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L’immaginazione proletaria di Danilo Montaldi

di Ennio Abate

Recupero e pubblico questo saggio del maggio 2003, che non si trova on line e compare nell’indice del volume “Danilo Montaldi (1929-1975): azione politica e ricerca sociale”, pubblicato con la collaborazione della Fondazione Luigi Micheletti di Brescia (qui

Sintesi: 1. Notizie sul libro; 2. Storia e biografia; 3. Temi degli «Scritti».;4. Sul titolo degli «Scritti 1952-1975»;5. I caratteri dell’immaginazione proletaria di Montaldi; 6. Il riferimento di Montaldi alla rivoluzione russa; 7. I suoi contatti con la Francia; 8. L’immaginazione proletaria di Montaldi ha un suo luogo: Cremona; 9. Montaldi e la cultura di sinistra; 10. Su alcune ombre dell’immaginazione proletaria di Montaldi; 11. Conclusioni: La mia lettura degli «Scritti 1952-1975»

1. Notizie sul libro

È stato pubblicato nel 1994, curato da un collettivo redazionale composto da Cesare Bermani, Gabriella Montaldi-Seelhorst e dal Centro d’Iniziativa Luca Rossi di Milano. Accoglie, ordinati cronologicamente, 104 scritti, vari per lunghezza e genere, recensioni, presentazioni di mostre, commenti di documentari, articoli, che erano stati composti da Montaldi fra 1952 e 1975, anno della sua morte, ed erano fino a quel momento inediti. Il volume è completato da una puntuale Cronologia della vita e delle opere di Montaldi e da un’Appendice con 8 documenti del Gruppo di Unità Proletaria di Cremona.

Esaminati per anno, gli scritti più numerosi si concentrano nel triennio 1957-1959 (rispettivamente 11, 22 e 10). Dal 1962 si diradano e per diversi anni (1963, 1967,1968,1970, 1971, 1973) mancano. Si tratta di vuoti dovuti ad altri impegni (Militanti politici di base, ad esempio, è completato nel 1969 e pubblicato nel 1971, anno in cui viene anche finito il Saggio sulla politica comunista in Italia). Poco so dell’effettiva circolazione del volume o della sua ricezione in ambienti militanti o ufficiali.

2. Storia e biografia

Sarà bene ricordare schematicamente lo sfondo del periodo storico in cui vive e opera Montaldi, caratterizzato dal fascismo, dalla Seconda guerra mondiale, dalla Resistenza, dalla fondazione della Repubblica, dalla fine della coalizione antifascista, dal conflitto di classe nelle campagne tra 1949 e 1950 e dalla riforma agraria, dall’egemonia della Democrazia Cristiana, dalla crisi del 1956 nella Sinistra, dal miracolo economico (1958- 63) con la fuga dalle campagne e le profonde trasformazioni sociali dovute all’industrializzazione del paese, dalla crisi del luglio 1960 che avvia il periodo del governo del centro sinistra (1958-68), e poi dal “biennio rosso” (1968-’69) e dalla strategia della tensione.

Ebbene, se per comodità d’analisi, suddividiamo la vita di Montaldi in 4 periodi:

1) quello della formazione giovanile nel cremonese (1929 – 1952) caratterizzata da subito in senso proletario e di militanza comunista,

2) quello dei contatti extra-cremonesi: soprattutto con Parigi e con le riviste italiane (1953 – 1956),

3) quello in cui contatti e ricerche personali confluiscono nella scrittura delle sue opere principali e nella militanza del Gruppo di Unità Proletaria di Cremona (1957 – 1966),

4) quello, infine, che va dalla costituzione del Gruppo Karl Marx alla morte (1966 -1975),

vediamo dove biografia e storia tendono ad incrociarsi e si delineano chiaramente alcuni punti chiave della sua figura che a me paiono i seguenti:

1) Montaldi è rimasto fedele ad un nucleo della sua formazione giovanile, proletaria e comunista (importanti in tal senso sono le origini della sua famiglia, la precoce contrapposizione al regime fascista maturata anche per la persecuzione subita dal padre, il rapporto con Giovanni Bottaioli, suo vero maestro di politica proletaria (1946));

2) egli maturò un suo principio etico e politico di fondo: «stare vicino al proletariato» con coerenti scelte di vita e una selezione accurata (al limite del settario) dei suoi contatti politici e culturali (questi sì: il gruppo olandese Spartacus e Socialisme ou Barbarie ad es.; questi no: Sartre, Camus, “il manifesto” ad es…);

3) con il Gruppo di Unità Proletaria e poi col Gruppo Karl Marx ma anche fondando la galleria d’arte Renzo Botti, riuscì a fare di una certa Cremona dei suoi anni non un «luogo esemplare» ma, sfuggendo ad ogni localismo, un luogo di transito per «una concreta attività proletaria, con i suoi momenti di passione e di crisi», dovunque essa emergesse: nelle campagne, a Parigi, fra gli immigrati della metropoli milanese o in mezzo alla “nuova classe operaia” emersa dalle lotte del ’68-’69.

1) il periodo della formazione giovanile nel cremonese (1929 – 1952)subito caratterizzata in senso proletario e di militanza comunista: non solo sono proletarie le origini della sua famiglia, ma precoce è la sua contrapposizione al regime fascista vissuta direttamente attraverso la persecuzione del padre (1941) e la sua autonomia che lo spinge a studiare da autodidatta quello che gli interessa (abbandona infatti la scuola dopo la prima liceo nel 1946) e ad impegnarsi presto in un apprendistato politico nel clandestino Fronte della Gioventù (1944), nella dissidenza del PCI del dopoguerra e nel fondamentale rapporto con Giovanni Bottaioli, vero suo padre spirituale proletario (1946), mentre già si fa strada la sua passione per la cultura francese (letteraria e cinematografica) (1950);

2) quello dei contatti extra-cremonesi: soprattutto con Parigi e con le riviste italiane a cui comincia a collaborare (1953 – 1956): il primo viaggio a Parigi di Montaldi è del 1953), poi s’intensificano la collaborazione militante a Battaglia comunista, a Prometeo, i contatti con il gruppo olandese Spartacus e Socialisme ou Barbarie (1953), il suo interesse per la poesia operaia (1955), e le collaborazioni con Ragionamenti, Questioni, Opinione e l’Avanti (1956);

3) quello in cui contatti e ricerche personali confluiscono nella militanza nel Gruppo di Unità Proletaria (1957 – 1966): può essere considerato il periodo della maturità di Montaldi. L’azione svolta a Cremona con il Gruppo di Unità Proletaria in collaborazione con il Partito Comunista Internazionalista ma anche con altre formazioni a livello internazionale (1957) è la prova della sua scelta organica di «lavorare coi proletari» (ossia in posizione autonoma rispetto al movimento operaio ufficiale). Ma altrettanto organiche sono altre scelte: una passione per la bellezza, l’arte e la musica (non «perdere il senso della musica di Mozart» (1958), la sua scoperta della pittura di Cosme Tura e Francesco del Cossa(1962), il suo rapporto col pittore Guerreschi); non piegarsi al mito della carriera o della professionalità (il rapporto di collaborazione e poi di redattore alla Feltrinelli, iniziato nel 1960 si conclude per sua volontà nel 1962, anche se pesanti diventano le sue condizione economiche); tenersi a debita distanza dai luoghi «dove si elaborano le riviste politiche come opere d’arte» svelando tutta la sua insofferenza dell’ambiente intellettuale (milanese in particolare)(1959, 1962); entrare invece in contatto con gruppi che fanno agitazione sociale in ambienti proletari (1960); il consolidarsi del suo legame culturale e storico con Cremona («per noi la Lombardia è quella» (1963), dove fonderà la galleria d’arte intitolata a Renzo Botti (1965);

4) quello che va dalla costituzione del Gruppo Karl Marx alla morte (1966 -1975): è un periodo di nuove aperture (al clima di lotta di quegli anni anche sul piano internazionale, la preparazione del lavoro d’inchiesta sulla nuova classe operaia (1974)), ma anche di consolidamento e di studio più appartato: s’intensifica il suo lavoro di traduttore (1965), arrivano le amarezze per i rifiuti della Feltrinelli di pubblicare il Saggi sulla politica comunista in Italia (1973).

3. Temi degli «Scritti».

Li suddividerei, anche se spesso s’intrecciano fra loro, in quattro distinti blocchi:

1) quelli che riguardano la rivoluzione russa e lo stalinismo (che trattano la questione dell’organizzazione di lotta del proletariato);

2) quelli riferibili al suo rapporto con la Francia e la cultura, ufficiale e dissidente, della sinistra francese (si potrebbe parlare di un “risciacquare i panni della sua immaginazione proletaria nella Senna”, che dà slancio al progetto di ricerca militante perseguito nelle sue opere);

3) quelli legati a Cremona e al significato culturale e politico, ma anche intimo e personale, che la città e la sua storia hanno per lui (e qui si dovrebbe parlare di radici “mobili” dell’immaginazione proletaria di Montaldi, attento alle trasformazioni dei contadini che si fanno proletari, immigrati, nuova classe operaia o operaio-massa);

4) quelli (direi ossessivamente numerosi soprattutto negli anni Cinquanta-Sessanta) riferibili alla critica della cultura della sinistra ufficiale, italiana e francese, (che è poi critica, per lui, della cultura nazional-popolare, cioè nazional-borghese, cioè stalinista e ipotesi, complementare e alternativa, di una cultura proletaria).

4. Sul titolo degli «Scritti 1952-1975»

Trovo il titolo del volume, «Bisogna sognare», che sembra suggerire un Montaldi dedito ad un costruttivismo assoluto da «immaginazione al potere», troppo sessantottino, unilaterale e equivoco (Già Baczko, studioso dell’utopia, fece notare che l’immaginazione era da sempre al potere1).

Nella immaginazione di Montaldi hanno, infatti, grande rilievo la memoria storica del proletariato rivoluzionario, i problemi complicati e rimasti irrisolti del rapporto partito-classe operaia, l’inchiesta sociale partecipe, profonda (la raccolta di storie di vita non è un’intervista!) e mirante ad una trasformazione culturale dei soggetti implicati. E la sua concezione proletaria della cultura mi pare sia rimasta esterna e ostile forse ai processi e alle teorie che già si delineavano nell’industria culturale dei suoi tempi e che hanno poi prodotto l’attuale inflazione di immaginario. Non so neppure quanto avrebbe potuto condividere l’enfasi sull’autonomia e la funzione unicamente creativa dell’immaginario sociale di studiosi come Castoriadis, Lefort e Morin, pure a lui vicini e presenti alla sua riflessione.

Non per caso Montaldi riprende quell’indicazione «Bisogna sognare» dal Che fare? di Lenin, che mai e poi mai può essere ridotto a cultore della immaginazione sciolta da ogni vincolo materiale e sociale; e, d’altra parte, in questi stessi scritti, Montaldi dichiara apertamente il suo rifiuto di «giocare una parte di sognatore… suo malgrado»(1956, 73), distingue il sogno della sua generazione da quello della precedente (di un Lombardo Radice) per la quale «dire la verità era diventato antistorico». Egli non intende, cioè, che il pur necessario sognare si riduca ad «un’altra esperienza religiosa, ma si accompagni a un «lavoro nuovo ad ogni livello», a « una opportuna rilevazione di dati, condotta spregiudicatamente, nella tal fabbrica», a «una seria elaborazione della cultura di sinistra su basi scientifiche» (e siamo nel 1965).

Troppo forte è, infine, in lui il sospetto per l’ estetismo, per i modi letterari di concepire la vita, la politica e la società, anche se apprezza il surrealismo (Teniamo presente però che in quegli anni siamo lontani dall’inflazione di quel “surrealismo di massa” o “snobismo di massa” che Fortini stigmatizzerà alla fine degli anni Settanta).

5. I caratteri dell’immaginazione proletaria di Montaldi

L’immaginazione proletaria di Montaldi (insisto sul proletaria) ha perciò caratteri storici specifici di quell’epoca. Innanzitutto è legata ad una realtà sociale dove le contrapposizioni di classe erano più verificabili (da chi voleva farlo ovviamente); e c’era davvero una classe operaia numericamente in crescita e sindacalmente in ripresa, che s’imponeva anche come problema culturale all’attenzione pubblica. Allora forse si poteva davvero sognare con qualche speranza in più e qualche rischio di delirio in meno, rispetto all’oggi lin cui siamo immersi in un’enigmatica moltitudine (termine che so controverso, ma che assumo almeno per intendere che non c’è più la classe operaia come la si pensava allora), di cui non sappiamo se e in cosa sia erede di quella classe operaia o se sarà invece un suo surrogato, sintomo del declino di un’alternativa di liberazione in dimensione mondiale.

L’immaginazione proletaria, che emerge in questi scritti, ha dunque una base reale per tutto il periodo che va dagli anni ’50 al ’68-’69; e Montaldi può polemizzare con ottime ragioni – da posizioni quanto si vuole minoritarie ma non fragili – con la sinistra e la sua (potremmo dire) immaginazione borghese (patriottica, stalinista, burocratica).

Essa ha due caratteristiche: non è individualistica ed è giovanile, vigorosa, aperta all’utopia. Non è, infatti, quasi mai solitaria (tranne in uno degli scritti e ne parlerò più avanti…). Scrive: «mi accorgo che in tutte le cose che ho fatto ho sempre favorito l’espressione degli altri, dei vicini, dei compagni che sono andato a cercare» (cfr, pag. XXV) e le prove di questo primato del contatto cooperativo con gli altri informa le sue stesse opere, da Autobiografie della leggera a Milano, Corea, è documentata dal fittissimo epistolario e ha segnato la storia del Gruppo di Unità Proletaria e del Gruppo Karl Marx.

Se, come ha di recente scritto Sergio Bologna, rifacendosi al sociologo tedesco Hans Speier, «non si è automaticamente proletari, si vuole esserlo, non si è ceto medio, si vuole esserlo. Il problema dell’identità è un problema di abitudini mentali, che solo in parte hanno a che fare con “condizioni oggettive”, quantificabili»2, la volontà di Montaldi di essere proletario assieme ad altri proletari (un proletario colto, un proletario che si costruiva le sue basi culturali nella memoria rivoluzionaria), bisogna dire senza cadere in vecchi determinismi, che essa ha anche una base materiale reale e specifica. Si potrebbe dire che, a partire dalle stesse condizioni familiari e dai contatti che egli intesseva sia a Cremona che altrove (e in quelli che rifiutava…), a lui riesce “più facile” essere proletario, a differenza di tanti intellettuali della sinistra del tempo; e quindi gli riesce “più facile” sfuggire alla lusinga del nazional-popolare stalinista, scegliere per maestro un Bottaioli, cioè un ex bracciante e piastrellista che un Lukács o un Adorno, non cadere nell’identificazione partito-classe che rimproverava ad un Lombardo Radice, ad una Rossanda, ad un Sartre.

Montaldi, morto purtroppo abbastanza giovane, pur avendo una memoria da elefante e avendo digerito altre sconfitte, innanzitutto quella della Resistenza, è stato esentato però dal vedere la degenerazione di tutta la cultura “dissidente” del ’68-69, ma anche la marcescenza dell’Urss e il trionfo – imperiale o imperialista – del “turbocapitalismo”. Avrebbe, anche adesso, ribadito quella sua fiducia nella classe «che sa sempre riprendere il filo e ricreare la propria avanguardia, e sa trasformare alla fine ogni sconfitta in una nuova ragione per continuare»? (160)

Non possiamo dirlo, ma la sua tenacia e il suo entusiasmo andrebbero salvati in qualche modo dallo scetticismo della nostra vecchiaia. Non è detto che l’immaginazione proletaria non possa fermentare sicuramente, in altre forme e in altre lingue, anche nella nuova dimensione imperiale o neoimperialista.

6. Il riferimento di Montaldi alla rivoluzione russa

Da questi scritti emerge quanto il mito positivo della Rivoluzione russa si sia conservato intatto in Montaldi. Montaldi accoglie persino nel linguaggio quella che possiamo definire senza giri di parole una retorica proletaria, quasi majakovskiana. Tre stralci a mo’ di esempio: «Violentemente sgomberata da mani proletarie da quel macabro parassitismo «versagliese» (130?); «L’operaio, anche singolo, che è il prodotto di questa trasformazione sente soprattutto se stesso come massa che ha un mondo da conquistare»(118); «la democrazia esiste ma là dove le masse proletarie dai milioni di teste prendono esse stesse nelle loro mani callose il martello del potere per picchiarlo sulla nuca della classe dominante» (1955, 54). La rivoluzione russa sembra poter entrare di peso nella misera storia italiana com’è entrata nell’immaginazione e nella stessa biografia di Montaldi. Egli manifesta più volte entusiasmo nella possibilità di «ricominciare tutto dalle fondamenta», come gli pare stia accadendo in Polonia o in Francia «presso quei gruppi marxisti» di cui cerca di portare conoscenza in Italia (145).

