Tutto il resto non è letteratura

A proposito di poesia e canzone ‘d’autore’

di Marco Gaetani

Di cosa sia segno il Nobel per la letteratura a Bob Dylan si è molto discusso negli ultimi mesi. Segnalo alcuni degli interventi che ho seguito (quiqui e qui,  in  certi casi dicendo anche la mia opinione (qui). Questo di Marco Gaetani pone con vigore la questione di fondo (sartriana): cos’è la letteratura. [E. A.]

 

Non capita spesso che nel dibattito pubblico – oggi per la verità quasi interamente surrogato dal chiacchierio mediatico – divenga oggetto di confronto, o appunto anche soltanto di chiacchiera, la questione concernente che cosa sia, o debba essere, la letteratura. Domanda che Sartre, per esempio, non ebbe timore di porre apertamente, e che però un esponente prestigioso della critica e della teoria letteraria di orientamento strutturalista, neppure tra i più stolidi, osò una volta quasi dileggiare, in margine a uno dei suoi più influenti lavori; ma questione che – piaccia o meno – trova il modo di ri-presentarsi periodicamente: come tutte quelle che, con l’imperfezione o l’approssimazione di cui possono indubbiamente caricarsi, interrogano veramente, e suscitano l’esigenza non tanto di risposte definitive quanto, perlomeno, di un supplemento di riflessione, di un nuovo indugio, di un’ennesima inchiesta.
È peraltro significativo che la questione si riproponga a distanza di un anno, di nuovo in occasione del conferimento di quel premio Nobel che rappresenta una delle rare occasioni in cui la letteratura e gli scrittori trovano, se non altro per qualche giorno, un minimo di spazio (e di tempo) nel sincrono palinsesto mediatico-planetario. Proprio delle reazioni all’assegnazione del Nobel per la Letteratura 2015 a Svetlana Aleksievic – e nello specifico a quelle di Roberto Saviano – era dedicato l’ultimo intervento di questa rubrica. Anche in quella circostanza (cfr. «GenerAzioni di scritture», n. 4) il prestigioso riconoscimento attribuito a una giornalista, o a una figura ibrida di giornalista-scrittrice, aveva indotto a interrogarsi su ciò che la letteratura sia, possa o debba essere.
Nel Dicembre 2016, con la proclamazione di un autore come Bob Dylan quale successore di Aleksievic nel libro d’oro del premio svedese, è accaduto qualcosa di simile. Il conseguente dibattito, tuttavia, è risultato amplificato in misura esponenziale da almeno due fattori: la celebrità del premiato e l’ulteriore allargamento, implicito nella scelta dell’Accademia di Svezia, del campo di ciò che debba essere legittimamente considerato come «letteratura». Se infatti – rimanendo ora a quest’ultimo aspetto, sul quale s’intende rivolgere l’attenzione in queste righe – nel caso di un/a giornalista è ancora abbastanza facile acconsentire al fatto che nelle sue opere possa, se non altro, essere rinvenuto un valore anche letterario, meno pacifico appare invece che sia possibile ritenere opere di letteratura – e nello specifico di poesia – le canzoni, vale a dire testi verbali accompagnati (si dica provvisoriamente così) da una componente musicale.
Il dibattito sull’argomento, in realtà, si è oggi conquistato un certo spazio tra gli studiosi, anche accademici; e affiora – ancorché inevitabilmente connotato, sovente, dai toni accesi e rivendicativi della partigianeria – tra gli stessi semplici appassionati di canzoni (‘d’autore’) e/o – perché no? – di poesia. All’annuncio del premio a Dylan, così, le prese di posizione, nel nostro paese, sono state abbastanza nette, e possono essere ricondotte ai termini del più generale confronto appena richiamato: alcuni – invero la maggior parte tra scrittori, critici, intellettuali e operatori culturali di varia estrazione – hanno sostenuto la piena legittimità del riconoscimento, ritenendolo ineccepibile e forse ritardatario, giungendo talora ad auspicare che non resti un unicum, un’eccezione; altri, al contrario, hanno rivendicato con forza l’autonomia e la specificità della letteratura, e dunque l’impossibilità dell’opera dylaniana – a prescindere dal suo stesso valore – di rientrare nei confini dell’arte letteraria.
