S’io fossi Gaza…(1)

Gerusalemme1

di Ennio Abate

Dal 10 al 31 luglio il post “Punti interrogativi” (qui) dedicato agli eventi di Gaza ha ricevuto  più di 180 commenti. Abbiamo accompagnato la tragica vicenda come abbiamo potuto: con poesie, riflessioni a caldo, dialogando e, a volte, polemizzando. Ho anche segnalato analisi e appelli di vario orientamento politico. E chi ha ritenuto giusto firmarli l’ha fatto. Le bombe continuano a cadere e ad ammazzare. Le diplomazie fanno i loro giochi sporchi e puliti. I mass media a informare e disinformare. La gente e gli intellettuali a tacere. Noi come singoli possiamo solo continuare a riflettere, scrivere, eventualmente manifestare. Ma mi pare anche ora di rivedere, ciascuno per conto suo, quanto si è detto e scritto in questi venti giorni. O anche prima, in altre occasioni, perché il conflitto tra israeliani e palestinesi ha una lunga storia. Dagli spunti dei 183 commenti e da altre letture ricaverò i pezzi di un mio personale “riordinadiario” che pubblicherò mano mano. Altri eventuali contributi, che abbiano Gaza come tema  di partenza, verranno – spero – da quanti non si rassegnano di fronte al non senso della storia. [E.A.]

 Non credo di aver sbagliato a parlare dei nuovi bombardamenti su Gaza partendo da una poesia o da «bruttissimi versi», come mi ha rimproverato un’anonima commentatrice su «Le parole e le cose». Mettermi in «zona poetica» di fronte ad eventi tragici, di cui sento subito il carico di angoscia di morte, non è cercare rifugio nella scrittura. Di fronte a un pericolo, cerco dapprima l’isolamento. Ho voglia di misurare i fatti partendo da ciò che sento. Da solo. E da solo sento impotenza, incertezza, paura. Perciò ai primi versi ho messo un titolo quasi sommesso e sospeso: punti interrogativi. E tuttavia, anche nell’isolamento noto che le mie parole non si attestano alla pietas umanistica verso i morti o gli oppressi. Hanno un taglio politico antisionista. Da dove mi viene? Non sono mai stato in Israele o nei Territori occupati. Non conosco né l’arabo né l’ebraico. Anche le mie conoscenze dirette di ebrei o palestinesi si contano sulle dita di una mano. Eppure da un’attenzione particolare a quel conflitto in Medio Oriente e dalla posizione antisionista e favorevole alla causa palestinese non sono mai riuscito a scostarmi da molti anni. Ho maturato tale atteggiamento sicuramente nel periodo della militanza in Avanguardia Operaia (1968-1976), dalle letture sulla storia del Novecento, dagli echi rimasti in me della «Questione ebraica» di Marx o di vari scritti di Adorno e di Sartre sull’antisemitismo. O de «I diversi» di Hans Mayer. E poi giornali, film, romanzi, saggi politici. Ma l’atteggiamento di fondo su queste cose mi viene indubbiamente e direttamente dagli scritti di Franco Fortini. In particolare dalla lettura de «I cani del Sinai», che egli pubblicò nell’estate del ’67 a ridosso della “guerra dei sei giorni” e che, però, devo avere letto per la prima volta e con attenzione molto più tardi; e da «Un luogo sacro», una sezione di «Extrema ratio» del 1990, che è il resoconto ragionato di un suo soggiorno di una settimana a Gerusalemme nell’aprile del 1989. La posizione antisionista dell’ebreo Fortini mi ha sempre fatto da guida da allora. Mi hanno accompagnato passi dei suoi scritti come questo:

« … mentre torno verso il mio albergo tra vie scurissime e deserte, di case spente e in macerie, di spazi abbandonati (come non rammentavo più dalla Gerusalemme del 1949) lungo quella che più di vent’anni or sono fu la linea del fuoco fra le due Gerusalemme, è una sorta di vergogna per essermi lasciato coinvolgere dalla “vertigine che emana da questa città. La parola, la avrei poi trovata, proprio per Gerusalemme, nel profeta Zaccaria. Probabilmente questo è solo l’epicentro fugace di una tanto più grande menzogna che soffoca ormai tutto il mondo. Non sempre è stato così. Non deve essere necessariamente così» ( F. Fortini, «Un luogo sacro» in Extrema ratio, p. 68)

Da Fortini non ricavo di certo una visione soddisfacente per capire a fondo gli eventi d’oggi. E anzi sono consapevole della corrosione degli strumenti marxisti da lui usati, ma indubbiamente dalla letture dei suoi libri s’impara sempre molto. Fortini non si lascia sfuggire mai gli intrecci internazionali del conflitto israelo-palestinese:

«Quel che sorprende e, alla fine, indigna è che a destra come a sinistra, tra i “falchi” come fra le “colombe”, fra gli israeliani come fra i palestinesi, la controversia non sia mai preceduta da un accenno alle strutture della produzione, al sistema economico e ai rapporti di classe. Il discorso politico porta sul conflitto nazionale o etnico o religioso, riguarda la guerra e la pace, le possibilità di convivenza, il potere dei gruppi di pressione dell’estremismo religiso o islamico, i rapporti internazionali. Quel che nella sua fretta il visitatore vede è quel che la situazione mostra. L’apparenza coincide con la realtà. Mi si dice (chi lo assicura è una persona competente) che, secondo pubbliche statistiche, dopo gli Stati Uniti i maggiori importatori di prodotti israeliani erano i Territori Occupati. Non diversamente dagli indios delle miniere andine, quel che guadagnavano con lavoro pagato la metà di quel che viene pagato a un israeliano i palestinesi dovevano spenderlo acquistando prodotti degli occupanti. Non occorre fare professione di marxismo per capire che c’è da capire qualcosa che i media tacciono e le parti in conflitto sembrano concordi a passare sotto silenzio» ( F. Fortini, «Un luogo sacro» in Extrema ratio p. 42).

Quest testo fortiniano morde ancora. Ci ricorda cose apparentemente elementari e magari note agli studiosi, ma oggi taciute da giornali e TV. Che la vita produttiva ed economica di Israele era ed è «determinata da un rapporto improprio con gli Stati Uniti» (Egli scriveva: «Bastava guardare i pullman turistici degli ebrei americani, che vengono a vedere come sono stati spesi i loro soldi. Tutti lo sanno, quasi tutti lo dimenticano o lo tacciono», p. 41). Che anche da noi e in buona parte d’Europa «accade la medesima cosa, cui i dizionari davano nome di sfruttamento. Con la differenza che da noi non si accompagna alla occupazione armata» (p. 42). Che stava sopraggiungendo «una condizione generalizzata di sporcizia spiritualistica e mistica» (p. 45). La definiva così per indicare quanto essa «si accorda col potere, anzi […] tende ad identificarsi con quello per ricevere benefici» (p. 45). La sua posizione mi pare ancora lungimirante perché vedeva e osteggiava le «forme “arretrate”, mediovaleggianti, antilluministiche, fondate su conflitti “religiosi” [che] non riescono e neanche vogliono occultare il loro turpe compito di maschere (e, in questa parte del mondo [in Israele, in Medio Oriente], conquistare quanto basta dell’opinione per controllare scelte politiche importantissime)». Né faceva sconti agli europei: anche in Europa, infatti, dopo il «declino delle forze tradizionali del conflitto sociale e l’ingresso di tutti noi in una età che sta ancora, ma ciecamente, cercando di identificare le nuove forme e forze schierate» (p. 47) stavano maturando processi simili, coperti dalla stessa «finzione razional-democratica» (p. 61). Nel suo viaggio a Gerusalemme egli aveva colto questa «sovrapposizione incessante di un conflitto politico-militare e di una immagine mitologica». Lì aveva percepito «corporalmente il conflitto politico, etnico e religioso fra gli israeliani e gli arabo-palestinesi e ancor più l’aura della generale e diffusa menzogna in buona fede che in ogni momento mascherava le ragioni sociali ed economiche del conflitto a favore di quelle politiche, etniche e religiose» (p. 46). Sentiva che il fanatismo in Israele non era «parola e idea di tempi remoti», ma«lezione del “presente come storia”» (p. 48). E respingeva «l’enfasi che la informazione manipolata pone sui caratteri religiosi, etnici, nazionalistici del conflitti. Non perché quei conflitti non ci siano ma perché sono la maschera di altri, dei quali si preferisce non parlare, o parlare meno o parlare per il mondo cifrato degli specialisti» (p. 49)».

A differenza di Fortini non ho la sicurezza che gli faceva scrivere: «Per quanto è di me, non ho dubbi che quel conflitto rientri in un momento del processo mondiale di emancipazione dei popoli in senso anticapitalistico». (p. 57). Eppure accolgo ancora oggi in pieno, al di là dei concetti politici (colonialismo, antimperialismo) da ricontrollare, il suo aut aut:

«Per me, stare dalla parte dei palestinesi, quindi contro la politica militare del governo israeliano, vuol dire ricordare ai miei connazionali – non dunque solo agli ebrei, anzi e soprattutto non a costoro ma a chi, nella sinistra italiana è loro amico – che esistono cause (di giustizia o di solidarietà, di lotta anticolonialista o antimperialista internazionale; e ognuno scelga fra queste quella che meglio gli si confà) per le quali può essere necessario rompere i legami più cari e più ardui; ossia scegliere che cosa mettere al primo posto: la fedeltà a una patria, a una etnia, a una cultura, a una tradizione religiosa o familiare, ai propri morti oppure altro. Questo “altro”, io che scrivo l’ho messo al primo posto, ogni volta che mi si è presentato un conflitto di doveri e fedeltà. Non vorrei che si scambiasse, ancora una volta e secondo l’andazzo pseudo democratico oggi di moda, il rispetto per l’espressione del pensiero altrui col rispetto per un pensiero, o per azioni, che si ritiene sbagliate o false» (58).

[continua]

54 pensieri su “S’io fossi Gaza…(1)

  1. Continuo con la mia fissa dell’Ucraina, e vi segnalo una importante analisi di Saker. Saker (un tipo di falco) è un blogger anzianotto, un russo bianco ortodosso che per molti anni ha fatto l’analista militare al Pentagono, e ora è in pensione. Ha molti contatti in Russia e nei paesi dell’Est Europa, tifa a perdifiato per Putin, la sa lunga sul sistema di sicurezza USA, e ha lavorato a cavallo tra la fine della Guerra Fredda 1 e l’implosione dell’URSS.
    Anche lui, come me ma sapendo molte più cose di me per la sua lunga esperienza di lavoro al centro del sistema di sicurezza USA, è sbalordito dalla gestione del conflitto ucraino da parte degli USA; e dopo essersi ripetuto mille volte, “No, è impossibile che questi stiano cercando il confronto diretto NATO/Russia, è una cosa impensabile, irrazionale, che va contro tutto i principi della politica realistica, etc.” ha dovuto cominciare a pensare l’impensabile.
    Ecco che cosa ha pensato:

    http://vineyardsaker.blogspot.it/2014/07/thinking-unthinkable.html

    Leggetelo, ne vale la pena.

    1. Gaza
      La pace non esiste
      Scappa scappa! le cade il velo
      la testa scoperta
      lei torna a raccoglierlo
      nooo non fermarti scappa!
      Senza fiato
      una bomba un’altra
      Mio figlio mio figlio !
      Il braccio, il braccio non c’è il braccio!
      La pace non esiste
      Sangue sangue sangue sui piedi
      dentro la schiena
      l’ospedale! L’ospedale!
      E’ lontano tanto lontano
      Il braccio , il braccio!
      La pace non esiste
      Ancora uno scoppio lontano
      vicino troppo vicino
      all’ultimo all’ultimo
      cade
      una testa di riccioli neri
      un velo una mano
      Aiutami…aiutami …aiutami
      un altro scoppio un altro
      un cane abbaia
      l’ultimo suono l’ultima luce
      insieme si muore
      La pace non esiste.

      emy

  2. @ Buffagni

    Stavo per rispondere ai tuoi precedenti commenti. Mi trasferisco anch’io qui. Per dirti ancora una volta che fai bene ad insistere sull’Ucraina, anche in questo momento in cui la nostra attenzione è occupata dai bombardamenti israeliani su Gaza. Dal 1° pezzo di «S’io fossi Gaza…» appena pubblicato credo si possa capire quanto nella sensibilità anche politica di uno come me ( ma penso che ciò valga per molti) contino gli incontri, le letture fatte, gli immaginari sedimentatisi nell’ambiente sociale in cui si vive. Esiste in ciascunio una “cultura di base” che fa da filtro selettivo: accoglie di più certe notizie e meno altre. Anche se ci impegnassimo volenterosamente in una sorta di costante aggiornamento sui conflitti principali che succedono in questa o quella parte del mondo (e la cosa per molti di noi potrebbe avvenire per lo più solo attraverso i mass media o il Web), ci mancherebbero sia le competenze specifiche o addirittura ad hoc ( come gli studi militari sull’operazione Barbarossa nel tuo caso) sia quel ruminare collettivo che una volta avveniva attraverso le scuole quadri o le sezioni territoriali dei partiti; e che oggi sui blog ha effetti ben più aleatori e inverificabili. E poi c’è un grado di saturazione, raggiunto il quale la mente comincia a girare a vuoto. E questo vale anche per le emozioni. Specie quando dai primi indizi che uno comincia a ricevere si prospettano gli «inferni» a cui tu alludi.
    Con questo non vorrei sembrare il difensore della rimozione o uno che se ne sta attaccato alla tragedia di Gaza perché la ”sente” di più e non vuole vedere la valanga che arriva dall’Ucraina. Ma tra le scienze (e credo che la geopolitica o l’analisi strategica dei conflitti alla La Grassa lo siano) e percezione delle cose dei “non specialisti” ci sia un abisso. Non lo si colma in fretta. E non so neppure se sarà mai colmabile. E allora, per alleggerire la tensione, a me viene in mente una battuta che Fortini rivolse a Michele Ranchetti e che potrebbe valere anche per te. All’ingrosso (ora riesco a verificare la citazione) diceva: Ranchetti vuol metterci paura, ma noi abbiamo già paura…

    P.s.
    Resto aperto, comunque, ad ogni suggerimento che possa limitare le “resistenze” di cui sopra e farci capire qualcosa in più di questo mondo sconvolto.

  3. Ciao Ennio,
    grazie della replica. Ho visto di persona, molti anni fa, un effetto collaterale del conflitto israelo/palestinese (Libano), e quindi non sono affatto indifferente alla questione.
    Ho la fissa dell’Ucraina per le ragioni che ho già esposto, sostanzialmente perchè mi mette una fifa blu. Insisto sia a scopo ansiolitico, sia perchè – e questa è un’altra grande novità della vicenda ucraina – forse per la prima volta nella storia, almeno a mia memoria, una crisi politica di queste dimensioni storiche (epocali, e credimi che non esagero) viene completamente oscurata dalla disinformazione.
    Ti prego di credere sulla parola che questa storia non è più piccola o uguale, ma più grande, molto più grande della crisi dei missili cubani: eppure il 99% degli occidentali non ne sa niente e non ci capisce niente, perchè gli viene presentata in modo totalmente farlocco, e di voce ce n’è, sostanzialmente, una sola.

  4. Visto che il link segnalato da Buffagni nel suo primo commento di questo post è in inglese e non so quanti riescono a leggerlo, suggerisco questa sintesi dell’attuale situazione oscura e pericolosa fatta da Giulietto Chiesa su Pandora TV:
    [pandoratv http://www.pandoratv.it/?p=1633%5D

    Nota. Sperando che sia soltanto il solito “catastrofista”…

    1. Chiesa più che un catastrofista è un confusionario, un pataccaro.

      Se volete aggiornamenti seri sull’Ucraina leggete:
      1) http://vineyardsaker.blogspot.it/ (che ha anche versioni in russo, tedesco e francese: non traducono tutti gli articoli del sito originario in inglese, ma aggiungono altri testi. Sono altri analisti di quei paesi che si sono aggregati a Saker).

      2) http://www.dedefensa.org/ , sito in francese dello scrittore, storico, analista politico e militare belga Philippe Grasset

      3) http://www.thenation.com/ , sito politico americano, diretto dalla moglie di Stephen Cohen, il maggiore studioso americano di Russia post sovietica, che è uno dei pochissimi americani a spiegare come stanno le cose in Ucraina e a mettere in guardia dai rischi della politica estera USA/Russia.


      Nota (di E.A.)
      Quando inserite nei vostri commenti dei link, Word Press, prima di pubblicarli in automatico, li sottopone all’amministratore del sito per approvazione. Questo spiega il ritardo con cui il commento appare. E’ bene saperlo.

