Kaethe_Kollwitz_Die_Freiwilligen

Che fare quando nulla pare sia possibile fare?

di Ennio Abate

In evidenza. Pima pubblicazione 28 feb. 2016

Lettera aperta a Giulio Toffoli ma non solo a lui

"O frati", dissi "che per cento milia
 perigli siete giunti a l'occidente,
 a questa tanto picciola vigilia

d'i nostri sensi ch'è del rimanente,
 non vogliate negar l'esperienza…[di?]

Caro Giulio,
rispondo sinceramente e pubblicamente e non nell’ambito più “protetto” degli scambi tra redattori di Poliscritture al tuo ultimo commento (qui). Perché non giova nascondere le divergenze tra me e te, dato che non sono poi tanto diverse da quelle che esistono tra me e altri redattori o commentatori o collaboratori esterni a Poliscritture.

Credo che sbagli a vedermi come un nobile spirito romantico che discute, discute, ma scalpita perché vuol «passare dalle parole ai fatti, dal pensiero all’azione politica»; o smania «nel tentativo di individuare terreni di azione che concretamente non sono presenti».
No,  è dal 1976 (pensa un po’!), anno in cui conclusi il mio periodo di militanza politica in AO iniziato nel ’68, che l’ ”azione politica” mi è di fatto preclusa. Quindi è un quarantennio che mi agito tra le parole e non in mezzo ai “fatti”.
Nei miei commenti ho sostenuto semplicemente una convinzione/scommessa: non c’è un unico realismo. E rivendicato la ricerca di un altro tipo di realismo: «un realismo che non naturalizzi (o salti, o presenti in modo neutro) i rapporti sociali diseguali in cui ci troviamo. Che non ce li presenti come ovvi, insuperabili, naturali», un “realismo sporco”, se si vuole (Cfr. la mia replica a Buffagni: Ennio Abate 24 febbraio 2016 alle 11:05). O “dinamico”, aggiungo ora.

Il realismo, invece – che ti fa dire: – il “nemico”  non solo oggi ma «di secolo in secolo e poi di decennio in decennio» non è mai stato chiaramente definibile; – il presente è difficile da leggere; – non bisogna mai dimenticare la nostra «condizione servile» (Fortini e Weil); – non si deve dimenticare la «potenza del camaleontismo» del Capitale; – abbiamo di fronte « un nemico immensamente forte» – a me pare inerte, esausto, piatto; e convive con il realismo (cinico e elitario) di un Sergio Romano, per dire una delle figure più insopportabili (per me) del realismo geopolitico.

Che aiuto, infatti, può offrire «ai propri compagni» (ammesso che questo termine sia oggi adeguato e riferibile a noi, che qui discutiamo, o a interlocutori da noi effettivamente raggiungibili o pensabili come nostri affini o potenziali alleati) o «riceverne»? Che proposte ne vengono?
Analizzo quelle che tu presenti:

1. «Tornare a fare inchieste». Ma sai, quanto me, che dalle discussioni in Poliscriture (e sul sito) non emerge uno straccio di ipotesi su chi può o potrebbe condurle, su quali temi condurle, su chi dovrebbe essere interrogato e per quale scopo. Agli inizi degli anni Sessanta del Novecento Panzieri e i Quaderni rossi proposero l’inchiesta operaia e Montaldi la «conricerca». Ma avevano (almeno così pareva) individuato un soggetto da interrogare (gli operai o la classe operaia). Avevano pure alle spalle una cultura marxista ancora abbastanza salda che orientava quel loro lavoro. Noi non abbiamo più nulla di simile. E, come sai, fatichiamo anche a fare un buon uso delle «nostre rovine». Abbiamo, come scrivi forse con involontaria ironia, soltanto una «lunga esperienza di insuccessi». E i giovani (Regeni, appunto…) sono su un altro pianeta, irraggiungibile da noi (e viceversa).

2. «Far notare l’immensa ipocrisia del potere, del ceto politico, il nostro, con la sua gerarchia aggiunta di stampa, sinistri-sinistri e potentati di ogni colore»? Ma a chi e attraverso quali canali produrre denunce o controinformazione, anch’esse possibili in altri tempi (es. il libro sulla “Strage di Stato”), quando esisteva – ingenuo, spontaneista, arruffone, infiltrato quanto si vuole – un movimento della società e della cultura, che riceveva e in parte rielaborava quella denuncia. Nei “loculi” del Web le denunce da parte di Tizio e Caio o del gruppo A e B abbondano. Ma chi le raccoglie? Chi le rielabora?

3. «Riaffermare con forza il nostro rifiuto, di non cedere a questo andazzo»? E non lo riaffermiamo già, tenacemente? Ma dove sta la «forza»?

4. Ricordarci che «i nemici esistono»? Sta bene. Ma come si combattono? E chi oggi li combatte davvero? Come potrei mostrarmi con loro (i nemici) intransigente, cioè «né democratico né tollerante», se sono ridotto quasi all’isolamento? E se tu stesso ammetti che essi, sì, possono essere democratici e tolleranti con noi, proprio «perché non hanno di che temere» (da noi)? Siamo disorganizzati. Facemmo un appello agli «intellettuali» tempo fa. Nessun riscontro. Se qualcuno sfonda il muro della visibilità (televisiva o del Web), come gli studenti che  ndgli ultimi giorni hanno con una certa ingenuità contestato Angelo Panebianco, parte la “disinfestazione”. E allora?

5. Le righe (di Fortini) che hai riportato «ci impongono una presa di distanza anche da certuni che ci sembrano vicini»? Ma ha un senso «criticare, senza mezze misure, chi dell’essere di “sinistra-sinistra” ha fatto un redditizio mestiere» senza avere un progetto e senza poter influire su quelli che li votano o li sostengono? O ci riduciamo nella condizione di impotente autosufficienza di una piccola setta? E, infine, perché il «“lucido realismo”» dei nostri nemici « qualche volta ci può aiutare a capire quel che succede intorno a noi senza però necessariamente riconoscerci nella logica che governa il loro pensiero», ma le cose, altrettanto realistiche a mio parere, che scrive GLG (cioè La Grassa) ma anche altri, non potrebbero anch’esse «aiutare a capire»? Se capire è l’unica cosa che, pare, possiamo “fare”?
Fraternamente
Ennio

81 pensieri su “Che fare quando nulla pare sia possibile fare?

  1. Ciao Ennio,

    premesso che il tuo continuo interrogarti sul “che fare” ti mette già almeno un gradino sopra la media della maggioranza degli italiani, comincio col confutare un tuo assunto di partenza:

    “No, è dal 1976 (pensa un po’!), anno in cui conclusi il mio periodo di militanza politica in AO iniziato nel ’68, che l’ ”azione politica” mi è di fatto preclusa.”

    Proprio A.O., in mezzo a mille puttanate, se ne venne fuori con lo slogan “Il personale è politico”: portato da loro alle estreme conseguenze (perché erano dei totalitaristi, dopotutto), ma ineccepibile nel suo contenuto.

    Questo per dirti che l’azione politica è sempre possibile. Bisogna vedere poi che cosa uno intenda per “azione politica”: definizione che potrebbe portarlo nel vicolo cieco di un progetto ad una scala che, con le sue conoscenze / competenze / capacità (come si direbbe oggi a scuola…), non è in grado di gestire.

    Ma (e così butto qui il mio personale) anche scrivere poesia civile e farla circolare, cercando di stimolare un dibattito sull’attuale situazione politico-sociale, è – appunto – una “azione politica”.

    A proposito di poesia civile, altro commento a breve: mi devo attrezzare…

  2. Ennio sei formidabile!, piccola orazione e un solo legno, ad ora tarda, quando la compattezza vacilla e al buio solo qualche fiammella come lucciole giù per la vallea… Riprendo l’invito a riconoscere l’utilità delle “cose realistiche” (e tralascio di distinguere tra realismi) che scrive (tra altri) La Grassa:

    “propagandare e appoggiare la politica di rafforzamento di tutti i vari ambiti in grado di promuovere un accrescimento di potenza: ricerca scientifico-tecnica, grande imprenditoria (non importa se pubblica o privata) capace di dare impulso alle innovazioni di processo e di prodotto (dell’ultima epoca dell’industrializzazione), ‘guerra economica’, Intelligence e diplomazia, alleanze (ed eventuali rotture delle stesse) in grado di ottenere i migliori risultati per il sistema-paese nel suo complesso, ecc. (…) una politica da attuarsi per imprimere nuovo sviluppo – e autonomo, indipendente da paesi invece oggi predominanti – all’Italia. (… ) Diciamolo senza mezzi termini: oggi il compito di gran lunga prioritario è la conquista di una vera autonomia, in specie dagli Usa. (…) creazione di un blocco sociale che appoggi la politica di autonomia e indipendenza, e di potenziamento del proprio sistema-paese.”
    (da http://www.conflittiestrategie.it/lotta-antiegemonica-e-rafforzamento-del-sistema-paese-di-glg)

    Qui compaiono ‘nazione’ ‘sviluppo autonomo e indipendente’ ‘geo-politica’ ‘propria potenza’, in questi termini La Grassa propone una strategia a lungo termine e una visione complessiva dello sviluppo economico e politico mondiale. “non vogliate negar l’esperienza… (di?)”, scrive Ennio: di “pensare in grande”, penso io, diverso, ma comunque in grande.
    Un altro che scrive cose realistiche, cioè analisi politiche, storiche e economiche, è Giulio Sapelli, cattolico, legato quindi a idee e progetti di parte *per il nostro paese*:

    “… l’indipendenza delle banche centrali europee dell’eurozona e quindi dell’Italia fu lo strumento più idoneo allorché si ritenne di potere e volere fare la volontà della nazione accettando, anzi, invocando, il dominio estero sulle nostre scelte di politica monetaria ed economica non in una condizione di condivisione ma, invece, di crescente sottrazione di sovranità.
    La mia tesi è che l’Ulivo ha rappresentato l’acme della foreign dominance e l’ha reso pressoché irreversibile – almeno nel breve periodo – con l’entrata nell’euro e quindi con la definitiva perdita della sovranità monetaria. Ciò che è stata una delle fasi della foreign dominance, ossia l’egemonia tedesca sul sistema economico e su quello monetario in primis italiano grazie all’Europa a dominazione germanica, è ormai divenuta una delle caratteristiche della stessa nazione italiana.
    Il nesso nazione-internazionalizzazione ha avuto una torsione e stabilizzazione definitiva, se l’Europa non muterà volto, ossia non si riscriverà il Trattato di Maastricht e non cadranno tutti i suoi presupposti. Essi hanno condannato alla decadenza l’Italia, come fu nella crisi del Seicento. I mezzi furono diversi, gli esiti saranno e già sono assai simili: de-industrializzazione, depauperamento del capitale umano con la sua emigrazione da un lato e la sua emasculazione emotiva dall’altro. … Il paradosso vero di tutta la vicenda è quello per cui i protagonisti della vicenda, i più filo euro e quindi i più responsabili dell’ordoliberalismus dilagante, furono le forze socialiste e cristiano sociali europee.”
    (http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2016/2/28/PRODI-e-L-ULIVO-Sapelli-ecco-chi-ha-svenduto-l-Italia-a-Germania-ed-eurocrati/683237/)

    Per me “continuare a capire” è l’unica cosa che possiamo ma soprattutto *dobbiamo* fare, liberamente.

  3. Alberto Rizzi,
    che Dio ti raddrizzi!
    Le puttanate le scrivi tu,
    studia di più!

    P.s.
    Cfr. ad es. http://csmovimenti.org/it/il-personale-e-politico/

    “Fu con il Manifesto del collettivo Rivolta femminile che venne formulata la prima organica espressione del femminismo italiano, nel luglio 1970. Vi si dichiarava di voler attuare una “tabula rasa” della cultura maschile in modo che la donna potesse esprimersi nella sua autenticità. Fu come una dichiarazione di guerra. Si affermò che il “personale è politico”, venne proclamata la specificità dell’oppressione femminile, trasversale a tutte le classi sociali: “

    1. Uffa, “l’uomo non è il modello a cui adeguare il processo della scoperta di sé da parte della donna”, e dire che era chiaro fin dal luglio ’70. Comunque repetita juvant.

    2. Se dubbia è la paternità (mentre vedo che certa, come sempre, è la maternità) dello slogan “il personale è politico”, c’è di vero che quello slogan era trasversale ai gruppi d’allora, una sorta di mantra entrato nel dna dei compagni, un dogma che ti costringeva a mettere da parte, nel rapporto con gli altri, il personale irrisolto dalla politica, e poi te lo portavi a casa come un pacchetto, rimirandotelo dolorante senza sapere che farne, del personale. Questo come amarcord.
      Vabbe’, c’è anche da dire che adesso il personale è personale, sopra il politico c’è una bella croce e ci sono monadi dappertutto che vedono nel politico un affare personale

      1. Be’, no, caro Bugliani, le signore da allora hanno lavorato, e altro che pacchetto dolorante! solo per voi maschi, direi.
        Non vede la differenza all’opera? male, si impegni a controllare.
        Il personale è sempre più politico, ma non voglio parlare di noi qui, un discorso complesso, mi basta rimandare Lei a considerare l’Iran e l’Arabia saudita, e le donne in quegli stati.

      1. E per quanto riguarda, nello specifico, il ragionamento sul personale/politico, il problema era la maniera di intenderlo, da parte di un Movimento totalitarista, come A.O.; non il concetto in sé che – come mi pare riconoscano qui un po’ tutti – è di per sé validissimo.

        Ma i totalitarismi sono espressioni politiche fondate sulla paranoia, e paranoici fanno diventare: così accadde a molti nell’applicare quella formula, almeno in quel periodo; come ha ricordato Bugliani.

  4. A PROPOSITO DI GRUPPI

    Nell’inverno ’67-68 all’Istituto superiore di scienze sociali di Trento, alcuni studenti avevano organizzato un controcorso intitolato Psicoanalisi e società repressiva che intendeva utilizzare la psicanalisi come strumento per una «alternativa e verifica di ipotesi, tesi, strumenti di contestazione al sistema».

    Quando fui chiamato a Trento, proposi ai partecipanti di costituirsi in «gruppo d’analisi» per sperimentare, nel gruppo stesso, le modalità di repressione e di autoritarismo che fino ad allora erano state considerate e criticate in modo ideologizzato ed esteriore.

    Accettarono?

    Sì, ma ci trovammo subito di fronte a un problema decisivo. L’analisi di gruppo si restringe perlopiù a sei-sette persone: è un gruppo chiuso. Ma ciò appariva contrario all’antiautoritarismo e a molti sembrava più idonea la tesi di un gruppo aperto: veniva chi voleva e quando voleva. La discussione che ne seguì fu estenuante.

    E alla fine, chiuso o aperto?

    Chiuso. Per un’esigenza di impegno duraturo da parte dei singoli partecipanti, per non correre il pericolo di dover fare e rifare gli stessi discorsi, per consentire la liberazione dalle inibizioni dei singoli senza la possibilità di disturbo, di derisione o di denigrazione di chi avrebbe potuto intervenire in qualità di esterno.

    L’estraneo visto come pericolo?

    Proprio così. C’era, come del resto nei gruppi politici, la spinta a difendere l’ideale di gruppo che sembrava continuamente minacciato da nemici. Da qui anche le inevitabili espulsioni e frammentazioni in direzione di un processo di settarizzazione.

    Non poteva esserci un’alternativa?

    Certo, se si fosse innescato il processo inverso, quello di accomunamento. In altre parole, l’«esercito agguerrito esterno che minaccia la setta» avrebbe potuto essere guardato come una «massa sterminata offerta alla propria comunicazione». Ma è rimasto un progetto utopico. Ogni ostacolo incontrato tendeva a far sì che il gruppo fosse tentato di abbandonare l’azione di comunicazione per rifugiarsi nella propria sicurezza interna. La setta, proprio perché setta, soltanto di rado riesce ad aprirsi. Rimane, ed è questo il suo significato, come testimonianza della rivoluzione fallita. O come promessa di quella futura.

    Rivoluzione fallita. Perché?

    Perché il ’68 era qualcosa di completamente diverso dall’idea vigente di rivoluzione di tipo marxista che consiste in un sommovimento delle masse, prodotto dai loro bisogni, che viene sapientemente canalizzato dal partito in direzione della presa del potere. Il desiderio dissidente era una manifestazione veramente rivoluzionaria, tanto che un anno dopo suscitò l’ondata degli operai. Ma proprio perché era così rivoluzionario finiva per porsi addirittura in un’altra logica.

    Che non aveva possibilità di successo?

    L’esperienza dei gruppi di Trento ci aveva già fatto intuire di no. Quello che stava succedendo aveva un grande effetto-sorpresa. La logica del desiderio, contrapposta a quella del bisogno, aveva messo improvvisamente in luce una generale mancanza di senso nella società. Scopriva che c’era un grande vuoto. E allora tutti a interrogarsi su questo vuoto, a chiedersi: «Che senso ha?».

    Ed è stata trovata una risposta?

    La ricerca ha innescato processi molto fecondi, ma anche angoscianti, che hanno spinto a voler chiudere troppo in fretta il vuoto, facendo ricorso a forme organizzative vecchie: i gruppi, i partiti…

    la chiusura invece dell’accomunamento, la settarizzazione fino agli orrori e ai terrori degli anni successivi.

    (Stralcio da:http://www.alfabeta2.it/2016/02/28/fachinelli/)

  5. a) *Nell’inverno ’67-68 all’Istituto superiore di scienze sociali di Trento, alcuni studenti avevano organizzato un controcorso intitolato Psicoanalisi e società repressiva che intendeva utilizzare la psicanalisi come strumento per una «alternativa e verifica di ipotesi, tesi, strumenti di contestazione al sistema».*

    b) *Quando fui chiamato a Trento, proposi ai partecipanti di costituirsi in «gruppo d’analisi» per sperimentare, nel gruppo stesso, le modalità di repressione e di autoritarismo che fino ad allora erano state considerate e criticate in modo ideologizzato ed esteriore.*

    Il fallimento dell’iniziativa sta nell’idea di un utilizzo ‘dimostrativo’ o ‘funzionale’ della psicoanalisi sia da parte degli studenti a), che da parte dell’organizzatore del ‘gruppo di analisi’ (suppongo sia stato E. Fachinelli) il quale, b), pur desiderando correttamente far sperimentare nel gruppo le modalità di insorgenza della repressione e dell’autoritarismo, è stato travolto dalla pervicacia e dalla perversione della domanda che non verteva sulla ‘conoscenza’ ma sulla necessità di contestazione al sistema.
    Questo ci dice quanto siano importanti le motivazioni, soprattutto quelle profonde.

    R.S.

  6. DA “POLISCRITTURE FB” > “POLISCRITTURE SITO”

    Nicola Corda

    Molto interssante e, per me, coinvolgente.
    Particolarmente:
    “… una convinzione/scommessa: non c’è un unico realismo. E rivendicato la ricerca di un altro tipo di realismo: «un realismo che non naturalizzi (o salti, o presenti in modo neutro) i rapporti sociali diseguali in cui ci troviamo. Che non ce li presenti come ovvi, insuperabili, naturali», un “realismo sporco”, se si vuole …”.

    Il “realismo” pare spesso il baluardo, insuperabile da qualsiasi ipotesi alternativa allo stato di cose esistente.
    Quasi fosse un entità monolitica ed incontestabile. Una verità unica/univoca e rivelata.
    Di fronte all’obiezione “Non é realistico!” tutto si ferma-si deve fermare.
    Ma “realistico” cosa, per chi, da quale punto di vista, in quale prospettiva?
    É solo un caso se piú si é realistici, pragmatici, “concreti” si é parimenti meno critici, attivi, creativi?
    Alle estreme conseguenze: realismo=>conformismo=>omologazione=>passività=>resa.

    1. Sono solo “estreme conseguenze: realismo=>conformismo=>omologazione=>passività=>resa” ma non siamo obbligati”. No, non ancora.

  7. Carissimo Ennio

    A differenza di molti non ho mai trovato nulla di riprovevole nel possedere uno spirito romantico, una pervicace incapacità o se si vuole, per citare il titolo di un vecchio film, “l’impossibilità di essere normale”. Credo si possa dire, senza tema di sbagliare molto, che esiste all’interno della società, di ogni società un settore che presenta una sensibilità che non si identifica con il “buon senso comune”. Nel bene o nel male noi ci troviamo in questa non facile condizione, quella di chi cerca di intravvedere l’improrogabile necessità di “modificare lo stato presente delle cose” senza però avere un movimento concreto a cui riferirci. O per lo meno, come fai notare, ci è parso di individuarlo in una lontana fase della nostra esistenza, abbiamo cercato di collaborare e contribuire alla sua azione ma siamo stati sconfitti.
    Da chi? Da “amici, non sempre chiari compagni; avversari, non sempre invisibili agenti e spie; non chiari ma visibilmente nemici”.
    La sconfitta domestica si è poi allargata in una sconfitta storica, sui cui effetti non si è forse adeguatamente ragionato, e restiamo duramente segnati dagli esiti di quella esperienza e soprattutto dalla capacità della propaganda del Capitale di convincere i più che quel tentativo, che ha marcato gran parte del XX secolo, non era una esperienza che pur attraverso inevitabili tragedie mostrava possibili, ancorché difficilissime, potenzialità di vivere un futuro diverso ma semplicemente una aberrazione. Quella strategia di marketing continua giorno dopo giorno e non può che aver segnato la mente della più parte di noi.
    Solo negli ultimi giorni, tanto per fare un esempio, ci hanno informato che Pechino ha più miliardari di New York oppure, guarda caso, mi è capitato di rileggere il discorso radiotrasmesso che W. Churchill tenne la sera del 22 giugno 1941 al momento dell’attacco nazista alla Russia dove emerge fra le altre questa perla che poi non è altro che l’indicazione di una linea operativa che il Capitale non ha mai smesso di tenere dal ’17 in poi: “Il regime nazista non si differenza dalle peggiori caratteristiche del comunismo … Nessuno più di me è stato un costante oppositore del comunismo in questi ultimi venticinque anni. Non ritratterò nemmeno una parola di quanto detto in proposito …”.
    Certo non si può negare a uno dei massimi esponenti del ceto politico del Capitale una sua interna e granitica coerenza.
    Si tratta di un realismo, quello del Capitale, che non solo non muta il suo volto ma che si muove secondo una strategia che negli ultimi due secoli non ha conosciuto tentennamenti. Certo anche il Capitale ha sofferto e soffre regolarmente momenti di crisi, che anzi ne sono l’anima costitutiva. Vive di guerre e di distruzione ma alla fine sempre e ovunque il principio che si afferma è “business is business”. Si tratta di una vera e propria “legge” del Capitale che domina e per quel che ci è dato intuire dominerà ancora incontrastata. Questo è il realismo della Casta, dei suoi media che si battono per una presunta “libertà di informazione”.
    Come non convenire con chi disse tempo addietro, un ventennio fa e il tempo ne ha macinati di fatti: “Lungo canali di una storica vigliaccheria mascherata di bello spirito i colleghi della comunicazione stanno giorno dopo giorno cambiando o lasciando cambiare i connotati dei quotidiani … Mai come oggi il massimo di flessibilità del politico dovrebbe andar d’accordo con la rigidità delle scelte di fondo …”.
    L’esito è null’altro che la creazione di quello che Horkheimer aveva definito nel lontano 1942 “Lo stato autoritario”: “Le previsioni storiche sul destino della società borghese si sono avverate. Nel sistema della libertà economica di mercato, che ha condotto gli uomini ad invenzioni miranti al risparmio del lavoro ed infine alla formulazione matematica del cosmo, i suoi prodotti specifici, le macchine, sono ormai diventate strumenti di distruzione nel senso proprio: invece del lavoro hanno reso superflui i lavoratori …”. Sbaglierò ma ho l’impressione che ci siamo proprio in mezzo alla dimensione più orwelliana possibile dello stato autoritario. Credo che l’errore più grande che si possa compiere oggi, e forse emerge nelle tue parole, è pensare che il Capitale sia “inerte, esausto, piatto”. Anzi vorrei dire che questo è il padre di tutti gli errori. No, i nostri nemici hanno una ben chiara idea della loro funzione e dei loro progetti. Leggo di recente su un manifesto-memoria di una famiglia della borghesia produttiva bresciana, che si tratta di: “Riflettere sul senso profondo della vita dei miei genitori che hanno cercato di concretizzare nel proprio lavoro valori quali: la fede in Dio, l’onestà, la legalità, la responsabilità sociale, la giustizia”. Quale l’esito concreto di tanta spiritualità? Il passaggio da un piccolo forno famigliare a una industria con un impianto di 12.000 mq., 5 linee di produzione, 35 dipendenti e 2.500 tonnellate l’anno di prodotto. Sul giro d’affari e i profitti nella pubblicazione preferiscono sorvolare senza però dimenticarsi di fare notare come la realtà di quell’impresa possa: “esaltare le qualità delle persone, dove interagiscono personalità, con la loro competenza, la loro passione e la loro intelligenza, con la loro umanità e i loro valori”.
    Questo è il sostrato profondo della nostra società, quello di cui pare quasi nessuno abbia più voglia di interessarsi. E’ l’economia che abbiamo lasciato in mano ai professionisti, agli accademici, a una banda di apprendisti stregoni che ogni giorno elaborano nuove statistiche superando per creatività perfino gli astrologi d’un tempo.
    In questo quadro Buffagni, nel suo piccolo, Romano, Panebianco e tutta la legione dei “bene informati” altro non solo che parte della strumentazione del Capitale che pontificano ogni giorno secondo il modello del cosiddetto pensiero unico che non conosce confini e ha contaminato tutti.
    Certo che c’è un altro realismo, quello di chi non accetta di piegarsi al buon senso della servitù, del superlavoro non pagato, delle più incredibili forme di sfruttamento, ma è un realismo difficile che chiede un quotidiano esercizio di critica e che si scontra con la potenza delle “leggi naturali del mercato”, quelle dei “padroni delle ferriere”, che da oltre trent’anni vengono sbandierate da tutti, o quasi tutti. Una logica che ha ovunque riconosciuto, con maggiore o minore forza, il “diritto di ognuno ad avere ogni possibile diritto” ma nel contempo ha smantellato dappertutto i diritti del lavoro. Cosa di più geniale dell’invenzione linguistica del “capitale umano” che può liberamente interagire sul mercato con il Capitale tout court. Si dirà: è ovvio che si tratta di un rapporto un “attimino” sbilanciato, è tanto evidente quanto il fatto che il sole illumina la terra, ma poi proviamo a dirlo ai giovani. Un amico che si muove all’interno del mondo del “capitale umano” mi dice che è davvero difficile da descrivere quanti siano i giovani che ci credono. D’altronde che fare di altro? Al tracollo della sinistra corrisponde un non meno sintomatico tracollo del sindacato e ci sono infiniti motivi perché sia così.

