Islam in decadenza?

islam 3

di Ezio Partesana

Io non ho particolari competenze sull’Islam, anzi, e neanche posso dire di essere uno studioso di geopolitica; però sono un filosofo e i filosofi a volte, tra le molte sciocchezze che sogliono dire, qualche cosa vedono. Così vi chiederei – chiederei a chi è più informato di me in queste cose – di spiegare e esprimere un giudizio, perché a me sembra che qualche segnale sia chiaro.
Sono domande, non affermazioni, e se ho pochi dubbi sulla fonte, moltissimi ce ne sono sulla interpretazione; e vado per punti, così che sia il più semplice possibile concordare o ribattere.
Le domande, anzi la domanda è questa: l’Islam – inteso come società e non solo come religione – è in crisi? E spiego perché ho questo dubbio in semplici sei (per il momento…) notazioni.
1) Il livello di conflittualità interno all’Islam ha raggiunto gradi particolarmente cruenti e senza alcuna seria iniziativa di unificazione. È inutile qui far l’elenco delle contrapposizioni violente tra sunniti, sciiti, etc. etc. ma battaglie, stragi, ricatti, colpi di stato e via dicendo sembrano essere all’ordine del giorno.
2) I tratti antimoderni (o antipostmoderni, o quel che vi pare…) dell’Islam appaiono acuirsi anziché scemare. Non sto dicendo, ovviamente, che la modernità sia il meglio possibile: ci sono cose “antimoderne” che sono sacrosante, ma altre lo sono meno. Ma qualunque fonte statistica si voglia scegliere, gli indici di scolarità, salute pubblica, democrazia, libertà di opinione, parità delle minoranze, mortalità infantile, parità di genere, etc. etc. mostra una debolezza strutturale degli stati islamici che, credo, sia molto preoccupante. Naturalmente questo dipende in parte dalla “storia coloniale” (e nostra responsabilità) su quelle terre, ma è tutto qui?
3) I paesi islamici sono esportatori di mano d’opera e importatori di tecnologia (anche militare), con la significativa eccezione delle monarchie petrolifere del Golfo persico. Da che mondo è mondo, questo non è un buon segno.
4) Pakistan e Indonesia sono gli unici due paesi mussulmani, di una certa mole, che non hanno una economia basata sul petrolio, per il resto la dipendenza dalle esportazioni di greggio (che è la controfaccia della dipendenza dell’Occidente dalle importazioni di petrolio) appare largamente dominante. Nessun serio sforzo è stato fatto per modificare questa situazione, il che mi pare una scelta assai poco lungimirante.
5) Delicato parlare di religione o etica, ma mi pare sia fuori discussione si stia assistendo a una radicalizzazione dell’Islam religioso anche in paesi (come la Turchia) dove non parrebbe ci sia alcun vantaggio sociale o politico o economico nel perseguire forme di “fondamentalismo”. E di nuovo, rileggendo un po’ di storia, spesso questo è stato un segno di “arrocamento”, più che di forza.
6) Ultimo punto: l’anticapitalismo. A partire dagli anni Sessanta, molti paesi islamici, e molti movimenti islamici, avevano se non una matrice certo una forte componente anticapitalista. Basti pensare all’Egitto, alla Siria o all’Olp. Oggi, mi pare di poter dire, che la cooptazione capitalista dei paesi o dei movimenti islamici sia completa, e che quella spinta (quali che fossero i motivi, non sempre ideali, per i quali era attiva) si sia quasi completamente esaurita.

Ecco, mi pare che nella mia confusione ci sia materia di che discutere, anche se più di tutto ci sarebbe da ascoltare chi fosse più addentro a queste vicende.

112 pensieri su “Islam in decadenza?

  1. Anche io senza particolari competenze, ma avendo provato ad approfondire alcune questioni, mi permetto alcune considerazioni.
    Intanto premetti di volere parlare della società islamica e non della religione (se mai fosse posibile fare una divisione così netta, io non credo) ma poi nel primo punto affronti una divisione che è esclusivamente religiosa. Il conflitto tra sunniti e sciiti esiste da sempre, non penso a questo si possa imputare l’ipotesi di una decadenza odierna. Mi preocuperei di più, per esempio, di come questo “conflitto” interno sia stato usato dall’occidente, indicando sino a poco tempo fa l’Iran come il nemico assoluto e il paese capo dell’Asse del Male, appoggiando allo stesso tempo le rivolte (sunnite) arabe, per poi ritrovarsi a sperare in un aiuto sciita iraniano nel contrastare l’integralismo sunnita in Siria o in Iraq. E’ vero che negli ultimi anni c’è stato un discreto movimento di potere nei paesi arabi (e arabi non vuol dire relativi a tutto il mondo islamico), ma anche qui, secondo me sottovaluti l’importanza occidentale nella gestione delle varie rivoluzioni, riuscite o meno, ma qui si entra in un altro campo, e la cosa si farebbe troppo lunga, come sai io sono un po’ complottista.
    Per quanto riguarda i tratti “antimoderni”, il tuo mi sembra un discorso un po’ “occidentalocentrico” e assolutista. Io qui invece che dare la colpa al colonialismo (che tante altre ne ha). Siamo diversi, abbiamo valori, storia, cultura, riferimenti diversi. Valutarli con le lenti della nostra cultura porta solo ad uno scontro di identità. Non direi che la società islamica sia in decadenza perchè si avvicina o tende ad avvicinarsi alle proprie radici e precetti (e prova su questo a separare la società dalla religione…) Possiamo dire che noi non siamo d’accordo, certo, ma uno yemenita ha lo stesso diritto di non concordare con i valori della nostra di società. Addentrarsi poi in discorsi economici sinceramente non mi sembra possa aiutare la tua ipotesi. La gestione finanziara occidentale, europea e americana, ha portato ad una gravissima crisi economica, nata molto in profondità non solo dei meccanismi economici, ma della società stessa, del voler spendere a tutti i costi soldi che non si hanno, grazie ad un sistema che ha capito che si potevano prestare soldi e poi rivendere i titoli spazzatura scaricando sulla società i costi delle speculazioni..mi sembra più questo un segno di società malata e decadente. La nostra.

  2. se fosse possibile da parte mia, e non lo è, fare un discorso che si riferisce ad altre e altri studiosi conoscitori del mondo islamico, per quel pochissimo che ne so avendo viaggiato i loro paesi, la radice antropologica del loro vivere è pacifico convivere con l’umanità intera
    (non proprio la nota del nostro porsi in rapporto con gli altri)
    questo so di un loro profondo senso di uguaglianza, di umana convivenza
    il resto, dio mi assista, sono i poteri che assoggettano, i nostri, i loro, che mobilitano e schierano, che avvelenano le anime, le nostre e le loro, occorre ragionare in termini di conflitti interni-esterni: non di culture che sono, ragionevolmente, tutte, pacifiche e aperte

  3. Mi ero ripromessa , e lo avevo proprio precisato direttamente al “filosofo” Ezio Partesana, di non intervenire più su suoi interventi/commenti, o addirittura articoli , come in questo caso. Ma, Ennio ne sa qualcosa delle mie promesse non mantenute in tal senso e, anche se proprio mi ripeto “boccaccia mia statte zitta”, anche questa volta combinerò un bel frittatone. Spero però piano piano -e magari vista anche la garnde intelligenza che presumo sostenga la persona di nome Ezio- che riesca a presentare non a me in quanto individuo, ma a noi che lo leggiamo ripetutamente s u questo tema e analoghi, il perché smontando il pregiudizio che mi sto facendo sulla sua persona, in quanto ” ossessionato” , come vuole esattamente l’amico (“terrorista”) del nemico ( terrorista legalizzato, ergo NATO), che è poi precisamente questa invenzione che è nella parola ISLAM (e figuriamoci quanto e di piu in tutti i suoi derivati fino all’ISIS)

  4. p.s.: si veda sull’ultimo numero, 111, di Via Dogana, l’articolo di Aicha el Hajjami , ricercatrice e studiosa dell’islam, marocchina: “A proposito del sedicente Stato islamico (o Isis)”

  5. Inoltre:
    Perché abbiamo sempre bisogno di analizzare il nemico fuori di noi, quando è dentro noi stessi? sia sul piano esistenziale che sul piano politico, valgono le stesse regole , sul quale sguazza il potere vuoi del super io, vuoi dellla supercupola e subcupole.

  6. e ancora:

    ..visto che non siamo in un talk show, e considerato che possiamo escludere un nostro apprezzamento per i tuttologi dell’era mediatica, pongo a mia volta una sola domanda, anche se buttata di getto e di veste molteplice:

    è utile porsi queste domande dell’articolo di Partesana nell’assenza di altre due almeno almeno, preliminari o al massimo conclusive? e, queste, quali sarebbero? per esempio potrebbero essere:

    1

    – il mondo “arabo”, con le sue diverse popolazioni, correnti, zone geografiche, religioni, storie e storia, quanto e come è diventato il desideratissimo “nemico” fin dalla parola “ISLAM”, grazie ai decenni su decenni dell’ultimo secolo del milennio precedente, di imperialismo prima inglese e poi a stelle e strisce, passato e ripassato e ridrogato e ridronato, da terre meramente geostrategiche ( vedi pakistan) , a terre più che geostrategiche, cioè piene zeppe di risorse naturali?

    1.1

    quanto è stato infiltrato e corrotto (tanto come il nostro spazio o quello un po’ piu vasto della mitica colonia europa) il mitico nemico, in tutte le sue forme militari, politiche a tutto vantaggio dell’impero e di alcuni suoi servi, fra i quali anche le petromonarchie, in un rapporto di servitù reciproca ?

    2

    quanto e come funziona il mondo, da sempre, sul terrore?( ergo sono d’accordissimo con le considerazioni di Cristiana Fisher)Cosa non si fa per costruirlo a tavolino e innestarlo, piano industriale su piano industriale, caos su caos, ordine su ordine, nelle terre e nei tempi opportune?

    e poi..le domande poste OGGI da Partesana sarebbero le stesse prima dell’ultimo baluardo o spartiacque , dal vecchio al nuovo millennio, avvenuto con il noto crollo delle Torri Gemelle? e ancora: che importanza avrebbe porsi questa domanda ? dare le risposte a una determinata progettazione o meno del crollo, programmato a tavolino o meno, come alcune prove inconfutabili dimostrerebbero, avrebbero peso? Ne avrebbero vista la svolta “occidentale” e pertanto democratica per default, che ne è derivata, visto che viviamo nel mondo migliore possibile (anche secondo Partesana)…. come si fa a sospendere o congelare domande sugli assalti predatori ultra fantascientifici, avvenuti dopo la mitica data dell’11 settembre, costata la vita a migliaia di innocenti ai quali ne sono seguiti chissa quanti e quali torture! vittime sacrificali che secondo certe ipotesi sono state offerte al dio della guerra, dagli stessi loro fratelli . Sepolti , morti e rimorti stecchiti da miliardi di palle su palle da quell'”evento” e a macchia di leopardo prede e predatori, dall’iraq all’afghanistan, dalla libia alla siria (consolidando nel mentre tutte le altre dalla somalia al sud sudan e l’ucraina, fino ovviamente al terrorismo “islamico” in Russia, che è meglio tenere in continua tensione; quei cattivoni dei russi se lo meritano nel caso in cui la nato e l’europa non bastassero… e giusto quel tanto per non far mancare nulla a certi competitors del mega mercato delle energie e dei conflitti a bassa densità,cosa si fa e non si fa per la grande torta delle enrgie, fra il gas di scisto a stelle e strisce e il vecchio e caro oro nero degli emirati fino alle sette e piu sorelle….quante domande si nascondono dietro quelle esposte da Partesana? quanti nemici? quante decadenze o pseudodecadenze? quante maschere? fuori o dentro?

  7. Non credo sia giusto screditare il tono interrogativo dello scritto di Ezio Partesana. Non credo che, fingendo di non avere competenze né sull’Islam né sulla geopolitica, il suo post voglia nascondere precise tesi già presenti nella sua mente. Direi che bisogna prenderlo sul serio.
    Il titolo è paradossale e provocatorio. Perché le notizie che ci arrivano fanno pensare ad un’aggressività dinamica ( turbolenta, cruenta) di almeno in alcune correnti ( quelle fondamentaliste) dell’Islam « inteso come società e non solo come religione».
    Non mi pare, però, che l’alto livello di «conflittualità interno all’Islam» sia necessariamente e automaticamente indice sicuro di una sua debolezza. È indice, credo, di una crisi. Che di solito ha evidenti aspetti distruttivi («battaglie, stragi, ricatti, colpi di stato») ma PUO’ avere anche aspetti di rinnovamento, non subito visibili e non necessariamente per tutti dannosi. (Potrebbero non esserlo per le élites o la parte che risponde o promuove il conflitto).
    Per analogia penso alla rottura dell’universalismo cristiano nell’Europa del Cinquecento con la nascita (altro che conflittuale, avendo a lungo le guerre di religione insanguinato l’Europa!) dei movimenti protestanti ( da Lutero a Muntzer agli anabattisti, ecc).
    Veniva meno un mondo, ne emergeva un altro. Migliore o peggiore?: è altra questione.
    Noi che abbiamo assaggiato la modernità sicuramente siamo più che respinti dai tratti “antimoderni” presenti in questi conflitti (a sfondo in apparenza religioso, direi) che dilaniano l’attuale mondo arabo.
    Ma dobbiamo tener presente che essi mettono ulteriormente in discussione la nostra stessa storia e in tutte le sue diverse declinazioni (cristiano-moderniste, laiche e moderne e illuministe e marxiste).
    Ulteriormente perché già noi stessi, e per conto nostro, abbiamo dovuto metterla in discussione. Chi dal ’56, chi dal ’68-’69, chi dal 1989…
    E credo sia miope pronunciarsi su quella d’altri, senza tener conto appunto della nostra.
    Ad es. fino a che punto è giusto mettere sul piatto della bilancia a sfavore di questi movimenti « gli indici di scolarità, salute pubblica, democrazia, libertà di opinione, parità delle minoranze, mortalità infantile, parità di genere, etc. etc»?
    E fino a che punto possiamo confrontare la loro “antimodernità”, che a noi fa rabbrividire, con una nostra modernità, come se questa fosse ancora valore solido, acquisito, duraturo e in continua espansione?
    E qui per me va considerata attentamente la questione della «componente anticapitalistica».
    Mi pare che nello scritto di Ezio ci sia una sorta di nostalgia dell’anticapitalismo d’antan anni Sessanta. Quello sembrerebbe essere ancora il metro di giudizio per valutare gli eventi d’oggi.
    Eppure la difficoltà di pensare e pronunciarsi sul tema proposto, oltre che dalla scarsa competenza su una religione (l’Islam) rimasta abbastanza estranea alla nostra cultura o sulle questioni geopolitiche, dipende proprio dal tracollo o esaurimento di un punto di vista anticapitalista non generico ma solido, come era parso essere quello marxista, che è stato fino a tempi recenti per molti di noi la vera cornice di lettura della storia e delle vicende mondiali. Ammesso, dunque, che «la cooptazione capitalista dei paesi o dei movimenti islamici sia completa» (che, dunque, come vorrebbero alcuni, essi siano egemonizzati e manovrati in toto come semplici pedine o quasi da potentissime lobby occidentali, iscrivibili ancora nel concetto di ‘capitalismo’), da quale punto di vista riusciamo oggi a pensare questi conflitti?
    Questo mi pare il vero problema irrisolto e il punto non chiarito nell’interrogazione di Ezio.

    Non è che abbia io la risposta. Vorrei però attirare la vostra attenzione su una riflessione, che a me pare contigua a questa, che parte da altre premesse e che però tocca proprio la questione dell’esaurimento della spinta anticapitalistica ( e marxista) e potrebbe aiutare a completare, se fosse possibile, l’interrogazione di Ezio. Spostandola, penso, dall’oggetto (Islam) al soggetto interrogante.
    In un articolo del 15 dicembre scorso, che è anche una ricostruzione storico-teorica del concetto di internazionalismo, G. La Grassa qualifica questo, che è stato concetto guida per il nostro modo di leggere i conflitti a livello mondiale, come «una delle grandi “illusioni”» da cui liberarsi (Cfr. http://www.conflittiestrategie.it/linternazionalismo-illusorio-di-glg-14-dicembre-14).
    Non potendo ora discuterlo, stralcio alcuni passaggi che contengono elementi di critica alla “nostra storia”; e che mi paiono da tener presente nella discussione di questo post di Partesana, anche se non si condividesse la conclusione/proposta di La Grassa («il principio dell’autonomia nazionale di dati paesi»):

    1.
    E’ ovviamente assai interessante constatare come il comunismo, nato dalla frattura con la socialdemocrazia all’epoca della prima guerra mondiale per ergersi in difesa dell’illusorio internazionalismo proletario, sia stato proprio quello che più di ogni altro, alla fine, è divenuto in almeno uno dei paesi del capitalismo avanzato il partito politico di riferimento [il PCI ,ndr] dei settori industriali favorevoli alla semplice complementarietà con il sistema economico e politico predominante (statunitense appunto).

    2.
    Ricordo brevemente due episodi di ulteriore dimostrazione di come l’internazionalismo operaio non abbia mai funzionato. Innanzitutto, durante l’aggressione degli Usa al Vietnam, i “lavoratori” statunitensi furono duramente contrari alle manifestazioni studentesche contro la guerra. Difficilmente, si poteva manifestare favore reale, almeno da parte di quelli che la pensavano come me, nei confronti degli studenti. Non credo fossero accettabili le fesserie sessantottarde di quei tempi del tipo: “facciamo l’amore e non la guerra”, “mettiamo i fiori nei nostri cannoni”, ecc. Tuttavia, ci furono opposizioni più nette e precise, che si saldavano anche con la critica al sistema capitalistico, all’imperialismo. In ogni caso, non si può negare che l’attacco al movimento studentesco da parte di quello operaio negli Usa (e non solo del resto) nasceva proprio da una adesione di quest’ultimo al sistema che garantiva discreti livelli di vita; e la solidarietà “internazionale” fra “oppressi” non esisteva nemmeno in briciole.
    Tornando al movimento del ’68, è indubbio che una maggiore virulenza critica nei confronti del sistema sociale capitalistico vi fu soprattutto in Europa e in modo particolare in Italia, dove fu forte pure la contestazione dell’atteggiamento “morbido” e opportunista del PCI. Non ci furono però mai posizioni veramente consapevoli di adeguata critica alla politica detta con terminologia vaga imperialistica. Si è sempre confuso l’imperialismo con il colonialismo, sia pure nella versione “neo” tipica del capitalismo Usa, un capitalismo assai diverso da quello borghese del vecchio colonialismo.

    3.
    Dopo la seconda guerra mondiale, nel mondo bipolare affermatosi, mai si capì che la subordinazione dei paesi detti sottosviluppati al centro capitalistico Usa – che via via distrusse il vecchio colonialismo anglo-francese assoggettando i paesi già colonizzati alla propria predominante influenza – non era, per lo meno non prevalentemente, ciò che si è invece sempre pensato: una forma di sfruttamento neocoloniale di quei paesi. In realtà, l’azione Usa mirava in modo del tutto speciale ad una dislocazione delle forze con radicale ridiscussione delle sfere d’influenza in vista dell’affrontamento con il polo, erroneamente definito “socialismo” (errore commesso sia da coloro che lo dirigevano o appoggiavano sia da coloro che lo combattevano), che infine fu sconfitto nel 1989-91. Siamo andati avanti per decenni e decenni in questa obnubilazione ideologica completa

    4.
    In ogni caso, la lotta antimperialista è stata confusa e intrecciata con la presunta liberazione dei paesi “neocolonizzati” (presunti tali) dallo sfruttamento del paese capitalistico centrale. Si arrivò all’assurdità, da parte di alcuni marxisti affetti da una degenerazione teorica perfino incredibile, di ritenere che, se i paesi del cosiddetto Terzo Mondo si fossero affrancati da questo presunto sfruttamento, il sistema capitalistico del primo mondo sarebbe crollato.

    5.
    Il bipolarismo è caduto; il che, a mio avviso, è tutto sommato positivo, altrimenti saremmo rimasti cristallizzati per chissà quanto tempo ancora. La Russia è però molto più debole dell’URSS e quindi non può troppo impensierire gli Usa. Quanto agli altri paesi del presunto BRICS, ivi compresa la sopravvalutata Cina, hanno ancora da “mangiare un bel po’ di pappa” prima di rappresentare dei veri antagonisti degli americani. Tuttavia, insisto nel dire che il multipolarismo (meglio forse dire ormai multilateralismo) è in marcia. E dobbiamo orientarci nella critica e un domani, qualora fosse possibile, nella lotta per favorire tale processo e contribuire all’indebolimento della supremazia statunitense. Non dobbiamo più appoggiare eventuali lotte del lavoro salariato? Ci mancherebbe altro; l’importante è però la consapevolezza che si tratta solo di conflitti per la redistribuzione del prodotto sociale, per difendersi dal consistente arretramento delle condizioni di vita e di lavoro.
    La contraddizione principale – sulla quale sviluppare tuttavia la ben nota contrapposizione con il nemico, valutando tatticamente tutte le “alleanze” possibili – deve tuttavia svilupparsi sul piano della politica estera. E tale contraddizione, che esige azione pratica ma anche una revisione storico-teorica assai consistente di quanto pensato e perseguito nei cento e passa anni precedenti, deve in questa fase riafferrare il principio dell’autonomia nazionale di dati paesi, in particolare in Europa, dove la UE si è formata, e si vorrebbe continuare a svilupparla, soltanto in quanto capace di azioni di fatto complementari rispetto a quelle degli Stati Uniti, di cui ci si rende complici e succubi.

    In conclusione, a me pare che la discussione non debba restringersi all’aspetto religioso, ma debba appunto indagare sui «poteri che assoggettano, i nostri, i loro, che mobilitano e schierano, che avvelenano le anime, le nostre e le loro» (Fischer). E facendo anche attenzione ai cortocircuiti semplificatori. Ad es. quello che mi pare di cogliere nella domanda di ro:«Perché abbiamo sempre bisogno di analizzare il nemico fuori di noi, quando è dentro noi stessi?». No, non si possono assimilare o equiparare o addirittura confondere i due piani. E soprattutto non ci si può fermare a una definizione metaforica e generalissima di ‘nemico’ (e di ‘amico’). E nemmeno, credo, immaginarselo come un “Grande Fratello” che tutto programma a tavolino e tutto, proprio tutto, controlla.

    1. ciao Ennio, permettimi di precisare ciò che intedevo e che ho scritto anche …non deve interessare se certe azioni vengono programmate a tavolino o meno…importante è riodirnare il caos, chiamalo cavalcare la tigre, chiamalo cogliere la minaccia trasformandola in opportunità , chiamala come vuoi, ma anche se alcuni luoghi è indubbio che sono perfettamente “militarizzati” o controllati (vedi lo spazio ufficiale della distribuzione dell’informazione e della cultura, oppure altri spazi ben strategici come la produzione di beni e servizi ad alta tecnologia etc etc) il punto cruciale è la lotta fino all’ultimo goccio e fino all’ultimo uomo, per salire nel grande carro delle energie e delle loro rotte… amici e nemici, alleati e non alleati, scambi e ricambi di gruppi o elites, di volta in volta aggregandosi con lex nemico o il nuovo amico. Da qui, tutti gli altri carretti annessi e connessi, di cui il primo è l’apparato militare- industriale, con tutte le sue quote di mercato, legali e illegali ( comprese quelle degli scambi con l'”islam”) , iper controllate, altrimenti come lo terresti, in guerra permamente (ergo accumulo di potere, bipolare, multipolare o multilaterale), il pianetuccio? Il capitalismo borghese certo non bastava, l’iperliberismo ce l’ha fatta, in barba a tutte le iper ideologie, internazionalismo rosso compreso.

  8. Il dominio dei mercati è dominio delle popolazioni: se la mettiamo in questi termini dobbiamo ammettere che l’Islam rappresenta un freno alla nefasta influenza totalizzante dell’occidente. La preoccupazione di Partesana a me sembra giustificata. Non so dire però se ci sia o meno un declino del medio oriente; probabilmente se si indebolisce il confronto commerciale, poniamo nel caso di un lento calo di interesse per le risorse petrolifere, questo potrebbe accadere. La ricerca di risorse alternative sembra ormai un fatto assodato e in ampia crescita. In questo caso è presumibile che si passi alla sola questione culturale: in questo caso sarebbe quanto meno necessaria una revisione dei poteri religiosi in Islam.

  9. La revisione dei poteri religiosi è già in atto, su larga scala, in tutti i paesi occidentali nei quali si trova a vivere gran parte della popolazione islamica. Fuori dall’Islam il musulmanesimo è una religione come qualsiasi altra, si sposta cioè dal piano dei doveri a quello delle libertà. E questo a me non sembra un fatto di secondaria importanza, i cui benefici non tarderanno a farsi sentire anche tra la popolazione occidentale. Qui da noi movimenti come la Lega sono di ostacolo allo sviluppo del principio di libertà, principio che sappiamo può avere contenuti che vanno ben oltre la questione islamica.

    1. Cito: “in tutti i paesi occidentali nei quali si trova a vivere gran parte della popolazione islamica”.
      Vuole spiegare per cortesia? Perché la gran parte della gente islamica da per tutto vive tranne che nei paesi occidentali… forse non ho capito…

          1. Avevo capito bene allora: la stragrande maggioranza dei mussulmani vive in paesi più o meno islamici, mentre una diciamo corposa minoranza in paesi diversi. Forse lei si è spiegato male….

  10. Non per distrarre dal tema proposto, ma pensavo che a qualcuno potesse venire in mente anche la domanda “Cattolicesimo in decadenza?” e questo articolo (qui uno stralcio parziale), a cui sono stato rimandato da una mail di un amico, apre squarci impensati su proteste che ignoravo. E poi sotto Natale…[E.A.]

    SEGNALAZIONE: STATI UNITI Nel Cuore del superpotere globale

    Il movimento attivista cattolico per la pace negli USA: un numero sempre più ampio di credenti coinvolto in azioni nonviolente.
    Thomas Michel, S. J.
    (DA http://www.mosaicodipace.it/mosaico/a/4286.html)

    Il 28 gennaio 2004, ventidue cittadini statunitensi sono stati condannati alla reclusione e al pagamento di un’ammenda, fino a 1000 dollari, per atti nonviolenti di disobbedienza civile, per aver protestato contro la famigerata School of the Americas (Scuola delle Americhe) a Fort Benning, in Georgia. Erano tra gli oltre diecimila Americani, radunatisi dinanzi alla Scuola nel novembre 2003, per chiedere la chiusura dell’istituto che dal 1948 addestra le forze di sicurezza latinoamericane alla tortura, all’assassinio, al sequestro e all’estorsione. Tra i dimostranti, arrestati appena entrati nella proprietà scolastica, una suora cattolica, un prete francescano, quattro gesuiti, un pastore presbiteriano, un prete diocesano cattolico, due quaccheri, uno studente della facoltà di teologia, un vigile del fuoco di New York City, un candidato al Premio Nobel per la pace e diversi attivisti per i diritti umani.
    Nel febbraio del 2004, uno degli arrestati, Fr. Joe Mulligan, S.J., ha iniziato uno sciopero della fame, con la sola assunzione di liquidi, per richiamare l’attenzione sulla complicità del governo degli Stati Uniti negli abusi dei diritti civili in vari Paesi dell’America latina.
    (c) http://dianelent.com Il 25 luglio 2003, tre sorelle domenicane, Jacqueline Hudson, Ardeth Platte e Carol Gilbert, sono state condannate a due quattro anni di reclusione dal tribunale federale di Denver per sabotaggio, dopo aver simbolicamente “disarmato” un silos missilistico nucleare in Colorado (cfr. Mosaico di pace, ottobre 2003). Le sorelle di 69, 67 e 56 anni, sono state dichiarate colpevoli di sabotaggio di pubblica proprietà, per aver svelato il sito del missile strategico Minuteman III da 330 kiloton, un missile balistico intercontinentale dotato di testata nucleare venti volte superiore a quella della bomba atomica che rase al suolo Hiroshima. Le sorelle hanno trovato quest’arma di distruzione di massa in stato di massima allerta a Greeley, in Colorado, pronta a essere sganciata entro 15 minuti dall’ordine del Presidente. Le suore hanno segnato con il proprio sangue il luogo con sei croci e hanno martellato la botola del silo come atto simbolico di disarmo. È ora in circolazione una petizione per il rilascio delle sorelle.
    Il 23 giugno 2003, il Dipartimento di Giustizia statunitense ha imposto un’ammenda di 20.000 dollari all’associazione cristiana pacifista, Voices in the Wilderness (Voci nel deserto), per aver fornito medicinali alla popolazione irachena. Nei sette anni antecedenti la guerra in Iraq l’associazione ha inviato in Iraq più di sessantacinque delegazioni composte da insegnanti, ecclesiastici, veterani, personale sanitario professionista e assistenti sociali. Sfidando le sanzioni essi hanno portato illegalmente medicinali alla popolazione irachena rifiutando l’“autorità del Presidente […] di regolare o proibire, direttamente o indirettamente, donazioni di beni quali generi alimentari, vestiti e medicinali, intesi a essere utilizzati per alleviare le sofferenze umane”. Kathy Kelly, una laica cattolica con laurea in teologia e fondatrice di Voices in the Wilderness, candidata per tre volte al Premio Nobel per la Pace, è stata condannata a tre anni di reclusione. Nel febbraio 2004 il Dipartimento di Giustizia del Procuratore generale John Ashcroft ha fatto richiesta al tribunale federale di bandire il processo e imporre direttamente un’ammenda di 20.000 dollari. Oltre 14.000 statunitensi hanno firmato una petizione in favore di Voices in the Wilderness.