Certo dà sostanza alla sua immaginazione con tanti riferimenti teorici e storici (Lenin , il Partito Comunista d’Italia, la critica al trotzkismo, il richiamo a Rosa Luxemburg). La stessa sconfitta della Resistenza, letta in coerenza col suo pensiero come «fatto di classe» (1955,56), pesa su di lui, ma non gli impedisce di pensare che la possibile rivoluzione proletaria debba avvenire nel solco della rivoluzione russa. Da qui il suo proposito tenace: «Rimarremo vicini al proletariato, a continuare nella resistenza quotidiana ad opporci a coloro che hanno ingannato e tradito gli operai i soldati i contadini» (1955,58).

Oggi, in tempo di revisionismo storiografico e memori dei toni caricaturali e tragici che assunse quel mito negli anni Settanta , è fin troppo facile sorridere di questo insistere di Montaldi sui soviet, Lenin, il partito.

Le pagine degli Scritti dedicate all’argomento appaiono sicuramente datate. Tuttavia sottolineerei la differenza fra le prese di posizione di Montaldi sulle questioni della Rivoluzione russa e quella dei gruppi postsessantottini che pure vi si richiamarono (differenza che smentisce – mi pare – il tentativo compiuto a suo tempo da Stefano Merli di fare di Montaldi da una parte il continuatore del filone socialista e dall’altra il padre spirituale della nuova sinistra italiana).

Il richiamo a Lenin di Montaldi non è mai, infatti, diventato “leninismo” (Cfr. pag, 168). Il Lenin che affiora negli Scritti è quasi capovolto rispetto a quello che serviva al PCI di allora e ai gruppi dirigenti delle formazioni extraparlamentari per imporre “la linea”. Parlando della questione della disciplina, Montaldi ricava da Lenin l’insegnamento che non si deve mai impedire e soffocare la discussione (1958,168). Oppure sottolinea: «dice Lenin che il socialismo dev’essere introdotto nella classe operaia dall’esterno; ma non dice dall’alto, dice dal basso» (1958, 191). Montaldi poi in questi Scritti lascia capire che il rapporto partito/masse è qualcosa di ambiguo, importante e non del tutto importante. Il partito per lui è una «una forma contingente necessaria finché esiste la società borghese»(83), ma scrive anche che «per gli operai [il partito] è molto di più, e anche molto di meno», poiché «oggi gli operai possono occupare le fabbriche credendo di farlo in nome del partito ma l’importante, diceva Marx, è ciò che gli operai fanno, non quello che credono di fare (83)». Insomma, pur datato nel linguaggio, resta il fatto che la pratica di ricerca di Montaldi mal si concilia con il pedagogismo da partito o partitino e che la sua riflessione si arrestava prudente di fronte alla schematica riproposizione negli anni Settanta del partito “rivoluzionario”. Ciò vuol dire che quel mito non operava necessariamente a senso unico e che dall’esperienza proletaria e sociale Montaldi sapeva trarre correttivi per la sua immaginazione pur così fortemente proletkult.

7. I suoi contatti con la Francia

Il viaggio a Parigi che Montaldi ventiquattrenne compie nel ’53 non è un viaggio di formazione, ma di consolidamento dal vivo di precedenti contatti e di riconferma del suo muoversi in una dimensione internazionale, pur rimanendo a Cremona luogo centrale e vitale del suo lavoro militante [le radici mobili …]. A Parigi Danilo legge, s’informa, vede gente, è attento a certe riviste francesi del dissenso, che pongono l’esigenza di tornare ai principi fondamentali del marxismo: sono posizioni degli anni ’60 forti e vive e comuni a minoranze, che stavano uscendo dall’isolamento.

L’influsso di quella cultura è senz’altro determinante in generale, ma da essa Montaldi seleziona con cura i riferimenti e le posizioni coerenti con la sua visione. Apprezza Naville, che «riafferma la validità della prospettiva marxista» (1957, 131), si conferma nel pensiero dialettico contro ogni metafisica che vede «da una parte tutto il bene e dall’altra tutto il male», estende la sua critica alla cultura della «Gauche», sorella della Sinistra italiana con cui egli già era ai ferri corti (1956,74), esaminando l’opera dei «mandarini» (come Sartre, Camus, Jeanson, Merlau-Ponty) e «prendendo «il partito delle masse» (75).

Conferma dunque quel suo taglio proletario d’intervenire nel mondo degli intellettuali, che a volte è anche posa, diciamocelo, ma in lui è pratica coerente di vita, al limite del sacrificio che sempre comporta ogni militanza.

In questo Montaldi è vicinissimo al costume morale se non al pensiero religioso della Weil, di cui riprende, come fossero sue, le parole di Riflessioni sulla guerra:«l’impotenza in cui ci si trova a un dato momento non può mai essere considerata come definitiva, non può dispensare dal rimanere fedeli a se stessi, né scusare la capitolazione davanti al nemico, di qualunque maschera si vesta. E sotto tutti i nomi che può assumere, fascismo, democrazia o dittatura del proletariato, il nemico principale resta l’apparato amministrativo, poliziesco e militare; non quello dall’altra parte, che non è nostro nemico se non in quanto è il nemico dei nostri fratelli, ma quello di questa parte che si dice nostro difensore mentre ci rende schiavi. In ogni circostanza, il peggiore dei tradimenti possibili consiste sempre nel sottomettersi a questo apparato e nel calpestare, in se stesso e negli altri, tutti i valori umani per servirlo» (1957,120)

E un altro suo strumento per prendere le distanze da Sartre è ancora una volta la memoria: contro il Sartre (‘56?) che «nega una memoria di classe del proletariato», Montaldi, che a quella è fin da ragazzo legato, insiste sul valore della «memoria attiva per la quale basta solo un vecchio operaio per atelier, o la lettura di un vecchio articolo o un racconto orale, e di cui si è perso il senso». Crede al ruolo delle «minoranze rivoluzionarie» che «esistono dentro e fuori i sindacati e i partiti, che consapevolmente o inconsapevolmente cercano di superare»(84).

La memoria è per lui campo di battaglia (come per noi oggi alle prese col revisionismo storiografico). Si perde e si tratta di riconquistarla. Scriveva nel 1958: «I fatti storici del passato sono visti come avvenimenti archeologici, che non ci appartengono, che fanno parte di qualcosa d’altro che non siamo noi: la Comune, la Rivoluzione russa, la Rivoluzione spagnola non vengono ricordati come fatti delle classi, quindi continui, quindi impliciti nello sviluppo della classe, quindi ripetibili in altre, adeguate forme anche in un avvenire di cui si affronti la prospettiva; sono considerati come
”passato”, come passato remoto»(1958,190).

Sottolinea poi anche l’astrattezza di quel pensiero di Gauche che «quasi mai tende a diventare azione» (75), è una cultura che «non si fa momento di una politica», «se mai la Gauche vuole influenzare solo coloro che nell’azione già si trovano immersi», «se mai solidarizza con certe manifestazioni della vita proletaria, ma altre più particolari, più interne, le sfuggono e non le comprende».(76)

Sarebbe opportuno oggi – fatte le debite differenze di epoca e di problemi – confrontare questo “risciacquare i panni nella Senna” di Montaldi con altri risciacqui fatti successivamente da quanti hanno partecipato ai movimenti del ’68-’69 e del ’77. C’è da dire che l’ipotesi di abbandonare il marxismo in Montaldi è del tutto assente, mentre noi siamo stati posti di fronte a questo problema. Si può supporre che sarebbe rimasto estraneo a tutti gli sviluppi che vanno da Foucault a Deleuze e Guattari, al Negri di Marx oltre Marx? Non so. Il problema di quanto abbia inciso il rapporto con la cultura francese su Montaldi e quanto la sua immaginazione proletaria si sia difesa dalle posizioni dominanti d’allora (Sartre innanzitutto) o quanto egli avrebbe condiviso, se non fosse morto, gli sviluppi “postmoderni” dei membri di Socialisme ou Barbarie è una questione interessante e complessa ma che non può essere qui affrontata.

8. L’immaginazione proletaria di Montaldi ha un suo luogo: Cremona

Ma dove in questi scritti davvero l’immaginazione proletaria mostra tutto il suo fondamento materiale e vissuto è nel lavoro che il Montaldi maturo ha svolto a Cremona, luogo – ribadisce ancora nel 1965 (in una lettera a Monica Suter) – non felice, semmai tragico come «quel paesaggio solitario di lunghe spiagge tagliate dalla corrente del fiume» che però è « un mondo nel quale mi piace vivere».

Negli Scritti troviamo importanti testimonianze di questo legame personale, politico e culturale: la ricerca su «La Pignone» (36), Una inchiesta nel Cremonese (1956,90), I contadini della Valle padana (1958,161), Miglioli, Grieco e il contadino (1958, 226), il blocco di documenti su «La matàna del Po» (1959, 323), La cascina (1966, 433), Quelli del Po (1966, 442).. Sono esempi del montaldiano e attivo «stare vicino al proletariato», in dialogo, attraversando assieme la memoria, criticando con la discussione il metodo adottato, sottoponendo ad analisi la «prefigurazione», cioè l’immaginazione (91), esplorando i «luoghi dove si fosse manifestata una concreta attività proletaria, con i suoi momenti di passione e di crisi».

Il «gruppo esterno»(97) che a Cremona nasce è l’eco intelligente (da “linea lombarda”, politicamente parlando) per quegli anni e non la scimmiottatura del partito di Lenin. Così, nel cogliere dal vivo permanenze e divenire delle forme di vita contadina, anteriori e posteriori all’industrializzazione delle campagne, Montaldi può polemizzare da posizioni di forza con la letteratura che in quegli anni ci occupava del mondo contadino e dell’immigrazione, che era ancora orientata dal modello neorealistico ma in modi sempre più estetizzanti (si vedano le sue critiche a Carlo Levi e a Zavattini e, per il cinema, la sua polemica col Visconti di Rocco e i suoi fratelli (382…). Egli è critico verso le «presunte immutabili costanti del mondo agrario, il quale invece come qualsiasi altra realtà storica si sviluppa, si afferma, entra in crisi, si trasforma»(201); e si potrebbe vedere nella sua ricerca un percorso che «dalla saggezza contadina» va all’«ideologia proletaria» o che vede già l’ideologia proletaria in quello che altri chiamano saggezza contadina, folklore (202).

La sua attenzione è alle trasformazioni del lavoro, che stacca i giovani dagli anziani e riduce l’importanza della comunità familiare, per cui «saggezza contadina», «dono», «racconto», miti vengono continuamente rielaborati. Tutte da studiare (ma esula dal mio intervento) sono le due presentazioni di Autobiografie della leggera (196) e, quasi in contemporanea, di Militanti politici di base (199), dove insiste sulla contrapposizione fra mitologia e storia.

9. Montaldi e la cultura di sinistra

La fittissima serie di considerazioni spesso contingenti e frammentarie sulla cultura di sinistra degli anni Cinquanta Sessanta (l’arte, il cinema, la letteratura) presente negli Scritti è volontà di contrapporre una cultura proletaria all’ottica prevalente del nazional-popolare. Ancora ritroviamo l’empito tutto giovanile «per una vita proletaria che diventi pienamente umana» e per un’azione d’avanguardia, alla quale «una falange di scrittori-operai deve contribuire, purché sia illuminata non nostalgica» (62).

Le preferenze e i rifiuti di Montaldi sono coerenti con la sua visione e la sua pratica politica e sociale.

Le preferenze vanno innanzitutto al grande cinema di Ejzenštein, alla letteratura e al cinema francesi, che sanno trattare i personaggi-operai, mentre in Italia non c’è spazio per un’«una originale creazione proletaria» (61), alla poesia di protesta (61), al lavoro delle riviste controcorrente come «Discussioni»(175) e «Ragionamenti», alla raccolta di autobiografie (60), strada che presto Montaldi imboccherà, non limitandosi a raccogliere del mondo proletario solo i documenti «corali», quindi di sfondo, ma anche i monumenti, spingendosi dunque verso una «valutazione letteraria del documento» (Il suo riferimento allora era il Rocco Scotellaro dei Contadini del Sud (61), un libro di biografie scritte e orali di uomini del Meridione), alla sociologia, che egli pensa di usare come disciplina contro la burocrazia (1958,290) e contro la letteratura neorealistica diventata «fregio e ghirigoro».

I suoi rifiuti colpiscono il cinema italiano, di cui parla come «un mucchio di rovine» dalle quale spicca la «miseria di piccoli borghesi piagnucolosi» (51), l’uso regressivo del dialetto in letteratura, gli «esami di coscienza» degli intellettuali (bersaglio ancora Lucio Lombardo Radice come esemplare di un «ampio settore della cultura di sinistra»), le false commozioni «per le riabilitazioni del XX Congresso», il «togliattismo come stalinismo puro»(179), le mitologie del proletariato come «buon selvaggio». Completamente ignorate o snobbate sono il formalismo della neoavanguardia e i raffinati giochi combinatori e fiabeschi di Calvino. Impressiona la serie degli intellettuali di sinistra ufficiale e critica bersagliati dalle critiche di Montaldi in tutto l’arco che va dal dopoguerra alla sua morte; e mi risparmio l’elenco o gli esempi.

10. Su alcune ombre dell’immaginazione proletaria di Montaldi

In genere, e non solo nella critiche all’intellettualità di sinistra, Montaldi sembra condividere in pieno l’idea marxiana che il proletariato non ha bisogno di farsi delle illusioni su se stesso, né logicamente di nascondere o di abbellire i suoi interessi e i suoi obbiettivi e che la critica delle ideologie condotta a fondo farà del proletariato una classe perfettamente trasparente a se stessa. Che questo poi sia avvenuto nella storia fra Otto e Novecento non possiamo certo affermarlo. Lo scivolamento fra reale e immaginario, fra mito e storia è costante sia per i dominatori che per i dominati.

Oggi, dunque, nella rilettura degli Scritti, terrei più presente la zona d’ombra che, suo malgrado, Montaldi mutua dalla visione marxiana, ancora fortemente illuminista e a tratti positivista. Anche questo è forse un condizionamento d’epoca per la sua generazione. Freud (nomino lui per indicare un simbolo di un atteggiamento più avvertito di questi problemi) è nominato una sola volta e en passant negli Scritti.

Faccio tre esempi dove, secondo me, la sua immaginazione proletaria tocca queste zone d’ombra senza avvertire che le aggira invece di penetrarvi a fondo o contraddicendo, in un caso, il suo stile profondamente antiromantico.

Primo esempio: sulla rivoluzione russa

La preminenza che ha per lui il mito della Rivoluzione russa comporta una rimozione degli effetti profondi dello stalinismo. Montaldi coglie che nello stalinismo c’è fede e sacralizzazione del partito e del capo. Ma vi contrappone solo – sottolineo questo solo – la critica e il metodo scientifico. Non so se Montaldi potesse condividere l’idea di molti antropologi che un mito si combatte solo con un altro mito. Ma mi pare che l’aspetto più oscuro di quella “religione” stalinista non gli riuscisse di afferrarlo (come invece ha potuto fare di più un Moshe Lewin, che ha mostrato quanto l’immaginazione proletaria degli operai sovietici si fosse purtroppo “compromessa” con lo stalinismo e che il “tradimento” della rivoluzione non implicava solo i dirigenti o il partito).

Montaldi, nel caso dello stalinismo, era frenato dalla diffusa mentalità dei militanti del tempo e forse anche delle conoscenze storiche di allora. Ma in effetti la sua critica si attesta sul piano ideologico. È soprattutto polemica contro l’ideologia del nazional-borghese.

L’unico di questi scritti esplicitamente dedicato a Stalin tocca una questione davvero secondaria, come quella delle posizioni di Stalin sulla lingua.

Quando accenna alla «degenerazione» (159-60) del partito o del sistema sovietico, Montaldi si ferma a considerazioni generali ma generiche: «La degenerazione del partito, a giusta ragione, porta oggi il nome di Stalin. Ma questo non significa che un patrimonio ideologico come quello bolscevico sia da dimenticare. Non ci sono mai state garanzie perché un partito non degenerasse; né ve ne sono per qualsiasi altro organismo della classe» (160); e anche i pochi riferimenti a Victor Serge si fermano all’apologia del rivoluzionario, ma non interrogano da vicino l’esperienza che Serge ebbe della involuzione staliniana.

Secondo esempio: «Su alcuni paesaggi» (1957, 134)

Questo, fra gli scritti dedicati al Cremonese, mi ha impressionato proprio perché scopre di più una sensibilità romantica verso un passato perduto (non dissimile mi pare da quella che rimproverava a Bosio ed altri), una sensibilità meno “proletaria”, meno “trasparente”, marxiana solo per uno scatto finale tutto verbale.