    Cosa possiamo offrire ai venticinque lettori che ci leggono o ai pochi che casualmente incontrano il nostro cammino? Ben poco. Questa è la realtà.
    Ma qui forse è necessario sottolineare una cosa.
    Era il 1967, allora ero uno studente liceale alla ricerca di una identità e mi era capitato di sentir parlare, forse proprio dal professore di Filosofia, di “Minima moralia” come di un libro fondamentale, uno di quelli da leggere assolutamente. L’aria della contestazione girava per Milano, Barbonia City e le prime manifestazioni, allora un pomeriggio di fine settimana, visto che avevo racimolato quattro soldi mi sono deciso ad andare a comperarlo. Sono arrivato in via Manzoni, dove c’era la libreria più importante, se non l’unica, di Feltrinelli e ho chiesto il volume. Mi hanno consegnato la prima edizione, quella del 1954. In oltre un decennio evidentemente non l’aveva letta quasi nessuno. Poi, solo più tardi è nata una specie di mitologia su una lettura di massa dei testi degli autori della scuola di Francoforte. Lo stesso discorso si potrebbe fare intorno ai Quaderni Piacentini che erano allora ampiamente recuperabili sempre da Feltrinelli per una parte significativa dei loro primi numeri.

    Pensando proprio al destino di Adorno, Horkheimer, Marcuse mi sono spesso chiesto quale doveva essere il loro sentire mente erano esuli negli USA impegnati a interpretare la società del Capitale in una condizione di assoluta impotenza politica ed in più con la convinzione della crescente capacità del meccanismo totalitario del Capitale di assorbire, integrare e se necessario schiacciare ogni forma di opposizione. Hanno accettato quella che era una condizione di necessità mantenendo la “rigidità delle loro scelte di fondo”.
    Non credo che cercare di leggere quello che succede intorno a noi sia inutile, piuttosto mi preoccupa che le nostre poche forze sia disperse nel cicaleccio di fondo dei “loculi” del Web.
    In ogni caso:

    1- Continuo a credere che intorno a noi ci sia una realtà che dovrebbe essere indagata secondo il metodo benjaminiano, spazzolandola a rovescio. Le difficoltà che incontriamo a costruire un modello di lavoro sono obbiettive e fanno parte del clima di fondo che ci circonda. Però smettiamola di mitizzare Panzieri o Montaldi. Da quel poco che sono riuscito a capire da una fonte fededegna e poco abituata a ricostruire la memoria secondo modelli mitici da “ricerca del tempo perduto” quello che essi hanno fatto è stato sempre un lavoro di ultraminoranza non privo di infinite ingenuità ed avevano alle spalle una cultura pseudo marxista che ne tarpava ampiamente le ali. Anche gli interlocutori erano pochi e per la maggior parte ben decisi a mantenere duri distinguo. Se non ci fosse stata la protesta studentesca e poi quella operaia, che certo non sono state generate dai Quaderni Rossi o dalla “conricerca”, Panzieri e soci sarebbero rimasti una setta sperduta fra infinite altre che la storia del pensiero di sinistra ha prodotto nel XIX e poi nel XX secolo.
    Allora a chi rivolgersi? Abbiamo un’intera società di fronte a noi che è davvero una terra incognita. Cosa sappiamo dei giovani e della dinamiche che li coinvolgono? E del mondo del lavoro, se non una serie di formulette sociologiche e la litania della fine del lavoro? E poi che dire di quella congerie incredibile che è la piccola borghesia stretta fra sopravvivenza e proletarizzazione?
    Forse si può dire che non abbiamo i mezzi per aggredire questi spazi ma questo è un altro paio di maniche.
    2- Continuo a credere che smascherare l’ipocrisia del potere sia elemento decisivo per avviare una strategia che abbia il fine di dare vita a nuova di azione sociale. Anche qui non bisogna però nascondersi che la macina del tempo ha modificato le cose in modo radicale rispetto agli anni sessanta e settanta del XX secolo. Forse il paragone con “La strage di Stato” è ora più che mai improponibile. Quello che mi pare evidente è lo iato fra l’infinita congerie delle informazioni che possono giungere a ciascuno di noi e che a loro modo smascherano quasi tutti lasciando davvero il “re nudo” e la pochezza degli esiti di questo discorso. Siamo davvero in una società orwelliana e trovare il bandolo per uscirne è cosa della massima difficoltà. Un esempio?
    Proprio di recente mi è capitato di rileggere un articolo dal titolo “Condannate Blair” in cui veniva commentata la confessione di quel figuro, degno esponente del Labour Party, di aver architettato con il suo degno compare Bush l’attacco all’Iraq, accusando falsamente Saddam di detenere armi di “distruzione di massa”. Si faceva notare come fosse colpevole di comprovati crimini contro l’umanità e di spergiuro davanti all’intera umanità ( fra l’altro continua a colpirmi la profonda ipocrisia di chi detenendo armi di tal tipo accusa altri stati di essere pur loro in tale condizione). Quale è l’esito di tale ammissione? Proprio nulla, anzi quel figuro gira per il mondo come emissario della banda criminale dell’ONU. Intanto Assad è diventato l’ultimo epifenomeno del tiranno sanguinario che la banda dei neocolonizzatori dell’Occidente deve, di volta in volta, sbattere in prima pagina. Una delle mie idee era che Poliscritture rivista potesse assumere un poco proprio quella funzione di luogo di rielaborazione critica … Evidentemente era una prospettiva che non teneva conto della povertà dei mezzi.
    3- Mantenere il rifiuto è testimonianza, la sua forza è nell’offrire un segnale. Una bottiglia nell’oceano. Non possiamo sapere dove andrà né chi la troverà o se si perderà nel grande nulla. Ciò nonostante continuare a rifiutare il “buon senso” dell’ipocrisia della Cosmopoli, ultimo rifugio di ruderi di ogni stagione.
    4- Forse tu sei d’accordo con me e identifichi “chiaramente” i nostri nemici. Ma quanti fra i nostri amici lo fanno? C’è chi di fronte alla parola Capitale inizia a fare filologia romanza. C’è chi a sentire la parola imperialismo gli viene l’itterizia. C’è chi all’idea di ragionare sulla guerra prossima ventura, mentre abbiamo bombe che piovono a poche centinaia di chilometri dalle nostre coste e forze speciali dei soliti aguzzini colonialisti d’un tempo operanti come se nulla fosse in altri stati, ci racconta che è più interessato al giardinaggio, piuttosto che alla collezione delle farfalle.
    Ma anche qui rimane una domanda che merita risposta: fra il momento in cui era stato imprigionato e tradotto in schiavitù, marginale e impotente, e il 73 a.C. Spartaco spaventava forse qualcuno? Ad un certo punto grazie al profondo lavorio della talpa della storia si è trovato ad essere il nemico dell’intera oligarchia romana. Anche nella sconfitta ha lasciato un segno indelebile. Roma da quel momento non è stata più quella di prima.
    Certo che siamo isolati, certo che siamo disorganizzati. Ma chi è stato più isolato e se si vuole più sfigato di Marx e del suo sodale che pubblicarono il “Manifesto del Partito Comunista” nel febbraio 1848 a Londra in tedesco? Quanti lo hanno letto? Ciò nonostante anche i muri più imponenti presentano le loro fragilità e spesso non ci si rende conto di quanto grandi esse siano. Ma i tempi della storia non siamo noi che li possiamo decidere e definire. Lasciamo che la talpa lavori …

    Giunti a questo punto che aggiungere? Che non possiamo indicare noi i tempi in cui le contraddizioni sociali usciranno dai recinti ben muniti della società unidimensionale in cui viviamo. Però c’è un cosa che possiamo fare pur nella disperazione della nostra marginalità: continuare a testimoniare che non ci avranno per vinti. Permane una differenza fra “la nostra morale e la loro”, direbbe Lev Davydovic, che fa la differenza e per non stare troppo a teorizzare la individuo nella nobile figura di Licia Pinelli.
    Quale migliore e più alto esempio di ciò che è stato il movimento del ‘68 se non la sua profonda integrità morale, quella sua indisponibilità ad accettare un facile risarcimento, quel suo inesausto continuare a riaffermare che fra lei, lo stato e le istituzioni di questo paese rimane un contenzioso che nessuna mediazione può eliminare.
    Con affetto

    Giulio

    N. B.
    Non è certo mai stata mia intenzione enfatizzare il “lucido realismo” dei nostri nemici che pur “qualche volta ci può aiutare a capire quel che succede intorno a noi”. Credo di aver anche duramente contestato certe posizioni di Buffagni, il che non vuol dire che debba necessariamente rifiutare di ascoltare tutto quel che enuncia. Diverso è, almeno a mio vedere, il caso di G. La Grassa. Come mi pare abbia ben individuato Cristiana esiste una contraddizione di fondo fra me e lui, infatti: “lui dà l’iniziativa alla Politica, e ritiene l’economia secondaria rispetto all’iniziativa della prima”. Insomma l’itinerario di GLG è esattamente l’opposto di quello che mi sembra ragionevole ed è stato l’elemento caratterizzante il cambiamento di paradigma che costituisce il fondamento stesso del pensiero critico. Il viaggio di GLG si può rappresentare invece come un ritorno nell’alveo della borghesia, sia pure attraverso il più contorto degli itinerari. In questo senso la differenza fra un Buffagni e un GLG tende a diventare davvero quasi irrilevante.

  8. Trovo molto interessante questa precisazione di Guido Toffoli:

    “Credo che l’errore più grande che si possa compiere oggi, e forse emerge nelle tue parole, è pensare che il Capitale sia “inerte, esausto, piatto”. Anzi vorrei dire che questo è il padre di tutti gli errori. No, i nostri nemici hanno una ben chiara idea della loro funzione e dei loro progetti.”

    Dovremmo meditare tutti (tutti quelli che “vogliono fare qualcosa”) sul fatto che accadimenti odierni sono stati progettati e lucidamente pianificati almeno cinquant’anni fa (forse addirittura al termine del II conflitto mondiale), da chi detiene il potere economico e finanziario.

    Questo per capire che, per combattere questi progetti alla loro stessa scala, occorrerebbe avere almeno altrettanta preveggenza e capacità progettuale.

  9. SEGNALAZIONE

    C’era una volta la Teoria critica. Rileggere Max Horkheimer
    Pubblicato il 27 febbraio 2016
    di Lelio Demichelis

    Stralcio:
    Rileggendolo scopriremmo, ancora, che se la società di allora si avviava a essere una società amministrata (tutto potrà essere regolato automaticamente, che si tratti dell’amministrazione dello stato, del traffico o del consumo). Lo è diventata davvero oggi: quando il connettersi in rete è un dovere individuale e l’amministrazione è il prodotto della stessa rete e dei suoi algoritmi. Che l’isolamento degli individui (ieri e oggi soprattutto in rete) viene prodotto e provocato sistematicamente ricorrendo a tutti i mezzi di comunicazione di massa e questo isolamento indotto è nel catechismo dell’arte di governo autoritaria. Anche se si chiama democrazia.

    (da http://www.alfabeta2.it/2016/02/27/10929/)

  10. Ho molto esitato ad intervenire. Mi trovo a disagio tra queste modalità di discussione che mi sembrano troppo rarefatte, lontane dalla realtà della gente “comune”. E io mi considero a pieno titolo appartenente a questa categoria. Sono uno che cammina per strada, che va a fare la spesa personalmente. Quel che vedo intorno a me è che il problema principe delle persone è sbarcare il lunario e quindi il lavoro. Sul tema sento, dall’alto, solo proclami di retorico giovanilismo ma i disoccupati o inoccupati che conosco io hanno ormai oltre 40 anni! Sono 9 su 10, altro che le molto più modeste statistiche ufficiali. E quell’uno fa lavori precari. Mi si potrebbe obiettare che io conosco solo fannulloni ma non è così. Per quel che vedo è gente che si dà molto da fare, e sono anche qualificati. Non trovano nulla. Invece di andare lontano a cercarli guardiamoci intorno, questi sono i veri esclusi. Anche a costo di sembrare sentimentale lo devo dire: quando ero giovane il lavoro si trovava eccome. Di questo dovremmo discutere, almeno noi, in quanto il parlamento perde tutto il suo tempo a discutere di problemi che ai più non interessano minimamente. Altrimenti mi sembra di essere su uno di quei tapis roulant sui quali si corre, si corre e non si va da nessuna parte.

    1. La precarietà è una condizione essenziale per la sopravvivenza di questo sistema.

      Un paio di mesi fa, in un’intervista televisiva, un economista (mi si perdoni, non ricordo il nome) sosteneva che i giovani dovranno mettersi nell’ordine di idee di cambiare lavoro sei o sette volte nel corso della loro vita; e adeguarsi a questo modello.

      Naturalmente indorava la pillola, facendo appello a quelle qualità – inventiva, curiosità di sperimentare – che sono tipiche dei giovani, e presentandola come un incentivo a sfruttarle “nel modo migliore”. Ma sappiamo dove si va invece a parare: il giovane che ha questo futuro davanti, dovrà piegarsi ai bisogni dei mercati, anziché soddisfare i propri realizzandosi, semmai, attraverso quel lavoro che sente più vicino al proprio spirito.

      Ed è inutile dire che la scuola si è omologata al dover produrre non individui culturalmente e caratterialmente formati, ma “pezzi di ricambio” per le varie attività di mercato.

      Questo per dire che cercare lavoro secondo la logica tradizionale, può finire per fare il gioco del mercato stesso; e far diventare chi non rientra nelle categorie d’impiego previste una sorta di paria. Arrivati a un certo punto, mi sentirei di suggerire a costoro, di ragionare un po’ intorno alle teorie sulla “decrescita felice”, che per fortuna si trovano anche in rete; visto che gli organi “d’informazione” ne parlano il meno possibile o in maniera distorta.

  11. …alcune considerazioni per cercare una sintesi. davvero elementare..Sembra che modelli di realismo, cioè di modi di interpretare e agire sulla realtà ce ne siano diversi. Quello di chi ci domina con un apparato economico, politico e militare ormai globale e avvalendosi di una propaganda ipnotica in grado di neutralzzare le menti. Dinamico ma anche autodistruttivo a lungo termine…Il realismo, che diventa relativismo, di chi appoggiandosi “al buon senso”, studia le dinamiche del potere e vi si adatta per una sorta di cinica rassegnazione sulla natura dell’uomo…il realismo di chi, riferendosi a una concezione della storia e dell’uomo laica o religiosa basata su principi etici, critica fortemente l’attuale stato di cose, ricerca motivazioni trasversali di opposizione al sistema, ha alle spalle ripetuti fallimenti ed ora si interroga sul “Che fare?”, essendo il nemico potentissimo, ma disperando in una risposta…c’è un realismo che non abbandona la speranza, che si colora senza vergognarsi di utopia…penso che quest’ultimo vada reso più concreto nelle idee, più “realistico” ma non vada abbandonato. In fondo lo dobbiamo a ragazzi come Giulio Regeni che, penso, in un mondo migliore abbiano creduto, in barba alle belve dei suoi torturatori e ai loro mandanti, generali e colletti bianchi …Ma vale anche per i giovani disoccupati, di cui parla Ricotta che sono le principali vittime di un sistema che divora i propri figli…Saranno loro che, insieme ai migranti vittime delle guerre dei potenti, riusciranno un giorno finalmente a “fare”? Non certo finché non avranno di che vivere. Ma anche per i vecchi di oggi un compito c’é?

  12. I 2 interventi di Giulio Toffoli, del 27 febbraio alle 15.06 Il caso di Giulio Regeni, e del 28 febbraio 19.55 Che fare quando nulla pare sia possibile fare, li colloco in uno schema che loro mi fanno nascere nella testa, uno schema in cui agiscono due mondi. Il primo mondo è reale, una “dimensione la più orwelliana possibile” mondo totalmente sussunto dal e nel Capitale (propaganda del Capitale, linea operativa del C, ceto politico del C, strumentazione, realismo, legge del C, che domina… la parola Capitale ricorre nel secondo commento per 13 volte).
    L’altro mondo ha pochi luoghi – puntuali, cioè come puntini luminosi che si accendono per nanosecondi nel Large Hadron Collider – l’estraneità al primo è rivendicata, ma la consistenza di questa estraneità è quasi del tutto interna alla consapevolezza: “Adorno, Horkheimer, Marcuse mi sono spesso chiesto quale doveva essere *il loro sentire* mentre erano esuli negli USA impegnati a interpretare la società del Capitale in una condizione di assoluta impotenza politica ed in più con la convinzione della crescente capacità del meccanismo totalitario del Capitale di assorbire, integrare e se necessario schiacciare ogni forma di opposizione. Hanno accettato quella che era una condizione di necessità mantenendo la ‘rigidità delle loro scelte di fondo’”.
    Concretamente la consapevolezza si traduce in smascheramenti, segnali, una bottiglia nell’oceano. Nello schema mentale dei due mondi, in me suscitato dai commenti di Giulio, l’altro mondo quasi non esiste: consiste in volontà di Licia Pinelli, è favorito dal caso (la talpa della storia) per Spartaco.
    “Ma i tempi della storia non siamo noi che li possiamo decidere e definire. Lasciamo che la talpa lavori …” mi sembra la conclusione *politica* di Giulio, che non riesco ad accettare.
    Più che politica è una conclusione filosofica se si fonda, come mi pare, sull’opposizione tra un mondo reale inaccettabile e tuttavia onnipervasivo, e un altro mondo, di pochi che rifiutano il primo, e che tuttavia, come l’araba fenice, che vi sia ciascun lo dice dove sia nessun lo sa.
    Io vorrei invece considerare il mondo uno, mescolato di capitale e di buchi dello stesso, di suoi reggitori di vittime e di ribelli, di compossibili, come è stato il ceto medio e mediobasso, che fu e non fu organico al capitalismo. Marcuse insegnava a Berkeley e ha fatto la sua parte con i movimenti in quella università prima del 68, gli imperi antichi avevano eserciti di schiavi e ne conoscevano di ribellioni, la storia è un insieme incredibile di contraddizioni, su più e più piani: non è sensato interpretare noi stessi e l’oggi con uno schema pochi contro tutto il resto.
    Per esempio Blair è il soggetto del film di Polanski L’uomo nell’ombra, altro che figuro che continua a girare per il mondo mai toccato dalle conseguenze delle sue azioni. Se lavora per l’ONU, la gente comune che ha visto il film ha un argomento in più per interrogarsi sull’ONU e sostenere o no gli stati e i politici suoi critici.
    Giulio dice che ho individuato la contraddizione di fondo tra lui e La Grassa, perché “Il viaggio di GLG si può rappresentare invece come un ritorno nell’alveo della borghesia, sia pure attraverso il più contorto degli itinerari”. Infatti credo che sia sempre la politica a guidare (… il fucile) l’economia, la politica è duttile e in capo a umani, per perfidi che siano.
    Oppure bisognerebbe credere che il Capitale sia una mostruosa macchina insensata, che prende tutto nei suoi ingranaggi, non si sa come, né perché, solo il Caso potrebbe deviarla, ingripparla…
    Ma questo non è marxismo e nemmeno teoria critica.

    1. Per precisare (non @ cristiana fischer, ma in generale): il Capitale, come ricorda anche La Grassa, non è Cosa (più o meno perversa), ma rapporto sociale.
      La talpa che lavora: purtroppo non è più quella del comunismo, ma la talpa che oggi lavora (e bene) è quella politica del capitalismo (in specie finanziario).
      Per esemplificare: giorni fa in rete mi sono imbattuto in questo articolo di Beniamino Andreatta (RIP, si direbbe oggi):
      http://www.ilsole24ore.com/fc?cmd=art&artId=891110&chId=30
      Ora Andreatta è stato uno dei due attori politici (l’altro era Ciampi) del cosiddetto “divorzio” tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro risalente al 1981.
      Col pretesto presuntamente morale di togliere dalle mani dei politici spendaccioni (anche oggi c’è chi difende questa scelta) il debito italiano, questi signori lo hanno messo nelle mani del mercato e della speculazione finanziaria. E consapevolmente, a leggere quando dice Andreatta. Questa decisione, assieme all’abolizione della Glass-Steagall Act (ossia della separazione tra banche commerciali e d’investimenti voluta nel 1933 per contenere la speculazione finanziaria) da parte di Bill Clinton nel 1999 (e poi estesasi, l’abolizione, anche qui da noi), è stato uno degli strumenti che hanno permesso, mutatis mutandis, la creazione della BCE “indipendente” (da paesi come il nostro, ma non certo dalla Bundesbank), la cui apoteosi, per ora, è stata il ricatto politico della BCE alla Grecia. che ha chiuso il rubinetto dell’euro fino all’accettazione del nuovo Memorandum.
      Tutto questo per esemplificare come la talpa economico-finanziaria del capitalismo abbia lavorato con successo, e anche in fretta, a sentire sempre Andreatta: “Il divorzio non ebbe allora il consenso politico, ne’ lo avrebbe avuto negli anni seguenti; nato come “congiura aperta” tra il ministro e il governatore divenne, PRIMA CHE LA COALIZIONE DEGLI INTERESSI CONTRARI POTESSE ORGANIZZARSI, un fatto della vita che sarebbe stato troppo costoso – soprattutto sul mercato dei cambi – abolire per ritornare alle piu’ confortevoli abitudini del passato”.
      Insomma, questi ce lo dicono in faccia, senza mezzi termini, come hanno agito e chi hanno favorito. E Monti lo ha esplicitato ancor più quando ha esaltato il lavoro del “tecnico” (cioè lui) che può prendere certe decisioni perché “al riparo dal processo elettorale”.
      In questa situazione, per chi si oppone a tutto ciò, cosa è possibile fare politicamente e concretamente? Credo che la risposta sia: studiare, capire le strategie del Potere quando questi le mette in atto (e non 35 anni dopo, ad esempio, come nel mio caso), denunciarle coi mezzi (limitati, a volte irrisori) che si ha) e smontare le menzogne e le fiabe ispirate dal Potere e propagate dai suoi intellettuali di riferimento.

          1. Se parliamo di concretezza, bisognerebbe anche – dopo aver studiato, ecc. – proporre modelli differenti; se non di sviluppo (mi pare che le economie mondiali si siano sviluppate anche troppo), almeno di sopravvivenza ai meccanismi di mercato.

