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Dialettica senza speranza?

Il comunismo nel buio (14)

di Ennio Abate

Il tarlo di La Grassa: Ripensare Marx per abbandonarlo? Contrapporgli Comunismo del 1989 di Fortini. (Lotta per il comunismo e non domande sulla sua realizzabilità). Inutile ripetergli ancora le stesse obiezioni. Gli ho, però, mandato “Filtrando e rifiltrando il manifesto di Marx” con dedica. Paura elementare: lasciando da parte Marx (e i dominati), con chi ci ritroviamo? 

(E. A. Riordinadiario, 9 gennaio 2010)


Nel quasi dibattito su “Il comunismo nel buio” è sottinteso questo dilemma: il socialismo/comunismo, che da ottocentesco sol dell’avvenire è finito – appunto – al buio (non ne vediamo neppure più un raggio) -, è morto definitivamente? Anche nella versione che Fortini delineò nella voce ‘Comunismo’ del 1989? E, dunque, ogni sua idea o ipotesi (di ripresa, rifondazione, rinnovamento) va abbandonata? Oppure, in forme oscurate e per ora indecifrabili, è ancora da ricercare?
Se si risponde sì, non resta che adattarsi alla “realtà com’è” – (come ce la raccontano, come ciascuno la vede o l’immagina) – e dimenticare la “Cosa”, la “Grande Illusione”, la “Rivoluzione”. Se si risponde no, ci si pone – mai dimenticando la “realtà com’è” – il compito di ridefinirla meglio quell’idea, di ricercarne ancora alcuni segni nella cronaca, nelle ricerche scientifiche, nella storia e nel pensiero (antico, moderno, postmoderno), ripartendo – ma non necessariamente – dalle rovine (buone e cattive) che le esperienze socialiste otto-novecentesche (di vario tipo) ci hanno lasciato.

In Dialettica e speranza di Partesana una risposta chiara al dilemma appena ricordato non la trovo. Trovo, invece, due affermazioni chiave: «La lotta per il comunismo non è già il comunismo»; «Finora abbiamo solo interpretato Fortini, è venuto il momento di cambiarlo». E una (vaga) indicazione o un invito a studiare Hegel (in particolare la sua Scienza della logica) e Adorno. Mi pare, perciò, di trovarmi di fronte ad una sostituzione di Fortini come riferimento principale (ma non per questo unico o indiscutibile), che viene articolata attraverso quattro passaggi:

1. Enfatizzando la religiosità di Fortini rispetto alla sua scelta marxista (come già fece a suo tempo Sebastiano Timpanaro e come fanno oggi studiosi fortiniani come Lenzini, Daino, Dalmas). Un esempio? Si rifletta su questo brano di Partesana: «La “infermità radicale”, il riconoscimento della quale viene invocato come parte del Comunismo, è però un ritorno, contro tutte le premesse, a una dimensione di “sapienza etico-religiosa” che funziona come lo stupore di Sir Isaac Newton di fronte alle Leggi della Gravitazione universale: So che è così, ma cosa sia è un mistero».

2. Sminuendo la qualità del pensiero dialettico che sorregge la voce ‘Comunismo’. Ancora un esempio: «La dialettica di questo articolo è un’allegoria della dialettica, un affresco del Prinzip Hoffnung che non trova, nonostante tutte le precauzioni, il duro oggetto che gli si dovrebbe contrapporre, ovvero la produzione dell’individuo a opera della società».

3. Ribaltando lo slogan-pilastro dello scritto fortiniano del 1989, non a caso posto all’inizio di ‘Comunismo’: «La lotta per il comunismo non è già il comunismo».