    Voce della coscienza
    Questi esempi recenti evidenziano che la tradizione dell’attivismo per la pace è viva e funge da voce della coscienza per l’“isolata superpotenza” mondiale. È sorprendente notare come molte delle persone coinvolte in proteste nonviolente e una considerevole percentuale delle persone arrestate, processate e condannate, siano laici, suore e preti cattolici. Sebbene non si possa dire che la Chiesa cattolica americana nella sua interezza sia divenuta una “Chiesa di pace”, sono poche le famiglie cattoliche praticanti che non abbiano almeno un membro, amico o coparrocchiano coinvolto in qualche modo nelle proteste.

    (

  11. Era prevedibile che alle mie domande la maggior parte delle risposte fosse critica e in qualche misura me lo aspettavo. Tuttavia vorrei comunque disinnescare le obiezioni di fondo, sia perché l’argomento merita d’esser preso sul serio, sia per diminuire il contenuto polemico della discussione.
    Le obiezioni di fondo che mi sono mosse sono di due ordini: la eventuale “decadenza” dell’Islam sarebbe semmai da attribuire a nostre (nostre e cioè l’Occidente, l’Imperialismo, la Cia, il Petrolio o quanto altro) responsabilità e, seconda obiezione cruciale, se l’Islam affronta un periodo critico dalle altri parti va ancora peggio.
    Alla prima tesi rispondo solo che le responsabilità occidentali c’erano anche prima di oggi, quando i paesi islamici avevano leader di prestigio e agivano come potenza locale seria e importante. Basta citare l’Egitto e il Canale di Suez o la Libia di Gheddafi? O il ruolo dei paesi arabi tra gli allora chiamati “Non allineati”? Va benissimo allora ribadire che ci sono state e ci sono tutt’ora pesanti responsabilità terze su questa presunta crisi, ma la domanda resta: perché ora sì e allora no?
    La seconda obiezione contiene invece un vero e proprio errore logico, perché dal fatto che uno ritenga di poter evidenziare elementi di crisi in una struttura non ne consegue affatto che allora altre strutture siano migliori, più sane o anche solo preferibili. Sarebbe come se io indicassi una crisi nel Pd e mi si rispondesse che allora sono per Forza Italia, o una crisi nei Sindacati di base e allora mi si rispondesse che non è che Confindustria se la passi tanto bene. Non ha senso.
    Ma vengo ai contenuti. Tralascio di rispondere a “ro” e alla sua fantasiosa, diciamo così, sintassi. Le chiederei solo, ma fermamente, di voler rispettare la regola fondamentale di buona creanza in qualunque discussione: non far dire all’altro cose che non si è neppure sognato di pensare (dove mai, quando, avrei io detto che l’attuale è il migliore dei mondi possibili?).
    Sono molto perplesso davanti alla “difese” fondate sul relativismo culturale. Non che si debba pretendere chissà quale uniformità o peggio ancora esportare la democrazia. Però alcuni valori, la cura dei minori, l’istruzione, la libertà di parola e pensiero, la difesa del lavoro, una decente struttura sanitaria, un certo grado minimo di uguaglianza tra uomini e uomini e tra uomini e donne, e via dicendo, direi che hanno assai poco a che fare con questa o quella tradizione culturale e appartengono invece, seppure in forme diverse, a tutta la storia dell’umanità. Basta guardare, appunto, alla storia dell’Islam che, pur avendo una forte componente di conquista e espansione, è stato per molti tempo una culla di cultura e libertà individuali. Ebbene, oggi non è più così, o almeno io domanda se oggi sia ancora così, e dove. La differenza è una cosa, la reazione una altra. Non riesco a immaginare alcuna società progredire (in qualunque forma questa decida di farlo) basandosi sulla paura, sulla divisione e sulla assoluta fungibilità dell’essere umano.
    Così anche all’amico Ennio, che avanza il dubbio più sensato e cioè che non di “crisi” generale si tratti ma di una sorta di doglie per partorire una nuova forma, ricordo che quando questo accadeva nella nostra vituperatissima Europa, le mutazioni sociali erano già da gran tempo avvenute e la sistemazione della sovrastruttura (lo so che la parola farà ridere più di uno…) è seguita a queste, e non le ha affatto accompagnate o precedute. Se ci sono dei segni di un “Nuovo Islam” (che gli amici islamici mi perdonino se son così brutale nel dare un nome a cose loro) però, che le si designino e si racconti, per favore, quali sono e dove sono. Altrimenti che senso ha discutere i parametri che brevemente ho indicato? Quali altri mai dovremmo assumere?

    Ezio Partesana

  12. DA KASHAN-
    L’Iran non è solo una teocrazia ma un sistema di valori e di “comune decenza” che protegge ogni forma di culto religioso.Qui la religione di Stato è quella sciita (l’80 per cento circa della popolazione). Tuttavia chi dice “teocrazia” non afferma cancellazione degli altri culti religiosi bensì profondo rispetto del Sacro in tutte le sue forme.

    In Iran i musulmani sunniti – nonostante le divergenze teologiche con lo sciismo – sono perfettamente integrati sul piano politico e si diramano nelle varie fazioni parlamentari che concorrono alle elezioni. Gli armeni di rito cristiano-ortodosso invece, accolti a cavallo tra il 1600 e il 1700 dallo scià Abbas I a causa delle persecuzioni subite dall’Impero Ottomano, possono eleggere tre deputati e praticare liberamente il loro culto religioso. Così anche i zoroastriani sono (qualche centinaia in tutto il Paese) incredibilmente rappresentati da un parlamentare.

    Mentre gli ebrei, che sono presenti sul territorio da molto prima dei musulmani (fu lo scià persiano Ciro il Grande a liberarli dalla cattività babilonese) e che oggi rappresentano la più grande comunità ebraica nel Medio Oriente, dopo Israele ovviamente, sono riconosciuti come minoranza dalla Costituzione della Repubblica islamica a patto di rinunciare al proselitismo. Tuttavia possono praticare la religione dei padri, divenire cittadini iraniani, eleggere un loro deputato al Parlamento, avere scuole, asili, sinagoghe e godere di alcune deroghe dalla legge islamica.

    In Occidente queste realtà religiose non vengono raccontate. Si preferisce uno stupido conformismo che vede una riproduzione storica delle Crociate, con l’asse americano-sionista, che fa da rappresentante illegittimo della cultura occidentale travestita da “giudaico-cristianesimo” quando in realtà l’Occidente è una sintesi tra il Logos ellenistico, il Nuovo Testamento cristiano e il Diritto romano che ha sempre guardato al Mediterraneo. Qui c’è scambio culturale e non sincretismo, c’è coabitazione pacifica e non scontro di civiltà, c’è rispetto del Sacro indipendentemente dal rito e non abbandono ai nuovi idoli del Progresso.

    L’emancipazione dell’Europa deve ripartire da questo Medio Oriente o sarà il caos globale.

    Sebastiano Caputo
    Nel rispetto del Sacro
    18 dicembre 2014
    http://www.lintellettualedissidente.it/editoriale/nel-rispetto-del-sacro/

    1. E se siamo a Sebastiano Caputo stiamo a posto…
      Non vale neanche la pena di contraddire tutte le sciocchezze che quest’uomo è riuscito a scrivere in così poche righe.
      Ma non aveva giurato e spergiurato di non volere più avere nulla a che fare con me? Perché non mi lascia perdere definitivamente considerandomi un cretino qualsiasi?
      Mi farebbe un favore, davvero.

      1. ..Signor Partesana non credo che lei voglia essere così Eziocentrico, addirittura cosi tanto da preferire che io la consideri un cretino qualsiasi. Piuttosto legga come ho inserito l’articolo di Caputo, che non è degno d’altro, da parte sua, che la semplice bolla papale dello sciocco tout court , cosa che per ora nessuno di noi ha fatto apostrofando così le sue pensate….Credo, se non sbaglio, che questa pagina, pur essendo abitata dal suo articolo, ha molti lettori, non solo uno, ovvero lei. Pertanto se lei può essere nelle sue convinzioni, qualcunaltro può essere in altre. Inoltre, anche solo formalmente, non si senta così tanto nei miei pensieri…poteva pensare che io avessi postato l’articolo precedente, riservandolo in esclusiva a lei, se l’avessi messo rientrato, sotto al suo, azionando il pulsante rispondi alla sua richiesta di attenzione delle ore 12.20. …spero di tutto cuore, mi creda, che tanti accolgano il suo invito ad arricchire il suo dibattito nei termini e nelle modalità più a lei produttive.
        un saluto

          1. Come è facile arrivare al conflitto in un Blog….figuriamoci quando ci sono di mezzo motivi religiosi,politici,economici . Senz’altro farei meglio a stare zitta ma voglio invitarvi a ragionare sulla voglia di stare insieme .
            Ognuno la pensi come vuole… diceva Freud
            “Se due individui sono sempre d’accordo su tutto, vi posso assicurare che uno dei due pensa per entrambi ”
            Non è per finire a tarallucci e vino ma per capire i vostri pensieri per me molto interessanti. Buon Natale

  13. Probabilmente la mia posizione nasce dai (relativi) privilegi di una classe media che sta tuttavia tramontando… se potessi collegarmi con la grande maggioranza del benessere italiano (ma di che parli? non ricordi papà e mamma, i nonni?… appunto!), se potessi collegarmi con persone di media sopravvivenza e convivenza -con punte di lucida capacità e visione generale e culturale- di altri paesi, se potessi farlo…
    non parlerei a mero titolo personale.
    Tuttavia lo faccio lo stesso, immaginando altri e altre come me, ragionevoli e discrete, senza eccessivi bisogni di ricchezze o di nemici: il XX secolo ha diffuso cultura, oltre che cibo e salute, al mondo almeno occidentale ma non solo. Oggi il mercato finanziario mondiale distrugge ogni labile certezza, tuttavia, la maggioranza delle popolazioni ha interessi quasi sempre contrapposti rispetto a quel capitalismo, e questa è una ragionevole speranza di contenimento e controllo.
    Ma giustamente Partesana cerca di parlare diciamo così da una prospettiva “interna” al mondo islamico, i suoi 6 punti sono domande di civiltà: unità, diritti, democrazia, nazionalismo, isolazionismo, che riguardano quasi una weltanschauung, che non sarebbe più la nostra.
    Non so dire più di tanto, su temi politici di rilevanza ormai planetaria, per cui mi rifaccio alle grandi ideologie religiose: pur nette e salde le divisioni tra cristianesimo e islamismo, devo riconoscere nell’islamismo una religione della uguaglianza e del rispetto umano, in rapporto alla assoluta unità e trascendenza di dio. Le loro differenze e lotte religiose non possono, secondo me, non possono che essere secondarie materiali interessenze, politiche e storiche, e non possono coinvolgere fino in fondo la maggioranza degli islamici.
    Mi rendo conto che mi colloco in una prospettiva così eterea negli anni da risultare persino poco interessante, oltre che poco manovrabile ai fini della politica immediata. Dirò che i tempi lunghi agiscono ugualmente nella storia, e che ho il massimo rispetto per chi, strategie concrete alla mano, si sente di intervenire.
    Senza fare ironia: non lamenti, ma opere di bene! Viva la politica!

  14. Per Ezio Partesana
    Lei non può chiedermi di lasciarla perdere nelle modalità qui ripetute e quindi azionate anche nel passato, pena perdere ” credibilità” non ai “miei” occhi , ma agli occhi della ” civiltà” in nome della quale pensa, agisce o scrive anche in questo articolo.

    “le regalo un libro…un libro qualsiasi” , è cosa che neanche un ” talebano” esageratamente talebano, di stampo serie homeland o h24 fox tv, è riuscito mai a rappresentare. Nei miei 3 viaggi in iran, ad esempio, non ne ho incontrato neanche uno; di musulmane e musulmani parecchi, ci adorano, al contrario di molti di noi, che abbiano o meno letto un libro qualsiasi.

    Lei s’infastidisce all’istante se non ci si pone con una riverenza tipicamente occidentale, ossia pseudodemocratica. Pensa di poter parlare solo con persone del suo livello, ma non è solo questione di livello” intellettuale”, bensì, sotto sotto, di posizione e di convicimenti, per non dire pre-giudizi.

    Si potrebbe , però, dire che la sua “reazione” è più salutare di una mera indifferenza, quella stessa che desidererebbe da parte mia, ma che per primo non riesce a praticare. Io non amo i partigiani a prescindere, che questi siano partigiani talebani “sionisti” o “islamisti” o di comunione e liberazione, o di una bocciofila o di un centro di scout, per me sono tutti con un denominatore comune: “integralisti”, peraltro non rappresentativi né di un luogo geografico né dei relativi abitanti. Possono essere ignoranti come capre o abilmente sapienti, ma sento sempre il loro odore integralista. E’, peraltro, lo stesso odore che ha fatto recitare prima il fascismo e poi l’antifascismo di facciata, a scapito di chi , il secondo, lo aveva preso sul serio, ritrovandosi pure a recitare i rosari democratici della civiltà occidentale .

    per Cristiana Fischer
    visto in linea di massima un totale accordo con il suo intervento di poco fa e altri , sia in questa pagina che precedenti, se posso, mi permetterei di farle considerare ( veda poi lei se approfondire e con quali strumenti, testi, approcci…) che”la finanza” è uno strumento, non l’attore o gli attori o addirittura i registi . E’ tanto come lo è un media, o un esercito, o un apparato industriale strategico, o una classe intellettuale o giornalistica ( come infatti non lo è la nostra, ma semplici venduti per questioni di pagnotta e prestige e tanto altro ancora, imbecillita compresa) etc etc.

    Quando hanno inziato un certo tipo di rappresentazione del mondo “cartolarizzato” o dentro una bolla esplosa per questa o quella Lehman Brothers, hanno recitato una parte su copione…intendiamoci, non le sto dicendo che la crisi non esiste, ma posso, con una serie di “assalti”, recitarla in modo che la pubblica opinione non riesca mai a raggiungere l’individuazione dei livelli più alti che s’ incontrano e scontrano etc etc manovrando determinate leve… fra cui l’euro, o il super mitico spread , le banche o le riforme e così via cantando fino alla minima fuffa mediatica per rimuovere questo o quel Dominique Strauss-Kahn ( e purtroppo non solo mediatica; ultimamente tanti appassionati di cinema come me, si sono sentiti traditi da Abel Ferrara, immenso fino al capitombolo con welcome to new york) …Occorre, infatti, parlare di Fondo Monetario internazionale, delle politiche di indebitamento , oppure di predatori sempre piu specializzati e legalizzati in certi derivati, che non sono unicamente quelli comprati da certi comuni ( anche qui in italia) , ma derivati da forme prodotto ad alto ricavo, destinate all’indebitamento (oltre le ex defunte nazioni, vive solo quando torna utile questo lato del debito) di target impensabili fino a solo cinque sette anni fa e sempre più in aumento visto il successone della crisi ( non solo nel vecchio continente, ma per primo nel continente dove certi esperimenti vengono testati per poi essere esportati come la democrazia). E’ il target dei poveri sempre piu poveri in aumento ad ogni latitudine; dopo quello energetico-religioso (comprese le religioni e/o energie alternative)uno dei business migliori del mercato in sviluppo…Il problema della “ricchezza” o dei “Nemici”, come da lei sollevato (senza eccessivi bisogni di ricchezze o di nemici), è per un certo verso encomiabile, ma purtroppo coincide perfettamente con gli obiettivi di coloro che hanno programmato persino come vendere la bellezza della povertà , non perché amavano san Francesco o Monsieur Ibrahim, ma per rapinare in modo sempre più “civile”, senza che nessuno potesse più accorgersene (manovalanza terroristica compresa, in nome della cia o di Allah …)

  15. …sono assolutamente d’accordo con Ro sul fatto che il dibattito su un qualsiasi argomento non debba essere a dimensione unilaterale ma tra tutti i partecipanti del blog…e cio’ che non interessa a qualcuno, puo’ invece essere interessante per altri. Non siamo a scuola, credo, dove si misura il rigore aristotelico di un intervento sulla base dei punti di vista esposti e l’apertura a cercare di comprendere “le divagazioni” o le opinioni divergenti è importante…
    Dopo di che, per quanto ignorantissima, e avendo fatto ben pochi viaggi nel mondo, se non come pendolare per lavoro o per la famiglia, penso (o sono presuntuosa? ) di poter esprimere un’opinione…E questo perchè anche nei nostri quartieri cittadini, soprattutto in periferia, diciamo che “le due culture”, occidentale ed islamica, si incontrano: nelle nostre scuole, dove i ragazzi sono seduti banco a banco…negli esercizi pubblici, macellerie, panetterie arabe…nei luoghi di lavoro…nei luoghi di svago, vedi discoteche dei giovani…nei luoghi di associazione per il tempo libero e di incontro (ancora pochi)…E mi sembra che non si possa parlare di integrazione( chi integra chi?) ,ma di ancora timidi approcci per un confronto, là dove riusciamo ad abbattere “i muri invisibili” che sussistono tra noi e ci separano…se c’è una crisi, dal basso almeno, è reciproca..ma a lungo termine potrebbe essere la ragione di una crescita.

  16. @ ro e Partesana

    L’argomento di questo post è troppo importante (e inesplorato) . Sarebbe un peccato che la riflessione si arenasse così presto deviando nei vicoli chiusi delle battute o delle risposte piccate alle battute. Sicuramente c’è un dissenso di fondo tra voi due e sarebbe meglio capire in cosa realmente consista. Sull’uso della sintassi da parte di ro? Sul presunto «odore integralista» del punto di vista di Ezio? Ma in primo piano dovrebbe restare il tema. Posso solo invitare entrambi a stare strettamente su questo. In modo che anche altri/e si sentano incoraggiati/e a intervenire.

    Nel merito e rispondendo ad Ezio: non mi pare che i rapporti di dominio in Medio Oriente e nel mondo arabo sempre favorevoli da secoli a Europei e Occidentali siano stati ribaltati o siano cambiati in modo evidente negli ultimi decenni tanto da poter intravvedere una differenza di fondo tra la crisi di ieri e la crisi di oggi.
    In quanto alla analogia tra crisi del ‘500 e crisi attuale nell’Islam (sempre inteso come complesso mondo sociale-politico-religioso), preciso che intendevo solo invitare a giudicare con cautela quello che dalla crisi può venir fuori. Davvero non è possibile dire al momento se sia o meno in gestazione un “Nuovo Islam”.
    Rivolgendomi a ro e riprendendo lo scritto di Caputo (che sento nominare adesso per la prima volta), aggiungo che non riesco a vedere cosa di buono si possa cavare da una posizione che contrappone un generico «rispetto del Sacro in tutte le sue forme» ai «nuovi idoli del Progresso». Non mi convince questo discorso troppo metaforico che vede i rispettosi del Sacro da una parte e gli idolatri del Progresso dall’altra. Non mi convince la riduzione del conflitto all’aspetto sacrale o religioso.

    1. Ennio caro, sai che mi fido di te, ma se vuoi che il dibattito si dipani e limiti sul piano logico “aristotelico” e/o ferreo, non puoi a tua volta fare due pesi e due misure. Nei confronti di Partesana non hai usato alcun giudizio “negativo”, quale “piccato”, invece, nei miei confronti per la mia semplice reazione ad un’azione sgradevolissima di cui non sono responsabile in quanto azionata in primis dall’altro, che né ho offeso prendendolo a pesci o libri qualsiasi e “aggratis in faccia”, né mi sento o mi sono sentita superiore a lui, come al contrario lui è evidente a me…. è tuttavia cascato in fin dei conti molto bene perché io, al contrario di altri presi a mazzate e disintegati da superiori a inferiori, sono rimasta per ora intera anche se eternamente incompleta come l’uomo è di per sé, occidentale o orientale, ateo o credente , sacro e profano che sia…Il bullismo analogico o digitale è assolutamente da evitare e ne deve aver cura per primo chi è custode dello spazio, fuori o dentro il web come in questo caso, tanto più se viene azionato da qualcuno che si sente più civlizzato di altri.

      Venendo al Sacro che intende Caputo, per quel poco o tanto che ho letto dei suoi testi, non è da intendersi come opposto al mito del progresso, ma come spirito delle singole civiltà, tradizioni comprese, un po’ come lo sentiva tradito Pasolini fin da decenni fa ( credo ci sia un numero di poliscritture con un articolo in tal senso) …questo spirito , che puoi ritrovare ancora dimenticato nelle nostre campagne ma anche nelle nostro megalopoli, è stato divelto dall’esportazione non tanto della ” democrazia”, ma dai modelli “occidentali” che fanno della “convivenza civile” un modo per consumare e lasciarsi consumare..Faccio un esempio per luoghi come l’iran e le relative donne. Sono più che occidentalizzate…non ci adorano ( al contrario di quanto noi non abbiamo saputo adorare la possenza e l’immortalità di Shahrazād ) solo per via del lato buono della storia antica che ci divideva ma sicuramente maggiormente univa dalla culla mediterranea perno fra oriente e occidente…storia che forse a questo punto ricordano nelle loro memorie, più di quanto abbiamo custodito noi della nostra e della loro, a vantaggio della nostra “americanizzazione”, quella stessa a cui spesso fai riferimento anche tu. Le donne iraniane ci adorano anche perché per sentirsi più che “libere”, direi “uguali” a noi occidentali, sotto i loro veli, possono portare di tutto del nostro mitico occidentalissimo mondo … se capiti in una festa per sole donne, con locali riservati a loro in uno spazio pubblico più ampio, e sei donna e puoi entrare, te le vedi parate tutte felici di ubriacarsi come a una delle nostre progreditissime feste dell’ otto marzo, con unghie finte , leggins e tacchi ultra elevati, ogni giorno diversamente otto marzo..ma al contempo non hanno bisogno che queste loro prigioni dorate escano dai quei luoghi per diventare libere ogni giorno. Il sacro è paradossalmente anche nella trasgressione. Da noi il senso del sacro non si è smarrito perché è il progresso, bellezza! o perché fa a cazzotti con lo stesso, etc etc ma semplicemente perché per ora,nelle terre d’occidente, dell’impero e delle sue colonie da oriente a occidente, dalla corea del sud al portogallo, è stata più invasiva la cultura di sradicamento made in Usa…prima o poi sarà tutto ben amalgato e Cuba o non Cuba, Corea del nord o Venezuela, avremo finalmente raggiunto lo standard “universale” richiesto sia per l’industria del sacro che per quella del progresso…

  17. Raccolgo l’appello di Ennio a considerare degno di attenzione l’argomento proposto da Ezio Partesana perché stimola a fare dei pensieri ancora inesplorati (anche col rischio di impattarsi con l’atteggiamento scontroso del filosofo che scrive: * Era prevedibile che alle mie domande la maggior parte delle risposte fosse critica e in qualche misura me lo aspettavo*. Ma su! Ma dài!)

    Innanzitutto dico che mi piace l’invito alla precisione che Partesana persegue (e ha perseguito in più di un’occasione in questo Blog) invitando le persone che intervengono a citare fonti e uscire dai luoghi comuni e dal ‘sentito dire’. Se possibile. Perché non sempre questo è possibile a meno che non restringiamo gli interventi a pochi acculturati, dotti ed e-dotti. Ma, dopo quanto scrive Roberto Finelli nella introduzione al suo libro “Un parricidio compiuto” (vedi in “Ancora su Adorno e Fortini”, Ennio Abate, 20.12.2014 alle 22:34 http://www.sinistrainrete.info/marxismo/4465-roberto-finelli-un-parricidio-compiuto-il-confronto-finale-tra-marx-e-freud.html)
    possiamo accettare che persista quella nota *critica dell’autoritarismo e dell’elitismo* (R. Finelli), e quindi si possono capire, e accettare, le provocazioni!

    Memore di questo, procedo e che Dio o Allah me la mandino buona!

    Dell’ ultimo intervento di Ezio mi hanno colpito due passaggi importanti:
    a) * Non riesco a immaginare alcuna società progredire (in qualunque forma questa decida di farlo) basandosi sulla paura, sulla divisione e sulla assoluta fungibilità dell’essere umano*. (Spero di aver citato giusto).
    b) [facendo riferimento alla situazione europea del passato] * le mutazioni sociali erano già da gran tempo avvenute e la sistemazione della sovrastruttura […] è seguita a queste, e non le ha affatto accompagnate o precedute*.

    Pur essendo d’accordo in linea di massima con l’affermazione sub a), esso accordo rischia di rimanere circoscritto ad un livello ‘cenacolare’, ossia di condivisione tra pochi ed illuminati eletti, se non chiariamo che cosa intendiamo con l’espressione *società progredire in qualunque forma decida di farlo*.
    E il *che cosa intendiamo* non lo legherei tanto al “facciamo a capirci”, quanto al “facciamo allo spiegarci”: ovvero di-spiegare il più possibile ciò che è stato ‘compresso’ per molteplici motivi sia di ordine soggettivo (superficialità, affidarsi a chi ‘la-sa-più-lunga, mancanza di tempo, pensare che gli altri sappiano già di che cosa si parla), sia di ordine socio-politico, dove il di-spiegamento è più simile al ‘di-svelamento’.
    Anche perché la società, con cui ci troviamo a che fare OGGI, si presenta come una società che è ‘progredita’ pur basandosi sulla paura (delle malattie e della morte; della natura; dell’homo homini lupus); sulla divisione (la divisione del lavoro; la divisione di classe; l’utilizzo dei confini che dividevano un di qua da un di là); sulla fungibilità – ovviamente non da intendersi in senso assoluto – dell’essere umano (i robot; la scienza dei trapianti).
    Eppure c’è la percezione netta di trovarsi di fronte ad una società regredita.
    Una regressione che non contempla il mondo materiale bensì si produce a livello culturale, di un pensiero che è diventato un non-pensiero.
    In questo modo la paura (trasformatasi in terrore), la divisione (trasformatasi in un divide et impera) e la fungibilità (diventata una espropriazione dell’essenza individuale), anziché stimoli per progredire e avanzare nella conoscenza sono diventati strumenti (in mano di chi?) per dominare e diventando in questo modo una anti-conoscenza.
    Se mi fermo sulla domanda “in mano di chi?” ed escludo – questo è il mio punto di vista – la mano divina; la mano del diavolo; la ‘mano invisibile’ (di Adam Smith o di qualche altro ideologo); la mano occulta del sistema; ecc. ecc., dovrò evitare le generalizzazioni ed interrogare la realtà. Nel suo darsi attuale.

    Partesana scrive: *Però alcuni valori, la cura dei minori, l’istruzione, la libertà di parola e pensiero, la difesa del lavoro, una decente struttura sanitaria, un certo grado minimo di uguaglianza tra uomini e uomini e tra uomini e donne, e via dicendo, direi che hanno assai poco a che fare con questa o quella tradizione culturale e appartengono invece, seppure in forme diverse, a TUTTA LA STORIA DELL’UMANITA’*.
    Ovvero lui, filosofo, sostiene, se non ho capito male, che c’è un genere UOMO il quale, sub specie di homo sapiens, *sia pure in forme diverse*, è portato a perseguire questi valori. Che cosa osta al loro raggiungimento?
    Che ognuno dei quali sia un bene è indiscutibile, non c’è alcun dubbio al proposito.
    Ma è in quel *seppur in forme diverse*, che si nasconde la coda del diavolo e che fa la differenza. Nel senso che se quella diversità resta chiusa in se stessa, in una enclave, e non dà nessuno stimolo per una trasformazione rimane qualche cosa di sterile, non si partorisce niente, non si cresce.
    E mi piacerebbe quindi che Partesana ‘dispiegasse’ il senso della sua espressione.
    Per quanto concerne invece il mio pensiero, credo che quelle ‘forme’ siano in stretto contatto con dei contenuti strutturali di natura politico-economica (e, OGGI, ci aggiungerei, strategica) a cui quelle ‘forme’ poi si adatteranno attraverso il veicolo delle ideologie. Che mi sembra (mi corregga Partesana se sbaglio) possa corrispondere a quel sub b) citato sopra, ovvero * la sistemazione della sovrastruttura […] è seguita a queste, e non le ha affatto accompagnate o precedute*.
    Come disse il buon Hegel “la nottola di Minerva esce sul far della sera”, ovvero, possiamo conoscere soltanto ex post. Ex ante, possiamo soltanto fare delle ipotesi.