  13. Dipende tutto da cosa si intende per “sopravvivenza ai meccanismi di mercato”. A questo livello non esiste un manuale di sopravvivenza come quelli in alta montagna o nella giungla tropicale. Viviamo quotidianamente all’interno dei meccanismi di mercato, e non potrebbe essere altrimenti.
    Modelli alternativi? Bisognerebbe imporli, ma per imporli bisognerebbe essere maggioranza, o anche una minoranza ben agguerrita (come in tutte le rivoluzioni) e vincere la guerra (quella del lavoro contro il capitale, quindi rovesciare il risultato attuale che vede la vittoria del capitale sul lavoro).
    Ciò che non porta da nessuna parte, ma che il Potere graziosamente ci concede, sono le condotte individuali di nicchia, come, chessò, la spesa a km zero (una bufala) o l’impegno nei diritti cosmetici (quelli civili dell’individuo, che hanno sostituito quelli sociali: lavoro, educazione, sanità, ecc.).
    Credo che rimanga solo una possibilità: quella di creare coscienze sociali, che a sua volta presuppone – e fin dai tempi di Dante – conoscenza, ossia agglutinare ed estendere un pensiero critico la cui pratica, sempre più allargata, darà (quando non è dato stabilirlo) i suoi frutti.

    1. Le “coscienze sociali” non si basano sul nulla: ma sulle condotte di nicchia.

      Se non si cerca di realizzare almeno quelle (che non si esauriscono certo nel consumo a Km zero, o nell’impegno nei diritti cosmetici), saranno solo parole; e frustrazione. Una sorta di propaganda coi fatti, insomma.

      Fermo restando, che non si può creare una “coscienza sociale”, in chi non vuole averla; si può tentare, certo, ma non insistere più di tanto (pena cadute nella frustrazione…); e senza illudersi troppo: in ogni caso, la qualità sarà sempre minoritaria.

  14. Dialogo con Ennio Abate ed altri.

    1.
    Come preambolo alla lettera aperta a Toffoli ed altri, Ennio Abate ( da qui in poi E.A ) pone la famosa sequenza di Ulisse ( Inferno, XXVI, 112-120 ). Ma si ferma al verso 116 mettendo dopo la parola “ esperienza “ un curioso punto di domanda ( ? ). Il bello, per così dire, viene dopo e precisamente “ di retro il sol, del mondo senza gente “. Tale seguito – a mio giudizio cruciale – e la sua omissione costituiscono , nei ragionamenti che ne ignorano il senso, una sorta di peccato originale ( mia opinione ovviamente ).
    L’aneddotica racconta che Marx , in punto di morte, abbia esclamato. “ Ma non sono marxista “ e tale frase, se non vera, è certamente ben inventata. Di Marx si può dire tutto il male possibile
    ( anche questa è una moda ) ma non gli si può disconoscere la potenza e l’originalità del pensiero. A tali qualità attribuisco la sua esclamazione in articulo mortis : un invito a non sclerotizzare una dottrina ( invito che presuppone una costante conoscenza della realtà ).
    Perché non credergli ? Non mi considero un pensatore, non sono un intellettuale e, a volte, ringrazio il destino che non mi ha fatto incontrare- sulla strada di studi rigorosi anche se limitati e settoriali – “ grandi maestri “. E qui finiscono le mia scarne “ note personali “. Non scambiatemi per un altro, ammonisce Nietzsche.
    Vengo, dunque, al discorso generale.

    2.
    Quel grande pensatore che fu Dante, mette, sì,Ulisse all’Inferno ma “ noi moderni “ lo perdoniamo volentieri perché, nel contempo, mette in bocca ad Ulisse le più nobili parole che siano mai state pronunciate da un essere umano. Le vogliamo, pedestremente, commentare ?
    Il grande eroe omerico non cerca , oltre le Colonne d’Ercole, il Paradiso o altro sopramondo, ma un mondo ancorchè senza gente. In questa “ verità “ dell’impegno e nell’errore circa l’assenza di esseri nel mondo oltre le Colonne, si colgono due insegnamenti cruciali : 1 ) non possiamo immiserire la nostra conoscenza all’interno delle Colonne ( la nostra attuale esperienza ) ; 2 ) non c’è mondo che non sia umano.
    Se Ulisse avesse cercato il Paradiso, sarebbe stato forse santificato da un qualche Pontefice, vecchio o nuovo che sia.
    Del resto cosa voleva dire Marx, qualificando la religione oppio dei popoli ? Sfrondata da ogni venatura fortemente critica la frase significa solo che “ qui, nel nostro mondo stanno i leoni e qui bisogna fare i conti con loro “.
    E’ insufficiente, e in parte singolare, che si citi Simone Weil. La sua vita coraggiosa e coerente inclinò alla fine verso il misticismo ( oppio del singolo ? ) , ma il suo perenne valore sta nell’aver individuato in un certo modo i leoni del suo tempo e averli combattuti col sacrificio della propria vita. Conosciamo i nostri leoni, siamo pronti a combattere davvero per sconfiggerli ?

    3.
    Ci sono tanti tipi di filosofi. Zenone – ad esempio – sosteneva che il moto non esiste ed un altro uomo semplice come me lo contestò camminandogli ripetutamente davanti. Uno più sottile ( Aristotele ) smontò filosoficamente ( vd Fisica ) tale teoria ( a seguito di studi rigorosi ). Cosa sappiamo del mondo contemporaneo ? Lo conosciamo davvero ? Lo conoscono davvero quelli che parlano di un solo nemico (il capitale, per alcuni )? Di fronte a queste semplici ed elementari domande cui volle rispondere il nostro amato Ulisse, si risponde da parte di qualcuno, a volte con qualche “ insolenza dell’intelletto” ; quasi mai, però, mettendo in discussione sé stessi. Questo mettersi in discussione non significa negare sé stessi né deve significare disconoscere la autenticità delle scelte fatte da altri ( cosa che alcuni marxisti non sanno fare nei confronti dei non marxisti ) ma semplicemente invitare ad analizzare a fondo la “ realtà “ in cui ci troviamo. E’ inconsistente l’affermazione che l’invito ad analizzare la realtà nasconda l’acquiescenza alla realtà: una cosa sono i giudizi di fatto ed una cosa sono i giudizi di fatto, distinzione che ogni scuola seria dovrebbe porre a fondamento di ogni insegnamento e che ogni studente serio dovrebbe impegnarsi ad applicare.

    4.
    Per evitare fraintendimenti, non parlo di “ realtà “, parola che le persone pigre o in malafede leggono come realtà immutabile ma di “ punti di realtà “ come dati conosciuti che hanno valenza causale nelle vicende umane. La conoscenza storica aiuta ad individuarli ( in questo senso: historia magistra vitae) ma essa non basta. Sappiamo – a tale proposito – che una delle ragioni, forse la principale, della povertà del Terzo Mondo è stato lo sfruttamento
    capitalistico, ma, accertato questo, si è fatto solo un passo verso la conoscenza non mistificata del fenomeno. Il passato è passato ( conoscenza storica ),ma conoscendo la causa di alcuni aspetti di esso si è più attrezzati a non ripeterne gli errori .
    Cosa sappiamo dell’istinto di sopravvivenza? Oggi sappiamo che persino i più semplici organismi viventi ( i virus, ad esempio ) mutano struttura per “ sopravvivere “. E’ possibile che il primo uomo abbia rubato ad un proprio simile un brandello di carne solo per tale istinto “ non sapendo come uccidere “ l’animale indispensabile alla sua sopravvivenza che il suo simile, invece, aveva inseguito e fatto proprio.
    Cosa sappiamo del rapporto tra strutture del pensare e dell’agire ? Alcune indagini ci portano a riflettere sul concetto di spazio ( vitale ). Oggi sappiamo – anche se non ancora in modo sicuro e perfetto – che gli esseri viventi concepiscono lo spazio in relazione al loro
    “ esserci qui ed ora”. E’ possibile che la difesa del territorio sia- alle origini – determinata da questo rapporto strutturale.
    Cosa sappiamo – indagine antropologica – delle origini della guerra? Possiamo senza far violenza ad alcuna conoscenza acquisita che essa abbia origine nell’istinto di conservazione che – par ragioni facilmente intuibili – “si allarga “ in un certo contesto storico dal singolo ad una comunità. E da “allora “ in poi è questa la struttura fondamentale.
    Ma lasciando perdere le origini, che ci riporterebbero impropriamente ad Adamo ed Eva, non sono sotto gli occhi di tutti le modificazioni profonde che la tecnica ha inserito con una prepotenza inimmaginabile nel lavoro, nelle abitudini, nel nostro modo di pensare e, dunque, di agire ? Oggi, ad esempio, le migrazioni di massa non possono essere più spiegate con l’ignoranza circa l’esistenza di luoghi deserti da occupare ai fini della sopravvivenza ( il mondo senza gente ), ma da un fenomeno di sopravvivenza legato alla saturazione del pianeta e alla penuria dei mezzi di sostentamento e al del tutto giustificabile impulso alle invasioni su territori già occupati da altri. Qui la causa è la stessa ma le condizioni ambientali sono profondamente modificate. Questo non significa che gli invasori vanno decimati ma solo che va modificato l’accostamento al problema al fine della sua soluzione. Le malattia e le condizioni climatiche hanno modificato anche la qualità dell’habitat. Naturalmente ci sono quelli che se la prendono astrattamente con la geopolitica senza apprezzarne i pregi esplicativi e discuterne le lacune.
    Alcuni economisti ipotizzano una società in cui il lavoro, come occupazione produttiva, tende al livello zero ( ipotesi estrema che serve a definire il problema ). Di fronte a questa eventualità – in parte già in atto – e al reale prolungamento dell’età media dell’uomo come si affronterà la situazione che oggi si affronta con sistemi previdenziali che si mostrano sempre meno adeguati ?
    La libertà di circolazione delle persone può ridefinire il concetto stesso di “ nazione “ e se a tale concetto si associa ( direi quasi necessariamente ) l’identità culturale dei soggetti circolanti ne viene modificato profondamente l’assetto politico stesso dello stato ospitante.
    Ciascuno di noi, che abbia occhi sufficientemente accorti per “ guardare “ questi ed altri punti di realtà può porsi altra questioni di tipo analogo e trarne le necessarie conseguenze.
    Marx – tanto citato nel bene e nel male – mi pare abbia giustamente messo in guardia da una ogni sorta di nostalgia per il passato,e allora, come la mettiamo ?
    Ognuno che sappia guardare “ i vari punti di realtà “ nelle loro ineliminabili connessioni ha materia sufficiente per spaventarsi, d’accordo. Ma di Anni Mille ne abbiamo passati molti. Oggi la situazione è molto, molto più complessa ma ciò non è sempre colpa di qualcuno individuabile di volta in volta in un preciso nemico. Quando si assume nel ragionamento un simile termine è dietro l’angolo la tentazione dello sterminio.

    5.
    Il discorso frammentato e approssimativo che conduco con queste osservazioni porta inevitabilmente a richiamare la dialettica tra “ natura “ e “ cultura “ che è alla base della storia umana e delle sue istituzioni. E ovviamente ci riporta a quella parte di “ cultura “che è la politica. Perché – mettiamola come la vogliamo – si arriva ad essa non nel senso che essa sia il campo che dobbiamo privilegiare per vivere, ma nel senso specifico che è la disciplina, il sapere che dobbiamo conoscere e praticare per “ vivere TUTTI meglio “ .
    Anche qui si manifestano aspetti da “ oltre le Colonne “ del nostro Ulisse. Mentre gli Stati nazionali rivendicano le loro spesso minute diversità , elementi diversi spingono verso le aggregazioni, con conseguenze a volte benefiche ed altre volte disastrose.
    C’è un capitalismo dei possessori delle fonti energetiche alle quali nessuno sa o può rinunciare e tale stato di fatto – che non dipende se non dalla dislocazione di tali fonti in alcuni luoghi e non in altri – determina tensioni olim inimmaginabili e problemi che non si erano mai posti prima.
    La politica diventa così planetaria, ma non è “ colpa “ di nessuno. Si tratta dunque non di cercare un responsabile ma di anticipare – con la previsione e il governo di essa – gli effetti nefasti e promuovere gli aspetti benefici che il quadro generale può presentare.
    Perché alla fine la domanda secca e impietosa che dobbiamo muoverci è questa . Abbiamo un’idea politica ? Quali risultati pretendiamo dalla sua realizzazione ? Quella che abbiamo è servita a raggiungere un livello di risultati accettabile ? E se no, come pensiamo di sostituirla?
    Insomma sappiamo cosa vogliamo; sappiamo quale strada percorrere; sappiamo come arrivare a questa strada ? Se rispondiamo no a tutte queste domande o è colpa nostra o siamo destinati all’Apocalisse.
    Alcuni sostengono che il Capitalismo sia morto (io direi: siamo di fronte ad una trasformazione di tutti i sistemi di produzione e quindi ad un ripensamento – anche qui – delle precedenti categorie ) ed E. A. dice che è esausto, piatto etc. E allora l’uomo semplice si domanda : ma allora di che pasta è, o esiste davvero, il suo Nemico? E che posto trova in questo sconforto il “ realismo cinico “ che E. A. giustamente rimprovera ad altri ?
    Quante conoscenze abbiamo acquisito dopo Marx; quante conoscenze abbiamo trascurato di considerare o abbiamo utilizzato in modo non corretto? Alla fine si può arrivare all’ ipotesi
    di una monogenesi di tutti i mali del mondo simile a quella ben nota del peccato originale.
    La mia modestissima opinione è che non sia l’ipotesi giusta e che bisogna essere più sempre più attrezzati mentalmente e culturalmente a respingerla. Lo studio rigoroso, la scuola, la ricerca, il confronto tra idee diverse, lo scetticismo critico della ricerca sono essenziali per affrontare gli enormi problemi della modernità . Altro che impedire le lezioni ad un professore universitario .

  15. Per Cristiana Fischer

    Come non mi ha mai angosciato, quando ero giovane, una possibile accusa di “romanticismo utopistico” così non mi spaventa essere identificato oggi come una specie di pervicace metafisico. Cristiana Fischer infatti, per ben due volte, è rimasta come schiacciata dal volto della Medusa che io userei nel mio argomentare parlando del Capitale con la C maiuscola. Si è perfino peritata di andare alla ricerca del numero delle volte in cui ho usato quel termine ed in quali diverse possibili declinazioni. In più mi sembra mi abbia identificato con una qualche forma di estremo esponente di un idealismo “neodualistico” pur sui generis, essendo colpevole di aver elaborato una “visione del mondo” fondata su due dimensioni, l’una quella del Leviatan Capitale, che lei identifica nel suo fertile immaginario con “una mostruosa macchina insensata, che prende tutto nei suoi ingranaggi, non si sa come, né perché” e l’altra, quella del “reale”, che poi sarebbe a sua volta una specie di mondo delle idee costituito da poche “figure cosmico-storiche”, da T. W. Adorno … alla signora Pinelli. Figure, si afferma, evidentemente inattingibili ai più.
    Dopo aver letto la sua nota davvero mi domando: o non riesco a farmi comprendere, cosa del tutto possibile, oppure si è verificata una vera e propria eterogenesi dei fini. L’uso del termine capitale con la C maiuscola invece che essere un modo sbrigativo per cercare di capirci, senza dover entrare in un dibattito da filologia marxista (visto che non credevo fosse questo il termine del problema sollevato dalla discussione sul caso Regeni), ha generato un vero e proprio mostro.
    Invero confidavo di aver offerto, nell’articolazione del mio argomentare, tutta una serie di segnali tali da poter dare a ciascuno dei miei gentili lettori gli strumenti per individuare, nella sua personale esperienza, delle risposte, identificando le diverse possibili fattispecie di quel fantomatico Capitale in quelli che poi affermavo essere i nostro “nemici”. Ad esempio, quando avevo scritto che “i nostri nemici hanno mogli, figli, lavoro, hobbies …” facilmente individuabili, oppure quando avevo citato il caso di una famiglia delle media-alta borghesia produttiva padana, chiaro epifenomeno di quel mondo del capitale che è ben vivo e muove concretamente le leve del potere locale e poi, attraverso amicizie, clientele e associazioni di categoria, quelle nazionali. Similmente faccio fatica a capire come potessi essere più chiaro quando parlavo di superlavoro, di autosfruttamento dei giovani, ecc.?
    Ma sembra che tutto ciò non basti, ed allora cercherò di dire cosa intendo, da un punto di vista concettuale, con quel benedetto termine maiuscolizzato, Capitale, che tanto ha fatto infuriare Cristiana Fischer. Aggiungo per altro che non credo di aver mai detto di essere un marxista ortodosso e in più mi domando da quale pulpito Cristiana possa erigersi a giudice, affermando cosa sia la teoria critica e cosa no.
    Ma andiamo oltre.
    Il Capitale – in prima approssimazione per quel che può servire in questa discussione – non è certo né una Cosa, né un Coso, né una qualche Figura dello Spirito. Neppure un Moloch o una qualche forma di Golem e neppure un Panopticon, anche se su questo ultimo caso ci si potrebbe ragionare un po’.
    Più semplicemente il capitale è il movimento reale della produzione borghese, anzi quella macchina di produzione di profitto che costituisce insieme un elemento di dominio e di usurpazione del lavoro dei produttori. Con questo termine si identifica perciò una specifica epoca del processo produttivo sociale dove la produzione si è venuta strutturando come valorizzazione e produzione del conflitto di classe tra capitale e lavoro salariato. Se il lavoro libero e lo scambio di questo lavoro libero con denaro allo scopo di riprodurre e valorizzare il denaro, di essere consumato dal denaro come valore d’uso non destinato al godimento ma al denaro, è il presupposto del lavoro salariato e una delle condizioni storiche del capitale, un altro presupposto è la separazione del lavoro libero dalle condizioni oggettive della sua realizzazione, dai mezzi di lavoro e dal materiale di lavoro. La produzione di capitalisti e operai salariati è dunque un prodotto fondamentale del processo di valorizzazione del capitale. Da ciò ne deduciamo che il capitale non può in nessun caso essere identificato con una cosa, bensì con un determinato rapporto di produzione sociale, appartenente a una determinata formazione storica della società, quella liberale borghese appunto. In questo contesto il capitale è produttivo di valore solo come rapporto, in quanto esso, come forza coercitiva nei confronti del lavoro salariato, costringe questo a compiere un pluslavoro.
    Questo credo possa bastare almeno per delineare per grandi linee cosa sia questo mefistofelico Capitale …
    Tutto quando detto sopra è necessario per ribadire che non solo esistono i detentori del capitale, che sono ben identificabili e si muovono intorno a noi, ma che sono essi, nella loro individualità e poi nella loro volontà collettiva, che costituiscono il palinsesto profondo su cui si muove la realtà sociale che costituisce la nostra quotidianità. Sono i loro interessi che muovono le leve determinanti della società in cui viviamo; è la lotta che costantemente si sviluppa fra di loro, in una specie di grande processo di selezione darwiniana della specie, e con il lavoro salariato, a muovere in ultima istanza le fila della realtà.
    Il politico invece non ne è che l’espressione esteriore, un interfaccia destinato a gestire alla meglio la convivenza sociale. Una forza apparente, anche se pur significativa, nei cui confronti però il Capitale in ogni momento può rammentare che “la ricreazione è finita” per riportarla all’ordine. Come ha detto giustamente, e per quel che mi è dato in modo definitivo, uno dei nostri chiari maestri, i governi delle cosiddette democrazie liberali altro non sono se non i comitati d’affari della borghesia o se si vuole del Capitale.
    Mi colpisce che si possa affermare che la politica domina l’economia dopo essere vissuti per quarant’anni in questo Bel Paese sotto l’alta tutela della P2, aver scoperto l’incredibile intrallazzo di corruzione e malaffare che, unendo in modo inscindibile imprenditoria e politica, ha governato dal secondo dopoguerra quasi senza soluzione di continuità, dopo aver avuto come presidente della repubblica un esponente della massima oligarchia finanziaria nostrana, nella figura di Carlo Azelio Ciampi, come primo ministro un oligopolista dei media come Silvio Berlusconi, e alternativamente come suo concorrente un uomo della Goldman Sachs come Romano Prodi, degno sodale degli altri vari strumenti della stessa “nobile impresa filantropica” che poi hanno tirato le fila del gioco di questo paese sostanzialmente fino ad oggi, da Mario Monti a Gianni Letta e infine a Mario Draghi.
    Devo però riconoscere che non avevo compreso quanto Cristiana Fischer fosse vicina alle posizioni di G. La Grassa e che anche per lei fosse “la politica a guidare (… il fucile) …”.
    Un tempo ci era stato insegnato che “il potere politico nasce dalla canna del fucile”, però si aggiungeva: quello di cui si appropria il proletariato e che è posto sulle sue spalle. Ben diverso è il tradizionale modello di uso del fucile degli stati borghesi da quello che hanno fatto, nelle brevi parentesi in cui storicamente hanno operato, e potrebbero teoricamente ancora in un futuro fare gli eserciti di popolo.
    Proprio in questi anni, ricorrendo l’anniversario della Grande Guerra, affermare che “la politica guida … il fucile” è una doppia blasfemia. Uno perché oggi sappiamo in modo quasi inoppugnabile come quella guerra fosse, nelle sue ragioni profonde, il prodotto di un ineludibile scontro per la spartizione economica del mondo e la pressione del capitale fece sentire il suo peso determinante per avviare quell’immondo macello. Secondo perché sappiamo quanto criminale possa essere il ceto politico borghese quando si lancia nell’agone delle guerre ed ancora meglio sappiamo chi ne paga il maggior prezzo.
    Ciò detto mi tocca aggiungere una nota: avevo avuto l’impressione che il dialogo che si era avviato fra me e Ennio, preso atto dei tragici esiti del caso Regeni e di infiniti altri che, simili al suo, si sono verificati sia nel bel paese sia nel resto del mondo, vertesse intorno al problema del “che fare” per chi si è trovato tagliato fuori dai giochi di questa decantata democrazia, dall’universo dei furbi manipolatori della sinistra-sinistra che per decenni hanno incantato noi e un’infinita serie di “compagni” con un abile giochetto rilanciando le solite fruste formulazioni, quello della necessità di partecipare, per poi ovviamente scoprirsi null’altro che una marginalità, che però ha sempre offerto a una miseranda masnada di politicanti sinistri-sinistri di che svernare nelle stanze del sotto potere. Inutile citare una casistica infinita, ma se proprio si volesse basti pensare alla partecipazione di Rifondazione Comunista ai governi Prodi, compresa la votazione a favore del finanziamento dell’intervento italiano in Iraq e non è che il primo caso che mi torna in mente …
    In questo quadro storico, come si presenta qui e ora, appare, almeno a me, davvero una ipocrisia stare a narrare che vi siano possibilità di grandi mutamenti. Si tratta di un pessimo esempio di narcisismo, infantilismo, volontarismo o nel caso migliore di estrema ingenuità. Qui non c’è nulla di filosofico, c’è semplicemente una dolorosa presa di coscienza della realtà in cui stiamo vivendo, che è caratterizzata da una universale violenta logica di ricatto e sopraffazione nei confronti dei ceti popolari. Un pesantissimo ricatto sul lavoro che intacca gli stessi cardini di quella minima idea di una stabilità esistenziale che è fondamentale per la vita di ciascuno di noi.
    Mi chiedo cosa possa rispondere Cristiana a chi le dice che fa fatica a entrare nei nostri discorsi perché il suo orizzonte è quello di un lavoro sempre più precario, della alienazione quotidiana in una realtà in cui non ci sono più scelte possibili e ci si deve sottomettere ai diktat del padrone, piegare il capo e rigare diritto pena essere espulso dal posto di lavoro sui due piedi.
    Forse che conviene accettare l’invito di G. La Grassa e impegnarsi, come infinita massa di servi sottomessi alla volontà dei “decisori”, e faticare per risollevare le insegne della borghesia europea finite nel fango al fine di opporsi al primato di quella nordamericana?
    Ovvero è meglio essere servi del Capitale di Strasburgo piuttosto che di quello di Washington?
    Mi chiedo ancora cosa ne pensino gli iracheni del fatto che tal Polanski abbia fatto un film su Tony Blair. E quanto tale “opera capitale” abbia inciso sulle scelte politiche del popolo inglese. Forse che gli iracheni ne hanno avuto un qualche minimo risarcimento?
    Poi sarebbe interessante sapere cosa ne pensano e soprattutto ne penseranno in futuro i libici quando, sulle rovine di un paese distrutto da una guerra fratricida sponsorizzata dal neocolonialismo, ragioneranno sul dono della libertà che gli è stato elargito da coloro che hanno gestito la crociata contro Gheddafi? Forse saranno risarciti da un bel film marca Hollywood?
    Visto che il calice dell’amarezza va bevuto fino in fondo, mi domando cosa siamo riusciti ad ottenere da una opera di controinformazione che si è protratta per decenni rispetto alle infinite violenze connesse con la strategia della Strage di Stato se non scoprire che la manipolazione della cultura borghese, assecondata da gran parte della subcultura PCI, PDS, DS, PD, è riuscita a imbastire un’altra storia facendola diventare quella “vera” a cui tutti sembrano credere: la storia degli anni di piombo?
    La storia, quella vera, è incredibilmente contraddittoria, certo Cristiana, ma non è il velleitarismo di qualche chiacchiera che ne modifica le dure leggi.
    Aggiungeva Federico Engels che la strada della storia è lastricata di sangue, quello dei ceti subordinati. Il loro itinerario per liberarsi dalle catene della servitù è ancora lungo, lo abbiamo appreso sulla nostra pelle. Lungo e doloroso, pieno di contraddizioni, di desideri e di delusioni, di sprazzi di verità e di intollerabili ipocrisie, di eroismi e di tradimenti, di errori, di tanti errori.
    Non vi sono scorciatoie di sorta. Certo non vi è peggior cosa che farsi trovare senza un minimo progetto politico di fronte alle munite elaborazioni che le accademie e le teste d’uovo del Capitale producono di giorno in giorno e in modo sempre più raffinato.
    Coloro che discettano di geopolitiche e invitano le masse ad assecondare i disegni dei “decisori” di turno non fanno altro che intralciare la lunga e perigliosa strada che condurrà al riscatto dei ceti subordinati e si schierano oggettivamente dalla parte del Capitale!
    Vale

  16. Sono d’accordo con Ennio: “non c’è un unico realismo.” Il mio, come il suo forse, è un realismo che non ritiene il capitalismo (o i capitalismi) naturali ed eterni e si sforza, per quanto possibile, di criticarli, di metterne in evidenza le magagne, le disuguaglianze, le ingiustizie, le “promesse non mantenute”, le anarchie, le tendenze alla guerra. Scopo?… Dare una mano ad “abolire lo stato di cose presenti”. Non si hanno ricette per l’osterie dell’avvenire, ma vorremmo un altro avvenire. Migliore del presente, s’intende.
    Ennio vorrebbe che si mettesse a punto una strategia antiliberista e anticapitalista. Quando, però, passa all’analisi delle forze e dei soggetti su cui contare, attorno a sé non vede che rovine e persone isolate ed atomizzate. Anche il dialogo tessuto in questo sito o nella redazione di POLISCRITTURE risulta insoddisfacente e inadeguato. Ha ragione. Non rimane che dotarsi di tanta pazienza, capire, capire e resistere.
    Cristiana Fischer in uno dei suoi primi commenti cita La Grassa che propone come prioritario il compito della “conquista di una vera autonomia, in specie dagli Usa”, la “creazione di un blocco sociale che appoggi la politica di autonomia e indipendenza, e di potenziamento del proprio sistema-paese.” E commenta: “una strategia a lungo termine, una visione complessiva dello sviluppo economico e politico mondiale.” D’accordo, ma chi sono i soggetti di questa strategia? Noi che ruolo dovremmo svolgere? E perché questo capitalismo “autonomo e indipendente” a chi vive di salario, stipendio o pensione dovrebbe stare più a cuore di un capitalismo straccione e dipendente (semplifico)?…
    Strategie simili le ho già sentite enunciare in gioventù nei convegni economici dell’ex PCI. Posso essere sincero?…Insegnare ai capitalisti italiani (?!…) il loro mestiere non mi attrae.

