Non mi pare una domanda impertinente.
        E, quando leggo nel commento di Lucio [Mayoor] (http://www.poliscritture.it/2014/07/03/su-comprensibilita-e-incomprensibilita-in-poesia/#comment-1790): « a dirla tutta, un pubblico la poesia non l’ha mai avuto, e andrebbe detto che la poesia è per te individualmente, per te e per quelli come te», mi dico che qualcosa non torna. Fosse pure la poesia potenzialmente rivolta a tutti (e lo stesso vale per un’opera filosofica o politica o scientifica), non riesco a non chiedermi quanti effettivamente sono o sono messi nelle condizioni di sentire o capire o leggere quell’oggetto estetico (o messaggio filosofico, ecc), e che cosa questo fatto comporti per i poeti, per il pubblico e per la società.
        Ecco che qui ritorna in ballo il concetto di «politicità» della poesia e dell’arte. E a questo punto dobbiamo dire qualcosa di preciso sulla sua crisi (non solo d’oggi). L’unica risposta valida sembra essere quella di chi dice: teniamoci la poesia per pochi e non importa che la sua universalità sia soltanto potenziale e non effettiva.Non mi venite a parlare più di poesia per tutti, ecc.
        Davvero è insuperabile questa posizione?

        6b. (Autorità vecchie e nuove).
        No, non intendevo dire che «le “vecchie autorità” sarebbero Raffaello e Dante e le “nuove” Cusumano e Majorino». Chiedevo un bilancio del « processo di “modernizzazione” vissuto dalla società italiana specie negli anni Sessanta». E perciò richiamavo le polemiche tra Fortini e Pasolini ai tempi di «Officina» da una parte e Vittorini o Calvino dall’altra. E soprattutto tiravo fuori il discorso dell’ ’”americanizzazione”. Pensavo che fosse chiaro che le “nuove autorità” « magari forti in altri paesi, in altri contesti culturali, ma non ancora qui in Italia» erano per me quelle operanti negli USA. Ora per capire la portata della faccenda, bisogna certamente districare i «fili fra arte/poesia e politica» che «sono lunghi e aggrovigliati» specie se passiamo dal piano nazionale a quello internazionale. Ed evitare teorie del complotto, ecc. Un discorso scivolosissimo, ma da fare.

        6d. (Fortini).
        «Dove Fortini avrebbe detto che «la poesia […] per il solo fatto di essere forma, non era di per sé rivoluzionaria o raggiungeva l’autenticità»? Ho riportato approssimativamente il pensiero di Fortini. Ma ora ti rimando a «Sui confini della poesia» (in «Nuovi saggi italiani 2», Garzanti 1987 pagg.313-333), dove egli rivede il suo iniziale adornismo. In particolare a pag. 324 si legge:

        Buona parte della ripresa di interesse e di imitazione delle avanguardie storiche europee, quelle del primo trentennio del secolo (e, per quanto è del passato italiano, del Futurismo), deve venir considerata collaterale a formulazioni quali quella di Adorno. Ancora pochi anni fa indulgevo anch’io a credere che la forma poetica avesse una sua autonoma forza liberatrice relativamente indipendente dai suoi contenuti ossia dal suo «soggetto». Era un modo di reagire alla precettistica dei progressisti e al loro opaco ottimismo. Eppure mi è sempre stato chiaro che la poesia, proprio in quanto forma che si oppone al mutamento, ha anche una sua dimensione conservatrice e conciliatrice. Come gli stessi Horkheimer e Adorno hanno scritto, il canto della poesia e dell’arte è a servizio del dominio non solo perché è frutto dell’agio e del consumo come spreco e piacere ma perché la promessa di felicità e l’immagine di pienezza, che arte e poesia portano con sé, non possono essere altro che promesse e immagini,fiori sulle catene».

        Ma, per ulteriori approfondimenti, almeno con te mi posso permettere di rimandarti a un mio troppo lungo articolo del 3 febbraio 2011 apparso sul vecchio blog «Montinpoesia». Lì, discutendo con un professore “adorniano”, Leonardo Terzo, riferivo meglio la posizione di Fortini e toccavo anche alcuni punti che ora stiamo toccando( Cfr. http://moltinpoesia.blogspot.it/2011/02/ennio-abate-da-quali-nemici-e-falsi.html#more).
        Infine, il riferimento a Fortini riaprirebbe la questione della correttezza o meno della sua polemica con le avanguardie e le neovanguardie. Discorso spinossissmo, che non a caso è riaffiorato sottotraccia in questa discussione su comprensibilità e incomprensibilità della poesia.