Quella che può sembrare, e che in parte certamente è, un’oziosa scaramuccia nel ristretto (e in talune zone fetido) cortile della nostra società cultural-mediatica, sottintende in realtà, che venga proferita in maniera esplicita oppure no, l’ardua questione sartriana: che cos’è, dunque, la letteratura?
Tra le possibili risposte – anch’esse più o meno implicite – quella di quanti, non senza valide ragioni, pongono in discussione la stessa liceità della domanda, che pare invocare una risposta assoluta e definitiva in effetti impossibile. Costoro, verosimilmente, quanto meno correggerebbero l’interrogativo, chiedendosi tutt’al più che cosa sia oggi la letteratura: che cosa insomma essa sia diventata nelle nostre società cosiddette ‘avanzate’. E che cosa sia stata invece nel passato, nelle culture più diverse – solo ultima ormai quella moderna, borghese, ‘tipografica’. Di questa stessa schiera fa parte chi – probabilmente forte d’argomenti storici ed etno-antropologici – rammenterebbe, a proposito dello status delle canzoni, epoche della nostra stessa civiltà – l’antica Grecia, il Medioevo, il Rinascimento – in cui parole e musica si trovavano senza scandalo a partecipare di un’unica opera, con prevalente funzione estetica.
In maniera sostanzialmente diversa pensa chi, al contrario, non sia disposto a rimescolare le carte. Chi cioè, non ignorando certamente la storia, ne fa però il percorso che ha condotto la funzione letteraria a cristallizzarsi nella forma ‘pura’ ai moderni più consueta; in un certo senso a divenire se stessa, ciò che doveva essere. La civiltà letteraria moderna, e in particolare quella tardo-moderna (Otto-Novecento), avrebbe così in qualche modo inverato il destino della parola nella sua forma propriamente letteraria.
Da questa parte del fronte più facilmente il discorso diventa valutativo. Chi ritiene – per usare le parole di un valente studioso, Stefano Dal Bianco – che tra un Tenco e un Sereni il confronto sia impossibile non sta dicendo soltanto, infatti, che canzoni e poesie sono cose appartenenti a universi forse comunicanti ma incommensurabili; sta sostenendo anche, o suggerendo, che la parola prettamente poetica (vale a dire la parola pura, senza aggiunta di musica o d’altro) è capace di dire di più e meglio. Che è più profonda, sofisticata, ricca di sfumature, satura di senso. Che vale di più.
Si vede da queste considerazioni – pur così approssimative e inarticolate – quante e quali questioni siano sottese a quella centrale posta dalla domanda ‘sartriana’. Con essa è anche in causa, per esempio, un problema ineludibile della riflessione (e della pratica) estetica contemporanea, vale a dire quello della valenza performativa che l’opera d’arte tende oggi ad assumere a un grado più o meno elevato.
La letteratura non fa certo eccezione. In un’epoca come la nostra – di ‘oralità secondaria’ diffusa, di suoni e rumori permanenti, di incessante movimento, di relazioni forzose e socialità obbligatoria, di primazia del corpo e delle pulsioni – la parola letteraria tende a fuoriuscire dalla lettura silenziosa che ne aveva fatto, al culmine della Modernità, cosa soprattutto mentale. La letteratura, nel presente, insegue al contrario sempre di più l’interpretazione, la lettura pubblica e collettiva, la recitazione festivaliera, le performances più diverse; si ibrida vorticosamente ai suoni, si trasla in immagini, s’integra allo spettacolo multimediale e alla coreutica universale che qualificano tanto marcatamente la nostra civiltà. Pare essere questo il prezzo da pagare affinché essa possa venire ancora riconosciuta e abbia diritto di circolare – continuando, come che sia, a parlare alle masse, alle moltitudini, agli individui.
Si può muovere proprio da una situazione come quella appena tratteggiata per provare a individuare un discrimine – mobile, elastico e negoziabile, certamente; ma che tuttavia deve essere segnato, anche in via provvisoria.
La parola che regge la sfida del silenzio (e del rumore), cui basta anche un solo lettore ‘oculare’ e ‘mentale’ per dire quello che ha da dire, che è autonoma e autosufficiente, che dice cose altrimenti indicibili – è la letteratura.