    1. Chi sono i soggetti di questa strategia? È facile rispondere: per La Grassa i decisori.
      Che ruolo potremmo svolgere noi? Quello indicato sopra, capire forse di piu, capire e resistere.
      Perché questo capitalismo autonomo e indipendente a me che vivo di pensione, ecc Risposta minimalista: perché il capitalismo straccione finirà forse per non pagarmela più…
      Una risposta di un livello appena superiore, per non vedermi solo serva di padroni lontani.
      Risposta ancora più dignitosa, perché il capitalismo nostrano potrebbe avere bisogno della mia alleanza e io potrei contrattare e perfino condizionarlo.

  17. SEGNALAZIONE

    La contestazione a Panebianco: e se i ragazzi avessero ragione?
    Scritto da Aldo Giannuli.

    Come si sa, Angelo Panebianco, docente ordinario di scienza della politica a Bologna e importante politologo, abituale editorialista del Corriere della Sera, ha scritto un articolo che invitava a “preparare il popolo alla guerra di Libia”. A seguito di esso, i ragazzi del Collettivo Universitario Autonomo lo hanno contestato per un paio di volte chiamandolo assassino ed interrompendone la lezione.
    Ne è seguito un caso nazionale, con la stampa insorta a difendere l’insigne politologo, la polizia che gli assegna una scorta (non c’è stato nessun accenno di violenza), la Procura che sembra apra un fascicolo per “interruzione di pubblico servizio” (criterio con il quale, fatte le dovute proporzioni, nel sessantotto avremmo dovuto essere tutti deferiti ad una corte marziale) mentre Rettore ed autorità accademiche, che evidentemente, non hanno nulla di più serio da fare, studiano misure disciplinari per i responsabili e via su questa strada, mentre l’illustre studioso ha fatto balenare la possibilità di denunciare i contestatori.
    Di Panebianco ho letto e spesso citato i libri come il suo ottimo “Modelli di Partito” che, però è di 34 anni fa, so che è uno dei pochi docenti italiani noti all’estero. Trovo le forme della contestazione un po’ rituali, ripetitive ad anche un po’ rozze (nel 1977, almeno, c’erano gli “indiani” che usavano l’arma dell’ironia e della creatività), ma, detto questo, mi pare che nella sostanza i ragazzi abbiano ragione.
    Ma insomma, ci sono state 4 guerre maggiori (Golfo 1, Golfo 2, Afghanistan, Libia) e una pioggia di interventi minori (Somalia, Sudan, Costa d’Avorio, Mali ecc cc) e non uno dei casi si è concluso positivamente, anzi ogni guerra ha posto le premesse per un’altra guerra ed ha lasciato dietro stati falliti, aprendo la strada agli jihadisti e, anzi che riflettere su tutto questo e sul perché di 25 anni di fallimenti, tutto quello che i vertici europei riescono a trovare è un’altra guerra che, per di più ha ottime probabilità di trasformarsi in un disastro militare?
    Ed un celebre politologo, non trova di meglio che fare il coro d’appoggio a questi scriteriati, per una impresa sconclusionata e votata al fallimento come questa. Insomma, inizio a dubitare che sia poi quel grande politologo che ci era parso, anche perché il livello dell’articolo è quello della Maggioranza Silenziosa degli anni settanta (altro che intellettuale liberale). Peraltro, quando si scrive su un grande quotidiano e si assumono posizioni che hanno immediata influenza politica, si assumono delle responsabilità che espongono anche ad essere contestati. I fischi fanno parte della lotta politica in democrazia; magari i ragazzi sono andati oltre i fischi, ma insomma, neanche tanto, non mi pare che ci sia stata alcuna violenza. Vice versa, la posizione di Panebianco, sul piano morale, più ancora che politico, mi sembra molto più grave ed anzi, usiamo i termini giusti, proprio indecente.
    Per cui, mi spiace, ma sto dalla parte dei ragazzi.

    (http://www.aldogiannuli.it/contestazione-panebianco/)

    1. Che sia verbale o scritta, o peggio fisica, la violenza va sempre condannata e i facinorosi isolati. Quando nel 1968 e dintorni ero nella casa dello studente in via cesare de lollis a roma non passava giorno che faziosi contestatori di ogni fede più la polizia si rincorressero dandosela di santa ragione, rompendo le scatole a tutti gli altri. Non era possibile alcun serio dibattito sui problemi reali e alla fine, infatti, è stata solo una gran perdita di tempo, nel migliore dei casi, mentre nel peggiore qualcuno ci ha rimesso la pelle, i più puri, i più ingenui.

      1. Io non ho paura delle idee altrui: perciò qualunque sia la tesi, chiunque ha il diritto ad esprimerla.

        Sulla faccenda dell’intervento in Libia, Panebianco o no, c’è poco da stare allegri: chi ci governa ha giocato la carta della guerra permanente, il suo modello di sviluppo prevede una situazione sociopolitica stile “Guerra dei Trent’anni”; e non solo in Medio Oriente o Africa del Nord, se dovesse tornargli comoda.

        Ciò significa che, indipendentemente da chi stia dietro all’ISIS (e chi non ha le fette di salame sugli occhi, sa benissimo chi sia), non è possibile un dialogo con questi criminali psicopatici: si è di fronte a cani rabbiosi e come tali vanno trattati.

        Il tragico di tutto ciò è che, ora che ce li abbiamo davanti a casa, sia starcene buoni predicando soluzioni logiche e razionali, sia intervenendo militarmente laggiù, si fa il gioco dei poteri economici- finanziari che hanno voluto questa situazione.

        Ma purtroppo la situazione in Libia (come in Siria, Somalia, Iraq e in tutti gli altri Paesi nei quali abbiamo esportato la democrazia), non si può risolvere solo in via politica: anche ammesso che si trovi una soluzione politica (ma le cose sono state volutamente portate a un punto, nel quale tale soluzione è quanto mai difficile), dovrà poi essere supportata con la forza.

  18. Scusa, Fischer, e chi sarebbero questi “decisori”? Gli Obama, i Putin, le Merkel, gli Al-Sisi?… O anche i 62 ricconi resi noti qualche mese fa dei giornali? Hanno scritto che posseggono un reddito equivalente a quello di 3 miliardi e mezzo di abitanti del nostro pianeta…Va bene capire, capire, ma perché mai questi “decisori” dovrebbero elaborare strategie volte al soddisfacimento dei bisogni nostri, di chi ha uno straccio di lavoro, dei giovani (e meno giovani) disoccupati, dei migrati e migranti, degli affamati (pare che siano più di 800 milioni), dei “dannati della Terra”?…Non ci sembra abbastanza predatorio il capitalismo della nostra epoca? Davvero crediamo che siano i capitalisti italiani a pagarci la pensione?…Per me questa francamente è una novità. Pensavo che le pensioni fossero “salario differito” e che a pagarsele fossero i lavoratori stessi. Il sistema retributivo prevedeva che i lavoratori occupati pagassero la pensione di quelli in quiescenza; mentre quello contributivo prevede che ti venga ridato quello che tu hai versato…Comunque, quando si è costretti a una “condizione servile”, che i padroni siano lontani o vicini non muta la sostanza della relazione…Essendo un rapporto sociale, il capitale (vicino o lontano) ha sempre bisogno dell’”alleanza” dei lavoratori (sotto forma di consenso, obbedienza, costrizione ad alzarsi la mattina e tornare in fabbrica o negli uffici…). Una “strana alleanza” che, in certi periodi, si trasformava in lotta, negoziazione, contrattazione per migliori condizioni di lavoro e di vita. Per quanto mi riguarda, ciò di cui avverto il bisogno è di un partito (nazionale e internazionale) che difenda i lavoratori, i pensionati, i disoccupati, gli oppressi, gli affamati. Di una strategia di questo partito. Le strategie degli Obama, dei Putin, ecc. ecc. mi interessano, fino a un certo punto. Diciamo che mi interessano se posso INSIEME AD ALTRI MIEI SIMILI (ecco la politica) combatterle, neutralizzarle, respingerle. Altrimenti, mi rimangono le fortiniane “canzonette del Golfo”.

    1. Chi siano i decisori devi chiederlo a GLG non a me, propendo per politici come Kissinger o tecnici-politici come Mattei.
      Gli stipendi e le pensioni saltano se saremo ridotti come in Grecia, e in questo caso pensare alleanze tra classi sociali è necessario.
      Il partito nasce anche con progetto egemonico, non solo per contrapposizione. Quanto ai simili, ci sono varie categorie per riconoscerli. non solo i più sfruttati, perché, come per i puri, ci sarà sempre uno più sfruttato di me e di te, ma non per questo unico titolare della lotta.
      È chiaro per me che abbiamo differenze di impostazione, sappi comunque che non sono lagrassiana!

  19. @ Giulio Toffoli. Davvero non saprei rispondere… Comincio a dire che con la funzione “trova” di Office i 13 Capitale si trovano di botto (avevo salvato il tuo commento in .txt per analizzarlo meglio). Poi dico che questo non mi ha fatto “infuriare”, ma meravigliare per la ridondanza; poi che non leggo né scrivo sui pulpiti; poi mi chiedo se il “fertile immaginario” – moloch golem panopticon cosa coso ( “mefistofelico”!) – non ce l’abbia tu, Giulio Toffoli, piuttosto che io. Poi passo a cose serie.
    * Lezioncina sul Capitale (il libro di Marx), OK, ma è Bugliani ad avere osservato che il capitale non è cosa ma rapporto sociale… Andiamo avanti.
    * Rapporto tra struttura e sovrastruttura, o meglio tra il “palinsesto profondo” e l'”interfaccia politica”, è questione trattata da La Grassa, e anche da Mao, quando si agitava il libretto rosso e si diceva appunto così, l’ho fatto anch’io, per questo scherzavo…
    Dirò però che mi convince che sia la politica, nella Stanza Ovale in cui si radunano i “rappresentanti” dei capitalisti (delle armi, del petrolio, della chimica, dell’agricoltura) a mediare tra i vari loro interessi e a decidere che si faccia scoppiare una guerra, o una carestia, o una pestilenza in un pezzo di mondo. E che ci siano altrettante Stanze Ovali in Cina, in Russia, a Ryiad.
    * Ecco cosa intendo, e mi pare anche La Grassa, se ho capito bene, per la politica che guida il fucile e l’economia. Le storie che tu Giulio evochi della P2 non contraddicono la mia affermazione su chi guida, infatti la P2 gestiva bene i rapporti tra militari e capitalisti nostrani e quelli oltreoceano, scatenando stragi e colpi di stato, nell’ interesse di altri politici che altrove promuovevano e gestivano interessi economici.
    * I soggetti sono sempre umani in rapporti politici tra loro, per favorire alcuni interessi economici anche in contraddizione con altri. Ecco perché si può usare la parola capitalismo, un rapporto sociale di produzione, e quindi capitalismi, se è vero che gli interessi russi sono spesso in conflitto con quelli americani e alri rapporti capitalistici. Ma non si può usare Capitale, che è invece solo un’entità mentale, con la realtà dell’araba fenice di Metastasio.
    * Anche il richiamo alla Grande Guerra che tu Giulio fai, deve voler vedere che i partiti socialisti hanno aderito agli interessi dei capitalisti in conflitto tra loro, mandando i proletari e i contadini a morire col fucile in spalla, la politica ha comandato i poveri fucili, tra lotte di capitalisti tra loro.

    @ Giulio e Donato. Il resto del commento di Giulio Toffoli riguarda, secondo me, altri temi, se mai risponderò in altra occasione, ma intanto capisco che Giulio e Donato c’è l’hanno con GLG e i suoi “decisori” e pensano che io condivida. Non so, non credo… mi viene in mente Mattei e quello che ha fatto e quello che gli hanno fatto… Certo Mattei ha creato ricchezza al paese e quindi anche a me, certo ha conflitto con i petrolieri, questo potrebbe dimostrare che i decisori, quelli di GLG, decidono, vincono, perdono.
    Dovrei sostenere i miei decisori di riferimento? E chi sono?
    Quello che trovo giusto fare (ma questo uno-due dei commenti di Giulio e di Donato mi ricordano i processi dei direttivi dei gruppi alle deviazioni borghesi, purtroppo li ho conosciuti ai tempi), è capire meglio, di più, con tutti gli strumenti e le capacità che riesco a raggiungere. Credo anche che i vecchi recinti ideologici non proteggano più nessuno.
    Piuttosto ho per certo che vadano scalzati i fondamenti di una cultura ormai mondialmente diffusa e quasi dominante, monosessuata e padronale, che profondamente infiltra e inficia i rapporti umani: tra deboli e forti, tra donne e uomini, tra adulti e bambini. Le guerricciole in corso ne sono patente dimostrazione. Quella scelta di parte si chiama ancora femminismo, so bene che anche il pensiero femminista deve affrontare mediazioni con i poteri presenti e con la cultura presente, maschile ma non solo dei maschi.
    Il vero vantaggio del pensiero femminista è che ha altri tempi, ha tempi lunghi, storici, e brevi come quelli del simbolico, ha insomma un’altra gestione del tempo, più e meno fretta, più e meno fiducia, o speranza. Non mi preoccupo, pur essendo molto preoccupata.
    Anche voi sapete che, al tempo, le soluzioni mancano, ma io lavoro in altra prospettiva. Benvenuti, se volete.

  20. Ho seguito dall’esterno con un qualche interesse il dibattito in corso su Poliscritture. So di non avere la preparazione per parlare di massimi sistemi, e di essere ancora così coinvolta nel qui ed ora del lavoro da non avere tempo da dedicare a pensieri elevati.
    Tuttavia, la risposta di Cristiana mi sembra meritare un piccolo commento: è così umanamente comprensibile quel suo desiderio (falsa coscienza?) di nascondere sotto paroloni, sotto qualcosa di superiore una preoccupazione materiale che tutta la avvolge da diventare la prova vivente della validità delle teorie di Marx… partire dalle condizioni materiali… alla fine la realtà viene fuori…
    Non credo reagirei molto meglio se mi trovassi priva di uno stipendio, tranne forse che nel mio essere lombarda cercherei una soluzione altra a tutti i costi, o almeno così credo; la realtà dei fatti però non mi ha ancora buttata nel calderone dei senza reddito, per cui posso permettermi per ora (fin che questo sistema regge?) di guardare e pensare ai veri bisogni dell’uomo da una qualche distanza…
    Certo che il senso di precarietà è pervasivo, e influisce su scelte e modi di vivere, come è pervasivo – e comprensibile – il voler nascondere la povertà dei mezzi sotto abiti che diventano sempre più sgualciti con l’uso. Voler sfidare le regole è faticoso, e credo che solo la disperazione e la mancanza di alternative possa portare un numero consistente di persone a farlo (vedi le lotte delle banlieu in Francia), non certo noi pensionati o stipendiati, persone i cui bisogni primari sono sempre stati soddisfatti finora. Anche i nostri disoccupati in qualche modo riescono a tirare avanti, insoddisfatti certo, ma sostenuti dai resti di un sistema che scricchiola ma regge ancora. Per questo credo, nonostante l’ignavia dei politici che tutti i giorni si concentrano su problemi che non ci interessano, sperando forse di distrarci, nonostante il malcontento, non c’è quel disagio sociale che ci si potrebbe aspettare. Siamo un poco nella condizione di lattanti, ostinatamente attaccati alla mammella che ci ha nutriti, in attesa che forse i venti di guerra che stanno iniziando a spirare anche intorno a noi ci obblighino ad un brusco risveglio.

  21. Ero partita bene nella lettura di questo post in cui venivano espressi vari punti di vista sia pure controversi. Ma sinceramente, adesso, non saprei che cosa commentare: tutto sembra essersi disperso e non mi resta che fare una cronaca, non temporale, ma di contenuti di questo iter che parte ‘propositivamente’ ma poi deraglia.
    Certo, sono frasi che, estrapolate dai contesti – indubbiamente molto più ricchi! -, rischiano di essere riduttive, ma danno comunque il senso di un perdersi nel fare i conti della serva (e io ho detto, e tu hai detto) mentre, appunto, i decisori, continuano a fare bellamente il loro mestiere.

    *** Che non possiamo indicare noi i tempi in cui le contraddizioni sociali usciranno dai recinti ben muniti della società unidimensionale in cui viviamo. Però c’è un cosa che possiamo fare pur nella disperazione della nostra marginalità: continuare a testimoniare che non ci avranno per vinti. Permane una differenza fra “la nostra morale e la loro”, direbbe Lev Davydovic, che fa la differenza e per non stare troppo a teorizzare la individuo nella nobile figura di Licia Pinelli.***(G. Toffoli, 28.02.19.55)

    Ho forti dubbi sia sul concetto di *unidimensionalità* – ma ci si può sempre chiarire sugli intendimenti – e sia sulla *disperazione della nostra marginalità* – ma anche qui si può chiarire sul senso di marginalità, se inteso nei suoi nessi col potere o altro. Rimane comunque fermo il “progetto di testimonianza”: si può essere d’accordo oppure no, ma almeno è una risposta (parziale) al quesito posto da Ennio.

    *** In questa situazione, per chi si oppone a tutto ciò, cosa è possibile fare politicamente e concretamente? Credo che la risposta sia: studiare, capire le strategie del Potere quando questi le mette in atto (e non 35 anni dopo, ad esempio, come nel mio caso), denunciarle coi mezzi (limitati, a volte irrisori) che si ha) e smontare le menzogne e le fiabe ispirate dal Potere e propagate dai suoi intellettuali di riferimento***. (R. Bugliani 29.02 ore 15.15)
    *** Credo che rimanga solo una possibilità: quella di creare coscienze sociali, che a sua volta presuppone – e fin dai tempi di Dante – conoscenza, ossia agglutinare ed estendere un pensiero critico la cui pratica, sempre più allargata, darà (quando non è dato stabilirlo) i suoi frutti***. (R. Bugliani, 01.03 ore 1.02)

    Senza dubbio sono ‘risposte di massima’ che, in quanto tali, implicherebbero una certa ‘divisione di compiti’ per esplicitarle meglio ma che, comunque, mettono al primo posto uno studio, un pensiero e non un rifarsi a stereotipi. Ma sembra che questo venga ‘cassato’ dall’intervento di A. Rizzi (01.03, ore 12.05): * Le “coscienze sociali” non si basano sul nulla: ma sulle condotte di nicchia*.

    Ottimo anche il richiamo di G. Toffoli *W. Churchill tenne la sera del 22 giugno 1941 al momento dell’attacco nazista alla Russia dove emerge fra le altre questa perla che poi non è altro che l’indicazione di una linea operativa che il Capitale non ha mai smesso di tenere dal ’17 in poi: “Il regime nazista non si differenza dalle peggiori caratteristiche del comunismo …*.
    A questo aggiungerei la dichiarazione di Truman fatta al Congresso in merito allo sganciamento dell’atomica su Nagasaki, operazione inutile ai fini bellici dato che la guerra ormai era già quasi conclusa, ma utile come monito nei confronti dell’URSS che si stava espandendo. Da non dimenticare il fatto che, pure in pieno conflitto, industrie statunitensi erano in affari con aziende tedesche (ma non si trattava degli odiati nemici?) sotto l’egida protettiva (e di controllo) del governo degli States.
    Non dimentichiamo poi, degli anni ’50, tutta l’operazione del maccartismo contro ebrei e comunisti la cui esperienza, per coloro che ne furono coinvolti, non fu certo una passeggiata!
    Ma perché ‘richiamo’ questi fatti? Erano forse l’espressione della *crescente capacità del meccanismo totalitario del Capitale di assorbire, integrare e se necessario schiacciare ogni forma di opposizione*?
    Perché se davvero c’è questo *meccanismo totalitario del Capitale* allora non ci rimane che, con sofferta e superiore sdegnosità, dichiarare “non ci avrete mai”.
    Il Capitale, come è stato ricordato, non è Cosa bensì un sistema di relazione. Ma non è nemmeno quel tipico schema di relazione che, partendo dal nucleo originario del rapporto antitetico padrone-operaio, poi si sviluppa su grande scala.
    Così come la ‘politica’, oltre a non riguardare più alcuna polis, non ha la valenza ‘localistica’ dell’essere una *interfaccia con l’economia, destinata a gestire alla meglio la convivenza sociale* (G. Toffoli).
    A livello mondiale è ben altro, è la gestione di sfere di influenza, senza dubbio per garantire alla ‘forma’ capitale di rinnovarsi. Dal punto di vista economico, la distruzione della floridissima Libia, era un controsenso, come volersi ‘tafazzianamente’ darsela sui cosiddetti. Ma, da un punto di vista politico, il discorso era ben altro.
    Queste nuove forme di ‘capitale’ che, politicamente, è disposto a distruggere pezzi di sè, come un’idra che poi si rigenera, non solo le conosciamo poco ma sono di una virulenza tale per cui siamo poco attrezzati ad avvicinarci ad esse, non abbiamo ancora costituito un minimo di difese immunitarie.
    Per questo non mi sento di dire, come ‘spavaldamente’ fa D. Salzarulo (02.03.10.22): * Le strategie degli Obama, dei Putin, ecc. ecc. mi interessano, fino a un certo punto*.
    Si teme forse di depauperare di sano interesse i ceti subordinati spostando l’attenzione sui ‘decisori’ secondo la sua infelice frase (1.3, ore 20.20) *Insegnare ai capitalisti italiani (?!…) il loro mestiere non mi attrae ? Lungi da me questa idea che contrastavo fin dagli anni ’70/80 all’epoca della svendita ‘politica’ del sindacato con il mito della cogestione!
    E G. Toffoli rincalza: *Coloro che discettano di geopolitiche e invitano le masse ad assecondare i disegni dei “decisori” di turno non fanno altro che intralciare la lunga e perigliosa strada che condurrà al riscatto dei ceti subordinati e si schierano oggettivamente dalla parte del Capitale!* (G. Toffoli 1.3.ore 15.25)
    Se non scandalizza il nome di Stalin (ma si tratta del suo “Principi del leninismo”, 1924) cito quanto segue:
    “Nelle condizioni dell’oppressione imperialistica, il carattere rivoluzionario del movimento nazionale non implica affatto obbligatoriamente l’esistenza di elementi proletari nel movimento, l’esistenza di un programma rivoluzionario o repubblicano del movimento, l’esistenza di una base democratica del movimento.”
    Quello che era importante riguardava la possibilità di inceppare quel sistema che non è poi così monolitico ma che, come una gorgone, si presenta sotto molteplici sfaccettature. Questo rende tutto più difficile, d’accordo. Ma dovremmo arretrare per questo? Perciò è importante conoscere quello che, impropriamente, viene chiamato nemico.