        1. Caro Ennio,
          rispondo solo a due o tre dei punti che hai sollevato: credo che il senso di questi dibattiti non sia di arrivare a conclusioni né, tanto meno, di decidere chi ha ragione e chi ha torto: ci mancherebbe altro! Se abbiamo offerto a noi stessi, agli altri partecipanti e a chi ha letto questa discussione spunti di riflessione, evviva!
          Allora, tu dici che al punto 4b della mia risposta alle tue prime osservazioni sembro «convinto che la vittoria dei “cerchi” (Cusumano, astrattismo, ecc.) abbia liquidato le ragioni dei “merletti”. (Fuor di metafora, che il “nuovo” sia migliore della “tradizione”)». No, anche qui o io mi sono espresso male o tu hai equivocato. A parte il fatto che ho detto, mi sembra, che i “cerchi” non hanno vinto, dicendo che fra i “merletti” di mio padre e i miei “cerchi” «avevo più ragione io perché i suoi “merletti” significavano questo, questo e questo, e i miei Cusumano quello, quello e quello. E quello, quello e quello era migliore di questo, questo e questo» non intendevo riferirmi al “nuovo” in sé né alla “tradizione” in sé, bensì ai “questo” e ai “quello” che, se vuoi, “tradizione” e “nuovo” (ma in verità quelle forme tradizionali e quelle altre nuove) significavano rispettivamente per mio padre e per me. È diverso. Intendevo più o meno dire: i “merletti” di mio padre significavano, non la tradizione, ma una soggezione nei confronti dell’arte spettacolare, abbagliante; una soggezione nei confronti della capacità manuale che riduceva l’arte a capacità manuale (l’ohhh di fronte ai merletti era sempre accompagnato da un: “ma come avrà fatto!!!”); una soggezione nei confronti di un’arte sentita come “principesca”, altolocata. Avrei potuto fare un altro esempio: il fascino che tanti americani della classe media provano per i letti di ottone di forme vagamente neoclassiche con cortine di pizzo ecc. Nell’unico mio viaggio negli Stati Uniti ne ho visti diversi e ricordo un grasso commerciante di legname mostrarmene fiero le fotografie: si trattava dei letti in cui lui e sua moglie avevano dormito in albergo in un viaggio in California, e mostrandomeli sembrava dire “visto dove abbiamo dormito, noi!”. Anche qui, non si tratta di fascino per la tradizione, ma di fascino per ciò che viene sentito come “principesco”. Era rispetto a ciò che il “quello, quello e quello” dei miei Cusumano (un “quello ecc.” cui ho già cercato di dare dei nomi nel mio articolo, quindi non li ripeto) era ed è per me migliore.
          Poi tu dici che ti basta «rileggere il primo Marinetti per toglier[ti] il dubbio» che «le avanguardie (almeno quelle storiche) volessero cancellare “del tutto” l’arte “tradizionale”». Ma per cominciare il primo Marinetti non è tutte le avanguardie storiche: esistono moltissimi altri esempi di “avanguardisti” storici che affermano e rivendicano il loro richiamarsi all’arte “tradizionale” e la considerazione in cui la tengono. (Adesso mi viene in mente Henry Moore: Bernard Berenson, che considerava le sue sculture e praticamente tutta l’arte non figurativa una barbarie, si stupì incontrandolo di come conoscesse e amasse profondamente l’arte “tradizionale”. Lo si legge in Berenson, “Tramonto e crespuscolo. Diari 1947-1958”). Poi, e soprattutto, mi sembra che dichiarazioni e manifesti battaglieri e provocatori delle avanguardie storiche vadano letti per quello che sono, appunto dichiarazioni e manifesti battaglieri e provocatori. Per rispondere alla domanda “le avanguardie storiche volevano cancellare del tutto l’arte tradizionale?” bisogna, credo, oltre che leggere quello che hanno scritto (non solo in manifesti), guardare alle opere che hanno prodotto e a quello che hanno effettivamente fatto e non fatto (non hanno, per esempio, preso a martellate il David di Michelangelo anche se avevano tutta la possibilità di farlo). E, tenendo conto di tutto ciò, a me non sembra proprio che si possa rispondere di sì, che volevano cancellare del tutto l’arte tradizionale. Fra l’altro, quello che viene considerato il “manifesto” del cubismo, di Guillaume Apollinaire, pur nella sua esaltazione dell’innovazione e nel suo linguaggio roboante, comune a tutti i manifesti del genere, dice esattamente il contrario: “La pittura si purifica in occidente con quella logica ideale che i pittori antichi hanno trasmesso ai nuovi come se donassero loro la vita”, e poi, più esplicitamente, “quest’arte pura [il cubismo], anche se perviene a liberarsi completamente dall’antica pittura, non ne provocherà necessariamente la sparizione […] come l’asprezza del tabacco non ha sostituito il sapore delle vivande” (il manifesto è riportato, insieme ad altri di altri movimenti, in Mario de Micheli, “Le avanguardie artistiche del Novecento”, Feltrinelli 1966).
          Quanto, e finisco, all’universalità potenziale e non effettiva della poesia, io credo che l’universalità della poesia sia effettiva perché fa appello a facoltà presenti in tutti gli esseri umani, non in pochi o molti. Poi credo che sia potenziale perché a renderla effettiva occorre che a questo appello si risponda, e se tu definisci la poesia un’arte “d’élite” perché vi rispondono in pochi (il che è vero), va bene, chiamala pure d’élite, anche se a me il termine sembra a dir poco fuorviante. Poi credo che cercare di fare rispondere a questo appello (ripeto: appello ad attivare facoltà presenti in tutti) abbassando il livello dell’appello sia populismo, paternalismo, condiscendenza e chi peggio ne ha peggio ne metta. (Amando tu tanto Fortini, ti confido che una volta mi disse al proposito che al “popolo” non bisogna dare vino annacquato, ma vino della migliore qualità.) Poi credo come te che a questo appello rispondano in pochi, cioè che l’universalità della poesia rimanga molto potenziale, anche, certo, perché il sistema sociale, politico ed economico in cui viviamo non invita gli esseri umani a sviluppare certe facoltà, anzi ne ostacola lo sviluppo. Ma credo che anche nella migliore delle società molti resteranno (che ottimista!) o resterebbero restii o disinteressati a rispondere a quell’appello, e avrebbero i loro buoni motivi: la paura, per esempio, perché l’arte e la poesia inquietano; ma anche semplicemente la priorità data allo sviluppo di altre facoltà; e mille altri motivi.
          A questo punto non credo più a niente perché ho la testa in pappa e ti saluto, Ciao, Massimo

        2. …anche a me sembra un problema grave ed irrisolto che bambini e ragazzi di oggi abbiano i cervelli (e i cuori) colonizzati dai contenuti spesso demenziali e violenti trasmessi da tv, videogiochi…una vera battaglia in famiglia ( ma neanche in tutte) per vietarglieli o arginarne i tempi, poi comunque li ritrovano nelle case dei compagni, a scuola. Anche la scuola rema ormai controcorrente, anzi in mare forza 8…
          Finisce che i colori dell’ape Maia, cartone animato, sono più attraenti e brillanti di quelli del povero insetto che vola tra i fiori del giardino. E il senso estetico, nel caso dei giovani, come si può sviluppare?

  6. @ Emilia

    Con sottofondo la musica di Verdi dall’ “Aida”:

    Se quel Poeta io fossi!
    Se il mio sogno si avverasse!
    Un esercito avrei di moltinpoesia,
    e la vittoria e il plauso di Saronno tutta!
    E a te, mia dolce Emy,
    Tornar di lauri cinto.
    Dirti: per te ho pugnato per te ho vinto!

    Celeste Emy, forma divina,
    Mistico serto di luce e fior,
    Dellla mia critica tu sei regina,
    Tu di ‘sto sito sei lo splendor.

    Il tuo bel cielo vorrei ridarti,
    Le dolci brezze del patrio suol,
    Un regal serto sul crin posarti,
    Ergerti un trono vicino al sol. Ah!

    Celeste Emy, forma divina,
    Mistico raggio di luce e fior,
    Della mia critica tu sei regina,
    Tu di ‘sto sito sei lo splendor.

    Il tuo bel cielo vorrei ridarti,
    Le dolci brezze del patrio suol,
    Un regal serto sul crin posarti,
    Ergerti un trono vicino al sol.

    Un trono vicino al sol,
    Un trono vicino al sol!

  7. Signor Parizzi, Lei non può darmi un pugno perché è monco di entrambe le mani e i bracci, ma questo sarebbe nulla, Lei è monco nel cerebro, voglio dire è acefalo!
    Lei non ha compreso come al solito tanti, il mio messaggio, che è poca cosa confronto al fatto che non ha compreso la mia Poesia, nè un verso, nè la singola parola: continui pure a spiegare la poesia, ma laci stare la POESIA! Non è affar suo. E poi con gli sciocchi non entro in discussione. Lei non ama la violenza? Dubito, poi che mi ha minacciato di darmi (non sferrarmi: non è capace) un pugno, e l’intenzione è più violenta dell’atto stesso. Adieu, e non mi secchi più.
    a. s.
    ps. e lasci stare la Banfi che Le è superiore, non in senso lato, ma in tutti i sensi!