***

La scrittura per il teatro, nella prospettiva di questo discorso, sembra occupare una posizione nevralgica. Non si negherà certo la valenza di opera d’arte a quel teatro che faccia leva meno sulla parola scritta che sull’interpretazione attoriale e/o sulle altre componenti extra-testuali dello spettacolo. Ma può essere definito ancora pienamente «letteratura»? Si può leggere (per menzionare un altro controverso premio Nobel, peraltro scomparso proprio mentre veniva annunciato l’alloro a Bob Dylan) Dario Fo come si legge Shakespeare? E non varrebbe opporre, per esempio, che anche il testo di quest’ultimo sviluppa appieno le proprie potenzialità soltanto se messo in scena. Perché quel testo non vale meno – non è meno Shakespeare – alla prova della sola lettura, della fruizione solitaria. Sappiamo fin troppo che si tratta di esperienze diversissime, culturalmente e storicamente inavvicinabili, ecc. ecc.. Non è certo questione infatti ora di paragonare il drammaturgo elisabettiano all’autore di Mistero buffo. Ma di chiedersi se questi autori quando scrivono facciano esattamente lo stesso mestiere. La domanda implica un giudizio di merito sulla parola, considerata per se stessa – se è vero che la letteratura e la poesia sono ancora, prima di ogni altra cosa, arti della parola.
I testi di alcuni protagonisti della contemporanea scena musicale (‘popolare’, nel senso di ‘non colta’) sono stati per tempo raccolti in volumi, talora entrando a far parte delle stesse antologie scolastiche, anche in Italia. Ci si riferisce ora a personalità (oltre a quella di Dylan, val la pena di menzionare almeno quella di Leonard Cohen, anch’egli recentemente scomparso) che ormai da tempo vengono annoverate tra i veri artisti, e le cui opere sono sempre più spesso studiate alla stregua di quelle dei poeti e dei narratori. Per il nostro paese, ad esempio, va ricordato il caso di Fabrizio De André, che Fernanda Pivano un po’ temerariamente considerava tra i massimi poeti del nostro Novecento. E non mancano oggi validissimi studiosi che allargano il canone poetico nazionale per far spazio ai più originali tra i cosiddetti ‘cantautori’.
Si tenti, ciò malgrado, ancora un esperimento mentale – del genere di quello proposto poc’anzi per la scrittura teatrale. Si leggano cioè i migliori tra i testi di questi (cant)autori sforzandosi di non richiamare alla mente la musica che, normalmente, non – semplicemente – li accompagna, ma li compenetra e li instaura nella loro pienezza di senso. Sarà allora evidente che tali testi non solo sono «altra cosa» rispetto ai componimenti di un Montale, di un Saba, di un Sereni, di uno Zanzotto, ma che al loro confronto risultano anche più poveri, più rozzi, più banali.
È esattamente ciò che accade, peraltro, nel caso del melodramma e di moltissimi lieder. Per quanto si possano ammirare Da Ponte, Piave o Wilhelm Müller, non si dirà certo che i loro libretti o componimenti siano da paragonare alle opere di Goethe o di Leopardi. Ciò non toglie naturalmente che Don Giovanni, La forza del destino e Winterreise siano ammirevoli opere d’arte, capolavori nel loro genere: vale a dire dentro una caratteristica forma estetica ibrida, in cui è l’unione inscindibile di parole e musica (cui si aggiunge il momento performativo) a conferire dignità e valore.
Un primo essenziale discrimine tra ciò che è letteratura e ciò che non può essere considerato tale risiede allora nella potenza autonoma della parola, nella sua capacità di suscitare emozioni, pensieri, fantasie, conoscenza. È la parola che prende in carico su di sé soltanto l’universo del senso: questo è il virtuosismo primo, il costitutivo cimento – e l’onore esclusivo – della letteratura.