    Tornando allo sviluppo dei commenti del post, il confronto si è guastato quando hanno incominciato a occhieggiare le ‘faziosità’ ovvero “tu per chi stai tifando?” L’esperienza mi ha insegnato che quando si arriva a questo punto ogni dialogo, o parvenza di dialogo, è inutile. Diventa solo un rimbeccare equivocando alla grande.

    Non mi resta che richiamare l’intervento di G. Mannacio, con il quale concordo:
    *Quante conoscenze abbiamo acquisito dopo Marx; quante conoscenze abbiamo trascurato di considerare o abbiamo utilizzato in modo non corretto? Alla fine si può arrivare all’ ipotesi di una monogenesi di tutti i mali del mondo simile a quella ben nota del peccato originale.
    La mia modestissima opinione è che non sia l’ipotesi giusta e che bisogna essere più sempre più attrezzati mentalmente e culturalmente a respingerla. Lo studio rigoroso, la scuola, la ricerca, il confronto tra idee diverse, lo scetticismo critico della ricerca sono essenziali per affrontare gli enormi problemi della modernità . Altro che impedire le lezioni ad un professore universitario (G. Mannacio, 1.3 ore 12.56)*.

    R.S.

  22. Cara Fischer, mi dispiace che i miei brevi e modesti interventi ti ricordino “i processi dei direttivi dei gruppi alle deviazioni borghesi”, che, ai tempi, purtroppo, hai conosciuto. Non ho una mentalità staliniana né da tribunale speciale. (Credo neanche Giulio, al quale per quest’aspetto e per la non condivisione delle tesi di GLG sono stato accomunato). Io sono come te alla ricerca e con tanta voglia (da sempre) di studiare. Tempo fa scrissi persino una poesiola:
    Se posso mi sposto,
    in bici a curiosare,
    cambio spesso percorso,
    seguo nuove piste
    che consentano un po’
    di respirare.

    Di GLG ho letto molto: i libri scritti da solo all’indomani della caduta del muro di Berlino e del crollo dell’URSS : “Dal capitalismo al capitalismo. Paradigmi e metamorfosi della modernità” (Bibliotheca, 1993); “Saggi di critica dell’economia politica” (Vangelista, 1994); quelli scritti con Costanzo Preve: “Il teatro dell’assurdo. Cronaca e storia dei recenti avvenimenti italiani” (Edizioni Punto Rosso, febbraio 1995); “Una teoria nuova per una diversa strategia politica” (Edizioni Punto Rosso, maggio 1995): “La fine di una teoria. Il collasso del marxismo storico del novecento” (Edizione Unicopli, 1996); poi quelli scritti ancora da solo, dopo la rottura con Preve: “Gli strateghi del capitale. Per una teoria del conflitto oltre Marx e Lenin” (Manifestolibri, 2005), “Oltre l’orizzonte. Verso una nuova teoria dei capitalismi” (Besa 2011). So che ne ha scritti molti altri dal 1996 ad oggi; ma, ad un certo punto, è uscito dalle mie corde. Nulla di male. GLG è indubbiamente una bella testa (mi pare che si dica cosi). Io, però, non condivido i suoi discorsi. Il che non significa escludere il confronto che, mi sembra, avvenga regolarmente su POLISCRITTURE (sia sito che rivista).
    Inutile dire che la tesi sostenuta da Rita Simonitto, citando Stalin, sul “movimento nazionale” è quanto di più lontano dalla mia prospettiva. Sono affezionato a un vecchio slogan: “Il proletariato non ha nazione. Internazionalismo, rivoluzione”. Perdonatemi.

    1. Caro Donato, invece io non ho letto di La Grassa che qualche articolo e ascoltato alcune interviste degli ultimi due anni. Qualche idea mi ha fatto riflettere. Ma non buttarti così giù, i tuoi due interventi, brevi forse, non erano modesti ma puntuti e recisi. Nessun apaisement posticcio, piuttosto manifestiamo l’intenzione di stare sul tema senza sbarramenti preliminari.

  23. Sono tante le questioni che si accavallano in questa discussione e così diverse, divaricate e spesso in contrasto tra loro, le posizioni finora espresse ( sia quando tengono conto della domanda che ho posto, sia quando vanno per conto loro e seguono altre premesse) da rendere impossibile una sintesi o conclusione.
    Positivo, comunque, mi pare che altri commentatori abbiano preso la parola . Ho letto mano mano e deciso di stendere i miei soliti appunti su alcuni dei commenti.
    Comincio da quello di Giulio Toffoli 28 febbraio 2016 alle 19:55.

    1.
    Cosa vuol dire per quanti non attribuiscono all’opera di Marx l’importanza che io, tu, altri (ciascuno a suo modo e – spero – fuori da ogni scolastica):«modificare lo stato presente delle cose”»?
    Ma anche per quanti ancora fossero o si dichiarassero marxisti o non volessero disfarsi del lascito di Marx?
    Mi preoccupa sempre di più se il linguaggio (il mio compreso) slitta verso il gergo o la formula rituale. O alluda a un’intesa tra un impalpabile *noi* proprio quando – e questa stessa discussione (oltre alle precedenti) lo prova – questo *noi* non c’è.

    2.
    Sì, manca « un movimento concreto a cui riferirci» e quando abbiamo creduto di individuarlo, di collaborare e contribuire alla sua azione siamo stati sconfitti. Ma non è segno di stanchezza il fatto che dobbiamo risalire a eventi di 50 anni fa per trovare qualcosa che scaldi il nostro animo o i nostri ragionamenti?
    E poi, siamo stati sconfitti – insisti tu citando l’ultimo Fortini, che si rivolse ai giornalisti – da «amici, non sempre chiari compagni; avversari, non sempre invisibili agenti e spie; non chiari ma visibilmente nemici».
    Ma solo da loro? E solo perché ci siamo fidati di loro?
    Non sbagliamo a mettere in primo piano la lotta o la polemica contro questi «amici, non sempre chiari compagni»? E senza nominarli?

    3.
    Sulla « capacità di propaganda del Capitale» a me pare che tu insista fin troppo “francofortianamente”:«L’esito è null’altro che la creazione di quello che Horkheimer aveva definito nel lontano 1942 “Lo stato autoritario”». Per cui saremmo «proprio in mezzo alla dimensione più orwelliana possibile dello stato autoritario». Sì, ma io voglio sapere testardamente “che fare?”.

    4.
    Hai scritto: «Credo che l’errore più grande che si possa compiere oggi, e forse emerge nelle tue parole, è pensare che il Capitale sia “inerte, esausto, piatto”. Anzi vorrei dire che questo è il padre di tutti gli errori».
    C’è un equivoco. I tre aggettivi (inerte, esausto, piatto) li riferivo al «realismo del capitale». Intendevo dire, semplificando, che non si può “essere realisti come sono i capitalisti senza avere capitali”!
    E che, se quelli che sono nelle nostre condizioni (subordinate, atomizzate, senza progetto, senza mezzi economici da investire), adottassero o condividessero quel realismo, penserebbero in modo inerte, esausto, piatto. Sconfitti sì, passivi o ossequienti no.

    5.
    La superiorità del Capitale non sta solo nella capacità di propaganda o di spettacolo (l’industria culturale) o nella «strategia di marketing». Approfondirei il discorso. E non vorrei che, accentuando questo aspetto “culturale”, si finisse per vedere come opposizione valida e adeguata un certo “ascetismo” nei consumi o la “decrescita felice”, evocata da Rizzi.
    Sì, « il Capitale ha sofferto e soffre regolarmente momenti di crisi, che anzi ne sono l’anima costitutiva». Ma a che punto è la sua “crisi”? Ed è sempre la stessa dei tempi di Marx?

    6.
    Ho sostenuto «la ricerca di un altro tipo di realismo». Ma c’è? Lo possediamo già? Io direi in maniera solo embrionale e approssimativa e forse in pochi, pochissimi. (E non ne faccio oggetto di vanto, ma di preoccupazione!).
    Sì, è di questo tipo il realismo «di chi non accetta di piegarsi al buon senso della servitù, del superlavoro non pagato, delle più incredibili forme di sfruttamento». ( Ma attenzione – ripeto – al gergo cui sono costretti oggi questi concetti marxiani …).
    Sì, «è un realismo difficile che chiede un quotidiano esercizio di critica e che si scontra con la potenza delle “leggi naturali del mercato”».
    Ma ho anche parlato di «un “realismo sporco”, se si vuole». E intendo sporcato di “realtà”. Non vorrei che fosse invece sporcato soprattutto dal nostro senso d’impotenza o dalla nostalgia per la propria giovinezza, capace di scoperte “culturali” entusiasmanti o rivelatrici (citi il tuo incontro con “Minima moralia”…) o dall’esempio di Grandi pensatori, Adorno, Horkheimer, Marcuse, « in una condizione di assoluta impotenza politica».
    Terra terra: non vorrei che ci salvassimo solo l’”anima rivoluzionaria”, mantenendo la«rigidità» delle nostre «scelte di fondo» e continuando a « testimoniare che non ci avranno per vinti». Non me la sento di ridurmi al gruppo o alla setta dei “santi”, dei “puri” e dei “giusti”. Non mi preoccupo di non disperdere le «poche forze»( di Poliscritture?) nel «cicaleccio di fondo dei “loculi” del Web». Su questo non sono d’accordo. Preferisco “sporcarmi” (magari da solo).

    7.
    Ma con cosa e con chi “sporcarsi” e perché?
    Tu scrivi quasi con entusiasmo: « Allora a chi rivolgersi? Abbiamo un’intera società di fronte a noi che è davvero una terra incognita. Cosa sappiamo dei giovani e della dinamiche che li coinvolgono? E del mondo del lavoro, se non una serie di formulette sociologiche e la litania della fine del lavoro? E poi che dire di quella congerie incredibile che è la piccola borghesia stretta fra sopravvivenza e proletarizzazione?»
    E però, subito dopo, “doccia fredda”: « Forse si può dire che non abbiamo i mezzi per aggredire questi spazi ma questo è un altro paio di maniche».
    Ma allora? Ci sarebbero un sacco di persone da conoscere, di realtà da capire, e però mancano i mezzi. Ma allora è questo il problema preliminare o no? Ecco perché insito sul problema del “che fare”.
    Di cui però vedo, come te, l’estrema problematicità oggi. Soprattutto per noi che – non dimentichiamolo e non lo dico con sadismo – siamo vecchi.

    8.
    (E qui apro una parentesi e replico a una parte del commento di Mannacio. Il mio preambolo con citazione dantesca voleva da una parte ricordare – realisticamente e contro ogni onnipotenza del pensiero! – la « tanto picciola vigilia / d’i nostri sensi ch’è del rimanente» ( alias: gli anni che ci restano da vivere) e dall’altra, sostituendo il ben noto verso di Dante «“ di retro il sol, del mondo senza gente “» col « curioso punto di domanda», alludere -per contrasto – ad un mondo – quello d’oggi e si spera futuro – fin troppo pieno di gente, che non conosciamo e con tutta probabilità non conosceremo.)

    9.
    Il problema del “che fare”, che non mi stanco di pormi e di porre, serve – posso sbagliare – a evitare di ridursi al solo problema del “pensare” o a quello ancora più difficile ( e politico) di «rivolgersi» agli altri. Non ho le idee chiare, ma la vedo così: oltre a non possedere la lingua che potrebbe avvicinarci agli altri (a quelli che hai elencato tu o ad altri che potrei aggiungere io), l’ostacolo per noi sta nella difficoltà (o quasi impossibilità) di mettere in un rapporto *vivo* ( che scuota, emozioni, procuri reazioni in noi e negli altri) la realtà, in cui ci troviamo a vivere (la città, il quartiere, il gruppo di amici che ancora frequentiamo, la redazione della rivista se vogliamo fare esempi concreti), con la realtà di quelli – amici? nemici? potenziali alleati? – che vivono altrove. Di costoro abbiamo una percezione “derealizzata”, “fantasmatica” o “ virtuale” attraverso l’“informazione”( e tralascio la sua qualità…).
    Sì, «di retro al sol», «abbiamo un’intera società di fronte a noi che è davvero una terra incognita», come tu dici. Ma poco o nulla, appunto, dei migranti che s’ammassano ai valichi della Macedonia, degli americani che applaudono la Clinton o Trump, dei giovani disoccupati evocati da Ricotta e anche dei “decisori” di cui s’occcupa La Grassa. (E fa bene Mannacio a sottolineare anche lui questo nostro “non sapere”). E poi che valore hanno quelle informazioni, spesso dubbie e manipolate, che ci arrivano? E che ancora traduciamo con i linguaggi di cui disponiamo: marxista o paramarxista o femminista o della geopolitica, per dire di quelli che s’intravvedono nelle nostre parole?
    Ma, soprattutto – e spero che non mi prendiate per pazzo – che possibilità di rapportarci a loro abbiamo? E da amici? O da nemici?

    10.
    A me pare poca cosa se in «questa tanto picciola vigilia / d’i nostri sensi ch’è del rimanente» ci specializzassimo nello «smascherare l’ipocrisia del potere».
    Non mi pare che questo «sia elemento decisivo per avviare una strategia che abbia il fine di dare vita a nuova di azione sociale». Proprio perché stanno avvenendo processi coi quali non riusciamo a stabilire un rapporto né veramente “conoscitivo” né “pratico-conoscitivo”, tanto si sono modificate « le cose in modo radicale rispetto agli anni sessanta e settanta del XX secolo».
    Non basta smascherare, se non esiste un soggetto, un raggruppamento sociale ( non so come chiamarlo…) che si giovi di quello smascheramento, che se ne sappia servire *politicamente*. Ho già detto che sul Web e su FB c’è una folla di “smascheratori”ma quasi nessuna reazione contro gli “smascherati”.
    Tu stesso, facendo l’esempio di Blair, che ammette i suoi crimini ma resta intangibile nell’olimpo dei potenti e « gira per il mondo come emissario della banda criminale dell’ONU», devi concludere che smascherare senza certe condizioni non serve, non basta.
    E torniamo alla nostra «povertà dei mezzi». Che imporrebbe allora, prima di pensare a qualsiasi smascheramento, una domanda: se c’è povertà di mezzi, come ce li procuriamo i mezzi che potrebbero servire a un nostro progetto?

    11.
    Non ho digerito la stilettata a Panzieri e Montaldi. Chi è questa “fonte fededegna”? Non si tratta di mitizzarli, ma c’è una revisione della storia da cui proveniamo che non può essere abbandonata e va fatta con serietà e rigore.
    Il loro lavoro «è stato sempre un lavoro di ultraminoranza non privo di infinite ingenuità»? «Avevano alle spalle una cultura pseudo marxista che ne tarpava ampiamente le ali»? «Anche gli interlocutori erano pochi e per la maggior parte ben decisi a mantenere duri distinguo»?
    Discutiamone. Ma non mi va di smitizzare sbrigativamente Panzieri e Montaldi (o altri “minoritari”) e lasciare “mitizzati” invece i movimenti (« Se non ci fosse stata la protesta studentesca e poi quella operaia, che certo non sono state generate dai Quaderni Rossi o dalla “conricerca”, Panzieri e soci sarebbero rimasti una setta sperduta fra infinite altre che la storia del pensiero di sinistra ha prodotto nel XIX e poi nel XX secolo»).

    1 2. Non digerisco neppure – e lo sai e ne abbiamo discusso anche per mail – la genericità delle critiche a La Grassa («“lui dà l’iniziativa alla Politica, e ritiene l’economia secondaria rispetto all’iniziativa della prima»). Né l’enfasi sul fatto che «esiste una contraddizione di fondo fra me e lui», che rischia di personalizzare il confronto e la legittima polemica sui fatti e sulle argomentazioni.
    Io non mi nascondo che ci sia inconciliabilità tra – l’ho detto altre volte – chi come te (ma in parte anche me) fa capo o s’è formato nella «corrente calda» del marxismo e chi invece in quella «fredda» del marxismo-leninismo; e posso anche illudermi nella mia ricerca di una quadratura del cerchio ( non riuscita ai tempi di Lenin e della Luxemburg, figuriamoci tra epigoni sballottati dalla crisi dei riferimenti teorici e dall’appannarsi dei Maestri).
    Eppure, mi pare davvero esorcistico e contraddittorio riconoscere – e lo ripeto – che si possa imparare qualcosa dai nemici… e non anche da La Grassa.
    Al limite mi viene da sbottare: lo si consideri pure un nemico, ma si impari dal suo vasto e costante lavorio teorico quel che c’è da imparare. Gli si riconosca, esaminando puntualmente un suo saggio o articolo o libro, misurando distanze e vicinanze, quel che gli spetta; e gli si tolga il sovrappiù o il “veleno”, se sovrappiù e “veleno” ci sono. Senza timore di essere lagrassiani o meno. Senza ridursi al tifo.
    Non diceva pure Fortini: di quello che ho scritto, prendete quello che vi serve, il resto buttatelo via?

    1. Rispondo a te, Ennio, solo per comodità, ma le due misere cose che voglio dire hanno “valenza” generale.
      Intanto, se ho ben capito, mi sembra che le posizioni politiche (in senso generale) dei vari commentatori abbiano tra loro molti punti in comune che le precisazioni e le polemiche soft non annullano. Per cui inviterei a non buttarli via, questi punti in comune, come si fa col bambino assieme all’acqua sporca. E’ da queste “coincidenze” che si possono trarre elementi per un discorso politico comune. Più in grande e in esteso, la cosa riguarderebbe la questione delle alleanze, cui anche Cristiana Fischer fa riferimento.
      Ma ciò per fare cosa? Ossia: che fare, oggi? Credo che se un vagone di treno piombato porterebbe in Italia dalla Svizzera un novello Lenin, oggi qui troverebbe il deserto, non certo le masse ad attenderlo. Questa non è, da parte mia, una dichiarazione o giustificazione dell’abbandono dell’agone politico (come posso, quanto posso, ossia con valori vicini allo zero), ma solo una considerazione sui lunghi tempi storici che ci aspettano, O aspettano le generazioni successive. Però la storia dice anche (e non: insegna, perché se l’uomo imparasse dalla Storia non ripeterebbe continuamente gli stessi errori) che le situazioni socio-politiche (e con esse i regimi su cui sorgono) hanno un fondo, oltre il quale non si va, oggettivamente). E che di lì è sempre partito il cambiamento, che tuttavia a nessuno è dato saperne l’avvento in anticipo. In quel momento, le coscienze sociali saranno determinanti per conferire orientamento e direzione al cambiamento. Ossia, per esemplificare, se il cambiamento si configurerà come presa della Bastiglia o come sommossa vandeana. Per cui, sulla base di questo ottimismo a lunga scadenza, la sola cosa concreta, o almeno una delle poche, che vedo possibile fare (il cosiddetto compito politico), è quella di continuare a criticare (mettere in crisi), smascherare, ecc. le menzogne del Potere (creando così le suddette coscienze sociali, e congiuntamente al continuare a studiare natura e strumenti attuali del Potere). E ciascuno lo deve fare nel suo ambito specifico (dal lavoro ai blog, ecc., e anche al bar: tutto fa brodo), perché la capacità politica di incidere di ciascuno è nel proprio ambito di attività quotidiana. E considerando poi che le menzogne del Potere non sono solo quelle politiche ed economiche, ma sono anche quelle culturali, letterarie, artistiche, musicali, figurative, filmiche, ecc. propagate dai suoi intellettuali di riferimento. Questo credo oggi sia più concreto e utile che aspirare a fare il “movimento” (di chi poi? e con quali forze consapevoli?)

  24. …sono d’accordo con Bugliani quando dice:”…mi sembra che le posizioni politiche ( in senso generale) dei vari commentatori abbiano tra loro molti punti in comune…” mentre dissento, ma solo parzialmente, quando dice che, riferendosi alle menzogne del Potere, per smascherarle: “…ciascuno lo deve fare nel suo ambito specifico ( dal lavoro ai blog, ecc. e anche al bar : tutto fa brodo)…Questo credo oggi più concreto e utile che aspirare a fare il “movimento”…Senza escludere l’importanza di far circolare le idee in questi ambiti, mi sembra che a mancare oggi sia proprio un movimento che accomuni le varie forme di dissenso e di scontento…Mi sono venute in mente le madri di Plaza de Mayo che protestavano tutti i giovedì per i loro cari desaparecidos in tempo di dittatura…Ma a voler ben vedere le sparizioni oggi sono diffuse e inquietanti, non solo quella atroce di Giulio Regeni, anche quelle dei migranti in fondo al mare, delle vittime delle guerre, dei giovani disoccupati( e non solo) scomparsi dal mondo del lavoro, dei risucchiati nel cervello nei modi più sofisticati, compresi i nostri bambini, delle vittime dell’inquinamento…Se ci fosse una Plaza de Mayo in ogni città forse queste situazioni verrebbero allo scoperto, invece i drammi sono per lo più consumati in ambiti privati e, a volte, come una vergogna da nascondere…

  25. @ D. Salzarulo

    *Inutile dire che la tesi sostenuta da Rita Simonitto, citando Stalin, sul “movimento nazionale” è quanto di più lontano dalla mia prospettiva. Sono affezionato a un vecchio slogan: “Il proletariato non ha nazione. Internazionalismo, rivoluzione”. Perdonatemi*.

    Beh, certo che è lontano, è uno scritto del 1924, come ho precisato, con necessita storiche e politiche ben diverse!
    Ma a parte la battuta, ringrazio Salzarulo per la possibilità che mi dà di precisare:
    a) non è una mia tesi ma soltanto una citazione ad demonstrandum;
    b) l’internazionalismo seguiva quel un progetto di ‘futura libertà’ dal giogo del capitale (già chiamato ‘imperialismo’!), che partiva da un paese e si allargava al mondo. Affezionarsi ad uno slogan, perché no? Mi ci sono ritrovata anch’io. Ma dobbiamo riconoscere che più di qualche cosa non ha funzionato nell’analisi.
    c) la citazione del passo di Stalin verteva piuttosto sul fatto che non è sufficiente essere proletari, o dichiararsi rivoluzionari (e la storia del PCI, la sua involuzione, dovrebbe pur averci insegnato qualche cosa), ma avere la consapevolezza di quale posto occupiamo nel comprendere i meccanismi (ora mutati) della riproduzione capitalistica. Ma non per sostituirci ad essa ma, possibilmente, per contrastarla. Incepparla, poi, è un’altra cosa!.
    Un po’ come scriveva K. Marx (scusate le citazioni ma “quanno ce vo’ ce vo’”): “Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza”. Dico “un po’”, perché la cosa non è così spicciola come è stata messa giù ma è ben più complessa, solo che non è qui il caso di allungare il brodo.

    @ Ennio

    *Il problema del “che fare”, che non mi stanco di pormi e di porre, serve – posso sbagliare – a evitare di ridursi al solo problema del “pensare” o a quello ancora più difficile ( e politico) di «rivolgersi» agli altri*.

    Vorrei ricordare che il ‘pensare’ non è rimuginare a vuoto o elucubrare. Esso va inteso nei termini di riflettere, fare ipotesi, ricordare, ricollegare passato e presente e viceversa; e pertanto non è altro che un agire differito. Proprio perché c’è la consapevolezza che l’azione non è ancora possibile in mancanza di elementi utili e/o necessari per procedere.