  5. “Riasservire l’Europa agli Stati Uniti” è un obiettivo che ci riguarda e che si realizza in sede di Parlamento europeo colpendo le politiche considerate filo russe, beninteso nell’unica chiave di lettura oggi possibile, che è quella economica. Richiamare l’Italia ai suoi doveri (debiti verso la comunità europea) significa dare prova di voler stare nel polo degli interessi occidentali, e non a mezza strada. La posizione (economica commerciale, in merito alle risorse energetiche) filo russa del nostro paese è sotto osservazione (o pressione). Da qui l’ambiguità dell’esecutore di turno, Renzi, che avrebbe il compito primario di contenere le spinte destabilizzanti, che da noi stanno nel 20% del M5s e di una sinistra ancora ideologicamente in vita. Il compito di Renzi consiste in pratica nel rimandare quanto più è possibile, creando alleanze squinternate (del nazzareno, salvando Berlusconi dai processi), in attesa che il quadro internazionale si assesti da una parte o dall’altra, fatto questo che non si realizzerà prima che venga risolto il problema in medioriente, tra palestinesi e istraeliani, e le vicende in Ucraina. Quindi campacavallo perché nessuno arretrerà di un passo. In questo panorama, che è di guerra fredda sul piano internazionale ma che è di guerra vera e propria nelle zone interessate, l’Italia svolge una funzione attendista. I ministri proposti da Renzi (si parlò anche di Dalema) sono stati scartati perché filo russi, quindi si aspetta. Tutti aspettano, nessuno prende posizione. Se la sbrighino tra superpotenze, purché facciano in fretta. E questo spiega la non posizione dei nostri opinionisti anche sulle faccende di Gaza: sì, gli israeliani uccidono la popolazione, i bambini, ma i palestinesi scavano tunnel e fanno attentati. Non stanno né di qua né di là, perché se fossero davvero filo israeliani, sai quante ne direbbero di peggio al telegiornale! Quindi si guarda all’ONU, che avrebbe l’autorevolezza per mettere le cose a posto, pur sapendo che il governo di Israele se ne sbatte, e almeno finché gli riesce continuerà la sua avanzata.
    Qui nel blog c’è Ennio Abate che prende una chiara posizione ma commette l’errore di scrivere un editto in purissimo stile vetero sessantottino (inizia più o meno con la parola combattere, e già lì se ne avrebbe abbastanza); trascura di mettersi dalla parte di tutte le popolazioni in rovina , che sono tante, noi compresi, che non siamo poi così rincoglioniti come si dà a intendere perché se mai siamo spettatori, leggi vittime, di questo gioco al macello che ci sta rendendo la vita impossibile da dieci anni a questa parte, da quando cioè si è scatenata la rabbia capitalistica del riassesto imperialista (e qui i vecchi termini ci stanno e come!).
    Ora, io non prendo posizione a meno che non si dica chiaramente che si sta dalla parte dei popoli oppressi, quelli ammazzati come quegli altri affamati e ricattati, e voglio che si dica il perché e il per come del fatto che non ci sia nazione che possa vantare una propria autonomia. Sono per l’embargo verso tutti i paesi in conflitto, America e Russia in testa. Sono per una attività solidale, aiuti sanitari e quant’altro, verso le popolazioni colpite. TUTTE. Qui non è la gente che sta dormendo, sono i nostri governanti.
    Capisco lo scoramento di Ennio Abate ma non condivido la sua posizione unilaterale, e non perché non la trovo giusta, ma perché non esce dal labirinto: non può ma non ci prova nemmeno. Resta la lezione di Fortini sull’impegno etico e politico, che poi è la seconda ragione per la quale continuo a seguire le vicende di questo blog. La prima è un’altra, ma guai a dirlo che si finisce nel qualunquismo e nel disimpegno. Ma allora a che serve essere diversi, che ci resta da dire se diventiamo prevedibili?

  6. @ Mayoor

    « Qui nel blog c’è Ennio Abate che prende una chiara posizione ma commette l’errore di scrivere un editto in purissimo stile vetero sessantottino (inizia più o meno con la parola combattere, e già lì se ne avrebbe abbastanza); trascura di mettersi dalla parte di tutte le popolazioni in rovina , che sono tante, noi compresi, che non siamo poi così rincoglioniti come si dà a intendere perché se mai siamo spettatori, leggi vittime, di questo gioco al macello che ci sta rendendo la vita impossibile da dieci anni a questa parte, da quando cioè si è scatenata la rabbia capitalistica del riassesto imperialista (e qui i vecchi termini ci stanno e come!).[…] Capisco lo scoramento di Ennio Abate ma non condivido la sua posizione unilaterale, e non perché non la trovo giusta, ma perché non esce dal labirinto» (Mayoor)

    Boh, quale sarebbe l’«editto in purissimo stile vetero sessantottino (inizia più o meno con la parola combattere, e già lì se ne avrebbe abbastanza»? Per favore, cita con precisione a quale passo dei miei numerosi interventi ti riferisci.

    Quale poi sarebbe la mia « posizione unilaterale»? Quella che ho definito «antisionista»? Ancora precisione, per favore.

    Ho segnalato appelli di vario orientamento, in modo che chi se la sentisse firmasse quello che gli pareva condivisibile o non firmasse affatto. Io, malgrado molte riserve sul taglio e sull’efficacia politica fatte presenti al suo stesso promotore, ho firmato assieme ad altri due amici quello di d’Orsi. Pur sapendo che «dal labirinto» non ne esco. E non so neppure se ne uscirete “voi”.

    Se non se ne esce firmando un appello, non mi pare che se ne esca dicendo « chiaramente che si sta dalla parte dei popoli oppressi, quelli ammazzati come quegli altri affamati e ricattati». Tra l’altro, di queste “chiare” proclamazioni di stare “dalla parte del torto”, “dalla parte degli oppressi” ecc. sono pieni tutti i blog, ma purtroppo non sortiscono neppure una qualche manifestazione di piazza. E il mio “scoramento” è del tutto irrilevante. Né mi ha impedito di partecipare alla prima manifestazione a Milano contro i bombardamenti israeliani su Gaza. Ma i bombardamenti, come vedete, continuano. Dirlo significa scoramento?
    Le cose devono essere molto più complesse e ci sfuggono. Studiare, leggere, stropicciarsi gli occhi vale molto di più. Ciao.

    P.s.
    E poi nel blog non ci sono soltanto io…

  7. Mi riferivo alla bozza che ha suscitato perplessità nella redazione, all’inizio. Per il resto non intendevo mettermi di traverso sul lavoro intensivo che stai facendo, anzi, come vedi sto partecipando. Così come sono stato a un’altra manifestazione in San Babila e ho seguito anch’io il corteo dei manifestanti, solo che ho pianto, cosa che negli anni 70 non mi accadeva. Si vede che sto invecchiando. Vorrei dire invece qualcosa a proposito dell’utopia: lasciamo almeno ai poeti questa possibilità, nessuno avrebbe da ridire, e non perché la poesia conta niente ma perché è quel che ci si aspetta da loro, come minimo. Ad altri non è concesso, e questo è un privilegio che non andrebbe trascurato. Utopia non è sinonimo di falsità, indica soltanto quel che comunemente è ritenuto irrealizzabile. Ma qualcuno dovrà pur prendersi la briga di ricordarlo, altrimenti si sta al buio.

    1. @ Mayoor

      Sai che avevo invitato i redattori di Poliscritture a trasferire su questo sito (e dunque in un ambito più vasto) i loro interventi su Gaza fatti nella mailing list redazionale, se volevano. Non avendolo fatto, alludervi da qui crea possibili (anche se non gravi) confusioni. Meglio tener distinti i discorsi. Purtroppo va così: un pezzo di discorso lo fai con alcuni su FB, un altro su Le parole e le cose, un altro ancora qui, eccetera. E’ sintomatico della crisi anche questo “nomadismo” coatto e inquieto a cui tutti siamo spinti: un po’ dal medium, un po’ dall’essere nel “labirinto”.

      Piangere sugli oppressi? Hanno bisogno di altro che le nostre lacrime. E purtroppo proprio non possiamo difenderli, come si vede. L’epoca dei Robin Hood è passata. Credo sia passata anche quella delle utopie: consolano quelli che se le possono godere come una poesia nella loro mente, ma non dant panem di certo agli oppressi, sui quali cadono da un bel po’ solo bombe e pallottole della polizia come si è visto con le “primavere arabe”.

      Siamo agli scontri tra dei e semidei con gli umani come pedine. Anche questa è una regressione di civiltà. Lo slogan di Vittorio Arrigoni “Siate umani” è tautologico. Quando in alto lo scontro si fa duro (armato e disumano), in basso quelli *costretti* a rimanere umani devono aspettarsi solo il peggio e giostrarsi, quando ci riescono, come la Madre Courage di Brecht. O fare appelli ai potenti affinché la smettano. Con gli effetti nulli che vediamo. Il pacifismo è ragionevole, ma è fuori gioco. E anche quando riuscisse a pensare la soluzione giusta (da quanti decenni ci sono le soluzioni giuste del conflitto israelo-palestinese?) non ha nessuna forza per imporla a quelli che si stanno scontrando. E che appaiono “irragionevoli” solo perché noi non riusciamo a valutare *le ragioni* dello scontro e ne dobbiamo sopportare impotenti gli effetti: bombe materiali sulla popolazione di Gaza, bombe immateriali di disinformazione sulle nostre teste. La pace diventerà ragionevole anche per i contendenti solo quando valuteranno che i colpi inferti all’altro possono bastare e fin quando le loro riserve di violenza ( scontrarsi costa anche economicamente) non saranno esaurite o agli sgoccioli o i loro “sponsor” più potenti non decidano di farli smettere davvero. I morti dall’uno e dall’altra parte sono stati messi in conto. L’utopia non illumina certo questo buio. Direi che serva di più riconoscere la nostra impotenza e la loro strapotenza, testimoniare il nostro sdegno, tener anche in conto la nostra paura ( che è un avvertimento del pericolo che corriamo), tenere in allenamento la nostra intelligenza di come stanno le cose nella realtà per cogliere l’eventuale occasione per un’azione più efficace contro chi ci ha ridotti così. L’utopia ci induce al sonno e al sogno. Nel tempo del pericolo meglio tenersi svegli.

  8. Certamente dopo tutte le situazioni terribili che si sono verificate nel mondo e tutt’ora si verificano, un quadro completo sulla situazione è difficile da fare, se ti soffermi a parlare di Gaza e delle sue atrocità, sei un comunista che non vede al di là del proprio naso, se consideri il problema di Israele, sei uno sporco fascista, se critichi l’ONU e le sue risoluzioni per non dire i suoi danni, sei un catastrofista Russia e Ucraina compresa e via discorrendo. Insomma una scelta bisogna pur farla o lasciamo fare tutto alle super potenze? Oppure facciamo come le miss ai concorsi di bellezza quando viene a loro chiesto cosa desiderano di più dalla vita , rispondono frescone:-La pace nel mondo-.

  9. Parlavo dell’utopia dei poeti, della loro ricerca della verità che è particolare e non può essere delimitata dalla convenienza, dal possibile o dal probabile. E nemmeno lasciarsi condizionare dalla storia. Sta poi a ciascuno saper scrivere in modo in/appropriato. Scrivere… di fronte a queste catastrofi è di per sé un disagio, un limite se si pensa che servirebbe ben altro. Ma i poeti non scrivono “la pace nel mondo” come fossero ballerine, Emilia, di solito sanno fare meglio.
    Trascrivo da Wp: Ecco come lo stesso Ungaretti commenta L’allegria:
    « Questo vecchio libro è un diario. L’autore non ha altra ambizione e crede che anche i grandi poeti non ne avessero altre se non quella di lasciare una sua bella biografia. Le sue poesie rappresentano dunque i suoi tormenti formali, ma vorrebbe si riconoscesse una buona volta che la forma lo tormenta solo perché la esige aderente alle variazioni del suo animo, e, se qualche progresso ha fatto come artista, vorrebbe che indicasse anche qualche perfezione raggiunta come uomo. Egli si è maturato uomo in mezzo ad avvenimenti straordinari ai quali non è stato mai estraneo. Senza mai negare le necessità universali della poesia, ha sempre pensato che, per lasciarsi immaginare, l’universale deve attraverso un attivo sentimento storico, accordarsi con la voce singolare del poeta »

    Nel mio precedente intervento la mia analisi personale l’ho fatta, come uomo non come poeta, perché i versi di un poeta sono fatti per restare. Ma continuo a crede che l’utopia sia aria fresca perché non è scontata la direzione verso cui tendere.

    1. Caro Mayoor,
      non volevo assolutamente riferirmi al discorso dei poeti! Era solo per dire che bisogna comunque prendere una posizione, Credo che i poeti hanno fatto e possano ancora fare molto per esprimere la loro idea e la loro forza , ma non basta certo. Anch’io come donna mi angoscio e piango quando assisto ai massacri, alle ingiustizie , vorrei fare di più …forse si può fare e o è utopia?
      Ma contro gli assassini è difficile poter combattere, allora bisogna prendere delle posizioni, trovo che sia indispensabile.

    2. “Ma continuo a crede[re] che l’utopia sia aria fresca” ( Mayoor)

      Ma l’aria fresca non può entrare nelle stanze ermeticamente chiuse della realtà in cui stiamo (soprav)vivendo.

  10. Basta alla macelleria. Ha mostrato tanta generosità papa Francesco, è andato nella terra dei fuochi, ora, da vero vicario di Cristo vada nella striscia di Gaza, fermi il massacro. Si muova, e subito.i poeti, gli intellettuali, non possono fare nulla, nulla di concreto. E Obama? Agli inizi credevo in lui, è peggio di Bush. Vergogna