*Questo scritto appare nella rivista “GenerAzioni”. Si ringrazia l’editore Milella di Lecce per averne consentito qui la pubblicazione.

7 pensieri su “Tutto il resto non è letteratura

  1. Spero verrà presto il tempo in cui ci sarà bisogno di commentare, con parole, la vita nei suoi diversi aspetti. Per adesso non è così, le parole vengono usate solo per svolgere funzioni comunicative, di servizio, per imbonire, convincere, dissuadere. Le parole hanno cioè una funzione pratica, di servizio, anche nel caso servano ai letterati, ai critici oppure ai filosofi.
    La mia speranza è che la poesia torni ad essere necessaria, come completamento delle immagini, per la sua possibilità di scavo, di riflessione ma anche di sorpresa e abbellimento. Perché questo accada servirebbe una società diversa, più evoluta, meno squilibrata sul dare e avere, sui diritti di ciascuno e sulle possibilità che tutti dovrebbero avere. Ma tecnologicamente ci saremmo, per capirlo basterebbe rispondere a poche, semplici domande: ora che hai lo smart, che ci scrivi? Che gli fai dire ai personaggi di un audiovisivo, posto che tu abbia tutti gli strumenti che ti servono per poterlo realizzare? E se sei in possesso di sofisticate tecnologie di ripresa, che storia racconteresti? Ecco, le macchine questo non lo sanno fare perché sono matematiche, logiche, sommarie e sbrigative.
    Io sono per la commistione dei generi, quindi vi[v]a Bob Dylan! ma vorrei poter dire anche: Viva Scorsese e Woody Allen. E Viva il Corriere della sera se per commentare un fatto di cronaca, sotto una fotografia ponesse tre righe scritte da un poeta! In questo caso il Nobel per la letteratura lo si potrebbe conferire anche a un giornalista.
    La poesia dovrebbe vivere nella società che l’ha prodotta; non ostinatamente chiusa e confinata nei libri, ma nemmeno lasciata solamente in bocca alla gente di teatro. Non provo particolare nostalgia per la poesia detta a voce, anzi mi andrebbe anzi più che bene se fosse registrata, se occhieggiasse come una réclame a segnalare che lì c’è dell’arte. Anche il modo di scrivere poesia potrebbe cambiare, perché concepita in modo comunicante, appropriato; pur restando libera e creativa, ché questa è la sua forza e il contributo che sempre ci può dare. Il Nobel a Dylan è per me un semplice segno di arretratezza culturale. Di un passato-presente quasi insopportabile. Oggi i poeti vivono eroicamente in semi clandestinità, senza alcun guadagno. Dovremmo vergognarcene.

  2. Eh no.
    Per quanto apprezzi il tentativo di ricondurre faccende di cronaca letteraria a questioni più radicali, ci sono due errori nelle riflessioni qui scritte che devono essere criticati.
    Non conosco Marco Gaetani, né so nulla delle sue competenze sopra la letteratura anglo-americana; do per scontato abbia letto e studiato più o meno come tutti noi, e sappia di poesia, avanguardie e politica. Ma lo stesso si sbaglia.
    Intanto perché non Saba o Montale o Zanzotto dovrebbero essere i paragoni per i testi di Dylan: eligere una poetica storicamente determinata a essenza immutabile della poesia è lecito, ma se si scrive di altro bisogna anche a altro guardare.
    Avessimo tutti tempo da sprecare, proporrei un gioco: vi citerei dieci versi di Dylan (Thomas), di Milton, di T.S. Eliot e del povero Robert Allen Zimmerman, e vi chiederei, senza sbirciare, di indovinare a chi appartiene cosa. Ma poiché il tempo è tiranno e qui stiamo solo discutendo, mi limito a ribadire un principio di critica letteraria che dovrebbe essere assodato: le pere vanno con le pere e le mele con le mele.
    Più grave è però – “più grave” secondo me, certo – quanto Gaetani scrive quasi alla fine del suo articolo: “Si leggano cioè i migliori tra i testi di questi (cant)autori sforzandosi di non richiamare alla mente la musica che, normalmente, non – semplicemente – li accompagna, ma li compenetra […]”. Quindi dovremmo leggere Dante senza richiamare alla mente Firenze, Brecht senza il comunismo e Lu Xzün senza il confucianesimo; oppure annoiarci con Mondrain perché troppo quadrato, scartare Scarpa che studia l’oriente e, naturalmente, buttare a mare Schönberg e tutte le sue poco musicali teorie sulla successione naturale degli armonici.
    Io non so né voglio dire se Dylan meriti il Nobel per la letteratura, ma l’immagine di una parola pura che non abbia nulla a che fare con la musica, la politica, il ritmo e il tempo della storia è una idea crociana così borghese che speravo di non doverla più leggere.