    Ma, in questo “post”, eravamo partiti dalla domanda “Islam in decadenza?”.
    Partesana mette giù alcuni punti:
    1) “la conflittualità interna sta esplodendo, raggiungendo livelli di particolare efferatezza”. Anche perché quando si parla di Islam non si intende un sistema politico-religioso sufficientemente compatto e le cui tensioni interne sono tenute assieme da un capo carismatico, tiranno o no che sia; e nemmeno è bastevole fermarsi alla divisione tra sunniti e sciiti perchè c’è una pletora di ulteriori ramificazioni tra correnti e scuole davvero impressionante e in continua lotta tra di loro.
    Cosa che mi ha fatto pensare, se è lecito l’accostamento, alle vicissitudini gruppettare dal ’68 in poi, dove ogni gruppo si viveva come unico depositario del Vero e del Giusto pensiero rivoluzionario.
    2) “i tratti antimoderni appaiono acuirsi anziché scemare”.
    Fatto che mi richiama le posizioni anticrescita e antisviluppo di cui siamo testimoni anche nel nostro mondo occidentale ed il fenomeno della de-crescita è in crescita!
    3) “una radicalizzazione dell’Islam religioso”.
    Beh, nel nostro occidente abbiamo fatto di peggio: abbiamo trasformato un pensiero scientifico (il marxismo) in una ‘dottrina’ con i vari pontifex più o meno massimi!
    4) “Ultimo punto: l’anticapitalismo che sembra essersi trasformato in una cooptazione capitalistica”.
    La ‘forma’ (sottolineo ‘forma’) anticapitalistica – più che anticapitalistica era anti USA: Nasser, ad esempio, era molto irritato dalle pressioni effettuate sull’Egitto affinchè si piegasse alla politica statunitense. Quando i prestiti di cui aveva bisogno gli furono negati dalla Banca Mondiale, controllata dagli Stati Uniti, Nasser si rivolse all’Unione Sovietica -, era sostenuta dalla presenza interna di spinte nazionaliste autonome (confluite nell’ideale del Panarabismo), guidate da attori politici di grande statura come si era visto con Nasser; dal versante estero, il cosiddetto anticapitalismo era favorito dalla presenza del bipolarismo USA/Unione Sovietica e dalle conseguenti alleanze.
    Il Comunismo, tra l’altro, era diventato una forza ideologica di un certo rilievo soprattutto in Iraq, Siria ed Egitto. Però ben presto perse mordente: in parte per il suo tendenziale ateismo che era incompatibile con il modo di pensare islamico e cristiano e, in buona parte, per l’ostilità dimostrata verso l’emergere della libera impresa e anche verso le idee propugnate dal nazionalismo arabo.

    Se ho fatto questa carrellata non è per sostenere che siamo tutti sulla stessa barca, che la ‘crisi’ coinvolge tutti nessuno escluso (il cosiddetto ‘globalismo’!). E nemmeno che, se uno ritiene di *poter evidenziare elementi di crisi in una struttura non ne consegue affatto che allora altre strutture siano migliori, più sane o anche solo preferibili*. No.
    Piuttosto, se partiamo dall’ipotesi che – al di là dei giudizi di valore che ne possiamo dare – la società borghese ha raggiunto un punto alto dello sviluppo (anche delle forze produttive che vanno – non dimentichiamolo – “dall’ingegnere all’ultimo manovale”!) sento il bisogno di recuperare ciò che Carletto scrisse nelle questioni di metodo per interpretare la realtà.(1)
    E cioè che è dalla forma più evoluta che possiamo comprendere quella che lo è meno. Dove per ‘meno’ non si intende un giudizio di devalorizzazione !
    Come a dire che il disagio dell’Islam, o la sua decadenza profilata come domanda, sta dentro e non fuori il sistema nel quale viviamo.

    Prendiamo il caso della Libia (2). Sotto il governo di Gheddafi, una volta tolto l’embargo (1999) a causa del caso Lockerbie (3), Tripoli era diventata un giardino, c’era lavoro, la struttura sanitaria era più che decente, l’istruzione era valorizzata al massimo grado (venivano costruiti nuovi ospedali e nuove scuole anche se si dovevano importare medici e insegnanti), le ragazze avevano la ‘possibilità’ di seguire una certa emancipazione dei costumi, ma, nonostante l’abolizione dei “tribunali speciali”… la libertà di parola e di pensiero lasciavano un po’ a desiderare [perché per pensare è necessario il conflitto tra più idee e non un pensiero unico]. Inoltre la popolazione si assoggettava – anche se con fatica – a seguire il raìs nel suo confuso programma di commistione tra religiosità, capitalismo e socialdemocrazia come lui propagandava nel suo Libro Verde.
    Solo che per ‘modernizzare’ c’era bisogno di denaro, mazzette, burocrazia, corruzione, ecc. ecc.
    In contemporanea, sul piano internazionale, la caduta del bipolarismo USA/URSS non poteva permettere la possibilità che ci fossero dei paesi emergenti che catalizzassero e coalizzassero forze che potevano contrapporsi ad un potere centrale che era (ed è), sia pure traballante, ancora mantenuto dagli Stati Uniti.
    La Libia, che Gheddafi volle nominare “Repubblica Socialista Popolare” (la Grande Jamahiriyya Araba Libica Popolare Socialista), tentò una politica di sviluppo pan-africana ma…fu impalato, strictu sensu oltre che metaforico, come fu messo al palo il trattato di Bengasi del 23.10.2008 che ratificava l’accordo Italia-Libia.
    La ‘badogliata’, ovviamente, fu portata a termine da chi aveva esperienza in materia.
    Per amor di patria, non facciamo nomi.

    (1) “La società borghese è l’organizzazione storica della produzione più sviluppata e articolata. Le categorie, che esprimono i suoi rapporti, l’intendimento della sua articolazione, garantiscono, dunque, contemporaneamente una visione chiara dell’articolazione e dei rapporti di produzione di tutte le decadute forme di società, con i elementi e rovine essa si è costruita, di cui in parte sopravvivenze si rintracciano in essa, mèri accenni si sono sviluppati fino al significato compiuto. E’ in quella dell’uomo una chiave per l’anatomia della scimmia.
    Gli accenni alle specie animali superiori, che pur esistono in quelle inferiori, possono essere compresi solo a patto che quelle superiori siano già note. Analogamente, l’economia borghese offre la chiave per quelle antiche ecc. Ma non nel modo degli economisti, i quali dissolvono tutte le differenze storiche ed in ogni forma sociale vedono quella borghese. Si possono comprendere tributi, decime, ecc., quando si comprenda la rendita fondiaria. Tuttavia, non le si deve identificare. Poiché, in fine, la società borghese è solo una forma contraddittoria dello sviluppo, allora in essa si troveranno rapporti di precedenti forme, per quanto spesso solo atrofizzati e travestiti”. (K. Marx, Introduzione alla critica dell’economia politica, 1857, Cap. 3)

    (2) In Libia, dal 1970 la confessione islamica è stata proclamata Religione di Stato.
    I musulmani sono per lo più sunniti, ma anche Ibaditi (più moderati e meno violenti) anche se di radice Kharigita (una specie di terza via tra sunniti e sciiti).

    (3) Sulla città di Lockerbie il 21.12.1988 si schiantò il Boeing 747-121 della Pan Am, nella stiva del quale era stato nascosto un ordigno fatto esplodere in volo. Nell’attentato terroristico perirono i 259 occupanti dell’aereo e una diecina di abitanti della città su cui caddero i resti del velivolo. Due uomini, accusati di appartenere ai servizi segreti libici, furono individuati come responsabili di aver piazzato la bomba sull’aereo.

    R.S.

    1. Sul lungo intervento della buona Rita Simonitto non ho materialmente il tempo e probabilmente le competenze per intervenire. Richiama così tante cose che servirebbe almeno un convegno per chiarirle e iniziare a rifletterci sopra.
      E tuttavia una cosa posso dire: mi aspettavo che alle mie domande ci fossero risposte che mettevano in discussione tutto “islam”, “crisi” e “modernità”; non mi scandalizzo se si risponde “senti da che pulpito viene la predica”; è normale che si ricordi i precedenti lontani e prossimi (anche se, abbiate pazienza se protesto, quando lo facevo io sulla Palestina mi si diceva che contava solo l’oggi o al massimo il “recente”).
      Però mi aspettavo anche che qualcuno rilevasse come i principali alleati degli Usa attualmente siano, formalmente o di fatto, paesi islamici; mi aspettavo che dopo aver filosofato sul concetto di “modernità”, si discutesse di diritti concreti di donne, uomini e minori e di come una cultura li tuteli o li derida. Etc. etc.
      E invece procediamo più per nostre personalissime impressioni che per analisi e ragionamenti. Il che va bene, per l’amor del cielo ma, temo, non ci renda più intelligenti della realtà né più consci.
      Quando ho iniziato a scrivere, pochi minuti fa, pensavo di pubblicare l’intero Atto costitutivo dell’OLP (ha molti nomi, a seconda delle traduzioni: “Carta”, “Atto”, “Programma”, e via dicendo), e di chiedervi di riflettere su mutamenti che solo trent’anni fa sarebbero stati impensabili. Adesso non ne sono più tanto convinto.
      Come fu scritto in una lettera famosa tanti anni fa: “Se sembro amareggiato è perché lo sono”.
      Un abbraccio a tutti.
      Ezio.

      1. mi aspettavo…mi aspettavo…mi aspettavo… Risposte incanalate, allungate o accorciate nella direzione o dimensione da lei predefinite? Scusi signor Partesana, ma dalla filosofia mi aspetto la capacità di affrontare l’imprevedibile quanto la molteplicità…altrimenti diventa religione, come quando ci era chiesto di riferire a memoria i precetti della dottrina cattolica. Sarà che io andavo all’oratorio soprattutto per giocare…

  18. Gentile Partesana, velocemente:
    a) se mi sono dilungata è proprio nel tentativo di non procedere *per nostre personalissime impressioni* ma tentare una ‘bozzina’ di ragionamento.
    b) non ho mai scritto “senti da che pulpito viene la predica” anche perché non sono adusa a frequentare ‘chiese’.
    c) sul mio punto 4 ho precisato che l’anticapitalismo in quei paesi aveva una matrice antistatunitense proprio in virtù di sfere di influenza che ALLORA (non più OGGI) erano in tal modo rubricate. E, come l’esempio di Gheddafi faceva supporre (e non ho esplicitato di più perché avrei avuto bisogno di documentazione precisa – e non seguire personali impressioni – e di ulteriore tempo da richiedere alla pazienza del lettore) egli era a libro paga dei paesi USA, Inghilterra et alii, così come tutti i paesi dell’area medio orientale che sono a maggioranza islamica.
    d) sull’atto costitutivo dell’OLP non ho nessunissimo dubbio rispetto a quanto c’era scritto e alle inimmaginabili trasformazioni che si sono succedute.
    Io credevo (e tutt’ora credo) nel principio di autodeterminazione dei popoli: ci penseranno i palestinesi. Anche noi, qui in Italia, avevamo una Carta, chiamata Costituzione, che è stata tranquillamente calpestata. E io a questo mi ribello e vorrei che anche altri italiani (anzichè chiamare lo Straniero, come abbiamo sempre fatto) lo facessero assieme a me mentre, invece, colui che ha imbesuito le zucche di cittadini, che non sono più nemmeno citoyens (quelli del “Compagno cittadino, fratello partigiano, ecc. ecc., ricordate?) dicendo che abbiamo la Costituzione più bella del mondo, continua ad imperversare distruggendo La Divina Commedia e, da ultimo, anche i Dieci Comandamenti venendo pagato a fior di baiocchi! Aridatece i Dieci Comandamenti di Cecil B. DeMille!
    e) quanto alla *buona Rita Simonitto* mi verrebbe da rispondere come da canzone della Rosanna Fratello: “Sono una donna non sono una santa/Non tentarmi non sono una santa/Non mi portare nel bosco di sera/Ho paura nel bosco di sera”. E’ del 1971 e fu presentata a Canzonissima: ma forse lei era troppo piccolo per ricordarsela. E cito la canzone non perché abbia paura ‘del bosco di sera’ (oltretutto sono abbastanza in età) ma proprio nel rispetto di quanto da lei stesso scritto * di diritti concreti di donne, uomini e minori e di come una cultura li tuteli o li derida*.

    Infine, io non SEMBRO ‘amareggiata’, lo sono parecchio così come sono arrabbiata, e pertanto, non buona e, men che meno, buonista.

    R.S.

  19. ((( scusate scusate…mi metto immediatamente fra parentesi…libero Ennio di appallottolare questo mio bigliettino commentino interventino , con un bel lancio nel cestino…però, devo proprio dirlo…so che rischio moltissimo, ma non è per me che parlerò, anche se sembra proprio che solo io prenda carta e penna e la parola…io parlo per tutti”gli inferiori” come me, a cui infelicmente e/o felicemente, appartengo…so stare al mio posto, di solito…ho molto da apparendere dai superiori…io sono solo una falangina, di un piede o di una mano…perdonerete la prosa “fantasiosa”? ma non lo è proprio per nulla…ve lo ha scritto anche Annamaria . Qui, noi giù, molto giù, abbiamo bisogno di persone della “testa”, ma perché se uno vuole parlare solo da neurone a neurone, prima da un calcio al suo stesso piede, e poi si ritira anche dall’altro suo neurone? Non è giusto, non è giusto, è da millenni che va così , acciderboli! Arriva uno che desidera solo giocare a logica, esegesi, bibliografica e note di su e di giù, dialettica e tutte queste belle cose…e poi arriva la solita ignorante e se la sbeffeggia, poi però un’altra e non se la fila e poi un’altra , di una grandezza comica tragica dialettica filosofica mitologica da farti venire la pelle d’oca alta mezzo metro, e lui se la svigna dicendo che prende in giro se stesso? ….ma allora qui, viene da chiedersi anche a una inferiorissima come la sottoscritta falangetta, se come diceva mia nonna materna [di Rieti] e poi mia madre [della fu Aquila] stavamo giocando solo a Rocca Cannuccia e non ce n’eravamo manco accorti….e che ..zz..! non è possibile!!l’altro ieri non ho ringraziato Annamaria per non solidarizzare di fronte alle spalle del filosofo, che ovviamente non si farebbe ‘sti scrupoli ma prenderebbe subito la palla al balzo….poi mi sono detta di non chiedere la mano di Rita regalandole interi roseti, ovviamente non di rose rosse, ma bianche, anche perché non sono Rossano anche se abbastanza fraterno, pardon fraterna…m adesso dopo aver letto cosa da ieri sera a stasera, cadono le palle rotolando persino in salita….perderemo sempre sempre sempre…non perché lo diceva Moretti, ma perché quando la testa vuole solo la testa escludendo tutte le altre parti, succede che nel momento in cui la ottiene, ed è proprio lì lì, a tu per tu con quanto scalpitava di desiderare solo testa a testa , che fa? perde la testa? ….ma ste teste allora sono sprecate…condannate alla solitudine peggio dell’ultimo dei peletti di una gamba o di una naso, mai a vedere un piede con l’altro senza farsi non solo gli sgambetti ma pure gli autosgambetti , e figuriamoci se potranno mai fare un corpo solo con la testa…..se un neurone, quando finalmente potrebbe diventare due neuroni, prende e se la da a gambe levate, parlando per giunta di stati d’animo amari…e allora noi poveri e ignorantelli peletti, che dovremmo dire? noi poverelli , senza logica, senza dialettica, quasi analfabeti, altro che amareggiati o affaticati….centrifugati da uno struggimento sconfinato))))

    1. Non sto scappando da nulla, faccio semplicemente quel che so fare meglio. Non sono un bravo insegnante, diffido dei sentimenti e ne sono ricambiato, difetto di attenzione per le storie personali, non ho alcun sapere o competenze specialistiche.
      E sì, sono anche polemico e poco paziente, e cioè sono un filosofo. Ovvero sia uno che dovrebbe essere in grado di riflettere sul l’altrui e sul proprio modo di pensare, e che (sia detto tra noi) si arrabbia moltissimo con se stesso quando non riesce e non capisce.
      Non c’entra nulla “alto” o “basso”, mi creda. Ma mi può dare del “moralista” se crede, pur essendo un difetto grave in una critica simile mi ci riconoscerei.
      Un saluto,
      Ezio Partesana.

      1. Signor Ezio…mi sa che io e lei potremo rischiare di diventare molto molto amici …lei non é un moralista per me, se mi sono permessa un’assegnazione di valore, ho sentito di dirle che é…come dire…molto “coraggioso “quando la condizione la vede con maggiori strumenti intellettuali rispetto all’altro, quando invece sarebbe alla pari, é come se le cadesse il desiderio della sfida così presente nella prima situazione?….mi creda io conosco i miei limiti, più divento “giovane” più li (ri)conosco…quindi non mi offende la mia stessa condizione di incompletezza…io sono grata a ogni “testa” che mi ha fatto rendere conto meglio della mia mancanza di testa…era come se improvvisamente potessi averla anch’io.
        Lei ed io, Rita ed io fino a Sagredo e io siamo uguali…siamo parte profonda dello stesso identico corpo…io non posso pensare…non ho testa per pensare che saremo sempre condannati all autoamputazione…mi perdoni, se io voglio bene tanto al giù quanto al su… la saluto con una carezza fra i suoi fili, ai piedi delle sue piccole fontane,posso?

    2. A Ro

      La teoria è quando si sa tutto e niente funziona. La pratica è quando tutto funziona e nessuno sa il perché. Noi abbiamo messo insieme la teoria e la pratica: non c’è niente che funzioni… e nessuno sa il perché!
      Albert Einstein

  20. SEI APPUNTI

    1.
    Io tenterei di far ripartire la discussione da un punto dell’intervento di Rita [Simonitto] del 21 dicembre 2014 alle 20:41 in cui – mia sintesi – sottolineava che noi parliamo di Islam in decadenza stando però dentro una società che dovremmo definire ancora più decadente o addirittura tanto regredita che il pensiero in tale società ( e nei suoi ufficiali portatori: gli intellettuali) è « diventato un non-pensiero».

    2.
    Inviterei poi Ezio [Partesana] a rispondere almeno ad un punto preciso posto da Rita:
    «Ovvero lui, filosofo, sostiene, se non ho capito male, che c’è un genere UOMO il quale, sub specie di homo sapiens, *sia pure in forme diverse*, è portato a perseguire questi valori. Che cosa osta al loro raggiungimento?
    Che ognuno dei quali sia un bene è indiscutibile, non c’è alcun dubbio al proposito.
    Ma è in quel *seppur in forme diverse*, che si nasconde la coda del diavolo e che fa la differenza. Nel senso che se quella diversità resta chiusa in se stessa, in una enclave, e non dà nessuno stimolo per una trasformazione rimane qualche cosa di sterile, non si partorisce niente, non si cresce.
    E mi piacerebbe quindi che Partesana ‘dispiegasse’ il senso della sua espressione».

    3.
    Sempre nello stesso intervento di Rita trovo generica l’analogia tra le divisioni esistenti tra sunniti e sciiti e la «pletora di ulteriori ramificazioni tra correnti e scuole» e «vicissitudini gruppettare dal ’68 in poi, dove ogni gruppo si viveva come unico depositario del Vero e del Giusto pensiero rivoluzionario».
    Ma fosse pure così, a me pare che nei periodi di grande confusione ( o più ottimisticamente parlando di transizione), ciò sia inevitabile. Più che deplorare la confusione e la molteplicità delle posizioni, vedo la necessità di conoscere meglio queste posizioni. Non potendolo fare direttamente dobbiamo ricorrere a fonti specialistiche più o meno affidabili. Io sulle questioni dell’Islam ho trovato spesso buoni spunti di riflessione sul blog dello storico Franco Cardini (http://www.francocardini.net/). Ne sapete indicare altri?

    4.
    Di fronte alla «radicalizzazione dell’Islam religioso» è poco produttivo ricordare che anche «nel nostro occidente abbiamo fatto di peggio: abbiamo trasformato un pensiero scientifico (il marxismo) in una ‘dottrina’ con i vari pontifex più o meno massimi!».
    Innanzitutto perché non mi va la logica del “mal comune mezzo gaudio”. In secondo luogo perché la radicalizzazione dell’Islam, i cui sbocchi restano (per me) incerti, mi paiono cosa diversa (e forse più significativa) del processo di corruzione e degrado subìto dalla teoria marxista in Europa e altrove.

    5.
    Se poi, come dice Rita, appellandosi al Marx sostenitore che «quella dell’uomo [sia] una chiave per l’anatomia della scimmia» ( ma oggi sarebbe il caso di chiederci chi – tra Islam è Occidente – sta al posto dell’uomo e chi della scimmia…), «il disagio dell’Islam, o la sua decadenza profilata come domanda [da Ezio], sta dentro e non fuori il sistema nel quale viviamo», forse sarebbe utile ritornare anche sul problema che ho posto nel mio primo commento:
    « Eppure la difficoltà di pensare e pronunciarsi sul tema proposto, oltre che dalla scarsa competenza su una religione (l’Islam) rimasta abbastanza estranea alla nostra cultura o sulle questioni geopolitiche, dipende proprio dal tracollo o esaurimento di un punto di vista anticapitalista non generico ma solido, come era parso essere quello marxista, che è stato fino a tempi recenti per molti di noi la vera cornice di lettura della storia e delle vicende mondiali. Ammesso, dunque, che «la cooptazione capitalista dei paesi o dei movimenti islamici sia completa» (che, dunque, come vorrebbero alcuni, essi siano egemonizzati e manovrati in toto come semplici pedine o quasi da potentissime lobby occidentali, iscrivibili ancora nel concetto di ‘capitalismo’), da quale punto di vista riusciamo oggi a pensare questi conflitti?
    Questo mi pare il vero problema irrisolto e il punto non chiarito nell’interrogazione di Ezio.».

    6.
    Non è giusto pretendere da Ezio in quanto filosofo le risposte alla domanda da lui posta o alle altre aggiuntesi nella discussione. Né accusarlo di «scappare». Parlare di divisione tra «inferiori» e «superiori» in questa e in altre discussioni a che serve? A presentare i supposti «inferiori» come «poverelli , senza logica, senza dialettica, quasi analfabeti e a fare la caricatura dei supposti «superiori», che si divertirebbero a « giocare a logica, esegesi, bibliografica e note di su e di giù, dialettica e tutte queste belle cose».
    Così, cara ro, non caviamo un ragno dal buco, ma ci amareggiamo a vicenda tutti/e.

    1. Io avevo inteso alcune frasi di Rita Simonitto come domande retoriche e per questo non avevo risposto. Ma se anche l’amico Ennio mi sollecita, faccio ammenda e riparo…

      Potrei rispondere alla domanda circa le “forme” citando Kant: Agisci sempre come se il principio ispiratore dei tuoi azioni potesse essere una massima etica universale.
      I mussulmani considerano sacra (e cioè terra inviolabile, inalienabile, etc.) la Palestina proprio perché alcuni secoli or sono l’hanno conquistata e difesa a prezzo di molte vite umane e dolori. Questo principio potrebbe essere una norma universale?
      Gli ebrei di Israele sostengono il principio secondo il quale ogni popolo, specie se minacciato, ha diritto ad avere una sua terra, non importa per quanto tempo questa è stata abitata da altri. Questo potrebbe essere un principio universale etico?
      Noi tutti siamo convinti che la democrazia parlamentare, pur non essendo affatto meravigliosa, sia di gran lunga preferibile a una dittatura militare, e riteniamo (o almeno i nostri governi dicono di ritenere) di dover fare il possibile per favorire questo genere di democrazia ovunque sia possibile. Questo è un principio moralmente universale?
      Come vedete l’etica formale fornisce una risposta abbastanza chiara alla domanda circa le “forme” che assumono alcuni valori, e ci costringe a riflessioni sulle quali spesso, in questi tempi, ho visto balbettare o confondersi.
      Temo però che questo genere di risposta potrebbe suonare un poco, come dire, astratta, poco aderente alla realtà storica.
      E allora aggiungo qualcosa di più semplice e deciso. Per esempio: per trecento anni almeno gli arabi e mussulmani sono stati uno dei principali fattori idi sviluppo dell’arte, della cultura, della scienza, dell’architettura, etc. Certo, il fenomeno si è valso anche di una forma di espansionismo per nulla pacifico, ma è indubbio che la medicina e l’educazione, la filosofia e le scienze naturali, le strutture sociali, la convivenza e persino la tradizione ellenica, sono state raccolte e conservate dagli arabi mussulmani per un lungo tempo. Ebbene, io mi riconosco in quei valori e non mi riconosco nell’espansionismo militare; accetto ed elogio quel che vedo quando leggo la storia della Spagna araba (per fare un esempio tra molti), mentre trovo quanto meno disdicevole che tutto questo ben di Dio venisse fatto solo dopo aver conquistato militarmente popolazioni che non è che davvero ci tenessero a essere dominate.
      Non mi interessa molto – per il momento – se alcune cose vengono dette e fatte perché così fa piacere a Dio, per far funzionare meglio la macchina capitalistica o in nome di un’etica della rivoluzione degli sfruttati, ma constato quando nessuno di questi principi viene più sostenuto o praticato e credo che questo sia un indice di decadenza, una antimodernità che è più crudele e vacua della modernità (che pure qualcosa di buono aveva prodotto) alla quale si oppone, un’etica di dominio che neanche si nasconde dietro a qualche astratta dichiarazione di umanità.
      Certo, poi ci sarebbe da ragionare sulla dialettica tra le forme di civiltà e il modo materiale in cui ogni civiltà si mantiene in vita; non lo dite a me che sono un dialettico inguaribile. Però non si può, davvero, complicare le cose prima ancora di riconoscere le differenze e dire che tra la proibizione di andare a scuola perché Dio non vuole e l’invito ad andare a scuola perché così si avrà migliore forza lavoro da sfruttare non ci sia alcuna differenza.

      In appendice ripeto che l’argomento “se l’Islam è in crisi noi siamo messi peggio” mi sembra proprio un errore logico e basta. Sarebbe come se io avvisassi un uomo che i freni della sua auto stanno per rompersi e quello mi rispondesse “Stai zitto tu, che tu l’auto l’hai sfasciata contro un muro la settimana scorsa”. Proprio non ha senso.

      Un saluto a tutti,
      Ezio Partesana.

      1. @ E. Partesana e @ Ennio

        Quando Ezio scrive: *E sì, sono anche polemico e poco paziente, e cioè sono un filosofo. Ovvero sia uno che dovrebbe essere in grado di riflettere sul l’altrui e sul proprio modo di pensare, e che (sia detto tra noi) si arrabbia moltissimo con se stesso quando non riesce e non capisce*, non posso che dire “benvenuto tra gli umani” i quali – ciascuno nel modo che gli è congeniale, o gli riesce meglio (Rò, con la sua passionalità, Emy con il suo desiderio di aggiustare le cose; Annamaria con la sua dolcezza; ed infine Ennio con la sua puntigliosità) -, sono ‘filosofi’ nell’accezione testè descritta.

        Quanto poi scrive in 23.12, ore 13:40, va a richiamare, con le sue precise esemplificazioni, la cosiddetta ‘corda etica’ che ci porta a distinguere ciò che è giusto e ciò che non lo è, ciò che è buono da ciò che non lo è e ciò che è lecito da ciò che non lo è, seguendo in questo una logica ‘razionale’ e non emotiva, come ben richiama la citazione kantiana.
        Con il risultato che vediamo e cioè: quello che è il principio seguito dai mussulmani si pone in modo antitetico al principio etico sostenuto dagli ebrei. E ciò rende ognuna di queste due posizioni non-universale. L’universale dovrebbe valere per tutti e per tutte le condizioni, almeno credo, e non essere soggetto a relativismi: sennò dovrebbe chiamarsi in altro modo.
        Ma la considerazione *Noi tutti siamo convinti che la democrazia parlamentare, pur non essendo affatto meravigliosa, sia di gran lunga preferibile a una dittatura militare* mi pone delle domande se non delle vere e proprie perplessità. In primis perché dovremmo circostanziare quel ‘noi tutti’ perché ci sono delle persone, e non solo militari, che preferiscono e motivano apertamente la loro preferenza per la dittatura militare e, in secundis, analizzare, appunto, le circostanze, ovvero i ‘modi’, le ‘forme’ attraverso le quali una data *forma di civiltà* si tiene in vita: anche la tanto agognata ‘dittatura del proletariato’ avrebbe avuto ben poco di democratico.
        Tralascio l’ultimo paragrafo che inizia con * Non mi interessa molto – per il momento –…* perché il discorso si fa molto più complesso e lungo.

        @ Ennio

        La supposta decadenza (così è stata prospettata nella domanda) dell’Islam se, da un lato, pertiene all’Islam stesso, come gruppo sociale-politico-religioso, indagarne le dinamiche e le cause – nel senso che solo loro dall’interno possono capire il linguaggio in cui stanno parlando -, dall’altro lato, esso Islam è in contatto con un gruppo sociale-politico-religioso la cui dominanza di ordine politico-economico è di ‘forma’ capitalistica che è così pervasiva da ‘informare di sé’ (come si suole dire) tutto ciò che viene a contatto con essa. Nello stesso tempo, questo ‘informare’ (questo dare forma) viene assorbito con modalità differenti a seconda delle configurazioni di base del gruppo sociale con cui entra in contatto. Per cui l’Islam ne assorbirà alcune e non altre, l’Ebraismo idem, al pari delle varie formazioni sociali dell’occidente (basti vedere le differenze penetrative in alcune zone sì e in altre no. Sud e Nord in Italia, solo a mo’ di esempio). Forse si tratta di indagare più da vicino (e nello specifico) le varie forme capitalistiche in modo da confrontarci con un *capitalismo non immaginario* come diceva Fortini (e richiamato da Ennio Abate – Diario/sbratto su Segnalazione – 22.12 – ore 23:34).
        Detto questo, e proprio per questo, quando ho citato la frase di Marx non vi era implicito nessun giudizio di valore, né da parte di Carletto – che, dalla tomba, mi ringrazierà – né da parte mia. Non c’è, quindi da chiederci *chi – tra Islam è Occidente – sta al posto dell’uomo e chi della scimmia*); perché dovrei pormi analoga domanda anche all’interno dell’Occidente stesso, fra Europa (con tutta la ricchezza legata ai processi di evoluzione dal potere feudale alle Signorie e Principati con diritti dinastici, ecc. ecc.) e una organizzazione del tutto diversa, quale quella dei colonizzatori yankee che utilizzarono il principio “ogni popolo ha diritto ad avere una sua terra, non importa per quanto tempo questa è stata abitata da altri”. Semplice, no? Perché noi invece ci poniamo tante domande?