  11. Una tragedia antichissima / modernissima.
    1.
    Ripiombato – dopo una pausa “ astorica “ – nella Storia del conflitto Israele – Palestina -ho preferito non partecipare con un mio commento ai cento e più che si sono scambiati ( con esiti a quel che vedo non felici ) i nostri redattori e altri lettori estranei. L’onda emotiva che li ha giustificati e li giustifica ( mi ) è risultata inquinata in più punti da approssimazioni inammissibili, toni esagitati ( sintomo di qualche interna difficoltà dei dialoganti ) sfociati anche in dileggi sui nomi delle persone, e, infine, astrattezze inconcepibili che hanno condotto ad una sorta di vuoto pneumatico senza riferimenti temporali,culturali e politici, quasi che tale conflitto fosse una sorta di tenzone tra cavalieri del buon tempo antico ( vd Ariosto ). Ho notato, sorpreso, la quasi totale cecità verso le motivazioni religiose e più generalmente culturali del conflitto che si può cogliere sol che si abbia l’occasione di parlare con qualche conoscente palestinese o ebreo. Del resto la reciproca accusa di infedele è fatto noto.
    Forse pretendo troppo da uno scambio di idee on-line ma tale pretesa è segno di una mia debolezza: preferisco che mi si prospettino pacatamente argomenti plausibili anzicchè essere preso per la giacca dalla quale estrarre alla fine un filo palestinese o un filo israeliano.
    Preferisco, dunque, inserirmi con qualche organicità nel discorso che E.A inizia con S’io fossi Gaza. Di E.A mi sorprende non poco ( e i motivi di tale sorpresa risulteranno chiari, o almeno lo spero, da quanto sto per dire ) la sua affermazione di trovarsi di fronte al “ non senso della storia “ .
    2.
    Confesso che la presenza di manifesti e proclami mi rende sempre vigile ed acuisce la mia
    ( forte o debole non spetta a me dirlo ) capacità di analisi di qualunque perentoria enunciazione. Orbene la mia prima reazione di fronte alla perentorietà di alcune affermazioni è stata quella di ricordare un “ detto memorabile “ che C.Milozs ( nello suo straordinario libro
    La mente prigioniera ) attribuisce ad un “ vecchio ebreo dei Carpazi “ e che riassumo molto banalmente così: diffida da che si proclama portatore di verità assolute. Chi giustamente vuole impadronirsi dell’originale, assai arguto, rilegga Milozs.
    Nei vari proclami vi sono motivazioni dirette e motivazioni trasversali.
    Il filo israeliano è alimentato . direttamente e positivamente – dall’ammirazione per la storia e la cultura ebraica e per il contributo che essa ha dato alle scienze e all’arte. Tale ammirazione è accresciuta dell’orrendo crimine che è stato perpetrato contro tale popolo, crimine che in un certo senso ha accresciuto in esso il senso di una forte identità e dall’altro la pretesa di una sorta di risarcimento. Si riconoscono in esso affinità maggiori che con altre popolazioni sia sotto il profilo culturale e sociale che sotto quello strettamente politico. Indirettamente e nagativamente filo è alimentato dalla idea che gli Ebrei sono arrivati dove sono arrivati ( in tale traguardo si comprende anche Israele come Stato ) per “ virtù propria “ che li rende diversi e più capaci di altri e dunque…..crepi il peggiore in applicazione di una sorta di darvinismo sociale. Alla fine attrae – con influenza negativa – la loro Potenza in ogni senso.
    Il filo palestinese è alimentato – direttamente e positivamente – proprio dalla parte “ migliore di noi stessi “ ,dal convincimento ( che ha radici variamente intrecciate di cristianità e di illuminismo ) che tutti gli uomini sono eguali, che ogni popolo che si aggrega secondo storia e cultura in una unità politica ha diritto ad un territorio proprio, alla libertà e ad una esistenza pacifica ed accettabile. Chi può essere – in questa prospettiva – contro i Palestinesi e la loro
    “ pretesa “ di costituirsi in stato compiuto anche territorialmente ? Indirettamente e negativamente tale filo è alimentato da una critica radicale ( e inaccettabile ) della “ civiltà occidentale “ in blocco ( che comprende, a volte impropriamente,il filoamericanismo e il capitalismo ).
    Questo intreccio porta a confusioni e fraintendimenti. Si scambia il popolo con il governo; si trascurano i condizionamenti che derivano da relazioni tra st,etnie,movimenti religiosi,reazioni collettive spontanee.Si fa piazza pulita di tutto ciò che, invece, fa parte della Storia alla quale finiamo per attribuire – secondo convenienza – fini che Essa non si sogna di avere.
    3.
    Ho detto che questo conflitto è una tragedia antica anzi antichissima. Ma tale sua qualità non ci aiuta affatto o ci aiuta in maniere sbagliata ad esaminarlo,affrontarlo acquistando rispetto ad esso una moralmente accettabile consapevolezza. Fuori di essa cosa c’è’è se non l’atto eroico della partecipazione ad essa?
    Se si potesse congelare la Storia da quale momento partire per stabilire “ chi ha cominciato “ ?
    Gli Ebrei- popolo di pastori e agricoltori provenienti dalla Mesopotamia – invasero la Palestina. Particolare linguistico non trascurabile: il nome Palestina è ellenistico ( Syria Palestina ). Prima si chiamò Terra di Canaan; poi Israel.
    Chi furono i primi popoli invasi? Ma proseguiamo. Sulla terra che oggi chiamiamo Palestina
    sono passati – come dominatori – gli Egiziani, nuovamente gli Ebrei ( il cui regno conobbe il massimo splendore con Salomone: 960-920 a.c ),poi Assiri,Babilonesi,Persiani,Alessandro,i Romani, i Bizantini,i Crociati cristiani, i Turchi……Se tutte queste civiltà, questi dominatori, questi regni non fossero morti a chi assegnare questa terra martoriata di Palestina ?
    Parlo per paradossi ma sono situazioni realmente avvenute e che fanno la Storia.
    Ma essa è costituita anche da determinazioni umane politiche che seguono o precedono ( non ha importanza ) anche mutate sensibilità e mutate valutazioni.
    Vogliamo partire da un arco di tempo ( cento,duecento anni ) meno distante dal nostro modo attuale di vedere e pensare e decidere ? Vogliamo considerare situazioni reali più suscettibili di nostri interventi reali cioè concretamente attuabili?
    Se è così – questa è la mia idea – dobbiamo necessariamente partire da due momenti fondamentali che sono la nascita del Movimento sionista ( Herzl: Lo Stato ebraico,1986 ) e dal Protettorato inglese sulla Palestina ( 1922 ) . Il primo – fortemente influenzato da motivi etnico-religiosi ( La Terra promessa ),ma influenzato anche dal cancro dell’antisemitismo,determina l’inizio di una migrazione di Ebrei da varie parti del mondo verso la Palestina. Ovvia la resistenza dei residenti non ebrei, così come – temporibus illis – ovvia era stata la resistenza verso gli originari pastori mesopotamici. Nel 1922 Il Memorandum Churcill nel prospettare la nascita di un nuovo stato in terra di Palestina avvertiva saggiamente che tale stato non avrebbe dovuto costituirsi di soli Ebrei.Ma le trattative svolte per lo sviluppo e la conclusione del progetto si scontrarono con la resistenza degli Arabi che negarono ( a differenza degli Ebrei ) di collaborare con il Protettorato.Seguirono anni di tensione e si arrivò ad una rivolta degli Arabi ( 1936-1939 ) che si concluse con l’idea ( caldeggiata dalla Gran Bretagna ed osteggiata dagli USA, decisamente filosionisti ) di uno stato politico binazionale a maggioranza araba. Tale progetto fu osteggiato sia dagli Arabi che dagli Ebrei e non sortì alcun effetto. Nel 1947 l’Inghilterra deferì la questione all’ONU che si pronunciò per la creazione di due stati indipendenti e sovrani e per l’internazionalizzazione delta città di Gerusalemme. Nel 1948,cessato il Protettorato inglese e nato Israele scoppiò un conflitto dal quale il nuovo stato usci vincitore.
    Il vincitore si annette parte dei territori che i progetti originari avevano assegnato agli Arabi;
    la striscia di Gaza fu occupata dagli Ebrei e la Cisgiordania annessa alla Giordania.
    L’occupazione di territori palestinesi da parte di Israele ( gli insedi amen
    ti di colonie ) è storia recente e recentissima.
    Questi sono – a mio giudizio – i dati indispensabili per la formazione di un accettabile convincimento.
    Le domande che mi pongo riguardano la portata degli accordi relativi alla costituzione dello stato di Israele; la valutazione politica delle annessioni di territorio escluse da tali accordi e degli insediamenti successivi.
    Sul primo punto non avrei dubbi nell’affermarne la validità. Se si depura la decisione da ogni motivazione “ mistica “,resta fermo – a mio giudizio – il grande valore di cultura politica rappresentato dalla Società delle Nazioni, prima e dall’Onu, dopo. E’ facile ironizzare su di esse così come è facile sparare sulla Croce Rossa. Io non credo all’efficacia concreta della loro presenza ma credo nel loro valore culturale.politico come primo tentativo di istituire una responsabilità politica collettiva ( internazionale ) e un coinvolgimento politico di popoli diversi per la risoluzione di tensioni antiche e moderne. Una di queste non è forse la “ questione ebraica “ ? La storia ci dice di sì.
    Sul secondo punto penso che una volta accettato – come gli Ebrei hanno mostrato in un primo momento di voler accettare – questa sorta di arbitraggio/raccomandazione internazionale,debba conseguirne l’obbedienza nei dettagli pratici e operativi che ne costituiscono il contenuto. Dunque politicamente deprecabile il mancato rispetto delle deliberazioni dell’ONU e le annessioni successive che sembrano proprie conquiste militari unilaterali.
    So che esiste una sorta di giustificazione di queste ultime come “ necessarie “alla sicurezza nazionale. Non ho informazioni attendibili su tale punto ma se così fosse se ne dovrebbe predicare la assoluta temporaneità.
    E’ vagamente ridicolo che un privato cittadino formuli la propria soluzione del problema. E pertanto me ne astengo.
    In quello che ho scritto sta la mia posizione.
    4.
    Il punto relativo al rapporto tra insediamenti e necessità militari mi porta a dire qualcosa anche sulla “ guerra “ e i suoi tragici momenti.
    Ho letto ( o sbaglio ? ) che ciascuno combatte con i mezzi che ha,frase altamente ambigua.
    Per farla breve, sappiamo tutti che le guerre attuali sono sempre e più che mai combattute da fronti interni e ciò – maledettamente – rende quasi sempre impossibile una “ innocenza “.
    In guerra, oggi, nessuno è innocente e ciò aggiunge orrore ad orrore. Non occorre essere spirito nobili ,basta essere normali per condannare senza appello e senza alcuna reticenza il bombardamento di un ospedale, di un asilo, di un luogo di culto destinati a ben altro.
    Mettiamo da parte l’errore e le bombe che non sono mai intelligenti perché guidate da uomini stolti, ma poniamoci il problema – che sembra essere reale – di come si deve comportare un belligerante se l’ospedale, l’asilo,il luogo di culto vengano diabolicamente usati come luoghi per l’istallazione di armi mortali. La guerra che all’origine è asimmetrica per la disparità di preparazione tecnologica di uno dei due belligeranti ( in linea di principio le soluzioni asimmetriche di guerra non possono essere condannate ) tende a diventare simmetrica, una spaventosa prospettiva. Non ho informazioni sufficientemente attendibili ( beati quelli che le hanno ! ) per esprimere un giudizio sui fatti terribili che ci vengono comunicati ma la mia impostazione è- spero – chiara.
    Quale potrà essere la soluzione di questa antichissima, modernissima tragedia? Chi può dirlo?
    Solo una politica “ fortissima “ alimentata da un desiderio di pace e di convivenza può portare a qualche risultato. Ma su questo punto – mi pare – Ebrei e Palestinesi sono,purtroppo,alla pari o quasi. Anche se per ragioni “ interne “ diverse.
    5.
    Avviso ai naviganti di Poliscritture. Leggo che Ciriachi abbandona dopo le polemiche che l’hanno coinvolto. Non lo conosco se non attraverso quello che ha scritto e non ho titolo per valutare la sua scelta,ma è sempre spiacevole perdere un compagno di strada.
    Una cosa posso anzi debbo dire. Abbiamo perso per strada altri due compagni, se non sbaglio.
    Non è un buon segnale.C’è qualcosa che non va ? C’è – questa la mia impressione – una tendenza interna alla nostra struttura che porta alla formazione di schieramenti e “ tifoserie “.
    Ogni posizione, anche su questioni non vitali, viene radicalizzata quasi naturalmente. Posso sbagliarmi ma questa, ripeto, è la mia impressione e, dunque, non mi resta che prestare attenzione se tale impressione rispecchi la realtà e in caso positivo quali siano le specifiche cause di questo fenomeno. Ovviamente spero in un mio errore.
    Attenti alle secche e agli scogli.
    Un saluto da Giorgio Mannacio.

    1. @ Mannacio

      1.
      Eventi così tragici come i nuovi bombardamenti su Gaza scatenano sempre “ondate emotive” difficili da controllare. Ne risentono tutti i discorsi che in tali occasioni facciamo, che, sì, risultano inquinati da «approssimazioni», «toni esagitati», «dileggi», «astrattezze», ecc. In situazioni più tese si può arrivare anche alle mani o peggio.
      Il conflitto israelo-palestinese è *reale*, ha alle spalle una lunga e crudele storia, non è affatto « una sorta di tenzone tra cavalieri del buon tempo antico» e arriva a dilaniare anche noi, che lo seguiamo da lontano nelle nostre case di sicuro più tranquille. Ma perché considerare tutto ciò inammissibile o inconcepibile?
      Anche se lo scambio di idee non avvenisse on-line, le tensioni tra noi si vedrebbero e ci turberebbero lo stesso. Davvero non credo che si possa pretendere una discussione pacata e l’esposizione di argomenti soltanto «plausibili» né su questo né su altri conflitti. Appena leggiamo un giornale o vediamo la Tv o anche parliamo con un amico siamo strattonati tra la posizione filopalestinese e quella filoisraeliana. E questo accade anche se dal livello “di massa” (quello di questo blog) ci spostassimo sui piani alti della indagine storiografica o geopolitica o delle « motivazioni religiose e più generalmente culturali del conflitto». Non è che su questo o altri conflitti (Ucraina, Siria, ecc.) gli storici, gli studiosi di geopolitica, delle religioni, delle culture, per quanto professionalmente preparati e onesti e pacati e non esagitati nell’esposizione dei loro punti di vista, non abbiano visioni divergenti o contrapposte. Stanno su questa terra e nella storia anche loro, sia pur potendola guardare più “dall’alto”. E “litigano” proprio come accade al livello “di massa”, anche se in modi più “educati” o “raffinati” o “diplomatici”. Quindi io inviterei a prendere atto di questo, a riconoscere che su questo conflitto ( e su altri) inevitabilmente “litigheremo” (com’è accaduto ad es. sulla valutazione del governo Renzi). E perciò inviterei a *litigare bene*, possibilmente senza colpi bassi, furbizie, trucchetti, accorgimenti retorici. Ma è solo un invito.

      2.
      Davvero non capisco come la mia frase: « Altri eventuali contributi, che abbiano Gaza come tema di partenza, verranno – spero – da quanti non si rassegnano di fronte al non senso della storia.» possa sorprendere ed essere intesa come un’«affermazione», come se cioè io fossi convinto che la storia non abbia senso. Io non so se la storia abbia o no un senso. Sto con quelli che non si rassegnano a una storia senza senso, che non si rassegnano al nichilismo.

      3.
      Non credo che gli appelli che ho segnalato finora, più o meno perentori ( quello di d’Orsi lo è senz’altro), ci sia questa proclamazione di «verità assolute». Più semplicemente, analizzato il conflitto israelo-palestinese, alcuni di noi sentono l’esigenza di prendere *posizione*. Con tutti i rischi e le contraddizioni (e anche le zone d’ombra: ah, l’inconscio!) che questo comporta. Io le mie riserve a quell’Appello le ho esplicitate. Forse erano di uno troppo esterno all’area dei promotori dell’appello e fuori tempo (per loro l’Appello era stato già steso e discusso e non poteva più essere corretto o aggiustato o limato). Non restava che firmarlo o non firmarlo. Io e alcuni amici lo abbiamo firmato, ma non per questo crediamo di aver appoggiate delle «verità assolute» o di essere diventati dei gregari di d’Orsi & C.
      Altri – più diffidenti o cauti o saggi o incerti – non l’hanno firmato. Non importa. Né i firmatari né i non firmatari fermeranno le bombe di israele o i razzi di Hamas. Ma non si scappa: di fronte a questo conflitto o si è filoisraeliani o si è filopalestinesi. Magari con motivazioni culturali e/o politiche più o meno chiarite a se stessi o agli altri e con riserve e distinguo di vario tipo: “difendo l’esistenza di Israele e il diritto dei palestinesi a un loro Stato, ma disapprovo l’operazione militare su Gaza di Netaniauh e la lotta armata di Hamas”; “di fronte allo strapotere di Israele sto dalla parte dei palestinesi e non faccio le pulci ad Hamas, che i suoi nemici demonizzano e inchiodano al ruolo di “terrorista””.
      O non ci si pronuncia, si resta “silenti” ( il “silenzio degli intellettuali”), si aspetta, non ci si sbottona. Posizione che si può persino rispettare, ma mi sa – opinione personalissima – molto da «zona grigia» (Primo Levi). E sotto sotto più sbilanciata da una parte piuttosto che dall’altra. (Ad es. Giorgio, pur descrivendo il più “obbiettivamente” possibile la tipologia del filoisraeliano e del filo palestinese, indulge a una valutazione che a me pare peggiorativa del filo palestinese, quando scrive che questa posizione è alimentata «da una critica radicale ( e *inaccettabile* [asterischi miei] ) della “ civiltà occidentale “ in blocco ( che comprende, a volte impropriamente,il filoamericanismo e il capitalismo».

      4.
      Partire, come fa Giorgio, dalla domanda «chi ha cominciato», permette certo di seguire il complesso e contorto dipanarsi della storia del conflitto israelo-palestinese nelle sue varie tappe dalla nascita del movimento sionista a Netanyahu, e tener presente rilevanti dati storici « indispensabili per la formazione di un accettabile convincimento». Ma a me non pare, come ho detto, che spostandosi sui piani alti della ricerca “storico-scientifica” e fatte le riflessioni più o meno approfondite, questo ci esoneri dal prendere “partito” (coi rischi detti sopra).


      *Nota aggiunta a volo

      “Il primo insegnamento del magistero fortiniano […] è che non si sfugge alla responsabilità personale della scelta, almeno finché si è, o si spera di esser, vivi; contemporaneamente ci rammenta, con tanti altri e Karl Marx, che la speranza del Vero non è incompatibile con la parzialità, è anzi tutt’uno con il prender partito.” (da Franco Fortini, UN DIALOGO ININTERROTTO. Interviste 1952-1994, a cura di Velio Abati, pp.XVII-XVIII, Bollati Borinighieri 2003)

  12. @ Mannacio

    Intervengo per ora solo sul punto 5.
    Avevo appena stamattina scritto a Mayoor, che è nella mailing list della redazione di Poliscritture:

    “Sai che avevo invitato i redattori di Poliscritture a trasferire su questo sito (e dunque in un ambito più vasto) i loro interventi su Gaza fatti nella mailing list redazionale, se volevano. Non avendolo fatto, alludervi da qui crea possibili (anche se non gravi) confusioni. Meglio tener distinti i discorsi. Purtroppo va così: un pezzo di discorso lo fai con alcuni su FB, un altro su Le parole e le cose, un altro ancora qui, eccetera. E’ sintomatico della crisi anche questo “nomadismo” coatto e inquieto a cui tutti siamo spinti: un po’ dal medium, un po’ dall’essere nel “labirinto”.”

    Che dire adesso del fatto che tu, Giorgio, trasferisci direttamente qui, sul sito, non i termini della discussione su Gaza che sta avvenendo nella mailing list della redazione ma il “succoso pettegolezzo” che Ciriachi “abbandona dopo le polemiche che l’hanno coinvolto” o addirittura informi tutti che ci sarebbero delle “tifoserie” in redazione?
    A me non pare che divulgando così le cose, saltando le mediazioni e le distinzioni – una cosa è la discussione in redazione, altra quella in un ambito più ampio come il blog – si aiuti la redazione a fare attenzione alle secche e agli scogli, ma se ne aggiungano altre/i.
    Ma ora la frittata è fatta. Cuociamola bene.

  13. Quale imperdonabile errore! Quali uova ho rotte? Il punto 5 l’ho inserito marginalmente e lo si può evitare facilmente. Cosa importa dovè è messo il cartello:Cordislmnt. Giorgio. Attenti alle secche e agli scogli?

  14. Continuo a scrivere: inutili i discorsi intellettualoidi e storicizzanti, qui bisogna fermare il massacro, e il massacro non lo si ferma con le parole più alte, ma coi gesti e le azioni più alti. E le azioni per fermare il macello non lo dà il poeta o l’intellettuale di turno. Girate intorno al niente, al vuoto che non è capace pragmaticamente di gestire gli atti. E non mi si spieghi l’eterna diatriba israelo-palestinese, la so, la sappiamo, la conosciamo. Di fronte a bambini , uomini, donne che muoiono, il sentimento del poeta e la sua nobile azione linguistica non vale un cazzo, è un fatto a se, interiore, ma anche sociale, ma non risolve. Francesco muoviti, onu, muoviti, obama( ti ho scoperto essere la merda più merda che possa esistere), non fare chiacchiere, non dare attraverso i cunicoli, alza il capo e i coglioni, e muoviti da uomo e da capo capace di bloccare. Francesco, datti da fare.

    1. Luciano Nota

      sei forte tu, ma tutti i personaggi che elenchi sono quelli che vogliono la guerra , magari Francesco personalmente no ma la religione….come puoi pretendere che siano proprio loro a cancellarla. Ci vorrebbe un miracolo che ne dici? A parte tutto il non prendere posizioni è davvero qualcosa di insensato , nessuno scende in piazza, niente cortei di protesta, ma in che paese viviamo?

    2. @ Nota

      Caro Luciano,
      non puoi contrapporre i ragionamenti che stiamo cercando di fare sul conflitto israelo-palestinese ( tra l’altro degradandoli a « discorsi intellettualoidi e storicizzanti») alle «azioni per fermare il macello».
      Non è vero affatto che tutti (e neppure noi che qui parliamo) sappiamo o conosciamo davvero la storia di quel conflitto, contorta e complessa.
      Bambini, uomini e donne muoiono in quei luoghi a causa di questo scontro da decenni. E nessuno finora è riuscito ad impedirlo.
      Se ti ha deluso Obama, sta’ certo che ti deluderà anche Francesco. Sono solo personaggi-simbolo di potenze statati in urto tra loro e devono sottostare alle pressioni di quanti li hanno eletti e li controllano.
      Le esortazioni estemporanee ai Grandi della Terra non servono a nulla. I ragionamenti non impediranno altri morti ma sicuramente bloccano le chiacchiere e ci permettono di capire e chissà quando di agire.