    1. @ Sagredo

      Antonio, ti garantisco che Massimo Parizzi ha mani, braccia, gambe e testa come tutti noi.
      E, tra l’altro, scrive bene. Ha reagito – l’ho fatto pure io – non ai tuoi versi ma ad una tua accusa ingiusta e generica, tuttora immotivata. E se ha usato toni alti o verbalmente violenti, è perché tu per primo li hai usati.

  8. A partire dalle sollecitazioni di questo interessante scritto di M. Parizzi non entrerò nel merito ma mi limiterò a fare delle note a margine, alcune delle quali senza dubbio sfonderanno porte aperte. Su questo tema (Comunicabilità e incomunicabilità della poesia) sono una ‘non specialista’ non solo perché non la pratico più assiduamente (Ennio: * Per me, comunque, nel campo della poesia i poeti, praticandola assiduamente, sono degli “specialisti”), ma anche perché è un campo in cui le stesse definizioni di poesia, i suoi fondamenti e i suoi fini, pur perdendosi nella notte dei tempi, si attualizzano via via con modalità e intenti diversi, epoca dopo epoca.

    1) Veniamo alla bellezza che giustamente M. Parizzi afferma essere un sentimento che *fa intuire che c’è qualcosa da capire, qualcosa che vale la pena di capire. E inoltre questo qualcosa può stare nell’oggetto che fa dire “che bello!” quanto in colui che dice “che bello!”*.
    Ed effettivamente la “bellezza” è un sentimento ‘relazionale’, implica una particolare ‘relazione’ tra l’io che guarda e l’oggetto guardato. Proprio per ciò Parizzi sottolinea il fatto che colui che dice “che bello” partecipa in comunione con quella bellezza. Ed è questo sentirsi ‘in comunione’ che implementa il senso della bellezza (è anche ciò che fa scatenare i fan verso il loro idolo, il fanatismo, appunto).
    Prototipo – e antenato – di questo scambio emozionale (a base narcisistica) è lo sguardo appassionato della mamma con il suo bebè: lei lo trova bellissimo e lui trova bellissima lei: il ‘miracolo’ del riconoscimento si è compiuto e da quel punto di avvio inizia la strada della reciprocità della conoscenza e della curiosità. Ed è lì che incominciano le spine ed i dolori.
    Perché il rapporto con la bellezza non è facile come a prima vista può sembrare: perché dietro la bellezza si nasconde sempre qualche cosa di inquietante come ben testimoniano gli studi psicoanalitici sulla sindrome di Stendhal, la perdita di coscienza di fronte alla bellezza.
    Poi, come ben si sa, “ogni scarrafone è bello ‘a mamma soia”. Da lì poi quel corrivo modo di dire “non è bello quel che è bello ma è bello ciò che piace”, che non ha nulla a che fare con la bellezza e la sua fruizione.

    2) Quanto al *senso di liberazione da quella che potrei chiamare la “dittatura del significato”* e al *tutti ansiosi di dirmi qualcosa* di *ficcarmi in testa questo o quello*, osserverei stupita l’evoluzione del paradigma della conoscenza: dal mero nozionismo, che poteva rappresentare una forma di sicurezza e dominio (chiedere il significato rappresentava un insulto all’ipse dixit: quante volte, di fronte alla richiesta di un ‘perché’ la risposta era quella: “tu non devi pensare, devi obbedire e basta!”), alla successiva ricerca del significato, del dare un nome alle cose nella loro più profonda accezione. Ciò poteva apparire come la soluzione per far fronte alla paura di cadere nel vortice del non-senso.
    Abbiamo bisogno di nominare anche per essere in grado, in un secondo tempo, di ‘separare’ differenziando: “questo” non è “quello”. Anche il ‘Buon Dio’ lo fece, e certo non si può dire che fosse l’ultimo venuto: nominò e separò quando creò il mondo. Non sarà un modello attendibile ma, come diceva W. Allen “a qualcuno bisognerà pure ispirarsi”!

    Anche Freud, all’inizio, nella sua interpretazione dei sogni istituì una specie di corrispondenza del tipo: “questo” sta per “quello”. Poi si rese conto della riduttività di questo sistema ma, per dire, anche lui fu preso da questa tentazione ‘scientista’.
    Scoprire che rimane sempre un eccedente di senso che non può essere costretto nel “questo” sta per “quello”, chiama in causa la soggettività con tutto ciò che ne segue.
    E allora eccoci alle prese con quell’ansia soffocante di fronte a chi voleva imporci il ‘come stanno le cose’ mentre noi ne volevamo fare esperienza in prima persona. Quante volte abbiamo gridato “voglio sbagliare, ma facendo di testa mia”!
    Il significante, con la sua presa diretta sia acustica che visiva, questa forma che si impatta con il nostro singolare percetto senza che siano necessari ulteriori passaggi per comprenderlo, fa il suo trionfale ingresso in quella che viene chiamata la società dello spettacolo. Ma dalla palude non ci si tira fuori da soli come fece il barone di Münchhausen tirandosi su per il codino.

    Scrive M. Parizzi: *Non sto quindi facendo l’apologia dell’assenza di significato, ma mettendo in discussione ciò che a volte s’intende per “significato”: questo significa questo*.
    Pienamente d’accordo. Ciò che manca è il concetto ‘tempo’, il concetto di Storia: ovvero “questo” significa “questo” in “questo” particolare momento storico. Lo capiamo oggi che abbiamo bisogno di riformulare dei concetti in parte obsoleti alla comprensione dell’esistente.
    Ma non buttiamo via tutto!

    Sempre Parizzi: *Ma, soprattutto, parlavano tutti di “gratuità” o, usando un altro termine, di “valore in sé”. Nessuna di quelle opere voleva avere un “significato” nel senso convenzionale o tradizionale del termine, nessuna voleva “stare per” qualcos’altro*.

    E, purtroppo, invece, stava per qualcos’altro. Per una ideologia che, proprio attraverso “quell’in sé”, toglieva ogni connotazione ‘storica’. Come mai proprio ‘allora, in quei periodi’ ci fu quel tipo di fermento artistico? Forse, dico forse, non era l’arte ‘in sé’ a richiederlo ma anche determinate condizioni storiche.
    Quanto alla ‘gratuità’ essa esiste sì, ma non nel senso evangelico (“Considerate come crescono i gigli della campagna: essi non faticano e non filano; eppure io vi dico, che Salomone stesso, con tutta la sua gloria, non fu vestito come uno di loro”).
    Che lo si voglia o no, anche il rapporto di gratuità è un rapporto, l’istituzione di un legame. Con tutti gli annessi e connessi che ne seguono.