  3. …secondo me la letteratura oggi, pur conservando il suo strumento principale di espressione che è la parola, vivendo un tempo particolarmente intriso di suoni e di immagini, spesso caotico, e dovendolo interpretare e riflettere (ma anche influenzare e trasformare, aprendo spazi di riflessione, avendo un ruolo estetico ma soprattutto sociale) può anche ibridarsi con altre forme di espressioni artistiche, come la musica, la pittura, il cinema. Senza, tuttavia, trasformarsi in una merce, alla stregua di tante altre al servizio degli interessi consumistici…Una misura difficile da trovare anche per i luoghi : non in soli salotti letterari, ma neanche tra una pubblicità e l’altra.

  4. Per ora solo un appunto breve e di striscio da uno scambio su FB con Massimiliano Tortora, autore di “Propositi per il nuovo anno: a partire dal Nobel a Bob Dylan” su “LALETTERATURAENOI.IT” :

    Ennio Abate
    “Insomma, mi piace vedere nel Nobel alla letteratura 2016 la sollecitazione a considerare la poesia un genere da praticare a voce alta.” (Tortora)

    Mi scuso per l’intromissione in un dialogo tra amici/che che si conoscono tra loro. Ma vorrei insinuare un dubbio…Non mi convince questa apologia (liberatoria?) della poesia “da praticare a voce alta”. Magari come una (mitica) volta. Perché un po’sento insinuarsi l'”obbligo” (la spintarella…) proprio delle mode.
    Chissà perché m’è venuto in mente il titolo di un film: “Gli uomini preferiscono le bionde”. Finché si tratta di preferenza non mi preoccuperei. Ma quando intervengono gli esperti (Vedi qui:http://www.staibene.it/perche_gli_uomini_preferiscono…/…) comincerei a sospettare. Così anche per la poesia. Mi va bene sia a voce alta davanti ad un pubblico e sia letta mentalmente da soli in una stanza . Sono due modi diversi di goderla, fruirla, capirla, rifletterla, approfondirla, ecc. Ma restano due. Come ci sono donne bionde e donne brune. Ma quando intervengono gli “autorevoli” giurati del Nobel per ricordare (a chi?) che “nella poesia oltre a carta e inchiostro c’è anche la voce”, che succede?…

  5. Ho conosciuto poeti capaci di comporre parlando, a voce alta, molto bravi e creativi. E ricordo, una sera di parecchi anni fa, Tomaso Kemeny che al microfono sembrava improvvisare. Non è cosa da tutti: cambia lo strumento d’esecuzione, nella voce si affaccia il canto, se non il canto il ritmo, le sonorità. Poi vai a leggere e t’accorgi che quel che sembrava straordinario era invece sintatticamente uno sgorbio, la semantica piena di cascami. Almeno i cantautori se imbroccano una rima sulla nota giusta un qualche effetto riescono ad ottenerlo. Secondo me, scrittura e voce, hanno in comune soltanto la parola; ma non è poco. Anche scrivendo la si tradisce: la si cerca, la si impone… c’è spesso troppa testa, troppa maniera; lo capisci subito quando al poeta sono le parole a venirgli incontro, a sostenerlo, perfino a sorprenderlo.