In questo saggio, infatti, [inviato per lettera anche a Fortini, non so se nella medesima stesura] Montaldi s’abbandona allo sguardo del promeneur: Se ne va in giro per la campagna, con un «un piccolo Goethe rilegato e di traduzione ottocentesca, che porto sempre con me» aggiunge (135); mostra d’essere un conoscitore minuzioso della storia locale dei monumenti; costruisce analogie sottili fra le sue letture e l’ambiente circostante («aspirazione gotica di certi paesaggi locali»,137). Sembra, insomma, affascinato dalla mentalità locale («la tetraggine del temperamento basso-lombardo»), dallo « sfondo pagano» che fa persistere paure secolari «soprattutto nelle donne anziane», copie – dice – di «quelle che dovettero essere le primitive abitatrici del fiume»137.

Qui una predilezione per il “popolare” («le preziose notizie trasmesse in tono paesano ci guadagnano, non ci perdono» (134) e un’attenzione acuta a «tutto un mondo patriarcale, militarista, paternalistico e cattolico che se n’è andato, [142]» e ai suoi residui ottocenteschi lo conduce a un’esperienza puramente estetica, altre volte respinta («Staccatomi dagli amici, mi diressi da solo verso quel romitorio, che sapevo,…per poterne fare una privata verifica, e godermela tutta da solo», 140; «Né si può dimenticare la bellezza degli stendardi feudali»,142).

Siamo nel 1957 e Montaldi ha 28 anni, si dirà. Ma il gusto per il diroccato e il funebre («Le chiese più vecchie, i torrioni, questi cimiteri, sono le cose da vedere in queste campagne»,135), rafforzato da commossi «ricordi di letteratura inglese» (136) e pensieri di morte («e mi ricordava che più di un anno fa io volevo scrivere qualcosa a proposito del sentimento della morte che si ha qui, nelle campagne» (136) è quello romantico.

L’attenzione è proprio alle permanenze dell’arcaico («E pertanto io ci passo attraverso a queste enormità di campagna, come mi capitava di promanarmi al museo dell’uomo del Palais de Chaillot tra i monumenti della civiltà africana e oceanica. Che questa non è meno Africa e Preistoria di quella» (138). E non manca l’accoppiata di amore e morte: la storia della «nobile P.», una signora lesbica (141).

Solo a tratti o alla fine rispunta il marxista, lo scatto materialistico e marxiano, che dal riferimento alla ««gramezza» (veramente cristiana) della vita che vi si conduce (che genera appunto quel sentimento) passa, come un pistolotto finale e improvvisato, all’affermazione: «poiché sappiamo ciò che i proletari sanno: che c’è un mondo, cioè, che è ancora tutto da guadagnare» (143).

Terzo esempio: Il rapporto Montaldi-Fortini

Vorrei accennare – anche per una questione personale di stima e di affetto per la memoria di entrambi – alla necessità di un confronto Fortini-Montaldi.

Preciso subito: non è confronto fra un periferico e uno «scrittore europeo» (come si è detto di Fortini). Montaldi aveva i suoi circuiti europei diversi da quelli di Fortini (non casualmente sartriano).

Sono due figure che, pur sapendo in contrasto [e gli Scritti mi hanno provato ancor più la loro distanza], continuo a sentire storicamente complementari, come se entrambe contenessero elementi essenziali della crisi che abbiamo vissuto lungo il secondo Novecento.

Sono due volti di quella crisi – diciamo pure – uno proletario e l’altro piccolo-borghese, uno proletkult e l’altro ammantatosi della «sublime lingua borghese», l’uno aperto all’ operaismo del ‘69 e l’altro alle controverse dinamiche dell’intellettualità di massa del ’68.

Ci sono pochi elementi per approfondire questo confronto. L’avvicinamento dei due avviene negli anni Cinquanta-Sessanta. Purtroppo il rapporto s’interrompe bruscamente. Il carteggio fra i due è limitato: iniziato attorno al ’55, per iniziativa di Montaldi che vedeva nell’esperienza de Il Politecnico un modello per sé e i suoi giovani compagni, si conclude già attorno al ’63, con una lettera in cui Montaldi rivendica orgogliosamente il fatto di non frequentare i luoghi «dove si elaborano le riviste politiche come opere d’arte» e rimprovera così Fortini a cui ha mandato dei bollettini del Gruppo di Unità proletaria: «non ci hai mai rivolto una critica, non ci hai mai detto che avevi qualcosa da dare, da scrivere, nemmeno un’indicazione sugli argomenti da trattare, da sviluppare, non un indirizzo cui mandarlo..-»(Lettera di Montaldi del 9 marzo 1963 ).

Di fronte alla vastità del processo d’industrializzazione e massificazione della cultura e della scuola di quegli anni, l’emissione di polemica sia da parte di Montaldi che dei suoi avversari appare oggi tanto più esorbitante quanto più sterile. La critica alla politica censoria del PCI da una parte e la difesa attardata del nazional-popolare dall’altra si lasciava passare sotto gli occhi l’offensiva capitalista condotta attraverso scuola e mezzi di comunicazione di massa.

A quei processi, in quegli anni Sessanta, si reagiva o con l’opera anarchicheggiante di Bianciardi o con la difesa e il tentativo di sviluppare la cultura proletaria di Montaldi o con il tentativo di Fortini di salvare l’insegnamento del Politecnico ponendosi in senso gramsciano il problema dell’organizzazione della cultura dal suo interno, proponendo una una manualistica molto ben fatta, tentando di elaborare una «scrittura comunicativa media» (Fortini, 440), sperando di influire «attraverso il linguaggio negli strumenti di comunicazione di massa» – tentativo dichiarato poi fallimentare dallo stesso Fortini (« questa idea si rivelava buona per il Manzoni, non per noi. L’immenso flusso di informazione-comunicazione avrebbe distrutto completamente una simile possibilità» (Fort,440 …). Non era più questione di censura politica esercitata dal Pci ( tramite Antonio Giolitti) che colpiva l’opera di Trockij o faceva uscire Serge nella Nuova Italia, ma era – come dice ancora Fortini – che le case editrici «diventavano sempre più organi che veicolano mode» e si andava formando (anche coi tascabili)un ‘intellettualità di massa (Fortini dice «di secondo rango»).

Di fronte a quei processi tutte le varie culture della sinistra, sono risultate perdenti o hanno dovuto in qualche modo piegarsi. Ma anche l’ipotesi montaldiana della cultura proletaria non ha retto all’urto.

Anche in questo caso, perciò, penso che l’immaginazione proletaria di Montaldi è rimasta prigioniera del mito, che ha fatto ombra ad un’analisi più spregiudicata sulla capillarità e intensità dei processi che avvenivano nell’industria culturale. Ed è strano non trovare contributi in proposito da parte di Montaldi, che pure faceva il traduttore per Einaudi, Feltrinelli e Mondadori, ed era implicato in qualche modo in questi processi dell’industria culturale, subendone anzi conseguenze sul piano personale (La vicenda del rifiuto della Feltrinelli di pubblicare il Saggio sulla politica del PCI non è irrilevante andrebbe oggi indagata a fondo).

[lettera sull‘uso della scuola] Come se egli non vedesse quanto si andasse preparando e che a noi ci aveva già coinvolto in pieno.

Perciò, ritengo particolarmente esasperate e forse mal indirizzate le accuse rivolte a Fortini, specie rispetto alla traiettoria successiva da lui compiuta fino alla sua morte del ’94, che è verificabile oggi se si leggono le sue amare (e anche autocritiche diagnosi sulla politica culturale tentata in quegli anni):

«Una volta si pensava che le idee determinassero delle conseguenze: oggi il margine delle conseguenze è stato eliminato nel pluralismo totale, e la democrazia delle idee spinte all’estremo, come in quelle sette protestanti dove nel coro ognuno canta un salmo per conto suo, secondo che lo spirito detta. Così ognuno di noi canta la sua nota, e tutto finisce lì, nessuno mira alle conseguenze. Allora quando mi domandano se esista una cultura d’opposizione , io rispondo: no esiste, ed è meglio così. Finora la cultura d’opposizione è stata essenzialmente una cultura d’opposizione interna. Le uniche vere culture d’opposizione della prima metà del secolo, paradossalmente, sono state da un lato quella di origine leninista, dall’altro quella nazista. Le quali, beninteso, non hanno alcun rapporto tra di loro e rappresentano cose diversissime, ma entrambe sono d’opposizione sul serio, e prevedono certe conseguenze. Oggi darsi da fare per una cultura d’opposizione è ridicolo, perché i temi di quelle che erano le parti in conflitto sono oggi distribuiti nel magma dell’informazione-comunicazione attuale» ( Fortini, Interviste 1952-94, pag. 446),

Certo Montaldi non si è chiuso come Fortini nella «sublime lingua borghese» e era fuori dalla sua logica tentare dall’interno dell’editoria, del giornalismo, del mondo universitario di contrastare questi processi.

Il suo tenersi legato – l’abbiamo visto più volte – al mondo proletario in termini concreti ha significato per lui anche non “far carriera”. Il suo antiaccademismo (non antintellettualismo, egli è intellettuale raffinato ma proletario) che lo distingue dagli altri intellettuali della Sinistra (il convinto rifiuto di professionalizzarsi di Montaldi è un sintomo) a me risulta sicuramente più simpatico e congeniale.

Questo restare vicino al proletariato (ma memore della storia delle lotte proletarie) gli permette di essere sicuramente più attento di altri alle trasformazioni del mondo proletario. Rispetto ad un Pasolini, ad es., è politicamente molto più agguerrito, evita perciò il suo populismo e d’altro canto non ritengo neppure sbagliato essersi distanziato anche dal lucaccianesimo o l’adornismo di Fortini.

Ma – ripeto – questa fedeltà al mondo proletario ha avuto anche i suoi risvolti negativi. Certe trasformazioni proprio sul lato che oggi chiamiamo dell’”immateriale” quel proletariato le ha – come abbiamo visto noi in questi oltre 25 anni dalla sua morte – poi subite. Con quella cultura proletaria non era più possibile intervenire per fronteggiarle o avvantaggiarsene almeno in parte.

Questo dobbiamo dircelo, se non vogliamo abbandonarci al culto amicale. La “disattenzione” di Montaldi sul ’68 studentesco mi pare sveli una sua difficoltà. Questi fenomeni toglievano spazio alla sua visione proletaria: l’emergere di un’intellettualità di massa era qualcosa di abbastanza estraneo alla sua immaginazione, ma la storia successiva ci dice quanto le nuove figure (movimento del ’77, ecc. ) avessero il vento in poppa, vento ambiguo capitalista e postcomunista come si è poi detto, e quanto oggi ne siamo coinvolti nolenti o volenti.

La polemica con la Sinistra si è svuotata, non perché si possa giustificare quella politica, ma perché anche quella è venuta meno, si è dissolta. Il tenace riferimento proletkult di Montaldi è stato fertile sul piano della sua ricerca, ma oggi dobbiamo dirci che Autobiografia della Leggera e Militanti politici di base per non ridursi a letteratura dovranno aspettare che si riaffacci il bisogno di qualche nuova forma di memoria che possa aver bisogno delle verità che contengono.

11. Conclusioni: La mia lettura degli «Scritti 1952-1975)

Dopo aver trattato il tema che mi sono proposto, voglio accennare al sentimento contraddittorio che ha accompagnato questa mia rilettura degli scritti di Montaldi. Avevo conservato di lui in tutti questi anni un ricordo congelato dalla sua morte e subito dopo dagli strascichi amari e spesso tragici del periodo di quella militanza politica che era stata occasione e ragione del nostro incontro.

L’avevo espresso in questa poesia a lui dedicata che mi permetto di leggere:

Milano, Corea

a Danilo Montaldi

E qui ammutoliti stemmo:
i corpi sfibrati di fatica
le sopraccoperte a fiorami sulle brande
le collezioni di tiepide bamboline
nelle credenze vetrate.

La sterpaglia, i cantieri guardammo
come nuotatori
che all’improvviso restringersi del mondo
spengono sul vuoto d’aria attorno
occhi, cuori e volere
e sprofondano
con la muscolatura serrata
trattenendo in un unico spasimo
persino l’azzurro respirato dai loro padri.

Nel riprendere in mano ora questi scritti, due fatti mi si sono imposti:

1) il ribaltamento dell’immagine personale che avevo di Montaldi a causa del tempo passato: se, giovane immigrato e militante politico di base nell’hinterlad milanese, quando lo conobbi attraverso alcuni incontri e lo scambio di poche lettere tra 1973 e 1975, egli mi appariva un possibile compagno-maestro-fratello maggiore, oggi mi sono ritrovato nella posizione del vecchio, che fa i conti con un giovane e sotto certi aspetti con la propria giovinezza (la mia). E mi si è posto il problema di non far pesare oltremodo questo mio invecchiamento, di difendere oggi attraverso quella di Montaldi anche la mia giovinezza e salvare criticamente però quella dimensione proletaria presente nel suo/mio “tempo perduto”;

2) la consapevolezza della fine di quell’epoca e di una situazione attorno a noi completamente mutata. Nel passaggio – come si dice – “dal fordismo al postfordismo”, tutto è diventato più “immateriale”, i soggetti sociali e politici a cui facevamo riferimento allora sono stati emarginati, altri più indistinti o “mutanti” li vanno sostituendo; siamo tutti meno “proletari”, più “intellettuali”, più “ceto medio” o “moltitudine”. Siamo tutti di fatto più distanti da Montaldi.

Questo profondo cambiamento nel reale e nel nostro modo di pensarlo mi ha suggerito di guardarmi da una lettura degli Scritti solo simpatetica o basata su un’ottimistica continuità.

Al di là della possibilità di ripresa di aspetti decisivi dello stile di Montaldi (un nuovo tipo di memoria, l’inchiesta fra gli strati del lavoro informatizzato o fra i nuovi immigrati), il tentativo che dobbiamo fare è quello di tradurre il senso alto e nobile che Montaldi ebbe della condizione proletaria per questo nuovo ceto medio o neoproletario o moltitudine di oggi.

Ennio Abate 9 maggio 2003

Note

1 B. Baczko, Immaginazione sociale, Enciclopedia Einaudi, Einaudi, Torino, 1979, pag.55.

2 S. Bologna, Per un’antropologia del lavoro autonomo, in Il lavoro autonomo di seconda generazione, Feltrinelli, Milano, 1997, pag.99.

Alla ricerca del 25 aprile perduto


a cura di Samizdat

Due minimi suggerimenti per ricominciare a pensare fuori dalla retorica festaiola un 25 aprile da subito monumentalizzato o sfregiato o edulcorato. Continua la lettura di Alla ricerca del 25 aprile perduto

Perché “Poliscritture Colognom”

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di Ennio Abate

In anni passati il tema della città riuscivo a esplorarlo con passione. Non per interessi professionali – non sono architetto, urbanista o sociologo o storico locale – ma politici.
Eravamo giovani, quasi tutti immigrati. E ci eravamo incontrati e organizzati, nel 1969, in un Gruppo Operai e Studenti di Cologno Monzese. Per anni tessemmo rapporti coi suoi abitanti, immigrati quasi tutti anche loro: operai di piccole fabbriche, donne e ragazzi dei quartieri, studenti delle superiori o di università.
Conobbi allora anche Danilo Montaldi, l’autore di Milano, Corea. Inchiesta sugli immigrati. Anzi, essendogli arrivato chissà come  tra le mani un nostro volantino, venne lui stesso a  cercarci a Cologno.
Nella postfazione alla nuova edizione del suo libro (1975) parlò anche di noi, “i giovani scattati col ’68-69”, e  fece  un ritratto secco, realistico, della città di allora  in drammatica trasformazione.  Lo ricopio: Continua la lettura di Perché “Poliscritture Colognom”

Tre incontri con Giampiero Neri

Riordinadiario 2000

di Ennio Abate

Se n’è andato anche Giampiero Neri. Con Danilo Montaldi, Franco Fortini, Giancarlo Majorino, Renato Solmi e Michele Ranchetti – diversissimi tra loro, distanti o addirittura contrapposti per orientamenti poetici, politici e culturali – anche lui  ha rappresentato  per me una figura della generazione dei possibili padri. Da interrogare dal vivo e mediante la lettura delle loro opere. Da comprendere ma anche da mettere in discussione. Al di là delle automitologie personali o dei loro cortigiani, seguaci e  amici più intimi. L’ho fatto per quanto mi è stato possibile. Oggi  ricordo Neri pubblicando i miei appunti di diario sui tre incontri che ebbi con lui prima della purtroppo infelice ed equivoca nostra comune esperienza nella rivista Il Monte Analogo (qui). Ciao Giampiero. Continua la lettura di Tre incontri con Giampiero Neri

Gabriella Montaldi Seelhorst, La formazione. Lasciare un segno

In «Lasciare un segno nella vita. Danilo Montaldi e il Novecento»
a cura di Goffredo Fofi e Mariuccia Salvati (6)

di Ennio Abate

Ho letto con rispetto e curiosità questo saggio   di Gabriella Montaldi Seelrhost, la vedova di Danilo Montaldi; e, al posto di una breve recensione, mi è venuta fuori una riflessione  lunga e impegnativa. La propongo con la massima disponibilità a confrontarmi (in particolare con  quanti conobbero ben più di me Montaldi) e, se necessario,  a correggerne il taglio forse troppo critico che ha preso. 