    3) M. Parizzi: * E iniziai a stupirmi a sentir dire, da compagni, che l’arte astratta era “asociale”, che la poesia doveva essere “comprensibile” eccetera*

    Anch’io mi sentii molto ferita, allora, dalla quasi costrizione all’abiura della letteratura a favore delle letture ‘scientifiche’.
    “Più oltre”, come soleva dire il partigiano Nicola Palumbo – interpretato da Stefano Satta Flores nell’illuminante film “C’eravamo tanto amati” – il quale, con la sua prosopopea da intellettuale richiamava i compagni a guardare avanti con spirito scientifico per la costruzione di una nuova società – ‘più oltre’, dico di per mio, ebbi modo di riflettere su quella necessità di espungere ciò che aveva a che fare con il ‘sentire individuale’: proprio perché bisognava ‘sentire all’unisono con il Partito’.
    L’individuo poteva portare elementi di instabilità a fronte dei quali non c’era quella attrezzatura sofisticata, tipica del sistema capitalistico, che è disposta ad utilizzare il “promoveatur ut amoveatur” per allontanare chi è sgradito.
    C’era un progetto ‘grandioso’ e bisognava portarlo avanti, d’accordo o no che si fosse.
    Nulla di nuovo sotto il sole, se pensiamo alle dinamiche che sottendono il rapporto individuo-gruppo e di come ogni gruppo operi a livello profondo per sedurre o espellere l’individuo che attenti alla sua continuità (classico esempio le Istituzioni).
    Sempre nel film di cui sopra, uno dei protagonisti esclama: “pensavamo di cambiare il mondo e invece il mondo ha cambiato noi”.

    4) Ultima cosa.
    *“La poesia si sforza di aprirmeli [i miei sensi] proprio con la sua incomprensibilità, come se mi dicesse: guarda che se non li apri non capisci.”

    Questo discorso può essere fatto al singolo individuo, il quale lo intenderà univocamente e anche equivocamente pensando che la realtà poetica non possa anche rimanere nell’”alone di incertezza”. Con “alone di incertezza” intendo dire la “Capacità Negativa e cioè quando un uomo è capace di stare nell’incertezza, nel mistero, nel dubbio senza l’impazienza di arrivare subito ad una conclusione” (J. Keats).

    p.s. Affermare “questo” sta per “questo” significa anche prendere tutto sul serio, interpretare univocamente la realtà, dare credito cieco a tutto quello che viene detto. Stoccate con Sagredo incluse.

    R.S.

    1. Cara Rita Simonitto,
      la ringrazio davvero molto per le sue osservazioni, perché mi hanno dato e mi daranno da riflettere e perché hanno, giustamente a mio parere, corretto e approfondito alcune formule che avevo usato un po’ sbrigativamente. (Mi giustifico dicendo che il mio intervento era inizialmente un post di commento nella discussione sulla poesia di Eugenio Grandinetti, divenuto poi per iniziativa di Ennio Abate un articolo di avvio di un’altra discussione, e che la scrittura di un post richiede una velocità che mi è poco congeniale.) Un esempio di mia formula sbrigativa è certamente “dittatura del significato”, su cui le sue osservazioni mi sembrano davvero utili e stimolanti. E lo stesso vale per altre formule come “questo significa questo” e “stare per qualcos’altro”, anche se, in verità, con la prima io mi riferivo alla parafrasi (che cosa significa “L’infinito” di Leopardi? che il poeta sta guardando un colle e una siepe…), e con la seconda che di fronte a un ritratto di un uomo in pittura si può in un certo senso (ma proprio solo in un certo senso) dire che “sta per” l’uomo in carne e ossa che vi è ritratto. Dicendo che anche l’arte astratta “purtroppo, invece, stava per qualcos’altro. Per una ideologia che” ecc., lei dà allo “stare per” tutto un altro senso, che ha a che fare con gli elementi storici, ideologici eccetera che si possono leggere in un’opera o un insieme di opere. Benissimo. Anch’io sono convinto che qualunque opera o insieme di opere, figurative o poetiche o altro, di qualunque epoca, “stiano per qualcos’altro” in questo senso. E sono anche d’accordo che se “proprio allora, in quei periodi ci fu quel tipo di fermento artistico”, “forse, dico forse, non era l’arte ‘in sé’ a richiederlo ma anche determinate condizioni storiche”. Sono d’accordo e, “forse”, potrei persino togliere, per me, quei due “forse”: non credo granché allo sviluppo autonomo delle forme artistiche, almeno non in quel senso assoluto che veniva e forse viene ancora insegnato a scuola, per cui il romanico portò al gotico che portò ecc. Una cosa però è dire che a “richiedere” quel tipo di fermento artistico erano anche determinate condizioni storiche, e un’altra, non esattamente la stessa, dire che la pittura astratta “stava per” un’ideologia antistorica. Può anche darsi che sia vero. Ma un “difensore” dell’astrattismo (parte che mi sto trovando qui, non certo senza mia responsabilità , a recitare) potrebbe dire che quel tipo di fermento artistico fu “permesso”, più che “richiesto”, da determinate condizioni storiche; che la pittura astratta “stava per” un’ideologia pro-qualcosa, più o oltre che anti-qualcosa; e che comunque i fili che legano le condizioni storiche alle opere d’arte, come ho già detto rispondendo a Ennio Abate, sono lunghissimi e molto aggrovigliati. Inoltre di opere che si potrebbero definire “antistoriche”, o almeno antirealistiche o arealistiche come l’astrattismo, è piena la storia dell’arte: basta pensare ai mosaici bizantini con la loro frontalità e gli imperatori che si pestano i piedi. E tuttavia continuano a dirci qualcosa. Infine, se può anche darsi che sia vero, che la pittura astratta “stava per” un’ideologia antistorica, potrebbe dire un suo difensore (parte che in questo caso io non “mi troverei” a recitare, ma accetterei di recitare senza riserve), attenzione a non passare all’equazione: pittura astratta uguale ideologia antistorica uguale pittura reazionaria. Lei non lo fa assolutamente, ma altri sì. Insomma, mi sembra che questi discorsi non facciano che aprirne altri e altri ancora, come d’altronde fanno le poesie e le opere d’arte, senza che si possa sperare di venirne mai definitivamente a capo, e per fortuna, altrimenti saremmo costretti a portare anche quadri e poesie al mercatino dell’usato perché “non ci servono più”. Il suo richiamo a “rimanere nell’alone di incertezza” è prezioso. Grazie ancora e un caro saluto, Massimo Parizzi

      1. Gentile Massimo Parizzi

        Mi fa piacere che alcune osservazioni del mio commento abbiano sollecitato il suo interesse.
        Mi sto rendendo conto, adesso che le rispondo, che è possibile volgere a proprio favore quello che è il limite dello scrivere in rete, vale a dire la velocità e la domanda di stringatezza. Non tanto per farne di necessità virtù, quanto per permettere, e quindi senza critica alcuna o riduttivismo alcuno, di allargare i temi che, giocoforza, vengono toccati con una certa approssimazione. E che quindi si possa ampliare il discorso – come testimonia il continuare dei commenti al suo post – con ulteriori considerazioni o precisazioni. In questo modo viene a crearsi non soltanto il cosiddetto ‘circolo ermeneutico’ di Ricoeur ma, come diceva lo psicoanalista Bion, si allarga ‘il campo’ del pensiero. Che è un po’ come scrive lei quando afferma * mi sembra che questi discorsi non facciano che aprirne altri e altri ancora, come d’altronde fanno le poesie e le opere d’arte, senza che si possa sperare di venirne mai definitivamente a capo*.