        Nemmeno intendo “Mal comune, mezzo gaudio” *Di fronte alla «radicalizzazione dell’Islam religioso» è poco produttivo ricordare che anche «nel nostro occidente abbiamo fatto di peggio: abbiamo trasformato un pensiero scientifico (il marxismo) in una ‘dottrina’ con i vari pontifex più o meno massimi!»*.
        Intendevo – ma adesso lo esplicito (e ciò vale anche per la mia ‘associazione’, non ‘asserzione’, sulle dinamiche interne ai gruppetti) – che, nell’affrontare un momento di crisi – reale che sia o adombrata come tale = terrorismo – c’è un conflitto tra le forze che spingono alla ‘rivoluzione’ e quelle che spingono alla ‘regressione’. Dove, per regressione si intende un riavvolgere la pellicola della storia fissandola a precedenti nodi evolutivi legati a forme arcaiche di potere e di dipendenza. E la religione lì ci inzuppa il pane o le brioches a seconda del livello di competenza raggiunto. Maria Antonietta non lo sapeva e ci rimise la testa!

        La domanda di Ennio *come facciamo noi oggi a pensare a questi conflitti*, visto che ci sono venuti a mancare quegli strumenti interpretativi (marxismo, in gran parte) che per molto e per molti avevano rappresentato una cornice di riferimento, è una domandissima. Apertissima.
        Perché il non-pensiero si palesa quando tendiamo a chiudere le domande con risposte che già sappiamo. Questo ci viene naturale anche perché ci hanno insegnato che dobbiamo essere intelligenti (o mostrare di esserlo) e noi (non è un nos maiestatis, è solo per includere anche me) facciamo di tutto per non sentirci stupidi.

        E, stupidamente, auguro a tutti, bloggisti e lettori, buone feste.

        R.S.

  21. Mio caro Ennio e care e cari tutte/i…il problema non è tanto lo stato d’animo amaro, perché poeti o non poeti, filosofi o non, etc etc siamo per primo parti, appunto, dello stesso corpo, in grado di teorizzare e/o praticare ( vedi Emy-Albert), un pizzico di costruzioni in comune rispetto alla distruzione. Se io facessi valere la mia condizione di specialista della pianificazione e del controllo di gestione, limiterei gli altri e me stessa a tal punto da non poter essere qui, ma anche al cinematografo o davanti a un libro di poesie. Capisco il senso in cui l’hai detto, perché ognuno di noi, infatti, deve saper accarezzare l’altro, non per consolazione o senso di colpa, ma per necessaria immedesimazione al vero cammino mano a mano nel bosco. E’ giusto pertanto quanto tu dici richiamandomi a un certa risalita dal buco della storia , ma se non siamo consapevoli, ognuno per la sua parte del rispettivo posto del corpo, non ne faremo mai sciogliere le articolazioni e di quel bosco, semprepiù buio e angosciante, non si saprà piu che farsene, condannati a stare fermi e immobili anche davanti alla bellezza di un barbaggiani o di un lupo.
    ….
    Se io non fossi consapevole che ho bisogno della testa ( tanto quanto la testa ha bisogno del mio(?) fegato o muscoletto o intero polso che sia) , ricadrei in tutte le bufale della storia , fino all’ultima sui ribelli in libia o gli arancioni in ucraina, che hanno fatto credere ai piedi o alle mani la piu grande menzogna della storia, ergo che le rivoluzioni o le opposizioni ai piu brutali regimi, le fanno le masse poste piu in basso nella scala o nel corpo o nella piazza. Io sono consapevole che chi ha dato riconoscimento alle parti piu umili del corpo rispetto ad altre, sono tutti coloro che con potere pensante ( per cinismo machiavellico o per raffinatissima politica) hanno cercato alleanze per contenere o addirittura superare, prima che quelli esterni, i conflitti interni allo stesso corpo.

    Io e te, o io e il signor Ezio e così via, siamo di fronte a questa “necessità” tanto più vista la decadenza, appunto, del mondo occidentale, da cui è stata partorita l’altra, che è interna (ed esterna fino ad un certo punto da cui riparte l’interna)..perché un corpo può sottrarsi o aggiungersi, simulare o dissimulare… conflitti o alleanze. Tu per primo, spesso, ricordi a questa o quello, che è il conflitto la condizione umana, non chissa quale civiltà o democrazia o pace o buonismo etc etc ed è questa la vera tragedia da contenere anche fra noi, in questo piccolo spazio dello specchio piu grande della Storia, in cui anche qui, in questo pezzettino del riflesso ci ritroviamo, vuoi davanti a una poesia, vuoi davanti a una città, vuoi dentro o fuori Gaza o Islamabad…E’ giusto dire ai tuoi partecipanti, me per prima, che non possiamo farci prendere da uno stato d’animo, ma questa situazione è assai preziosa rispetto al resto di conversazioni troppo dibattute tanto da essere ridotte a punti di stallo proprio per assenza di desiderio nel capirne le cause. Attualmente usano la parola cambiamento o addirittura ” svolta” per ingannare le persone potenziandone il lato fantascientifico o orwelliano, di qualsiasi livello siano: perché il sotto e il sopra, il di lato e ogni posizione, esistono, è un dato di fatto, senza accuse e senza altre manipolazioni, almeno in questa dimensione chiamata realtà. “Noi” , invece, pur in questo invisibile e infinitesimale spazio della realtà di questo punto della storia, se vogliamo rifare tutto da “capo” ( testa e piedi veramente tali) possiamo farcela cercando alleanze fra noi (uscendo come spesso ricorda Rita dalla stupida indignazione e politica annessa del lamento, o rientrando, come inviti tu, in questo specifico dibattito)…”scappare” dalla Storia, anche solo per un infinitesimo di uno dei suoi infiniti riflessi, non riguarda solo Ezio, ma ognuno di noi dalle caverne ad oggi.

  22. In realtà, le domande di Ezio Partesana mi paiono ragionate dall’interno della nostra storia dell’occidente dall’800 ca, (ci hanno dato matematica chimica filosofia, però ci (e altri) hanno attaccato e conquistato; non praticano più abbastanza i nostri “diritti” riguardo le donne, l’insegnamento, la libertà di espressione; non usano la loro ricchezza del petrolio per modificarsi in senso lungimirante; diventano sempre più “fondamentalisti” la Turchia per tutti; sono stati cooptati dal capitalismo (subordinati?).
    Il professor Franco Cardini non sarà di sicuro l’unica autorità sul mondo islamico! Ci sono riviste di politica internazionale, ci sono università con ottimi dipartimenti di islamistica, c’è la stessa chiesa cattolica: mi sembra che si voglia una valutazione generale sulla decadenza dell’islam usando gli strumenti della dialettica, dell’illuminismo e dei diritti, che forse non sono “universalistici”, nella versione che noi ne diamo, individualista e egualitaria.
    Sicuramente tutti i segnali che Partesana ha indicato sono reali, e riferiti a stati occidentali dimostrerebbero decadenza. Ma il mondo islamico è molto collegato al suo interno, direi attraverso la religione, che pare sia fondamento di una civiltà propria. Credo che i conflitti nell’islam vadano interpretati come conflitti tra interessi di stati e di classi nella loro regione di mondo, e secondari amente in rapporto all’occidente, perciò sarebbe utile conoscere i criteri secondo cui essi stessi si interpretano. Anche l’islamizzazione crescente della Turchia credo si comprenderebbe meglio come posizionamento per una egemonia interna all’islam, verso l’Asia continentale, per esempio.
    Un link utile per il dibattito interno all’islam?
    3 dicembre 2014 http://www.blog.iodonna.it/marina-terragni Noi e loro: le donne dell’Islam, Isis, Allah. Conversazione con Luisa Muraro
    Aggiungo, e mi ripeto, che se è vero che una religione è fondamento di una civiltà, bisogna ammettere non ci sono religioni non universalistiche, e quindi di fondo pacifiche. Penso che sarebbe utile riferirsi a come le scuole religiose interpretano l’attuale momento dell’islam, e se l’idea di una sua decadenza sia diffusa.

  23. SEGNALAZIONE

    Essendo in pausa per il periodo festivo ,”Le Parole e le cose” ha oggi ripubblicato “Israele oggi”, una intervista a Eva Illouz, una delle più importanti sociologhe contemporanee che insegna all’Università ebraica di Gerusalemme e collabora con «Haaretz» ( http://www.leparoleelecose.it/?p=16107#comment-299807).

    Oltre a sembrarmi interessante rileggerla a distanza di alcuni mesi, credo che le considerazioni sulla paura da lei fatte siano illuminanti e hanno a che fare anche con il problema della *decadenza* affrontato da questo post.

    1. Caro Ennio,
      l’intervista mi sembra abbastanza interessante, ma in che senso avrebbe a che fare con la decadenza o meno del mondo islamico?

      Ezio.

      1. @ Ezio

        No, al problema della decadenza in generale non a quella del mondo islamico, tema specifico del tuo post.
        Anche dai miei precedenti commenti dovrebbe risultare chiara che, se di decadenza vogliamo parlare, io tenderei a considerare quella del mondo islamico assieme e mai separatamente dalla decadenza dell’Occidente ( o della “civiltà occidentale).
        Aggiungo che non è pacifico usare questo concetto. Perché qualcuno, e non del tutto a torto, potrebbe accusarci di usare un concetto – quello di ‘decadenza’ appunto – ambiguo e nostalgico. Presupponendo la decadenza ( di uno Stato, di una religione, di una cultura, ecc) un precedente periodo migliore, più civile, ecc.

          1. Basta rileggerla e non rimanere alle allusioni.
            Eccola comunque:

            La parabola di Budda sulla casa in fiamme

            La parabola di Budda sulla casa in fiamme
            Gotama, il Budda, insegnava
            la dottrina della Ruota dei Desideri, cui siamo legati, e ammoniva
            di spogliarsi d’ogni passione e così
            senza brame entrare nel nulla, che chiamava Nirvana.
            Un giorno allora i suoi discepoli gli chiesero:
            < < Com’è questo Nulla, Maestro? Noi tutti vorremmo liberarci da ogni passione, come ammonisci; ma spiegaci se questo Nulla in cui noi entreremo è qualcosa di simile a quella unità col creato di quando si è immersi nell’acqua, al meriggio, col corpo leggero quasi senza pensiero, pigri nell’acqua; o quando nel sonno si cade sapendo appena di avvolgersi nella coperta e subito affondando; se questo Nulla dunque è così, lieto, un buon Nulla, o se invece quel tuo Nulla è soltanto un nulla, vuoto, freddo, senza significato>>.
            A lungo tacque il Budda, poi disse con indifferenza:
            < < Non c’è, alla vostra domanda, nessuna risposta>>.
            Ma a sera, quando furono partiti,
            sedette ancora sotto l’albero del pane il Budda e disse agli altri,
            a coloro che nulla avevano chiesto, questa parabola:
            < < Non molto tempo fa vidi una casa. Bruciava. Il tetto era lambito dalle fiamme. Mi avvicinai e m’avvidi che c’era ancora gente, là dentro. Dalla soglia li chiamai, ché ardeva il tetto, incitandoli a uscire, e presto. Ma quelli parevano non aver fretta. Uno mi chiese, mentre la vampa già gli strinava le sopracciglia, che tempo facesse, se non piovesse per caso, se non tirasse vento, se un’altra casa ci fosse, e così via: Senza dare risposta uscii di là. Quella gente, pensai, deve bruciare prima di smettere con le domande. Amici, davvero, a chi sotto i piedi la terra non gli brucia al punto che paia meglio qualunque cosa piuttosto che rimanere, a colui io non ho nulla da dire>>. Così Gotama, il Budda.
            Ma anche noi, che non più ci occupiamo dell’arte della pazienza
            ma piuttosto dell’arte dell’impazienza, noi che tante proposte
            di natura terrena formuliamo, gli uomini scongiurando
            a scuoter da sé i propri carnefici dal viso d’uomo, pensiamo che a quanti,
            di fronte ai bombardieri del capitale, già in volo, domandano
            e troppo a lungo, che ne pensiamo, come immaginiamo il futuro,
            e che ne sarà dei loro salvadanai e calzoni della domenica, dopo tanto sconvolgimento, noi
            non molto abbiamo da dire.

            (da https://danielebarbieri.wordpress.com/2011/03/21/poesia-ancora-brecht/)

  24. Qualche tempo fa ho chiesto ad alcuni ragazzi, che hanno la pazienza di parlare con me, di fare questo esperimento: leggere la Carta palestinese (1968, nota con molti diversi nomi) e sinotticamente lo Statuto di Hamas (1988), e di cercare per quanto possibile di far astrazione da giudizi morali e storici per concentrarsi solo sulla “forma” delle due carte, sui principi sostenuti, sul modo di argomentare, sulla politica espressa e via dicendo. Venti anni esatti dividono i due scritti, e se ci sono segni di “decadenza” dell’Islam, dovrebbero essere ben visibili nelle posizioni di due delle più avanzate organizzazione politiche arabe.
    Il risultato è stato, a mio giudizio, interessante. Abbastanza per chiedervi: chi di voi ha voglia e se la sente di leggere entrambi documenti (facilmente reperibile su Internet) e scriverci le sue opinioni e idee?
    Una preghiera sola: lo so benissimo che le differenze tra i due scritti si possono spiegare anche con fattori (e quanti!) esterni al mondo palestinese, ma l’esperimento chiederebbe che ci si concentrasse solo sulle mutazioni (se esistono). Ci sarà poi tempo per chiedersene le ragioni.

    Ezio Partesana

  25. A soli sei mesi di distanza molte raffinata distinzioni, prudenze e petizioni di principio fanno quasi ridere, quasi. No?

  26. @ Ezio

    Ridere proprio no. Dimostrano al massimo che il buio in cui annaspiamo ( perché lo vogliamo?) è più scuro di quanto ci appariva. Se poi vuoi dire che avevi ragione tu e che dobbiamo stare con l’Occidente (e Israele) resto in disaccordo.

    1. No, caro Ennio. Intendevo dire che quando ho proposto un problema, gli schifiltosi occidentali si son subito gettati a prendere le distanze, con mille e una distinzioni, dalla mia domanda, senza mai che passasse loro per la testa anche solo il dubbio che valesse la pena di guardare la realtà. Oggi, solo sei mesi dopo, quei germi di crisi del mondo islamico sono esplosi dall?Iran (che è islamico ma non arabo) all’Arabia Saudita, dallo Yemen alla Turchia, persino tra l’OLP e l’Is…
      Com’era il modo di ridere della Storia?

  27. Caro Ezio, mai riferirsi al mucchio (“gli schifiltosi occidentali”) e, almeno su questo sito, le prese di distanza non sono state rivolte alla tua domanda o alla necessità di “guardare la realtà” ma ad alcune implicazioni del tuo ragionamento e alla difficoltà di raggiungerla ( la realtà). Io non ce la faccio in questo momento a riprendere la questione, ma sarebbe bene insistere a riproporla…

    1. Caro Ennio, riesci a trovare, qui sopra, almeno uno dei commenti alla mia domanda che aiuti a capire che cosa sta accadendo nel mondo islamico?

      1. I commentatori non sanno “cosa sta accadendo nel mondo islamico”. Cercano di capirlo, credo. Chi sa o crede di sapere, parli. O indichi con esattezza, se gli capita di sentirne parlare, fonti o autori probabilmente più informati.

  28. …ho terminato la lettura di “Il feroce saracino” (P. Buttafuoco), non facile per me visti i richiami letterari, filosofici, storici, che dovrei approfondire ma anche piacevole per la narrazione di episodi di cultura popolare e di esperienza personale…L’autore è decisamente contrario a ritenere l’islamismo in decadenza, senza per questo negare le scissioni al suo interno e la presenza di una fazione fanatica e assassina…ma il popolo dell’Islam, che si ispira al Corano e alla Vita e ai Detti del Profeta per trarne regole di vita, è fondamentalmente pacifico. Quest’ultimo è presente in vaste aree del mondo, essendosi espanso dopo la morte di Maometto…L’autore stesso, di origini siciliane, si ritiene un saracino, ironicamente feroce. Il libro, ed è interessantissimo, si sofferma molto ad evidenziare come le due culture, cristiana ed islamica, si siano reciprocamente influenzate, avendo molti punti in comune, in quei territori dove la convivenza è stata stretta e pacifica per secoli…Ma non sarebbe mai finita, solo ha conosciuto il logorio e le sovrapposizioni del tempo, ma poi affiora, come radici comuni. In Sicilia, in Siria, in Iran, in Russia…le due religioni hanno avuto ed hanno riconoscimenti reciproci, rispetto e simboli comuni…E allora l’autore si (ci) chiede: chi è davvero il nemico? Chi istilla ignoranza e panico? Dopo questa lettura di un testo, che ho solo sfiorato con il mio commento, anche a me sembra difficile “guardare in faccia la realtà”…

    1. “Il popolo dell’slam, che si ispira al Corano e alla Vita e ai Detti del Profeta per trarne regole di vita, è fondamentalmente pacifico. Quest’ultimo è presente in vaste aree del mondo, essendosi espanso dopo la morte di Maometto…”
      Parafrasando Brecht: si è “espanso da solo? Non c’era con lui nemmeno una cuoca?

  29. Cristianesimo e islam: quale incontro possibile? di Bruno Forte,http://credenti.freeforumzone.leonardo.it/discussione.aspx?idd=10763816
    Il testo è di alcuni anni fa, ne riporterò alcuni brani per mostrare le cuoche i mestoli e le pentole che avranno potuto aiutare l’islam a diffondersi, ma tutto il testo, breve, 9 pagine, si può leggere con profitto.

    ” … un elemento fondamentale (che) differenzia le due fedi: sebbene entrambe siano fortemente motivate alla missione verso l’altro, nell’esercizio di questo compito l’Islam non esclude per principio l’uso della violenza e dell’imposizione forzata, il Cristianesimo non l’ha purtroppo molte volte escluso di fatto, anche se non ha mai potuto appellarsi alla prassi e all’insegnamento di Gesù. Con un’espressione a prima vista dura Pascal afferma: “Se Maometto scelse la via del successo umano, Gesù Cristo scelse quella di perire umanamente. Maometto uccide; Gesù Cristo si fa uccidere…” (Pensées, ed. Brunschvicg 601). Ciò che l’asserto di Pascal intende dire è che al centro del Vangelo di Gesù c’è l’“agape”, l’amore riconosciuto non solo come rivelazione del volto di Dio, ma anche come compito prioritario nelle relazioni col prossimo. È questo amore, inteso come gratuito e libero dono di sé senza ritorno, che per principio esclude la violenza sull’altro, anche se di fatto tante volte è stato ignorato e ha avuto spazio l’uso della forza al servizio della verità della fede. Questo motivo non è altrettanto chiaro nel testo sacro dell’Islam: se da una parte la formula premessa a tutte le Sure (capitoli) del Corano (eccetto la nona) è “nel nome di Dio, clemente e misericordioso”, e unisce dunque al nome “Allâh” (al ilâh = il Dio, il Dio unico) gli aggettivi “clemente e misericordioso” (“rachmân” e “rachîm”, che evocano il termine ebraico “rachamim”, “viscere materne”, usato per designare la misericordia divina), dall’altra la misericordia verso gli altri, di fede differente, appare in alcuni testi affermata, in altri contraddetta. Così, ad esempio, in una stessa Sura – la seconda – si dice da una parte che “quelli che credono (siano essi ebrei o cristiani o sabei) avranno tutti la loro mercede presso il loro Signore, non avranno nulla da temere né li coglierà la tristezza” (2,62), dall’altra a proposito degli infedeli si afferma: “Combattete per la causa di Dio quelli che vi combattono, ma non aggredite per primi: Dio non ama gli aggressori” (2,190), per poi aggiungere: “Uccideteli dovunque li troviate e scacciateli da dove hanno scacciato voi … Si sa che la lettura coranica conosce la legge dell’abrogante e dell’abrogato, per la quale si considera che un versetto può abrogare l’altro (sulla base di quanto è detto nella Sura 2, 106: “per ogni versetto che abroghiamo o che ti facciamo dimenticare ne daremo uno migliore o eguale”; alcuni commentatori contano 225 casi del genere): il problema, però, è sapere quale versetto abolisce l’altro e chi ha l’autorità per stabilirlo, dal momento che manca nell’Islam un’autorità dottrinale unica e definitiva …
    Le differenze accennate si radicano in realtà a un livello più profondo in un diverso modo di intendere l’autocomunicazione divina agli uomini: per il Cristianesimo la rivelazione si compie in un insieme di eventi e parole, che vengono testimoniati dal testo ispirato, senza però che la ricchezza in essi contenuta sia risolta nelle parole che li esprimono. Ecco perché l’accoglienza delle Scritture sacre nella tradizione ebraico-cristiana esige l’interpretazione, e cioè quel lavoro di scavo e di intelligenza operosa che – nel rispetto della “lettera” – raggiunga le profondità del mistero cui essa apre. Non è un caso che l’ermeneutica come scienza dell’interpretazione nasca all’interno dell’esegesi ebraico-cristiana della rivelazione! Nell’Islam non è così: il Profeta scrive ciò che gli viene dettato (cf. Sura 75,16-19), e il suo testo è a tal punto sacro e intangibile (è il Corano eterno, disceso dal cielo) che di esso esiste solo applicazione, obbediente ripetizione, non propriamente interpretazione (dall’undicesimo secolo – quinto dell’era islamica – si dà per assodato che “la porta dell’interpretazione” sia stata definitivamente chiusa). C’è insomma nell’Islam un’autorità del testo ispirato in quanto tale che – se lo rende oggetto di rispetto e obbedienza – può generare un letteralismo fondamentalista e fare dell’insegnamento del Profeta soprattutto un codice di leggi e dell’appartenenza all’Islam una sorta di conformismo alle regole e ai costumi della comunità di appartenenza, chiamata la Umma (parola che alcuni ritengono derivata da Um, madre). Questa appartenenza è considerata un privilegio rispetto ad ogni altro destino umano ed è ritenuta di conseguenza irreversibile (un musulmano non ha perciò il diritto a convertirsi a un’altra fede).”

  30. …riguardo alla domanda di Ezio Partesana, mediata da B. Brecht, sull’Islam, per la mia ignoranza fitta fitta, non posso che rispondere con altre domande…Premesso che la “guerra santa” di espansione del popolo arabo lunga diversi secoli dall’Arabia, all’Africa, all’Europa sia stata una guerra di conquista ma con una forte valenza religiosa( i capi militari erano anche autorità religiose) e sui libri di Storia sono riportati i nomi delle illustri famiglie di califfi che portarono avanti l’occupazione, tutte le persone al loro seguito ( cuoche, muratori, schiavi che ne garantirono le vittorie, oltre ai guerrieri) erano puramente obbedientI agli ordini, come gli schiavi di Tebe, Babilonia, Cina , Roma antica, o intimamente convinti ad operare dal loro stesso credo religioso? O per entrambe le ragioni? O da una sorta di fanatismo indotto?
    Nell articolo di Bruno Forte proposto da Cristiana mi sembra che si voglia far pendere troppo la bilancia dalla parte della validità del Cristianesimo rispetto all’Islam, cioé sia decisamente di parte…mentre allora mi sembra piu’ efficace sottolineare dove le due culture si incontrano o si sono incontrate: Il Saladino e Francesco d’Assisi che si confrontarono sulle rispettive dottrine o, ancora oggi, il santuario di Fatima in Portogallo che vede il pellegrinaggio di cristiani e di musulmani..”.pellegrini dell’una e dell’altra fede – gli uni senza cedere ai richiami occidentalistici dello scontro di civiltà, gli altri aborrendo il fondamentalismo assassino- si ritrovano accumunati dal desiderio tutto spirituale di procedere verso l’essenza…”(Il feroce saracino P. B.).
    Come sarebbe importante trovare dei luoghi d’incontro nelle nostre città…

    1. Sono d’accordo con te, Annamaria, sarebbe più importante “sottolineare dove le due culture si incontrano o si sono incontrate”, e questo è accaduto all’epoca di san Francesco (per esempio con Raimondo Lullo).
      Ma le differenze di cultura esistono e, dico una cosa forte, credere che non esistano è … eurocentrismo, come se quello che siamo noi valesse per tutti al mondo. (Ma chi siamo?)
      Quello che scrive Forte, vescovo cristiano, mi importa poco in quanto egli sia un vescovo, ma le differenze concettuali che appunta: l’uguaglianza per amore (o il dovere di annullare i diversi), e il rapporto tra il Libro e dio (che autorizza o impedisce l’ermeneutica) mi sembrano, e sono, fondamenti di convivenza decisamente differenti, anzi, opposti.
      La pratica, il concreto, stanno lì a prova. Mi dispiace, ma le idee contano, come e più di pietre. Non sono un brodo generale, in cui si annacquano e navigano tutte bene, come papere. Le idee si distinguono, e lavorano in proprio. Anche con ferocia.

  31. …”ma le differenze di cultura esistono e, dico una cosa forte, credere che non esistono è…eurocentrismo come se quello che siamo noi valesse per tutti al mondo. (Ma chi siamo?)”…Scusa Cristiana, ma proprio perchè non penso che bisogna cadere nell’eurocentrismo, credo che le differenze tra le due religione,cristiana e islamica, (differenze su cui meditare, con pensieri e parole simili a pietre) avrebbero potuto essere meglio presentate e commentate da un vescovo e da un imam messi a confronto …oppure anche separatamente, ma in parallelo sugli stessi punti. Di modo che una persona laica come me o aderente ad un terzo credo religioso possa piu’ obiettivamente coglierne i punti di incontro come le differenze…

    1. Ciao Annamaria, sai che ormai ti leggo da “invisibile”, p_arte lettore a cui preferisco sempre ritornare per questioni di evaporazioni che mi aiutano a evitare scontri perniciosi e del tutto dispersivi. Ma è giunto di nuovo il momento per lasciare traccia vagamente piu visibile della mia vicinanza alle tue orme, che procurano una gioia del cuore come se tu fossi una di quelle antiche parola da “scuola”, che chissà se hanno cancellato anche dagli atlanti storici. Sei la m-e-s-o-p-o-t-a-m-i-a ….senti che musica che sei ,che sei stata e che sempre sarai? Musica al di là di questo orwelliano menù che avvolge di nebbia le radici dei nostri banchi e anche bianchi sapiens sapiens. Seil viaggio di Momo con Monsieur Ibrahim, oppure un brivido storico nel deserto interiore di gaza in una pagina eterna di Davy Marie-Madeleine. Sei la famiglia turca che va in Germania e, fuori da ogni schermo, pagina e scherno, sei il fiore della Mesopotamia, del Golgota e del Corano..

      1. …Cara Ro, ti ringrazio…ma ti prego…arricchiscici piuttosto dei tuoi commenti che ci mancano molto. Un abbraccio Annamaria

    2. Non so, Annamaria, non credo che le idee stiano a metà di qualcosa, come la forza di gravità per il pendolo, o la bisettrice di un angolo. Se voglio conoscere le idee di un imam andrò a cercarle dove egli parla. Del resto sull’ermeneutica (che è propria della coscienza storica occidentale) non si può dare confronto se “dall’undicesimo secolo – quinto dell’era islamica – si dà per assodato che ‘la porta dell’interpretazione’ sia stata definitivamente chiusa”.
      In realtà non credo che esista un unico mondo di idee declinate in versioni più o meno corrette dalle varie culture, così come nelle lingue ci sono concetti non traducibili. Si potranno usare perifrasi, ma i pensieri umani sono davvero plurali, nella diversità non in… boh, colorazioni. E dopo, per capirsi, occorrerà un lungo lungo dialogo.

  32. Non c’è nulla da fare, siete macchine che non possono essere arrestate. Il mondo brucia e voi alzate il mignolo dalla tazza del tè per chiedervi se per caso fuori non piova, e ve ne rammaricate anche.
    Come se foste perennemente seduti nella poltrona di un teatro, avete reso innocuo qualunque conflitto e ridotte le sue ragioni a materia amabile di colta chiacchiera.
    Io proprio non vi capisco e mi spavento se penso che voi siete comunque i migliori che abbiamo.

    1. Grazie Ezio per i migliori (le migliori?) che abbiamo. Come macchina io perdo giri, qui e lì, per via del consumo e della fabbricazione antica.
      Ma il tuo impeto, esce tra le “poltrone” (del tuo teatro) o sei comunque ancora nello stesso teatro?
      Il mignolo (mio dio! mi viene una battutaccia!) non lo alziamo più da mo’ dalle tazze di thè (verde, che abbassa la pressione), si cerca “accademicamente” di capire il mondo, dalla fortunata posizione in cui ci si trova ancora, classe media in decadenza. Fin che dura. Dopo di noi il diluvio. Sì?
      O tu hai una chiave sicura per rovesciare i rapporti di forza nel mondo? Jeb Bush e i suoi amici?
      dio ci scampi, per esperienza

  33. Eh no, caro Ezio, il migliore sei tu che stai su una poltrona ancora più in alto dei migliori che qui commentano e però si limita a dire che non li capisce e si spaventa!
    Ripeto ad personam stavolta: Se sai o credi di sapere di più, parla . O indica con esattezza, se ne hai sottomano, fonti o autori probabilmente più informati.
    Ma che gioco è questo?

    1. No, caro Ennio, qui non si commenta nulla; si disquisisce delle proprie personali attitudini verso questa o quella cosa, ma del corno fra “parole” e “cose”, solo quelle prime ricevono una qualche attenzione. Così non fosse, a qualcuno sarebbe ben venuto in mente almeno di spulciare Internet sulla condizione dei lavoratori nei paesi mussulmani, o sulla loro bilancia dei pagamenti, per indicare a caso due questioni qualsiasi. E invece, tutti rivolti verso il proprio pensiero e i propri sentimenti, si tralascia malinconicamente la realtà per discettare se il sesso degli angeli sia più incerto nell’Islam o nel Cristianesimo. Si fa dell’impotenza un gioco, per quanto dotto, e si pretende poi, da chi lo faccia notare, che indichi il miracoloso “manuale” dove tutto quel che c’è da sapere è scritto e detto. Ma che razza di idea di studio e politica è mai questa? E ammesso e non concesso che io – chissà perché io poi… – indicassi dei testi da leggere, secondo te chi li leggerebbe mai? Ho chiesto di studiare e riflettere insieme su due “statuti” di una trentina di pagine l’uno – non una “storia universale” in sedici volumi – e nessuno ha voluto o potuto o ritenuto utile farlo. Quindi, non mi ricattare col “indica tu”, non è così che funziona la politica comune, né lo studio né la riflessione.