    3. Caro Ennio, c’è una verità, una sola, che per quanto tu possa giudicare Francesco o Obama simboli e personaggi solo eletti, sono loro, e chi per loro, a poter fermare il macello. Leggevo su Repubblica di una ragazzina 16enne palestinese, descriveva il massacro, la nuova anna Frank. Scriverò, è possibile, ma cosa potrò darle se non il mio sentimento e il mio abbraccio. Potrò piangere, ma non fermerò nulla, non sarò (saremo) capace di agire. No, purtroppo.

  15. Il nostro è un paese di conservatori, ma all’italiana. Cioè di furbi e piccoli egoisti, e in minima parte di persone convinte sul perbenismo, che non cambierebbero niente perché hanno faticato a comprarsi la casa e l’orticello, e se tutti facessero come loro e pagassero le tasse sapendo a cosa serve, si starebbe certo meglio. Quando fai una manifestazione per solidarietà al popolo palestinese aggredito con prepotenza non devi aspettarti granché, quelli che vi partecipano hanno le idee chiare, gli altri altrettanto ma non vogliono fastidi, hanno delegato ai politici che sapranno cosa fare, e se sbaglieranno li si cambierà. E’ il sistema che vince, lo stato, e mi sa che è così un po’ dappertutto in Europa. Non ho dati per sostenere quanto sto dicendo, e se sbagliassi ne sarei contento, ma faccio una domanda: perché i leader palestinesi non parlano con l’occidente in modo da essere compresi, cosa li trattiene dal cercare relazioni utili, perché quel che sento dire è solo rivendicazione per le uccisioni e l’invasione, perché manca da parte loro un giudizio politico comprensibile? Basta fare il conto dei morti? E’ dall’inizio di questa discussione che tento di dire che Hamas sta sbagliando comunicazione, che dovrebbe fare (dire) di più. Certo, questo può dipendere dall’informazione distorta che ci viene propinata, ma non sarà anche che i palestinesi diffidano dell’occidente per ragioni culturali e religiose? In questo caso pagherebbero un prezzo salato dovuto alla solitudine e alle alleanze che si contrappongono al dominio occidentale. In questo caso, noi che ne stiamo parlando e che non contiamo nulla per i “giochi” politici, conteremmo ben poco anche per loro. Quel che si dice, in quest’epoca votata alla comunicazione, non è meno importante degli equilibri politici. Invitiamo i palestinesi a dire la verità sugli interessi israeliani, e a dirlo nelle sedi internazionali che contano (sic), con ragione e dignità. Purtroppo non bastano i morti, è da un pezzo che qui da noi la morte è stata svenduta al peggior offerente.

    1. Hamas è nata avendo come principale avversario Al Fatah (ecco perchè Israele, soprattutto agli inizi, l’ha favorita). Al Fatah ha perso per tre ragioni: 1) non è riuscita a consegnare la merce (Stato palestinese minimamente vitale) 2) i quadri di Fatah, non potendo dare una vita decente a tutti i palestinesi, se la sono presa almeno per sè (tanta corruzione) 3) gli israeliani gli hanno ammazzato il leader carismatico, un sostituto non c’è.
      Hamas è una organizzazione ispirata al fanatismo religioso, e sinora non ha avuto una esperienza simile a quella che ha trasformato Hezbollah: quando il cristiano generale Aoun, nel corso di un tremendo attacco israeliano con missioni di search & destroy dei militanti Hezbollah, ha fatto aprire conventi, chiese e case cristiane ai mussulmani e ai quadri di Hezbollah “perchè sono compatrioti”. Grazie a quella esperienza, ha potuto affermarsi in Hezbollah la leadership di un uomo politico di primissimo ordine, Hassan Nasrallah – un gigante – e Hezbollah si è trasformato da “partito di Dio” in partito di salvezza nazionale libanese.
      Sintesi: in Palestina, come in tutto il Levante tranne il Libano, è stato battuto il nazionalismo arabo laico, per due ragioni: 1) errori a catena dei leader arabi 2) preciso progetto USA/Israele di distruggerlo, sostituendovi movimenti di ispirazione religiosa e/o etnica sui quali è più facile giocare, perchè le lealtà religiose e/o etniche disorganizzano e destabilizzano gli Stati, che trovano la loro legittimità altrove, e che sono il nemico più pericoloso proprio perchè sono organizzati; anche se poi la bomba religiosa ed etnica poi ti può scoppiare in faccia , vedi l’ambasciatore USA in Libia (un agente CIA) massacrato dai tipini che stava scritturando.
      Gli USA sono passati dal normale “divide – gli Stati – et impera” di tutte le potenze all’ “atomizza – gli Stati, le tribù, le religioni, tutto – et impera”. Questi fanno la scissione dell’atomo, tentano di dividere le forze avverse in miliardi di particelle elementari, senza badare alle conseguenze, cioè all’enorme instabilità che causano e che si portano anche in casa (ma sono ubriachi di hybris, e pensano di poter creare la storia come una sceneggiatura di serie TV, tanto hanno la Morte Nera di Guerre Stellari).
      Questa è la “strategia del caos” come delineata con precisione dai neoconservatori (tutti ebrei USA) negli anni ’90, in due documenti pubblici chiave che sono “A Clean Break. Israel: Securing the Realm” di Richard Perle et alii, e “Project for a New American Century”, AA.VV.
      Hamas e Fatah hanno ricominciato a parlarsi, presumo (non seguo la vicenda da vicino) perchè hanno capito che facendosi le scarpe non vanno da nessuna parte. Prima che Hamas cambi, ci vorrà qualcosa di simile alla metanoia di Hezbollah (se arriverà). Nel frattempo, continua con la sua linea politica nella quale le vite dei civili palestinesi contano meno di zero, perchè ha motivazioni trascendenti, e imamgino si dica come il celebre vescovo cattolico all’assedio dei catari di Béziers, “Ammazzate, Dio riconoscerà i suoi”.
      Quanto alla Sgrena citata più sotto, si conferma persona poco intelligente, e dotata di una empatia vicina allo zero: nonostante in quei luoghi sia andata tante volte, non ha ancora capito che effetto fa vivere sull’orlo dell’annientamento, non solo personale, ma di tutta la propria stirpe, di tutto il proprio popolo, di tutto quel che si ritiene renda la vita degna di essere vissuta (parlo sia per i palestinesi, sia per gli israeliani). Questo effetto non è solo paura e/o disperazione; chi non viene distrutto psicologicamente, attinge a riserve di energia promordiali che lo rendono pronto a tutto, e quando dico tutto dico tutto sul serio, cose che forse non hanno visto neanche i mutanti al largo di Orione, e sicuramente non ha visto chi si emozionava all’Estate romana di Nicolini o ai film di Nanni Moretti.
      Insomma, la Sgrena, come la Castellina, dovunque vada si porta dietro la sua vispoteresaggine e le sue chiacchiere “de sinistra”; a questo punto, potrebbe anche restare a casa e guardare le cartoline.
      Il terrorismo è un metodo, lo usano purtroppo tutti, e lo usano per due ragioni: o perchè sono troppo deboli per non usarlo (v. non solo i palestinesi, islamisti e non, ma anche p.es. gli irlandesi), o perchè sono abbastanza forti da usarlo impunemente, vedi i “terror bombings” alleati nella IIGM e sgg.
      Col terrorismo e basta non si vince, si tratta di un catalizzatore del morale (dell’avversario e della popolazione che si vuole portare dalla propria o provocando le rappresaglie del nemico, v. via Rasella, oppure alienare dal governo che non sa proteggerti, v. crisi di consenso al fascismo dopo i bombardamenti ).
      Se usato male, il terrorismo si ritorce contro chi lo usa (è un discorso lungo, lo facciamo un’altra volta). Se usato bene, purtroppo bisogna ammettere che funziona.
      Se Fatah non avesse usato il terrorismo ngli anni ’70, del problema palestinese non se ne sarebbe curato nessuno, nel mondo.
      Gli irlandesi nel 1916 scesero in campo aperto contro i britannici, con tanto di divise, bandiere e governo provvisorio (Easter Rising a Dublino) e furono spazzati via, con una sfilza di fucilazioni dei prigionieri.
      Michael Collins, ministro del tesoro del governo provvisorio, si stufò di perdere nobilmente, riunì un gruppo di dodici agenti, spedì una circolare a tutti i poliziotti del Royal Irish Constabulary avvertendoli che se non la piantavano di lavorare per i britannici ci lasciavano la pelle, dopo di che passò ad ammazzarne un bel po’ stile GAP, due colpi di pistola in testa per la strada e via in bici.
      Gli inglesi mandarono uno squadrone della morte di agenti segreti in incognito, e gli irlandesi, informati dalla popolazione di dove risiedevano, li fecero tutti fuori in una mattinata. Churchill allora spedì i Black & Tans che tanto per farsi conoscere entrarono con un autoblindo in uno stadio dove si giocava a rugger e mitragliarono folla e giocatori. Seguirono bei casini, guerra civile tra fazioni del Sinna Fein compresa, fino alla situazione attuale.
      Sintesi: questa storia di Israele/palestinesi non finisce qui, stay tuned.

  16. Anche se nella lettura delle poesie di R. Frost mi sono formata sulla traduzione di G. Giudici (la potenza lacerante del primo verso “divergevano due strade in un bosco” nella poesia “La strada non presa”), non mi è affatto dispiaciuta la traduzione di P. Statuti, valorizzata anche dai commenti che ne sono seguiti.
    Ma non è di questo che intendo parlare, bensì del contenuto di questa poesia, contenuto la cui pregnanza emerge dai vari interventi che si sono succeduti sia in risposta a questo ultimo post di Ennio (S’io fossi Gaza) e sia a quello precedente (‘Punti interrogativi’).
    Il nodo non facile da sciogliere riguarda la scelta.
    Si evince come la realtà esterna ci possa suggestionare in un modo o nell’altro e farci dimenticare che ciò che *nella sua fretta il visitatore vede è quel che la situazione mostra. L’apparenza coincide con la realtà* (Fortini).
    O che veniamo trascinati da uguaglianze (“era buona anch’essa”), oppure che troviamo “qualche ragione in più” per optare per l’una o per l’altra.
    Ma ciò che fa la “differenza” riguarda una scelta personale dettata da “altro”.
    Nel caso della poesia in questione dall’impellenza della scoperta del nuovo (“quella meno frequentata”).

    In altri casi, invece, da quell’”altro” di cui parla F. Fortini nella citazione di Ennio: *… può essere necessario rompere i legami più cari e più ardui; ossia scegliere che cosa mettere al primo posto: la fedeltà a una patria, a una etnia, a una cultura, a una tradizione religiosa o familiare, ai propri morti oppure altro. Questo “altro”, io che scrivo l’ho messo al primo posto, ogni volta che mi si è presentato un conflitto di doveri e fedeltà*.
    A questo “altro” vi partecipa, oltre che la storia personale, *una “cultura di base” che fa da filtro selettivo: accoglie di più certe notizie e meno altre* (Ennio).
    Ma c’è anche un’ulteriore biforcazione di natura ben più ampia e che non è tanto ‘quieta’: per questa ragione preferivo la traduzione di Giudici, “divergevano”, perché implica una divergenza, un conflitto.
    Il divergere intrinseco tra una lettura di tipo ‘umanistico’ (qualitativa, il ‘come’, il senso) o di tipo ‘scientifico’ (quantitativa, il ‘perché’, il significato).
    Ovviamente si tratta di piani che non possono essere rigidamente mantenuti in opposizione ma che necessitano, in certe particolari circostanze, di articolarsi tra loro, mentre in altre deve essere messo al primo posto quel piano di lettura che ci può (sottolineo “può”) permettere di tagliare il filo delle continue ripetizioni a vuoto.
    Fra l’altro, alla domanda di Ennio: * È possibile muoversi su entrambi i piani sapendo però che non è facile passare dall’uno all’altro, che essi sono diversi e spesso in attrito tra loro e hanno specificità non trascurabili?*, viene in soccorso quel verso di R. Frost in cui si dice che “un solo viaggiatore non può farlo” (traduzione di P. Statuti). Verso che ci suggerisce una via di uscita che contempla la possibilità di mettere in comune le singole esperienze (umanistica e scientifica) senza fanatismi o per l’una o per l’altra. Sapendo che sono comunque visioni ‘parziali’.

    R.S.

  17. SEGNALAZIONE: Siamo tutti palestinesi. O siamo tutti responsabili?
    di  Giuliana Sgrena, 2.8.2014

    Fermare il massacro. Non solo non si è mai pensato a sanzioni, ma si continua a vendere armi e tecnologia a un governo che sta “sterminando” un popolo. L’Italia tace, ma candida Federica Mogherini a guidare la politica estera europea
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    L’articolo di Luciana Castel­lina (il mani­fe­sto, 30/7/2014 CFr. Appendice) ci ha inter­pel­lati tutti, soprat­tutto noi che abbiamo fatto della soli­da­rietà con il popolo pale­sti­nese, soprat­tutto con Time for peace (1990), il tas­sello più impor­tante della nostra mili­tanza paci­fi­sta. La nostra impo­tenza di fronte a quello che suc­cede a Gaza è lace­rante. Anch’io non voglio par­lare di cosa suc­cede, e come potrei? Io sono a Roma men­tre loro – bam­bini, donne e uomini – muo­iono sotto le bombe israeliane.

    Noi diciamo che «siamo tutti pale­sti­nesi», ma la realtà è ben diversa. Sono stati mai con­tati i morti pale­sti­nesi dal ’48 in poi? Sap­piamo esat­ta­mente il numero dei pro­fu­ghi? Abbiamo i dati sulle distru­zioni pro­vo­cate da Israele? Sap­piamo che a Gaza non c’è più acqua, elet­tri­cità, medi­cine… Non c’è più la pos­si­bi­lità di vivere. La puni­zione col­let­tiva con­tro un popolo è una vio­la­zione delle con­ven­zioni inter­na­zio­nali, ma quante riso­lu­zioni ha vio­lato Israele eppure, a dif­fe­renza di quanto avviene rispetto all’Ucraina, nes­suno ha mai pen­sato di imporre san­zioni a Israele. Non solo non si è mai pen­sato a san­zioni ma si con­ti­nua a espor­tare armi, tec­no­lo­gia e ad aiu­tare un governo che sta “ster­mi­nando” un popolo. So di usare un ter­mine pesante, ma che cos’è l’attacco alla popo­la­zione di Gaza rin­chiusa in una stri­scia di terra sovrap­po­po­lata senza via d’uscita? C’è forse un altro ter­mine per indi­care que­sta eli­mi­na­zione fisica di un popolo?

    L’Europa tace, l’Italia anche, ma can­dida Fede­rica Moghe­rini a gui­dare la poli­tica estera euro­pea. Sap­piamo che l’Europa non ha bril­lato per la poli­tica estera, anzi, ma è lecito chie­dere alla can­di­data a tale inca­rico che cosa intende fare.

    C’è un altro pas­sag­gio dell’articolo di Luciana Castel­lina che mi ha fatto riflet­tere, per la verità è da tempo che su que­sto punto mi inter­rogo. Non ho tra­vi­sato le sue parole, non avevo dubbi, Luciana non può con­di­vi­dere le scelte di Hamas. Quello che mi sono chie­sta è se, come lei dice, essendo vis­suta nei campi pro­fu­ghi si diventa o si può diven­tare ter­ro­ri­sti. Fino a qual­che tempo fa avrei con­di­viso la sua con­clu­sione, è pos­si­bile. Oggi non lo credo più. Per­ché il ter­ro­ri­smo isla­mico ha fatto del mar­ti­rio la pro­pria fede, è la carta che con­vince molti gio­vani ad immo­larsi non in nome della Pale­stina libera ma di dio, di allah. Il fana­ti­smo reli­gioso induce molti gio­vani a sacri­fi­carsi in azioni senza spe­ranza: a pre­va­lere è la cul­tura della morte non quella della vita che ha ispi­rato decenni di lotta dei mili­tanti pale­sti­nesi. Tanto è vero che la mag­gior parte dei kami­kaze non arriva dai campi pro­fu­ghi, non sono indotti al sacri­fi­cio dalla dispe­ra­zione ma dalla loro ideologia.

    Non credo che nell’epoca in cui viviamo i con­flitti si pos­sano risol­vere mili­tar­mente, eppure il ter­ro­ri­smo è l’unica arma che può sfi­dare anche l’esercito più potente, quello israe­liano o quello ame­ri­cano. Para­dos­sal­mente Israele che ha soste­nuto la nascita di Hamas e gli Usa che hanno finan­ziato e adde­strato bin Laden sono diven­tati ostag­gio dei mostri che hanno creato.

    La par­tita che si sta gio­cando in Medio­riente ormai coin­volge tutti i paesi arabi, non pro o con­tro i pale­sti­nesi che sono sem­pre stati solo una carta da gio­care in campo inter­na­zio­nale, ma per difen­dere i pro­pri inte­ressi e le pro­prie stra­te­gie. Altri­menti come si potrebbe spie­gare la chiu­sura del pas­sag­gio di Rafah da parte del pre­si­dente al Sisi? A che cosa por­terà que­sta logica che ignora i diritti dei palestinesi?

    La comu­nità inter­na­zio­nale, i governi cosid­detti demo­cra­tici, i par­titi di sini­stra, i paci­fi­sti tutti sono respon­sa­bili di quanto sta avve­nendo. Se ora chiu­diamo gli occhi di fronte ai mas­sa­cri di Israele, ancora per i sensi di colpa rispetto all’Olocausto, la spi­rale della vio­lenza non si fer­merà mai. Sarà un vor­tice che con­ti­nuerà a travolgerci.

    Che fare? Si deve man­dare una forza di inter­po­si­zione, se Israele non vuole si può schie­rare in ter­ri­to­rio – quel poco che è rima­sto – pale­sti­nese. Come è stato fatto in Libano. Se la comu­nità inter­na­zio­nale si assume le sue respon­sa­bi­lità è pos­si­bile. La cosa migliore sarebbe una inter­po­si­zione da parte dei corpi civili di pace, ma sic­come non sono ancora stati for­mati – spe­riamo lo siano pre­sto – va bene anche un corpo di poli­zia inter­na­zio­nale, pur­ché si metta fine a que­sto massacro.