Il saggio si concentra sul  periodo di formazione e si conclude con la seconda metà degli anni Cinquanta, quando la  ricerca da autodidatta di Montaldi ottiene il riconoscimento di intellettuali  di valore come Fortini, Vittorini, Pizzorno e le sue prime “storie di vita”  compaiono su importanti riviste italiane.
Continua la lettura di Gabriella Montaldi Seelhorst, La formazione. Lasciare un segno

Enrico Pugliese, La ripresa della ricerca sociale in Italia nel dopoguerra

In «Lasciare un segno nella vita. Danilo Montaldi e il Novecento»
a cura di Goffredo Fofi e Mariuccia Salvati (5)

di Ennio Abate

Enrico Pugliese ripercorre puntigliosamente la storia contorta e agli inizi stentata degli studi sociologici in Italia nei cosiddetti “trenta gloriosi” che videro una certa «ascesa della classe operaia» (pag. 107); e in vari punti si ricollega al saggio di Mariuccia Salvati, che  in questo stesso volume ha analizzato il resoconto di Montaldi sul 1° Congresso nazionale di Scienze sociali (Milano, 1958).
La ripresa degli studi sociologici si ha nel dopoguerra.  E gli ostacoli maggiori vengono dalla condanna dell’autorevolissimo allora  Benedetto Croce (pag. 123), che definì la sociologia «inferma scienza arbitraria [e] sconclusionata» declassandola ad “americanata”. Ma anche dai  crocio-marxisti: in genere gli intellettuali del PCI. Anch’essi la squalificarono come «scienza padronale» e «strumento di controllo sociale», appellandosi da scolastici alle critiche alla sociologia positivista presenti nei «Quaderni dal carcere» di un Gramsci isolato e pertanto all’oscuro  dei nuovi fermenti della ricerca sociologica a  livello internazionale.
Questo clima plumbeo e conservatore della cultura italiana si prolungò fino almeno alla metà degli anni ’60. E Pugliese fa bene a riportare le accuse  di estremismo e di «scarsa saldezza teorica» lanciate da intellettuali del PCI contro i «Quaderni Rossi» (pag. 125), le dure critiche che accolsero la pubblicazione dell’inchiesta di Gianni Alasia e Danilo Montaldi confluita nel libro «Milano, Corea» (1959) e i tentativi di censura nella stessa Einaudi contro il libro di Goffredo Fofi, «L’immigrazione meridionale a Torino» (1964).
Pochi  sfuggirono al conservatorismo di quei decenni. Pugliese  cita per il Sud il lavoro poetico e letterario di Rocco Scotellaro (pag. 115) che, in rapporto con la ricerca sociale condotta da Manlio Rossi Doria a Portici, nella sua opera incompiuta, «Contadini del Sud», stava tessendo (in sintonia con Montaldi) «dettagliate biografie di personaggi rappresentativi  della società meridionale».  E per il Nord,  oltre alle inchieste sugli immigrati di Alasia e Montaldi e di Goffredo Fofi appena ricordate, l’inizio a Torino da parte di Raniero Panzieri e dei redattori di «Quaderni Rossi» di un discorso sull’«uso socialista dell’inchiesta» in diretto rapporto con le nuove realtà del lavoro operaio. Con le parole di Giovanni Mottura le sue caratteristiche vengono così sintetizzate: – ridimensionamento (non sottovalutazione) delle tecniche (interviste, colloqui); – distinzione (ma non contrapposizione) tra  «il momento della stasi» nella condizione operaia e quello della lotta;  – necessità di un’analisi ininterrotta per cogliere  il continuo mutare delle forme e dei fenomeni specifici dello sviluppo capitalistico; – funzione politica attiva (militante) di chi svolge l’inchiesta e formula le domande  (pag. 128).
Queste esperienze innovative Pugliese le vede proseguire fino agli inizi degli anni Settanta  e confluire nella rivista «Inchiesta»  a cui collaborano giovani ricercatori provenienti dall’ambito sia accademico che sindacale (pag. 126).
Non ci troviamo, però, di fronte ad un loro sviluppo irresistibile e senza contrasti. Nella stessa area dei pionieri degli studi sociologici in Italia l’incerta dialettica tra una sociologia “dall’interno” (inchiesta, con-ricerca), avviata da Panzieri e da Montaldi,   e  una sociologia accademica  finisce in un netta contrapposizione.
I fautori di una sociologia come  “scienza fredda” – i Guiducci , i Pizzorno – puntano  allo «“sdoganamento” della sociologia nella cultura» e a conquistare per essa «la  rispettabilità accademica». Mentre  Montaldi – Panzieri morì presto nel 1964 – ribadisce che il ricercatore  «è innanzitutto un militante» (pag. 131)  e denuncia il «limite di natura politica» , la piega  “riformistica”, che andava prendendo una «sociologia ormai istituzionalizzata» e intenta all’«invenzione di un proletariato sociometrico» (pag. 130).
Questo contrasto segnala, secondo me, una pesantissima e tuttora irrisolta crisi, che viene elusa. Quando in questo suo saggio Enrico Pugliese si rammarica per  per la scarsa attenzione data alla nuova trasformazione in  corso, che per lui  rappresenterebbe una «novità di portata paragonabile a quella dei tempi dei lavori di Montaldi e dell’inchiesta operaia dei “Quaderni Rossi» (pagg. 109-110) e dimostrerebbe l’attualità dei contributi di Montaldi e la necessità di ripensare  quelle sue esperienze, trascura due cose. La prima. Che, come ho già detto (qui), dopo gli anni ’70 (meglio: la sconfitta degli anni ’70) di riprese della pratica dell’inchiesta o della con-ricerca se ne sono viste o se ne vedono poche. La seconda. Che come minimo l’istiuzionalizzazione o accademizzazione della sociologia ha impoverito e marginalizzato le esperienze militanti.  E, perciò, a me pare debole e contraddittorio lo stesso auspicio di Pugliese. Come si fa, infatti, a considerare «ovvio che Montaldi non abbia mai ricercato  né accettato una collocazione accademica» (pag. 132) senza chiedersi il perché di quella sua scelta; e aggiungere, invece, poco dopo che «c’è da chiedersi se per condurre con-ricerca oggi sia indispensabile aderire alle opzioni ideologiche e politiche di Montaldi, alla creazione del gruppo “interno- esterno”, all’intento di realizzare un progetto politico come il suo»?
Ancora oggi quel conflitto tra sociologi accademici e “sociologi”  militanti mi pare indicare un bivio che ha sospinto ricercatori e studiosi in direzioni molto diverse, se non del tutto contrapposte. Ridimensionarlo in modi concilianti, come mi pare faccia Pugliese –  ora  lusingato dal fatto che Pasolini  sottolineò «soprattutto la qualità letteraria» di Montaldi (seguito in questo a ruota da Piergiorgio Bellocchio), ora  affermando che il narratore Montaldi «può essere un grande sociologo e mostrarlo anche attraverso la narrazione» – mi pare una scelta riduttiva.
E del comunista Montaldi che diciamo, che ne facciamo?

Mentre leggo questi nuovi saggi su Danilo Montaldi si rafforza un’obiezione sicuramente antipatica contro un non detto da parte di chi ancora s’occupa di queste esperienze; e che potrei formulare provocatoriamente così: Danilo Montaldi l’avrebbe davvero meritata una bella laurea honoris causa in sociologia (magari dei “marginali”). O nel nuovo settore della storia orale. O – perché no – in letteratura. Ma era un militante, pensava ancora al “comunismo  delle origini” («livornismo»). E però i tempi sono troppo cambiati. Certo, è attuale il sociologo, è attuale il narratore, ma risparmiateci il comunista,  l’ideologo insomma! Lodiamolo, sì, ma prendiamo  – poco, poco, eh! –  le distanze. Forse tornerò su questa mia “impressione”. Nel frattempo  aggiungo qui sotto, in appendice, alcune citazioni. Anch’io ogni tanto faccio il «pescatore di perle». E chi le leggerà  deciderà per conto suo dove vado (o vorrei andare) a parare…

 

Appendice

1.
«Sergio Bologna avrebbe poi affermato, nella primavera del 1975, nel necrologio scritto in occasione della morte di Montaldi sulla rivista Primo Maggio che: “non c’è vigliaccata peggiore che dargli del sociologo, di attribuirgli uno sforzo di identificazione o di traduzione delle sue «storie dirette. […]. Un vasto processo di ricomposizione organizzativa del corpo rivoluzionario tende a rompere il vincolo nel quale, dal 1945, in Europa, il proletariato può vivere, dibattere, crescere, invecchiare, ringiovanire senza però poter mai uscire dalla condizione nella quale si trova ristretto. La condizione perché venga infranto tale giro vizioso […] è di spezzare l’accordo che lega i partiti tradizionali del movimento operaio alle forze della guerra e dell’imperialismo.»

(Da «L’autonomia di classe…innanzitutto!» (16 Maggio 2016) https://www.carmillaonline.com/2016/05/16/lautonomia-classe-innanzitutto/di Sandro Moiso )

2.
«Perché la tentazione che secondo me ha avuto questa generazione di operaisti è quella di diventare semplicemente dei sociologi, e non a caso sono stati prodotti alcuni dei principali sociologi italiani: Massimo Paci, Vittorio Rieser, Giovanni Mottura, abbiamo riempito di illustri baroni e meno baroni l’università italiana, dei sociologi veramente di altissimo livello. Altri però più che sociologi volevano diventare qualcos’altro»

(da Sergio Bologna, «Operaismo e composizione di classe», https://www.infoaut.org/notes/operaismo-e-composizione-di-classe)

 

Stralci dal saggio di Enrico Pugliese

1.

2.

Bruno Cartosio, A Milano. L’incontro con Danilo Montaldi

in «Lasciare un segno nella vita. Danilo Montaldi e il Novecento»
a cura di Goffredo Fofi e Mariuccia Salvati (4)

Suntino e stralcio  a cura di Ennio Abate

Bruno Cartosio è stato prima lettore di alcuni libri di Montaldi e, più tardi, l’ha conosciuto di persona. Qui, in forma  autobiografica,  narra  di quando lesse «Milano, Corea», tra 1963-1965, studente alla Statale di Milano ai tempi in cui vi insegnavano Dal Pra, Berengo e Gambi. E così scoprì che la metropoli  milanese aveva anche un’altra faccia, quella degli immigrati dalle zone povere d’Italia (pag. 186). Ad «Autobiografie della leggera», pubblicato nel 1961, ci arriva subito dopo, nel 1971.  Dopo essersi recato, nel 1969, negli USA  e essere stato in Canada per due anni come insegnante. Qui si era imbattuto  in «Marty Glabermann, ex operaio, studioso e militante, ex trockista a cui faceva capo un gruppo operaio e intellettuale marxista» (pag. 191), che lo aveva messo al corrente di  un destinatario italiano –  Montaldi, guarda un po’! – a cui spediva la sua/loro rivista «Correspondence».  E Glabermann accompagna a Cremona nel 1974 per conoscere,  con lui e di persona, Danilo Montaldi.  Nella sua testimonianza Cartosio  dice molte altre cose interessanti: – come la sua formazione di studente (allora legato al PCI) e poi di storico  ricevette stimoli e suggestioni dai libri di Montaldi (nel 1965 intervistava “alla Montaldi” alcuni vecchi partigiani); –  come si addentrò nel campo della etnomusicologia assieme a quelli del Nuovo Canzoniere Italiano (Bosio, ecc.) e dell’Istituto Ernesto De Martino (Coggiola, ecc.),  o in quello (nascente) della storia orale (Bermani, Portelli); – come queste esperienze in Italia s’intrecciarono con la rete  della «nuova storia sociale» statunitense: quella operaia di Gutman e quella di Rawick, l’autore di  «Lo schiavo americano dal tramonto all’alba».  C’è un troppo veloce accenno alla polemica, secondo me da scavare, tra il mantovano Bosio e il cremonese Montaldi. E, però, Cartosio riconosce in pieno la funzione di pioniere che Montaldi ebbe in queste vicende: «che la storia collettiva è fatta di storie individuali – non solo dei dirigenti ma anche dei militanti di base, non solo dei militanti di base ma anche dei lumpen, non solo del passato ma anche del presente –  il primo a dirlo era stato Danilo Montaldi, a partire dal 1960» (pagg. 194-195).

Stralcio:

Maria Grazia Meriggi, Danilo Montaldi: militante politico, ricercatore originale

in «Lasciare un segno nella vita. Danilo Montaldi e il Novecento»
a cura di Goffredo Fofi e Mariuccia Salvati (2)

 

di Ennio Abate

Concordo con due importanti sottolineature di questo saggio di Maria Grazia Meriggi:
1. Montaldi irriducibile alle analisi del neomarxismo anni Sessanta/Settanta (pag. 175). La sua visione più plurale della classe (qui echi della lezione di Stefano Merli) e la concretezza del legame con Cremona e i “gruppi locali” di «Unità proletaria» (1957-1966) e Karl Marx (1967- 1975) lo tennero a distanza critica dal “settarismo/patriottismo” dei gruppi “fondatori” del “nuovo” partito rivoluzionario. Gli conservarono, cioè, sguardo plurale e capacità di ricerca sul plurale della classe («più che “classe operaia”»). Fino al progetto della sua ultima ricerca «in un rapporto soprattutto personale, non con un gruppo politico ad esclusione di altri, ma con alcuni militanti di alcune organizzazioni», troncata dalla morte ( pag. 181).
2. «Livornismo» (Cortesi) di Montaldi e, perciò, leninismo “pulito” o “elementare” più che bordighismo tendente all’ortodossia e alla logica ferrea ma astratta (pag. 175). O – ben detto – «rigore del comunista di sinistra» e originale creatività del suo lavoro di ricercatore ( pag. 183). Per cui la sua innegabile tensione minoritaria (dovuta alla sua formazione giovanile a contatto coi “vecchi compagni”) è capace di espansioni feconde.
Da qui: – la differenza rispetto a Pasolini (pag. 177) del suo “ascolto” (sempre di carattere politico e mai “estetizzante”) dei “marginali”; – la sua tenacia duttile a non separare «centralità dell’individuo» e «liberazione collettiva», “io” e “noi”, centro e periferia, Marx e Simone Weil, le «figure bronzee di operai con le braccia incrociate» e gli immigrati dell’hinterland milanese di «Milano, Corea». (E fu per queste sue doti di militante “diverso” – (“comunista speciale” come Fortini?) – che ci conoscemmo, anzi che ci venne a cercare lui a Cologno Monzese nel ’69-’70) .
Mi restano alcune perplessità che spero di poter approfondire in dialogo con Maria Grazia.
Capisco il valore che lei dà all’influenza del Montaldi fondatore della storia orale sui giovani storici che lo conobbero e che hanno poi cercato di innovare il loro campo di studi «in direzione della storia sociale e soprattutto della storia del conflitto sociale» (182), ma questa “continuità settoriale” (direi, senza polemica, “accademizzata”) del discorso montaldiano non basta. E specie dopo la sconfitta di quell’«altro mondialismo» (pag. 184) che nel 2006, quando io rilessi Montaldi e feci l’«elogio di un compagno periferico», ancora sembrava respirasse. Anche se già allora insistevo sulle difficoltà : « Sono tanti i nodi, tanti gli scarti fra esperienza proletaria montaldiana o operaia e esperienza precaria dell’oggi che a volte pare che ci si debba limitare a porre onestamente solo il compito di tradurre nell’oggi quel senso alto e nobile che Danilo Montaldi ebbe della condizione proletaria.» (https://www.poliscritture.it/…/montaldi-riletto-nel-2006/).
Mi spiace, dunque, dover farmi “temere” per il mio ( non so quanto) «sempre acuto giudizio» chiedendo perché mai, dopo la morte di Danilo, i tanti da lui convocati a collaborare a quel progetto troncato dalla sua morte lo lasciarono cadere?
Nei tanti decenni successivi a me vengono in mente solo alcuni tentativi di riprendere il metodo della conricerca montaldiano: quello – sempre attorno al 2001- 2006 – della rivista «Posse» (http://www.manifestolibri.it/shopnew/category.php…); quelli di Sergio Bologna ora consolidatisi – pare – attorno alla rivista «Nuova Officina Primo maggio» (https://www.officinaprimomaggio.eu/).
Poca roba nel deserto che continua a incombere.