        Ciò non toglie che ci siano sempre ‘omissioni’ legate alla velocità nel fare ‘l’intervento’.
        Una di queste è stata, da parte mia, il non includere, nel mio commento precedente – ma faccio ammenda adesso -, il ringraziarla per quanto di stimolante avevo ricavato dal suo lavoro “Il traduttore. Interprete interpretato” (apparso anche su Moltinpoesia, non ricordo la data) per le differenze illustrate tra ‘tecniche’ e ‘attività’ e tra ‘individuo’ e ‘persona’.
        Differenze che meriterebbero ulteriori riflessioni.
        Con stima.
        Rita Simonitto

        1. Cara Rita Simonitto,
          mi fa piacere che abbia trovato stimolanti , in quel testo, “le differenze illustrate tra ‘tecniche’ e ‘attività’ e tra ‘individuo’ e ‘persona’”, ma al riguardo non deve ringraziare me, bensì André Corboz, da cui avevo tratto (dicendolo, ovviamente) quei discorsi. Che anch’io avevo trovato molto stimolanti. Un caro saluto, anche da me con stima,
          Massimo

  9. Tra poesia e pubblico non può esserci relazione alcuna, ce ne fosse saremmo in locali pubblici, costretti a alzare la voce per poterci parlare. E nemmeno una relazione tra lettore e poeta è possibile perché entrambi sono soli: il poeta che scriveva e il lettore che legge. Dialogassero davvero non sarebbero soli, uno non scriverebbe e l’altro non leggerebbe. Il bello sta nell’esito fortuito della condivisione di uno stato di grazia.
    La ragione nascosta che ci porta a disapprovare il successo dei poeti in vita sta nel fatto che non gli si perdona l’aver tradito una relazione esclusiva, anche se impossibile.
    Se parliamo di critica allora è diverso: la critica è traduzione in parole; e se è difficile tradurre in parole la musica o l’arte visiva, figuriamoci quanto può esserlo tradurre le parole in altre parole. E’ un fallire in partenza. Ma se pensiamo alla critica come ad un limbo, a una zona intermedia, poniamo una stazione ferroviaria dove c’è chi parte e chi arriva, allora qualche segnale può tornare utile per non perdersi.
    Quando Ennio ragiona sull’arte sociale non considera che nella maggioranza dei casi, ad esempio quando si inaugura una mostra, non viene nessuno, vengono amici, parenti o gente del mestiere. Il pubblico manca, come manca nelle librerie al reparto poesia. Questa secondo me è perdita del superfluo perché, a dirla tutta, un pubblico la poesia non l’ha mai avuto, e andrebbe detto che la poesia è per te individualmente, per te e per quelli come te, ce ne fossero. E questo è ben più che mandare messaggi in bottiglia, che è un gesto di disperazione e non d’amore.

  10. Mayoor ha ragione chi in ” alto” sale costringe chi sta in basso ad alzare la testa, ma non basta a volte resta anche l’idea di rincorrere coloro che salgono , ma ognuno ha la propria velocità e pochi volano . Ma anche stando a terra si può sognare di volare,è solo un sogno un misero sogno che accontenta qualcuno, altri danno spazio alle invidia, altri al rancore, altri fanno Poesia e se ne fregano. L’importante è stare nella poesia sempre anche nel Blog, e , se possibile, non trasformarlo in un ring. I Knock-out sono pericolosi.

  11. …secondo me, la piena comprensibilità della poesia, come delle opere d’arte, ma anche di qualsiasi manifestazione comunicativa resta un obiettivo molto lontano, tuttavia corrisponde all’ indubbia esigenza umana di interpretazione e di interazione…Parto sempre dalla mia esperienza di lettrice e di persona…in quanto vivo in una società che mi ha reso confusa, delusa (anche da me stessa), contradditoria, cerco spesso nella poesia quella chiarezza, quella forza, quel coraggio che sanno mettere in luce le ingiustizie, che siano schierate, senza incertezze, dalla parte degli indifesi…Per fare solo un esempio la poesia di B. Brecht, dove sentimento e ragione si incontrano…Non ultimo, questa poesia fa gruppo, fa comunità (io-noi), come ben dice Ennio…Ma forse è lo stesso tipo di società così disumana in cui viviamo che crea la “poesia incomprensibile”, oppure disperante, incomunicante…dove affiorano la mancanza di senso o la perdita di senso…Ma forse è la nostra stessa natura che si sfrangia in zone d’ombra, le poesie come pietre lanciate nei pozzi del nostro io o nel cosmo…ci arrivano solo echi lontani. Una rete sfilacciata. Comunque trovo queste poesie testimonianze del nostro tempo

  12. @ Mayoor
    * Tra poesia e pubblico non può esserci relazione alcuna….. E nemmeno una relazione tra lettore e poeta è possibile perché entrambi sono soli: il poeta che scriveva e il lettore che legge. Dialogassero davvero non sarebbero soli, uno non scriverebbe e l’altro non leggerebbe. Il bello sta nell’esito fortuito della condivisione di uno stato di grazia…. , e andrebbe detto che la poesia è per te individualmente, per te e per quelli come te, ce ne fossero*.