    APPENDICE

    Articolo di Luciana Castellina pubblicato il 30 luglio 2014 sul quotidiano “Il Manifesto”.
    DA http://vasonlus.it/?p=6491

    Non voglio par­lare nel merito di quanto sta acca­dendo a Gaza.

    Non ne voglio scri­vere per­ché provo troppo dolore a dover per l’ennesima volta emet­tere grida di indi­gna­zione, né ho voglia di ridurmi ad auspi­care da anima buona il dia­logo fra le due parti, eser­ci­zio cui si dedi­cano le belle penne del nostro paese.

    Come si trat­tasse di due monelli liti­giosi cui noi civi­liz­zati dob­biamo inse­gnare le buone maniere.

    Per non dire di chi addi­rit­tura invoca le ragioni di Israele, così vil­mente attac­cata — pove­retta — dai ter­ro­ri­sti. (I pale­sti­nesi non sono mai «mili­tari» come gli israe­liani, loro sono sem­pre e comun­que ter­ro­ri­sti, gli altri mai).

    Ieri ho sen­tito a radio Tre, che ricor­davo meglio delle altre emit­tenti, una tra­smis­sione cui par­te­cipa­vano com­men­ta­tori dav­vero inde­centi, un gior­na­li­sta (Meucci o Meotti, non ricordo) che con­teg­giava le vit­time pale­sti­nesi: che mascal­zo­nata le men­zo­gne degli anti­strae­liani, tutti dimen­ti­chi dell’Olocausto – pro­te­stava.

    Per­ché non è vero che i civili morti ammaz­zati siano due terzi, tutt’al più un terzo.

    E poi il «Foglio» che pro­muove una mani­fe­sta­zione di soli­da­rietà con le vere vit­time: gli israe­liani, per l’appunto.

    Si può non essere d’accordo con la linea poli­tica di Hamas – e io lo sono — ma chi la cri­tica dovrebbe poi spie­gare per­ché allora né Neta­nyahu, né alcuno dei suoi pre­de­ces­sori, si sia accor­dato con l’Olp (e anzi abbia sem­pre insi­diato ogni ten­ta­tivo di intesa fra Hamas e Abu Mazen, per man­darla per aria).

    E però io mi domando: se fossi nata in un campo pro­fu­ghi della Pale­stina, dopo quasi settant’anni di soprusi, di mor­ti­fi­ca­zioni, di vio­la­zione di diritti umani e delle deci­sioni dell’Onu, dopo decine di accordi rego­lar­mente infranti dall’avanzare dei coloni, a fronte della pre­tesa di ren­dere la Pale­stina tutt’al più un ban­tu­stan a mac­chia di leo­pardo dove milioni di coloro che vi sono nati non pos­sono tor­nare, i tanti cui sono state rubate le case dove ave­vano per secoli vis­suto le loro fami­glie, dopo tutto que­sto: che cosa pen­se­rei e farei?

    Io temo che avrei finito per diven­tare terrorista.

    Non per­ché que­sta sia una strada giu­sta e vin­cente ma per­ché è così insop­por­ta­bile ormai la con­di­zione dei pale­sti­nesi; così macro­sco­pi­ca­mente inac­cet­ta­bile l’ingiustizia sto­rica di cui sono vit­time; così fili­stea la giu­sti­fi­ca­zione di Israele che si lamenta di essere col­pita quando ha fatto di tutto per susci­tare odio; così pale­se­mente ipo­crita un Occi­dente (ma ormai anche l’oriente) pronto a man­dare ovun­que bom­bar­dieri e droni e reg­gi­menti con la pre­tesa di soste­nere le deci­sioni delle Nazioni Unite, e che però mai, dico mai, dal 1948 ad oggi, ha pen­sato di inviare sia pure una bici­cletta per imporre ad Israele di ubbi­dire alle tante riso­lu­zioni votate nel Palazzo di Vetro che i suoi governi, di destra o di sini­stra, hanno rego­lar­mente irriso.

    Ma non è di que­sto che voglio scri­vere, so che i let­tori di que­sto gior­nale non devono essere con­vinti.

    Ho preso la penna solo per il biso­gno di una rifles­sione col­let­tiva sul per­ché, in pro­te­sta con quanto accade a Gaza, sono scesi in piazza a Parigi e a Lon­dra, cosa fra l’altro rela­ti­va­mente nuova nelle dimen­sioni in cui è acca­duto, e nel nostro paese non si è andati oltre qual­che pre­si­dio e volen­te­rose pic­cole mani­fe­sta­zioni locali, per for­tuna Milano, un impe­gno più rile­vante degli altri. Cosa è acca­duto in Ita­lia che su que­sto pro­blema è stata sem­pre in prima linea, riu­scendo a mobi­li­tare cen­ti­naia di migliaia di per­sone?

    È forse pro­prio per que­sto, per­ché siamo costretti a veri­fi­care che quei cor­tei, arri­vati per­sino attorno alle mura di Geru­sa­lemme (ricor­date le «donne in nero»?) non sono ser­viti a far avan­zare un pro­cesso di pace, a ren­dere giu­sti­zia?

    Per sfi­du­cia, rinun­cia?

    Per­ché noi — il più forte movi­mento paci­fi­sta d’Europa – non siamo riu­sciti ad evi­tare le guerre ormai diven­tate perenni, a far pre­va­lere l’idea che i patti si fanno con l’avversario e non con l’alleato per­ché l’obiettivo non è pre­va­lere ma inten­dersi?

    O per­ché – piut­to­sto — non c’è più nel nostro paese uno schie­ra­mento poli­tico suf­fi­cien­te­mente ampio dotato dell’autorevolezza neces­sa­ria ad una mobi­li­ta­zione ade­guata?

    O per­ché c’è un governo che è stato votato da tanti che nelle mani­fe­sta­zioni del pas­sato erano al nostro fianco e che però non è stato capace di dire una parola, una sola parola di denun­cia in que­sta tra­gica cir­co­stanza?

    Un silen­zio agghiac­ciante da parte del ragazzo Renzi che pure ci tiene a far vedere che lui, a dif­fe­renza dei vec­chi poli­tici, è umano e natu­rale?

    Privo di emo­zioni, di capa­cità di indi­gna­zione, almeno quel tanto per farsi sfug­gire una frase, un moto di com­mo­zione per quei bam­bini di Gaza mas­sa­crati, nei suoi tanti accat­ti­vanti vir­tuali col­lo­qui con il pub­blico?

    È per­ché non prova niente, o per­ché pensa che le sorti dell’Italia e del mondo dipen­dano dal fatto che la muta Moghe­rini assurga al posto di mini­stro degli esteri dell’Unione Euro­pea?

    E se sì, per far che?

    Di que­sto vor­rei par­las­simo.

    Io non ho rispo­ste.

    E non per­ché pensi che in Ita­lia non c’è più niente da fare.

    Io non sono, come invece molti altri, così pes­si­mi­sta sul nostro paese.

    E anzi mi arrab­bio quando, dall’estero, sento dire: «O dio­mio l’Italia come è finita», e poi si parla solo di quello che fa il governo e non ci si accorge che c’è ancora nel nostro paese una poli­ti­ciz­za­zione dif­fusa, un grande dina­mi­smo nell’iniziativa locale, nell’associazionismo, nel volontariato. Negli ultimi giorni sono stata a Otranto, al cam­peg­gio della «Rete della cono­scenza» (gli stu­denti medi e uni­ver­si­tari di sini­stra).

    Tanti bravi ragazzi, nem­meno abbron­zati seb­bene ai bordi di una spiag­gia, per­ché impe­gnati tutto il giorno in gruppi di lavoro, alle prese con i pro­blemi della scuola, ma per nulla cor­po­ra­tivi, aperti alle cose dell’umanità, ma certo privi di punti di rife­ri­mento poli­tici gene­rali, senza avere alle spalle ana­lisi e pro­getti sul e per il mondo, come era per la mia gene­ra­zione, e per­ciò vit­time ine­vi­ta­bili della fram­men­ta­zione.

    Poi ho par­te­ci­pato a Villa Literno alla bel­lis­sima cele­bra­zione del ven­ti­cin­que­simo anni­ver­sa­rio della morte di Jerry Maslo, orga­niz­zata dall’Arci, che da quando, nel 1989, il gio­vane suda­fri­cano, anche lui schiavo nei campi del pomo­doro, fu assas­si­nato ha via via svi­lup­pato un’iniziativa costante, di sup­plenza si potrebbe dire, rispetto a quanto avreb­bero dovuto fare le isti­tu­zioni: vil­laggi di soli­da­rietà nei luo­ghi di mag­gior sfrut­ta­mento, volon­ta­riato fati­coso per dare ai gio­vani neri magre­bini e sub­sa­ha­riani, poi pro­ve­nienti dall’est, l’appoggio umano sociale e poli­tico necessario. Parlo di que­ste due cose per­ché sono quelle che ho visto negli ultimi giorni coi miei occhi, ma potrei aggiun­gere tante altre espe­rienze, fra que­ste cer­ta­mente quanto ha costruito la lista Tsi­pras, che ha reso sta­bile, attra­verso i comi­tati elet­to­rali che non si sono sciolti dopo il voto, una ine­dita mili­tanza poli­tica dif­fusa sul territorio.

    E allora per­ché non riu­sciamo a dare a tutto quello che pure c’è capa­cità di inci­dere, di contare? Certo, molte delle rispo­ste le cono­sciamo: la cre­scente irri­le­vanza della poli­tica, il declino dei par­titi, ecce­tera ecce­tera.

    Non ho scritto per­ché ho ricette, e nem­meno per­ché non cono­sca già tante delle rispo­ste.

    Ho scritto solo per con­di­vi­dere la fru­stra­zione dell’impotenza, per non abi­tuarsi alla ras­se­gna­zione, per aiu­tarci l’un l’altro «a cer­care ancora».

  18. Cercare ancora, scrive Luciana Castellina. Io credo che dovremmo cercare Hamas, che dovremmo sapere da Hamas quali sono le sue ragioni, che non dovremmo essere noi a raccontare quel che accade facendo sapienti analisi e interrogandoci su quel che si può fare. Dovrebbero farlo i leader di Hamas. Si può scegliere il terrorismo ma se ne dovrebbero anche spiegare le ragioni, non dovremmo farlo noi. E dovrebbero rivolgersi a tutte le forze che disposte a sostenerli, a tutti i livelli. Allo stato attuale stiamo dalla parte dei palestinesi con lo stesso atteggiamento che adottiamo per difendere gli indios dell’Amazzonia dall’aggressione delle multinazionali, gli indiani d’America dallo strapotere dei bianchi… serve un passo avanti anche da parte dei popoli oppressi, un passo nuovo, di apertura verso coloro che li sostengono e che vorrebbero difendere i loro diritti. Non siamo più alla guerra partigiana, siamo nell’epoca della comunicazione globale, quel che accade e che si dice può arrivare dovunque, può travolgere l’informazione faziosa, ma servono argomenti di prima mano, non interpretazioni. Gli israeliani questo lo sanno, arrivano al punto di scusarsi se qualche bomba va a cadere nel posto sbagliato, dichiarano di agire per difesa, non parlano mai di aggressione. Scaltri come iene. Serve che Hamas faccia anche politica, nel modo più sporco possibile ma ne faccia, e in tutto il mondo. Che significa, come dice la Sgrena, mi pare, che dovremmo intervenire con forze di pace: senza un accordo con i palestinesi, che azione sarebbe? e basterebbe?

  19. Caro Ennio, nel rinnovarti i miei auguri per le tue vacanze e ringrsziandoti per le cortesi osservazioni desidero chiarire alcuni punti del mio articolato discorso che si prestano a qualche equivoco.
    1. Affermare che la Storia non ha senso significa solo che ad essa SI DEVE DARE Il SENSO CHE NON HA. Altro che nichilismo. L’affermazione è un impegno reale.
    2. Personalmente rifuggo dai manifesti e ciò può essere un limite. Ma esprimo le mie opinioni con chiarezza ( mi pare ).
    3. Cosa significa propriamente essere filopalestinesi o filoisraeliani? Io – in relazione a quanto ho scritto – sono filopalestinese per quanto riguarda il presente conflitto e i suoi antecedenti storici causali ( da quì la mia forse troppo pedatesca ricostruzione storica ). Quale il tuo concetto? Se si pone il problema nei termini assoluti con i quali è stato posto si arriva a sospettare che filopalestinese significhi nè più ne meno distruzione di Israele. E’ questa l’alternativa?? Ecco altro motivo di perplessità insito in certi proclami.
    4. Tra i motivi trasversali del filopalestinesae c’è duro e puro l’antisemitismo ( non tuo) ma quì si parla del proclama in generale. I quali o si accettano o si rifiutano. Contesti che tale motivo esista – ?
    5. Quando ho parlato – un po’ apoditticamente,lo riconosco – di antiamericanismo strisciante ho inteso sottilineare che nessuno si indigna di alcune terribili stragi rispetto alle quali non è coivolta la politica americana. Ciò non significa affatto che io neghi le responsabilità americane che mi sembra indiscutibile. E’ possibile condurre una discussione che non implichi sempre e comunque la ” radicalizzazione ” di argomenti che sono o vogliono essere solo parziali? Questo è uno scoglio che si dovrebbe evitare, credo.
    Un cordiale saluto. Giorgio.

  20. Con tutto il rispetto dovuto per la Castellina mi viene però da chiedere se “ci è o ci fa?”.

    Forse tra le tante risposte che già conosce (*Non ho scritto per¬ché ho ricette, e nem¬meno per¬ché non cono¬sca già tante delle rispo¬ste.…*) gliene manca qualcuna:
    a) gli effetti devastanti della manipolazione della memoria storica.
    Se la visione complessa della Resistenza venne trasformata e ridotta soltanto alla stregua di Liberazione dall’Oppressore (e passando poi a piedi pari – “ma non si poteva fare altrimenti sennò si rischiava di fare la fine della Grecia dei Colonnelli” – sotto il dominio del liberatore) cancellando dalla memoria tutte quelle che erano le spinte per un cambiamento ‘rivoluzionario’ (cancellazione coronata dalla “Svolta di Salerno” nel 1944), è comprensibile che quel paradigma poi venga esportato in tutte le situazioni analoghe dove c’è un oppressore e una vittima.
    Viene così abrogato ogni pensiero che abbia a che fare con una analisi della Storia e della Attualità (anche se si tratta di un’attualità così in fermento come l’odierna).
    E una analisi che, oggi, non sarà più fatta secondo le precise parole di F. Fortini (perché alcune ormai desuete, es. rapporti di classe): *«Quel che sorprende e, alla fine, indigna è che a destra come a sinistra, tra i “falchi” come fra le “colombe”, fra gli israeliani come fra i palestinesi, la controversia non sia mai preceduta da un accenno alle strutture della produzione, al sistema economico e ai rapporti di classe”*, ma una analisi che seguirà il principio della ricerca delle condizioni storico-politico-strategiche nazionali e internazionali che stanno dietro alla ‘realtà’ che si prende in considerazione.
    O che almeno ci porti a pensare che stare con le vittime o con i carnefici non cambia nulla rispetto alla loro relazione perversa. Prova ne è che l’ipotesi di diventare terrorista (o figura annichilita come scrive Annamaria Locatelli: * per i bambini di Gaza o di altre parti del mondo non si porrà mai la possibilità di scegliere ad un bivio…per loro solo una strada interrotta o chiusa, come il recinto in cui vivono…*) non è che la ovvia via di uscita: *però io mi domando: se fossi nata in un campo pro¬fu¬ghi della Pale¬stina, dopo quasi settant’anni di soprusi, di mor¬ti¬fi¬ca¬zioni, di vio¬la¬zione di diritti umani e delle deci¬sioni dell’Onu Io temo che avrei finito per diven¬tare terrorista*.
    Suvvia!! Allora avevano ragione i tedeschi a mettere al collo dei nostri partigiani impiccati i cartelli “Banditen”! Anche quelli erano ‘terroristi’? Ma per i nemici, sì.
    Il terrorismo implica rimanere nell’ottica di chi impone il dominio.
    Per questo sposare la logica dell’oppressione e della rivolta all’oppressione è una logica perdente, o, perlomeno, limitata alla necessità contingente. E i fatti ce lo dimostrano ampiamente, primavere arabe incluse.
    b) Perché se la prende con il ‘povero’ ragazzo Renzi tacciandolo di essere *privo di emozioni e di capacità di indignazione o … di un moto di commozione per i poveri bambini di Gaza massacrati*, lui che ci tiene a presentarsi come *umano e naturale*.
    Perché il Berlusca non si presentava come ‘umano’ e ‘naturale’?
    Quel ‘povero ragazzo’, che oggi rompe il suo assordante silenzio affermando che “E’ importante che Berlusconi stia al tavolo delle trattative per le riforme elettorali”, non sta mostrando sempre di più che l’Italia ormai è un protettorato USA?
    Obama non aveva fatto sapere al mondo intero, parlando all’orecchio di un Berlusconi chinato verso di lui: “Se cadi, cadi in piedi”?
    c) se la costrizione alla verifica (vale a dire che se è una ‘costrizione’ non è ancora ‘presa di consapevolezza’?) *che quei cor¬tei, arri¬vati per¬sino attorno alle mura di Geru¬sa¬lemme (ricor¬date le «donne in nero»?) non sono ser¬viti a far avan¬zare un pro¬cesso di pace, a ren¬dere giu¬sti¬zia? * venisse sentita almeno come una base per riflettere sulla minimissima incidenza dei proclami e delle espressioni dei propri moti d’animo, pur encomiabili, perché poi fare le sviolinate sulla *poli¬ti¬ciz¬za¬zione dif¬fusa, un grande dina¬mi¬smo nell’iniziativa locale, nell’associazionismo, nel volontariato* con la ciliegina sulla torta su * quanto ha costruito la lista Tsi¬pras, che ha reso sta¬bile, attra¬verso i comi¬tati elet¬to¬rali che non si sono sciolti dopo il voto, una ine¬dita mili¬tanza poli¬tica dif¬fusa sul territorio*?
    Tutte esperienze valide e sottoscrivibili, certamente, ma sono ben altro rispetto ad un progetto di trasformazione della società. O è fuori moda oggi continuare a pensarlo?
    R.S.