  34. A parte il fatto che anche i due “statuti” che proponesti sono “parole” , io non faccio nessun ricatto. Ritengo però che non possiamo rimproverarci solo di non sapere o di menare il can per l’aia o di non leggerci quello che a ciascuno di noi pare rivelatore di qualcosa d’importante o decisivo.
    A me pare meglio che chi ritiene utile un testo, lo proponga, spieghi perché per lui lo è, aggiunga sue considerazioni, ecc. Poi altri/e reagiranno come meglio credono o sanno fare.
    Non siamo, purtroppo, ancora capaci di costituire un luogo di studio e riflessione *in comune*.
    Altre vie non vedo. Se il diluvio dovesse arrivare prima di costruire una qualsiasi arca, ci sommergerà e pace.

    1. oh Cristo, mi verrebbe da dire, ci sommergerà di pace… forse, eppure, nonostante, si procede, la speranza… ecc!
      abbi pazienza, ma senza ottimismo…

    2. È esattamente quello che ho fatto con i due “statuti”, dicendo che la differenza di linguaggio e riferimenti indicava una diversa prospettiva e che, secondo me, la più recente era regressiva rispetto alla prima. Ma nessuno di voi ha accolto la richiesta, né ha spiegato perché fosse sbagliato o inutile leggere quei due brevi documenti. A questo punto se io proponessi, poniamo, un qualunque poderoso volume, quale sarebbe secondo te la reazione? Perché è qui il punto: io seguo il Fronte, l’Olp e Hamas da almeno 25 anni, suggerisco uno spunto di riflessione e nessuno si prende la briga di leggerlo, e dunque neanche di ragionare sul perché, eventualmente, la mia proposta sia scorretta o poco utile. Cosa altro mi rimproveri di non fare o di non aver fatto?

      1. @ Partesana (se l’ultimo suo commento: 14 aprile 2015 alle 16:29 è rivolto a me )

        Non ti rimprovero di nulla. Come detto, “non siamo, purtroppo, ancora capaci di costituire un luogo di studio e riflessione *in comune*. E perciò non devi prendertela se una tua proposta non viene accolta. Per qualsiasi motivo ( non piace, non prende, ci si sente impreparati a commentarla, la si ritiene scorretta o poco utile e non si ha voglia di dirlo e entrare in polemica, ecc.). Perciò suggerisco ancora una volta di pubblicare dei pezzi che uno ritiene utili e dire perché, ecc. (Se sono approfonditi, come il tuo primo intervento, si pubblicano volentieri come post e col rilievo dovuto).

        P.s.
        Appena posso intervengo sul testo di Bruno Forte e su uno che tu, Ezio, hai proposto su FB (di Mehdi Hasan).

  35. CONTRO LA PRESUNZIONE DI SUPERIORITA’ DEL CRISTIANESIMO.
    Note critiche a uno scritto di mons. Bruno Forte (http://credenti.freeforumzone.leonardo.it/discussione.aspx?idd=10763816)

    Altro che dialogo tra le culture o le religioni. In tutta sincerità qui si finge di dialogare. Avesse la maggior parte degli occidentali che si professano cristiani praticato la regola evangelica dell’amore (o Amore), il discorso di mons. Bruno Forte sarebbe inattaccabile. Non è così. Il cristianesimo è cresciuto nella storia europea e occidentale intrecciandosi con essa e subendone tali scossoni e sbandamenti rispetto alle origini e ai Vangeli che ancora oggi può solo rivendicare, come tutte le altre religioni e ideologie, di aspirare al Bene, non dimostrarlo con prove inequivocabili.
    Mettere troppo tra parentesi l’aspetto storico delle due religioni e cioè le effettive pratiche storiche che da esse sono derivate (soprattutto del cristianesimo, di cui pur ammette errori e deviazioni) spostando così il confronto sul piano astratto delle loro dottrine mi pare il primo difetto di questo scritto di Forte.
    Egli intende non nascondere le differenze tra Cristianesimo e Islam e non tacere «le difficoltà che il vivere in un contesto islamico può comportare per i cristiani o per i musulmani il vivere in un contesto culturale segnato dal Cristianesimo». Bene. A prima vista questo sembra un atteggiamento dialogante, sincero, serio, realistico.
    Ma è alla pari?
    Non mi pare ( e faccio mie tutte le riserve espresse in un commento da Annamaria Locatelli). Pur concedendo, infatti, qualche generico merito all’Islam («non si deve dimenticare la forte spinta verso il bene che l’Islam rappresenta per la grande maggioranza dei suoi seguaci»), finisce per promuovere – diciamo così – a pieni voti il cristianesimo, ribadendo la superiorità indiscutibile dei valori cristiani; e per di più non ritrovandoli tali e quali nell’Islam , “rimanda a settembre” quest’ultimo, gli impone future verifiche ponendo ben precise, e unilaterali, condizioni:« La sfida, allora, è rivolta anzitutto ai credenti musulmani, perché ciò che chiedono per essi in Europa sia garantito e assicurato per tutti nei loro paesi di provenienza. A tal fine occorre che sia esercitata tanto sul piano del diritto come sul piano della mentalità un’azione decisa volta a far maturare anche nelle culture segnate dall’Islam il principio del diritto inalenabile della persona alla libertà religiosa».
    Infatti, nell’”esame finestra” cui sottopone l’Islam:
    1.non ritrova l’amore («fra i novantanove nomi di Dio professati dall’Islam manca il nome “amore”, che, quando apparirà nei successivi testi mistici islamici, porterà con sé – come dice ancora Anawati – l’inconfondibile “risonanza cristiana”»);
    2. gli imputa di non escludere «per principio l’uso della violenza e dell’imposizione forzata» (mentre il cristianesimo, pur non avendolo «purtroppo molte volte escluso di fatto» – notare la genericità dell’affermazione! – mai avrebbe « potuto appellarsi alla prassi e all’insegnamento di Gesù»); per cui «la “guerra santa” in nome di Allah sarà sempre una possibilità – perfino esemplare – per il musulmano; la violenza esercitata in nome del Vangelo resterà scandalo e contraddizione rispetto ad esso, tradimento che, per quanto più volte perpetrato nella storia, sarà non di meno bollato dalla coscienza cristiana più avveduta»;
    3. appellandosi poi all’autorità di Pascal, contrappone il “cattivo” Maometto al “buon Gesù in un paragone già viziato dalla sua [di Forte] adesione di principio al valore cristiano e, come detto, da considerazioni decontestualizzate dalle storia delle due religioni: «Pascal afferma: “Se Maometto scelse la via del successo umano, Gesù Cristo scelse quella di perire umanamente. Maometto uccide; Gesù Cristo si fa uccidere…” (Pensées, ed. Brunschvicg 601)»; per cui «al centro del Vangelo di Gesù c’è l’“agape”[mentre] questo motivo non è altrettanto chiaro nel testo sacro dell’Islam;
    4. imputa anche all’Islam – ribadendo ancora la presunzione di superiorità della religione a cui aderisce – di mancare di «un’autorità dottrinale unica e definitiva» (insomma di non avere un Papa, un monarca assoluto).

    Ma, oltre a questa presunzione di superiorità del cristianesimo sottesa a tutto il suo discorso, Forte ha per me la sfacciataggine di attribuire al solo cristianesimo (meglio sarebbe dire: alla Chiesa cattolica) il merito della difesa o dell’affermazione nella storia delle «libertà democratiche» e il «valore inalienabile della persona e dei suoi diritti». Che sono stati frutti invece della modernità, dell’illuminismo, della Rivoluzione francese a lungo osteggiate dalle gerarchie della Chiesa. O al massimo di minoranze cristiane (gli eretici). Fino ad affermare che l’eventuale pericolo per questi valori verrebbe solo dall’esterno. E infatti scrive: « ipotizzando una crescita esponenziale di questa presenza [dei musulmani in Europa], c’è da temere per la libertà e la democrazia nel continente delle libertà democratiche e della forte coscienza – derivata dal Cristianesimo – del valore inalienabile della persona e dei suoi diritti?».
    Qui davvero si coglie il danno dell’impostazione di Forte: una cancellazione del ruolo non certo innovatore o democratico avuto per secoli dalla Chiesa.

    In sostanza – sembra dire – l’Amore è cosa cristiana; e questo valore rende superiore il cristianesimo; anzi ne fa una garanzia per la libertà e la democrazia (occidentale), altro valore dato per scontato e “estraneo” all’Islam.
    Forte, dunque, non spiega affatto come, malgrado questo Dio d’Amore e questo Cristo che «si fa uccidere», invece di uccidere come quel “cattivone” di Maometto (da verificare: Maometto ha mai ucciso di persona o sono stati i suoi seguaci a uccidere?), i cristiani per vari secoli non siano mai stati in grado di praticare fino in fondo quell’insegnamento di Cristo; e, come deve ammettere (però in sordina) lui stesso, hanno spesso macellato volentieri. Come hanno fatto – diciamocelo – anche i musulmani, i pagani, ecc.

    Se, dunque, si tratta di capire oggi «in che misura le religioni potranno giocare un ruolo in vista del superamento del conflitto e per la costruzione di un nuovo ordine internazionale fondato su giustiza, pace e salvaguardia del creato», si dovrebbe partire da premesse ben diverse da queste di Forte. E ammettere onestamente, come ho detto, che il cristianesimo non garantisce una maggiore efficacia di «giustizia», di «pace», ecc. rispetto all’Islam o all’ebraismo o a qualsiasi altra ideologia che abbiamo conosciuto nella storia umana.
    Forte non se la può cavare dicendo che «la Chiesa che riconosce queste colpe lo fa precisamente per obbedire alla verità del Vangelo e crescere nell’amore». Perché anche, quando si è scusata per i suoi “errori”, l’ha fatto (per forza di cose) dopo (e a secoli di distanza!), confermando dunque che la parola Amore di per sé non garantisce l’attuazione dell’amore nella vita individuale e sociale. Né alcuna superiorità. Né se la può cavare ricorrendo alla «coscienza più avveduta» di pochi cristiani più critici (Las Casas, Bonhoeffer, Weil, ecc.), che sempre ci sono stati, come ci sono stati i comunisti critici, ecc.

    Questa contraddizione tra parola del Vangelo e pratica dei suoi seguaci (nei secoli), tra valore affermato e pratica effettiva di quel valore, tra l’altro, non si limita solo alla questione della violenza. Una contraddizione analoga si riscontra nella storia del cristianesimo tra affermazione della povertà come valore evangelico e sviluppo “mondano” della Chiesa.
    Ci sarebbe infine da aggiungere, che proprio per il suo disinteresse verso l’effettiva storia di cristianesimo e Islam, Forte non tiene per nulla conto dei due contesti storici molto diversi in cui essi hanno finora operato: la modernità (capitalistica) in Europa e poi negli Usa; e la premodernità o estraneità (relativa e subordinata) alla modernità dell’Islam nel mondo arabo e altrove. Per non parlare di quanto le differenze materiali dei due contesti forse hanno inciso e incidono più delle stesse dottrine religiose e dei comportamenti che ad esse si rifanno. Ma questo sarebbe un altro discorso: significherebbe pretendere che Forte tenga conta della lezione marxiana. Cosa impensabile viste le premesse.

  36. Mi tocca di difendere il testo di Forte perchè lo ho proposto, preferisco però riferirmi allo scritto presente in www. caritaschietivasto.it/islam.doc, che è integrale, e più completo. La critica che gli rivolge Ennio è però poco generosa, imperniata com’è su due punti fondamentali: le malefatte storiche della chiesa rispetto ai principi sbandierati; le dichiarazioni di apertura verso l’islam in contrasto con una intransigenza dottrinale.
    In realtà il rapporto tra storia e idee è … “bastardo”: entro l’Illuminismo c’è il Terrore, e di fronte al Comunismo ci sono i gulag: per questo non si potrà parlare di “Illuminismo” e pensare il “Comunismo”? Invece il piano delle idee ha una autonomia su cui si possono fare analisi e confronti.
    E’ su questo piano delle idee che Forte rileva come la mancanza di un’autorità religiosa unitaria nell’islam (e non di certo un papa come “monarca assoluto”!) rende impossibile scegliere (e sciogliere le contraddizioni) tra differenti posizioni nel Libro. Contemporaneamente non si dà luogo a un’ermeneutica, cioè a una visione storica che tende a un’unità e non al fondamentalismo. (Mi rendo conto che procedo sommariamente per cenni ma vorrei arrivare brevemente in fondo.)
    Sull’amore come nucleo del cristianesimo in rapporto con la democrazia osservo che l’idea di persona nasce e cresce col cristianesimo, siamo tutti figli di dio padre, ed è stata necessaria per elaborare l’idea di uguaglianza democratica.
    Quanto al cenno finale di Ennio al “disinteresse verso l’effettiva storia” di cristianesimo e islam e ai due contesti storici: la modernità capitalistica per l’Europa e gli USA e la premodernità per i paesi arabi, ciò sarà vero ora, ma dal VII al XV secolo (età dei viaggi e delle scoperte geografiche) gli imperi arabo e poi islamico sono stati più civili e ricchi dell’Europa e quindi, su una prospettiva storica bimillenaria come è quella cristiana, il piano delle idee ha più rilievo.
    Ma infine, di che cosa discutiamo? Se l’islam è in decadenza, ha chiesto Ezio Partesana, e se tra la Carta palestinese 1968 e lo Statuto di Hamas 1988 si avvertano “segni di ‘decadenza’” (e ci sono mutazioni importanti, basta leggere i documenti). Per capire e intessere rapporti di pace con il mondo islamico, percorso oggi anche da forze ostili all’occidente, identificato con il cristianesimo (e si veda anche http://www.huffingtonpost.it/lucia-annunziata/papa-francesco-cristiani_b_7012484.html).
    Forte ha presente il problema e scrive dall’interno di quel cristianesimo che è l’obbiettivo di un certo islamismo (anche nello Statuto di Hamas).
    Ennio e Annamaria ritengono che la difesa del cristianesmo fatta da Forte non riguardi la cultura laica europea, perchè si trattarebbe in fondo di una posizione anch’essa fondamentalista.
    Io trovo questo ragionamento molto debole, perchè la cultura europea e occidentale è permeata di cristianesimo, più o meno consapevole. Il lavoro in cui mi impegno è quello di esplicitare, con le forze che ho, i tratti religiosi nella cultura laica, per valutarne il senso e le implicazioni, per poter scegliere che uso farne.

  37. UNA SEGNALAZIONE E UN COMMENTO
    I palestinesi di Yarmouk e il vergognoso silenzio quando non si può incolpare Israele
    La denuncia fuori dal coro di un giornalista musulmano che lavora per Al-Jazeera
    di Mehdi Hasan

    «La loro situazione dovrebbe importare a noi tutti, indipendentemente da chi siano i loro aguzzini. Qui non si tratta di fare del benaltrismo filo-israeliano. Ci sono ottime ragioni per criticare Israele che, a differenza di Assad e dell’ISIS, sostiene di essere una democrazia liberale. Ma come possiamo permetterci di rimanere in questo sonno profondo, svegliandoci di tanto in tanto solo per condannare profusamente Israele? Siamo onesti: quanto diversa, quanto più esplicita e appassionata sarebbe la nostra reazione se gli assedianti di Yarmouk indossassero le uniformi delle Forze di Difesa israeliane!
    La nostra indignazione selettiva è moralmente insostenibile. Molti di noi che alzano la voce a sostegno della causa palestinese chiudono imperdonabilmente gli occhi sul fatto che nei decenni scorsi decine di migliaia di palestinesi sono stati uccisi dai fratelli arabi: dai militari giordani negli scontri del “settembre nero” all’inizio degli anni ‘70; dalle milizie libanesi nella guerra civile, alla metà degli anni ‘80; dai vigilantes del Kuwait dopo la prima guerra del Golfo, nei primi anni ‘90. L’Egitto, il “cuore del mondo arabo”, ha collaborato con Israele nel blocco di Gaza. Intanto i palestinesi di Yarmouk vivono in condizioni catastrofiche. …
    Questo è il momento in cui dovrebbero far sentire la propria voce quelli di noi che affermano di avere a cuore il popolo palestinese e la sua battaglia per la dignità, la giustizia e l’indipendenza.»

    (da http://www.israele.net/i-palestinesi-di-yarmouk-e-il-vergognoso-silenzio-quando-non-si-puo-incolpare-israele)

    COMMENTO

    Cosa non mi va in questa presa di posizione? Il moralismo. Il fermarsi (e chiedere ad altri di fermarsi) all’indignazione, che dovrebbe essere invece soltanto il punto da cui partire col ragionamento politico sulle “cose”, sulla “realtà”.
    E ancora non mi va il pretendere che l’indignazione sia *equa*: tot quando è Israele a colpire i palestinesi di Gaza; e tot quando a colpire sono i giordani o i libanesi o altri.
    Dichiarata la propria indignazione, pur sapendo che la sottomissione politica economica culturale dei palestinesi continuerà e le cose resteranno terribilmente le stesse di prima ( di quando non si sapeva o si sapeva “distrattamente” e non ci si indignava) , questa nuova figura, che chiamerei dell’*indignato equo* o dello *spettatore equo* si sentirebbe moralmente a posto: coscienza apparentemente in pace e magari un contenuto orgoglio per essere uscito dal gregge dei silenziosi e forse indifferenti.
    No, non mi va questo moralismo che crede di prendere in castagna gli altri accusandoli, come fa Mehdi Hasan, di praticare una «indignazione selettiva». A mancare è il ragionamento politico sui fatti e sui rapporti sociali e politici, che, anche nel caso in questione dei palestinesi di Yarmouk, restano a loro sfavore. E nessuna indignazione, selettiva o equa che sia, sostituirà.

    Non indigniamoci perciò (a comando o meno). Ragioniamo *politicamente*. Anche se oggi è cosa quasi impossibile. Tanto siamo diventati dei singoli atomizzati, con idee confuse e abbiamo dovuto anche abbandonare quella illusione (chiamiamola ancora “internazionalismo proletario”), che in passato ci faceva schierare abbastanza facilmente coi palestinesi, perché essi sembravano i portatori della «causa giusta», avevano dei leader, magari discutibili sul piano dello stile di vita ma laici o quasi marxisti (che almeno per alcuni era un merito in più).
    Oggi quei palestinesi sono con Hamas (o, come vogliono altri: sono “ricattati” da Hamas). E Hamas significa Islam. E l’Islam può scivolare (secondo alcuni inevitabilmente) nel fondamentalismo e nella violenza, nel “terrorismo”. (Lo lascia intendere *tortuosamente* e risalendo al Vangelo e al Corano anche monsignor Bruno Forte nel testo suggerito da Fischer, che ho criticato).

    Ragionare politicamente oggi per me significa due cose:
    – farlo su un piano strettamente geopolitico, che in fin dei conti porta comunque a scegliere di restare con gli Occidentali “democratici” (Usa, Europa, Israele) contro il *cosiddetto* “terrorismo arabo” (e puntando a fare dei musulmani “moderati” dei propri alleati *subordinati*; ed è, in campo religioso, la logica anche della posizione di mons. Bruno Forte); oppure prendere le distanze *anche* dagli Occidentali, pur essendo innegabilmente cresciuti in questa loro cultura, ritenendoli – almeno in parte o in gran parte – responsabili della stessa nascita (reattiva) delle spinte fondamentaliste; e, in casi documentati – anche delle formazioni che praticano il “terrorismo arabo” .

    Fatto questo primo passo (scelta di una delle due posizioni realisticamente possibili), chi optasse per il distanziamento anche dalla “Chiesa Occidentale”, secondo me, dovrà scegliere tra due vie:
    – o valutare le cose su un piano mondiale che, sia pur ancora caratterizzato da un predominio soprattutto militare degli Usa, vede l’emergere di altre formazioni statali ad essi potenzialmente antagoniste (la Cina nei tempi lunghi per alcuni; la Russia di Putin più immediatamente per altri), che potrebbero equilibrare o addirittura scalzare quella predominanza *(pseudo)imperiale* e costruire un quadro geopolitico diverso dall’attuale, giudicato più favorevole alle soluzioni politiche anche di questioni “locali” (quella palestinese, quella europea, quella greca, ecc.);
    – o (e qui devo fare varie ma necessarie premesse… ), se non si trovassero affidabili tali quadri geopolitici o si restasse incerti sulla loro effettiva validità (perché la geopolitica è materia complessa, sulla quale è difficile orientarsi e taglia comunque fuori molte cose: desideri profondi, utopie, memorie di lotte a cui non si vuole rinunciare) o si ritenesse addirittura che la geopolitica non è terreno su cui un individuo isolato e smarrito può muoversi oggi con un minimo di padronanza di se stesso (non esistendo neppure più un partito sul quale poggiarsi in quest’opera oggi davvero ardua di comprensione della realtà), resta – al posto dell’indignazione facile (selettiva o meno) – la posizione che ho sempre definito “alla Madre Courage” di Brecht, cioè di chi sa di essere nella posizione, debole ma non meschina, del “servo” (Cfr. Fortini) e si barcamena tra padroni potenti, cercando i minimi spunti per ridurre la propria subordinazione e, chissà, se dovessero capitare, le occasioni di una rivolta sulla quale ci si sente di *scommettere*.

    P.s.
    Personalmente sono più orientato verso questa seconda prospettiva.

    1. So benissimo, caro Ennio, che “non ti va” l’articolo di Mehdi Hasan, però tu liquidi con un po’ troppa facilità quel che non ti piace, ascrivendolo, mi pare di poter dire, a propaganda.
      Critichi il giornalista perché “si ferma e chiede di fermarsi all’indignazione”; dove, scusa? in quale parte dell’articolo? E cosa c’è poi di male nel chiedere che ogni sfruttato o umiliato riceva la stessa attenzione di ogni altro? Tatticamente si può giudicare che alcuni conflitti siano più importanti di altri, ma eticamente?
      Il fatto è che i paesi arabi (ma non solo, gli iraniani non sono arabi per nulla) che a intervalli regolari propugnano la distruzione di Israele in nome della libertà del popolo palestinese, sono poi gli stessi che a questi non concedono un passaporto, un documento di residenza e neanche un permesso di lavoro. Con la scusa di non aiutare “la entità sionista”, trattano i palestinesi come carne da scambio, e pochi – qui sì – si prendono la briga di farlo notare. Come giustamente scrive Mehdi Hasan, si può e si deve criticare Israele per molte cose, e terribili anche; ma perché tutti i (falsi) amici dei palestinesi non lanciano una bella campagna di boicottaggio contro gli stati che a parole e a soldi sono al fianco del popolo palestinese, ma solo affinché resti l’ostaggio che è ora?
      Gli “scontri”, chiamiamoli così, tra Israele e il popolo palestinese ricevono una copertura mediatica e suscitano una indignazione morale cento volte più vasta di quando lo “scontro” è tra i signori della guerra libanesi e i sauditi, o le monarchie del Golfo e l’Iran. E di mezzo ci sono sempre i palestinesi che, Dio voglia, avrebbero diritto a amici meno infedeli, oltre che a “nemici” meno stupidi.
      In un mio breve scritto di qualche tempo fa cercai di spiegare che questa diversità di atteggiamento verso Israele dipende dal fatto che quello stato viene percepito, da noi europei, per lo più come “noi” (semplificando all’estremo), e attaccando Israele – con buone ragioni, a volte, altre non affatto – si salva la capra dell’autocoscienza e i cavoli del colonialismo. La tua risposta quale è?

      1. @ Partesana

        Caro Ezio, le mie risposte, per quel che valgono, le conosci: te le diedi in dettaglio in quelle discussioni a cui fai – mi pare – riferimento e che impegnò vari di noi.
        (Cfr. http://www.poliscritture.it/2014/08/27/peggio-dei-nazisti/;
        http://www.poliscritture.it/2014/08/01/sio-fossi-gaza-1/;
        http://www.poliscritture.it/2014/09/13/sio-fossi-gaza-riprese/). Vano ripeterle adesso, credo.
        Quanto all’articolo di Mehdi Hasan, ho fatto il possibile per criticarlo nella sostanza. Se l’avessi ritenuto semplice propaganda (elemento che comunque non manca) non l’avrei neppure segnalato.
        Mehdi Hasan per me “si ferma e chiede di fermarsi all’indignazione” (questa è la mia interpretazione) sia nel passo che ho citato sia quando, nel pezzo completo, ribadisce:«La nostra indignazione selettiva è moralmente insostenibile. Molti di noi che alzano la voce a sostegno della causa palestinese chiudono imperdonabilmente gli occhi sul fatto che nei decenni scorsi decine di migliaia di palestinesi sono stati uccisi dai fratelli arabi: dai militari giordani negli scontri del “settembre nero” all’inizio degli anni ‘70; dalle milizie libanesi nella guerra civile, alla metà degli anni ‘80; dai vigilantes del Kuwait dopo la prima guerra del Golfo, nei primi anni ‘90.».
        Non mi pare (certo è un articolo e non un saggio) che affronti lo spinoso problema politico a cui ho cercato di accennare.
        Il mio ragionamento tenta proprio di non accontentarsi di «chiedere che ogni sfruttato o umiliato riceva la stessa attenzione di ogni altro». Credevo di essere stato chiaro: non riesco ad accettare la denuncia *solo* etica («Tatticamente si può giudicare che alcuni conflitti siano più importanti di altri, ma eticamente?»), pur non disprezzandola. Sono convinto che sia insufficiente anche oggi, malgrado – come ho spiegato – addentrarsi sul campo politico da isolati e spaesati pare quasi impossibile. Lo facciamo in pochi. E purtroppo dal “sottosuolo”. E tuttavia, pur “sotterrati” o “accecati”, ritengo che i ragionamenti politici contano più dell’indignazione morale.

        1. “E tuttavia, pur “sotterrati” o “accecati”, ritengo che i ragionamenti politici contano più dell’indignazione morale”. Tipo: “Premiata macelleria”?

          1. @ Partesana

            Se rileggi la discussione, vedrai che avevo inquadrato la mia indignazione morale (“premiata macelleria”) in un ragionamento politico. Cosa che manca – ripeto – nel pezzo di Mehdi Hasan.

        2. @ Ennio Abate

          Ma non è così.
          Quando ti attaccai per il pessimo slogan su Israele “premiata macelleria dal 1948”, la tua risposta fu tutta incentrata sulla difesa delle emozioni e sul diritto allo sdegno; ricordi? non ti erano ben chiari neanche i dettagli della suddivisione dei territori del mandato britannico. Solo che ora è un altro a farlo, un giornalista che non ha il tuo medesimo giudizio – o non del tutto – sulla questione, e allora “non ti va bene”.
          Il fatto è che tu oscilli, mi pare, tra l’attribuire all’etica una autonomia assoluta – da cui l’apologia dei sentimenti e dello sdegno – e l’assegnare al piano politico (o storico e economico, se preferisci) la “ultima istanza”, in una forma che ricorda un poco quella del Diamat.
          A chi critica l’ideologia dei paesi arabi, tu rispondi: “La storia, la storia…”, e a chi critica la storia rispondi “Le idee, le idee…”, e così non ti si può dire nulla.
          Se nei paesi islamici i così detti diritti civili sono poco protetti, per usare un eufemismo, tu rispondi che è colpa del colonialismo, e che da noi non è che vada tanto meglio (per altro, quale colonialismo? Perché gli arabi sono stati colonialisti in punta di spada ben prima che le brigate inglesi solcassero i mari). E quando invece si riflette su una crisi della cultura araba e mussulmana, tu replichi che bisogna guardare ai rapporti di forza in atto, non alla storia.
          In questo modo tutto diventa astratto. Israele deve esistere? Sì in teoria, non in pratica perché l’entità sionista è l’avamposto del capitalismo. La questione di genere è importante? Sì – dici tu – forse persino cruciale, ma nei paesi arabi hanno una tradizione diversa, per cui lì non conta più. I rapporti di classi dividono ancora il mondo in due? Sì – rispondi – ma solo nell’Occidente imperialista, altrove è questione diversa.
          Senza inserire un grano almeno di dialettica tra etica e politica non si riuscirà a operare alcuna riflessione seria. Questo io penso. E del resto il vecchio Kant, citato dall’amico più sopra, l’aveva pur spiegato: ogni pensiero è giudizio o tautologia.

          1. @ Partesana

            Non mi dispiace oscillare [= dubitare] e accetto volentieri lezioni di filosofia. Ma vorrei far notare che sarebbe meglio evitare discussioni troppo personalizzate (“Tu dicevi, ma in realtà..”). Perché, accertata la differenza di certi punti di vista di fondo tra me e te (o tra me ed altri commentatori), mi pare più produttivo, per la discussione pubblica, che ciascuno esponga le sue posizioni rivolgendosi all’insieme dei commentatori e polemizzi il più *indirettamente* possibile senza chiamare ogni poco in causa Tizio o Caio (se non quando indispensabile), avviando così un ping-pong che potrebbe essere infinito (e spesso noioso). Perciò nel merito di quanto *mi* dici, ti risponderò in privato.