 

APPENDICE/STRALCIO

(DAL SAGGIO DI MARIA GRAZIA MERIGGI)

Fofeggiare pallido e assorto (2)

Goffredo Fofi, Su Danilo Montaldi, una testimonianza
in «Lasciare un segno nella vita. Danilo Montaldi e il Novecento»
a cura di Goffredo Fofi e Mariuccia Salvati (1)

Continua la lettura di Fofeggiare pallido e assorto (2)

Dentro l’immigratorio italiano

Riordinadiario 2006. Introduzione alle scritture
di Armando Tagliavento (Hermann) con intervista.

di Ennio Abate

 

Ieri sono andato a far visita ad Armando Tagliavento. Per me  è rimasto il bidello-scrittore, anche se ora è in pensione e nella vita (Armando è nato nel 1930) prima di “ficcarsi nella scuola” ha fatto il manovale, il fattorino, il disoccupato, il capomastro. Stava per diventare persino capufficio di una ditta di materiali edili ed ha sfiorato una carriera di scrittore di professione. Infatti, quando negli anni Settanta la cultura italiana ebbe un ritorno di  fiamma populista-neorealista (ricordo la letteratura “operaia”: Brugnaro, Guerrazzi, la rivista Abiti-lavoro…), Tagliavento ottenne un effimero successo come narratore: nel 1973 Feltrinelli gli  pubblicò nella collana dei Franchi narratori (patron Goffredo Fofi, che firmò la prefazione) un romanzo, Tra fascisti e germanesi. Vi narrava – con brio, spudoratezza e crudezze macabre quasi malapartiane – le sue avventure per sopravvivere durante gli scontri che insanguinarono l’Italia fra il ’43 e la liberazione.

Io l’ho conosciuto più tardi, negli anni Ottanta, all’istituto tecnico Molinari di Milano, dove appunto era bidello. L’ondata del ’68-’69, che aveva sollevato la sua esistenza assieme a quella di tanti fino alla ribalta massmediale, era da tempo esaurita e tutte quelle speranze rivoluzionarie, studentesche e operaie, affondavano nel mondo dei vinti metropolitani.

Tagliavento passava la giornata al suo tavolino, in fondo a uno dei corridoi a lui assegnato.  Leggeva o scriveva appena possibile, intrattenendosi a chiacchierare ogni tanto con gli studenti, per i quali era ancora un mito, e con qualcuno dei pochi insegnanti che lo coccolavano, l’occhio marpione pronto a scattare su studentesse e insegnanti bellocce.

Era malvisto da molti perché, chissà da quando, aveva preso a  bere di brutto, creando malumori e allarme. Qualcuno si mosse per  farlo licenziare. Feci un cartello, interessai quel che restava del sindacato nella scuola e un’amica dottoressa, che lo spalleggiò nella visita di  controllo all’ospedale militare di Baggio a cui l’avevano costretto. Rimase in servizio e arrivò alla pensione forse grazie a quella mobilitazione o forse per un sussulto di tolleranza della preside. Non senza passare però per Villa Turro, dove a suon di psichiatria – non credo basagliana – lo tirarono fuori dal suo alcoolismo cronicizzato.

Suo confidente “letterario” in quegli anni, lessi e gli commentai parte della sua incessante, fluviale e torbida produzione di scritture,  convincendomi sia del suo valore sia della difficoltà di trovare lettori che non si arrestassero di fronte alla sua foga espressionistica, barocca, persino kitsch, alla monotonia dei temi (in prevalenza porno-erotici), alle ripetitive e capricciose architetture narrative, alle trasgressioni ortografiche.

Per far risaltare il buono di quelle pagine, gli avevo suggerito di potarle da ridondanze ed eccessi, ma Tagliavento non mi ha dato mai ascolto: rivendica gelosamente il “suo” linguaggio, il “suo” stile;  e continua a giudicare un oltraggio qualsiasi aggiustamento o ripensamento. Preferisce pescare liberamente, anche arbitrariamente, sia nei bassifondi linguistici  sia nelle limpide acque  dei classici. Non crede al confronto, ma all’ispirazione, alla genialità o – detto senza moralismo e sprezzo -, alla follia inventiva. Don Chisciotte è davvero il suo modello: aristocratico, d’altri tempi o fuori dal tempo.

Ma come sono queste sue strabordanti scritture?  Esse presentano un lato onirico, visionario, sublimante  e un lato ossessivamente vitalistico. Nascono da un immaginario fortemente maschile (e maschilista). Poggiando su una base autobiografica alla quale mai ha rinunciato e che anzi continua  a coltivare nella memoria, Tagliavento porta alla luce immagini arcaiche ed elementari fortemente mitizzate, senza preoccuparsi della successione logico-temporale. E si è costruito un gusto letterario delimitato ma sicuro attraverso letture di opere della tradizione colta, popolare e di massa. Da autodidatta, in modo disordinato ma quasi eroico, specie se si pensi alle condizioni di partenza e agli ambienti  in cui è vissuto quasi sempre impermeabili al richiamo dei libri.

 Nelle sue pagine ha macinato dati delle sue esperienze con echi  soprattutto di Gadda (a livello  linguistico), Pasolini (per la tematica  “sottoproletaria” e cruda), dei  grandi romanzi (soprattutto Cervantes, Hugo e Manzoni per gli aspetti più visionari e tragici) e con   altre influenze grottesco-populiste, realistiche, fantapolitiche  o allegoriche, riferibili alla vasta gamma che va dai romanzi d’appendice ottocenteschi fino ai fumetti e al cinema di Totò. Ha succhiato cioè cultura dove poteva e l’ha rielaborata in quello che lui stesso, in questa intervista, chiama un «pot-pourri» (postmoderno potremmo aggiungere).

Sarebbe interessante, da un punto di vista storico-antropologico-sociale e non solo letterario, capire come forme culturali così eterogenee  siano filtrate in uno che ha scritto da outsider e alle prese con problemi materiali elementari di sopravvivenza e in contatto diretto con le fasce sociali più escluse. Le sue testimonianze di vita avrebbero potuto ben figurare tra le voci che Danilo Montaldi e Franco Alasia raccolsero attorno al 1960 in Milano, Corea fra gli immigrati presi nel vortice delle trasformazioni dell’Italia dal dopoguerra al boom economico.

Da quel coro di “subalterni” però Tagliavento in parte si distacca, proprio perché accanito scrittore in proprio  più che testimone orale. Nei fondali delle sue poesie e dei suoi romanzi s’incontrano, sì, squarci di vita di famiglie contadine e sottoproletarie, di caserma o di ambienti malavitosi, cioè di un tessuto sociale messo in subbuglio dal grande esodo verso l’industrializzazione. Però, lontano da ogni rappresentazione realistica,  egli  accentua nei personaggi estratti dai suoi incontri “dal vero” aspetti grotteschi, orrorifici o stregoneschi. Fino a spingersi nel fiabesco, presentandoci  eroi litigiosi e spacconi, animali parlanti e protettivi, terribili mostri e draghi, principesse bellissime e sfuggenti oppure battaglie ripetute fino all’esaurimento da poema ariostesco o paesi utopici calcati su Eldoradi alla Voltaire.

Tagliavento ci  mostra i sussulti dell’immaginario di un migrante d’origini povere e contadine alle prese con il miraggio metropolitano. E soprattutto quello erotico-sessuale dei migranti maschi, di cui ha parlato Tahar Ben Jelloun[1] in Le pareti della solitudine, ricordando come in fondo ai loro deliri ci sia «quella donna sognata che, anche se è soltanto un’immagine sulla carta patinata di una rivista», parla e tiene compagnia, alleviando e tenendo aperta   una «ferita».

Quest’immagine di donna – reale e immaginaria – è onnipresente nei romanzi e nelle poesie di Tagliavento. I bei corpi femminili suscitano nel protagonista maschile una voglia ossessiva di possederli  e peripezie tragicomiche. E in genere tutte le figure maschili, per lo più tratteggiate approssimativamente sotto l’aspetto fisico e morale, hanno per così dire una vita in pubblico ridotta, perché sempre intente a prepararsi al rituale della seduzione e del coito.

Il narratore, quando arriva a descriverlo, molto liricizzando il goloso godimento dei corpi, fa esplodere tutta una sensualità orgiastica, sadica, maschilista, ricorrendo ad una batteria inesauribile di aggettivi, iperboli, neologismi, termini bassi popolareschi o dialettali. Sia per le immagini che per il lessico  Tagliavento qui oscilla (ecco l’elemento novecentesco) fra dannunzianesimo e pasolinismo da una parte e fiabesco e sublimante dall’altra (ecco l’elemento arcaico, popolare). E in più si presenta come un Gadda plebeo soprattutto per la scelta di termini sbilenchi o strapazzati, arcaismi o chicche che, non potendo essere dotte, sono involontaria parodia del linguaggio letterario aulico.

Il piacere non è però paganamente goduto dai suoi maschili cacciatori. L’atto sessuale pur così ambito è giudicato una «porcheria» peccaminosa, una pericolosa ruberia da ladri e viene animalizzato  o spiegato come  oscura azione demonica che  sottomette tutti: vecchi e giovani, preti e laici.

A fare le spese dell’oscuro conflitto che accompagna questa ricerca del piacere però  sono soprattutto le figure femminili, ricondotte tranne qualche eccezione allo stereotipo popolaresco della femmina-vacca. Il protagonista maschile paga invece il suo pedaggio diventando preda di sensi di colpa, che lo portano alla fuga, a ravvedimenti improvvisi, moralistici e improbabili, alla morte.

Malgrado parecchie scene sembrino boccaccesche (lo sono secondo me solo a livello della descrizione dei comportamenti esteriori)  manca l’indifferenza di Boccaccio verso la morale ufficiale o la comicità  e la schiettezza di un Rabelais verso i bisogni  materiali e sessuali dei corpi. Tagliavento si dibatte tra un erotismo  sognante (a livello del profondo tutto iscritto nell’orbita del materno e del bisogno di protezione o accoglienza) e moralismo ideologico di marca cattolica.

In quel che gli resta di vita pubblica, il protagonista delle scritture di Tagliavento è invariabilmente eroe picaro, astuto e un po’ furfante. Va contro tutti ed è sottoposto a continue prove per uscire dal suo isolamento. Quando gli capita poi d’ottenere l’agognato riconoscimento del suo valore, finisce però per rifiutarlo, per ricominciare il suo vagabondaggio fino all’annullamento-punizione finale.

A differenza  infatti degli eroi delle fiabe, che sono unitari e vincitori, quello dei romanzi di Tagliavento è scisso: ora  inerme e vittima, ora spaccatutto e giustiziere; ma comunque soccombente ai suoi innumerevoli nemici, che però sono controfigure o emanazioni diaboliche di qualcosa di oscuro e ostile: il Destino.

Le peripezie che  questo impone vengono raccontate attraverso passaggi bruschi e poco motivati o troppo convenzionalmente giustificati. Il narratore inserisce così nel tessuto fiabesco più tradizionale, in apparenza ingenuo e sotto sotto orrido – stravolgendolo dunque – tremori e angosce esistenziali novecentesche. E così la storicità  contraddittoria ritorna in evidenza: Tagliavento partecipa a suo modo delle acquisizioni raffinate della letteratura alta e nel contempo non ha mai abbandonato la tradizione popolare e fiabesca  del C’era una volta.

Egli ha tentato altre volte, dopo il primo insperato successo, di pubblicare. Ma, trovate chiuse, anche per il clima culturale mutato, le porte dell’editoria che conta,  l’ha  fatto qualche volta a sue spese, vendendo («come uno straccivendolo», dice sua moglie, una proletaria casalinga che gli bada  da una vita lavorando da sarta)  fra  amici e conoscenti  qualche copia dei suoi romanzi. Forse anche per una orgogliosa e autodifensiva autosufficienza, romanzi e poesie da lui scritti sono in gran parte inediti. Ed egli ora ha quasi rinunciato a farli leggere, impegnandosi testardamente a continuare a scrivere, senza neppure più aspettarsi un qualche risarcimento.

Potrebbe essere scambiato  per un semplice grafomane. Non lo è.  A me  le sue scritture sembrano notevoli soprattutto per il gusto immediato e bizzarro nella scelta delle parole, nelle rincorse etimologiche e analogiche, nell’attenzione alle assonanze. Sono poi un esempio di letteratura prodotta in quelle condizioni di vita marginalizzate in cui si trova tuttora una buona parte dell’ex-proletariato da cui  è venuta fuori  l’odierna figura dei lavoratori più istruiti e dei precari laureati.

Quanti tra loro (e penso in particolare ai nuovi immigrati) vanno oggi producendo i loro racconti e fossero in grado di sentirsi vicini ad esponenti di quelle classi sconfitte che li hanno preceduti potrebbero trovare nelle  scritture “selvagge” di Tagliavento un loro antenato.

INTERVISTA DI ENNIO ABATE A  ARMANDO TAGLIAVENTO

Quand’è che hai cominciato a scrivere?

Il discorso di scrivere è una cosa che nella mia vita salta, zompa, balugina. Non è una cosa che mi sono prefisso. Comunque cominciò a Fondi nella zona della Ciociaria, dove sono nato, con la figlia del maestro Spirito. Avevo sei anni circa e doveva venire Mussolini o un federale, che si chiamava Amato (mi pare), a inaugurare una colonia. Mi disse: Armà, scrivi una poesia. E allora io scrissi: Viva viva il nostro duce / che con sé porta la luce / e viva il federale Amato / che di gioia ci ha colmato. Poi a una diecina d’anni cominciai a andare appresso alle cugine e allora scrissi una poesia che cominciava così: Saltano macchie, siepi e rupi / per sfamare i loro lupi /quando è notte e tutto tace / coi begli occhi di fornace / vanno in cerca del lungo bruco / eccetera. Non ricordo più  bene.

Tu che scuola hai fatto?

A Fondi avevo fatto la seconda e la terza elementare. Andavamo da un certo frate che c’insegnava a leggere e scrivere. Si chiamava  padre Giacomo. Poi non ci andammo più perché dovevamo pagarlo. Poi è venuta la guerra. E quand’è finita il paese è tutto un mucchio di polvere. Tutto bruciato, polverizzato. Non s’è trovato più un documento. Niente. Fondi è stata incenerita proprio. Ci rifugiammo nella chiesa di S. Francesco vicina al monastero. Ciascuno si arrangiava alla meglio. Poi è morta mamma. Mio padre è un essere umano che meriterebbe di essere ucciso mille volte. Prima di tutto ha caricato mamma di figli: mia madre a 33 anni ha fatto 12-13 figli. Ne sono sopravvissuti 8. Appena arrivati gli americani, noi per due o tre giorni andavamo per il paese rovistando per trovare qualcosa da mangiare. Un giorno zia Santina, la moglie di un fratello di mamma buon’anima, ci ha detto: Guarda Armà, noi usciamo. Mi raccomando  Antoniuccio. Qui c’è una bottiglietta col biberon. Ogni tanto ci date da bere. Il fratellino, di cui non abbiamo neppure una foto, dormiva dentro un tiretto del comò. Quello era il lettino suo. Noi ragazzi per andare in giro – mangiucchia di qua, rubacchia di là – l’abbiamo dimenticato. Quando siamo tornati, stava morendo.

La guerra  l’hai vissuta da vicino, vero?

Cavolo. Da una fessura  tra le rocce ho visto i marocchini violentare le donne. Uno di loro portava dei campanelli. Faceva un gesto così e si riunivano. Quando siamo sfollati, ci siamo andati a rfugiare per quasi un anno in cima al Cocoruzzo e abbiamo abitato dentro la capanna, dove c’erano prima i somari di Angellella Franco, la padrona di quel pezzo di montagna, questa ciociara. Più sopra ancora c’era la Crocetta di Campo di Mele, un altro paesetto.  Si chiamava così perché era un incrocio. Lì c’era Elvira, che veniva sempre a vendere i fichi a Fondi. Era tutto un incrocio di montagne, di vallate. Noi ragazzi ci mettevamo sulle soglie delle capanne, che erano fatte di pietre con il tetto di paglia. Ci mettevamo a vedere gli aerei che sfrecciavano nella vallata di Fondi e quasi rasentavano le nostre capanne. Per noi era un divertimento. Sotto, dove c’erano sette sorgive d’acqua, non potevamo scendere.  Qualche volta gli aerei per venire a bombardare si schiantavano vicino alle rocce. Avranno scaricato più di mille bombe. Noi le chiamavamo fasuleglie, cioè fagiolini. Se uno  volesse.. Io potrei scrivere ancora un altro libro intero sulla guerra.

Hai notato un cambiamento tra il periodo di prima e quello di dopo la guerra? Tu, la tua famiglia avevate simpatia per i fascisti o no ?

Uno non ci pensava neanche. Eravamo tutti fascisti allora.  Dicevamo: Churchille, Churcillone/ se ci esce l’America/ ci pensa il Giappone.  Dei comunisti niente, noi ragazzi non sapevamo niente. Io so solo che il primo partito che hanno fatto a Fondi  era la Lista Castello, perché c’è il Maschio come a Napoli, più piccolo però. Erano fascisti e democristiani insieme. Io a Latina ho fatto due nottate dentro perché, per avere un pezzo di pane,  insieme ad altri ragazzi vendevo senz’autorizzazione L’Unità, Rinascita, Noi donne. Da piccolo  uno che capisce?  Tu sei povero, hai bisogno di un posto di lavoro, di un letto caldo. Hai bisogno di una mamma. Noi non avevamo più niente.