    1. A me non è così chiaro che l’Italia sia un protettorato USA solo per il fatto che Berlusconi è stato riabilitato alle sue funzioni da Renzi e il PD. Certo Berlusconi è un campione del liberismo, e l’Italia è un protettorato USA da tempi ormai immemori (democristiani), ma Berlusconi ha ottimi rapporti con Putin, e credo che si stia verificando l’imbarazzante situazione che ci vede coinvolti su due fronti di interesse, filoamericano o filosovietico. E questo senza che lo si possa dichiarare apertamente. Questo spiegherebbe l’atteggiamento prudente di Renzi che, a mio avviso, è occulto portavoce di Dalema. In questa luce si potrebbe leggere la recente presa di posizione in appoggio alla tregua proposta dal governo egiziano. Non son cose per un giovane sindaco, anche se di Firenze.

    2. …se io fossi a Gaza, penso che sarei una delle numerosissime vittime…in tre minuti non riuscirei a sfollare da una casa, anche perchè non mi vedo preoccuparmi solo di me stessa. In questo senso la mia strada sarebbe tracciata e senza possibilità di una scelta alternativa…
      Se io fossi Gaza mi difenderei, combatterei, cercherei alleanze in paesi o persone che non mi vogliano strumentalizzare…in genere chi condivide una condizione di debolezza. Sono sconvolta dagli orrori della guerra descritti dai testimoni, ma anche dagli scenari apocalittici che alcuni di voi prospettano riguardo alle dinamiche occulte di potenze e superpotenze mondiali…

  21. Proporre Castellina o Sgrena è a mia opinione, al contrario delle apparenze rilasciata dalle loro parole, una scelta pro-sistema potenti o guardiani ( più che filo israele o tanto meno filo palestinesi) . Ci sono ancora giornalisti autentici anche nel Manifesto, ed è meglio scegliere questi che la fintosinistra , consapevole o meno di esserlo, a partire dai suoi medium presenti anche nel Manifesto, altrimenti è anche per Gaza inutile piangere o addolorarsi.

    Lo è perché né le piazze, né la loro mancanza in Italia ( lamentazione come al solito sempre in pista tanto per farci dell’autorazzismo e rispondere perfettamente all’immagine ormai consolidata di popolo feccia che si deve avere di noi) ,né certe pseudo denunce /inchieste / articoli possono appartenere a quel ” fare” parola seria e di smuovimento delle coscienze sul perno di questo tema. Che è ovviamente storico, ma calato perfettamente nel dio mercato della contemporaneità. L’orgia “militare” del business israeliano nel mercato mondiale delle armi, potrebbe aver corrotto, e per alcuni anche creato Hamas da parte del Mossad, ciò spiegherebbe la mancanza di comunicazione che Lucio vorrebbe come arma mediatica per la stessa Hamas. Parlare dei media, inoltre, per il nostro paese, significherebbe anche da parte Rita Simonitto, far risalire il salvataggio di Berlusconi fin dai primordi e non certo di recente a un vicino vicinissimo 2011. Il suo americanismo sfegatato da tipica notte della repubblica, risale ai tempi della nostra pseudo-liberazione ed era il buffone giusto, al momento giusto, per sventrare definitivamente il paese se mai gli anni ’80 non ci fossero riusciti . I suoi fornetti catodici sono stati possibili grazie allo zio sam e la sua opera di lenta persuasione e dominanza sulla fintasinistra che concesse ciò che concesse al Buffone per dominare con il suo grande fratello via etere a cui si potè finalmente unirsi, nello stesso plasticissimo modello, la grande sorella Rai. Era evidente che una volta svolto il suo compito di buffone, il pornopidduista sarebbe stato in salvo (quando mai un burattino nelle loro mani, hai mai raccontato per filo e per segno i loro criminalissimi segretucci?)

    Ma se tutto vogliamo sapere e denunciare di coloro che truccano il palcoscenico mondo raccontandolo dalla parte dei potenti, non possiamo permetterci di lasciare il racconto dei fatti a chi trucca la parola (ciò se teniamo veramente a tutte le strisce della Storia) , comprese e compresi coloro che hanno perso completamente la capacità di inchiesta della realtà ( e a maggior ragione se l’ahhnno persa non pagati né dal Buffone né dal suo pseudoantagonista di quella massa di venduti di Repubblica), magari infilandoci dentro anche la solita propaganda per una lista o un movimento.

  22. segnalazione di lettura 1:
    Show Room Alto Costo Alto Ricavo

    http://www.ritornoalmondonuovo.com/2014/08/show-room-alto-costo-alto-ricavo-chi-di.html

    segnalazione di lettura 2 che propongo con istruzioni per l’uso, ossia premetto che non sono d’accordo sullle considerazioni che Halimi svolge sull’Onu. Non racconta ciò che anche un bambino sa: dare importanza all’Onu quando è organizzazione creata solo per facciata, significa, se non occultare un pezzo della storia, rinunciare ad esercitare un minimo spirito critico che dopo tante baggianate che ci hanno propinato sotto la parola ONU (angelina Jolie compresa), dovrebbero come minimo portare a un racconto satirico-politico di questo Castello di fandonie o di Kafka etc etc. Non sono d’accordo con Halimi però principalmente per un altro punto. Halimi preferisce saltare a piè pari certe analisi necessarie a capire il delirio degli imperialisti, l’esercizio del loro potere e il ritorno di palate di dollaroni. Non parla come tanti altri, dei ritorni nelle casse israeliane e non solo , generati ad ogni operazione dalle vendite delle armi ,e così grazie anche all’ultima “Margine protettivo”. Non si può invece pretendere da un giornalista francese, come al contrario da Castellina o da Sgrena, delle complicità italiane sia a livello di politica internazionale, sia delle sue donne e uomini come Mogherini o Marino, sia soprattutto di chi acqusiterà e/o si eserciterà, fianco a fianco, con le stesse armi testate al solito poligono di tiro di nome Gaza.

    “La spe­di­zione puni­tiva dell’esercito israe­liano a Gaza ha riat­ti­vato una delle aspi­ra­zioni più spon­ta­nee del gior­na­li­smo moderno: il diritto alla pigri­zia. In ter­mini più pro­fes­sio­nali, lo chia­mano «equi­li­brio». Ad esem­pio il canale tele­vi­sivo ame­ri­cano di estrema destra Fox News si defi­ni­sce, non senza umo­ri­smo, «equi­li­brato e giu­sto» (fair and balan­ced).

    Nel caso del con­flitto in Medio Oriente, ove i torti non sono distri­buiti in parti uguali, essere «equi­li­brati» equi­vale a dimen­ti­care qual è la potenza occu­pante. Ma per la mag­gior parte dei gior­na­li­sti occi­den­tali è anche un modo per pro­teg­gersi dal fana­ti­smo dei desti­na­tari di un’informazione sco­moda, pre­sen­tan­dola come un punto di vista subito con­te­stato. Un atteg­gia­mento che non si osserva davanti ad altre crisi inter­na­zio­nali, come ad esem­pio quella dell’Ucraina. E che in realtà è tutt’altro che equi­li­brato, per due motivi.

    Innan­zi­tutto per­ché tra le imma­gini delle car­ne­fi­cine inin­ter­rotte a Gaza e quelle di un allarme per lan­cio di razzi su una spiag­gia di Tel Aviv, la bilan­cia dovrebbe pure pen­dere un po’ da un lato… E inol­tre per­ché alcuni dei pro­ta­go­ni­sti, israe­liani nel caso di spe­cie, dispon­gono di pro­fes­sio­ni­sti della comu­ni­ca­zione; men­tre gli altri hanno da offrire ai media occi­den­tali solo il cal­va­rio dei loro civili.

    Ma poi­ché susci­tare pietà non costi­tui­sce un’arma poli­tica effi­cace, vediamo di con­trol­lare la nar­ra­zione degli eventi. Da decenni ci spie­gano che Israele «risponde» o «replica». Si dà il caso però che que­sto pic­colo Stato paci­fico e mal pro­tetto, senza alleati potenti, rie­sca sem­pre ad avere la meglio, a volte senza ripor­tare nep­pure un graf­fio… Per­ché un tale mira­colo possa com­piersi, biso­gna che ogni scon­tro abbia ini­zio nel momento pre­ciso in cui Israele appare come atto­nita vit­tima della mal­va­gità di cui è fatta oggetto (un rapi­mento, un atten­tato, un’aggressione, un assassinio).

    È su que­sto ter­reno accu­ra­ta­mente pre­pa­rato che si dispiega poi la dot­trina dell’«equilibrio». C’è chi si indi­gna per il lan­cio di razzi con­tro la popo­la­zione civile, e chi obietta che la «rispo­sta» israe­liana è molto più san­gui­nosa. Insomma, cri­mini di guerra da una parte e dall’altra, palla al centro.

    Così si dimen­tica il resto, cioè l’essenziale: l’occupazione mili­tare della Cisgior­da­nia, il blocco eco­no­mico di Gaza, l’avanzata cre­scente della colo­niz­za­zione dei ter­ri­tori. Sem­bra che l’informazione a tempo pieno non trovi mai un momento per appro­fon­dire det­ta­gli di que­sto tipo. Quanti dei suoi mag­giori con­su­ma­tori sanno ad esem­pio che nel periodo tra la guerra dei sei giorni e quella dell’Iraq, cioè tra il 1967 e il 2003, un solo Stato – Israele — ha tra­sgre­dito a oltre un terzo delle riso­lu­zioni delle Nazioni unite, molte delle quali rife­rite, guarda caso, alla colo­niz­za­zione dei ter­ri­tori pale­sti­nesi? (…)

    Serge Halimi
    (Tra­du­zione di Eli­sa­betta Horvat)
    © Le Monde diplomatique/ilmanifesto
    La ver­sione inte­grale dell’articolo è sul numero di ago­sto del Diplo fran­cese
    http://www.monde-diplomatique.fr/2014/08/HALIMI/50684

    1. Se io fossi Gaza cercherei di proteggere il più possibile numero di bambini, ma poi i genitori…ecco i genitori , che faranno quei bimbi senza genitori? E’ triste , ci penso…davvero terribile, ma alla fine poi starei con i bambini ad aspettare di non morire con loro.

  23. Gaza al mare

    Giocano i bambini
    come se fosse spiaggia
    come se fosse mare
    e mare e spiaggia stanno
    come allora
    come i giochi e le nuotate
    come prima delle bombe
    il frastuono era dell’onde
    del vento d’estate
    ora brucia esplode dentro
    dentro le piccole orecchie
    il cuore batte nell’abbraccio
    forse apriranno gli occhi
    e tutto sarà come prima
    un’ora dicevano un’ora per giocare
    furono pochi i minuti
    e loro non lo sapevano
    che un’ora fosse così breve.

    Emilia

    1. http://normanfinkelstein.com/2014/obama-israel-has-the-right-to-defend-itself/

      Emy guarda queste due foto qua sopra, e noterai come, forse, la tua creazione poetica, ne verrà potenziata per contrasto di bagnasangue in bagnasciuga…ciao

      ps
      poi se vuoi, senza scervellarti in inglese, leggi qualche estratto dei testi di Norman Finkelstein, rigorosamente ‘ebreo’ e altrettanto rigorosamente ‘ dissidente’…uno dei suoi più importanti è l’industria dell’olocausto:
      http://www.vho.org/aaargh/ital/fink/fink.html

  24. @ vari commentatori/trici

    Mi riservo di replicare ad alcuni commenti degli ultimi giorni appena posso.
    Preciso però da subito che gli articoli SEGNALATI non comportano automaticamente condivisione del loro contenuto o addirittura, come scrive ro, “una scelta pro-sistema”.

  25. ULTIMI COMMENTI

    @ Mannacio

    Non credo che schierarsi nel conflitto israelo-palestinese a favore dei palestinesi ( e dunque dichiararsi ‘filopalestinesi’) e contro la politica dello Stato d’Israele attualmente rappresentata da Netanyahu abbia a che fare con l’antisemitismo (con il razzismo). Tra l’altro, non tutti gli ebrei (diffusi in varie parti del mondo) sono cittadini dello Stato d’Israele e neppure tutti gli israeliani (sarà una minoranza, ma perché trascurarla?) appoggiano quella politica. Nego (se questo fosse il tuo dubbio) che nell’appello di d’Orsi ci sia alcuna traccia di antisemitismo.
    Ci sono « alcune terribili stragi rispetto alle quali non è coinvolta la politica americana»? Basta precisare quali sono e ci si ragiona su.

    @ ro

    Ripeto e motivo meglio quanto accennato a proposito delle SEGNALAZIONI. Di solito ciascuno dei partecipanti a questa discussione propone articoli: o perché ne condivide parzialmente o in toto il contenuto; o perché documentano posizioni, anche distanti dalla proprie, ma che hanno comunque un certo interesse euristico da valutare e semmai criticare. Alcuni degli articoli proposti permettono, ad es., di capire meglio come la pensano gli altri: giornalisti “non autentici” o, secondo te, appartenenti alla “finto sinistra” che hanno un certo seguito nell’opinione pubblica; o persino – credo – avversari per la maggior parte dei lettori di questo sito (in tal senso ho pubblicato anche un articolo della destra israeliana (QUI:http://www.poliscritture.it/2014/07/30/punti-interrogativi/comment-page-2/#comment-2176).
    Non ritengo giusto segnalare solo articoli che confermano le mie o nostre convinzioni. Se un piccolo reale risultato la discussione su Gaza può averlo è quello di far uscire i partecipanti dalle secche ideologiche.
    E, anche se te ne lamenterai, devo dirti che a me ha sempre colpito negativamente sia la sicurezza apodittica delle tue valutazioni politico-ideologiche sia il ricorso ad un linguaggio sempre ultragergale e ultrametaforico.
    Nel tuo commento (http://www.poliscritture.it/2014/08/01/sio-fossi-gaza-1/#comment-2531)usi parole o espressioni come ‘autorazzismo’, ‘popolo feccia’, ‘dio mercato’, ‘Buffone’, ‘zio Sam’, ‘fintasinistra’, ‘grande fratello via etere’, ‘grande sorella Rai’, ‘pornopidduista’. Sono puro gergo politicista. Così com’è, potrebbe essere accolto solo da una setta di iniziati. Un lettore non prevenuto o che comunque si sforzi di capire il tuo commento afferra solo la tua posizione ideologica. Capisce, questo sì, che ce l’hai con Sgrena e la Castellina, e con una parte dei giornalisti del “manifesto”, con Israele, con Berlusconi, con la Rai , con i potenti, con la lista Tsipras. E basta. Mi spiace farti notare che esso non dimostra nessuna «capacità d’inchiesta della realtà». Non prende neppure qualcuna delle affermazioni della Sgrena o di Castellina per criticarle in modo argomentato. Ci mette su l’etichetta «fintosinistra» e chiusa lì.

    P.s.
    Anche nel presentare l’articolo di Halimi l’atteggiamento mi pare un po’ spocchioso. Ma almeno , prima di fare le pulci (« Halimi preferisce saltare a piè pari certe analisi necessarie a capire il delirio degli imperialisti, l’esercizio del loro potere e il ritorno di palate di dollaroni»), non sarebbe il caso di riconoscere la validità delle denunce dettagliate della politica israeliana che l’articolo contiene?

    @ Buffagni

    Ecco, questa è un’analisi (sintetica) della realtà, da cui io imparo qualcosa. Non usa un linguaggio gergale ma comprensibile a una persona mediamente colta, non parla a una setta, non è neppure neutra o falsamente obiettiva, ma dà giudizi netti: gli USA « sono ubriachi di hybris, e pensano di poter creare la storia come una sceneggiatura di serie TV, tanto hanno la Morte Nera di Guerre Stellari». Che poi possono essere valutati nella loro consistenza (se uno ne ha voglia).
    Porta soprattutto dati concreti storici e geopolitici.
    Affaccia delle tesi non banali o solo demonizzanti su Hamas: «continua con la sua linea politica nella quale le vite dei civili palestinesi contano meno di zero, perchè ha motivazioni trascendenti, e immagino si dica come il celebre vescovo cattolico all’assedio dei catari di Béziers, “Ammazzate, Dio riconoscerà i suoi”»). Avanza delle ipotesi: «Prima che Hamas cambi, ci vorrà qualcosa di simile alla metanoia di Hezbollah (se arriverà)», che potrebbero o non potrebbero essere convalidate dagli eventi.
    Guarda al “terrorismo” senza fermarsi al “vade retro Satana” o al clichè generico così diffuso, che lo vede come un metodo sicuramente “folle”, “perdente”, “inefficace”.
    Arriva a delle affermazioni “scandalose”:« Se usato bene, purtroppo bisogna ammettere che funziona. Se Fatah non avesse usato il terrorismo negli anni ’70, del problema palestinese non se ne sarebbe curato nessuno, nel mondo». E porta esempi tratti dalla storia anche europea (lo scontro tra irlandesi e inglesi).
    Ha torto marcio? Porta dati non veri?
    Un lettore che non condividesse ma che volesse capire di più, può cercare di approfondire per conto suo partendo da spunti precisi: «la bomba religiosa ed etnica poi ti può scoppiare in faccia , vedi l’ambasciatore USA in Libia (un agente CIA) massacrato dai tipini che stava scritturando».
    Sarà vero? Lo scrivono anche altri?
    Oppure: «Questa è la “strategia del caos” come delineata con precisione dai neoconservatori (tutti ebrei USA) negli anni ’90, in due documenti pubblici chiave che sono “A Clean Break. Israel: Securing the Realm” di Richard Perle et alii, e “Project for a New American Century”, AA.VV.».
    Sarà vero? Adesso vado a controllare…
    Critica anche duramente la Sgrena, ma argomentando e non fermandosi all’etichetta («vispoteressagine», «chiacchiere “de sinistra”»).
    A me pare la via maestra da percorrere se vogliamo uscire dalle contrapposizioni soprattutto ideologiche.