          2. D’accordo, accetto il giusto rimbrotto sui dialoghi “a due”.
            Faccio solo sommessamente notare che “oscillare” non ha niente a che vedere con “dubitare”, derivando l’etimologia da quelle mascherine votive che i romani appendevano da per tutto, anche su gli alberi dove, appunto, “oscillavano”…

  38. @ Fischer

    Rispondendo a caldo e velocemente. Vedi che il testo più sintetico di Forte, su cui ho ragionato, non differisce nella sostanza da quello a cui tu ora fai riferimento. Ma, a parte questo, la mia critica principale a Forte è «poco generosa», perché lui è “poco generoso” verso i suoi interlocutori musulmani, mettendosi, appunto, in cattedra e facendogli la “lezioncina”. È questa (non proprio sottaciuta) presunzione di superiorità che non mi va.
    E tu in parte ti accodi alla sua posizione quando scrivi: «la mancanza di un’autorità religiosa unitaria nell’islam (e non di certo un papa come “monarca assoluto”!) rende impossibile scegliere (e sciogliere le contraddizioni) tra differenti posizioni nel Libro».
    E chi lo dice? Perché mai «un’autorità religiosa unitaria» sarebbe migliore di una pluralità di autorità? (La tradizionale questione di quale sia il migliore regime – monarchia, oligarchia, democrazia – andrebbe tenuta come minimo aperta…).
    Quanto al rapporto tra storia e idee (e ideologie) ho io per primo scritto che riguarda tutte le ideologie e non solo il cristianesimo. Non penso però che il confronto sul «piano delle idee», pur avendo una sua autonomia, possa essere decisivo e soprattutto possa essere staccato con troppa disinvoltura da quello delle pratiche storiche effettive dei sostenitori di una certa dottrina (cristiana, musulmana, illuministica, ecc). Sarebbe troppo facile (e le dottrine non si “sporcherebbero” mai…).
    Non capisco poi cosa c’entri l’amore «come nucleo del cristianesimo» con la democrazia e anche con l’idea di persona. Magari le tre cose non sono così mescolabili…(E poi, già che ci sono, perché infilare, en passant, quel « siamo tutti figli di dio padre»!).
    La mia richiesta di tener conto dei differenti contesti storici in cui sono cresciuti cristianesimo e Islam non vuole affatto ribadire una “superiorità” del primo contesto sul secondo, ma indicare la problematicità estrema (più conflittuale che dialogante!) del rapporto tra esperienze storiche che ci appaiono sfasate e non più collocabili su una sicura linea “progressiva”. (Qui bisognerebbe ripescare Ernst Bloch…).
    Infine, la posizione espressa da Lucia Annunziata mi pare troppo simile a quella che ho appena criticata di Mehdi Hasan (http://www.poliscritture.it/2014/12/16/islam-in-decadenza/#comment-18231). C’è la stessa “aria di famiglia”, credo. E mi pare di aver detto cosa penso.

  39. …Cristiana, sono assolutamente convinta che la cultura laica sia imperniata di tratti religiosi, ma non necessariamente solo cristiani. Nell’ultimo secolo, la circolazione di idee, di scritture, di esperienze ci ha permesso di sfondare l’eurocentrismo e di conoscere la storia, i problemi politici-economici, le religioni e le filosofie dei popoli del mondo…di vederne le relazioni e le cause comuni. L’Europa non è piu’ una roccaforte. Personalmente, ma i percorsi sono i piu’ vari, l’esempio di amore per il prossimo espresso nei Vangeli attraverso la figura di Cristo, come il discorso di unità cosmica espressa dal Taoismo, il concetto di abbandono al Dio, come alla natura (che non è sottomissione) dell’islam mi convincono parecchio.
    Inoltre penso che le idee siano importanti e possano raggiungere una loro coerenza e perfezione, ma restano sempre parole, mentre l’antropologia e la storia sono le cose, cioé il piano concreto dove mettere alla prova le idee stesse…I due piani si rincorrono sempre e non devono perdersi di vista.
    Mons. Bruno Forte parla solo di un Bene ultimo e sorvola troppo sulla realtà della chiesa cattolica nella storia. Non è necessario risalire alle crociate… anche negli ultimi tempi, quando, è vero, non si sono impugnate le armi, ma si sono visti cappellani benedirle, statue della madonna inchinarsi davanti ai potenti mafiosi…Il cristianesimo, certo, è un’altra cosa e conosco persone coraggiose che ne sanno portare avanti lo spirito, sono ancora quelle che aprono un dialogo con quelli che non considerano diversi o altri…L’analisi di Ennio mi sembra esatta…

    1. Che dire, cari Ennio e Annamaria? Non sono d’accordo sul vostro non essere d’accordo. Quasi su tutti i punti, ma per me ora basta così. Forse, anzi probabilmente, lo stesso dis-accordo si puntualizzerà in altre occasioni. In fondo, non sono questioni peregrine, anzi, centrali.

      1. @ Fischer

        Certo, nessuno può obbligarti a continuare la discussione. Ma qui – devo pur rilevarlo – abbiamo la prova che di certe questioni sta diventando sempre più difficile parlare.
        Questo tra noi, che pur manteniamo (ma è ancora così?) dei riferimenti comuni. Figuriamoci a parlare con quelli che provengono da culture diverse…

      2. siccome gli ignobili sanno che l’uomo religioso è una personalità decisa, uno degli equivoci su cui questi farabutti, che giocano sulla fede altrui, decidono se uno è veramente un uomo di fede è nel loro appello a schierarsi: se uno non si schiera figura come un uomo di poca fede e, siccome l’uomo di vera fede non odia,anzi è incapace di odiare, lo fanno per questo passare come un uomo di poca fede

  40. Ma è proprio perché non andiamo abbastanza a fondo della nostra cultura che fatichiamo a dialogare con le altre! Si dialoga tra differenze, non tra confuse identità.

      1. @ Banfi

        Se non capisco male, condividi la cultura della differenza su cui insistono (secondo me) mons. Bruno Forte e Cristiana Fischer. Ora sarà pur vero che “confuse identità” (ma chi lo stabilisce che siano tali?) difficilmente dialogano, ma anche chi rivendica la differenza tra cristianesimo e Islam come il suddetto monsignore non mi pare un grande dialogatore, come ho cercato di dimostrare.

  41. p. s. : si rischia una confusa identità quando si dice “Personalmente, ma i percorsi sono i piu’ vari, l’esempio di amore per il prossimo espresso nei Vangeli attraverso la figura di Cristo, come il discorso di unità cosmica espressa dal Taoismo, il concetto di abbandono al Dio, come alla natura (che non è sottomissione) dell’islam mi convincono parecchio.” Annamaria Locatelli. Non perché non sia diffuso questo rivolgersi a significati spirituali diversi, ma perché, a un certo punto, occorre pure accettare che le religioni sono diverse tra loro. (Altrimenti, come mai in tanti secoli, e con la cultura diffusa, il massimo di condivisione avviene principalmente nella new age?)
    Ricordo che l’attuale Dalai Lama invitava i credenti di altre religioni a non diventare buddisti con troppa disinvoltura.

    1. io penso che lei sa anche molte cose, ma lei è fondamentalmente un ignorante. Lei sa quello che la interessa, non sa assolutamente nulla di quello che interessa gli altri, per questo ignorante. La sua fede stessa è sintomo di ignoranza, perché lei deve negare e deve distinguere, e questi sono chiari sintomi di ignoranza. Lei deve contrapporsi, se no lei non è lei, non è quello che lei pensa di essere. Io dubito che lei sia una persona religiosa

  42. penso francamente che, come intellettuali occidentali, ci facciamo “ombrello” di queste diatribe dogmatiche in parte per una garanzia che esse ci offrono, essendone in disparte: una posizione del tutto di comodo che ci rende, al tempo stesso, coscienza critica e voci comunque di parte, in quanto obbiettivamente inseriti nella compagine di un determinato modello di società. In realtà, se fosse per noi, lasceremmo tranquillamente scannarsi tra di loro i “cugini” cristiani e islamici in nome di una fede che per noi non rappresenta assolutamente più nulla. L’intera questione, dal punto di vista intellettuale, è in realtà viziata dal fatto che sono i media a condurre una loro “guerra santa” che non ha paladini, ma forse vorrebbe evocarli insistendo sulle atrocità della parte avversa: una strategia propagandistica fatta interamente propria dai rappresentanti del cosiddetto Stato Islamico e che, c’è da dire, qualche successo persuasivo riesce momentaneamente anche a coglierlo, ma che è soprattutto alimentata dai nostri mezzi stampa e televisivi. Salvo il fatto che noi siamo talmente “drogati” da tutto questo, talmente abituati a sorbirci dosi massicce di idiozie, efferatezze quotidiane, opinioni senza riscontro e tutto il peggio dell’inquinamento visivo, olfattivo, uditivo, dell’etere che ormai ne siamo, per così dire, mitridatizzati. Di fronte a questo muro di indifferenza, che va irrobustendosi di giorno in giorno, le religioni hanno già perso in partenza. Per questo, e per vari altri motivi, mi pare che la polemica, il ribadire punto per punto, trovi il tempo che trovi: soprattutto di fronte ad affermazioni che appaiono l’ennesima, stanca ripetizione di luoghi comuni di un dogmatismo che aveva senso in altre epoche (e che peraltro non è mai stato oggettivo nel riconoscere meriti e torti). Sarebbe molto più efficace far capire a questi degni rappresentanti della fede che a noi, di loro, non ce ne importa più nulla

  43. …Cristiana, per quanto mi riguarda penso di avere una identità laica che non esclude il sentimento del mistero e del sacro ( la scienza stessa affronta questi temi), percio’ alcune correnti di pensiero religioso, filosofico esprimono idee che posso condividere, senza tentazioni di conversione o di new age. Sono d’accordo con Giovanni Schiavo Campo: certe posizioni sono dogmatiche e anche la tua affermazione “le religioni sono diverse tra loro” spero non sottintenda una sostanziale “diversità” tra esseri umani che le professano. In questo caso soltanto si svilupperebbe l’incomunicabilità…

  44. Avendo iniziato a seguire questo blog non molto tempo fa, ho dedicato un pomeriggio a recuperare questa discussione sull’Islam e (tanti) suoi dintorni, e sono indeciso se considerarlo un pomeriggio di pausa e di riposo o di superlavoro. Certamente molti interventi hanno, insieme, ragione e torto, perché spesso le situazioni sono duplici (o anche triplici) e basta spostare di un passo il punto di vista perché la prospettiva cambi. Non intendo pertanto né riassumere quattro mesi di discussione né riprendere la discussione al punto lasciato dall’uno o dall’altro interlocutore. Vorrei invece fare un paio di osservazioni che mi sembrano mancare nei testi precedenti e trarne alcune mie personali conseguenze (sia pure necessariamente non conclusive di niente).

    1) L’errore dell’«eurocentrismo» non sta – per semplificare al massimo – nel fatto che reputa la cultura europea superiore a quella degli altri (democrazia, religione d’amore, libertà, diritti delle varie specie ecc.), perché tutti i popoli ritengono che la propria cultura sia superiore a quella degli altri. L’antropologia culturale ci ha insegnato, da almeno sessant’anni, che le culture sono strutture complesse (anche quelle dei cosiddetti popoli primitivi), delicate, instabili e che tendono, contemporaneamente, sia alla chiusura per difendersi, sia all’apertura per arricchirsi e accogliere ciò che nel nuovo, o diverso, appare utile e integrabile. Ci pensano poi le diverse circostanze storiche a far emergere ora come più impellente la chiusura, ora l’apertura.
    L’errore dell’«eurocentrismo» consiste invece nella pretesa di «civilizzare» gli altri, predicando ed esportando la propria «superiore» cultura, anche con l’uso delle armi. Questa è una pratica molto antica e non ancora superata, tanto è vero che Paesi occidentali, compresi Paesi europei, compresa l’Italia, sono ancora oggi in armi a casa d’altri. Uno degli ultimi disastrosi esempi di interferenza illegittima è stato il contributo dato dalla Francia e dall’Italia (e altri) all’abbattimento del regime di Gheddafi in Libia.
    Dall’eurocentrismo si è passati pertanto all’imperialismo (culturale, economico, religioso, politico ecc.), non ancora morto. Anzi!
    Tuttavia questo atteggiamento imperialistico è antico, precede quello europeo, e soprattutto è proprio di molti popoli (non di tutti, però).
    La storia è anzi, da molti punti di vista, una successione di imperi in lotta fra di loro. Raramente le culture hanno convissuto in modo pacifico. In alcune di esse, addirittura, gli studi di antropologia ci dicono che tutto è indirizzato alla guerra, fin dal modo in cui si fanno nascere i bambini e li si nutrono. In certi popoli, insomma, la cultura (in senso antropologico) è essa stessa una macchina di guerra. Fare i buonisti e negarlo significa solo disconoscere le evidenze della storia e dell’antropologia.
    Del resto, per quel che riguarda l’Italia (a titolo di esempio), basta girare per le strade delle nostre città e vedere quante vie e piazze e monumenti sono dedicati a criminali, considerati eroi per le loro imprese di guerra.
    L’imperialismo, la guerra, lo scontro fra Paesi è dunque abbastanza normale, anche se di volta in volta le ragioni prevalenti possono cambiare (religiose, economiche, politiche, ideologiche ecc.). Kant già nel 1795 osservava che la condizione di guerra era considerata lo stato normale, mentre la pace era considerata una pausa provvisoria fra due guerre. Probabilmente abbiamo fatto dei passi in avanti e oggi siamo propensi, culturalmente, a ritenere o almeno auspicare che sia la pace la situazione normale e non la guerra. Ma di fatto la guerra è comunque una nostra compagna quotidiana, o direttamente, o indirettamente.
    Non siamo ancora arrivati a quel livello di civiltà auspicato dall’antropologia culturale in cui si dovrebbe insieme riconoscere la differenza e la parità delle culture, rispettandole, ed evitare la guerra da qualunque ragione o pretesa nasca.

    2) La situazione dell’Islam (o, per meglio dire, del mondo mussulmano) è sicuramente in crisi, se prendiamo il termine «crisi» nel suo significato più proprio, che è quello di situazione instabile, pericolosa, stressante, in cui è necessario prendere decisioni che possono essere difficili e traumatiche. Se poi ciò comporti anche una «crisi» nel senso di un regresso e di un indebolimento, è un dato ancora tutto da verificare.
    La crisi ha una radice lontana e un travaglio tuttora in corso. In sostanza l’Islam è stato in fase aggressiva e in espansione fino alla seconda metà del Settecento, poi si è fermato. Ricacciato da secoli dalla Spagna, bloccato nei Balcani, in regresso in Africa e in Asia di fronte al colonialismo inglese e francese. Dal punto di vista dell’Islam il momento della sua vera crisi sta qui. Il fermento del mondo islamico riprende dopo la Prima guerra mondiale e assume, spesso, un carattere «rivoluzionario», nel senso di radicale e rapido cambiamento di situazioni e prospettive sociali e politiche. Ciò è avvenuto in qualche caso in nome di principi laici, come in Turchia, (ma non per questo pacifici, basti ricordare l’eccidio degli Armeni), in altri casi in nome di principi religiosi e di tradizioni culturali, come in Arabia Saudita. Il nazionalismo arabo, con venature di «socialismo» militare e baathista (Ba’th vuol dire “resurrezione”) e affini, si è scontrato, ma anche incrociato, con il prevalere in parte del mondo arabo e musulmano di correnti religiose più radicali (come in Arabia Saudita). Finché la piega antioccidentale di tutto il fermento del mondo musulmano si è decisamente diretta a una rivoluzione in cui l’aspetto religioso, di rinascita religiosa, di ritorno alla purezza delle origini, di rifiuto delle contaminazioni occidentali, ha prevalso sugli altri elementi. Si è partiti dall’Iran di Khomeyni e si è più tardi proseguiti con la Jihad di Bin Laden e ora con le battaglie del Califfato e dell’Isis (Islamic State of Iraq and Syria).
    Per il mondo islamico (per una parte consistente di esso, almeno) non si tratta di terrorismo, ma di rivoluzione. E come sempre, le rivoluzioni hanno la tendenza a rivendicare una purezza delle origini, come è avvenuto in Europa con le rivoluzioni evangeliche del Cinquecento (anabattisti, calvinisti, luterani che hanno scelto l’interpretazione più radicale e integralista del cristianesimo, quella che passa per la teologia di San Paolo e di Agostino), con la Rivoluzione francese (e il terrore giacobino), con la rivoluzione bolscevica e con altre successive. In tutte queste rivoluzioni vi sono costanti (proprie – oserei dire – delle componenti ripetitive e permanenti della sociologia delle rivoluzioni), che si ritrovano anche nelle rivoluzioni musulmane. Una di queste costanti è l’alto conflitto interno alle stesse forze che, in apparenza, dovrebbero essere unite da comuni ideali rivoluzionari (ma la purezza dello «stato nascente» rivoluzionario non ammette nemmeno il minimo dissenso), tanto che dopo una fase iniziale, in genere caotica e un po’ anarchica e libertaria, subentra una fase più istituzionalizzata in cui si «fanno i conti» al proprio interno (questa è la fase in cui la rivoluzione “mangia” i propri figli e in cui i dirigenti vincitori del momento si trasformano in killer spietati. Una seconda costante è l’iconoclastia, la tendenza a ripartire da zero. I militanti dell’Isis hanno distrutto interi musei, ma altrettanto, in modi più o meno generalizzati, è già capitato, sia nella storia passata dell’Islam, sia nella storia occidentale. Quante chiese e opere d’arte della tradizione aristocratica e cattolica sono state distrutte in Francia nel periodo del terrore? Quante opere d’arte distrutte nella Russia sovietica nel periodo 1917-1921? Quante in Cina nel primo periodo maoista? Quante in Cambogia negli anni di Pol Pot? E così via elencando (includendovi anche le distruzioni naziste, quelle ancora precedenti alla guerra, perché anche il nazismo fu indubbiamente, a modo suo, una rivoluzione che intendeva rifondare il mondo intero). Una terza costante è la volontà di esportare la rivoluzione, di farne la base per una rinascita del mondo intero, di sviluppare un’azione di proselitismo più o meno estesa a seconda della forza effettiva che si possiede. Tutte le rivoluzioni che hanno la pretesa di rifondare il mondo sviluppano una fase di fanatico radicalismo in cui la purezza del credo vale molto più di qualsiasi vita umana.
    Il mondo musulmano è ora percorso da questo radicalismo fanatico e rivoluzionario, deciso a fare piazza pulita di tutti gli avversari, sia interni all’islam e al mondo mussulmano, sia esterni. Le minacce rivolte all’Occidente, al cristianesimo, agli ebrei, sono minacce serie, reali, da non prendere in nessun modo sottogamba.
    Quello che mi preoccupa, però, ancora più degli estremismi alla Bin Laden di ieri e dell’Isis di oggi, è il fatto che il 90% o più del mondo islamico, nella persona delle autorità religiose, anche di quelle considerate moderate, non reagisce condannando gli estremismi (le voci di condanna sono davvero rare), ma mantiene un atteggiamento in sostanza di complicità, anche se non sempre dichiarata.
    Anche questo è già avvenuto nel passato, nella stessa Europa. I luterani hanno massacrato decine di migliaia di anabattisti senza trovare un freno al loro interno. I giacobini francesi hanno massacrato oltre centomila dissidenti, vandeani e di altre regioni, compresi donne e bambini, bruciando interi villaggi, eppure ancora oggi si tende a ignorare o sminuire o giustificare tali crimini, e c’è tutta una tradizione storiografica «progressista» che non ha ancora fatto i conti con la storia e non ha realizzato che i crimini di massa e il vero e proprio genocidio, come quello vandeano, non hanno proprio nulla di progressivo. La faccenda si è ripetuta per i crimini di massa di Lenin, Trockij e Stalin, i quali, fra l’altro, hanno massacrato anche migliaia e migliaia di socialisti e di anarchici, non solo «borghesi» e capitalisti. E ancora oggi molti, a “sinistra”, considerano Fidel Castro e Che Guevara dei rivoluzionari idealisti e romantici, mentre ormai è noto da decenni che sono responsabili dell’assassinio di centinaia di cubani, molti dei quali guerriglieri che fino al giorno prima avevano combattuto al loro fianco, poi caduti in disgrazia per qualche dissidio tattico o strategico o ideologico (e dalle testimonianze sembra che Che Guevara abbia personalmente eseguito diverse condanne, sparando un colpo alla nuca dei malcapitati, con gusto sadico).

    Che conseguenze trarne?
    1) Il fanatismo religioso e ideologico in genere è sempre stato fonte di tragedie e crimini di massa, in ogni età della storia, in ogni zona geografica, fra ogni tipo di popolazione. Di conseguenze non può esserci nessuna comprensione, nel senso di simpatia, e nessun relativismo che tenga. Il fanatismo va sempre condannato, soprattutto quando assume forme aggressive e quando dalle parole passa ai fatti.
    2) Il mondo occidentale sbaglia a intromettersi nelle faccende interne di altri Stati. Questa sua ingerenza non è mai da considerare innocente e non è da condividere, nemmeno quando assume l’aspetto di «intervento umanitario». In guerra anche il più sincero intervento umanitario (e quelli occidentali non sono quasi mai sinceri) assume una dimensione diversa e un peso specifico nell’ambito degli equilibri militari. Inoltre, si verificano sempre, in base all’eterogenesi dei fini, delle conseguenze non volute ma causate da comportamenti voluti, che complicano la situazione e che spesso si rivolgono contro le intenzioni che hanno motivato l’intervento dell’Occidente. Basti pensare ai numerosi interventi statunitensi che anziché produrre pace e simpatia per l’Occidente, hanno incrementato sia la guerra sia il terrorismo sia l’odio contro l’Occidente.
    3) La non ingerenza deve essere estesa anche agli interventi non statali da parte di organizzazioni assistenziali (Onlus, Emergency, missioni religiose, Croce Rossa e simili), almeno finché non si supera la fase militare del conflitto aperto. Vi è anche un imperialismo culturale (e non solo culturale) che passa attraverso le missioni umanitarie e religiose di ogni tipo. Finché i combattenti sono in campo, ogni intervento è sempre e comunque un intervento che ha un peso militare, si trattasse anche solo di forniture di medicinali. Chi decide di intervenire, di fatto – qualunque sia la motivazione che fornisce a parole – decide di intervenire a favore dell’uno o dell’altro fronte e, pertanto, è come se dichiarasse guerra all’uno o all’altro.
    4) In sostanza io sono favorevole a non intervenire, in nessun modo, salvo che il conflitto non tocchi direttamente gli interessi del Paese che interviene e che non assuma la forma e la necessità di un intervento di legittima difesa (ma mi sembra improbabile che l’Italia abbia interessi di legittima difesa in Afghanistan o in Iraq o in Libano). La storia degli ultimi cinquant’anni ha dimostrato che mai gli interventi, umanitari o meno, hanno accorciato i tempi di guerra e hanno effettivamente avuto conseguenze umanitarie, salvando vite umane. Nemmeno nel conflitto fra i Paesi della ex Jugoslavia, dove sarebbe stato più efficace il non intervento, a partire dal non riconoscimento dei nuovi Stati (Slovenia e Croazia), almeno finché non avessero chiarito da soli e fra loro la loro situazione interna e internazionale.
    4) Non ingerenza, ma anche nessuna paura, in casa propria, a difendere la propria cultura e i propri valori, e a non spalancare le porte in modo indiscriminato a tutti. Ad esempio, è giusto ritenere che i valori della «democrazia» non sono poi tanto universali e che non devono essere imposti agli altri, ma è anche giusto che, all’interno dei confini italiani (o francesi ecc.), si debba pretendere che tutti si attengano a quei valori, anche chi provenga da Paesi con tradizioni molto diverse. Ciò riguarda sia i valori protetti dalla legge, sia quelli che, pur non rientranti in leggi specifiche, fanno parte del costume e della tradizione. Chi, per un malinteso relativismo, adotta un atteggiamento suicida rispetto alla propria cultura, non favorisce il dialogo, ma piuttosto ne indebolisce le basi e la logica, rinunciando ad agire come interlocutore convinto delle proprie ragioni.
    5) L’integrazione, mai, in nessun caso, è facilitata dalla disintegrazione della cultura in cui i nuovi venuti si dovrebbero integrare.
    Naturalmente, c’è chi può pensare – e spesso ho proprio l’impressione che lo pensino davvero – che dopotutto la fine della cultura e delle tradizioni occidentali può non essere un male, e che un’Europa islamizzata può essere un bene. Fra qualche secolo, magari, sarà davvero così. Ma oggi, intanto, io ritengo che tutta una serie di fondamenti tipici della cultura europea, che fanno, ad esempio, dell’Italia un paese molto diverso dall’Iran o dall’Egitto, abbiano un valore primario e debbano essere difesi. Però a casa propria, senza la pretesa di imporli agli altri. E, per quel che riguarda gli aspetti non condivisibili della nostra cultura e situazione (per me, ad esempio, l’eccessivo statalismo che soffoca la sovranità popolare), trattarli come problemi su cui lottare per modificarli, senza però buttar via quel che di buono è comunque maturato in secoli di storia che ci hanno dato una specifica fisionomia culturale.

  45. Ancora sulle confuse identità. Chi stabilisce siano tali, chiede Ennio 18 aprile 9.51. Un esempio credevo di averlo dato riferendomi alle parole di Annamaria Locatelli che assomigliano (somigliano solo!) al piano inclinato della new age: al supermarket delle persone colte puoi acquistare tutti i cibi esotici che vuoi e seguire anche i corsi di cucina relativi, e perfino combinare gli ingredienti con la nouvelle cuisine. Se non è euro-centrismo questo!
    Ma non voglio in nessun modo offendere Annamaria, anzi, la ricerca la prendo molto sul serio. Proprio per questo sono convinta che le correnti spirituali vadano approfondite nella loro specificità, personalmente approfondisco quella della tradizione cui appartengo per le ragioni laiche e culturali di cui ho scritto.
    La ricerca in altre culture è spesso una cosa tanto seria che avvengono conversioni come scelte di vita, conosco alcune persone, donne, che si sono monacate in altre fedi.
    Il confine per me è quello di non fare una “spesa spirituale”, scelta di prodotti, per escludere il rischio dell’implicazione. Qualcuno -non qui- ritiene che a questo rischio io mi avvicini troppo, io non lo credo, ma in realtà non posso escluderlo categoricamente. O meglio: come, con quali reali argomenti? Restando in superficie?
    Ennio considera le malefatte storiche, soprattutto della chiesa cattolica, però mai ha parlato di bienfaits! E continua a considerare chiusura al dialogo l’argomento di Forte sull’ermeneutica e la coscienza storica dell’occidente, che ci differenzia, per lui, dalla cultura islamica. Ma è un argomento, non una “lezioncina”!
    Così il tema della religione (o “religiosità”) resta aperto, tra reciproche scomuniche.

  46. …riconosco, Cristiana, che non sono una intellettuale (non me ne vanto) e in genere mi si appiccicano le idee che hanno a che fare con la mia storia personale, il mio carattere e una visione del mondo che vorrebbe stare dalla parte dei poveri, in vari significati, e di chi ricerca una verità…anche se approssimativa. Pero’ ti assicuro che non frequento nessun supermercato dello spirituale. Accetto persino di avere un’identità confusa, se confusa puo’ significare anche fusa con gli altri, aperta alla visione di chi mi sta attorno, niente affatto” diversi” da me, pur con mille loro differenze. Importante è comunque nel dialogo non prevedere scomuniche, altrimenti si torna all’inquisizione…
    Mi è sembrato molto interessante l’intervento di Luciano Aguzzi per la chiarezza e la concretezza degli argomenti esposti nell’affrontare i temi delle rivoluzioni storiche, della politica estera e delle migrazioni…Per quanto riguarda il fenomeno migratorio, che ha riguardato la vecchia europa sia come soggetto che come oggetto, il punto di vista di L. A. ,pero’, mi suscita qualche perplessità…Noi dobbiamo difendere e far rispettare la nostra identità ( leggi, cultura, tradizioni) ma, secondo me, è inevitabile (e auspicabile)con il trscorrere del tempo una “contaminazione culturale” tra popolazione locale e quella trapiantata. E’ impensabile che si continui ad essere gruppi-comunità come monadi sullo stesso territorio. Senza forzature si intende…

    1. Cara Annamaria
      ci troveremo prima o poi a dialogare profondamente con popoli diversi da noi, me lo auguro, dovremo però avere molta capacità di ascolto ed accogliere ogni momento della loro vita e del loro credo. Il compito è difficilissimo anche perché la capacità di comprensione e di ascolto dovrà essere reciproca. Nelle scuole si dovrà insegnare (molto di più di quanto oggi si faccia), storia delle culture e delle religioni, si dovrà assumere insegnanti di etnie diverse che si potranno confrontare e lavorare con gli europei. Solo in questo modo potremo davvero capire con chiarezza , anche se non senza serie discussioni, un modo per fare della vera cultura . Parlarne fra di noi serve molto per preparaci al confronto , ma l’importante è il ritrovarci in tutti gli ambienti con che oggi vuole davvero vivere insieme a noi e noi con loro.
      Sono certa che questa è l’unica strada per arrivare alla tolleranza, all’amore (protezione), all’abbattimento di un diffuso e dilagante razzismo.