    Il pubblico è una ‘massa’ acefala la cui testa sta altrove, là dove si decide la strada che si deve prendere (o il treno che si deve prendere, restando nella tua metafora).
    Certo, il pubblico è composto da ‘individui’ che, si auspica, si accostino all’arte ‘individualmente’ e quindi sfrondati dal fatto di essere amici, parenti, gente del mestiere, oppure ‘in tanti’. L’opera d’arte istituisce un dialogo specifico con ogni singolo fruitore che lo percepirà come se (sottolineo, ‘come se’) fosse diretto esclusivamente a lui istituendo quella *condivisione di uno stato di grazia* che potrà essere estesa e partecipata con altri fruitori che hanno vissuto analoga esperienza anche se toccati in punti personali diversi. Questa è la partecipazione ‘dal basso’, ovvero in ‘orizzontale’.
    Perché la grandezza dell’artista sta nella capacità di entrare in contatto con l’universale che sta nel particolare. Per questo continuiamo a leggere Omero, Shakespeare, Dante o a vedere i capolavori d’arte figurativa.
    Hai presente quella tecnica pittorica – il cui nome ora mi sfugge – incentrata sugli occhi di certi ritratti (ma anche di alcune raffigurazioni sacre, Madonne in particolare) che faceva sì che l’osservatore avesse l’inquietante percezione di essere seguito con lo sguardo da qualsiasi prospettiva guardasse l’opera? Il concetto è questo.
    Se l’artista volesse invece comunicare col pubblico, istituirebbe una partecipazione dall’alto, sarebbe un ‘predicatore’ (e ce ne sono tanti), uno di quelli che producono, come si dice, per il ‘proprio pubblico’. Ragion per cui la loro opera non è più ‘loro’ ma è pilotata dal pubblico, dalle sue esigenze. Così è successo anche ad alcuni scrittori di fama che, ad un certo punto, sollecitati in ciò anche dai loro editori, hanno continuato a scrivere per un pubblico che li seguiva per la loro fama e non per quello che avevano da dire.

    R.S.

  13. Forse faccio la parte di quella che scende dal pero, ma la poesia dice qualcosa, si riferisce, intenziona, ed è l’altro lato della poesia, ciò che dice, che può risultare incomprensibile. Poesia profezia? Anche, o forse interamente. Chi vuole intendere poi intenderà.
    Anche la poesia più ignobilmente sentimentale ed egoriferita parla del mondo, di un flebile sé relazionato al mondo (grande e terribile). Ma ogni poesia dice la propria (e in sua prospettiva: comune) collocazione in un mondo, che attraverso la propria collocazione indaga ed esperisce. Dice il mondo come lo capisce, giudica, gode, accusa, taglia, promuove, rifiuta, ecc.
    La visione poetica di alcuni è acutamente lungimirante, o volutamente oppositiva, e risulterà forse perciò poco comprensibile ai conciliatori. Una visione violenta e oppositiva come quella di Pound risulta di difficile lettura, e niente contano le sue posizioni politiche. Chi legge sa cogliere la profezia (anche all’indietro, come l’angelo della storia) e non “legge” nessuna difficoltà. Chi vuole conciliarsi col senso comune la troverà difficile.
    Ribadisco: poesia-profezia, in questo nesso la in/comprensibilità.

  14. Io vedo il problema in modo un po’ diverso. il “comprendere” è, a mio avviso, un’operazione mentale logica, mentre la poesia è insieme un’operazione mentale logica e a-logica. Io “comprendo” qualcosa quando lo “tengo dentro” il mio orizzonte mentale. La poesia non si può comprendere, ma la si sente e lascia capire sé come poesia. La poesia fa “sentire” qualcosa che noi consideriamo “poetico” (non discutiamo su questo, che è una discussione infinita). Se non sento nulla di poetico e i significati mi scivolano addosso senza coivolgere i miei sentimenti e le mie emozioni (oltre alla parte razionale), allora: a) non si tratta di poesia ma di un’altra cosa; b) si tratta di poesia ma io non riesco ancora a sentirla, perché non ho gli strumenti esperienziali per sentire quel tipo di poesia come poesia.
    La poesia infatti si evolve, si muove, a volte in modo misterioso. Non possiamo quindi pretendere di sentire sempre la poesia di un testo, perché vi sono autori che già stanno aprendo altre possibilità espressive delle quali non abbiamo esperienza. Ci sono dei testi che impattano contro la nostra sensibilità perché in qualche modo siamo culturalmente preparati a riceverli, altri che scivolano via perché non siamo preparati (o magari distratti, stanchi, ecc.).
    Per fare un esempio: la prima volta che ho ascoltato un’opera cinese mi è venuto da ridere e l’ho trovata un sacco di “scemenze”. Oggi invece, dopo aver ascoltato altre opere ed aver compreso, in parte, l’orizzonte poetico del teatro lirico cinese, la penso certo molto diversamente, anche se non ho nessuna competenza critica in merito. La stessa cosa, direi, accade per tutte le arti. C’è bisogno di tempo e di attenzione e c’è bisogno di sospendere il giudizio, almeno sino a quando non si riesce a inquadrare “l’orizzonte” nel quale si muove l’autore, il suo in-tendere. Poi sia quello che sia, ma io credo che la prima cosa da fare sia quella di cercare di capire e di sospendere il giudizio, sia positivo che negativo. Certo, si tratta di un’operazione critica e non semplicemente contemplativa, come nel caso di una poesia che è scritta con una sensibilità che noi già abbiamo dentro il nostro orizzonte. Un’operazione attiva e critica e non passiva, ed è difficile, a volte faticoso. Ma compiuto questo sforzo, la poesia se c’è si rivela per quello che è e possiamo farcene un’opinione per quello che possiamo comprendere.
    Capire significa infatti applicare le proprie categorie ad un fatto e interpretarlo, ma che cosa possiamo capire se le nostre categorie sono inadatte a interpretare quel fatto? Sarebbe come scoprire una stele scritta in una lingua sconosciuta e dire che quelle scritte sono un mare di sciocchezze perché non dicono nulla. Dobbiamo quindi, per prima cosa, ampliare l’orizzonte e tenervi dentro questo “oggetto”, tranne poi buttarlo fuori se questo oggetto si rivela, nel tempo, impenetrabile, freddo, incapace di suscitare sensazioni, emozioni, sentimenti e, a volte, neppure senso. Poi proseguiremo e verificheremo se è scritta bene o male (la forma, lo stile, la proprietà linguistica e semantica, ecc.) ecc. ecc.
    Allora, infine, potremo dire la nostra, senza negare il diritto a nessuno di affermare l’opposto di quello che noi pensiamo e che abbiamo argomentato, sulla scorta di sue argomentazioni personali.
    Questo è, io credo, il gioco della poesia, del poeta, del lettore, del critico, che è un gioco affascinante, magari intelligente, ma insomma sempre un gioco resta.

    1. @ Lucini

      Caro Gianmario,
      sto leggendo un interessante libro di Antonio Loreto, «I santi padri di Amelia Rosselli. “Variazioni belliche” e l’avanguardia» (Arcipelago Edizioni, Milano 2014). Di esso parlerò su questo sito più avanti. Ma per ora mi va di anticipare quanto appena letto a pag. 81. Qui trovo riportata sia un’opinione di Adorno, il quale, per contrastare la spinta dell’industria culturale che «educa le sue vittime ad evitare ogni sforzo nel tempo libero» (e diventare così bravi consumatori a caccia di divertimento e distrazioni), suggeriva un «ascolto adeguato» di un’opera. E sia un brano di Gillo Dorfles del 1964 che, rifacendosi al filosofo tedesco, scriveva:

      «accade molto spesso ci sia, rivolto all’opera nuova, un ascolto disattento, una fruizione sbagliata, cioè un tipo di percezione non ancora adeguato […] un elemento considerato d’avanguardia, dato in pasto ad una categoria culturale che non sia all’altezza di questo elemento, fa sì che l’elemento scada a incomprensibilità».