4. Usando un linguaggio filosoficamente elaborato e rigoroso, ma in vari punti non facile da capire.1

Una tendenza degli ultimi decenni, ma in realtà attiva già Fortini vivente, ha prodotto un mutamento complesso degli orientamenti culturali, che si è ripercosso anche – chiamiamola così – nell’area fortiniana (studiosi o semplici e mai numerosi lettori di Fortini) e ha allontanato – nolenti, volenti – anche noi da Fortini e dall’idea stessa di comunismo in tutte le forme che ha avuto da Marx alla fine del Novecento.2
Che l’allontanamento effettivo e spesso banalmente ricondotto alla voglia di staccarsi da Padri reali o ideali vissuti come ingombranti abbia investito più generazioni e sia stato particolarmente evidente tra i più giovani è questione non trascurabile, ma tutto sommato secondaria.
Dunque, non mi scandalizzo che Partesana, ben più giovane di me, non voglia più interpretare Fortini (il suo lascito, ecc.) ma proponga di cambiarlo. Mi pare legittimo chiedersi, però, se tale cambiamento, che – mi pare d’intendere – dovrebbe rivedere Fortini alla luce della Scienza della logica di Hegel e dell’opera di Adorno, comporti anche la revisione-correzione-critica-abbandono del comunismo fortiniano o del comunismo in generale. E se Partesana pensa che sia possibile delineare o lottare per un altro comunismo, ripartendo da Hegel e Adorno. O, invece, se si debba proprio pensare ad “altro”. (Che è il dilemma posto all’inizio di questa mia replica al suo scritto).

Sui quattro passaggi, che sostengono la proposta di Partesana, aggiungo le seguenti osservazioni/obiezioni:

1. Religiosità di Fortini.
In fondo questa bistrattata religiosità fortiniana consisteva nel riconoscimento che il comunismo da costruire non è logicamente, matematicamente, serenamente dimostrabile davanti a un consesso di scienziati o di filosofi o di un immaginario popolo convocato in assemblea che decida se convenga farlo o meno (esigenza che, nelle nostre passate discussioni, mi è parso d’intendere in alcuni interventi di Luciano Aguzzi e Giulio Toffoli). Nel caso di Fortini si è trattato di una religiosità “lavorata” da una buona conoscenza di Marx e capace sempre di tenere in debito conto sia i bisogni sociali materiali o concreti e sia il rapporto di potere squilibrato e fortemente diseguale tra dominatori ben organizzati e dominati in condizioni di bisognosità spesso laceranti e impediti nei loro tentativi di ribellarsi e organizzarsi. E, più precisamente, tra classi subordinate e classi dominanti. Quella di Fortini non è mai stata, insomma, la religiosità controllata dalle Chiese e dalle loro gerarchie, che convivono benissimo coi potenti operanti ai livelli nazionali o mondiali.
E poi, per quante ne so, tra le alternative, che si potrebbero prendere in considerazione per confrontare se siano migliori dell’atteggiamento religioso-marxiano (e umanistico) di Fortini, abbiamo il materialismo illuministico alla Timpanaro, quello scientifico alla Althusser (o del La Grassa prima fase), il geopoliticismo più o meno complessificato (alla Fagan, alla Caracciolo), il multitudinarismo di Negri. E forse i rivoli ancora sotterranei di vari ricercatori (Fineschi, Finelli, Graeber, Bologna, alcune teoriche del femminismo come Butler, Melandri, Muraro, Federici).
Per me, dunque, meglio ancora oggi scegliere, come punto di resistenza e di possibile ripartenza, questo comunismo di Fortini, perché le altre posizioni sembrano essersi disfatte del conflitto capitale-lavoro e pongono come decisivo il conflitto tra superpotenza imperiale USA declinante e potenze emergenti. (Si vedano i discorsi riguardanti l’unipolarismo e il multipolarismo). E sono convinto che anche la critica alla religiosità fortiniana comporti in fondo un abbandono – per sempre o chissà per quanto tempo – di qualsiasi ipotesi sul comunismo, che viene ridotto a volgare superstizione e abbandonato alle sette dei nostalgici.