  6. APPUNTO 1
    Ripenserei con più attenzione questo saggio di Marco Gaetani. Che si distingue per equilibrio critico e solidità argomentative dalle molte cose scritte in occasione del Nobel per la letteratura a Dylan. A una prima lettura mi era parso che Gaetanici tenesse a sottolineare soprattutto l’importanza della distinzione tra generi diversi: letteratura, teatro, canzone; e a ricordare ai troppi smemorati cosa sia davvero stata finora la letteratura. E con la consueta intelligenza e duttilità critica non ha negato il valore dell’«opera dylaniana» né «la valenza di opera d’arte» di un certo teatro. E poi chi un po’ la letteratura l’ha praticata come può negare che «canzoni e poesie sono cose appartenenti a universi forse comunicanti ma incommensurabili»? Semplificando:« le pere vanno con le pere e le mele con le mele» (Ezio).
    Ma, prima indirettamente riferendo l’opinione di Stefano Del Bianco poi ribadendo più volte in maniera inequivoca la sua convinzione che i testi poetici sono su un piano più alto (e imparagonabile) rispetto ai testi dei cantautori, ha fissato una gerarchia abbastanza netta e rigida: « la parola prettamente poetica (vale a dire la parola pura, senza aggiunta di musica o d’altro)» « è capace di dire di più e meglio», «è più profonda, sofisticata, ricca di sfumature, satura di senso». Insomma, «vale di più» delle parole usate dai cantautori e dei librettisti d’opera.
    Ora è la canonizzazione di questa gerarchia che per me fa problema. Non perché non la veda io pure, ma perché in un certo senso mi pare venga “eternizzata” (è stato così, è così, sarà sempre così) e viene accantonata o esclusa la possibilità di un – diciamo pure – confronto/scontro fluido e aperto a soluzioni impreviste tra esperienze fondate sulla «parola pura» e esperienze che mirano invece a una parola “ibridata”. Separati i due scompartimenti, si può pensare al massimo al rapporto tra un “superiore” e un “inferiore”, tra un “alto” e un “basso”. Con la conseguente accentuazione del un conflitto latente tra due snobismi complementari: quello delle élites letterarie corporative e quello dei tanto disprezzati “semicolti”.
    Questa convinzione elitaria che tende a una separatezza “sdegnosa” è quanto ho cercato più volte di contestare riflettendo in passato sul rapporto possibile tra Poesia e moltinpoesia. Ora non è che Gaetani non veda i processi di rimescolamento della nostra epoca (« di ‘oralità secondaria’ diffusa, di suoni e rumori permanenti, di incessante movimento, di relazioni forzose e socialità obbligatoria, di primazia del corpo e delle pulsioni»). Ma pare che di fronte ad essi si ponga come esterno. E li sente come un fastidioso pedaggio, un «prezzo da pagare» per la letteratura. O, peggio, una spinta alla sua decadenza. Ed è come se egli volesse preservare dal contatto con altri generi la letteratura per conservarla intatta e nella sua totalità (trascurando, tra l’altro, la perenne conflittualità che sempre l’ha attraversata). Anche nel suo condivisibile richiamo a Sartre e alla “vecchia” questione di «cosa sia, o debba essere, la letteratura» mi pare che, a differenza del