    1. @ Ennio Abate
      i tuoi commenti sono molto chiari, analitici. Certo servono per capirci meglio, ma (scusa la mia idea , se per caso ti giungesse amara), hai adottato il metodo del prof. che corregge i compiti…mi fa sentire a scuola, e purtroppo, io la scuola la odiavo, temevo i giudizi tanto quanto i ragni che qualche volta vedevo sui muri nelle giornata calde d’estate, quando avrei dovuto essere serena. Peccato è andata così. Ciao

      1. Grazie Emy…io per abitudine ormai, visto che ho un mondo al giorno da leggere se non di più, devo ottimizzare il mio tempo..sicché prima di leggere un ennessimo post, oppure un ennesimo intervento dei soliti narcisi da rete, web, monitor e tastiere e penne rosse, leggo i commenti. Indi per cui, in questo caso, il tuo commento delle 16 del 5 agosto, passando di qua a poco più delle 19.15, mi ha fatto risparmiare tempo, lettura e nausea della solita modalità che ovunque ci circonda dalle piccole alle più grandi cose: ‘ io sono io e voi non siete un cazzo'(che si può declinare in mille modi: ve l’avevo detto, io l’avevo previsto, io lo dico da secoli, io sono il solo che c’ho azzeccato, gli altri una massa di beoti, gli italiani pure etc etc); registro ovviamente sconosciuto all’io in questione.

        Inoltre, ma è la cosa più importante, mi hai fatto fare una grande risata, dono come sai dei migliori in questi tempi alquanto poco generosi in tutto ciò che è il piacere di dare senza nulla in cambio, penne rosse e blu comprese in tale rigorosa esclusione,ovvio, senza nemmeno bisogno di moderarsi o moderare, tagliare e ricucire per controllare gli altri…Del resto se gli altri ‘io’ redattori di questo blog , di fatto, non ci sono, tocca che l’unico ‘io’ di sempre si espanda con tutte le sue matite rosse e blu di sempre; così, gli altri che sono anche loro quelli di quel sempre, parlano a un muro fra muri e non è altro che la ripetizione del solito giorno della marmotta; sta ferma lì, immobile…sempre gli stessi muri e le stesse storie come a Gaza e come è la Storia. Interiorizzare ciò che significa Gaza (così come la Siria o la Libia, il Libano o l’Ucraina, ma anche l’Ytalya etc etc), implicherebbe un lavoro prima che politico, o geopolitico, o storico (aspetti cerebrali essenziali che devono intervenire ma dopo), appunto intimo, interiore, fisico e metafisico, esperienziale, filosofico…. insomma interamente fatto poetico.

        Arriverà almeno l’eco del ciao oltre la marmotta e la sua notte?
        🙂
        ciao Emy!

        1. A ro

          Ma daai Ro! ” io sono io e voi non siete un c….” mi sembra davvero troppo!
          io non mi sento davvero un c…. e nessuno è mai riuscito a farmi sentire tale. Ho solo voluto dire quale è stata la mia impressione , d’altra parte dire pane al pane e vino al vino, mi sembra proprio ciò che distingue questo Blog. Siamo tutti lettori, spettatori, “critici” ,”poeti”, e spero sempre e soprattutto sinceri. Ciao ciao ciao!

          P.s.: Scusa i puntini…ma sono all’antica e ci tengo molto a continuare ad esserlo.

      2. “hai adottato il metodo del prof. che corregge i compiti” (emilia banfi)

        Certo. Ma chiunque lo può adottare. Anche nei confronti dei miei “compiti”. E sarebbe utilissimo per tutti i frequentatori di questo blog.
        Oppure tutte le affermazioni che vengono scritte nei commenti sono indiscutibili?
        Troppo facile dire quel che passa per la mente e via.
        Si sappia che c’è qualcuno che legge DAVVERO e ti CRITICA DAVVERO portando delle argomentazioni.
        Poi ognuno/a, di fronte alle critiche, può fare come lo struzzo. Con eleganza o cafonaggine.

  26. SEGNALAZIONE: Più di 225 ebrei sopravvissuti al genocidio nazista condannano massacro di Palestinesi a Gaza, invitano al boicottaggio totale

    09 Agosto 2014

    da http://bdsitalia.org/index.php/ultime-notizie-sulbds/1450-sopravvisuti

    Come ebrei sopravvissuti al genocidio nazista e i nostri discendenti condanniamo inequivocalbilmente il massacro di Palestinesi a Gaza e l’occupazione e colonizzazione della Palestina storica. Condanniamo anche gli Stati Uniti perchè provvede a Israele i fondi per portare avanti l’attacco, e gli Stati occidentali in modo generale per usare le sue strutture diplomatiche per proteggere Israele dall’essere condannato. Il genocidio inizia con il silenzio del mondo.

    Siamo allarmati per la estrema e razzista disumanizzazione dei palestinesi nella società israeliana, che ha raggiunto l’apice. In Israele i politici e gli opinionisti del ‘Times of Israel’ e del ‘Jerusalem Post’ chiamano apertamente al genocidio del palestinesi e gli israeliani di destra adottano gli emblemi neo-nazisti.

    Inoltre, siamo disgustati ed indignati per gli abusi della nostra storia a mano di Elie Wiesel nelle pagine che promuovono palesemente delle falsità per giustificare l’ingiustificabile: lo sforzo totale d’Israele per distruggere Gaza e l’assassinio di circa 2000 palestinesi, tra cui centinaia di bambini. Niente può giustificare il bombardamento dei rifugi ONU, di case private, di ospedali ed università. Niente può giustificare il privare le persone di elettricità ed acqua.

    Dobbiamo alzare la nostra voce collettivamente ed usare il nostro potere collettivo per finire ogni forma di razzismo, compreso l’attuale genocidio del popolo palestinese. Chiediamo la fine immediata dell’assedio e del blocco contro Gaza. Chiamiamo al totale boicotto economico, culturale ed accademico di Israele. ‘Mai più’ dev’essere MAI PIÙ PER TUTTI!

    Seguono firme

    Sopravvisuti

    Hajo Meyer, survivor of Auschwitz, The Netherlands.
    Henri Wajnblum, survivor and son of victim of Nazi genocide, Belgium.
    Renate Bridenthal, child refugee from Hitler, granddaughter of Auschwitz victim, United States.
    Marianka Ehrlich Ross, survivor of Nazi ethnic cleansing in Vienna, Austria. Now lives in United States.
    Annette Herskovits, survived in hiding in France and daughter of parents who were murdered in Auschwitz, United States.
    Irena Klepfisz, child survivor from the Warsaw Ghetto, Poland. Now lives in United States.
    Karen Pomer, granddaughter of member of Dutch resistance and survivor of Bergen Belsen. Now lives in the United States.
    Hedy Epstein, her parents & other family members were deported to Camp de Gurs & subsequently all perished in Auschwitz. Now lives in United States.
    Lillian Rosengarten, survivor of the Nazi Holocaust, United States.
    Suzanne Weiss, survived in hiding in France, and daughter of a mother who was murdered in Auschwitz. Now lives in Canada.
    H. Richard Leuchtag, survivor, United States.
    Ervin Somogyi, survivor and daughter of survivors, United States.
    Ilse Hadda, survivor on Kindertransport to England. Now lives in United States.
    Jacques Glaser, survivor, France.
    Norbert Hirschhorn, refugee of Nazi genocide and grandson of three grandparents who died in the Shoah, London.
    Eva Naylor, surivor, New Zealand.
    Suzanne Ross, child refugee from Nazi occupation in Belgium, two thirds of family perished in the Lodz Ghetto, in Auschwitz, and other Camps, United States.
    Bernard Swierszcz, Polish survivor, lost relatives in Majdanek concentration camp. Now lives in the United States.
    Joseph Klinkov, hidden child in Poland, still lives in Poland.
    Nicole Milner, survivor from Belgium. Now lives in United States.
    Hedi Saraf, child survivor and daughter of survivor of Dachau, United States.
    Barbara Roose, survivor from Germany, half-sister killed in Auschwitz, United States.
    Sonia Herzbrun, survivor of Nazi genocide, France.
    Ivan Huber, survivor with my parents, but 3 of 4 grandparents murdered, United States.
    Altman Janina, survivor of Janowski concentration camp, Lvov. Lives in Israel.
    Leibu Strul Zalman, survivor from Vaslui Romania. Lives in Jerusalem, Palestine.
    Miriam Almeleh, survivor, United States.
    George Bartenieff, child survivor from Germany and son of survivors, United States.
    Margarete Liebstaedter, survivor, hidden by Christian people in Holland. Lives in Belgium.
    Edith Bell, survivor of Westerbork, Theresienstadt, Auschwitz and Kurzbach. Lives in United States.
    Janine Euvrard, survivor, France.
    Harry Halbreich, survivor, German.

    Figli di sopravvissuti

    Liliana Kaczerginski, daughter of Vilna ghetto resistance fighter and granddaughter of murdered in Ponary woods, Lithuania. Now lives in France.
    Jean-Claude Meyer, son of Marcel, shot as a hostage by the Nazis, whose sister and parents died in Auschwitz. Now lives in France.
    Chava Finkler, daughter of survivor of Starachovice labour camp, Poland. Now lives in Canada.
    Micah Bazant, child of a survivor of the Nazi genocide, United States.
    Sylvia Schwartz, daughter and granddaughter of survivors of the Nazi genocide, United States.
    Margot Goldstein, daughter and granddaughter of survivors of the Nazi genocide, United States.
    Ellen Schwarz Wasfi, daughter of survivors from Vienna, Austria. Now lives in United States.
    Lisa Kosowski, daughter of survivor and granddaughter of Auschwitz victims, United States.
    Daniel Strum, son of a refugee from Vienna, who, with his parents were forced to flee in 1939, his maternal grand-parents were lost, United States.
    Bruce Ballin, son of survivors, some relatives of parents died in camps, one relative beheaded for being in the Baum Resistance Group, United States.
    Rachel Duell, daughter of survivors from Germany and Poland, United States.
    Tom Mayer, son of survivor and grandson of victims, United States.
    Alex Nissen, daughter of survivors who escaped but lost family in the Holocaust, United States.
    Mark Aleshnick, son of survivor who lost most of her family in Nazi genocide, United States.
    Prof. Haim Bresheeth, son of two survivors of Auschwitz and Bergen Belsen, London.
    Todd Michael Edelman, son and grandson of survivors and great-grandson of victims of the Nazi genocide in Hungary, Romania and Slovakia, United States.
    Tim Naylor, son of survivor, New Zealand. Victor Nepomnyashchy, son and grandson of survivors and grandson and relative of many victims, United States.
    Tanya Ury, daughter of parents who fled Nazi Germany, granddaughter, great granddaugher and niece of survivors and those who died in concentration camps, Germany.
    Rachel Giora, daughter of Polish Jews who fled Poland, Israel.
    Jane Hirschmann, daughter of survivors, United States.
    Jenny Heinz, daughter of survivor, United States.
    Jaap Hamburger, son of survivors and grandchild of 4 grandparents murdered in Auschwitz, The Netherlands.
    Elsa Auerbach, daughter of Jewish refugees from Nazi Germany, United States.
    Beth Bruch, grandchild of German Jews who fled to US and great-grandchild of Nazi holocaust survivor, United States.
    Julian Clegg, son and grandson of Austrian refugees, relative of Austrian and Hungarian concentration camp victims, Taiwan.
    David Mizner, son of a survivor, relative of people who died in the Holocaust, United States.
    Jeffrey J. Westcott, son and grandson of Holocaust survivors from Germany, United States.
    Susan K. Jacoby, daughter of parents who were refugees from Nazi Germany, granddaughter of survivor of Buchenwald, United States.
    Audrey Bomse, daughter of a survivor of Nazi ethnic cleansing in Vienna, lives in United States.
    Daniel Gottschalk, son and grandson of refugees from the Holocaust, relative to various family members who died in the Holocaust, United States.
    Ken Schneider, son of refugees from Vienna who lost many family members, United States.
    Barbara Grossman, daughter of survivors, granddaughter of Holocaust victims, United States.
    Abraham Weizfeld PhD, son of survivorswho escaped Warsaw (Jewish Bundist) and Lublin ghettos, Canada.
    David Rohrlich, son of refugees from Vienna, grandson of victim, United States.
    Walter Ballin, son of holocaust survivors, United States.
    Fritzi Ross, daughter of survivor, granddaughter of Dachau survivor Hugo Rosenbaum, great-granddaughter and great-niece of victims, United States.
    Reuben Roth, son of survivors who fled from Poland in 1939, Canada.
    Tony Iltis, father fled from Czechoslovakia and grandmother murdered in Auschwitz, Australia.
    Anne Hudes, daughter and granddaughter of survivors from Vienna, Austria, great-granddaughter of victims who perished in Auschwitz, United States.
    Mateo Nube, son of survivor from Berlin, Germany. Lives in United States.
    John Mifsud, son of survivors from Malta, United States.
    Mike Okrent, son of two holocaust / concentration camp survivors, United States.
    Susan Bailey, daughter of survivor and niece of victims, UK.
    Brenda Lewis, child of Kindertransport survivor, parent’s family died in Auschwitz and Terezin. Lives in Canada.
    Patricia Rincon-Mautner, daughter of survivor and granddaughter of survivor, Colombia.
    Barak Michèle, daughter and grand-daughter of a survivor, many members of family were killed in Auschwitz or Bessarabia. Lives in Germany.
    Jessica Blatt, daughter of child refugee survivor, both grandparents’ entire families killed in Poland. Lives in United States
    Maia Ettinger, daughter & granddaughter of survivors, United States.
    Ammiel Alcalay, child of survivors from then Yugoslavia. Lives in United States.
    Julie Deborah Kosowski, daughter of hidden child survivor, grandparents did not return from Auschwitz, United States.
    Julia Shpirt, daughter of survivor, United States.
    Ruben Rosenberg Colorni, grandson and son of survivors, The Netherlands.
    Victor Ginsburgh, son of survivors, Belgium.
    Arianne Sved, daughter of a survivor and granddaughter of victim, Spain.
    Rolf Verleger, son of survivors, father survived Auschwitz, mother survived deportation from Berlin to Estonia, other family did not survive. Lives in Germany.
    Euvrard Janine, daughter of survivors, France.
    H. Fleishon, daughter of survivors, United States.
    Barbara Meyer, daughter of survivor in Polish concentration camps. Lives in Italy.
    Susan Heuman, child of survivors and granddaughter of two grandparents murdered in a forest in Minsk. Lives in United States.
    Rami Heled, son of survivors, all grandparents and family killed by the Germans in Treblinka, Oswiecim and Russia. Lives in Israel.
    Eitan Altman, son of survivor, France.
    Jorge Sved, son of survivor and grandson of victim, United Kingdom
    Maria Kruczkowska, daughter of Lea Horowicz who survived the holocaust in Poland. Lives in Poland.
    Sarah Lanzman, daughter of survivor of Auschwitz, United States.
    Cheryl W, daughter, granddaughter and nieces of survivors, grandfather was a member of the Dutch Underground (Eindhoven). Lives in Australia.
    Chris Holmquist, son of survivor, UK.
    Beverly Stuart, daughter and granddaughter of survivors from Romania and Poland. Lives in United States.
    Peter Truskier, son and grandson of survivors, United States.
    Karen Bermann, daughter of a child refugee from Vienna. Lives in United States.
    Rebecca Weston, daughter and granddaughter of survivor, Spain.
    Lyn Bender, daughter, granddaughter & niece of survivors, Australia.