2. Insufficienza dialettica di ‘Comunismo’.
Che Fortini non abbia assimilato la “vera dialettica”, avendo trascurato un’opera fondamentale di Hegel («non immagino Fortini leggere e glossare la Scienza della logica, non era il suo mestiere né, direi, la sua vocazione», scrive Partesana ), non mi scandalizza. Mi viene da dire: e con questo? Perché sottoporre l’esperienza di comunista di Fortini o la valutazione di questo suo scritto, soprattutto a un esame della sua competenza in dialettica da parte dei professori di filosofia? Per ripensare il comunismo o ritentarne la costruzione, può servire ma non bastare un’ottima conoscenza della dialettica. E lo dico senza svalutare la filosofia o le scienze.

lo apprezzai e ancora apprezzo questo scritto fortiniano, niente affatto secondario anche se apparso su un supplemento satirico de L’Unità, come un prezioso riassunto di una tradizione scolastica secolare elaborata da intellettuali ma non solo da loro. E nel realizzarlo Fortini non dovette affrontare soltanto «una sfida, come una scommessa metrica», ma dovette districarsi tra trabocchetti intellettualistici e spinte ora elitarie ora populistiche. E fare i conti sia con l’egemonia del PCI del suo tempo (anche nei suoi aspetti nefasti) e sia con l’esigenza, mai da lui sottovalutata, di tenere aperto il dialogo – come diceva – tra il filosofo e il tonto (che è poi il vecchio problema del rapporto avanguardia/masse o partito/ classe).
Inoltre in quel 1989, anno simbolico del tracollo dell’Urss, quando scrisse, forse presentiva che quella cultura stava venendo meno e dovette decidere di riassumerla “in poche parole” anche per i lettori digiuni di dialettica e di filosofia. Stavano già scomparendo i lettori che s’erano sforzati di capire cosa è il comunismo e cosa aveva detto Marx leggendo dei libri. E scrisse ‘Comunismo’ per non abbandonare la questione, per non farla finire al buio, come purtroppo è accaduto.
Da qui anche la sua insistenza sulla protezione delle nostre verità, protezione che non si sognava di affidare ai filosofi di professione o soltanto a loro. In un periodo, tra l’altro, che già vedeva nelle università l’abbandono degli studi su Marx per quelli su Heidegger.
Credo, dunque, che Partesana, staccando la figura di Fortini dai “veri filosofi” (Hegel e Adorno) o facendosi scudo di Hegel e di Adorno per mettere in ombra Fortini, faccia un errore di specialismo; e abbandoni qualcosa che in Fortini sicuramente c’è ma che in Hegel e Adorno non è detto che ci sia.3

3. Il comunismo è già o non è già nel combattimento.
Se vogliamo restare nell’area problematica del “comunismo nel buio”, questo punto è centrale. Dovremmo aver chiaro che, se non c’è combattimento (o lotta) per il comunismo, non c’è neppure possibilità di comunismo. Né come assaggio («un’anticipazione del futuro») né come
possibilità di «vivere in una contraddizione diversa da quella oggi dominante». Altrimenti, si rischia di ridurre il comunismo a credenza o a oggetto esclusivo di un pensiero contemplativo.
A differenza di posizioni che respingevano il termine stesso di ‘combattimento’ – (vedi su Poliscritture del 2017 le obiezioni di Giulio Toffoli o di Massimo Parizzi, che lo ritenevano cruento e fuori luogo per la situazione odierna, a loro avviso pacificata o di torpore insuperabile delle masse, Partesana riconosce che in certe lotte degli anni ‘60-’70 «un’anticipazione del futuro è entrata nell’esistenza dei compagni» nonostante il «furore» (e direi gli errori che le accompagnarono). Ma perché, oltre ad avvertire dei limiti, della finitezza umana e che in quelle esperienze «non sono scorsi latte e miele e il deserto non è fiorito», ridurre lo scritto di Fortini a preghiera o vederci una volontà di «mettere il futuro nelle mani degli uomini come se fossero Dio»?

Oggi tutto attorno a noi congiura contro una riflessione su Fortini, la sua opera e sulla prospettiva/ipotesi/speranza del comunismo in cui la volle iscrivere. Tante cose sono cambiate in peggio. Guerre, massacri, impoverimento, smarrimento politico e morale, impotenza degli individui ridotti a spettatori hanno reso più arduo e – diciamolo pure – forse quasi impossibile il «combattimento per il comunismo» auspicato da lui e da una parte dei movimenti del ‘68 e del ‘77. Non esito a sottolineare che lo stesso Fortini da ‘Comunismo’ del 1989 era arrivato a Composita solvantur, che non è la stessa cosa. E che testimonianze di una posizione più disperata ho ritrovato anche in persone a lui care e vicine come Edoarda Masi e Ruth Leiser, ma nei suoi dintorni si deve restare perché in lui la difesa delle nostre verità trova nutrimento e non si separa mai dalla consapevolezza della tragedia.