    R.S.

  26. Perdonatemi la franchezza, che non è affatto scortesia.
    @ Annamaria:
    “Se ci fosse una Plaza de Mayo in ogni città forse queste situazioni verrebbero allo scoperto”. Per come la vedo io, se ci fosse una Plaza de Mayo in ogni città, andrebbe deserta, frequentata soltanto dai familiari dei Giulio Regeni, da quelli delle persone suicidatesi per motivi economici (purtroppo sono sempre di più) e da pochi altri.
    @ Rita: è verissimo, a mio parere, ciò che ha scritto Marx, ma il filtro che sta tra l'”essere sociale” e la sua coscienza di classe oggi è più intasato che in altri tempi. Allora il punto è: come si fa a stasarlo?
    Un’ultima cosa, una domanda: Ma c’è qualche giovane che legge questo blog? E se sì, è un giovane “di nicchia”, ossia con una certa consapevolezza sociale per un verso già formata e dall’altro in fieri, oppure un giovane che riflette nel pensiero la sua generazione? Lo chiedo perché vedo che a questa discussione partecipano persone che rivendicano un loro passato politico non comune o ordinario, dunque persone “eccezionali” rispetto ai grandi numeri, con una consapevolezza già formata in tempi altri. Per concludere: l’avanguardia politica, mi si conceda il termine démodé, qui non manca, ma temo che manchino gli altri , gli interlocutori delle giovani leve.

    1. no, no, in Plaza de Mayo ci andremmo in tante

      Aspetto la guerra da ventanni
      no da trentanni da quaranta
      tra lingue-tiracche per brache maschili
      tiranti per gli oscillanti
      tiritere per gli ideologhi
      dialettici di signorie.
      La soluzione è un tango
      di svolte e di cadute un tango di signore
      alleate per combinazione
      di desiderio e fantasie
      per differenza di stacco della tua vita dalla mia
      quelle madres de mayo de toros
      quelle signore del barrio e de las casas
      professionali con mariti e figli e libertà
      in giusta parte.

  27. SEGNALAZIONE:

    MARIO LUZI:” LOGORATI DALLA LOTTA E PIÙ CHE DALLA LOTTA, DALLA SUA MANCANZA UMILIANTE”

    La nebbia ghiacciata affumica la gora della concia
    e il viottolo che segue la proda. Ne escono quattro
    non so se visti o non mai visti prima,
    pigri nell’andatura, pigri anche nel fermarsi fronte a fronte.
    Uno, il più lavorato da smanie e il più indolente,
    mi si fa incontro, mi dice: Tu? Non sei dei nostri.
    Non ti sei bruciato come noi al fuoco della lotta
    quando divampava e ardevano nel rogo bene e male”.
    Lo fisso senza dar risposta nei suoi occhi vizzi, deboli,
    e colgo mentre guizza lungo il labbro di sotto un’inquietudine.
    Ci fu solo un tempo per redimersi qui il tremito
    si torce in tic convulso o perdersi, e fu quello.
    Gli altri costretti a una sosta impreveduta
    dànno segni di fastidio, ma non fiatano,
    muovono i piedi in cadenza contro il freddo
    e masticano gomma guardando me o nessuno.
    Dunque sei muto? imprecano le labbra tormentate
    mentre lui si fa sotto e retrocede
    frenetico, più volte, finché‚ è là
    fermo, addossato a un palo, che mi guarda
    tra ironico e furente. E aspetta. Il luogo,
    quel poco ch’è visibile, è deserto;
    la nebbia stringe dappresso le persone
    e non lascia apparire che la terra fradicia dell’argine
    e il cigaro, la pianta grassa dei fossati che stilla muco.
    E io: E’ difficile spiegarti. Ma sappi che il cammino
    per me era più lungo che per voi
    e passava da altre parti Quali parti?
    Come io non vado avanti,
    mi fissa a lungo ed aspetta. Quali parti?
    I compagni, uno si dondola, uno molleggia il corpo sui garetti
    e tutti masticano gomma e mi guardano, me oppure il vuoto.
    E’ difficile, difficile spiegarti.
    C’è silenzio a lungo,
    mentre tutto è fermo,
    mentre l’acqua della gora fruscia.
    Poi mi lasciano lì e io li seguo a distanza.
    Ma uno d’essi, il più giovane, mi pare, e il più malcerto,
    si fa da un lato, s’attarda sul ciglio erboso ad aspettarmi
    mentre seguo lento loro inghiottiti dalla nebbia. A un passo
    ormai, ma senza ch’io mi fermi, ci guardiamo,
    poi abbassando gli occhi lui ha un sorriso da infermo.
    O Mario dice e mi si mette al fianco
    per quella strada che non è una strada
    ma una traccia tortuosa che si perde nel fango
    guardati, guardati d’attorno. Mentre pensi
    e accordi le sfere d’orologio della mente
    sul moto dei pianeti per un presente eterno
    che non è il nostro, che non è qui né ora,
    volgiti e guarda il mondo come è divenuto,
    poni mente a che cosa questo tempo ti richiede,
    non la profondità, né l’ardimento,
    ma la ripetizione di parole,
    la mimesi senza perché né come
    dei gesti in cui si sfrena la nostra moltitudine
    morsa dalla tarantola della vita, e basta.
    Tu dici di puntare alto, di là dalle apparenze,
    e non senti che è troppo. Troppo, intendo,
    per noi che siamo dopo tutto i tuoi compagni,
    giovani ma logorati dalla lotta e più che dalla lotta, dalla sua mancanza umiliante.
    Ascolto insieme i passi nella nebbia dei compagni che si eclissano
    e questa voce venire a strappi rotta da un ansito.
    Rispondo: Lavoro anche per voi, per amor vostro.
    Lui tace per un po’ quasi a ricever questa pietra in cambio
    del sacco doloroso vuotato ai miei piedi e spanto.
    E come io non dico altro, lui di nuovo: O Mario,
    com’è triste essere ostili, dirti che rifiutiamo la salvezza,
    né mangiamo del cibo che ci porgi, dirti che ci offende.
    Lascio placarsi a poco a poco il suo respiro mozzato dall’affanno
    mentre i passi dei compagni si spengono
    e solo l’acqua della gora fruscia di quando in quando.
    E’ triste, ma è il nostro destino: convivere in uno stesso tempo e luogo
    e farci guerra per amore. Intendo la tua angoscia,
    ma sono io che pago tutto il debito. E ho accettato questa sorte.
    E lui, ora smarrito ed indignato: Tu? tu solamente?
    Ma poi desiste dallo sfogo, mi stringe la mano con le sue convulse
    e agita il capo: O Mario, ma è terribile, è terribile tu non sia dei nostri.
    E piange, e anche io piangerei
    se non fosse che devo mostrarmi uomo a lui che pochi ne ha veduti.
    Poi corre via succhiato dalla nebbia del viottolo.
    Rimango a misurare il poco detto,
    il molto udito, mentre l’acqua della gora fruscia,
    mentre ronzano fili alti nella nebbia sopra pali e antenne.
    Non potrai giudicare di questi anni vissuti a cuore duro,
    mi dico, potranno altri in un tempo diverso.
    Prega che la loro anima sia spoglia
    e la loro pietà sia più perfetta.

    (da M. Luzi, Nel magma, 1963, presa a volo dahttp://www.carteggiletterari.it/2016/03/03/flashes-e-dediche-a-cura-di-giulio-maffii-7-mario-luzi/ )

  28. Animato dall’intenzione di riportare il dibattito sull’argomento principale, a fronte delle inevitabili e pur interessantissime digressioni, posto questa mia poesia.

    DELIRIO

    Diamoci cinque anni di tempo

     1) Cambieremo i nomi alle strade: chi abbia ucciso, anche per giusta causa, non abbia omaggio di via, piazza, parco o effige. Abbiano i nostri luoghi i nomi sacri dei fabbri, degli artisti che mai offrirono basto al Potere, dei fornai.

     2) Ci riapproprieremo dei servizi, che ci spettano in quanto Uomini: costi quel che costi, una farmacia e un asilo ogni duemila di noi; un Pronto Soccorso ogni cinquemila. Il resto d’essi in giusta proporzione.

     3) Bandiremo le pari opportunità, in qualunque modo esse s’intendano: il merito solo e le capacità siano guida unica al conferimento di cariche civili.

     4) Pari ciascun vivente sopra SàcraTèrra, realizzeremo pubbliche strutture per gli animali in difficoltà, non solo per gli Umani.

     5) Pari ciascun vivente sopra SàcraTèrra, santificheremo il verde e il territorio: “area protetta” sia considerata la piùpàrte della sua estensione; e il verde pubblico, liberato dal suo confine a spazio di risulta, sarà portato a indici numinosi.

     6) Premieremo con aiuti, coloro i quali rispetteranno la sacralità della Terra nell’amplesso produttivo su di essa; e coloro i quali non la lorderanno col lavoro loro.

     7) Incentiveremo qualsiasi forma di scambio, che escluda la moneta: il “do ut des”, il baratto, ogni altra forma di condivisione che esalti Umanità, siano posti avanti a tutto.

     8) Apriremo le porte all’accoglienza, anch’essa riportata alla sacralità d’un tempo: si fissi al dieci per cento della popolazione residente il numero di chi – ramingo per sorte o tòrtonòstro – cerca asilo.

     9 Offriremo a quanti reddito non hanno – per sorte o tòrtonòstro – il decoro d’un utile e almeno minimo lavoro.

     10) A chi per propria intima miseria sbaglia, lunghi mesi votati al sociale gli affolleremo alle mani: che Umanità impari (se vorrà), costui; e tempo a bèldilètto così lasci, a chi per la Comunità si vive.

     11) Spiegheremo con pazienza la distanza dell’Arte dalle masse, insegnando con pratica ed esempio la differenza fra Essa ed “esprimere se stessi”. Non sacrificheremo quest’ultimo concetto alla prima: ma lo si ricondurrà al semplice alveo del sociale, che da sempre gli è spettato.

     12) Piantumeremo ovunque il Bello: così che ognuno, anche inconscia/mente se ne pasca. Poesie, laute immagini faremo sorgere all’angolo d’ogni strada, accanto alle panchine, nel raggiungibile chiuso dei palazzi.

     13) Ai bambini insegneremo da subito il vivere fra uguali, il ragionar fra pari; con sistemi nuovi, atti a coltivar talenti sprezzati dai Mercati: che mafia non li colga a tergo, cullandoli nel futuro di mediocre irresponsabilità, di questa democrazia caina ch’è il presente nostro.

     14) E giureremo sacri patti, fra noi segreti, che – se la volontà dei più tornasse a suggerir passi da mezzani, abiure per malinteso rito a maggioranza – allora preferiremmo andare: per legare al collo di chi carezza la miseria propria, la pietra di responsabilità loro.

    Abbiamo cinque anni di tempo
    per costruire ciò

    dinanzi ad un fallire
    ciascuno per sé
    e il nostro dio nel cuore
    a ordinarci dolce un fato volto altrove

    La lirica è tratta da “Poesie per le Nuove Resistenze”, la cui uscita è prevista per il Settembre di quest’anno presso le Ed. Puntoacapo di Pasturana (AL); così mi son fatto un po’ di pubblicità…

    Il titolo è stato scelto, per tranquillizzare coloro i quali potrebbero essere infastiditi da tali proposte; di modo da poterle liquidare con “è il delirio del solito poeta paranoico e infantile”; ho provato a sistemare i versi con l’impaginazione a me consueta, ma non mi faccio troppe illusioni: dopotutto i punti del “programma” sono scritti in corsivo, nell’originale; cosa che qui è saltata. Confido che l’immaginazione dei lettori sopperisca.

  29. “Animato dall’intenzione di riportare il dibattito sull’argomento …così mi son fatto un po’ di pubblicità…” (Rizzi)

    Tra il dire e il fare…

    1. Beh, come commenti mi sarei aspettato di più… Magari c’è tempo.

      Ah, approfitto per rispondere a due osservazioni, una sulla “decrescita felice” e l’altro su dove sono i giovani (in questo sito, ma anche in altri contesti).

      Non vorrei che il primo concetto significasse, per qualcuno, il ritorno a bucoliche comunità tardo-hippie. Il punto è (tanto per cambiare), che non è vero quel che dicono i media, che “l’ISIS – o chi per lui – sta combattendo il massimo valore dell’Occidente, cioè la democrazia”; o meglio, è vero solo in parte.

      Alle popolazioni che abbiamo fatto a pezzi con la nostra “democrazia”, di essa frega relativamente poco; è vero invece che “muovono guerra” a quello che è il nostro massimo valore, cioè il consumismo. Sanno benissimo, che siamo andati là per sfruttarli fino all’osso e per schiavizzarli, in modo da poter mantenere un livello di vita del tutto abnorme; nei confronti dello stesso pianeta, prima ancora che del loro.

      Pertanto qualunque soluzione si voglia trovare a questo stato di cose, deve per forza passare attraverso il ricalibramento della nostra economia: da quella degli Stati a quella dei singoli. La qual cosa diventa quindi – a mio parere – il punto principale attorno al quale ruota tutta la faccenda.

      Tale decrescita sarà più o meno felice, nella misura in cui i singoli – prima di tutto – prenderanno atto della situazione e cercheranno di porvi rimedio; partendo prima di tutto dal loro stile di vita.

      Riguardo ai giovani ho l’impressione (per quel po’ d’esperienza che mi son fatto nella scuola) che, nel bene e nel male, seguano semplicemente altre strade, nelle quali le ideologie hanno perso – fortunatamente, per me – importanza. Con che cosa le stiano sostituendo, non posso però saperlo; ed è questo il vero problema: se rischino di cadere in un vuoto che porta all’abulia (soluzione caldeggiata largamente dai governi, che hanno trasformato la scuola in un luogo di deresponsabilizzazione, alla pari di quanto accade ormai in famiglia, anziché combatterla); o se sapranno sostituirle con metri di giudizio più positivi.

  30. “Riguardo ai giovani ho l’impressione (per quel po’ d’esperienza che mi son fatto nella scuola) che, nel bene e nel male, seguano semplicemente altre strade,…”
    Alberto Rizzi

    Ne conosco alcuni di giovani. Di altri osservo e leggo. Parto dai più idealisti per finire con i cinici (ci sono anche questi tra i giovani). Una parte va appresso a Beppe Grillo. Altri pensano che gli immigrati e i musulmani possano rendere più virtuosi i depravati occidentali. Un’altra parte emigra cercando l’isola che non c’è. Altri ancora sono totalmente disillusi, spesso dopo aver ricevuto un bel po’ di porte in faccia e non pensano più al futuro. Una minoranza cerca d’integrarsi nel sistema con mezzi leciti o illeciti che siano. Nessuno segue blog di questo tipo, preferiscono cazzeggiare su facebook e twitter.

    1. Insomma, ritieni che se la passino come tutte le giovani generazioni dei periodi precedenti…

      Sono cambiati i punti di riferimento (un po’ di tempo fa c’erano Marx e i suoi equivalenti “di destra”), ma i disillusi, quelli che cercavano di mettere a frutto le loro capacità altrove, dove possano essere apprezzate, ecc. ecc.: tutte queste categorie ci son sempre state.

      Confortante, da un certo punto di vista: quelli che se ne vanno, forse potranno fare la loro parte per cambiare le cose altrove; magari dove si parla di meno e si fa di più. E quelli che restano – se non sono disillusi o non si son bevuti l’intelletto dietro estremismi beceri – matureranno, passando da Tizio a Caio fino a formarsi (si spera) un pensiero autonomo e (pro)positivo.

      Che faccia cambiare le cose almeno per loro stessi e per chi sta loro attorno.

      Viva! (come fa la chiusura di un noto programma di Radio2)

  31. Cosissìa

    A sto fantasma de democrazzia,
    che cià sempre de più la spumatura
    de na seppur leggera dittatura,
    nun ce sta verzo de mannallo via.

    Nun ostante la grossa incazzatura
    denanzi a sta crescente porcheria,
    crepà se preferisce d’asfisia
    che spalancà le porte all’aria pura.

    Me sbajerò però sta malattia
    è che, si nun t’assiste n’ideale,
    la voja de lottà è fantasia.

    E quanno hai visto ch’ogni Generale
    de quelli che ce stavi in compagnia
    de botto s’è svennuto ar Kapitale,

    allora nun pòi di’ che Cosissìa!

  32. Ulisse
    @ a tutti
    Dal mio intervento E. Abate ha estrapolato le osservazioni più discorsive e meno significative, quelle tratte dal richiamo all’Ulisse dantesco. Può darsi – non sono certo io che debbo difenderle – che le mie osservazioni fossero del tutto campate per aria, ma avevano il minimale pregio di essere precise e cioè con un oggetto ben determinato. Insistevo sul fatto del tutto indiscutibile dell’accrescimento sia delle nostre conoscenze ( scientifiche, tecniche… ) sia della modificazione profonda della nostra struttura socio-economica . Lascio perdere per il momento le scoperte scientifiche che ci invitano , comunque, ad allargare lo spettro delle cause dell’agire umano. E arrivo a considerare “ il lavoro “. E qui cominciano le dolenti note perché invece di stabilire se, come, quanto è cambiata la struttura produttiva del mondo stiamo a discutere – preliminarmente – se il capitale è piatto, inerte ed esausto come se il Capitale fosse un’entità fisica ( benevola o maligna ) dotata di una vita propria e come tale destinato a invecchiare e perire o sopravvivere in forza di un accanimento terapeutico sui generis. Sono i bisogni umani, il vivere come necessità che investono la realtà – qui ed ora esistente – e spingono ad inventare modelli individuali e/o collettivi ( ergo politici ) di agire. L’osservazione ci porta a considerare che il mutamento della struttura produttiva non può essere incasellata nelle categorie del passato o, almeno, non del tutto. Il lavoro dipendente – almeno nei paesi occidentali o occidentalizzati – si va assottigliando; la stabilità cede alla precarietà; il mondo operaio e la sua cultura stanno scomparendo; le grandi imprese si frazionano n centri sempre più esigui nei quali “ i droni “ sostituiranno le persone…. E’ questo nuovo mondo che dobbiamo analizzare, definire e- per quanto possibile – dirigere e dominare ai fine di rendere i rapporti che ne conseguono più giusti. I valori non sono premesse teoriche ma obbiettivi “ pratici “. Mi sento un po’ lunare nel parlare così ma questa è la mia lingua.
    A MARGINE ( filosofeggiando )
    Ci siamo accorti che si sono modificate le nozioni di spazio; che il concetto di naturale lascia il campo ( nel bene e nel male ) al concetto di culturale; che il concetto di Nazione unica, coesa e forte si sta sgretolando? Non è questa una delle ragioni è per le quali in seno ad un degli Stati più coesi del mondo, quello francese – si è sviluppata una nazione senza territorio unita da credi religiosi e cultura diverse e, a volte, tragicamente opposte a quelle dello Stato ospitante ? E’ mai possibile che non ci si accorga di questo e che non si cerchi di seguirne gli sviluppi? Mi sento un po’ frustrato o, se volete, rincoglionito nel ripetere le stesse cose. E che dire – a proposito della guerra – di quelli che non sanno o non vogliono distinguere tra pacifismo e contrarietà alla guerra ? La distinzione non è mia ma di un uomo certamente non di “ destra “ né guerrafondaio. E come mai si assiste al “ paradosso “ di una sinistra che difende giustamente le unioni tra gli omosessuali e si rifiuta di concepire e studiare diversamente i rapporti di produzione ? Al pari di Leonardo ,quel potente pensatore che fu Marx direbbe: “ tristo quel discepolo che non avanza il suo maestro “ , aggiungendo per gli “ ingenui “ studenti bolognesi: “ studiate, ragazzi, come ho studiato io “
    Giorgio Mannacio

  33. @ Mannacio ( e non solo a lui…)

    « Dal mio intervento E. Abate ha estrapolato le osservazioni più discorsive e meno significative, quelle tratte dal richiamo all’Ulisse dantesco».

    Eppure ho premesso che rispondevo in particolare al commento di Toffoli del 8 febbraio 2016 alle 19:55 e al punto 8 ho pur scritto:«apro una parentesi e replico a una parte del commento di Mannacio»…
    Intendo dire che, di fronte all’affollarsi di interventi diversi e divaricati, o si sceglie la via delle repliche a caldo (con botte e risposte a due, secondo me a volte necessarie ma, se insistite, fastidiose e spesso rischiose) oppure si risponde in modo meditato, il che richiede tempo e riflessione.
    Io preferisco di più questa seconda strada; e, appena potrò, scriverò altri appunti su altri commenti.

    Mi pare, comunque, evidente che qui ciascuno parla per sé e la parte comune o condivisa non è tanta. Può dispiacere, ma inutile lamentarsi. Anzi a questo punto direi: meglio così. Ciascuno scriverà quello che crede sia il meglio del proprio pensiero e gli darà la forma che considera più efficace. Importante è che lo spazio dove manifestarlo sia garantito. Per una eventuale sintesi o la messa in evidenza delle idee più “giuste” si vedrà…

  34. @ Simonitto 3 marzo 2016 alle 17:49

    « Vorrei ricordare che il ‘pensare’ non è rimuginare a vuoto o elucubrare. Esso va inteso nei termini di riflettere, fare ipotesi, ricordare, ricollegare passato e presente e viceversa; e pertanto non è altro che un agire differito. Proprio perché c’è la consapevolezza che l’azione non è ancora possibile in mancanza di elementi utili e/o necessari per procedere.»

    Sì e no. Spesso passa per ‘pensare’ o ‘pensiero’ anche il «rimuginare a vuoto o elucubrare». Di più: si può dire che «rimuginare a vuoto o elucubrare» è proprio anche del pensare. E non è escluso che da tale attività “inutile” o “oziosa” vengano fuori pensieri straordinari e ben più “utili” di quelli accettati o macinati dal senso comune. Tuttavia c’è un problema drammatico: buona parte dei nostri simili quasi sempre (e noi pure più spesso di quando crediamo) non è nelle condizioni di capire che « l’azione non è ancora possibile in mancanza di elementi utili e/o necessari per procedere». Ed è costretta ad agire nell’inconsapevolezza. ( Penso ai migranti che scappano…). Gli uomini fanno la storia senza saperlo, diceva all’incirca Marx. Questo complica enormente le cose. E chi ha ancora la possibilità di pensare più di altri dovrebbe evitare di puntare tutte le sue carte sulla consapevolezza o sul pensare.

    P.s.
    Per caso ieri sera ho aperto un libretto « Se tu vorrai sapere … Cinque lezioni su Franco Fortini» e trovato questo passo di Gianni Turchetta che tocca proprio tale questione e mette in guardia sia dal fare l’apologia del pensare che dal rinunciare al pensare.
    L’ho scannerizzato e ve lo propongo:

    “Alle radici della profonda eticità che connota la concezione fortiniana dell’intellettuale sta la percezione, intimamente tragica, profondissima, e patita fino allo spasimo, del proprio essere intellettuale come una limitazione, come una condizione fatalmente segnata da un non medicabile distacco dall’azione: cioè soprattutto dalla prassi politica, intesa, marxianamente, come l’unica in grado di cambiare davvero il mondo, e non soltanto’ di interpretarlo. L’«onore» (parola molto fortiniana … ) dell’essere intellettuale non è per questo cancellato: ma non può prescindere dalla sofferenza per il proprio non-essere qualcos’altro. Solo questa profonda sofferenza consente di capire davvero che nessuna concezione ‘impegnata’ della letteratura, dell’arte e della professione intellettuale in genere è in grado di superare quella distanza, e di compensare quella mancanza. In altre parole, è proprio la costante, e quasi spasimosa sofferenza per la non risarcibile separatezza della condizione intellettuale che consente a Fortini di scansare d’un colpo tutte le illusioni dell’ «engagement», di una letteratura e di una teoria che si pretendono in grado di cambiare il mondo di per sé stesse. Una cosa è il lavoro intellettuale, ci ricorda sempre Fortini, e una cosa è l’azione per cambiare il mondo. Su questo punto egli è sempre stato eccezionalmente lucido e anche eccezionalmente severo: con se stesso e con gli altri, guadagnandosi non di rado antipatie e talvolta persino odi per la sua persistente pretesa di insegnare agli altri che cosa fosse davvero la militanza politica, o, complementarmente, che cosa l’attività intellettuale non potesse pretendere di fare.
    Spero che queste mie affermazioni non vengano in alcun modo intese come affermazioni limitative. A costo di ripetermi, proprio nella lucida negazione di ogni troppo facile fusione tra impegno intellettuale e impegno politico, ma anche nella costante tensione verso l’agire da un lato, e, dall’altro, nella acutissima percezione delle specificità del lavoro intellettuale, anzi, dei lavori intellettuali, al plurale, Fortini ha saputo ritagliare, con la profondità e il vigore esemplari del maestro, una riflessione originale. Al cuore di questa riflessione sta la percezione non solo del fatto che non è lecito farsi illusioni sulla capacità degli intellettuali di cambiare il mondo, perché il mondo viene cambiato altrove: ma anche di un’evoluzione storica del capitalismo per cui gli intellettuali non solo contano poco, ma
    contano sempre meno”.