    2. Questa volta, Annamaria, hai superato così tanta terra, e confini, che sei in entrambi.cinematograficamente e non solo , l’altra e il figlio dell’altra….non ti dar pena dunque di chi non ha ancora visstuo i tuoi canti senza fissa dimora , senza commerci, senza borse e speculazioni.ciao

    3. Certo, le identità non sono cose statiche; evolvono e cambiano con il tempo. L’identità di un popolo è fatta a strati e gli strati più superficiali sono vari all’interno di una stessa città, ma poi ci sono strati più profondi e caratterizzanti che cambiano molto più lentamente. Se il cambiamento è invece troppo veloce e coercitivo, crea stress e disgregazione della personalità. Lo strato più profondo, che non si vorrebbe cambiare, è costituito sia da valori ritenuti essenziali, ma anche da comportamenti spiccioli quotidiani che ormai sono entrati nell’uso comune in modo tale da essere a loro volta considerati essenziali (si guardi, ad esempio, alla storia delle “buone maniere”). Un popolo, quando ha a che fare con uno straniero in viaggio nel proprio paese, o stabilitovisi in modo permanente, è normalmente disposto ad accettare benevolmente i comportamenti diversi («beh, da loro si usa così!») che non toccano gli strati profondi dell’identità, ma non gli altri. Le racconto un aneddoto storico che, con la sua apparente banalità, illustra quel che voglio dire. Piero Cironi, un toscano che negli anni Cinquanta dell’Ottocento fu costretto ad andare in esilio in Svizzera, visse poi per alcuni anni a Zurigo e fece parte di quel circolo di italiani di cui il più noto fu Francesco De Sanctis, allora docente al Politecnico di Zurigo. Nel suo diario Piero Cironi racconta, con meraviglia, che a Zurigo non si può orinare per strada perché altrimenti si prende una multa salata. Orinare per strada, a Firenze e a Milano, era allora una cosa ancora accettata e non considerata disdicevole, tanto è vero che lo facevano anche personaggi di condizione economica e di cultura elevata. A Zurigo era invece assolutamente proibito e la polizia cantonale era molto severa. Gli italiani hanno dovuto imparare presto e adeguarsi al costume locale, senza trovare nessuno che dicesse: «Poverini, non hanno colpa, loro sono abituati così». Ecco un esempio di come i cittadini di Zurigo difendevano la loro identità e pretendevano, dagli stranieri, che pure accoglievano con larghezza, un comportamento adeguato. Ho volutamente fatto questo esempio dell’orinare in strada, mentre avrei potuto farne altri relativi a valori più alti, come i rapporti con la religione, con la legislazione politica e le tradizioni culturale, per indicare come sia sempre, in tutti i casi, dovere dello straniero adeguarsi a ciò che l’ospite ritiene fondamentale, mai il contrario. Questo spirito di apertura e accettazione dello straniero nei confronti delle regole locali è l’inizio di una positiva integrazione. Se manca, non potrà esserci integrazione e la convivenza fra culture diverse non potrà che creare conflitti. Ne consegue che il paese ospitante può pretendere, dico pretendere anche con la forza della legge, senza ledere i diritti di nessuno, che lo straniero si adegui alle leggi del paese ospitante e a un comportamento di lealtà, non può invece pretendere che cambi il suo comportamento in cose non essenziali, ad esempio il modo di cucinare, il cibo preferito, l’uso della propria lingua in casa, il modo di vestirsi e tante altre cose, compresa la religione, che sono compatibili e non conflittuali con l’identità della popolazione locale. Se invece, in nome di un malinteso relativismo e «antirazzismo» si riconoscono agli stranieri usi e costumi vigenti nei loro paesi di origine, ma conflittuali con i nostri, si creano dei pasticci devastanti. Ad esempio in Gran Bretagna e in altri Paesi c’è chi ha proposto il riconoscimento giuridico della poligamia, riservata solo agli stranieri immigrati che già fossero sposati con più donne, con tutte le conseguenze giuridiche e patrimoniali del caso. Ebbene, un tale riconoscimento, di fatto, creerebbe una casistica tale di eccezioni alla nostra legislazione, che renderebbe necessaria una profonda modifica del codice civile e di altre leggi, con un’alterazione dalle conseguenze imprevedibili di istituti giuridici, diritti, tradizioni culturali e costumi. Il farlo sarebbe un suicidio della nostra identità.

  47. “…Sono certa che questa è l’unica strada per arrivare alla tolleranza, all’amore (protezione), all’abbattimento di un diffuso e dilagante razzismo.” ne sono convinta anch’io, Emy. E’ molto importante confrontarsi sul piano delle idee, ma anche frequentare la stessa mensa scolastica o aziendale…Si vince la paura che sta alla base di molte incomprensioni…

  48. @ Aguzzi

    Mi spiace dover ancora polemizzare con Luciano, ma spero di farlo come la volta precedente con gran rispetto del mio intelligente interlocutore. A me pare che ci siano molte ambiguità nel suo modo di affrontare nella chiave antropologica da lui preferita il tema del rapporto con l’altro (in particolare con «il fermento del mondo musulmano» e più genericamente gli stranieri).
    Io mi chiederei prima di tutto da quale cultura io parlo all’altro o dell’altro. E per tenermi alla concretezza che piace a Luciano, mi chiederei: parlo da cristiano/cattolico come mons. Forte? parlo da uomo di sinistra? Parlo da generico *homo cotidianus* che ha a che fare con i costumi diversi del suo vicino di casa immigrato dal Marocco o da altrove?
    In secondo luogo terrei in gran conto i rapporti di forza in cui avviene l’incontro con l’altro. Sono un “datore di lavoro” per l’immigrato tunisino che fa il camionista nella mia azienda? Ho a che fare con il manager cinese che si è comprato la mia piccola impresa?
    Metterla sul piano del «dovere dello straniero di adeguarsi a ciò che l’ospite ritiene fondamentale, mai il contrario» mi pare appellarsi a un principio astrattissimo smentito dalle pratiche storiche reali. I colonialisti europei l’hanno mai rispettato? Gli americani che vanno a bombardare qua e là si adeguano « a ciò che l’ospite ritiene fondamentale»?
    Perciò «questo spirito di apertura e accettazione dello straniero nei confronti delle regole locali», che sarebbe per Luciano «l’inizio di una positiva integrazione», forse avviene solo raramente, quando il rapporto è abbastanza paritario e permette “gentilezze” reciproche. Ma nella maggior parte dei casi si tratta di rapporti quasi sempre conflittuali e spesso molto conflittuali (fino alla guerra) tra uomini e donne concreti che appartengono a gruppi sociali che non posso non indicare con gli abusati termini di dominanti e dominati, di padroni e servi (più varie figure intermedie per le quali – penso agli insegnanti che hanno a che fare con studenti stranieri – il grado di conflittualità è meno crudo).
    Quindi «il paese ospitante» è più spesso paese dominante. Anzi spesso è perché dominante che può “ospitare” (ammesso che per un immigrato proveniente dall’Egitto o dal Nord Africa o da altrove lavorare in uno dei paesi europei significhi essere *ospite*!). O « può pretendere, dico pretendere [sì, sì, è il termine corretto!] anche con la forza della legge» che lo straniero si adegui. Leggi che non vedo perché siano giuste in sé o più giuste di quelle di altri paesi. Appaiono tali perché sono entrate (e con quanta violenza!) nel costume, sono diventate abitudini (che poi spesso non sono rispettate neppure dagli indigeni, come vediamo dalla diffusione della corruzione, dell’evasione fiscale, ecc.).
    Dico questo non per negare il valore *regolativo* delle leggi, ma per non dimenticare che una buona parte dei comportamenti reali (non saprei quantificare…) vi sfuggono, non rientrano in esse. E anche per far notare che le stesse leggi non sono eterne. Alla lunga vengono modificate dalla pressione dei comportamenti reali. Dunque, l’incontro con l’altro o il cosiddetto *incontro tra culture* è molto più complicato e sicuramente più conflittuale di come viene di solito dipinto e non solo dai “buonisti”. Non s’incontrano solo credenze religiose, ma corpi, bisogni, desideri, memorie e anche sentimenti di superiorità o inferiorità (reali o immaginari). Forse i «pasticci devastanti» sono la norma. E la tanto vantata «integrazione» è spesso soltanto sottomissione di chi non ha grosso potere contrattuale e deve sopravvivere. O cooptazione, più o meno strumentale e calcolata da parte di chi sta in posizione di vantaggio degli stranieri “buoni”, “moderati”, “simpatici”, “puliti”.
    Non so se « tutti i popoli ritengono che la propria cultura sia superiore a quella degli altri». Concordo sul fatto che sono comunque attaccati ad un insieme di credenze e abitudini che considerano proprie. Suppongo però che queste identità siano più o meno solide, più o meno elastiche, più o meno difensive o aggressive e comunque mutevoli a seconda delle circostanze e soprattutto dei condizionamenti esterni di chi ha a sua disposizione i mass media o organizzazioni (partiti, chiese, polizie, ecc.) che orientano pezzi consistenti di società in una direzione piuttosto che in un’altra. Per cui, anche quando i rapporti quotidiani dovessero presentarsi più favorevoli agli incontri o alla mescolanza, possono intervenire pesanti messaggi che spingono all’esclusione, all’emarginazione, al razzismo, alla “guerra di civiltà”. E come abbiamo visto in questi decenni sia da parte dei centri di potere che guidano le società occidentali sia dei centri di potere delle società da cui provengono i migranti o gli stranieri. Le guerre in corso in Irak, Afghanistan, Siria, ecc. che immagine degli occidentali hanno consolidato?
    Ma analizzando l’intervento di Luciano da un punto di vista meno antropologico e più politico molte delle sue ambiguità – posso sbagliare eh! – mi paiono quasi alla Houellebecq. Ci leggo cioè le difficoltà di un pensiero, che certo viene dalla tradizione della sinistra ma essendo ormai la sinistra disfatta, fatica a fare i conti con il fenomeno in questione. (Come tutti, aggiungo a scanso di equivoci). Luciano ribadisce contro il “buonismo” una visione realistica della storia: «La storia è […], da molti punti di vista, una successione di imperi in lotta fra di loro»; «raramente le culture hanno convissuto in modo pacifico»; «di fatto la guerra è comunque una nostra compagna quotidiana, o direttamente, o indirettamente». Ma sembra dare quasi per certo che «la piega antioccidentale di tutto il fermento del mondo musulmano si è decisamente diretta a una rivoluzione in cui l’aspetto religioso, di rinascita religiosa, di ritorno alla purezza delle origini, di rifiuto delle contaminazioni occidentali, ha prevalso sugli altri elementi».
    E un po’ di sentimento “ decadente”, di “ammirazione”, mi pare di cogliere quando sottolinea la presa che il “fondamentalismo islamico” ha sulle “masse”: «Per il mondo islamico (per una parte consistente di esso, almeno) non si tratta di terrorismo, ma di rivoluzione»; « il 90% o più del mondo islamico, nella persona delle autorità religiose, anche di quelle considerate moderate, non reagisce condannando gli estremismi».

    La repulsione in lui si fa avanti, quando va a pescare dai residui di quella “memoria delle (“nostre”) rivoluzioni” che la sinistra (liberale, socialista, comunista) ha in passato in vario modo avallato. Certo, attingendo lì, si dovrebbe rifiutare l’«aspetto religioso» che da moderni abbiamo imparato a “laicizzare”. Ma è oggi evidente che, col passar del tempo, le rivoluzioni moderne, quelle entrate nell’immaginario “eurocentrico” (la Francese del 1789, la sovietica del ’17 e, perché, no, l’Americana del 1775 e magari la Cinese o la Cubana) hanno mostrato di più il lato in ombra (il sangue, i massacri, la “violenza della storia”). E – parliamoci chiaro – per il ceto medio ( sia pur in via d’impoverimento), cui apparteniamo, questo lato in ombra della storia, negli ultimi tempi enormemente enfatizzato dai vari revisionismi storici e “libri neri del comunismo”, è diventato quasi insopportabile. Dopotutto siamo rimasti abbastanza lontani (se si eccettuano gli anni Settanta del Novecento) dalla diretta conoscenza dei rudi rapporti di violenza che le classi dirigenti hanno continuano ad esercitare. E ci siamo attaccati – illusione o irrinunciabile ideale? – a un’ideologia ambiguamente pacifista con la quale speriamo di esorcizzare, evitare o magari ridurre il costo degli errori e degli orrori che nella storia continuano ad essere programmati e attuati appunto dai dominatori, che ci trascinano ad approvare sia pur indirettamente (alle elezioni) le loro avventure di guerra.
    Perciò, proprio dal modo negativo e liquidatorio con il quale Luciano presenta le “nostre” rivoluzioni, che a rigore dovrebbero far parte della “nostra” cultura e, secondo la sua impostazione, dovrebbero essere difese, si capisce che ci siamo disfatti o ci hanno espropriato di un patrimonio culturale che forse, se conservato e difeso, avrebbe potuto farci vedere le cose d’oggi in modo più lucido, senza assoggettarci né alle visioni dei nostri dominatori eurocentrici o statunitocentrici né a quelle dei loro oppositori islamici. (Ridimensionando, ad es. l’aspetto religioso che, anche solo da un elementare punto di vista marxista, apparirebbe maschera di ben altri conflitti).

    Luciano queste “nostre” rivoluzioni le liquida in maniera davvero sbrigativa. E malgrado il termine non gli piaccia, in fondo “progressista”. Perché per lui il “dopo rivoluzione” sarebbe comunque meglio della rivoluzione. Sarebbe, con le sue parole, «quel che di buono è comunque maturato in secoli di storia che ci hanno dato una specifica fisionomia culturale». ( È su questo “buono” che m’interrogherei di più…).
    Afferma, infatti, che «tutta una tradizione storiografica «progressista» […]non ha ancora fatto i conti con la storia e non ha realizzato che i crimini di massa e il vero e proprio genocidio, come quello vandeano, non hanno proprio nulla di progressivo».
    Ora la storia ci mostra che quasi tutti gli Stati ( compresi gli Stati Uniti) sono sorti da massacri più o meno atroci e ampi. Che non possono essere giustificati. Che non sono progressivi. Ma si possono ridurre le rivoluzione ai soli massacri o ai crimini di massa ? Certo, ci sono stati «i crimini di massa di Lenin, Trockij e Stalin, i quali, fra l’altro, hanno massacrato anche migliaia e migliaia di socialisti e di anarchici, non solo «borghesi» e capitalisti». E che dire delle due Guerre mondiali? E dei massacri che continuano ad avvenire? Temo che mai riusciremo ad impedirli. Eppure abbastanza sgradevole mi pare svilire persino la figura di un leader rivoluzionario come Che Guevara: «dalle testimonianze sembra che Che Guevara abbia personalmente eseguito diverse condanne, sparando un colpo alla nuca dei malcapitati, con gusto sadico».
    Verrebbe da obiettare alla sottolineatura psicologista: i partigiani della Resistenza, di cui oggi si ricelebrano per la settantesima volta le imprese, ne erano esenti? Me lo trovi Luciano un leader che non ha, ordinando un attacco militare o una guerra, sulla coscienza dei massacri.

    Ecco perché quando arriva alla lezione da trarre dalla sua “ breve storia delle rivoluzioni” non potendo più fissare in faccia il volto orrido della storia avendo in mente il progetto per cui si combatteva, lo esorcizza rifugiandosi in un un kantismo alquanto contraddittorio con il realismo storico sostenuto all’inizio del suo intervento.
    Si condanni pure il fanatismo (che poi non è diffuso solo nel mondo islamico, eh!). Ma quante condanne hanno fatto finora i Papi e i capi di stato democratici? A cosa sono servite? E noi che contiamo nulla rispetto ai Papi che possiamo fare?
    Capisco che Aguzzi sia « favorevole a non intervenire, in nessun modo, salvo che il conflitto non tocchi direttamente gli interessi del Paese che interviene e che non assuma la forma e la necessità di un intervento di legittima difesa», cioè che si voglia attestare sulla lettera della Costituzione italiana. E però lui stesso che, scrivendo i «Paesi occidentali, compresi Paesi europei, compresa l’Italia, sono ancora oggi in armi a casa d’altri. Uno degli ultimi disastrosi esempi di interferenza illegittima è stato il contributo dato dalla Francia e dall’Italia (e altri) all’abbattimento del regime di Gheddafi in Libia», dice implicitamente che essa è stata stracciata.
    Sostenere poi, dopo quasi due secoli di colonialismo e nel pieno di una globalizzazione che ha stravolto le economie nazionali e almeno logorato gli Stati-nazione, che « Il mondo occidentale sbaglia a intromettersi nelle faccende interne di altri Stati» o riaffermare il principio della «non ingerenza» non fa sorridere amaro? Non è come invitare ( chi poi?) a chiudere le stalle dopo che i buoi sono scappati e scorazzano dappertutto?

    Del tutto tardivo e troppo vicino alle posizioni di Salvini ( e lo dico senza assolutamente insinuare simpatie per la Lega) mi pare l’invito a non avere « nessuna paura, in casa propria, a difendere la propria cultura e i propri valori, e a non spalancare le porte in modo indiscriminato a tutti».
    Lo stato di caos civile che sopportiamo non è dovuto a un nostro « malinteso relativismo» né deriva da «un atteggiamento suicida rispetto alla propria cultura», ma c’è perché la danza “globalizzante” la conduce Das Kapital e i nostri politici e i nostri intellettuali si sono quasi tutti fatti trascinare nel suo moto vorticoso e hanno finito per sottomettersi o convivere “democraticamente” con esso e volentieri. Compresa la Chiesa cattolica che mons. Bruno Forte salda inequivocabilmente alla “democrazia”. Che poi – ripeto – sarebbe «quel che di buono è comunque maturato in secoli di storia che ci hanno dato una specifica fisionomia culturale».
    «Un’Europa islamizzata può essere un bene» magari in un futuro lontano?
    Io non so se ci sarà « un’Europa islamizzata» alla Houellebecq. Non lo credo. Tra l’altro da quel che leggo e come ho già accennato in un commento (qui:http://www.poliscritture.it/2014/12/16/islam-in-decadenza/#comment-18249…. ) alcuni studiosi di geopolitica vedono altri possibili antagonisti e l’Europa più minacciata da questi possibili scontri ( Usa-Russia, Usa-Cina) che da quello con l’Isis o prima con Bin Laden.
    A me «un’Europa islamizzata» non andrebbe bene. Come non va bene l’attuale Europa sotto controllo statunitense. Ma le mie ipotesi sul futuro le ho dette….

    1. Si dice:
      No all’europerismo , no al controllo statunitense, no alla Germania, no ad un mondo cattolico, no all’islamismo, no al cattolicesimo e via così. Ok, d’accordo allora parliamo d’amore e comprensione, no è buonismo. Ok, parliamo di rivoluzione, no agli spargimenti di sangue, no alla guerra, no no no no.Bene, mi chiedo da modesta persona che fa parte di tutti quei cittadini che non vogliono essere sudditi e non desiderano la sudditanza da parte di nessuno, la fiducia dove la mettiamo? Ogni giorno poniamo fiducia in qualcuno o in qualcosa altrimenti non potremmo proprio vivere.
      Gli antichi consideravano la fiducia uno dei pilastri della giustizia, tanto che avevano una divinità preposta ad essa. A differenza della credenza infatti, la fiducia presuppone un impegno,una promessa,una responsabilità- Nessuna giustizia potrebbe instaurarsi se non esistesse una fiducia di base all’interno della società.

      Se non avremo fiducia nel futuro saremo persi. La vita è piena di difficoltà e sofferenze e la fiducia deve essere accompagnata dalla responsabilità (che è l’altra faccia della libertà).
      Zygmunt Bauman diceva:
      “Fiducia è convivere con l’ansia, non tentare di liberarsene. Con i nostri soli strumenti siamo incapaci di decidere tra fiducia e sfiducia. La varietà moderna dell’insicurezza è contrassegnata da una paura nei confronti della malvagità umana.”
      Questo fatto quindi imporrebbe di per sè la necessità di cooperazione e quindi a monte di una disposizione alla fiducia. Ma appunto la paura ci spinge nella direzione opposta, portandoci a chiuderci in noi stessi, o nella nostra piccola cerchia.Ogni giorno ci penso ed ogni giorno cerco di capire, anche se il tempo malandrino mi ruba i giorni e di conseguenza anche quelli della lotta contro le ingiustizie.

  49. Caro Ennio, se scrivere è difficile, leggere e capire non è certamente facile. A volte per colpa di chi scrive e/o di chi legge, ma molto più spesso perché, semplicemente, si scrive all’interno di un complesso di idee che formano una specie di cerchio intorno al senso delle parole, ma poi gli altri leggono all’interno del loro analogo ma diverso complesso di idee e nonostante la buona volontà di tutti quello che si riesce a comunicare davvero non corrisponde mai al 100%. Non mi riferisco – va da sé – al nostro dialogo in particolare, ma a una constatazione che gli studiosi hanno ormai chiarito da decenni. Se ciò avviene è perché, certamente, fra chi scrive e chi legge c’è una differenza d’idee, di quanto ampia e di quale specifica natura è sempre difficile dire, anche perché una parte della sfasatura fra i comunicanti a volte dipende non dalla differenza di idee, ma dall’approccio -anche psicologico – a quelle idee.
    1) Innanzitutto vorrei dire, rispondendo alla tua domanda indiretta: «mi chiederei: parlo da cristiano/cattolico come mons. Forte? parlo da uomo di sinistra? Parlo da generico *homo cotidianus* che ha a che fare con i costumi diversi del suo vicino di casa immigrato dal Marocco o da altrove?». Rispondo: parlo secondo la mia testa, la mia esperienza, la mia cultura. Monsignor Forte mi è del tutto estraneo, la tradizione di sinistra un po’ di meno, ma sono ormai parecchi anni che non credo possibile una vera distinzione teorica fra sinistra e destra (il libro di Bobbio in proposito mi sembra inficiato da errori radicali); l’unica distinzione possibile è storica, ora e qui, e riferibile alle autoetichette che le correnti politiche si danno e che cambiano rapidamente. Per cui non mi attengo a esse. Ho decisamente più rispetto per il generico «homo cotidianus» anche se ho la consapevolezza di non potermi immedesimare in lui, per tanti motivi. Pertanto, ripeto, parlo a titolo personale (anzi, riferendomi a Woody Allen, più precisamente parlo per una parte di me stesso, perché non sempre mi trovo “tutto” d’accordo con quel che penso e dico). Insomma, i problemi sono complicati e per la maggior parte sfuggono non solo al nostro controllo, ma anche alla nostra comprensione. Però ci siamo e dobbiamo navigare, e cerco di farlo razionalmente e realisticamente, pur consapevole che ho pochi strumenti per mantenermi a galla e prendere la giusta direzione. E del resto sono anche convinto che gli esperti, stando almeno alle cose che scrivono e alle diverse opinioni che manifestano, non ne sanno poi molto più di me.
    So però una cosa che ho già scritto nel mio intervento precedente e anche in quello su Eduardo Galeano (e per questo una parte del tuo discorso mi risulta incomprensibile, come se tu non avessi letto per intero quei miei interventi, il che è anche possibile): ho scritto che sono contro tutte le guerre e contro tutte le interferenze, per cui il mio giudizio sui massacri prodotti dal colonialismo, dall’imperialismo, dall’Occidente in genere ecc. l’ho già dato e in modo chiaro.
    Ma il bilanciamento delle colpe (e attribuirne di più o di meno all’Occidente) non risolve nessun problema e soprattutto non risolve i problemi di natura diversa, anche quando hanno una loro radice nella storia passata dei rapporti fra Europa e resto del mondo.
    2) Non ho ora la possibilità di riprendere uno per uno i punti del dialogo, per cui mi limiterò solo ad alcuni. In quanto alle rivoluzioni, io ho fatto riferimento a quelle che nascono per «rifondare» il mondo, sulla base di un’ideologia radicale. Di queste penso tutto il male possibile, compresa di quella Francese del 1789 e di quella Russa del 1917, che non hanno rappresentato un balzo in avanti nella storia dei diritti e delle libertà, ma piuttosto un passo indietro. I giacobini hanno gridato «libertà, fratellanza e uguaglianza», ma hanno ridotto il grido a slogan menzognero e non c’è mai stata così poca libertà e fratellanza e uguaglianza come sotto i loro governi e sotto quelli bonapartisti nati dal giacobinismo. Del resto i moltissimi tratti di continuità fra lo “stato moderno” nato dal bonapartismo (con il suo esasperato centralismo statalistico e burocratico) e lo “stato assoluto” precedente sono già stati messi in luce da molta storiografia. Sulla base delle mie conoscenze storiche, credo che il cammino liberale/illuminista, iniziato dalle politiche di Turgot e altri, se continuato, avrebbe portato maggiori benefici alla Francia e all’Europa senza bisogno del bagno di sangue dei 25 anni di governi giacobini e napoleonici. Ma a parte queste considerazioni, visto che si tratta del passato e che ciò che è avvenuto non si può cambiare, non mi interessa più di tanto recriminare, ma piuttosto estrarre dalla storia lezioni di comportamento per il presente e per il futuro. E, come ho già scritto, queste lezioni per me consolidano l’intento di una politica di pace, di difesa della libertà (contro tutti i fanatismi), di difesa dei diritti delle persone (che non devono mai essere sacrificate in nome di una presunta necessità storica, rivoluzionaria o meno che sia), di riconoscimento della dignità umana, di riduzione al minimo possibile dello statalismo sostituendovi la libertà individuale e la libera associazione fra individui, e così via. E, per la politica estera, la non ingerenza, perché la conquista della democrazia o di qualunque altra cosa volessero conquistare, è di competenza dei cittadini dello Stato-comunità (qui lo distinguo dalla Stato-apparato, concetti ben diversi) e non di altri. Con ciò dico anche che l’internazionalismo di classe, come quello imperialista, è sbagliato, perché si risolve sempre nella convinzione che c’è qualcuno che la sa più lunga e che ha il diritto/dovere di intervenire perché si faccia come vuole lui. Diverso è invece il discorso di un internazionalismo che significhi solidarietà e comunanza di programmi a livello di organizzazioni, e che però non passi attraverso la politica dello Stato e non abbia la pretesa di condizionare gli Stati esteri, se non a livello di opinione pubblica. Diverso è poi anche un altro tipo di internazionalismo, che consiste nell’adottare rapporti corretti (preferibilmente di amicizia, ma comunque corretti anche quando non ci sono le condizioni per rapporti di amicizia) fra gli Stati, rinunciando ai rapporti di forza. Corretti rapporti politici, culturali ed economici, naturalmente.
    Credo che questo programma sia meno utopistico di tanti altri che i movimenti e i partiti sfornano continuamente; e soprattutto credo che, non richiedendo una visione del tipo «o tutto o niente», possa alimentare una lotta quotidiana di concrete soluzioni scelte fra quelle possibili.
    3) Non voglio sottrarmi nemmeno al tuo accostamento con Salvini, che per me non è il diavolo, come non lo è l’altro Matteo, Renzi. Nel passato ho già scritto (altrove) che fra destra e sinistra ci sono rassomiglianze che i rispettivi militanti non vogliono vedere, ragionando più di viscere che di testa. È cosa nota che oltre il 40% dei militanti della Lega proviene da esperienze di sinistra (nel primo decennio, da esperienze del Pci) e che lo stesso Bossi era partito, in anni lontani, come militante del Pci. L’osmosi fra destra e sinistra, in Italia, è cosa vecchia. Quanti radicali, mazziniani e socialisti (e anche comunisti) sono diventati fascisti dopo il 1922? e quanti fascisti sono diventati comunisti dopo il 1943? E non parlo degli opportunisti in malafede, ma di quelli – come ad esempio il grande storico Delio Cantimori – sinceramente convinti di vedere nel Pci del dopoguerra quei valori che prima avevano cercato nel fascismo. Vi è tutta una letteratura sul «fascismo sociale» imparentato col socialismo ecc. ecc. Fra destra e sinistra, in Italia, vi sono basi culturali comuni, e le rassomiglianze di fondo superano le differenze tattiche e strategiche. Pertanto mi guardo bene dall’accettare o rifiutare una proposta sulla base di un’etichetta, preferendo ragionare e scegliere in modo pragmatico. Ad esempio, devo dire che, nonostante la differenza abissale fra la politica di Renzi e le mie idee, se devo scegliere, preferisco Renzi a Bersani o a Vendola. In genere scelgo la posizione più vicina alla mia, da qualunque parte provenga, senza necessariamente schierarmi da nessuna parte, perché non credo più agli schieramenti «di massa», mentre ho ancora qualche limitata fiducia nel concetto di «opinione pubblica» e di pressione e controllo dell’opinione pubblica, all’inglese.
    Per questo la posizione della Lega, criticabile per tantissimi aspetti (e soprattutto per l’incoerenza e il tradimento continuo delle sue stesse idee declamate a livello propagandistico), su alcuni specifici nodi programmatici mi sembra più realistica di quella della sinistra Pd-Sel. I due punti principali da prendere in considerazione sono la richiesta di diminuzione del peso fiscale, che sta letteralmente massacrando l’economia italiana sia dal lato dei produttori sia da quello dei consumatori, e il maggiore realismo sul problema dell’immigrazione, che diventa sempre più esplosivo.
    In proposito ricordo un dibattito degli inizi degli anni Settanta, quando gli extraeuropei erano in Italia non più del due percento. Allora, contro l’allarmismo e la paura, alcuni studiosi di sinistra scrissero che il fenomeno, finché non superasse il 5%, era controllabile e non c’era ragione di temere gravi conseguenze negative. Poi il 5% è stato largamente superato e la sinistra non ha smesso di ripetere il suo discorso, spostando sempre più in avanti la soglia del sostenibile. In sostanza decidendo in modo ideologico per non decidere concretamente in modo realistico. Ebbene, io vorrei che decidesse rispondendo in modo realistico a tutte le domande che il problema pone, sia per il necessario rispetto nei confronti degli immigrati, sia per quello nei confronti dei cittadini italiani, «uomo quotidiano generico» compreso. Possiamo poi essere d’accordo o no, ma intanto vorrei capire che scelte sono state fatte. Per il momento vedo solo scelte implicite, sottintese, diverse da quelle ufficialmente proclamate dall’uno o l’altro rappresentante della sinistra, di governo o di opposizione. Scelte sottintese che consistono nel governare alla meno peggio il fenomeno dell’immigrazione, lasciandosi trascinare da esso, senza affrontarlo responsabilmente.
    Franco Venturini nell’editoriale del «Corriere della Sera» di martedì 14 scorso parla della prospettiva di un’ondata (per il solo 2015) fra i 250 e i 500mila sbarchi di immigrati provenienti dalla Libia, nota come il governo sembra non accorgersi della gravità della situazione e conclude l’articolo scrivendo: «Dalla Libia, per un verso o per l’altro, è in arrivo una sfida alla tenuta del nostro fronte interno. Quello stesso fronte che subisce involuzioni deleterie in altri Paesi mediterranei, a cominciare dalla Francia con il riciclato Front National e dalla Grecia con la neonazista Alba Dorata». Se si vuole che il «fronte interno» tenga e che Salvini (o i 5 stelle che hanno posizioni analoghe su questo argomento) non dilaghi sarebbe ora che la sinistra desse risposte realistiche e convincenti e non ripetesse il bla bla pseudo umanitario e vuoto di sostanza di Laura Boldrini e di Niki Vendola, continuamente smentito dalla dura concretezza degli eventi.
    4) In quanto al «sentimento “decadente”, di “ammirazione”» che a te pare di cogliere nelle mie considerazioni sulla «presa che il “fondamentalismo islamico” ha sulle “masse”», come scrivi, ti prego proprio di credere che non c’è da parte mia nessun sentimento di ammirazione. Non potrei essere più lontano dal fondamentalismo islamico, come da qualunque altro fondamentalismo. Forse la mia costatazione realistica ti ha indotto in inganno, ma davvero mi sono limitato a una costatazione e mi sembrava, anzi, di essermi espresso chiaramente contro ogni fondamentalismo di ogni tipo (ti dirò, sono contro anche a quello scientifico e positivista, perché quando la scienza diventa ideologia smette di essere scienza e non merita più di tanto).
    5) In quanto allo «stato di caos civile che sopportiamo» affermi che «c’è perché la danza “globalizzante” la conduce Das Kapital e i nostri politici e i nostri intellettuali si sono quasi tutti fatti trascinare nel suo moto vorticoso e hanno finito per sottomettersi o convivere “democraticamente” con esso e volentieri». Possiamo anche essere d’accordo, ma ciò non toglie che bisogna decidere e provvedere, nel modo e con i mezzi di cui si riesce a disporre. Il problema del Capitale, tuttavia, diventa fuorviante se lo si concepisce in termini complottistici o in termini di «male assoluto», perché entrambi gli approcci portano fuori da una politica razionale. In tutte le epoche storiche vi è una realtà, data ma in continuo mutamento, in cui sono presenti fattori positivi e fattori negativi, fattori di accordo e fattori di conflitto. Ma non c’è mai una soluzione unica, universale e definitiva. Non c’è mai il male assoluto da estirpare per costruire il paradiso. C’è sempre e solo una tenace e paziente e lunga strada da fare per migliorare via via la situazione. L’impazienza non aiuta e per quanto giustificata sul piano sentimentale produce solo guai se la si ingloba in una ideologia totalizzante e utopica.
    6) Tu scrivi: «alcuni studiosi di geopolitica vedono altri possibili antagonisti e l’Europa più minacciata da questi possibili scontri (Usa-Russia, Usa-Cina) che da quello con l’Isis o prima con Bin Laden. A me “un’Europa islamizzata” non andrebbe bene. Come non va bene l’attuale Europa sotto controllo statunitense».
    Siamo d’accordo. Basterebbe che la Cina cambiasse la sua attuale politica monetaria e rifiutasse il dollaro come moneta di riserva per creare un patatrac che relegherebbe l’Isis in terzo piano. Però, queste eventuali prospettive future, intanto, non ci risparmiano la necessità di governare la barchetta, giorno per giorno, cercando di non naufragare.
    E cercando anche di non far naufragare la nostra lucidità di spettatori (non posso dire – per me – di protagonista, visto il nessun ruolo pubblico di cui sono investito) nelle nostalgie rivoluzionarie; di quella rivoluzione marxista-leninista in cui ho creduto anch’io per circa vent’anni, fra il 1960 e il 1980, e per la quale – sbagliando grossolanamente – ho anche giustificato fatti di sangue, come certi eccidi bolscevichi e cubani. Certamente ci sono momenti in cui è necessario combattere e uccidere, ma non credo che fra questi momenti possano essere inclusi gli assassinati a sangue freddo perché socialisti o anarchici o omosessuali o contadini piccoli proprietari, come è avvenuto all’altezza di tutte le rivoluzioni di tipo marxista-leninista (e stalinista e maoista).
    7) Apprezzo la tua attività di intellettuale e di gestore di un blog molto aperto, per cui non me la prendo se ritieni di dovere criticare l’una o l’altra mia posizione. Intravvedo in te la persistenza di molti vecchi fantasmi che riconosco, perché li trovo anche in me, ma con la differenza che tu sembri ancora compiacertene, in qualche misura, mentre io cerco di liberarmene del tutto. Per quanto risulti difficile e spesso impossibile liberarsi dei fantasmi della giovinezza, perché talvolta sembra che la vecchiaia non abbia altro che quelli. Ma come affrontare il futuro, qualunque età si abbia, se non si vincono i fantasmi del passato?