P.s.
Metto in nota alcune osservazioni/obiezioni sul quarto passo, di cui ho detto (linguaggio con punti oscuri o poco comprensibili), perché richiederebbero un esame meticoloso, necessario ma anche noioso, da parte di lettori che vogliono seguire il senso generale dello scritto di Partesana e non addentrarsi nei particolari.4

Note

1 Non dico che Partesana non si vuol far capire – altrimenti non scriverebbe -, ma che esaspera l’indubbia difficoltà e a volte l’impossibilità di capirsi attraverso il linguaggio “comune”, per una sfiducia nella discussione, nel dialogo, nel confronto tra il filosofo e il tonto. Sfiducia solo in parte riscontrabile in Fortini. (Rimando a «Non parlo a tutti. Franco Fortini intellettuale politico» di Daniele Balicco e alla recensione che gli dedicai).

2 Sempre a titolo d’esempio, ricordo: «Sentimenti dell’aldiqua. Opportunismo paura cinismo nell’età del disincanto » di AA.VV. (1990); il nostro progetto (interrotto) di scrivere un «Manuale per Franco Fortini» (2014); «Come ci siamo allontanati». Ragionamenti su Franco Fortini» (2016).

3 Lo prova l’affermazione: «La lotta per il comunismo non è già il comunismo.» – (per la precisione Fortini scrisse: «Il combattimento per il comunismo è già il comunismo») -. che ribalta completamente quella basilare nello scritto: «La lotta per il comunismo è già il comunismo.». la collegherei ad una obiezione scettica che Partesana mi fece durante la presentazione del mio Nei dintorni di Franco Fortini (aprile 2025, vedi: https://www.poliscritture.it/2025/04/05/22229/): «Che cavolo è una verità che ha bisogno di protezione?». Ma tutto il lavoro di Fortini è consistito in una protezione delle verità di Marx, Lenin Mao, Dante, Manzoni, Noventa, Panzieri. Perché non esiste una verità che si imponga da sé, da sola, senza organizzarsi con altri per affermarla o, in tempi bui, difenderla.

4 Ecco i punti per me semioscuri o oscuri di Dialettica e speranza:

a- Non saprei valutare la correttezza dell’affermazione : «la dialettica mal sopporta il sublime». Non ho trovato troppo sublime in ‘Comunismo’, se non forse in quel passo in cui parla di luogo più alto, visibile e veggente.

b – Non intendo bene cosa Partesana vuol dire qui: « l’impazienza di Fortini è una lezione da apprendere letteralmente come Prinzip Bewusstsein, e rassomiglia in questo alla confessione, dove nulla cambia se non avere visto e avere detto. La contraddizione però così scompare in una disciplina che può anche mettersi al servizio della futura umanità, ma rimane, giustamente, nel mondo delle rappresentazioni e non della cosa in sé

c- Né che vuol dire qui: «Sono consapevole di aver accostato due astrazioni: il Comunismo di Fortini, e la Dialettica di Adorno; “Rendere sensibile e intellegibile la materialità della cose dette spirituali” mi valga però come salvacondotto per attraversare un territorio “ch’i non avrei creduto / che morte tanta n’avesse disfatta”».

Infine, non sono riuscito a comprendere bene, nel commento di Eros Barone allo scritto di Partesana, questo passo: « l’irrealtà di ciò che è rappresentato è, a sua volta, un momento della realtà dell’immagine e, così, un momento della realtà.». Mi pare di capire che, mentre Partesana sembra diffidare della rappresentazione che Fortini darebbe del comunismo, perché immagine, Barone ammette, invece, la «realtà dell’immagine» e non la svaluti, perché essa sarebbe «un momento della realtà.
»