      Riporto i due punti, perché li trovo in sintonia con le cose che tu hai scritto nel tuo commento, specie quando scrivi: « Ci sono dei testi che impattano contro la nostra sensibilità perché in qualche modo siamo culturalmente preparati a riceverli, altri che scivolano via perché non siamo preparati (o magari distratti, stanchi, ecc.)» o fai l’esempio del tuo incontro con un’opera cinese.
      E’ vero, «c’è bisogno di tempo e di attenzione e c’è bisogno di sospendere il giudizio». Ed è anche vero che tale sospensione è «un’operazione critica» (o, più cautamente, almeno il suo inizio…) e non semplicemente un’operazione «contemplativa».
      Eppure ho un’obiezione.
      Mi chiedo: quest’ascolto, questa sospensione del giudizio ci rende di per sé più acuti e sensibili? la poesia (dopo un certo tempo) davvero «si rivela per quello che è», come tu dici?
      Sinceramente io ne dubito. Ascolto e sospensione del giudizio sono per me una parte (significativa) delle complesse operazioni di comprensione emotivo-razionale (non scindo le due cose) del testo. Perché c’è qualcos’altro che entra in gioco. Credo, infatti, che il lettore non sia mai una *tabula rasa*. Può ( e deve) imporsi sicuramente di ascoltare e sospendere il giudizio su quello che percepisce immediatamente. Può ( e deve) non buttar fuori le prime cose che gli vengono in mente e controllarle e ricontrollarle prima di dirle o scriverle. Ma non può mai svuotarsi ( io penso che non sia neppure giusto) della sua storia, della sua “enciclopedia” di conoscenze, ideologie, sensibilità.
      Può, invece di azzittirle o cancellarle o censurarle, più utilmente farle reagire con quella poesia, con quel testo (che a sua volta contiene una sua “enciclopedia” di conoscenze, ideologie, sensibilità, magari molto diverse o a volte simili). E, dunque, interrogarlo, facendo delle ipotesi, mettendo mano a mano più a fuoco questo o quell’aspetto (estetico, politico, ideologico, filosofico). E alla fine presentare ogni sua considerazione – su questo non ho dubbi – come “opinione provvisoria”, “giudizio approssimativo e rivedibile” da far reagire, a sua volta, con altre opinioni e giudizi. Per vedere, in una fase successiva di confronto con altri, quanto sia più o meno valida la sua interpretazione.

      Appendice

      Aggiungo un brano dell’intervista sulla “poesia esodante” che mi fece Partesana, dove toccai proprio questa questione:

      Comincerei col chiederti se hai qualche familiarità con le così dette “poetiche della ricezione”, o per dirla in altro modo con l’impostazione kantiana dell’estetica. Credi sia un approccio utile a ragionare sulla funzione della poesia oggi?

      Delle opere di autori come Iser e Jauss e del lavoro della scuola di Costanza ho solo conoscenza indiretta per aver letto articoli di giornali e riviste. Nutro però una istintiva simpatia per le poetiche e le estetiche della ricezione che a loro fanno capo. L’importanza che danno ai lettori ha il merito di spostare il riflettore puntato spesso soprattutto su (pochi) autori e (pochi) critici. Penso, ad esempio, al nume di una visione elitaria della letteratura, Harold Bloom, fautore di un «canone sublime» fondato esclusivamente sul giudizio del «lettore eccellente». Se invece le moltitudini di lettori, a detta di questi studiosi, pongono essi stessi delle domande a un’opera e incidono sul riuso di una tradizione, cioè sul lavorio per mezzo del quale essa supera il tempo, il fatto è rilevante. È un’ottica ben diversa da quella di Bloom. La divulgazione non è opera solo del critico o dei lettori eccellenti. E s’incontra con la mia idea di poesia esodante che prevede o sogna un lettore, anzi un lettore/scrittore attivo, capace di fare domande, tante domande spiazzanti come quelle dei bambini o di chi arriva ai libri e alla poesia dopo aver conosciuto i morsi dell’esperienza e della storia. E poi mi pare di cogliere una sintonia tra il lettore plurale pensato dai teorici della ricezione e i miei tentativi di laboratorio rivolti ai moltinpoesia. Questi ultimi, in effetti, sono lettori (o lettori/scrittori) incoraggiati a uscire dal loro isolamento proprio partecipando a laboratori di scrittura, a circoli di lettura, ai blog. Non si deve temere un confronto anche teso tra il messaggio dell’autore e quello che un lettore attivo (ingenuo, malizioso o semplicemente con altri pensieri in testa) trova o crede di trovare in un testo. Invece di fermarsi all’interpretazione firmata dal grande critico, sarebbe bello raccogliere migliaia di voci o interpretazioni da parte dei lettori effettivi di un libro. Di solito i critici hanno l’ultima parola su un libro perché dicono cose acute e ben meditate. Ma se le opinioni degli anonimi lettori venissero sollecitate con metodo e registrate con attenzione, per essere magari riprese e rielaborate dai critici stessi, si produrrebbero ulteriori approfondimenti. Certo, non mancano gli inconvenienti. Un lettore “semplice” può essere fin troppo tendenzioso o travalicare spudoratamente il testo per vederci solo quello che hai già in mente. Ma questi non sono difetti da attribuire alle teorie della ricezione.

  15. Sono fondamentalmente d’accordo con quanto dice Gianmario, soprattutto in merito alla “sospensione del giudizio”, per far sì che un’opera possa venire compresa al di là che il suo significato sia stato immediatamente recepito. Non è un’operazione semplice. E, infatti, quando siamo di fronte ad un testo poetico o ad un’opera d’arte o anche ad un brano musicale, tendiamo in qualche modo ad avvicinarci a tutto ciò sulla base di quelle che sono le nostre capacità di ricezione, sia culturali sia emozionali. In questi casi, rispondiamo, sembrerebbe, a quelle che Gianmario chiama “le categorie” che sono proprie di ciascuno, implicando in tal modo la nostra capacità logica.
    Ci sono però casi in cui si resta letteralmente ‘conquistati’ da un’opera, e ciò a dispetto di tutte le motivazioni logiche che vorremmo addurvi. Qui sta semmai il nodo di tutto, o almeno per me resta un nodo irrisolto e per questo affascinante .