    (Gianni Turchetta in «AA.VV. Se tu vorrai sapere … Cinque lezioni su Franco Fortini, pagg. 71-73, Edizioni Punto Rosso, Milano 2004 )

  35. @ Salzarulo (1 marzo 2016 alle 20:20;2 marzo 2016 alle 10:22; 3 marzo 2016 alle 11:57 )

    Caro Donato,
    anche se questa è una *questione per vecchi*, prendiamola di petto. Visto che La Grassa viene spesso evocato nei commenti da parte di alcuni di noi, ma vi compare però come una sorta di fantasma, si coglie nelle nostre parole o un certo imbarazzo o una sorta di ambivalenza o, a volte, un rigetto che a me pare solo viscerale. E così non si fanno davvero chiare né le ragioni del gradimento né dell’ostilità.

    Ho già scritto, rispondendo a Toffoli, che finora tra noi è quello che più direttamente ha contrastato i «suoi discorsi», che « mi pare davvero esorcistico e contraddittorio riconoscere […] che si possa imparare qualcosa dai nemici… e non anche da La Grassa»; e che sarebbe meglio, in fin dei conti, considerarlo un “nemico”, purché si impari quello che c’è da imparare dal suo lavoro teorico «esaminando puntualmente un suo saggio o articolo o libro, misurando distanze e vicinanze».

    Nella tua posizione, invece, non capisco perché, dopo aver elencato le tue tante letture dei suoi libri (l’ultimo del 2011), pur riconoscendogli che « è indubbiamente una bella testa», «ad un certo punto» il suo lavoro teorico sia «uscito dalle [tue] corde» e quali siano le ragioni per cui non condividi (o non hai mai condiviso) i suoi discorsi. Sarebbe invece molto importante spiegarle.
    Aggiungi subito dopo la tua presa di distanze: «il che non significa escludere il confronto che, mi sembra, avvenga regolarmente su POLISCRITTURE (sia sito che rivista)».
    Sai bene che non è proprio così. Ci furono resistenze in redazione quando proposi per la prima volta un lungo (e sicuramente difficile) saggio di La Grassa. Ci sono state resistenze da parte di Giulio Toffoli, che, su mia sollecitazione, ha pur scritto alcuni articoli *contro* La Grassa. (Con Giulio inoltre ho avuto scambi mail privati abbastanza accesi su alcuni articoli di La Grassa, che abbiamo letto insieme. Magari un giorno li pubblicheremo…). Il confronto, dunque, quando c’è stato, è stato prevalentemente cercato da me e, dunque, mai redazionale. Al massimo tollerato o subìto dagli altri redattori.
    Perché – è inutile aggirare la questione – ci sono vari aspetti dei saggi di La Grassa o dei commenti di GLG indigesti o incondivisibili. Anche da me. Ad esempio, ho molti dubbi (in parte simili ai tuoi) sul ruolo preponderante o assoluto che La Grassa attribuisce ai *decisori*. E, se in parte condivido la pars destruens della sua critica, non condivido e non “sento” l’ipotesi “sovranista” che egli ha abbracciato come unica possibile via d’uscita politica alla crisi.

    Non voglio obbligare nessuno a confrontarsi in modo approfondito con La Grassa, come saltuariamente faccio io. Ma non posso non notare – forse per questa mia più attenta e coinvolta letture dei suoi testi – la genericità e la parzialità di alcune obiezioni che sia tu che Toffoli gli muovete.

    Sì, anche io, vorrei «dare una mano ad “abolire lo stato di cose presenti”» o desidero (per figli e nipoti) «un altro avvenire». Ma non riesco a fare spallucce ai problemi che la riflessione di La Grassa ha posto. Né mi sento di ribadire qualche vecchio slogan («Il proletariato non ha nazione. Internazionalismo, rivoluzione»), quando, indipendentemente dai suoi discorsi, non si vede nessun processo che demuseifichi un tale slogan.
    Tra le nostre intenzioni di dare una mano ad “abolire lo stato di cose presenti”» e costruire «un altro avvenire» s’è interposto un macigno. Grassa ha almeno il merito di mostrarcene come minimo una parte. Sta a noi, se ne fossimo capaci, spostarlo. E questo, secondo me, richiede anche l’attraversamento serio dei maggiori scritti di La Grassa.

  36. RILEGGENDO VARI COMMENTI

    1. « Mi trovo a disagio tra queste modalità di discussione che mi sembrano troppo rarefatte, lontane dalla realtà della gente “comune”» (Ricotta).

    2. « So di non avere la preparazione per parlare di massimi sistemi, e di essere ancora così coinvolta nel qui ed ora del lavoro per avere tempo da dedicare a pensieri elevati» (Arici)

    3. « Se ci fosse una Plaza de Mayo in ogni città» (Locatelli)

    4. « Ma c’è qualche giovane che legge questo blog? […]Lo chiedo perché vedo che a questa discussione partecipano persone che rivendicano un loro passato politico non comune o ordinario, dunque persone “eccezionali” rispetto ai grandi numeri» (Bugliani)

    5. « E come mai si assiste al “ paradosso “ di una sinistra che difende giustamente le unioni tra gli omosessuali e si rifiuta di concepire e studiare diversamente i rapporti di produzione ?» (Mannacio)

    Ho stralciato dai numerosi commenti questi spunti per porre un problema: in questo “parlatorio” di Poliscritture si scontrano varie esigenze difficili da conciliare o sintetizzare.
    Come si potrebbe, infatti, condurre allo stesso tempo e seriamente una discussione precisa sulla questione dei giovani disoccupati o costretti al lavoro precario (come chiede Ricotta) con la riflessione di carattere storico o politico o teorico sull’attualità o meno di Marx o del marxismo, sulla globalizzazione, sulle guerre, sui problemi geopolitici?
    Ancora più complicato “passare all’azione” e fare di Poliscritture una sorta di fucina organizzativa di alcune «Plaza de mayo» come desidera Locatelli, trascurando le raccomandazioni costanti alla necessità di pensare prima di fare, che vengono da Simonitto.
    Se poi teniamo presente – come ho cercato di far notare – che siamo vecchi ( e non c’è affatto da vergognarsene) e che di giovani, come hanno fatto notare Bugliani, Ricotta e Rizzi, qui pochi ne bazzicano, non resta che attrezzarsi con la pazienza a cui invitava Salzarulo.
    La quadratura del cerchio tra queste (legittime per me) esigenze non è possibile a freddo o in tempi stretti. Soprattutto per l’evidente «povertà dei mezzi» (Toffoli).
    Quello che possiamo però evitare è di estremizzare le diverse esigenze. O di sbandierare quella che uno sente più urgente o coinvolgente, svilendo quella più sentita da altri/e.
    Per me bisogna procedere con tutte e due le gambe, anche se una fosse più corta dell’altra: sia coi cosiddetti discorsi sui “massimi sistemi” sia con le analisi empiriche o con le inchieste. Mai chiedere di tagliare la gamba che a noi non piace o piace di meno.
    Chi ha, perciò, da dare contributi sui primi, li dia e in modi rigorosi e limpidi. Chi conosce persone che conducono inchieste su problemi concreti, le intervisti, chieda testimonianze, gli dia la parola.

    1. Però voglio ringraziare Virginia Arici per la sua empatia: la rassicuro:
      non temo davvero che partirò la fame, invece in Grecia alcuni sì.

    2. Credo che però, giovani o vecchi che siamo (e dovremmo sapere bene che, alla fin fine, la volontà di intervenire nelle umane questioni è faccenda di spirito, non di età anagrafica), ragionare sulle proposte pratiche che abbiamo portato avanti e su quelle che ci accingiamo a mettere in cantiere, sarebbe molto più propositivo di tante discussioni.

      Da questo punto di vista il post su Cologno Monzese (per quanto datato come esempio) può fare da esempio, a poterlo applicare come punto di partenza su esempi attuali.

  37. …anch’io, come Arici e Ricotta, non mi sento preparata per parlare dei massimi sistemi, ma ugualmente mi interesano e non sottovaluto l’importanza della “riflessione di carattere storico o politico o teorico sull’attualità o meno di Marx e del marxismo, sulla globalizzazione, sulle guerre, sui problemi geopolitici…”. E sul blog leggo per imparare. Certo siamo per lo più vecchi e la pazienza non può che essere la nostra virtù: passare all’azione oltre che materialmente impossibile può essere anche sconsiderato. Tuttavia nessuno ci vieta di tracciare qualche linea di comportamento, che comunque deve passare attraverso la riflessione. Anche a me interessa il problema dei giovani, non fosse perchè saranno loro, nel bene come nel male, a sviluppare il futuro…e mi chiedo se la loro forza, ma soprattutto consapevolezza, potrà mai incontrarsi con quella dei migranti. Così, se mi capita, osservo o interrogo i giovani disoccupati o precari d’occidente e i migranti…sono alleati ma raramente lo sanno, spesso si fa la storia senza saperlo. Vederli confluire tutti in Plaza de Mayo sarà un giorno possibile?… ma in quanto vederlo noi, vecchi, che siamo pervenuti “…a questa tanto picciola vigilia / d’i nostri sensi ch’è del rimanente”?

  38. @ Giorgio Mannacio ( 1 marzo 2016 alle 12:56; 4 marzo 2016 alle 16:12

    Caro Giorgio,
    sono costretto ad un’*analisi del testo* da pedante, necessaria però e spero chiarificatrice.
    I tuoi due articolatissimi interventi in me suscitano queste reazioni:

    1 – di consenso parziale nei punti in cui richiamano con precisione le straordinarie trasformazioni in corso ( in campo scientifico, tecnologico, politico, sociale) e pongono domande generali ma legittime;

    2 – di perplessità, perché nel tuo modo di porle ci sento un tono risentito che non giova al confronto: «Mi sento un po’ lunare nel parlare così ma questa è la mia lingua»; «E’ mai possibile che non ci si accorga di questo e che non si cerchi di seguirne gli sviluppi? Mi sento un po’ frustrato o, se volete, rincoglionito nel ripetere le stesse cose». Quasi che il pubblico a cui ti rivolgi (innanzitutto noi di Poliscritture) non volesse darti ascolto e fosse superstiziosamente attaccato a schemi superati. Da qui, mi pare, la serie eccessiva di domande retoriche (e velatamente aggressive, anche se usi il ‘noi’ e, in apparenza, ti metti nel mazzo).
    Da pedante elenco:
    – « Conosciamo i nostri leoni, siamo pronti a combattere davvero per sconfiggerli ?»;
    – « Cosa sappiamo del mondo contemporaneo ? Lo conosciamo davvero ?»;

    – «Cosa sappiamo dell’istinto di sopravvivenza?»;
    – «Cosa sappiamo del rapporto tra strutture del pensare e dell’agire ?»;
    – « non sono sotto gli occhi di tutti le modificazioni profonde che la tecnica ha inserito con una prepotenza inimmaginabile nel lavoro, nelle abitudini, nel nostro modo di pensare e, dunque, di agire?»;
    – « Abbiamo un’idea politica ? Quali risultati pretendiamo dalla sua realizzazione? Quella che abbiamo è servita a raggiungere un livello di risultati accettabile ? E se no, come pensiamo di sostituirla?»

    3- di dissenso, quando, invece di nominare i tuoi concreti bersagli in questa discussione (credo siano: il sottoscritto, Salzarulo e Toffoli in particolare), ti tieni sulle generali:
    – « Lo conoscono davvero [il mondo contemporaneo] quelli che parlano di un solo nemico (il capitale, per alcuni )?» ;
    – « Di fronte a queste semplici ed elementari domande cui volle rispondere il nostro amato Ulisse, si risponde da parte di qualcuno, a volte con qualche “ insolenza dell’intelletto” ; quasi mai, però, mettendo in discussione sé stessi»;
    – « realtà “, parola che le persone pigre o in malafede leggono come realtà immutabile»;
    Oppure ti lanci in una bastonatura sistematica dei “marxisti” (dei loro *fantasmi* dovrei dire), presentati come degli ottusi, che lo stesso Marx (che apparentemente salvi, mettendolo al di sopra della feccia dei suoi seguaci) avrebbe trovato insopportabili.
    Anche qui ancora qualche esempio:
    – « Naturalmente ci sono quelli che se la prendono astrattamente con la geopolitica senza apprezzarne i pregi esplicativi e discuterne le lacune»;
    – « la situazione è molto, molto più complessa; ciò non è sempre colpa di qualcuno individuabile di volta in volta in un preciso nemico. Quando si assume nel ragionamento un simile termine è dietro l’angolo la tentazione dello sterminio» [!];

    In sostanza, a ma pare che tu contesti la mia richiesta (problematica!) di “che fare” contrapponendovi invece una esigenza di definire innanzitutto il “cosa sappiamo”.
    Che sfuggirebbe o sarebbe del tutto ignorato dai “marxisti”, che si muoverebbero alla cieca e secondo schemi ormai superati.
    (Tra l’altro, con questa critica al “marxismo”, ti avvicini, consapevole o meno, alle tesi di La Grassa…).
    E perciò la tua tesi è questa: « Si tratta dunque non di cercare un responsabile ma di anticipare – con la previsione e il governo di essa – gli effetti nefasti e promuovere gli aspetti benefici che il quadro generale può presentare».
    Di conseguenza, si tratta di abbandonare «l’ ipotesi di una monogenesi di tutti i mali del mondo simile a quella ben nota del peccato originale». Che poi, se non sbaglio, sarebbe implicita nel “marxismo “; e di aprirsi allo«studio rigoroso», alla scuola, alla ricerca, al confronto tra idee diverse, allo «scetticismo critico della ricerca», atteggiamenti mentali indispensabili «per affrontare gli enormi problemi della modernità».
    Quindi basta – questo mi pare il succo – con chi pone l’accento sui conflitti e cerca nemici. Siamo tutti sulla stessa barca.

    P.s.

    A margine, devo farti notare che cadi tu pure nello stesso equivoco in cui è caduto Toffoli. Scrivi infatti: «Alcuni sostengono che il Capitalismo sia morto (io direi: siamo di fronte ad una trasformazione di tutti i sistemi di produzione e quindi ad un ripensamento – anche qui – delle precedenti categorie ) ed E. A. dice che è esausto, piatto etc».
    E in altro passo aggiungi: « E arrivo a considerare “ il lavoro “. E qui cominciano le dolenti note perché invece di stabilire se, come, quanto è cambiata la struttura produttiva del mondo stiamo a discutere – preliminarmente – se il capitale è piatto, inerte ed esausto come se il Capitale fosse un’entità fisica ( benevola o maligna ) dotata di una vita propria e come tale destinato a invecchiare e perire o sopravvivere in forza di un accanimento terapeutico sui generis»
    Ti rimando perciò a quanto ho già precisato a Toffoli:
    « 4. Hai scritto: «Credo che l’errore più grande che si possa compiere oggi, e forse emerge nelle tue parole, è pensare che il Capitale sia “inerte, esausto, piatto”. Anzi vorrei dire che questo è il padre di tutti gli errori».
    C’è un equivoco. I tre aggettivi (inerte, esausto, piatto) li riferivo al «realismo del capitale». Intendevo dire, semplificando, che non si può “essere realisti come sono i capitalisti senza avere capitali”!
    E che, se quelli che sono nelle nostre condizioni (subordinate, atomizzate, senza progetto, senza mezzi economici da investire), adottassero o condividessero quel realismo, penserebbero in modo inerte, esausto, piatto. Sconfitti sì, passivi o ossequienti no.»

  39. Ennio: *La quadratura del cerchio tra queste (legittime per me) esigenze non è possibile a freddo o in tempi stretti. Soprattutto per l’evidente «povertà dei mezzi» (Toffoli).
    Quello che possiamo però evitare è di estremizzare le diverse esigenze. O di sbandierare quella che uno sente più urgente o coinvolgente, svilendo quella più sentita da altri/e.*

    Sono d’accordo.
    E non è certo un lavoro facile: non è come consultare testi, anche i più svariati, e da lì, nonché dal confronto con una realtà relativamente lenta nei suoi processi di sviluppo, produrre un pensiero teorico. La velocità, oggi, ci spiazza perché ci porta a semplificare sempre di più la complessità del reale (e anche del nostro pensiero). A volte questo è un ‘bene’ (quando sfrondiamo il superfluo), altre volte invece non lo è, ovvero quando riduciamo tutto a dicotomie a carattere regressivo: buono/cattivo, giusto/sbagliato, con me/contro di me.
    Noi ci troviamo nel bel mezzo di un terremoto che ha messo sottosopra strati geologici diversi.
    Ad esempio, la stabilità verso la quale tendevamo le nostre ‘pargolette mani’, certi che sarebbe divenuta una nostra conquista, si è trasformata in un miraggio. Ma è solo quel ‘cattivone del Capitale’ o quella ‘bestia nera’ della globalizzazione ad aver voluto questo o non anche una struttura ‘evolutiva’ del sistema-mondo che implica movimenti diversi i cui equilibri saranno a loro volta diversi, differenziando quelli più stabili da quelli più dinamici? Come interpretare tutto ciò?
    In questo nostro procedere da ‘esodanti’ – perchè non è solo la poesia ad esserlo, a modo suo – dobbiamo imparare a raccogliere informazioni e idee un po’ di qua e un po’ di là, sia prendendo da chi sa ma anche da chi non sa, perché lo sguardo di quest’ultimo può, nella sua ‘ingenuità’, mostrare delle cose che noi, forti della nostra conoscenza, non vediamo. Come nella favola “I vestiti dell’Imperatore”.

    R.S.

    1. “la velocità, il terremoto”
      Ecco: non saprei se è giusto sostare a “raccogliere informazioni e idee un po’ di qua e un po’ di là”, certo il bambino che ha visto l’imperatore nudo niente ha “raccolto”!
      Stiamo vivendo in un’accelerazione straordinaria (per il nostro vecchio mondo europeo e per noi stessi) in cui si decantano i criteri. Mi rendo conto che simile euforia maligna vivevano gli interventisti della prima guerra mondiale. *Non* voglio entrare (che il nostro paese entri) in guerra, ma certe idee sono al banco di prova. Nervi saldi per confermarsi nelle idee maturate.

  40. SEGNALAZIONE

    “Todorov, l’etica senza politica”
    8 marzo 2016
    di Massimo Raffaeli

    Stralcio (con titolo mio)
    DOBBIAMO ESSERE MAGNANIMI, TODOROV? O MAI RINUNCIARE AL “CHE FARE” POLITICO?

    laddove ogni legame sociale sia spezzato e ogni prospettiva di azione impedita o negata, l’etica subentri annunciandosi come l’unica parte visibile e praticabile. Perché di etica può vivere soltanto un presente rescisso dalla politica, l’insieme degli individui sottratti al legame sociale, di classe
    […]
    Nell’antichità, all’esaltazione dell’uomo etico (non necessariamente un vincitore ma spesso uno sconfitto, un reduce) corrispondeva un genere letterario la cui retorica era codificata nella “etopea”. E a un presente disertato dalla politica affida oggi la sua corona di etopee Tzevan Todorov, linguista e storico delle idee, bulgaro di origine e francese di adozione, intellettuale di rango internazionale e di pluridecennale bibliografia, il quale firma Resistenti. Storie di donne e di uomini che hanno lottato per la giustizia (traduzione di Elena Lana, Garzanti, “Saggi”, pp. 221, € 17.00). Sono in tutto otto ritratti, dei veri e propri medaglioni di quanti hanno testimoniato dignità e coerenza sotto i regimi totalitari (il nazismo, lo stalinismo) o di oppositori di regimi più recenti ma comunque caratterizzati dalla disumanizzazione dei cittadini ridotti a schiavi o a sudditi passivi.
    Scrive Todorov: “Di fronte all’ingiustizia, all’oppressione, al terrore, queste persone si oppongono senza ricorrere ad altrettanta violenza, senza rispondere al male con il male, ma spostando lo scontro su un altro terreno. In questo modo, sfuggono al manicheismo e al conflitto violento, al desiderio di annientare l’avversario: tentano anche di andare oltre l’imitazione degli altri e la rivalità nei loro confronti”. Costoro si chiamano Etty Hillesum, Germaine Tillion, Boris Pasternak, Aleksandr Solzenicyn, Nelson Mandela e Malcom X
    […]
    Ma che cosa tiene insieme, agli occhi dell’autore, fisionomie così ineluttabilmente differenti e così dislocate nello spazio e nel tempo? Che cosa ha da spartire Etty Hillesum, dolce e sororale nelle sue estreme lettere dal campo di Westerbork, con Malcolm X, l’ex militante del Black Muslims convertitosi in punto di morte al credo di una fraternità misericorde? Insomma, che cosa lega Nelson Mandela, la sua implacabile e astuta solarità, alla durezza cupa di chi invece scrisse Una giornata di Ivan Denisovic? Stralciando da biografie molto complesse e talora contraddittorie (è il caso di Solzenicyn ma anche di Pasternak) Todorov opera una reductio ad unum e risponde additando un valore, la compassione, che si coniuga all’assenza di risentimento: Etty, che in campo di sterminio si colpevolizza per il fatto di odiare i nazisti in quanto tedeschi, è simile a Mandela che teme e di fatto impedisce la vendetta dei neri sui bianchi non appena redento il Sudafrica. Per Todorov, essenziale è in tutti costoro l’assenza di risentimento o ciò che banalmente si chiama rendere il colpo: la magnanimità equivale per lui a una forma superiore, e necessariamente inattiva, del comprendere l’alterità nemica. Lo chiama più volte il rifiuto della logica che, nel conflitto, richiama le parti in causa quali “nemici complementari”.
    […]
    Todorov sa a memoria quello di cui sta parlando proprio perché è stato il giovane in fuga dalla Bulgaria stalinista, poi l’allievo di Roland Barthes e lo studioso dei formalisti russi, quindi, grazie alla lezione di Bachtin, il grande intellettuale che a partire dal suo medesimo vissuto ha tradotto la dialettica della alterità nel capolavoro intitolato La conquista dell’America. Il problema dell’altro (1984). Infatti ogni pagina dei Resistenti, ogni suo esercizio di ammirazione, tradisce il terrore che il risentimento, la logica dei nemici complementari (i soldati o i droni contro le stragi, un qualche Patriot Act contro i tagliagole dell’Isis) rendano permanente quel che una sinistra e bugiarda metafora chiama oggi conflitto di civiltà. E tuttavia è come se Todorov, richiamando il credo dell’Illuminismo (e del multiculturalismo che ne consegue), ne scontasse subito e inopinatamente la dialettica. Certo, gli esempi di Mandela, di Germaine Tllion, della dolcissima Etty Hillesum sono ben degni di una accorata etopea come figure esemplari per cui non si ha vergogna a pronunciare la parola “eroi”: giusto è additarne l’esempio, onorarne la figura di testimoni e perciò di martiri, cioè di esseri tanto magnanimi da poter comprendere, alla lettera, la più nemica alterità. Ma comprendere per fare cosa? E con chi? E in che modo? Tutto lascia pensare, leggendo Resistenti, che il deserto della politica sia paradossalmente lo spazio in cui possano meglio rifulgere, qui-e-ora, le icone evocate da Todorov. Anche per questo è maledetto ogni paese che ha bisogno di eroi.

    (DA http://www.leparoleelecose.it/?p=22268#more-22268)

    1. Costui è un grande…

      Posso operare dei distinguo: per esempio, se si è arrivati che ti sparano addosso, meglio tentare di sparare per primi e meglio. Però la guerra è guerra e non ci si dovrebbe mai arrivare. Purtroppo – come in questo momento storico – ci hanno già messi in mezzo (o “non abbiamo fatto abbastanza, per non essere messi in mezzo”): così, se non si devono odiare quei poveri mentecatti che combattono per l’ISIS; se ci si dovrebbe sforzare di non odiare chi li manovra (ma se qualcuno non ci riesce, penso che sia abbondantemente perdonato), è anche vero che contro costoro la “difesa passiva” non serve.