Dialettica e speranza


Il comunismo nel buio (2)

di Ezio Partesana

L’intervento di Fortini su cosa sia “comunismo” è una forma sublime di dialettica, purtroppo la dialettica mal sopporta il sublime; l’idea è raccontata come se fosse in movimento, ma dentro al motore è nascosto un abilissimo nano. La storia non è questa.
La lotta per il comunismo non è già il comunismo. Se un’anticipazione del futuro è entrata nell’esistenza dei compagni, lo ha fatto nonostante il furore, non grazie a esso. L’esperienza che “una volta per sempre” ci mosse, è stata tuttavia anche quella dei limiti, della finitezza, umana; non sono scorsi latte e miele e il deserto non è fiorito.
Lo scritto di Fortini – che ritrovo in Extrema Ratio (Garzanti, 1990) – uscì originariamente per un supplemento satirico dell’Unità, non senza ragione come ricorda in introduzione lo stesso autore, e se fu “una sfida, come una scommessa metrica” la stesura, non lo è meno la decifrazione dei nessi che reggono la certezza e il dubbio intorno a quel concetto.
Non si tratta di mettere ordine e neanche certo di “esattezza”; se nessun pensiero è immune dalla sua espressione, certo quello di Fortini si è vaccinato come pochi altri per studi, autocritica e, si ammetta, una virtù letteraria fuori del comune. L’idealismo, la mossa della volontà che ferma le cantilene sulla “liberazione”, sta tutto nell’invocazione di un passaggio da una contraddizione, oggi dominante (e cioè quella tra capitale e lavoro), a “una contraddizione diversa” che sarà reale una volta raggiunto un luogo più alto, “visibile e veggente”. Mettere il futuro nelle mani degli uomini come se fossero Dio è esattamente quel salto, “in nome di valori non dimostrabili” che il comunismo vuole, ma è una preghiera che sarebbe meglio non recitare nel nostro tempo.
La dialettica di questo articolo è un’allegoria della dialettica, un affresco del Prinzip Hoffnung che non trova, nonostante tutte le precauzioni, il duro oggetto che gli si dovrebbe contrapporre, ovvero la produzione dell’individuo a opera della società. Gli oppressi e gli sfruttati non sono migliori, “cominciano a esserlo invece da quando assumono la via della lotta per il comunismo”, ovvero il primato della coscienza (individuale) sull’essere (sociale); la spuria citazione da Lukàcs non rende meno problematico il passaggio: se la prova dell’esistenza di Dio è che ne avremmo bisogno per riparare ai torti, allora non solo Dio non esiste ma anche l’Illuminismo era un mito.
Fortini è, ovviamente, ben conscio di quale operazione stia compiendo: il “comunismo in cammino” anzi comporta – contro la sentenza dell’Imperativo categorico – di “usare altri uomini come mezzi”, e non come fini, sebbene il Fine sia proprio il contrario; che la coscienza non ne possa emergere pura accampando la “scusa” della necessità e della storia è un memento che vale, ma quale dialettica mai avrebbe con lo “stato presente”, lo scritto non dice, semplicemente perché ogni dialettica deve avere un concetto e un’esperienza che non sono conciliabili. L’arte è una via, certo, ma distratta da una conciliazione – o “consolazione” nel lessico di Fortini – che può ben mostrare il disastro ma, come il povero angelo di Klee, ha le ali impigliate.
La Scienza della logica di Hegel – libro rompicapo e astratto come pochi altri – riconosce fin dal principio che inserire in un ordine molte cose che in verità accadono in un tempo non lineare è una rappresentazione della quale il nostro intelletto finito è obbligato a servirsi per afferrare la Totalità. Non immagino Fortini leggere e glossare la Scienza della logica, non era il suo mestiere né, direi, la sua vocazione. Per altre vie però ha, con tutta chiarezza, riconosciuto la nullità di un concetto di Uomo che faccia a meno degli uomini viventi qui e ora. L’errore di “credere in un perfezionamento illimitato”, eredità dell’illuminismo borghese, fu anche di Marx, annota Fortini, e non dovrebbe stupire che la volontà possa sovente travestirsi da avanguardia militare. La “infermità radicale”, il riconoscimento della quale viene invocato come parte del Comunismo, è però un ritorno, contro tutte le premesse, a una dimensione di “sapienza etico-religiosa” che funziona come lo stupore di Sir Isaac Newton di fronte alle Leggi della Gravitazione universale: So che è così, ma cosa sia è un mistero.
“Al mio custode immaginario ancora osavo, pochi anni fa, fatuo vecchio, pregare di risvegliarmi nella santa viva selva”; l’impazienza di Fortini è una lezione da apprendere letteralmente come Prinzip Bewusstsein, e rassomiglia in questo alla confessione, dove nulla cambia se non avere visto e avere detto. La contraddizione però così scompare in una disciplina che può anche mettersi al servizio della futura umanità, ma rimane, giustamente, nel mondo delle rappresentazioni e non della cosa in sé.
Sono consapevole di aver accostato due astrazioni: il Comunismo di Fortini, e la Dialettica di Adorno; “Rendere sensibile e intellegibile la materialità della cose dette spirituali” mi valga però come salvacondotto per attraversare un territorio “ch’i non avrei creduto / che morte tanta n’avesse disfatta”.
Finora abbiamo solo interpretato Fortini, è venuto il momento di cambiarlo.