  16. Ciao Giuseppina! che bello poterti leggere ancora!
    Le emozioni comunque travolgono e quando sei davanti ad una forma d’arte che ti provoca emozione grande, allora certe domande non te le fai, resti lì a guardare, a leggere, ad ascoltare e non sei più tu ma un’altra cosa qualcosa che l’arte stessa ti ha svelato. Non so a quale “categoria” appartengo ma senza quell’emozione io non so andare avanti, sbaglio sicuramente e precipito poi nella categoria degli incompetenti, ma in quel momento, quello che ha catturato la mia persona completamente, me ne frego di tutto il resto. Le poesie di Gianmario spesso mi hanno catturata!

    1. Ciao Emilia, sì, in effetti ciò si verifica soprattutto quando ci si scopre ‘impreparati’, ma, d’altra parte, se si vuole la sfida è proprio questa, misurarsi per cercare di superare i propri limiti.

        1. Ciao Rita, ricambio il tuo saluto e estendo l’abbraccio a tutte/i.

          A Paolo Statuti
          Divertentissimo!
          Il suo amico aveva pienamente ragione. Infatti, nell’ottica di una categoria (i poeti) di emarginati/ incompresi/ sfigati/ dimenticati, come [non] dargli torto?

  17. …ciao Giuseppina, anch’io sono contenta di risentirti…mi collego ai vostri ultimi interventi sulla lettura delle opere d’arte, davanti alle quali possiamo essere o sentirci, di volta in volta: conquistati, quando le nostre “categorie” emotive e mentali vengono positivamente sollecitate, impreparati, quando tali opere sfuggono all’ambito delle nostre esperienze in senso lato, e in questo caso, come dice Gianmario, é bene sospendere il giudizio, e persino “respinti”…per questo ultimo caso mi riferisco alla sindrome di Stendhal a cui ha accennato Rita, una reazione di inquietudine davanti alla bellezza che mi incuriosisce e che, forse, devo aver provato, senza spiegarmene la ragione…

    1. Ciao Annamaria, tu hai messo in evidenza un dato sicuramente fondamentale per potersi accostare ad un’opera d’arte, vale a dire la curiosità. Mancando la curiosità, non ci sarebbe nemmeno quel rapporto relazionale del quale parla Rita, e questo non solo a livello di comprensione ma anche di una incomprensione.
      L’ascolto, a cui fa cenno Ennio, lo vedo come momento di crescita importante, un percorso soggettivo che può anche portare a dire: io questa cosa proprio non la capisco. Interessante è vedere però quello che succede dopo.

  18. A proposito di: incomprensibile, affascinante, curiosità che dite di questa?

    PREGHIERA DELLA SERA-ARTHUR RIMBAUD
    Io, come un angelo seduto dal barbiere,
    vivo stringendo uno scanalato bicchiere,
    collo e ipogastrio curvi, una Gambier tra i denti,
    sotto i cieli gonfi di vele trasparenti.

    In me mille sogni, come caldi escrementi
    di vecchia colombaia, fan dolci bruciature;
    e il mio tenero cuore è un alburno, a momenti,
    che il giovane oro insanguina di linfe oscure.

    E, quando con cura ho ringoiato ogni sogno,
    mi volto, bevuti più di trenta bicchieri,
    e mi raccolgo a mollare l’acre bisogno:

    dolce come il Dio del cedro e degli issòpi,
    io piscio altissimo e lontano contro i neri
    cieli, approvato dai grandi eliotropi.

  19. @ Statuti

    Grazie a Paolo Statuti per la segnalazione. Forse però è meglio copiare il testo. Che comunque va cercato a questo link: http://musashop.wordpress.com/?s=Se+si+capisce+non+%C3%A8+poesia&submit=Cerca


    Se si capisce non è poesia”

    Tempo fa, benché sia decisamente contrario a questo tipo di competizione letteraria, partecipai a un concorso nazionale dihaiku. Ascoltando la voce della mia Musa un po’ romantica e amante della natura, scrissi:

    L’arpa del fiume

    e gli zufoli-uccelli

    danno un concerto

    Prima di spedirla però, chiesi il parere a un mio amico critico, abbastanza noto e ascoltato. Ci incontrammo nel parco vicino casa mia, approfittando di una bella giornata di primavera. Dopo aver parlato un po’ del più e del meno, gli lessi il mio haiku.Storse subito la bocca e mi guardò sorpreso, poi disse:

    – Paolo, ma questo è un haiku destinato a passare del tutto inosservato. E’ banalmente chiaro, troppo evidente, devi renderlo meno immediato, morfologicamente più…come dire…articolato a incastro…è questo che oggi si richiede alla poesia…capisci cosa voglio dire?

    – No…

    – Non fa niente, non é importante capire, per questo noi critici ci esprimiamo in questo modo…Dunque cerca di cambiare, pensaci un po’, dispiega le ali della fantasia, vola nella vastità del lessico, trova qualcosa di veramente poetico…

    Mi concentrai, cercando di volare come lui suggeriva, ma più che un’aquila che solca i cieli con le sue grandi ali, mi sentivo un pipistrello che vola alla cieca nel buio di una grotta. Dopo una decina di minuti, con un misto di timore e di speranza, lessi:

    L’arpa dell’onda

    e gli zufoli alati

    all’unisono

    – Ma no! E’ ancora troppo chiara, ma allora non mi sono spiegato!

    – Va bene…un momento, forse adesso:

    Le corde ondose

    e i becchi zufolanti

    suonano a sera

    come ti sembra?

    – Un po’ meglio, ma ancora non ci siamo…

    – Forse, non so… meglio così?…:

    L’onda incordata

    e i sonori becchi

    riconcertano

    – Dai, ci sei quasi, fa’ un ultimo sforzo!

    – Che ne dici allora di questo?…:

    L’incordatura

    delle note spezzate

    sale sull’onda

    – Oppure???…- mi chiese fissandomi, come se volesse sostituirsi alla mia Musa.

    – Oppure…:

    Fibrillazione

    do re mi fa sol la si

    anima inquieta

    – Sììì, finalmente, ora mi sembra perfetta, ammetterai che c’è una bella differenza con la tua prima versione!

    – Ma veramente…non capisco molto il nesso…

    – Il nesso?!…Il nesso è morto, non serve, o per lo meno non è essenziale…C’è la musica, cioè una delle tue tre ali e c’è l’anima del poeta che deve essere inquieta, altrimenti che poeta sarebbe? Mandala al concorso e fammi sapere come è andata.

    La mandai senza la minima convinzione, anzi col timore che pensassero che li stavo prendendo in giro, e invece…e invece no! Il mio haiku vinse il primo premio con tanto di medaglia e di diploma. Ma non lo dissi al mio amico, perché malgrado tutto, non condividevo e non condivido ancora oggi ciò che mi disse, quando ci lasciammo al termine del nostro incontro nel parco: – Paolo, ricorda sempre una cosa – se si capisce non è poesia!

    Paolo Statuti

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