Ma poi ti sei avvicinato ai comunisti fino a prendere la tessera? Perché?

Sì, io presi la prima tessera, quella della Fgci. Me l’ha firmata Berlinguer.  Lo feci per avere un’esistenza, un’identità. Io non potevo mai essere democristiano, perché ero figlio di poveri. E vedevo i comunisti vicini ai poveri.  Io non avevo casa, non avevo niente. Papà aveva una casa che aveva pagato 75 lire. Ci hanno buttato tre bombe sopra. C’era disoccupazione. Tutti erano disperati. A Fondi ci abbiamo la scalinata Santa Maria. E lì si mettevano i disoccupati. Allora tu sei esasperato contro qualsiasi forma di ricchezza. Vedessi l’arroganza di certi padroni bastardi. Cominciai a andare ai comizi, ai cortei. Dai comunisti più che un aiuto mi aspettavo una giustizia. Il lavoro per tutti, ad esempio. E poi   l’amicizia.

Ma così non ti mettevi contro altri  amici tuoi che erano fascisti?

Sempre una lotta è stata. Io sono stato sempre, diciamo, un po’ opportunista. Tutti lo siamo. Il padre di un mio amico s’è iscritto a un partito per far operare d’appendicite una sorella. I ricchi hanno sempre odiato i poveri. Io però ho sempre dato più adito [importanza] alle cose non politiche. Quando mi faceva comodo andavo anche dai preti a chiedere. Ero uno sfaticato, lassista. Non mi è mai piaciuto essere [inquadrato]. Ho fatto sempre il doppio gioco. A Milano poi sono stato  coi capelloni, ma ho votato sempre comunista. Il fatto del voto è sacro.

Ma la tua famiglia era fascista o no?

Mio padre era analfabeta. Anche lui era un opportunista. Mi diceva: nella vostra vita non fatevi mai le tessere. Era fascista, ma la tessera io non ce l’ho mai vista. Aveva un’idea e basta.  Papà era crudele. Gli uomini di prima erano tutti come lui: un bicchiere di vino, la zappa.  Però è stato in Germania. C’era andato col sindacato fascista. Ha lavorato sulla Bahn’hof, sulla ferrovia tedesca. Non poteva più tornarsene e se ne scappò. Lì ha imparato la lingua. Lui a cinema non c’è mai stato. E s’arrabbiava con chi ci andava. Diceva: vai a cinema a vedere le stesse cose che fai tu? Sono soldi sprecati. La mia era una famiglia di poveracci. Mamma sempre un po’ malaticcia.  E ‘sto lazzarone e disgraziato di mio padre. Far fare a una donna tutti quei figli!

Dopo la guerra che cosa hai fatto?

Ho vissuto  8 anni a Roma. Vi scappai con mio fratello Enio, un mezzo delinquente, uno scapestrato. Prima si è messo coi partigiani, poi coi tedeschi, poi per soldi si era messo con gli americani per andare a cercare i tedeschi. A Roma è andato ad attaccare i manifesti  al Vaticano e lo hanno sbattuto dentro a Regina Coeli per un paio di mesi.  Era amico del Gobbo del Quarticciolo, che era contro la legge. Non uccideva. Rubava per mangiare. Era un giustiziere. Aiutava i poveri e perciò alcuni lo chiamavano Zorro. Quando uno non aveva il lavoro, lui andava e  diceva: se non dai il lavoro a questo, io ti faccio fuori. Nella banda c’era lui, poi c’era Pezzancule, Pisciasotte, che l’avevano operato male e si pisciava sempre  addosso. Ci faceva parte anche mio fratello Enio. Un regista francese ci ha fatto anche un film su tutta questa storia. In quel periodo lì  io ero guaglione. C’avevamo una fame. Noi stavamo con zio Michele, figlio del patrigno di mio padre, che era impiegato all’assistenza postbellica. Lui ogni tanto prendeva in casa un nipote. Lo svezzava lì. E così ha fatto con Enio. Poi con me e man mano con altri.  Era uno zozzone. C’aveva un paio di donne e poi maltrattava la moglie, che faceva la serva al Testaccio, lavava i piatti, stirava e il marito le portava via anche quei quattro soldi che guadagnava. Mio zio aveva anche una fabbrichetta di varechina ai Parioli e io stavo al negozio con mio fratello Enio. La varechina ce la facevamo noi. C’era «la Bianca»,  «marca Bianca». Prendevamo dei vasconi e compravamo l’estratto per fare la varechina in questi vasconi. Poi coi tricicli andavamo girando per Roma. Eravamo talmente affamati, che man mano che prendevamo una lira, la rubavamo per comprarci la pizza. Mio zio diceva: prendete trenta litri di estratto per allungare la  varechina nei vasconi. E noi ne prendevamo la metà. Tutt’acqua era. Alla fine è fallito. Poi io trovai un portafoglio di un signore. Glielo riportai. E quello: che cosa vuoi? Dammi un lavoro. E allora sono finito in piazza Epiro, vicino a Cinecittà. Facevo il custode, il servotto anche degli attori. Ho conosciuto Bob Hope. Poi Enio ha buttato un gatto dentro la gabbia dell’ascensore e mi hanno cacciato  dal lavoro. Vivevo così. Poi ho preso a leggere di tutto. Salgari, ad esempio. Poi ho letto Atte, la liberta di Nerone e mi sono innamorato follemente del latino. Sono sempre stato innamorato della roba antica.

Ma come ti procuravi i libri?

Chiedevo ai vecchi. A quei tempi là  si andava in giro a raccogliere le cicche e poi le davamo ai vecchietti di Piazza del Popolo. Roma io la conosco a millimetri perché l’ho girata per tanti anni. I libri li chiedevo a chiunque. Ci avevo una faccia tosta. Facevo amicizia con uno, con un altro. Andavo a portare la varechina nelle case. Parlavo. Guagliò, di dove sei? Ero già piazzato. Avevo  14 anni ed ero molto bello e sempre a caccia di donne.

Quali libri hai letto? Quali ti hanno appassionato?

A me piace soprattutto il Don Chisciotte. Lo leggerei due volte l’anno. Tutto ho letto.

Beh, dimmi di cos’è fatto ‘sto ‘tutto’…

I promessi sposi li ho letti quattro volte. Don Chisciotte della Mancia l’ho letto in italiano e in spagnolo.  Il tuo ex collega del Molinari, Merisio, lui mi ha portato il Don Chisciotte  in spagnolo. Ho letto quasi tutto. Ad esempio I fratelli  Karamazov  di Dostoewskij. Poi il  Dictionnaire philosophique di Voltaire in francese, che adesso sto leggendo un’altra volta. Poi ho letto per 4 anni la Bibbia. Lì è un macello, un marasma. Ci sono tanti personaggi. È meravigliosa per questo. A me piace molto l’immagine dei contadini che stanno tirando l’acqua dal pozzo, quando arriva Mosè.  Va letta tutta la vita. E anche se la leggessi per mille anni, la leggerei sempre come un ameno libro di lettura. Non come un libro sacro. Ho letto tanto in francese. A me piaceva Notre Dame di Hugo, cose toste. Poi Madame Bovary di Flaubert, Balzac, Zola, Baudelaire.In italiano di Dante so dei  canti a memoria. Ho letto pure I Malavoglia, Mastro don Gesualdo, il  Decamerone. Poi ho studiato inglese e anche  qualche po’ di russo. Le lingue mi sono sempre piaciute, perché mio padre è stato in Germania più di vent’anni e quando veniva, gli chiedevo di portarmi una grammatica. Sono stato sempre un po’ esaltato dalla lingua tedesca.  Stern  l’ho letta per tantissimi anni. Il tedesco l’ho portato avanti fino adesso. E in Germania ci sono andato d’estate per vacanze. Mi stavano quasi prendendo al porto a fare l’interprete di tre lingue e mi davano 6 milioni al mese. Però c’erano i bambini [figli], dovevo lasciare tutto. Ho letto pure Umberto Eco. M’ha scandalizzato. Dice più Fontamara. Cristo si è fermato ad Eboli mi dice mille volte più di Eco. E poi più leggevi e più approfondivi. Qualsiasi cosa. Cominci una frase e subito viene una rima. È come se ci fosse un dialogo. Poi come giornali leggo Settimana enigmistica, sempre quella. Sono settant’anni. Prima si chiamava NET, Nuova Enigmistica Tascabile. Io quando prendo le parole crociate, guarda qua… Io tutta la vita avrei dovuto farlo questo, ogni settimana: ritaglio le foto degli attori e l’appiccico qui, faccio un archivio.

E che ti serve avere tutti questi volti? Perché t’interessano tanto?

Niente, curiosità. Perché amo tanto la cinematografia. A Roma andavo in tre cinema gratis: Arcobaleno, Iovinelli – dove vedevo sempre Claudio Villa – e Brancaccio. Perché mio zio andava in giro a portare le pizze con la bicicletta. Mi portava con lui. E così vedevo i film senza pagare.

Ma le parole crociate perché ti appassionano?

È una rivalsa. Quando prendo la Settimana enigmistica, faccio le più difficili.

Ti appassiona lo studio dei nomi, dei dizionari, dell’enciclopedia?

Sì, sì. Perciò poi faccio tutto questo casino quando scrivo, è come un fiume, come dici tu. Mi sono insaccato, nutrito di tutto, senza fare distinzioni.

Ma le preferite di queste letture?

Don Chisciotte. Perché sono io. Pensa a Dulcinea. Quella era una contadina che sceglieva i ceci in mezzo all’aia e lui si esaltava. Secondo me, lui si sarebbe accontentato anche di una strega pur di avere vicino una donna. Aveva un animo grande. Era pazzo, no? Con la sua immaginazione rendeva bella anche una donna brutta.  Don Chisciotte era secondo me malato. Non esiste poeta contento. Come fa uno felice ad essere poeta? Se non soffri, non puoi scrivere. Il poeta è uno che vive ammollato nella sofferenza. La sofferenza mi piace. Quando non c’è sofferenza, non c’è niente.

E ne parlavi con qualcuno delle tue letture?

Con i ragazzi del Molinari. Ho fatto il bidello lì per 35 anni. In mezzo a tutta quella gente lì parlavamo di letteratura, di lingue. Ne parlavo anche con qualche professoressa. Poi ho fatto il liceo classico al serale. Quando c’era il greco e qualche materia che c’interessava, stavamo in classe. Se no, con una scusa, ce n’andavamo. Ci davamo l’appuntamento al cinema di piazza Argentina con sei, sette  studentesse. Ubriacature, sigarette… Ero esaltato. Sono stato sempre un po’ femminaro, diciamo. Ma adesso son vecchio, brutto, non ce la faccio più.

E se dovessi presentare a dei giovani I promessi sposi che gli diresti?

Beh, c’è l’arroganza di don Rodrigo che è fondamentale. Poi c’è il perdono quando sta per morire. In tutti i personaggi mi trovo io.  Anch’io sono don Rodrigo. Tutti sono don Rodrigo. Nessuno è buono. Crediamo in Dio quando ci fa comodo. Siamo opportunisti, vigliacchetti.

Ma da Roma a Milano come e quando sei arrivato?

Dopo la guerra ho fatto diciotto mesi il soldato a Como e Varese. Poi sono tornato a Fondi. Poi sono stato da una zia di Monterotondo. E lì questa qui voleva appiopparmi la figlia Adele. Si arrivò al punto che mi fecero ubriacare e mi misero la figlia a fianco nel letto. Stavano preparando persino la dote. Io non dico  niente a nessuno e di notte me la filai a Monterondo città, in una pensione di due vecchie, una più cattiva dell’altra.  Lì conobbi Peppino, che faceva il camionista e che per poco non mi metteva sotto, mentre io con altri  stavo giocando con una palla di pezza per strada. Io dovevo pagare 8 mesi a questa pensionante, ma non avevo una lira ed ero disoccupato. E quell’anno fece otto volte la neve e a Monterotondo vennero i lupi.  Peppino mi porta a casa sua. Qui una volta ad un battesimo di una vicina venne invitata una ragazza, Ersilia. Ci siamo conosciuti e con lei sono andato in Abruzzi, a Lanciano, nei pressi di Pescara. Lì mi sono sposato con lei. Poi Peppino e la sua famiglia, che mi avevano ospitato,  si trasferirono vicino Vergiate, nella zona di Varese. Siccome ci scrivevamo,  andai anch’io da loro e  feci venire Ersilia e i due bambini che intanto erano nati. Poi il fratello di questo Peppino, che faceva l’autista di un miliardario, ottenne una casa in via Brembo. E noi avemmo un locale al quarto piano di questa casa. Dopo qualche anno sono usciti due locali  al piano di sotto. Ma eravamo senza lavoro e non abbiamo potuto pagare l’affitto. È venuto l’ufficiale giudiziario, ci ha fatto il sequestro e siamo andati a finire in Via Oglio, nelle case degli sfrattati. Abbiamo fatto tre anni lì e poi abbiamo fatto la domanda per le case popolari. E così abbiamo avuto questa dove abitiamo adesso, in  Via Chiari.

Te la sei vista brutta a Milano?

Quando stavo in via Brembo – era il 1960 – andavo raccogliendo le bottiglie vecchie con un amico di Ersilia. Poi ho fatto il muratore. L’avevo fatto da sempre. Anche  a Fondi bambino zappavo l’orto. Poi mi sono iscritto all’Istituto Tecnico Svizzero, una scuola per corrispondenza, e mi hanno dato il diploma di capomastro edile. Ho lavorato in piazza Frattini, dove abbiamo fatto un quartiere. Poi mi sono ammalato. Sono stato operato d’ulcera.  E nel 1966 entrai al Molinari come bidello, dove sono restato fino alla pensione. Ma prima per quattro anni ho fatto l’impiegato amministrativo alle Macchine Edili, che allora era in viale Ortles. Mi avevano preso come telefonista.  Poi era morto il capo e volevano fare me capo di  questa ditta di  due, tremila persone. Ma un ruffiano andò a dire che avevo la tessera della CGIL  e mi cacciarono via. Così, non trovando niente, un amico di mia moglie  mi suggerì: ficcati nella scuola. Feci ‘sta domanda. Io ero invalido civile per le operazioni che avevo subito. Ero diventato proprio un fuscello. Ebbi il primo posto e arrivai al Molinari.

E in mezzo a tutti questi movimenti, quand’è che hai cominciato veramente a scrivere?

Le poesie da sempre.  A scrivere di più ho cominciato sotto le armi. Ma in effetti ho scrivere molto nelle case degli sfrattati di via Oglio. Lì ci avevo del materiale accumulato, tutto un malloppo di carte scritte a macchina, un pot-pourri. Lì scrissi il primo libro intitolato L’uomo sbagliato.

Ma Tra fascisti e  germanesi, il libro che ti pubblicò Feltrinelli nel 1973?

Feltrinelli ha messo questo titolo a un pezzo tratto da L’uomo sbagliato. La storia è andata così. Ti ricordi  Pozzolini, quel professore d’italiano toscano che era venuto anche in televisione con Enzo Tortora ed insegnava al Settimo Itis? Lesse ‘sto malloppone di 7-800 pagine. Lui curava una rivista lì da Rizzoli. E disse: portalo a Rizzoli. Rizzoli stava quasi per pubblicarlo, ma lo trovarono troppo comunista, troppo rosso. E allora Pozzolini dice: mandalo a Feltrinelli che hanno una collana Franchi narratori. Mi chiamano  alla Feltrinelli e questo dottor Tagliaferri ha preso praticamente solo un pezzo di questo libro mio e gli ha dato lui il titolo. Goffredo Fofi ci ha fatto un’introduzione. Quello è un libro che a  farci un film…Poi lì alla Feltrinelli mi  dissero loro stessi: fai un libro sulla scuola vista da un bidello; e io ho scritto Scuola serrata, ma non me l’hanno preso. Al Molinari c’era un certo Willy,  che lavorava con questo editore Ghisoni e nel 1975 mi hanno pubblicato Scuola serrata. Poi a mie spese ho pubblicato a Lanciano nel 1993 Frau Magda. L’ultima donna. Adesso non m’interessa più pubblicare. L’altro inedito che ho scritto Il gran deluso l’ho sta leggendo anche il prete di qui che mi ha detto: Tu sei furbetto. Si è accorto che sono un po’ doppiogiochista in politica.

Facciamo un attimo l’elenco preciso dei tuoi inediti…

È un bel problema, perché io comincio, poi lascio lì. Non ho mai dato un ordine. Non ho pensato neppure a scrivere la data sui libri che ho fatto rilegare.