filosofo francese che poneva l’accento sulla libertà raggiungibile tramite la letteratura, Gaetani lo ponga sullo strumento- letteratura in sé o sulla parola “pura”. Col rischio di fare una difesa in blocco di una Letteratura storicamente determinata (e dei suoi Autori consacrati): quella moderna, quella borghese. Opponendosi ad ogni commistione o ibridazione della letteratura con altri generi e ad ogni allargamento del suo campo specifico di una letteratura intessa come la «forma ‘pura’ ai moderni più consueta» quali altri sviluppi se non di poco conto sarebbero possibili in letteratura? Di ben poco conto, se in fondo Gaetani ritiene che la letteratura è ormai già divenuta «se stessa, ciò che doveva essere» e « avrebbe così in qualche modo inverato il destino della parola». Da quel suo splendido e ascetico isolamento, infatti, temo che possa venire soltanto una coltivazione endogena e “manieristica” della «parola pura». O forse una qualche “post-letteratura” (magari richiamandosi alla “condizione postuma della letteratura” di Ferroni).
    Leggendo, ho anche pensato che la sua possa essere una scelta contingente e anche necessaria contro ibridazioni che io pure trovo “fusionali” ( e confusionali). Infatti, Gaetani sembra in un punto anche aprire a una “trattativa” o al confronto, quando suggerisce di «individuare un discrimine – mobile, elastico e negoziabile, certamente; ma che tuttavia deve essere segnato, anche in via provvisoria». E io pure non vedo perché dovrebbe essere cancellata o sbeffeggiata una *certa letteratura*, quella che, come Gaetani scrive, si fonda sulla « parola che regge la sfida del silenzio (e del rumore), cui basta anche un solo lettore ‘oculare’ e ‘mentale’ per dire quello che ha da dire, che è autonoma e autosufficiente, che dice cose altrimenti indicibili». Ma, riconosciuta alla parola «una sua autonomia e sufficienza», perché renderla assoluta?
    Ora se tenessimo il discorso sul piano della distinzione dei generi, saremmo di fronte a una questione di preferenza. Varrebbe quanto ho detto nel precedente commento, facendo l’esempio delle bionde e delle brune. Gaetani preferirebbe la bionda (la letteratura fondata solo sulla parola) e altri la bruna (la letteratura “ibridata”). Ma, ponendo la questione sul piano del giudizio di valore e della gerarchia, siamo – mi pare – di fronte ad un aut aut. Perché il valore che egli attribuisce alla letteratura e alla «parola pura» può essere attinto solo qui e mai – suppongo – nelle pratiche della “letteratura ibridata” ( o “espansa”, come la chiamava Kemeny).
    Se, infine, collocassimo, come si dovrebbe fare, questa discussione nel quadro delle questioni storiche generali (come ad esempio abbiamo tentato di fare nei due recenti post ora ‘in evidenza’ sulla colonna destra del sito di Poliscritture: http://www.poliscritture.it/2016/12/28/noi-e-loro-nello-specchio-di-facebook-verso-la-fine-del-2016/; http://www.poliscritture.it/2017/01/17/trump-e-il-tonto/) e cioè nel quadro del conflitto tra “globalizzatori” e “nazionalisti”, emergerebbe il nodo politico che qui per ora appena s’intravvede. Ma su questo ad altra occasione.