    Nipoti e pronipoti di sopravvissuti

    Raphael Cohen, grandson of Jewish survivors of the Nazi genocide, United States.
    Emma Rubin, granddaughter of a survivor of the Nazi genocide, United States.
    Alex Safron, grandson of a survivor of the Nazi genocide, United States.
    Danielle Feris, grandchild of a Polish grandmother whose whole family died in the Nazi Holocaust, United States.
    Jesse Strauss, grandson of Polish survivors of the Nazi genocide, United States.
    Anna Baltzer, granddaughter of survivors of Nazi genocide whose family members perished in Auschwitz (also grand-niece of members of the Belgian Resistance), United States.
    Abigail Harms, granddaughter of Holocaust survivor from Austria, Now lives in United States.
    Tessa Strauss, granddaughter of Polish Jewish survivors of the Nazi genocide, United States.
    Caroline Picker, granddaughter of survivors of the Nazi genocide, United States.
    Amalle Dublon, grandchild and great-grandchild of survivors of the Nazi holocaust, United States.
    Antonie Kaufmann Churg, 3rd cousin of Ann Frank and grand-daughter of survivors, United States.
    Aliza Shvarts, granddaughter of survivors, United States.
    Linda Mamoun, granddaughter of survivors, United States.
    Abby Okrent, granddaughter of survivors of Auschwitz, Stuthoff and the Lodz Ghetto, United States.
    Ted Auerbach, grandson of survivor whose whole family died in the Holocaust, United States.
    Bob Wilson, grandson of a survivor, United States.
    Katharine Wallerstein, granddaughter of survivors and relative of many who perished, United States.
    Sylvia Finzi, granddaughter and niece of Holocaust victims murdered in Auschwitz, London and Berlin.
    Esteban Schmelz, grandson of KZ-Theresienstadt victim, Mexico City.
    Françoise Basch, grand daughter of Victor and Ilona Basch murdered by the Gestapo and the French Milice, France.
    Gabriel Alkon, grandson of Holocaust survivors, Untied States.
    Nirit Ben-Ari, grandchild of Polish grandparents from both sides whose entire family was killed in the Nazi Holocaust, United States.
    Heike Schotten, granddaughter of refugees from Nazi Germany who escaped the genocide, United States.
    Ike af Carlstèn, grandson of survivor, Norway.
    Elias Lazarus, grandson of Holocaust refugees from Dresden, United States and Australia.
    Laura Mandelberg, granddaughter of Holocaust survivors, United States.
    Josh Ruebner, grandson of Nazi Holocaust survivors, United States.
    Shirley Feldman, granddaughter of survivors, United States.
    Nuno Cesar Ferreira, grandson of survivor, Brazil.
    Andrea Land, granddaugher of survivors who fled programs in Poland, all European relatives died in German and Polish concentration camps, United States.
    Sarah Goldman, granddaughter of survivors of the Nazi genocide, United States.
    Baruch Wolski, grandson of survivors, Austria.
    Frank Amahran, grandson of survivor, United States.
    Eve Spangler, granddaughter of Holocaust NON-survivor, United States.
    Gil Medovoy, grandchild of Fela Hornstein who lost her enitre family in Poland during the Nazi genocide, United States.
    Michael Hoffman, grandson of survivors, rest of family killed in Poland during Holocaust, live in El Salvador.
    Sarah Hogarth, granddaughter of a survivor whose entire family was killed at Auschwitz, United States.
    Natalie Rothman, great granddaughter of Holocaust victims in Warsaw. Now lives in Canada.
    Yotam Amit, great-grandson of Polish Jew who fled Poland, United States.
    Daniel Boyarin, great grandson of victims of the Nazi genocide, United States.
    Maria Luban, great-granddaughter of survivors of the Holocaust, United States.
    Tibby Brooks, granddaughter, niece, and cousin of victims of Nazis in Ukraine. Lives in United States.
    Dan Berger, grandson of survivor, United States.
    Dani Baurer, granddaughter of Baruch Pollack, survivor of Auschwitz. Lives in United States.
    Talia Baurer, granddaughter of a survivor, United States.
    Evan Cofsky, grandson of survivor, UK.
    Annie Sicherman, granddaughter of survivors, United States.
    Anna Heyman, granddaughter of survivors, UK.
    Maya Ober, granddaughter of survivor and relative of deceased in Teresienstadt and Auschwitz, Tel Aviv.
    Anne Haan, granddaughter of Joseph Slagter, survivor of Auschwitz. Lives in The Netherlands.
    Oliver Ginsberg, grandson of victim, Germany.
    Alexia Zdral, granddaughter of Polish survivors, United States.
    Mitchel Bollag, grandson of Stanislaus Eisner, who was living in Czechoslovakia before being sent to a concentration camp. United States.
    Vivienne Porzsolt, granddaughter of victims of Nazi genocide, Australia.
    Lisa Nessan, granddaughter of survivors, United States.
    Kally Alexandrou, granddaughter of survivors, Australia.
    Laura Ostrow, granddaughter of survivors, United States
    Anette Jacobson, granddaughter of relatives killed, town of Kamen Kashirsk, Poland. Lives in United States.
    Tamar Yaron (Teresa Werner), granddaughter and niece of victims of the Nazi genocide in Poland, Israel.
    Antonio Roman-Alcalá, grandson of survivor, United States.
    Jeremy Luban, grandson of survivor, United States.
    Heather West, granddaughter of survivors and relative of other victims, United States.
    Jeff Ethan Au Green, grandson of survivor who escaped from a Nazi work camp and hid in the Polish-Ukranian forest, United States.
    Johanna Haan, daughter and granddaughter of victims in the Netherlands. Lives in the Netherlands.
    Aron Ben Miriam, son of and nephew of survivors from Auschwitz, Bergen-Belsen, Salzwedel, Lodz ghetto. Lives in United States.
    Noa Shaindlinger, granddaughter of four holocaust survivors, Canada.
    Merilyn Moos, granddaughter, cousin and niece murdered victims, UK.
    Ruth Tenne, granddaughter and relative of those who perished in Warsaw Ghetto, London.
    Craig Berman, grandson of Holocaust survivors, UK.
    Nell Hirschmann-Levy, granddaughter of survivors from Germany. Lives in United States.
    Osha Neumann, grandson of Gertrud Neumann who died in Theresienstadt. Lives in United States.
    Georg Frankl, Grandson of survivor Ernst-Immo Frankl who survived German work camp. Lives in Germany.
    Julian Drix, grandson of two survivors from Poland, including survivor and escapee from liquidated Janowska concentration camp in Lwow, Poland. Lives in United States.
    Katrina Mayer, grandson and relative of victims, UK.
    Avigail Abarbanel, granddaughter of survivors, Scotland.
    Denni Turp, granddaughter of Michael Prooth, survivor, UK.
    Fenya Fischler, granddaughter of survivors, UK.
    Yakira Teitel, granddaughter of German Jewish refugees, great-granddaughter of survivor, United States.
    Sarah, granddaughter of survivor, the Netherlands.
    Susan Koppelman, granddaughter of survivor, United States
    Hana Umeda, granddaughter of survivor, Warsaw.
    Jordan Silverstein, grandson of two survivors, Canada.
    Olivia Kraus, great-grandaughter of victims, granddaughter and daughter of family that fled Austria and Czechoslovakia. Lives in United States.
    Emily (Chisefsky) Alma, great granddaughter and great grandniece of victims in Bialystok, Poland, United States.
    Inbal Amin, great-granddaughter of a mother and son that escaped and related to plenty that didn’t, United States.
    Matteo Luban, great-granddaughter of survivors, United States.

    Altri parenti di sopravvissuti

    Terri Ginsberg, niece of a survivor of the Nazi genocide, United States.
    Nathan Pollack, relative of Holocaust survivors and victims, United States.
    Marcy Winograd, relative of victims, United States.
    Rabbi Borukh Goldberg, relative of many victims, United States.
    Martin Davidson, great-nephew of victims who lived in the Netherlands, Spain.
    Miriam Pickens, relative of survivors, United States.
    Dorothy Werner, spouse of survivor, United States.
    Hyman and Hazel Rochman, relatives of Holocaust victims, United States.
    Rich Siegel, cousin of victims who were rounded up and shot in town square of Czestochowa, Poland. Now lives in United States.
    Ignacio Israel Cruz-Lara, relative of survivor, Mexico.
    Debra Stuckgold, relative of survivors, United States.
    Joel Kovel, relatives killed at Babi Yar, United States.
    Carol Krauthamer Smith, niece of survivors of the Nazi genocide, United States.
    Chandra Ahuva Hauptman, relatives from grandfather’s family died in Lodz ghetto, one survivor cousin and many deceased from Auschwitz, United States.
    Shelly Weiss, relative of Holocaust victims, United States.
    Carol Sanders, niece and cousin of victims of Holocaust in Poland, United States.
    Sandra Rosen, great-niece and cousin of survivors, United States.
    Raquel Hiller, relative of victims in Poland. Now lives in Mexico.
    Alex Kantrowitz, most of father’s family murdered Nesvizh, Belarus 1941. Lives in United States.
    Michael Steven Smith, many relatives were killed in Hungary. Lives in United States.
    Linda Moore, relative of survivors and victims, United States.
    Juliet VanEenwyk, niece and cousin of Hungarian survivors, United States.
    Anya Achtenberg, grand niece, niece, cousin of victims tortured and murdered in Ukraine. Lives in United States.
    Betsy Wolf-Graves, great niece of uncle who shot himself as he was about to be arrested by Nazis, United States.
    Abecassis Pierre, grand-uncle died in concentration camp, France.
    Robert Rosenthal, great-nephew and cousin of survivors from Poland. Lives in United States.
    Régine Bohar, relative of victims sent to Auschwitz, Canada.
    Denise Rickles, relative of survivors and victims in Poland. Lives in United States.
    Louis Hirsch, relative of victims, United States.
    Concepción Marcos, relative of victim, Spain.
    George Sved, relative of victim, Spain.
    Judith Berlowitz, relative of victims and survivors, United States.
    Rebecca Sturgeon, descendant of Holocaust survivor from Amsterdam. Lives in UK.
    Justin Levy, relative of victims and survivors, Ireland.
    Sam Semoff, relative of survivors and victims, UK.
    Karen Malpede, Spouse of hidden child who then fled Germany. United States
    Michel Euvrard, husband of Holocaust survivor, France.

    Fonte: International Jewish Anti-Zionist Network

  27. …ciò che non capisco é come si possa in Israele celebrare la giornata in ricordo dei “Giusti”, cioè di coloro che, pur non essendo Ebrei, durante le persecuzioni naziste, si sono spesi, rischiando la propria vita, per salvare quella di molti, issare ora la bandiera del Paese Ingiusto per eccellenza…Al contrario gli Ebrei che, come si ricorda nella segnalazione, hanno firmato la condanna contro il genocidio dei Palestinesi e l’occupazione del loro territorio, sono in linea con la Vera Storia del Popolo Ebreo…

  28. SEGNALAZIONE: Aldo Giannuli, Israele sta facendo un genocidio?

    da http://www.aldogiannuli.it/2014/08/genocidio-israele-palestina/

    Fra quanti sostengono la causa palestinese è molto in voga l’idea che Israele stia compiendo il genocidio del popolo palestinese: per piacere non diciamo fesserie. Un genocidio è cosa diversa da una strage, molto diversa prima di tutto sul piano dei numeri: un massacro conta centinaia, a volte migliaia di vittime, un genocidio milioni. Mi pare che faccia qualche differenza e che, su questo piano, i numeri abbiano una loro importanza. Non è un caso che i negazionisti tendono soprattutto a contestare i numeri della persecuzione nazista, perché se le vittime fossero state due o trecento mila o anche un milione, difficilmente si sarebbe potuto parlare di “sterminio del popolo ebraico in Europa”. Vice versa, questa espressione acquista pienamente senso proprio perché le vittime sono state diversi milioni. Ma, qualcuno obietta, le migliaia di morti dei massacri tengono conto solo dei morti in azioni di guerra, ma non di quelli causati dagli stenti prodotti dalla mancanza di cibo e medicine, talvolta prodotta dalle odiose misure di assedio degli israeliani o delle condizioni di vita in cui sono costretti i palestinesi.

    E’ verissimo che l’esercito di Tel Aviv troppo spesso adotta disposizioni che producono penurie alimentari o sanitare che spingono le condizioni di vita al limite della sussistenza, ma non sono tali da provocare (almeno sin qui) epidemie e carestie, anche se la vita è molto stentata. Così come è vero che, i palestinesi sono costretti in condizioni di vita a dir poco assai precarie e che sono spesso vittime di uno stillicidio di ordini vessatori, ma anche questo non significa che sia in atto un genocidio (neppure “a rate” come qualcuno sostiene).

    E a dimostrarlo c’è il fatto che la popolazione palestinese, nei 40 anni seguiti alla guerra dei sei giorni, non solo non è diminuita, ma cresce a ritmo anche maggiore di quella israeliana. Come qualsiasi osservatore sa, il timore maggiore di Israele è proprio questo differenziale demografico che, appunto, esclude che sia in atto alcun genocidio. Voi l’avete mai visto un genocidio in cui la popolazione che si vorrebbe sterminare cresce invece di scomparire?

    Per cui, per cortesia, piantiamola con questa scemenza del genocidio che ha effetti assolutamente controproducenti ai fini del riconoscimento dei diritti dei palestinesi, perché fornisce uno straordinario argomento propagandistico agli oltranzisti filoisraeliani, che subito gridano all’antisemitismo. Le parole vanno usate con grande cautela evitando abusi che le svuotino di significato: parlare di genocidio palestinese, per esempio, ha l’effetto controintuitivo di favorire la propaganda negazionista dei nostalgici di Hitler, relativizzando il grande crimine del nazismo. Dunque, impariamo a pesare le parole prima di usarle.

    Di conseguenza viene meno anche un altro argomento propagandistico come quello di ritorcere contro Israele l’accusa di nazismo. A volte l’esercito israeliano ricorre a tecniche di contro guerriglia che ricordano sinistramente le rappresaglie naziste (anche se, va detto, che la prassi ignobile delle rappresaglie non fu una esclusiva dei tedeschi, ma vi fecero ricorso anche altri eserciti). In un articolo precedente sull’attacco a Gaza ho scritto che la logica era quella di prendere in ostaggio la popolazione civile per isolare la guerriglia ed ho commentato testualmente:

    “Mi pesa scriverlo, ma è una logica da Marzabotto ed è rivoltante vedere i figli ed i nipoti delle vittime di Auschwitz adottare la logica dei loro persecutori. Ed avere gli stessi risultati di chi li ha preceduti, perché, alla fine, la popolazione riconosce il proprio nemico nell’esercito aggressore”.

    Confermo: è insopportabile vedere l’esercito degli eredi delle vittime, fare propria la logica dei persecutori, ma, appunto, se Israele fosse nazista, questo comportamento sarebbe ovvio e non ci sarebbe alcuna contraddizione stridente, questa sorge proprio dal fatto che Israele è una democrazia, per quanto imperfetta e retta sul paradosso di negare agli altri i diritti che riserva a sé stessa.

    Il richiamo al termine di paragone nazista deve servire per indurre le comunità ebraiche ed i sostenitori tutti di Israele a meditare sul peso morale di certi comportamenti, non per sostenere che Israele è nazista; se volete una “terapia d’urto” per risvegliare il senso etico obnubilato dalla logica di guerra. In questo senso ho firmato un appello che termina con la richiesta di una “Norimberga per Israele” (ovviamente da intendersi come processo per crimini di guerra ai responsabili politici e militari dei massacri in corso).

    Questo conflitto è molto particolare: non è la riedizione della seconda guerra mondiale, nella quale ci si poteva (e doveva) schierare senza riserve o ambiguità contro l’Asse, che rappresentava il male da battere. Qui le cose non stanno in questo modo: qui nessuno dei due è “il male da vincere”, non c’è un nemico da battere ed una parte da portare alla vittoria sull’altra. Qui entrambi i contendenti hanno diritto ad esistere e ragioni da far valere ed il nostro compito non è quello di fare il tifo per uno dei due, come se assistessimo ad uno scontro fra gladiatori, ma operare per una pace con giustizia, nella quale entrambi i popoli trovino adeguato riconoscimento dei propri diritti.

    I palestinesi hanno diritto alla terra e all’autodeterminazione, gli israeliani hanno diritto alla sicurezza ed al riconoscimento del proprio Stato. Noi, soprattutto qui in Europa, abbiamo il dovere di concorrere alle condizioni per cui questa intesa possa avvenire. Ma per essere gli interpreti delle ragioni dell’uno verso l’altro, occorre un grande equilibro che implica, quando necessario, la denuncia di errori e crimini di ciascuno. Come ha detto una celebre scrittrice israeliana “additare le colpe del proprio paese è una forma di patriottismo”. Una delle cose più intollerabili della propaganda israeliana è l’uso strumentale del genocidio ebraico e la costante accusa di antisemitismo verso chiunque rivolga la benché minima critica a Israele. A parte il fatto che, con lo stesso metro, l’accusa di antisemitismo potrebbe essere ritorta contro gli israeliani, visto che anche i palestinesi sono semiti , è inaccettabile questa pretesa di “stato speciale” che deriverebbe dal ricordo di Auschwiz. Il genocidio ebraico è stato uno dei grandissimi crimini del Novecento, ma questo non autorizza Israele a fare le porcherie che sta facendo e non lo mette al riparo dalle proteste che merita.

    Allo stesso modo, però, anche i palestinesi devono capire che gli attentati sono un inutile spargimento di sangue, che serve solo a dare ad Israele l’alibi per i ricorrenti pestaggi che ci troviamo a denunciare. Basti il confronto fra il numero delle vittime delle due parti, per capire quanto sia stupidamente criminale questa politica di attentati che si risolve in una serie “punture di spillo”, che non spostano di un millimetro i rapporti di forza, ma esasperano il popolo israeliano invece di disporlo verso una politica di pace.

    I palestinesi sono vittime per un terzo della brutalità dell’esercito israeliano, ma per i due terzi dei propri errori politici: come nel 1948, quando, dando ascolto a quello spregevole figuro del gran Muftì di Gerusalemme, rifiutarono la federazione israelo-palestinese; come dal 1956 al 1973, quando riposero le loro speranze nelle armi degli eserciti arabi lasciandosi strumentalizzare dai rispettivi regimi che non esitarono a massacrarli (come in Giordania) quando lo trovarono conveniente; come alla fine degli anni settanta, quando rifiutarono le condizioni di Camp David; come nel 1991, quando si giocarono tutta la simpatia conquistata con l’intifada, applaudendo ai missili Scud di Saddam contro Israele; e potremmo proseguire.

    Israele probabilmente ha compiuto la maggior parte dei crimini in questa guerra, ma sicuramente i palestinesi hanno fatto la maggior parte degli errori politici.

    Per quel che mi riguarda, non mi sottraggo al compito di denunciare le colpe di Israele, pur dispiacendo a molti amici “politicamente corretti” anche di sinistra, che trovano troppo forti certe parole, ma non accetto minimamente né l’assimilazione dello stato ebraico al nazismo né di ritenere Israele un nemico da battere o, peggio, di negarne il diritto di Israele ad esistere. Soprattutto rifiuto una logica preventiva di schieramento: mi ritengo amico in egual misura del popolo israeliano e di quello palestinese, e proprio in quanto amico di entrambi, non mi sottraggo al dovere morale della critica di errori e crimini. Tacere le critiche che si ritengono giuste è il peggior tradimento che si possa fare ad un amico. Noto che i palestinesi sono i più deboli e, nella maggior parte dei casi, come questo, sono gli aggrediti, ma noto anche che anche gli israeliani subiscono aggressioni che, se sono meno forti militarmente, sono ugualmente deprecabili sul piano politico e morale. Poi continuo ad essere schierato per il riconoscimento dei diritti di ciascuno.

    Aldo Giannuli

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