Però un po’ d’ordine bisogna farlo. Vediamo…Dopo L’uomo sbagliato scritto tra il ‘65 e il ‘70  hai terminato Lo sbandato attorno al ’72. Poi dal 1975 all’’80 hai fatto Il gran deluso. L’ultimo comunista, mentre Dissacrazione e verità raccoglie i racconti di tutta la vita e Una vita a pezzi  (circa 260 pagine) tutte le tue poesie. Hai poi da parte – qui ben rilegati nella tua libreria – una  estrosa guida turistica, Hamburg zu fuss [Amburgo a piedi], nata dalle tue visite a quella città, e i due libri sui dialetti: un  Vocaromanzo,  cioè romanzo-vocabolario, dove analizzi le parole del dialetto di Fondi  collegandole alle vicende della tua biografia [romanzata] e un Vocabolario del dialetto abruzzese  che hai depositato nella biblioteca civica a L’Aquila.  Infine stai lavorando adesso a Gente senza faccia, che definisci un poema. Se dovessi riassumere la trama di quest’ultimo libro?

Tutti i falliti si riuniscono dentro questa capanna di paglia (mi rifaccio al tempo della guerra…) e ognuno  racconta le sue beghe e i suoi guai di una vita da barboni. Per me è un capolavoro, una specie di Decamerone che potrei intitolare anche I ragazzi del capanno.

Ma questi libri li hai fatti leggere ad altri?

Adesso non sto bene. Non ci penso neppure a farli leggere, però chi legge le mie robe le trova buone e io vado avanti a scrivere. Adesso mi sono  infervorato e sto lavorando. È tutta una trama a flash-back. Parlo di tre donne però che  alle fine è una sola ed è mia sorella Elisabetta. E io m’invento che il marito la spara. E vado avanti…

Parlami un po’ del lavoro che fai quando scrivi…

Qui è un macello. Io invento tante cose. Non mi servo delle parole che hanno scritto gli altri. Ho il mio linguaggio. Sono capriccioso, scapigliato diciamo. Scrivo come voglio. Delle date proprio non me ne curo.

I temi che mettono in moto la tua fantasia quali sono?

La guerra è fondamentale. La donna ovviamente per tutti gli uomini è il perno attorno al quale girano tutte le fantasie, perché la donna fa i figli. Poi l’amore, l’affetto. La religione niente, per me non esiste. Gli altri? Mi occorrono. Ho bisogno di tutti. I parenti? Io li sparerei. Non m’interessano, ci do poco peso.  E poi i luoghi: Fondi, Napoli. Roma no. Più i luoghi sono disastrosi più [accendono la mia fantasia].

Fai differenza tra quanto scrivi in poesia e quanto scrivi in prosa?

Bah, non penso. Per me è tutto uguale. Mi metto a scrivere lì. Io sono stato sempre di questo parere – lo dicevo anche ai ragazzi al Molinari – che se Dante avesse scritto la Divina commedia  in prosa, come ha fatto Boccaccio,  questa sarebbe davvero un capolavoro. Io insomma tengo più per la prosa. Nella poesia la rima condiziona.

Tu hai continuato per tutti questi anni a scrivere da solo, senza incoraggiamenti. Perché lo fai?

Questa è una domanda a cui non è facile rispondere…

Ti accontenti di scrivere per te?

Purtroppo che fai? Mica ti puoi imporre. È come la morte. Io certe volte ho paura della morte, di rimanere solo. Però mi dico: se gli altri muoiono, tu perché non vuoi morire? Nasciamo e muoriamo. Se uno non nasce, non muore. Tu una volta mi hai chiamato ‘scrittore clandestino’. Non mi va.

Volevo intendere irregolare, non riconosciuto…

‘Clandestino’ non mi piace, perché tiene qualcosa di delinquente. Uno che fa qualcosa contro la legge. Tu non mi fai essere famoso e io te lo faccio apposta. Io non direi ‘clandestino’. Io mi sento un innamorato della saggezza.

Hai mai pensato di ripulire, aggiustare, sintetizzare, tagliare questa tua vasta produzione scritta?

Se dovessi fare una cosa del genere, farei crollare questo castello. Meglio lasciarlo così. È uscito così dall’anima, dal cuore, dalla tua volontà. Tu desideri una cosa e la ottieni. Io quando scrivo una cosa e mi piace…. È inutile stare a cambiare.

Ma il lavoro dello scrittore non è anche quello di ripulire, aggiustare?

Non mi piace, non mi piacerebbe. Tu mi consigli di ripulire, rendere meno rozzo questo linguaggio? Io voglio mantenerlo così. Non può venire meglio. Non accetto i limiti. Al circolo dell’Arci qui sotto casa hanno messo una targhetta: ingresso riservato agli iscritti. Io non ci vado più.

Tu sei vissuto sempre in questi ambienti  proletari e sottoproletari…

Sì, mi sono messo sempre coi  poveracci, i più analfabeti, i più malati.

Ti sei trovato in mezzo a loro…

No, lo facevo apposta. Non mi piace di essere meglio degli altri. Ho paura di far male agli altri. Ad esempio, io sono capace più di un altro a scrivere, ma non glielo dico, non mi vanto.

La  differenza la vedi, ma  non vuoi metterla in risalto? Vuoi mantenerti solidale con lui?

Sì, solidale.

Ma coi bidelli del Molinari com’erano i rapporti?

Nessuno mi poteva vedere, perché ero diverso. Non perdo tempo a chiacchiere…

Eri più amico dei i ragazzi però?

Sì, ma era anche pericoloso. Si andava a mangiare e a bere in quello sgabuzzino lì. Li mandavo dal pizzicagnolo a prendere il vino per conto di Armando, un amore di vino calabrese. Quante volte eravamo ubriachi. Io nun saccio chi santo mi ha aiutato a tirare la pensione. Quante ne ho combinate!

Gennaio 2006

APPENDICE:  BRANI SCELTI

Da Tra fascisti e germanesi  ( Feltrinelli, Milano 1973, pp.69-72)

La vita sul Cocuruzzo, sebbene da cani, correva lo stesso. lo avevo tanta paura della guerra. Avevamo fame ma Antoniuccio cresceva bello come il sole. Anche se si voleva scendere al paese per procurarci del cibo, dovevamo riunirci perché sarebbe stato un suicidio esporsi alle bombe americane. Sembravamo costretti a morire di fame dentro quei tetri tuguri di paglia e sassi. Ma un mattino, l’ultimo di gennaio, sbottammo. Il cielo era accappato di nero; elefanti di nuvole gonfie d’acqua s’alzavano avvolgendo gli aranceti. Io, zio Leandro, Lu­cino, Elio e una giunta di mortidifame calammo al paese, con la speranza di trovare qualcosa da mangiare. Scen­demmo piano piano per i sinuosi sentieri che affoga­vano nel verde del monte. Zio Onorio si unì a noi. Proprio quando arrivammo ai piedi del Cocuruzzo, sci­volando sulle erbe e sopra i sassi freddi, il cielo si coprì di macchie dell’antiaerea tedesca e una squadri­glia di apparecchi incominciò a seminare bombe e pal­lottole a tutto spiano dentro le rocce e sopra i giardini d’aranci. Ci mettemmo al riparo e i tedeschi, che lungo la costa stavano all’aperto, sparirono nelle grotte. Uno  di loro, però, non fece a tempo e col fucile si mise a sparare nel cielo. Non rimase in piedi per molto e gli aerei se n’andarano vincitori versa il mare. Avvicinam­mo il tedesco, e allibiti ascaltamma le sue ultime pa­rale: “Non perderemo la guerra, il Fűhrer ha detto che abbiamo l’arma segreta, non fa nulla che voialtri italiani ci avete tradito, vinceremo lo stesso, gli americani li butteremo. a mare.” E piangeva con la mano. affondata nel buco che teneva sotta la pancia, aspettando di morire.

Giungemmo presso il paese a sera inoltrata: avevamo paura dei bombardamenti e d’essere rastrellati dai te­deschi. Erano due mesi che non ci azzardavamo a calare a Fandi. Il prablema era di entrare in paese senza che nessuna ci vedesse. Tentammo con cautela di aprirci un varco attraverso i comandi tedeschi. C’era nell’aria la natizia che i liberatori americani fossero oramai quasi alle parte, ma stentavamo a crederci; di cose allora se ne raccontavano tante. Giungemmo dentro il paese. Per i vicoli non latrava un cane, la paura ci straziava. Papà e zio Leandro ci precedevano camminando sotto gli architravi pericolanti e noi li seguivamo, sbattendo i denti per il freddo e per la fame. Poi mio padre se ne ri­tornò sul Cocuruzzo, accanto a mamma. A Fondi, le strade, i viali e le piazze, non esistevano più; il paese s’era trasformato in un immane cimitero senza croci. Percor­remmo via Vetruvio Vacca senza incontrare una traccia di vita. Non ci perdemmo d’animo, specialmente zio Leandro, il quale, vista l’impossibilità di raccattare qual­cosa da mangiare, propose di andare a vedere cosa mai era rimasto delle nostre case distrutte. Lui davanti e noi dietro, varcando come iene le macerie e i tritumi, arrivammo, stanchi e con la lingua fuori, sulle rovine della mia casa. Il ritratta di mamma e papà pendeva ancara affogato nella polvere dall’unica lembo di muro rimasto all’impiedi. Zio Leandro ebbe l’ardire di stac­carlo dal muro senza procurarsi un graffio. Ritratto alla mano, mio zio avanzava barcollani, gettando gli acchi di qua e di là, coi capelli canuti rizzati in testa come un riccio. Noi lo seguivamo al calcagno.

Non finimmo di arrivare in piazzale Portella, che ci sorprese un bombardamento. Per fortuna non c’erano mura in piedi che ci potessero crollare sopra le spalle. Ci appiattellammo panciaterra sotta il marciapiede e restammo a baciare il selciato, finché i bombardieri si allontanarono. Ci rizzammo da quella posizione e ce la squagliammo. Attraversammo il Ponticello e andammo. a piazza Cardinale. Ci imbattemmo in un certo Cazzomatto, che con la sua faccia di puttana c’invitò a an­dargli appresso promettendoci di farci guadagnare il pane. Lo seguimmo e ci condusse dentro una casa dove, frugando ben bene, trovammo un barile di ulive all’ac­qua. Poi scendemmo in cantina, dentro la quale a stento si riusciva a tenersi in piedi. La trovammo piena di botti sforacchiate dalle palottole tedesche e fasciste; era tutta allagata di vino, con sopra uno strato di moscerini che si poteva tagliare a fette. Riempimmo delle damigiane e le nascondemmo per poi portarcele sopra la montagna. In altre cantine, c’era della gente che andava tastando i muri e i pavimenti a caccia della roba murata. Facevano man bassa di tutto. Noi li guardammo e prendemmo solamente da mangiare. Ci fornimmo di fagioli e di fichisecchi, mentre gli altri rapinavano gioielli, biancheria, vini. lo nel contempo guardavo Lucino, che sturava una bottiglia di liquore e l’assaggiava, e poi apriva e assaggiava l’altra ancora, fina a sbronzarsi. A un bel momento gli cominciò a girare la testa, ma lui non capiva ragione: assaggiava e rideva come uno scemo. A Elio venne un accesso di tasse (lui ne ha sempre sofferto), Lucino faceva il matto ragionando con l’alcool e io mi lamentavo che volevo mamma. D’im­provviso, mentre carichi di mangiare e bere stavamo attraversando una lunga cantina scarrubbata, per portarci sulla strada e andarcene, passarono dei tedeschi. Ai gravi passi teutonici, sotto l’intimazione di zio Leandro, ci nascondemmo dentro le botti vuote. Elio tossì ancora e zio Leandro lo assalì con una valanga di im­properi e minacce a bassa voce. Ma nessuno ci udì. Caricammo il vino, i fagioli e le olive e finalmente par­timmo.

 

 

La Notte di Natale (1982)

E' la notte di Natale.
Va un tale
ad accattare in un bare un cartoccio di sale
per la sua zucca astrale.
Egli s'insacca nella sua mantellina sbrindellata
e ingerisce di volata
i diciassette piani del palazzo in cima al quale
tana. Egli è povero, non ha un cavolo.
Inoltre è detentore di un lercio ceffo sul quale
affiorano rimarcabili caratteristiche da farlo
da tutti reputare un rospo cornuto.
Ebbene, questo figlio di cagna, tutto impettito,
tronfio d'ignoranza e arrotolato in un palltò crivellato
di mozzichi d'incinte mignatte, squarciando lo smog
entra nella fumigosa mescita summentovata.
Egli è avvolto nelle pene nere
del mondo le più megere.
Tiene gli occhi bruciati di pianto
e s'alluma un mozzone di sigarro raccattato
perterra fuori dal bare
ai piedi della soglia di pietra di Trani.
E' la notte di Natale
e sotto i suoi fracichi, sporadici denti,
da vetusto tempo costui non mascica un tubo.

Soltanto ogni tanto ei getta i suoi occhi abbottati
di debiti nel ventre della vetrina
di una tavola calda, mirando, traverso
la lastra vetrosa, gli altri le coscie dei polli
sbranare, bicchieri ricolmi di sangue di vite
trincare, e leccarsi le dita cosparse di vermiglia
vernice di caviale.
E' la notte di Natale.
L'individuo se ne va piangendo il male
che tiene all'addome, e d'allora
non mangia, e soffre dolori di fame.
Nel bare si stiracchia, appoggia le spalle
aggobbite al termosifone
e gode un po’ di calduccio ghisoso, e un languore
gli bazzuca nel cuore dardi scagliati
da un arco baleno d'amore.
Egli guarda, adesso, le facce sgualdrine
dei giocatori di tressette, e il mozzone toscano
gli brucicchia le labbra spaccate,
tinte di morte.
Lo rimira ognora nel bare la gente
e lui pensa: "E' la notte di Natale
e il tossicoso locale
mi guarda cogli occhi alcolini."
Egli se ne frega; si muove, si raggomitola
rannicchiosamente raggomitolato sul peccoso bancone
e col suo brutto muso di cane barbone
tracanna un ponce.                                                                                                      .
Appresso si sbavacchia la bocca fetente di trinciato forte
colla manica lurcia del suo malnato cappotto                                                     .
e sfodera a sorte
dalla saccoccia delle sue brache stinte e rattoppate
cento lire ammaccate.
E ammicca al barmanne se dentro
quel bare ci fosse un juke-box da suonare.
"Bighellone abbuffato di pidocchi maledetti!
- gli sparacchiano a musincinti gli avventori
e la racchietta mogliettina del gestore -­
Il suonatore a bottoni eccolo là!
Non ci vedi? Sei strabbicco, cieco o baccalà?"
La gente del bare l'attornia, lo vuole scannare.
Menomale!
E' la notte di Natale.
E il mandrillo mugola: ”Ma come, siete stati voi a dirmi
che quel coso là non è affatto un juke-box,  bensì una cucina
a gas, allora cos’aspettate?
Su, datemi un pentolino e un ovo, ho fame!
Io colle mie cento lire volevo suonare delle canzoni!
Magari! - pensava il gringo fra sé e sé - un ovo di struzzo
scapolo al tegamino, sarebbe buono, oppure una braciola
di maiale."
E’ la notte di Natale.
Gli avventori del bare, scocciati del parlo del tale,
se ne stanno andando, quando
egli mormora: “Ma si può sapere checcazzo di mescita
è questa, che non possiede neppure un tegamino nel quale
poter cucinare quel gatto soriano
che viene adesso di qua, o qualche microsolco suonare?"
Gli scagnozzi giocosi, snudandosi fuori dal bare,
se ne vanno, quando uno chiama un altro: "Andiamocene, Peppe!
Non lo vedi? E' stato sempre così scemo e ignorante quellolà! "
E la folla, noncurante, se ne va.
E' festa.
Il tipo accatta il sale per la sua testa.
Sbocca dal locale
e, gridando, se ne va appazzato nell'interno del viale.
E' la notte di Natale.
Ei corre col cuore schiacciato nel focolaio dell'ariaccia
smogosa. Si porta dal giornalaio
e chiede un panino imbottito.
"Signore, ma lei forse è ammattito?
- gli spara l'edicoloso - E' la notte di Natale,
non posso darle, barbone, che un giornale."
Eppoi all'illuso lo vede un bambino,
che gli fa una pernacchia e gli dice: "Cretino!"
E' umiliato il tale.
"Ma questo zozzo mandrillo è proprio un deficente?"
pensa un mercenario della Polizia Stradale.
E' la notte di Natale.
Egli si diparte colle spalle gelate
e chiappa un tassì provinciale.
Mentre l'illuso non fa altro che granfare il tram
che va alla Previdenza Sociale.
E' la notte di Natale.
Il criminale azzecca ansimante i diciassette
piani del palazzo sul quale tana.
Ma non piglia l'ascensore.
Forse ha perduto la chiave,
o che non paga la pigione quell'essere astrale?
E' la notte di Natale.
Ha le labbra screpolate di voraggini di fame,
quel brutto muso di cane.
Questo tale
lo si chiappa sempre nelmentre si stende
come una maledetta scolopendra
o un porcello di Santantonio sotto il ponte
ove egli effettivamente cova il suo odio
come un serpente velenato,
il fetentone, il megalomane nato.
Cionondimanco si trova adesso sul grattacielo
e guarda dabbasso la rapa dell'animale
e le cappotte di metallo addebbitate
che scorazzano sopra la cambiale.
E' la notte di Natale.
Ridacchia come un Belzebù questo figlio di varana.
Si fabbrica una cerbottana,
colla quale,
dopo aver abbussolettate le bollette non saldate,
le bazzuca sul peccato ch'è dabbasso
e ridacchia come un Drakula.
Soffoca, sventra l'apertura della gelosìa,
ammocca la testa matta dalla bocca della casa
e scorge sulla strada il mercatante che viene a scannarlo
e a sequestrarlo corre il mobiliere
e l'altro usciere azzecca a bazzucarlo,
solo perché il tale
non pagava la cambiale.
E' la notte di Natale.
Si catenaccia nella sala capita1ista di polvere
e ragnatele
e sullo storpio tavolino traccia un (O) con un bicchiere
di vino e scribacchia sciocche poesie.
Adesso a1luca, grida ei come un disgraziatone
e violentemente molla tutto quanto giù dal finestrone
sino a riempire di elettrodomestici e di mobilio
tutto il mondo,
questo tale,
questo idiota, questo cane vagabondo.
Il tipo ha uccisi tutti,
dimodoché persona più protesta,
e solamente lui al mondo resta
a gettare gli occhi sul viale
alla notte di Natale.
Egli sta nel bare a piangere tristezza e miseria
vicino al juke-box, e ode il disco (Lo Straniero).
Finalmente muore il tale
cadendo col capo sul davanzale
e accattando il sale
per la notte di Natale.