      Poi, a bocce ferme, se si riuscisse a ricostruire un minimo di tessuto civile, va benissimo l’atteggiamento che Mandela mostrò, contro chi campò di apartheid.

      Ma – sempre per tornare a questo momento storico e ai nostri “democratici” Paesi – è chiaro che ormai si può far politica, solo stando fuori dalla politica.

      Grazie, Tzevan.

  41. “Di fronte all’ingiustizia, all’oppressione, al terrore, queste persone si oppongono senza ricorrere ad altrettanta violenza, senza rispondere al male con il male, ma spostando lo scontro su un altro terreno. In questo modo, sfuggono al manicheismo e al conflitto violento, al desiderio di annientare l’avversario: tentano anche di andare oltre l’imitazione degli altri e la rivalità nei loro confronti”: suona come qualcosa di già sentito, no? cassare il male senza rispondervi, perdonare il nemico, l’altra guancia, Simone Weil con le infermiere di prima linea, Mandela con la commissione per la verità e la riconciliazione.
    Ma che questo significhi far politica stando fuori dalla politica… no, il contrario! Se la politica vuol dire qualcosa di grande, altrimenti non merita il nome.

    1. Certo, che questo è far politica!

      Penso che intendesse dire, di star fuori da QUESTA nostra politica e da quella che è, di fatto e anche altrove, espressione dei ben noti poteri economici e finanziari sovranazionali: quella che io definisco, come fatta da persone “fuori etica”.

      Alla larga da costoro, mai perdere tempo ed energie in questo modo.

  42. Non vorrei sembrare un intruso, ma senza scomodare alcun Todorov, mi permetto trascrivere questo passo tratto dal : Dal Vangelo di Luca 6, 27-38

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “A voi che ascoltate, io dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica. Da’ a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo. Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro.
    Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto.
    Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro.
    Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio”.
     

  43. Ma che questo significhi far politica stando fuori dalla politica… no, il contrario! Se la politica vuol dire qualcosa di grande, altrimenti non merita il nome (Fischer)

    Alla larga da costoro [poteri economici e finanziari], mai perdere tempo ed energie in questo modo (Rizzi)

    Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano ( Luca, Vangelo)

    Non sono d’accordo.
    La politica è politica anche quando non vuol dire qualcosa di grande, anche quando è “sporca politica”. Non è che stando alla larga dai poteri, i poteri stanno alla larga da noi. Si possono amare i nemici solo esonerandosi dalla politica, lasciandogli il campo, in un’ottica appunto che considera irrilevante *questo* mondo in nome di un *altro* mondo dove si è – per fede non per ragione – «figli dell’Altissimo».

    Non sono d’accordo e l’ho detto con questo commento lasciato su “Le parole e le cose”:

    Ennio Abate
    8 marzo 2016 a 17:02
    Con tutto il rispetto per Todorov, i suoi “resistenti” e la loro magnanimità e anche se di comunisti non ce ne sono più in giro, preferisco ancora pormi e ripormi il problema etico come *premessa* del “che fare” politico. Anche quando nulla pare sia possibile fare (http://www.poliscritture.it/2016/02/29/che-fare-quando-nulla-pare-sia-possibile-fare/). E rileggermi, anche da solo, certe pagine del “superato” Fortini:

    “Lo so bene. Anche chi (o forse: soprattutto chi) sfruttamento, sopruso, violenza, oppressione di classe subisce da sempre, replicherebbe che, meno storie, è orribile e mostruoso (e quasi sempre inutile) ammazzare il prossimo, foss’anche un nemico. Ma tale sacrosanta affermazione procede, non è inutile ricordarlo, da un insegnamento religioso prima che da uno «umanistico». Un insegnamento che ebbe ed ha una sua precisa e complessa sistemazione (sottratta o laterale al potere e al sapere «civile») dei rapporti fra colpa originaria, natura vulnerata, confessione, pentimento, assoluzione, redenzione, divina promessa. Nel cristiano, il raccapriccio per l’assassinio, ha o dovrebbe avere, un fondamento che la tradizione umanistica e illuministica (kantiana, per intenderci) ha ereditato, mal celandone tuttavia l’origine, che è nella trascendenza; onde ha subito un secolo di critiche, da Marx a Nietzsche e a Freud e oltre e fino a noi, che non possiamo fingere inesistite. Ebbene, chiedere ai dissociati [mettete: agli immigrati, ai disoccupati, ecc.] di riconoscere che la democrazia è un valore assoluto non è molto diverso dal chiedere loro il «giuramento» proposto dal ministro della Giustizia o certe dichiarazioni o firme antiterroristiche che furono domandate o proposte qualche anno fa nell’ambito sindacale e di fabbrica. Con una differenza grandissima: che il cattolico collega coerentemente morale, religione e diritto e rimanda al Vangelo e alla dottrina della chiesa; mentre il comunista italiano [mettete: dei loro discendenti “democratici”] di oggi si è preclusa la possibilità di rinviare non solo ai testi e ai metodi marxisti ma persino a tutta una arte della riflessione sullo stato e sulla violenza che è all’origine della borghesia. […] credo di aver passato lo scorso trentennio, lo confesso senza pentimento, a imparare e insegnare partendo dal pensiero di Hegel, Marx, Lenin, Trockij, Gramsci, Mao, Lukàcs, Sartre, Adorno. Da costoro ho appreso che non si oltrepassano i criteri giuridici della società illuministico-borghese – con le sue guerre, ben peggiori dei gulag – senza una modificazione radicale dei rapporti di produzione e di proprietà. […]E se tali prospettive marxiste le consideriamo solo invecchiate, assurde, sporche di sangue e generatrici di intolleranza, di corruzione burocratica e di ospedali psichiatrici per dissidenti, benissimo, si torni allora allo stato di stretto «diritto»; ma vi si torni davvero, se mai è esistito, e ci si risparmino allora […] i sermoni sul «bene comune»
    (F. Fortini, Insistenze pp.223-224, Garzanti, Milano 1985)

    1. “Si possono amare i nemici solo esonerandosi dalla politica…” Non è detto: la Commissione per la verità e la riconciliazione di Mandela è stata un’azione politica concreta e di grande effetto. (Anche se Coetzee mostra l’intima difficoltà di un processo così complesso, nel romanzo Vergogna.) Anche Simone Weil lavorò a Londra per ricomporre la Francia dopo la guerra su principi di integrazione e rinnovamento. Nella Prima radice i suoi lavori per realizzare questo scopo. Anche nel femminismo mondiale prevale una visione egemonica e non conflittuale del rapporto tra i sessi.
      L’orientamento al perdono, o meglio a non rispondere alla violenza con violenza, alla guerra con la guerra, infine al male con il male per essere sintetici, è politico tanto quanto la rivoluzione. Il cambiamento non è prodotto solo da conflitto e eliminazione, ma anche da trasformazione.
      Anche la frase “che fare quando nulla pare sia possibile fare” ha due valenze se lo scopo deve essere rovesciare o trasformare. Non sono idee nuove, Mandela è morto da poco, la Costituzione italiana ha avuto anche questa impostazione, l’egemonia (ma anche la rivoluzione passiva, dato che era realista) la ha pensata Gramsci, le Madres de Mayo non hanno combattuto, però lottato sì. Per politica grande io intendo una visione trasformatrice e comprensiva, e *non solo* conflittuale e sostitutiva, perchè è chiaro che anche modificare implica fare forza su punti di resistenza.
      La frase di Fortini “non si oltrepassano i criteri giuridici della società illuministico-borghese – con le sue guerre, ben peggiori dei gulag – senza una modificazione radicale dei rapporti di produzione e di proprietà” mi pare esprimere un rapporto di causa-effetto troppo meccanico. Se non c’è comunismo (semplifico) finiamo per tenerci quei valori illuministi come se fossero assoluti, ma essi invece sono derivati da una trascendenza, se mai valida per i soli credenti.
      Sulla trascendenza però si può fare un altro discorso, non è un contenuto quanto un orientamento, una direzione, come il campo magnetico che guida le migrazioni degli uccelli, anche di singoli, e non solo dei grandi stormi. Non si vede, ma si avverte.

  44. Non mi sembrano per niente superate queste parole di Fortini. Il dilemma etico che egli pone è sempre presente in ogni nostra azione, e non solo nell’ambito “strettamente” politico. Credo che il dilemma sia irresolubile, perciò alla fine prevalgono i rapporti di forza. Cos’è il diritto se non la legge del più forte o un compromesso tra potenti? Quello che conta è avere una massa uguale o maggiore alla critica.

  45. ANCORA SU TODOROV

    Per rincarare la dose di “antidoto fortiniano” all’eccesso di “coscienza religiosa”

    «Che cosa sia poi quell’uomo, quell’essere umano di cui parlate, quando a quello sia tolta la dimensione dell’azione comune per la solidarietà, la giustizia, la libertà e l’eguaglianza, io non riesco davvero a immaginarmelo. Che cosa è un uomo ridotto alla mera dimensione della interiorità morale? Ho dalla mia, per non nominare i massimi crstiani, Marx, Nietzsche, Freud e Sartre. Essi mi rassicurano: deve trattarsi di una canaglia. O di una vittima. E che cosa vogliono infatti da noi i custodi della eticità di stato, se non fare di noi delle canaglie o delle vittime? Se non si accetta che tra il momento politico e quello morale c’è una incessante tensione e implicazione reciproca, ne viene che l’unica alternativa polare al momento politico è la posizione religiosa. Manzoni lo sapeva. Ma proprio perché la sfera formale è intermedia fra il contingente e l’assoluto, fra la pratica e la voce dell’Altro è inevitabile che ogni partecipazione della coscienza religiosa alla “mondanità” faccia uso della mediazione della morale. Accade lo stesso anche quando al momento propriamente religioso si sostituiscano miti ideologici, sottratti ad ogni verifca, che si presentino magari come puramente “politici”. È impossibile sfuggire al momento morale. Ma guai a chi non ne avverte la precarietà, l’ambiguità, l’inganno latente»

    ( F. Fortini, «Non è solo a voi che sto parlando», in Disobbedienze II, pag. 38, manifesto libri, Roma 1996)

  46. Una “democrazia”
    che sui diritti ben poco garantisce
    ma, in compenso, molto le menti addormenta
    in consuetudini, paure, miti e illusioni
    non genera lotte e neppure movimenti pacifici
    lunghe marce o montagne di fiori
    a contrastare schiaffi mortali e arsenali,
    ma vittime inconsapevoli,
    eroi solitari e voci dissonanti senza scintille
    e molto volontariato per le anime buone

  47. Ho letto la recensione di Massimo Raffaeli al volume di Todorov, “Resistenti …” dove vengono presentati: “otto ritratti, veri e propri medaglioni di quanti hanno dimostrato dignità e coerenza sotto i regimi totalitari … o di oppositori ai regimi più recenti ma comunque caratterizzati dalla disumanizzazione dei cittadini …” e devo dire che ho provato un certo senso di disagio tale da chiedermi se sono io che vivo in una realtà completamente “altra” o se nel dibattito sui massimi sistemi che si è sviluppato su quella recensione, che ha messo in gioco etica – politica – democrazia ecc., non si sia perso di vista il terreno più semplicemente materiale- fattuale che dovrebbe costituire il “luogo” specifico di uno storico, anche se “storico delle idee”.
    Come tutti avranno notato la scelta è di presentare tre diadi. La prima costituita da due donne che hanno conosciuto il lager nazista. Attenzione si parla di Resistenti e si dice “persone che si oppongono alla violenza senza rispondere al male con il male …”. Forse con questa formula si vuol dire che l’unica vera forma di Resistenza è quella di chi di fronte al terrore del nazifascismo ha nei fatti accettato di subire la violenza … al massimo opponendo al terrore nazista la stesura di un volume di memorie? Si tratta davvero di un mutamento paradigmatico e tragico di quella che è stata la nostra consolidata certezza che i Resistenti avessero non solo avuto il diritto di opporre alla violenza del male una resistenza capace di segnare non solo una frattura storica ma anche una presa di coscienza che è diritto del cittadino opporre la propria resistenza alla violenza del potere terroristico dello stato.
    La seconda diade è costituita da Pasternak e Solzenicyn. Vabbè si tratta di una coppia che ha goduto di una immensa fama grazie alla loro opposizione al sistema sovietico. Ci sarebbe fin da chiedersi se sarebbero diventati monumenti viventi senza la cieca e stupida censura sovietica. Certo affermare che il secondo fosse “convertito alla compassione e assenza di risentimento” nella sua senile regressione ruralista e fondamentalista religiosa mi sembra più difficile da accettare. Ma accettiamolo con beneficio di inventario.
    Il problema diventa davvero ostico quando vediamo la terza serie, quelli che hanno avuto a che fare con l’Occidente liberale. Il primo è Malcolm X. Descriverlo come “convertitosi sul punto di morte al credo di una fraternità misericorde” mi pare davvero intollerabile. Ricordo che qualche anno fa venne scritta una biografia dell’uomo per dimostrare che era null’altro che un fedifrago sessuale ucciso dai suoi stessi amici per aver cercato di conquistare una signora che non si poteva toccare. Insomma un poco di buono. Ora invece diventa una specie di San Francesco in articulo mortis … Mi pare davvero inammissibile trasformare quello che è stato il leader del movimento di liberazione delle genti di colore in una specie di icona dell’“interclassismo etnico”. Per una tale funzione c’è già il santo di turno ed è Martin Luther King. Non basta?
    Altrettanto intollerabile mi pare produrre una ulteriore sanzione della santità di Mandela. Quest’opera di vera e propria manipolazione ideologica è già stata fatta in tutte le salse, che ci si aggiunga Todorov è solo un segnale della sua decadenza di studioso. Come dimenticare che Mandela prima di assurgere al cielo dei “liberatori”, condotto al potere dal disegno della borghesia usa-sudafricana, era nelle galere dell’ultimo regime schiavista del mondo con una condanna all’ergastolo, perché dirigente di una associazione politico-militare terroristica e che non ha mai negato il diritto di combattere con le armi contro l’apartheid. Certo poi ha mutato le sue posizioni ma i dati storici non si possono cambiare. Piacerebbe poi sapere cosa ne pensano della “Commissione di conciliazione” i minatori di platino di Marikana che nel Sud Africa “democratico” nell’agosto del 2012 furono massacrati perché chiedevano il riconoscimento di alcuni diritti, primo fra tutti quello a un salario dignitoso e tutti i neri che non hanno conosciuto alcun cambiamento servi prima e servi dopo la “democratizzazione”.
    Mi sono capitati di recente fra le mani altri volumi “simili”, sia pure di qualità forse non paragonabile, come quello di D. Quirico dal titolo ammiccante: “Gli ultimi. La magnifica storia dei vinti”. Anche li dopo la lettura delle prime pagine si rimane scioccati. Nei fatti viene elaborato un incredibile catalogo di santi borghesi su cui l’autore ci invita a pregare e se è il caso a “piangere”. Si va da Pu Yi a Gorbaciov, da Rasputin a Carlo d’Asburgo, da Salan a Benedetto XVI. Manca solo un accenno a Carlo Stuart, primo martire borghese …
    La domanda che ci sorge spontanea è: quale pregnanza hanno questi cataloghi? Dopo secoli di martirologi religiosi dobbiamo ora santificare a una nuova età di “martiri laici”, tutti ovviamente più o meno angelicati? Sono davvero disperanti le sorti di quei paesi dove si devono produrre santi di latta producendo trista ideologia.

  48. I dubbi di Toffoli sono interessanti e danno comunque da pensare; non ho molto titolo per esprimere giudizi su questi singoli casi, perché li conosco sommariamente. Solo su Mandela mi sento di dire (e senza voler fare il verso all’Ecclesiaste) che c’è un momento per la guerra e un momento per la pace.

    In altre parole, bisogna esser capaci di capire quand’è il momento di arrivare all’uso delle armi, e quando questo momento è passato. E il mondo è pieno di esempi di persone, che questo cambio di momento hanno saputo percepirlo molto bene. Nella fattispecie dell’esempio portato sempre sul Sudafrica (il massacro del 2012), bisognerebbe anche capire cosa sarebbe accaduto, se quell’occasione di scontro fosse avvenuto in un momento nel quale Mandela fosse stato nel pieno del suo potere.

    E premesso che certe scelte estreme di non violenza, sono comprensibili solo in un’ottica di crescita personale (quindi non giudicabili e non “incasellabili”), penso allora che il libro (e altri libri simili) ci vogliano portare esempi, che ci spingano a rimanere fuori dalle logiche limitate di uno scontro a tutti i costi; le logiche che ci spingono a cercare per forza di costruirci un nemico, per credere di esistere e di condurre una lotta utile a qualcuno.

    Per Ennio:

    ti rispondo che siamo alle solite, cioè rispondere con una radicalizzazione in senso opposto di ciò che non ti convince… Perché mai stare alla larga da certe persone, debba significare “stare alla larga dal potere”? Fare politica significa automaticamente occuparsi (e se va bene gestire) il Potere. Il punto è non immischiarsi con certe persone, chiudere loro le porte in faccia. Se no, il rischio è di arrivare al noto concetto che “il fine giustifica i mezzi”: coi risultati che ci troviamo addosso da secoli, se non da millenni.

  49. Caro Ennio, ho letto le tue osservazioni sul mio intervento, osservazioni puntuali e pertinenti. Nella risposte cercherò di essere il meno risentito possibile in modi tale da non alimentare ulteriormente un polemica allo stato nascente. Come sai polemica ha radice in “ guerra “. e tale termine richiama la nozione di nemico, termine che non ho mai utilizzato . Il tono risentito e polemico è semplicemente la manifestazione – secondo il mio modo d’essere e di scrivere – di un convinto modo di vedere i problemi. Una vera convinzione merita un po’ di partecipazione e a volte si eccede. La mia convinzione non è sulle opinioni ma sul metodo di affrontare le diverse questioni che via via si presentano, metodo che riassumo in queste parole: “ prima conoscere e poi agire “. E’ un metodo che vedo scarsamente utilizzato negli interventi, soprattutto “ politici “, su Poliscritture e, dunque, me ne rammarico nel modo che tu giudichi sbagliato. Non ho mai personalizzato le posizioni asnte dai vari redattori e a parte l’indicazione del destinatario, non ho mai fatto il nome né tuo né di Salzarulo e Toffoli
    Tra l’altro conosco troppo poco le vostre idee sul punto. E dunque se siete della mia opinione non i “ miei strali “ non vi interessano; se non lo siete, resta la divergenza di opinioni. Tutto qui. Non credo di avere offeso qualcuno e del tono mi scuso.
    Leggi la mia frase “ sceso dalla Luna “ nel modo a me meno favorevole. Non intendevo ostentare con tale termine né una superiorità né ammettere una inferiorità. Semplicemente alludevo ad una differenza che vedo marcata – e magari mi sbaglio – tra il metodo di parlare di questioni dopo la conoscenza ovvero in base a premesse in larga parte ideologiche.
    C’è verso di ma una sottile accusa di ipocrisia quando mi riconosco “ nel mazzo “ ? Sì, certo, può essere un adusato vezzo retorico ma non ho strumenti per provarti il contrario se non affermare- ci creda tu o no – che ho più incertezze che certezze . Ma, penso, si vive davvero in mezzo ai pericoli.
    Quanto a Marx , per quel poco che conosco, ammiro la potenza del pensiero sia storico che economico-politico e non ne vedo continuatori. La tua crisi non segnala forse la stessa situazione ? Ti dovrebbe far piacere l’omaggio che Gli rendo. La sua originalità consiste proprio – se non sbaglio – in quel rovesciamento di cammino che ha fatto dopo una analisi spregiudicata dei suoi tempi. Non so, non conoscendo La Grassa, se le mie modeste osservazioni coincidano con una parte delle sue: mi può procurare un piacere narcisistico o essermi indifferente. Riconosco che parlando di Capitalismo morto o morente sono incorso in una sorta di contraddizione che poteva essere corretta agevolmente in questo modo: il
    “ vecchio Capitalismo è morto o morente“ e ne è sorto uno nuovo altrimenti articolato ed altrimenti operante. Come lo si conosce a fondo e- se contrario ai ns principi – lo si combatte ?
    La tua chiusa finale è, per me, un enigma. Ma prima di tutto un pensiero incompiuto sul piano logico. Tu poni un dilemma tra sconfitti e passivi/ossequienti : è un falso dilemma .
    Il vero dilemma è tra vincitori e vinti. I primi “ riposano sugli allori “ e i secondi? Possono essere” passivi e ossequienti “ come tu dici oppure no. Dunque la frase va completata in questo senso, a meno di non ritenere che “ la storia è finita “
    Ti rinnovo la mia “ risentita “ ma sincera amicizia. Giorgio.

  50. @ Toffoli: “si vuol dire che *l’unica vera forma* di Resistenza è quella di chi di fronte al terrore del nazifascismo ha nei fatti accettato di subire la violenza … al massimo opponendo al terrore nazista la stesura di un volume di memorie?” ma no, la Resistenza che Todorov intende è “l’assenza di risentimento o ciò che banalmente si chiama rendere il colpo: la magnanimità equivale per lui a una forma superiore, e necessariamente inattiva, del comprendere l’alterità nemica”.
    Riguarda la vita personale e non la lotta contro il nazismo che, prigioniera nel lager, Etty non potè fare.
    Mandela dirigente combattente e Mandela presidente del sudafrica quasi 40 anni dopo, dopo le prime elezioni interrazziali, fanno due politiche diverse, le necessità politiche cambiano. Quanto alle domande retoriche “che cosa ne pensano…” i minatori, i giovani disoccupati, quelli licenziati, ecc, servono a poco: Mandela non ha sanato tutte le contraddizioni con la bacchetta magica, ha realizzato una azione politica in una prospettiva futura.
    Il tema della recensione al libro di Todorov è formulato così: “laddove ogni legame sociale sia spezzato e ogni prospettiva di azione impedita o negata”, l’etica può subentrare come l’unica parte visibile e praticabile?
    Da parte mia ho risposto che più che di etica bisogna parlare di altra politica, una politica che si è data nella storia (la cristianizzazione dei barbari da parte della chiesa, per esempio, durata alcuni secoli) e nel passato recente appunto con Weil, Mandela, le Madri argentine, una parte del femminismo… ma ha avuto molti altri nomi e protagonisti (mi viene in mente Guglielmo Jervis). Senza ricorrere all’odio, che resta chiuso dentro e impotente. Senza odio c’è più chiarezza, che serve a fare più luce. Accanto alla lotta, ove sia possibile. Allargare lo sguardo che comprenda il presente verso un futuro. Si chiama egemonia, visione.
    La questione riguarda anche l’oggi, e il “che fare quando pare…” Puntare alla modificazione dei pensieri in una fase in cui altre forme di opposizione sono sparse e deboli, in senso progressivo e ampliando le capacità di analisi e di prospettive. Fidando che la modificazione possa riguardare molti e moltissimi, in vista del da farsi se e quando qualcosa cambierà.

  51. 1.

    ” Senza odio c’è più chiarezza, che serve a fare più luce. Accanto alla lotta, ove sia possibile” (Fischer)

    2.

    “Scrivi mi dico, odia
    chi con dolcezza guida al niente
    gli uomini e le donne che con te si accompagnano
    e credono di non sapere”

    (F. Fortini, Traducendo Brecht)

    Mica sempre *senza odio* c’è più chiarezza…

    1. Davvero non saprei. L’odio può “attizzare” a combattere ma che faccia più chiarezza strategica non saprei…

      1. Odiamoci con chiarezza . Pazzesco direi ignobile.
        Ma cosa c’è di chiaro nella storia , se non ciò che ci hanno propinato a scuola e sui giornali.
        Allora guardiamo al presente , la chiarezza è solo nelle immagini che ogni giorno vediamo e che ci sconvolgono. Qualcuno di mia conoscenza che aveva perso il lavoro una sera davanti al televisore che mandava in onda profughi che fuggivano disperati mi disse: -Guarda , è terribile, io mi lamento …quelli stanno peggio di me. -Ho trovato in questa osservazione una consolazione per se stessi e un opportunismo che mi rattristò molto.
        Ma è così che si va avanti.
        Odiare? Amare? Si può sempre o si deve sempre come ci insegna la storia?

  52. …anche la mancanza assoluta di odio o di rabbia può essere un problema come se su quelle persone fosse passata una pialla, che non lascia spazio alla minima grinza…appiattite per sempre. Il contrario, cioè l’odio senza consapevolezza può essere devastante, credo, distruttivo e autodistruttivo…anche in mare la calma piatta quanto la tempesta possono rappresentare un ostacolo per i naviganti. Insomma bisogna saper governare la nave con tutti i tempi, forse è più duro con la bonaccia …rischi di addormentarti

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