Identità e merce

di Ezio Partesana

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Il tarlo di Fortini lavora ancora…


PRESENTAZIONE
NEI DINTORNI DI FRANCO FORTINI
4 APRILE 2025
CIRCOLO FAMIGLIARE DI UNITA’ PROLETARIA 
MILANO

Interventi  di (in ordine)

Roberto Mapelli, Paolo Giovannetti, Ezio Partesana, Ennio Abate

  • Il video è ripreso dal canale You Tube di Roberto Mapelli. Non è stato possibile registrare gli altri interventi di Nicola Fanizza (qui solo uno spezzone), Donato Salzarulo, Maurizio Gusso e Loredana Perziano. Ne farò un sunto scritto appena possibile. Grazie ad amici e amiche presenti. [E. A.]

Un incontro

Ezio Partesana: «Un giudice incapace» (2)

di Donato Salzarulo

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Ezio Partesana: «Un giudice incapace» (1)

di Donato Salzarulo
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Poesia per un esodo

LAVORANDO A “NEI DINTORNI DI FRANCO FORTINI”
Da
un’intervista (2013) di Ezio Partesana a Ennio Abate1

Il nostro discorso dovrebbe proseguire adesso sul secondo passaggio, ovvero quello che riguarda la pubblicazione e la diffusione, la sfera della circolazione insomma, che mi pare potremmo dividere in due parti: una prima dove avviene la decisione su cosa pubblicare, e una seconda che consta di come e dove promuovere i (pochi) libri di poesie che oggi si pubblicano in Italia. Vuoi dirci come vedi le cose in generale rispetto al tuo lavoro, alla «poesia in esodo» che proponi?

Oggi come ieri a decidere che testi pubblicare sotto la voce ‘poesia’ sono tre attori ancora precisi: le case editrici e gli organizzatori di premi di poesia; gli «intenditori di poesia»,  di solito poeti e/o critici che hanno già pubblicato; gli «scriventi versi» (Majorino), termine che equivale in parte al mio «moltinpoesia» e a «pubblico della poesia» (Berardinelli). Oggi la novità (o la complicazione?) sta nel fatto che ciascuno dei tre attori agisce in una filiera che ha dimensioni di massa. Perciò caso, caoticità, contraddizioni (micro e macro politiche) – presenti da sempre – oggi incidono di più. Quindi, più fretta di pubblicare e innumerevoli sollecitazioni a farlo (a pagamento); apparati critici risibili; idee confuse degli aspiranti poeti su se stessi, sugli altri poetanti, sul ruolo della critica, sui lettori reali di poesia. La «perdita dell’aura» ha suscitato – e non è una novità – entusiasmi ingenui, come si fosse raggiunta davvero una liberalizzazione o democratizzazione della poesia. E, per reazione,allarmi per una presunta «dittatura dell’ignoranza», spontanea o pilotata che sia. Come in politica, anche in poesia ci si dibatte tra populismi ed elitarismi, che offuscano la possibilità di capire permanenze del passato e innovazioni (reali o possibili). È un  «fall-out della poesia» (o delle «patrie lettere»). Scuola di massa, industria culturale  e ora il Web diffondono la “radioattività poetica” oltre la solita cerchia dei “cultori della materia”, raggiungendo strati sociali acculturatisi da poco e frettolosamente ai saperi moderni. È questo il fenomeno dei moltinpoesia, ma si potrebbe parlare anche di molti in critica o di molti in editoria.