IL BRIGANTE SILVESTRO  da Dissacrazione e verità  (raccolta inedita di  racconti, pag. 135)

Nella Selva Vetere, chiamata così per via che viene tagliata dal fiume Vetere, metatesi di Tevere, che nasce dal Monte Perito e muore nel lago di Fondi, una volta vi abitava un pastore di nome Silvestro. Aveva ventidue anni allora; giovane tozzo, brutto e analfabeta, aveva sempre il fucile retrocarico a portata di mano, se lo poneva accanto al letto quando la notte dormiva. Ca­morrista e maffioso. Anche se aveva sempre ucciso e rapinato, lui, a botto di schioppettate, faceva dire di sé: «Fino adesso ha voglia la gente di parlare, Silvestro ha ventidue anni e nessuna condanna sopra le spalle, non ha mai fatto del male a nessuno».

Lo temevano tutti. La Selva Vetere era il suo dominio; nei suoi lugubri ventidue anni aveva campato sempre di prepotenza. Era un uomo solo, errante, anche attraverso i Monti Aurunci, dietro alle sue pecore, ogni tanto ne violentava una, facendola [s]trillare come una rigazzina di primopelo. Emarginato dalla vita, egli non amava nessuno; sapeva soltanto che ogniqualvolta si piccava una cosa in testa, manteneva sempre la sua promessa fatta: «O ti piglio, o mi subisci, o ti fai subire; o mi dai la carne tua, o sennò io me la piglio». La sua famiglia era degna di lui medesimo, strafottente rapinosa, vendicativa e faidale. Costoro dominavano colla minaccia, sempre sul chivalà e sicuri, col fucile in braccio, carico e inesorabile. Erano incapaci di pensare al bene, votati al male. Capacissi­mi di rapinare e uccidere a sangue freddo, nonché di bruciare le capanne, pagliari, rozze dimore di quei poveri selvaroli.

La losca famigliaccia cantava sempre: «Se ci rompete le ossa dentro ci trovate il rancore, se ci tagliate le vene, dentro ci trovate il veleno, se ci spaccate le cervella, dentro ci trovate il delitto; se ci aprite il cuore, dentro ci trovate una pietra».

Dietro la capanna, dimora della terribile famiglia, ci stava una grotta ignorata da tutti. Un giorno però questa venne scoper­ta da un boscaiolo, certo Polo, che lo fa subito presente alla Legge: «Sì, c’era puranco un mio collega con me; abbiamo visitato la grotta, calando giù per una scala a chiocciola. Dentro a essa ci stava un letto, tre o quattro sedie, un tavolo e tante armi moderne». Silvestro non agiva mai solo, aveva con sé un’ombra, il suo angelo custode e braccio destro Bellone, giovane diciannovenne, truculento; capigliatura corvina e riccia su capoccia arietina. Naso grifagno, occhi rossi, spupillati, bocca di caprone con zanne di lupo. Alto quanto un cerro, bestiale erotico maniaco sessuale ermafroditico. Come Bellone catturava qualcuno, maschio o femmina, bambino o vecchio alla luna, li violentava con stupro. Una volta lo ficcò dietro a un vitellino redo[2] appena nato, facendolo morire dissanguato. Questo animalone si sarebbe fatto uccidere per il brigante Silvestro, il pastore invaghito della bella contadina Driade, che dimorava in una pagliara della medesima contrada della Selva Vetere. La fanciulla Driade, bella come una mela cotogna, alta, florida, sana, colle carni fresche e sode e il seno, pieno, pieno di melloniche tette, assai schiattacore.

In famiglia erano lei, il babbo, la madre, la sorellina e il fratello Gildo, ragazzo robusto, alto e bello da mettere invidia. Non molto lontano dalla loro capanna abitava lo zio Corbo, uomo austero e forte, che anche lui, purtroppo, subiva angherie, rapine e minacce dal bandito Silvestro. Ciò non ostante, quest’uomo non osò mai la­mentarsi, nè lui nè gli altri selvaroli, temendo rappresaglie dal bandito Silvestro, questo rozzo bandito camorrista, guappodicartone e mafioso. Silvestro sicché aveva il cuore in frittura per la bella contadina Driade, che di lui non voleva sapere proprio il bel resto di niente, facendo anzi capire in mille modi e maniere al giovane bandito, che le loro future nozze erano un’utopia. Intanto il bandito tutte le volte che la vedeva lavorare nei pantani, sotto il cielo azzurro di Fondi, scendeva da cavallo e la pigliava selvaggiamente:

«Vieni qua! Mi hai messo la febbre perniciosa nel sangue, ti desidero assai assai, con tutta l’anima; perché non vuoi darmela? Ebbene, allora ti sbardello sopra la terra spoglia e nuda e te lo ficco tutto quanto dentro la quadraccola. Vedrai come ce lo tengo il pistolone lungo e ciotto; ti fo addicreare una frega, ti azzaffo e affogo la zunna di saponella, ti voglio montare con tutta l’anima, come fa il mon­tone colla pecorella. Ti impre[g]nerò facendoti partorire un bel marmocchio tutto nostro. E che, sei la regina di stocazzo, tu, che non puoi fare in culo con me?»

Le ripulse della bella Driade inasprivano sempre di più l’animo di Silvestro. Siccome in ogni colluttazione che intercorre­va tra i due amanti, era sempre la femmina ad avere la meglio, data la sua consistente forza e statura, Silvestro, allora, che era una mezzasega, rispetto a lei, la minacciava con gli occhi di brage: «Ah, non molli? Nèh! Mi piglierò vendetta crudele su di te e sopra alla tua famiglia, vedrai, non finisce così, per me non è ancora notte! Non vuoi il mio amore ardente, allora io, un giorno o l’altro, come è vero Santrocco, te la faccio pagare a caro prezzo».

I due malviventi, Silvestro colla sua spalla destra Bellone, una mattina sentivano un rotolare di carretto sopra la via. Si trattava di un certo Fiore. Appena i due banditi gli arrivarono a tiro, Silvestro lo fece scendere dal mezzo. Gli chiese: «Compare Fiore, dove si trova adesso Driade?».

«Alla pagliara della zia Bortone. Ci sta pure la sorella Emma, col cugino Tommasino con lei, in tutto sono quattro cristiani».

«E indove si trova Gildo, il fratello di Driade?». «E’ andato a fare delle compere a Fondi». «E suo cugino Aristide?». «E’ allettato per malattia, compare Silvestro». «Allora puoi andare pei fatti tuoi!» gli dice il bandito «Grazie, tante, grazie anzi delle notizie che mi hai fornite, addio!»

Il Fiore, col suo carretto ripigliava la via per Fondi.

Adesso i due briganti, Silvestro e Bellone, sicuri di avere campo libero, si versarono nella Selva Vetere. «Caro Bellone!» gli diceva ora Silvestro «Gildo è ito a Fondi, a fare delle spese, un uomo man­cante; Aristide si trova a letto malato, un altro uomo di meno; Driade quindi non ha difensori di sorta, è sola; non c’è persona al mondo che la possa aiutare. La sua vecchia zia Bortone col cuginet­to Tommasino, che giacciono con lei nella pagliara, non contano. Siamo quindi gli unici dominatori del campo, i padroni, possiamo agire a nostro pieno piacimento, nessuno ci disturberà. Però sono ancora le sei, ora in cui tutti lavorano; le mandrie non sono ancora rientrate nelle stalle; i vaccari, i bufalari, sono ancora sparpagliati per la Selva Vetere. Poi, chi zappetta, chi dissoda e ricaccia i pantani, sotto questo sole che brucia, come l’anima mia, per la bellissima Driade. Se ci muoviamo adesso e ci sentono, possono accorrere a difenderli, bisogna, per questo, aspettare, ancora non è il momento. Siamo cauti! Calma, perché vendetta sia fatta; non portiamo prescia, il gatto per la fretta fece i gattini ciechi. Verso la notte spaccata i villani dormono,[nessuna] persona ci vedrà a quest’ora, tranne la Luna d’argento». «Aspettiamo allora insino alle undici, Silvé!» consiglia­va il Bellone; queste cinque ore poi so’ io come fartele passare».

I due briganti penetrarono nella grotta nascosta, dove abitava la puttana di Bellone, colla quale Silvestro si sollazzava bonobono, ficcandoglielo ripetute volte nella zunna e altrove alla presenza del suo bracciodestro Bellone. Eppoi ancora con Bellone bevvero, mangiarono, cantavano e chiavavano insieme colla scrofa, chi davanti e chi didietro simile ad accoppiamenti animaleschi.

Arrivate finalmente le undici, i due manfrini, lasciata la puttana, sazia nella grotta, pigliarono a camminare verso la capan­na nella quale dormiva Driade, la sorella Emma, la zia Bortone e il cuginetto Tommasino. Nessuno si trovava a quell’ora sveglio per la Selva Vetere, pareva che nel mondo non ci fosse più crea­tura vivente. Tutto taceva. Tale silenzio veniva rotto soltanto dal canto lugubroso degli uccelli di rapina e dal secco brusìo di qualche foglia che tombava vorticosa perterra in quell’amara notte. Si udiva però il losco rumore dei loro passi guardinghi che procedevano inverso il malaffare. I due briganti arrivarono davanti alla pagliara, la cui porta, che pareva una feritoia di casamatta, era serrata. Silvestro vi andò vicino, dopo avere fatto svegliare i quattro, prese a minacciare col suo fucile: «Allora, Driade, ti ostini ancora a non volermi?»

«No!» [s]trillava lei «Meglio la morte!»

«Ma che cosa ti ho fatto io di male? Io ti voglio solo per sposa, ti voglio bene!»

«No!» lei lo respingeva! «Uccidici piuttosto tutti e quattro!»

                «Esci fuori dalla capanna, Driade!» Silvestro cominciava a innervosirsi. «Ti voglio per moglie. Perdonami se quella volta ti ho ferita col pugnalotto!»

«No!» insisteva lei caparbia: «E’ meglio morire».

«Porco della Ma. e Dio ansemble!» bestemmiava Silvestro con assai raccapriccio. «Allora, Bellone, taglia e prepara la legna».

Il brigante tagliava frasche e l’ammucchiava intorno alla capanna. Dopo pure tronconi lignei in croce piazzava in faccia alla porta.

                Ammannito tuttoquanto perbene, Silvestro disse: «To,Bellone! Afferra questo fucile e spara qualora si avvicinasse qualchuno!».

Silvestro appiccò quindi il fuoco alla pagliara, da dove presero a uscire urla laceranti. Driade, alla quale si stavano già incendiando i panni addosso, cedeva pietosamente: «Silvestro! Sposo mio di letto, aprima [sic] la porta, spegni il fuoco; vengo fuori, esco e mi ti sposo, non bruciare pure la zia coi miei fratellini! Essi sono innocenti, non ci entrano niente coi nostri peccati».

Driade metteva la testa fuori dalla paglia della capanna, mentre Silvestro gliela respingeva dentro, dicendole:«E’ troppo tardi oramai!».

La pagliara bruciava e il fumo strozzava la gola dei quattro le cui carni venivano di già escoriandosi e brasandosi sotto la furia delle crepitanti lingue di fuoco.

Driade scongiurava. In quel mentre a un galoppo seguiva una figura oscura. «Chi è che disturba?» si chiedeva Silvestro «Tu intanto, Bellone, resta di guardia alla capanna, fino a che non è diventata un mucchio di cenere; io vo’ a vedere chi è».

Il brigante partiva, fucile spianato, pronto a uccidere. Scorgendo Gildo, fratello di Driade, che veniva da Fondi, gli alluccò: «Ma perché giungi a questa ora di notte? Sei un cazzo di ostacolo e ti frapponi come un bastone nodoso fra i miei piedi. Ma il destino si deve compiere in tutti i modi.Vattene, Gildo, da dove sei venuto, sennò ti sparo!».

Il giovane, ignaro di quelle fiamme, legava il suo cavallo, senza rendersi conto del pericolo che stava per correre. Come poi stava aprendo bocca, Silvestro gli deflagrò il primo colpo, facendo così cilecca. Gli disse allora: «Non ci fa una minchiazza, Gildo, ti metti in corriva con me? Vuoi ficcare il naso nelle mie cose? Il mio schioppo è un duebotte, l’altra cartuccia è già in canna: banghe!». Gli uccide il cane, che guaì pietosamente, con uno strascico che echeggiava per tutta la Selva Vetere. Gildo l’aveva capito che nella pagliara della zia Bortone stava morendo bruciata la sorella cogli altri innocenti. Siccome Silvestro stava ricaricando il duebotte, egli pensò:«Qua io, in tutti i modi, sono un uomo morto; loro due, Bellone armato di accetta e Silvestro di fucile. La capanna brucia, vorrei andare ad aprire la porta, per salvare mia sorella Driade cogli altri. Ma mi faranno fuori. Eppoi chi saprà mai chi fu l’artefice che aveva bruciato queste quattro anime innocenti? Quindi, l’unico testimonio sono io». Gildo eccosì monta a cavallo e corre dallo zio Corbo, che saputo del fattaccio, lo consiglia di avvertire la legge.

Compiuta la strage, mentre Driade colla zia Bortone e i due bambini finivano di carbonizzarsi nella brage della capanna, Silvestro e Bellone s’allontanavano dal focaraccio accostandosi alla dimora dello zio Corbo. Là giunti, i due banditi lo invitavano ad apparire sull’uscio. Il povero disgraziato, prendendoli colle buone, affinché suo nipote Gildo facesse a tempo ad avvertire la legge, apparve sulla porta della sua capanna, scalzo e in camicia allungo. Allora Silvestro gli scaricò il fucile addosso, facendolo cadere secco in una piscolla di sangue. Poi con Bellone si diedero alla macchia. Di lì a poco il povero Corbo moriva. Intanto erano giunti sul posto del rogo gli aiuti chiamati da Gildo, ma nulla poterono fare per le povere vittime oramai incenerite. Silvestro e Bellone vissero dapprima uniti,eppoi come videro che ciò era pericoloso, si separarono. II bandito Bellone uscì dalla Selva Vetere e Silvestro viveva nascosto nella grotta. Dopo, in seguito a delle spiate, Bellone venne catturato e giudicato. Venne condannato a tre anni di reclusione. Anche Silvestro fu giudicato dalla stessa corte in contumacia venne condannato all’ergastolo. Da quel giorno di Silvestro non si ebbero più notizie; dopo si venne a sapere che aveva vissuto tre anni nella grotta nascosta colla puttana di Bellone. Silvestro scappò in Abruzzo, qua dove cambiò due volte nome, con falsi documenti si sposava ed ebbe due figli. 21 anni dal fatto, mentre Silvestro saltava da un tetto all’altro di una casa, cadde sulla strada dabbasso, rompendosi tutte e due le gambe, infine fu catturato e morì marcio dietro alla cancella.

 Note

[1] Tahar Ben Jelloun, Le pareti della solitudine, Einaudi, Torino, 1990 e 1997, p.XVIII

[2] Redo Vitello o puledro durante il periodo di allattamento