    1. @ Aguzzi

      In ritardo, ma rispondo anche a questa tua.
      Il 100% di ciò che comunichiamo va perso? Ma errori linguistici o psicologici, ridondandanze, passioni poco traducibili in parole, ecc. mai azzerano un messaggio. Vale perciò la pena d’insistere.
      Nel merito:

      1.
      «Sono ormai parecchi anni che non credo possibile una vera distinzione teorica fra sinistra e destra». C’è stata una lunga diatriba (Bobbio, poi Revelli, poi Negri, Preve, La Grassa… per nominare alcuni che ne hanno scritto in abbondanza e che ho seguito pr quel che mi è stato possibile). Ne abbiamo parlato a lungo anche tra redattori di POLISCRITTURE fissando le varie spinte in una formula: «Rifondazione[della Sinistra] o Esodo», che considero abbastanza astratta e insoddisfacente. Come te e tanti altri, perciò, navigo “ a vista”. Ma ho notato una cosa su cui credo valga la pena di riflettere: quasi sempre tutti gli insoddisfatti o i decisi “oltrepassatori” della distinzione destra/sinistra, anche quando si vogliono “a-ideologici” o pragmatici (è il caso tuo, mi pare), di fronte ai problemi – sia pratici (mettiamo le nuove immigrazioni) sia teorici o storiografici (cosa pensare del “nostro” passato, del comunismo, del socialismo, del cristianesimo/cattolicesimo, ecc.) finiscono nuovamente per *dividersi*; e le loro affermazioni a me paiono comunque riconducibili *in qualche modo* (mai del tutto esattamente o coerentemente) a quelle precedenti, date per “anacronistiche”, “superate”, “invecchiate”, “stupide”.
      Non intendo dire che tanto vale, allora, attenersi alla vecchia distinzione destra/sinistra, dandola per buona.
      Certamente, però, come nel Medio Evo ad un certo punto inventarono il Purgatorio come concetto intermedio tra Inferno e Paradiso, perché la bipartizione antica non quadrava, sospetto che adesso un’invenzione analoga dovrà nominare questa fase o epoca o “tunnel della storia” che ci mostra eventi liquidi, caotici,ibridi.
      La mia è solo una sensazione. Ma si rafforza ogni volta che discuto con qualcuno o leggo scritti di persono che sono o dovrebbero essere più “esperte” di me. La *pars destruens* delle loro analisi mi convince. Quella *costruens* la trovo quasi sempre striminzita, vaga, pseudo-profetica, pseudo-apocalittica, pseudo-catastrofista. E troppo spesso affollata dei “fantasmi di famiglia” a cui siamo affezionati o di cui siamo succubi. Tu forse individui facilmente i miei, ma anch’io credo di poter grattare la tua vernice “pragmatista” e individuare i tuoi. E dunque, rischiamo di tornare daccapo.

      2.
      Sulle rivoluzioni «che nascono per «rifondare» il mondo, sulla base di un’ideologia radicale». Cerchiamo d’intenderci, evitando appunto di impantanarci negli “album di famiglia” o nei cascami della secolare contesa tra rivoluzionari e riformisti (nella quale i primi sarebbero “di sinistra” e i secondi “destri”…), come un po’ m’inviti a fare tu, dichiarando a voce spiegata: «Di queste penso tutto il male possibile, compresa di quella Francese del 1789 e di quella Russa del 1917, che non hanno rappresentato un balzo in avanti nella storia dei diritti e delle libertà, ma piuttosto un passo indietro» e sventolandomi sotto il naso un ideale ma irrealizzato «cammino liberale/illuminista», a cui dovrei contrapporre un altrettanto ideale e irrealizzato “sol dell’avvenire”. Ma questo saprebbe un recriminare sterile. Io terrei fermo su questo: il *tuo* nobilissimo programma («difesa della libertà (contro tutti i fanatismi)», «difesa dei diritti delle persone (che non devono mai essere sacrificate in nome di una presunta necessità storica, rivoluzionaria o meno che sia)», «riconoscimento della dignità umana», «riduzione al minimo possibile dello statalismo», la «non ingerenza» in politica estera, ecc.) è smentito ed è stato stracciato – al pari dell’ipotesi socialista/comunista – non dai movimenti o partiti o ipotetici gruppi che avrebbero mirato al «tutto o niente» (i “massimalisti” di una volta) ma da trasformazioni inedite e mal comprese di quella “cosa” che ci avvolge e che con Marx abbiamo imparato a chiamare, non «in termini complottistici o in termini di “male assoluto”, Das Kapital. È questa “cosa” che “noi” provenienti chi dalla corrente “calda” chi dalla “fredda” del cosiddetto marxismo dovremmo capire meglio. Senza – questa è la mia posizione – regredire al liberalismo. «Non c’è mai una soluzione unica, universale e definitiva »? Sì, ma a me sembra che tu faccia tutta una serie di esorcismi verso il *tuo* passato ( « L’impazienza non aiuta»; « quella rivoluzione marxista-leninista in cui ho creduto anch’io per circa vent’anni, fra il 1960 e il 1980, e per la quale – sbagliando grossolanamente – ho anche giustificato fatti di sangue, come certi eccidi bolscevichi e cubani.» mentre qui, per quel che ci riguarda come “intellettuali”, pare sia in ballo un regresso del pensiero a cui volentieri contrappongo lo scherno dei versi leopardiani («Secol superbo e sciocco…»).

      3. Ancora su Destra/sinistra. L’«osmosi tra destra e sinistra» o le«rassomiglianze» sono appunto segno di una metamorfosi (una volta si usava dire “trasformismo”). Ciò è però segnale della crisi. Non dell’affiorare di un possibile terreno nuovo che scardini le vecchie barriere difese solo dai «rispettivi militanti» più ottusi. È tutto da dimostrare che, siccome « il 40% dei militanti della Lega proviene da esperienze di sinistra (nel primo decennio, da esperienze del Pci)», in quell’area fermenti qualcosa di promettente. Come non ho mai visto nel fatto che tanti «radicali, mazziniani e socialisti (e anche comunisti) [siano] diventati fascisti dopo il 1922» e tanti «fascisti [siano] diventati comunisti dopo il 1943» (e si potrebbe continuare con i tanti sessantottini, ecc.) un segno di uscita da una crisi. Questi trasformismi – ripeto: segno di crisi -, se rientrassero in quel
      quel « ragionare e scegliere in modo pragmatico», mi rendono sospetto quel pragmatismo che tu abbracci. Passano per pragmatici atteggiamenti che a me paiono un mero adattamento all’esistente, alle condizioni poste dai vincitori del momento. Come si fa, mi chiedo, a preferire un Renzi a un Bersani o a Vendola, «nonostante la differenza abissale fra la politica di Renzi e le mie idee»? Per me e come consegnare un tesoretto a dei ladri. «Se devo scegliere»? Ma perché si deve scegliere tra gli scarti che c’impongono questi mercanti della politica? E non ti pare un pragmatismo neppure dignitoso ma “straccione” quello che crede di «decidere e provvedere, nel modo e con i mezzi di cui si riesce a disporre»? Lo stesso pragmatismo ti gioca un brutto scherzo quando *preferisci* la Lega perché ti « sembra più realistica di quella della sinistra Pd-Sel». Come se lo sciacallaggio parolaio della Lega facesse diventare il problema dell’immigrazione meno «esplosivo». E non fosse invece semplicemente complementare del « bla bla pseudo umanitario e vuoto di sostanza di Laura Boldrini e di Niki Vendola». Cosa significa in merito all’immigrazione « decidere concretamente in modo realistico»? E pretendere di farlo addirittura « per il necessario rispetto nei confronti degli immigrati»?
      Spero di riparlarne. Ma senza fretta e – rinnovo l’invito – senza avvitarci in un botta e risposta solo tra me e te. Un saluto.

  50. “resta – al posto dell’indignazione facile (selettiva o meno) – la posizione che ho sempre definito “alla Madre Courage” di Brecht, cioè di chi sa di essere nella posizione, debole ma non meschina, del “servo” (Cfr. Fortini) e si barcamena tra padroni potenti, cercando i minimi spunti per ridurre la propria subordinazione e, chissà, se dovessero capitare, le occasioni di una rivolta sulla quale ci si sente di *scommettere* P.s. Personalmente sono più orientato verso questa seconda prospettiva..” (Ennio Abate, 17 aprile 9.54)
    E
    “In tutte le epoche storiche vi è una realtà, data ma in continuo mutamento, in cui sono presenti fattori positivi e fattori negativi, fattori di accordo e fattori di conflitto. Ma non c’è mai una soluzione unica, universale e definitiva. Non c’è mai il male assoluto da estirpare per costruire il paradiso. C’è sempre e solo una tenace e paziente e lunga strada da fare per migliorare via via la situazione” (Luciano Aguzzi, 19 aprile 3.48)
    La discussione è ricca di argomenti e di esempi storici, ma sbaglio a riassumere in queste due frasi le posizioni “di fondo”? Il terreno su cui si può trovare un accordo sarà possibilmente quello “dalla posizione di fondo” in poi.

  51. E’ un intervento che avrei dovuto fare a tempo debito ma per un sommarsi di varie circostanze è rimasto allo stato informale e adesso, sia pure tardivamente, ci metto mano perché non voglio perdere alcuni spunti che sono emersi dai vari commenti non ultimo questo che mi precede di Ennio “@ L. Aguzzi” del 27.4 h. 12.51. (1)
    Una interessante sollecitazione è venuta da Cristiana Fischer (19.4 h.11.01) che aveva isolato l’ossatura fondamentale dei discorsi (secondo me, apparentemente) ‘contrapposti’ fra Ennio e Luciano: un certo ‘realismo’ (Aguzzi) e un certo ‘idealismo’ (Abate). (2)

    Non dimentico però che siamo ospiti del post di E. Partesana, la cui domanda sull’Islam in decadenza (post del 16.12.14) è stata ripresa recentemente non tanto nel suo intervento del 13.4, h. 9.46 (*che cosa sta accadendo nel mondo islamico?*), ma anche dalla sua sconsolata osservazione del 14.4, h. 14.26 (*Non c’è nulla da fare, siete macchine che non possono essere arrestate. Il mondo brucia e voi alzate il mignolo dalla tazza del tè per chiedervi se per caso fuori non piova, e ve ne rammaricate anche.*)
    Tenendo dunque presente la domanda da lui posta (*l’Islam – inteso come società e non solo come religione – è in crisi?*), vediamo come, e se, il ‘giro lungo e divagante’ di tutti gli interventi – che al fine ci ha portato a quello di Aguzzi e la contro risposta di Ennio – ci possano dire qualche cosa di significativo in più.
    Se è vero che Ennio subodora che dietro la domanda ci sia un interrogante, con una sua formazione (3), e se è pure vero, come risponde Aguzzi, che lui parla come homo che ha una sua testa, una sua esperienza e una sua cultura, è altrettanto vero che il più delle volte la domanda non è mai ‘ingenua’, per cui sarebbe importante capire il ‘genus’ da cui essa proviene.
    Ma vengo prima ad Aguzzi di cui condivido la disamina (su fanatismo, non ingerenza, integrazione) e con alcuni punti di differenza.
    a) *L’imperialismo, la guerra, lo scontro fra Paesi è dunque abbastanza normale, anche se di volta in volta le ragioni prevalenti possono cambiare (religiose, economiche, politiche, ideologiche ecc.)*
    Espresso così il suo pensiero sembra scivolare nella banalità del senso comune: ‘guerre ci sono sempre state e dunque di che stupirsi?!’. Oltretutto, dovremmo parlare di imperialismo solo a partire da un certo momento storico e considerarne le ragioni che sono essenzialmente politiche e di strategia di potenza (che in seconda istanza si appoggiano a quelle economiche, religiose, ideologiche).
    b) una visione ‘delusa’ rispetto alle ‘rivoluzioni’ in quanto peccherebbero pesantemente (o sono portatrici soltanto) della débacle post-rivoluzionaria in cui *la rivoluzione “mangia” i propri figli*.
    Qui c’è il rischio di pensare non solo che idealizzazione e ideologia siano sinonimi ma anche – togliendo ogni specificità all’evento – che la restaurazione-post-rivoluzionaria che segue sia così pesante da annullare ogni validità alla spinta rivoluzionaria ex ante.
    Invece la Rivoluzione Russa non è la Rivoluzione Francese anche se ambedue hanno utilizzato (et pour cause) l’ideologia della ‘salvazione di mondo’. E nemmeno la Rivoluzione maoista o quella del Che sono equiparabili. Sappiamo che nessuno può infiammare gli animi mostrando la nuda realtà e spingendo a ribellarsi a questa: purtroppo e per fortuna siamo dotati di un pensiero che ci fa uscire dal qui ed ora. Le ‘magnifiche sorti e progressive’ hanno comunque rappresentato per l’umano sia una spinta (che Emy chiama ‘fiducia’) che una frustrazione. Al mio gatto non interessa un tubo il fatto che domani avrà una pappa più buona se oggi si comporta in un certo modo: lui vive nel presente e “del doman non v’è certezza”… Allora?
    L’idealizzazione (che non ha nulla a che vedere con la ideologia che rappresenta invece la ipostatizzazione di una particolare fetta di realtà) è importante al pari di ciò che accade con le situazioni di innamoramento, a condizione che poi ci si possa confrontare con la realtà che non è mai statica.
    Ma qui viene il bello! di quale realtà parliamo? e con quali occhiali la vediamo?
    E qui torniamo alla domanda di Partesana: l’Islam è in decadenza? O in crisi?
    Alla sua interrogazione segue sul Blog tutta una pletora (non da intendersi in senso spregiativo) di commenti che sostengono:
    a) che la ‘crisi’ è un fatto generalizzato (“mal comune mezzo gaudio”, suggerirebbe qualcuno anche se non è quello l’intento del commentatore);
    b) che il sistema capitalistico (“Das Kapital”) genera mostri ovunque metta dito (e via discettando con tutte le disamine più o meno puntuali – mi ci sono messa dentro anch’io! – sul colonialismo, i suoi nefasti effetti, ecc.);
    c) infine, e qui il “confronto-va-da-sé”, sul conflitto religioso: si disquisisce tra religioni che hanno attraversato momenti di ‘espansione’ e momenti di ‘regressione’.
    In tutto questo pur interessante panorama, ho notato che veniva perseguita una particolare metodica: venivano isolate dal testo delle ‘voci significative’ (religioni e loro conflitto; amore e/o agape; capitalismo, colonialismo, ecc.) e su quelle veniva articolato un commento anche molto proficuo, quanto a contenuti.
    Si sventaglia così tutta una serie IMPORTANTISSIMA e UTILISSIMA di notazioni, informazioni, allargamenti di pensiero. Ma questi, alla fine, mostrano la loro ‘inconcludenza’ e ‘infruttuosità’ se Ezio può fare l’osservazione del mignolo alzato (14.4 h. 14.26)
    o se gli fa dire, dopo aver seguito tutti i commenti, “Dopo sei mesi, avete visto?”, mantenendo intatti i suoi dubbi e aspettando ancora risposte e/o rassicurazioni.
    Partesana (13.4 h. 9.46): *Caro Ennio, riesci a trovare, qui sopra, almeno uno dei commenti alla mia domanda che aiuti a capire che cosa sta accadendo nel mondo islamico?*
    Ma nel suo chiedere trapela, oltre che l’inquietudine, un forte senso di ingiustizia e di gabbo che rischia di inficiare il senso della domanda stessa portandola inevitabilmente verso una (e una sola) risposta: quella ‘sola’ che può tranquillizzare più che ampliare il campo dell’osservazione.

    Dove sta il problema?

    Si chiede C. Fisher (in 17.4 h. 9.31): *Ma infine, di che cosa discutiamo? Se l’islam è in decadenza, ha chiesto Ezio Partesana, e se tra la Carta palestinese 1968 e lo Statuto di Hamas 1988 si avvertano “segni di ‘decadenza’” (e ci sono mutazioni importanti, basta leggere i documenti) e il fatto che lui segua * il Fronte, l’Olp e Hamas da almeno 25 anni* dovrebbe far sì che sia lui a doverci dire qualche cosa!

    Viene citata la denuncia fuori dal coro del giornalista Mehdi Hasan *sui palestinesi di Yarmouk e il vergognoso silenzio quando non si può incolpare Israele*.

    Partesana (14.4 h. 16.29) : * i paesi arabi (ma non solo, gli iraniani non sono arabi per nulla) che a intervalli regolari propugnano la distruzione di Israele in nome della libertà del popolo palestinese, sono poi gli stessi che a questi non concedono un passaporto, un documento di residenza e neanche un permesso di lavoro. Con la scusa di non aiutare “la entità sionista”, trattano i palestinesi come carne da scambio, e pochi – qui sì – si prendono la briga di farlo notare. *.

    Partesana (17.04 h. 15.52): * Gli “scontri”, chiamiamoli così, tra Israele e il popolo palestinese ricevono una copertura mediatica e suscitano una indignazione morale cento volte più vasta di quando lo “scontro” è tra i signori della guerra libanesi e i sauditi, o le monarchie del Golfo e l’Iran. E di mezzo ci sono sempre i palestinesi che, Dio voglia, avrebbero diritto a amici meno infedeli, oltre che a “nemici” meno stupidi*.

    Partesana (17.4 h. 15.52) *ma perché tutti i (falsi) amici dei palestinesi non lanciano una bella campagna di boicottaggio contro gli stati che a parole e a soldi sono al fianco del popolo palestinese, ma solo affinché resti l’ostaggio che è ora?*.

    Sembra che il nodo attorno al quale si avviluppa l’interrogazione di Partesana si condensi su un bisogno di svelamento, una necessità di evidenziare al mondo che ciò che appare non è quello che viene mostrato.
    Necessità più che legittima e sottoscrivibile! A nessuno, poi, fa piacere essere la vox clamantis nel deserto

    Ma, leggendo il post di Abate su “Scrittori e Resistenza ieri e oggi” (Poliscritture 11.4) anche a me – forse a molti altri no – girano i sissi quando la violazione palese della Costituzione ((ben tre presidenti non eletti) e una gestione a dir poco ‘allegra’ del bene comune da parte di Renzi (altro che conflitto di interessi!) non smuove nessuno mentre tutto ciò che veniva da Berlusconi era ‘di per sé’ anticostituzionale. Ma non ci si può fermare al giudizio ‘morale’ ma pensare ‘politicamente’ come richiama Ennio (4)
    Quella ‘colonizzazione’ che Partesana denuncia da parte di Hamas nei confronti degli stessi palestinesi da dove arriva? E’ solo questione di ‘crisi’ (ma questo termine fa pensare che c’era un ‘prima’ in cui le cose funzionavano? Ma per chi funzionavano?) o di chi manipola la crisi?
    Domanda: chi è il potente che domina? Come impone il suo potere? Quali sono gli strumenti? Quali sono i rapporti di forza? (come si chiede anche Ennio) (5). Ma non solo nei confronti dell’altro ‘ospite’, ma anche nel rapporto dei potenti tra di loro.
    Quali politiche strategiche possono essere perseguite oggi? Da chi?
    O, per dirla con Aguzzi, come possiamo * estrarre dalla storia lezioni di comportamento per il presente e per il futuro* ?.
    Altrimenti continueremo a fare sempre discorsi con il mignolo alzato.
    Quindi il problema riguarderebbe non tanto l’Islam, se è in decadenza o in crisi (questo è un aspetto parziale benché importante) bensì “che cosa sta succedendo – e continua a succedere a fasi alterne – in Medio Oriente” e in che rapporto sta tutto questo con le vicissitudini all’interno del Paese ancora dominante a livello mondiale.

    1) @ Ennio
    I ‘fantasmi di famiglia’ li abbiamo tutti ed essi non scompaiono in quanto sono costitutivi della nostra esperienza. Si tratta di capire che posto occupano nella nostra mente: se rappresentano soltanto vestigia folcloristiche; se ci aiutano nella visione delle cose oppure se ci angosciano con la loro presenza.
    2) Cristiana Fischer, 19.04 h. 11.01
    “resta – al posto dell’indignazione facile (selettiva o meno) – la posizione che ho sempre definito “alla Madre Courage” di Brecht, cioè di chi sa di essere nella posizione, debole ma non meschina, del “servo” (Cfr. Fortini) e si barcamena tra padroni potenti, cercando i minimi spunti per ridurre la propria subordinazione e, chissà, se dovessero capitare, le occasioni di una rivolta sulla quale ci si sente di *scommettere* P.s. Personalmente sono più orientato verso questa seconda prospettiva..” (Ennio Abate, 17 aprile 9.54)
    E
    “In tutte le epoche storiche vi è una realtà, data ma in continuo mutamento, in cui sono presenti fattori positivi e fattori negativi, fattori di accordo e fattori di conflitto. Ma non c’è mai una soluzione unica, universale e definitiva. Non c’è mai il male assoluto da estirpare per costruire il paradiso. C’è sempre e solo una tenace e paziente e lunga strada da fare per migliorare via via la situazione” (Luciano Aguzzi, 19 aprile 3.48)
    (3) *parlo da cristiano/cattolico come mons. Forte? parlo da uomo di sinistra? Parlo da generico *homo cotidianus* che ha a che fare con i costumi diversi del suo vicino di casa immigrato dal Marocco o da altrove?*
    (4) Ennio (17.4 h. 9.54) Non indigniamoci perciò (a comando o meno). Ragioniamo *politicamente*. Anche se oggi è cosa quasi impossibile. Tanto siamo diventati dei singoli atomizzati, con idee confuse e abbiamo dovuto anche abbandonare quella illusione (chiamiamola ancora “internazionalismo proletario”), che in passato ci faceva schierare abbastanza facilmente coi palestinesi, perché essi sembravano i portatori della «causa giusta», avevano dei leader, magari discutibili sul piano dello stile di vita ma laici o quasi marxisti (che almeno per alcuni era un merito in più).
    Oggi quei palestinesi sono con Hamas (o, come vogliono altri: sono “ricattati” da Hamas). E Hamas significa Islam. E l’Islam può scivolare (secondo alcuni inevitabilmente) nel fondamentalismo e nella violenza, nel “terrorismo”. (Lo lascia intendere *tortuosamente* e risalendo al Vangelo e al Corano anche monsignor Bruno Forte nel testo suggerito da Fischer, che ho criticato).
    (5) In secondo luogo terrei in gran conto i rapporti di forza in cui avviene l’incontro con l’altro. Sono un “datore di lavoro” per l’immigrato tunisino che fa il camionista nella mia azienda? Ho a che fare con il manager cinese che si è comprato la mia piccola impresa?

    R.S.

  52. SEGNALAZIONE

    “È lo stesso Presidente degli Stati uniti (riportavamo sul manifesto il 12 giugno 2012 in base a un’inchiesta del New York Times) ad approvare la «kill list», aggiornata di continuo, comprendente persone di tutto il mondo che, giudicate nocive per gli Stati uniti e i loro interessi, sono condannate segretamente a morte con l’accusa di terrorismo. Soprattutto quando «insieme al terrorista, che verrà colpito dal drone, c’è la famiglia», spetta al Presidente «la valutazione morale finale». Giunto il nullaosta del Presidente, l’operatore, comodamente seduto alla consolle di comando del drone negli Stati uniti a 10mila km di distanza, lancia i missili contro quella casa in Pakistan o in un altro paese indicata come rifugio del terrorista. ”

    (Manlio Dinucci, il manifesto, 28 aprile 2015)

  53. ..trascrivo una poesia di Franco Fortini perché mi sembra corrispondere al pensiero di Ennio e di Rita sulla necessità di non rinunciare all’idealismo nella pratica del pensiero e dell’azione (da non confondere con l’ideologia) in una società che tende all’ibrido, alla zona grigia

    Come una dopo l’altra

    Come una dopo l’altra una dall’altra una
    e un’altra ininterrottamente come lente o veloci
    o come stagioni o come le ore o le api o le voci
    o il pianto degli innocenti o lo strido delle foglie
    o il vocìo delle onde delle gocce delle scaglie
    di pigna o l’ondulìo della ragione nella sua cuna
    o della dolorosa fortuna il lamento

    ma sopra come la dominante ostinata ragione
    e dice e ridice una la verità
    ( Questo muro)

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