Da una parte assistiamo alla semplificazione, velocizzazione, moltiplicazione delle pubblicazioni e alla loro (spesso incerta) diffusione. Dall’altra la ruminazione lenta del poeta, la critica seria, la diffusione ragionata di opere valide sembrano eclissarsi. La critica, in particolare, è quasi azzerata o stordita. Come se si fosse trovata di fronte a un nubifragio. O a un’invasione “barbarica”. O si è ritirata, vedendo vilipesa la sua funzione autorevole/autoritaria, che prima aveva una indubbia, seppur relativa, efficacia. In assenza – dico con un po’ di ironia – di un «Lenin della poesia», capace di raccordare punti di alta elaborazione poetica (che ci sono) e punti di ricerca poetica naif o selvaggia (da non disprezzare), la mia idea di poesia in esodo è un invito a non cedere né alle semplificazioni populiste né all’individualismo elitario-corporativo. Ma la crisi generale, nella quale non dimentico mai di iscrivere quella della poesia, si prolunga e s’aggrava. E temo che la «distruzione della ragione» possa avere occasioni di replicarsi in modi farseschi).

[1]Pezzo ripulito dell’intervista 2013
https://www.poliscritture.it/2015/08/03/sulla-poesia-esodante-intervista-2013-di-ezio-partesana-a-ennio-abate/

L’etica del professore

(Donato Salzarulo, Il gatto di Fortini, La farfalla salata, 2024)

di Ezio Partesana
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Poesia e politica

di Ezio Partesana

Il contenuto politico della scrittura non coincide con il contenuto materiale anche se, quando accade, il problema è risolto; il dubbio resta per quei testi che parlano d’altro, dal timbro lirico o personale. Se ogni forma è un contenuto storico sedimentato, tuttavia non si può rispondere alla domanda di ordine sociale, se un componimento sia o meno “politico”, limitandosi alla ricostruzione interne delle sue ereditate forme; scrivere sonetti nell’età contemporanea, per esempio, è certo una scelta di opposizione e distanza dal poetare di tutti e chiunque, ma si possono scrivere quartine e terzine anche dicendo sciocchezze reazionarie. L’opposizione tra sentimento privato dell’esistenza e impegno civile è appunto una opposizione e in quanto tale non genera nulla; si prende partito, uno tra i disponibili, e se ne rivendicano le ragioni come in sogno di fronte a un giudizio universale. L’astrazione del recente discutere sul tema nasce da questo: dall’ipotesi che ogni individuo sia libero di scrivere, e leggere, quello che vuole, l’illusione cioè che la lingua sia una forma inerte e pura della quale ci si può servire (o a lei ubbidire, a seconda) affinché questa o quella cosa vengano dette. Si dimentica volentieri, insomma, che la trama e le parole, il ritmo e il nome, sono prodotti collettivi di una struttura sociale che nasconde le contraddizioni anche con il linguaggio, e i suoi derivati prodotti. Non si può dire tutto, in fine, non solo perché le condizioni di chi ascolta sono controllate dal lavoro, dall’educazione, dall’etnia, e via dicendo, ma anche perché la scrittura (o il disegno, o la musica) è soggetta alla stessa ideologia entro la quale vivono gli uomini. Però si può sedurre e mentire, vale a dire escogitare una lingua che, in obbligato e apparente ossequio allo stato di cose, lasci però l’amaro in bocca del “non dovrebbe essere così”; una poesia (nel senso più ampio possibile del termine) che avveleni i pozzi del dominio scherzando con le pozzanghere. La mia modesta risposta alla domanda su quale sia una scrittura politica è dunque questa: chi dice la verità in un mondo di menzogna è sempre rivoluzionario.