  7. BOB DYLAN.
    1.
    Il Premio Nobel conferito a B.D è una notizia “ divertente” nel senso che induce ad osservazioni molto diverse tra loro.
    Non dò alcun giudizio sulla scelta e neppure sull’assenza del premiato alla cerimonia relativa, segno – secondo alcuni – di una riprovevole maleducazione.
    Sul primo punto osservo che i Premi Nobel – nelle loro articolazioni per discipline – vengono erogati a pioggia e si stenta a convincersi che ogni anno emergano nel mondo geni o semi geni meritevoli di imperitura memoria. Nelle scienze – soprattutto quelle mediche – tale generosità è più comprensibile considerando che molti dei premiati ci hanno promesso salute e lunga vita e spesso sono riusciti a mantenere le loro promesse.
    Quanto al secondo punto perché prendersela con B.D se il mondo della cultura è pieno di arroganti e presuntuosi di prima grandezza ( cui spesso non corrisponde un reale valore ) che si comportano come e peggio del Nostro ?
    2.
    Prendo in esame il fatto per alcune osservazioni marginali che però partono da lontano. Premetto che non conosco in modo sufficientemente significativo B.D e la sua produzione. Conosco un po’ meglio il fenomeno dei nostri cantautori e dichiaro subito che alcuni loro testi ( parole + musica ) mi procurano reali emozioni ( penso a De Andrè e Dalla, ad esempio )
    Mi spingo, in queste circostanze, a definire valide esteticamente alcune loro produzioni e, a margine, a chiedermi in quale casella o categoria di esperienza artistico/culturale collocarle.
    Al limite mi domando se tale domanda sia giustificabile.
    La accosto, probabilmente in modo arbitrario, al discorso più arduo del “ canone “ e cioè del criterio( dei criteri ) per definire “ esteticamente valido “ un testo poetico.
    Mi sono costruito una mia teoria, del tutto insufficiente a soddisfare esigenze teoriche fondamentali e a costruire sistemi. Non essendo né un critico né un intellettuale dichiarato e riconosciuto mi affido ad alcune meditazioni private per dare senso alle mie letture e a costruirmi uno schema di ragionamento.
    3.
    Sono convinto che non sono i critici letterari a fondare il canone. Sono gli scrittori e i poeti a costituirlo attraverso l’autorità socialmente acquisita con le loro opere nel corso di epoche definite o definibili.
    Penso, sicuramente sbagliandomi, che lo stesso processo assista la formazione dei “ generi “.
    Nulla di predeterminato nel “ mondo delle idee”, ma anche nulla di decisamente arbitrario posto che queste categorizzazioni sono il frutto di processi storico-culturali che hanno, nella loro concreta manifestazione e vita, la loro legittimazione.
    Penso, dunque, che esse, come risultato “umano “ ineludibilmente avvenuto, costituiscano dati di esperienza che si possono giudicare ma non ignorare e pretermettere. Sono presenti perché sono avvenute e su di esse si può fondare un principio di ricerca.
    Se, con una certa approssimazione e sottolineandone la natura originaria, possiamo dire che un testo poetico è frutto di un certo autore e disinteressarci d’altro, non possiamo, invece, fare a meno di riferirci “ alla tradizione e alla storia della poesia “ per definire se si tratti di un testo lirico, epico, religioso, metafisico etc e attraverso tali individuazioni restituirlo non più e non solo all’autore ma a quel contesto storico che lo definisce storicamente , confrontandolo con le categorie che il passato ci mette a disposizione.
    4.
    Ma- lo costatiamo ogni giorno – i modelli espressivi si modificano e assistiamo alla “ produzione di nuove forme “ che possono anche determinare reazioni estetiche di vario tipo. Si deve accettare tale sorpresa di fronte alla quale sarebbe errato già logicamente accampare la sua estraneità alle categorie del passato al fine di rifiutarle. Non si dovrebbe confondere l’originalità della sorpresa con l’estraneità di essa alle categorie nelle quali inseriamo modelli tradizionali di espressione poetica. I problemi, mi pare, sono differenti.
    Un atteggiamento giusto potrebbe essere quello di riconoscere nel modello originale che ci cagiona sorpresa né più né meno una novità che non tollera di essere definita secondo i sistemi categoriali che ci sono stati imposti da modelli espressivi già sperimentati.
    Si dovrebbe perciò riconoscere nella sorpresa l’inizio, lo sviluppo e magari già il compimento di una nuova espressione artistica che ha in sè – per l’ “ autorità di chi la pratica “ – tutti i requisiti per essere definita una nuova forma d’arte.
    Se non la si può respingere, non la si può neppure catalogare secondo i modelli altri con i quali abbiamo definito la poesia lirica, epica etc.
    La accettiamo e traiamo dalla sua ineludibile presenza – dal suo esserci – le condizioni per riconoscere altri modelli similari. Un’ esperienza totalmente individuale di modello espressivo non esiste ma ci “ consola “ la possibilità che ne consegue di riconoscere altre esperienze identiche o similari.
    Si dovrebbe dunque – conclusivamente – rinunciare all’assimilazione della sorpresa a un qualsivoglia fenomeno “ antico “ e riconoscerne la piena novità. Quali sono le sue caratteristiche, quali le innovazioni rispetto ad altri modelli espressivi, quali gli elementi costituitivi
    Riprendendo una “ banalizzazione di Ezio “, non confrontiamo le pere con le mele, ma l’operazione di definire” mele “ e “ pere “ è preliminare e non può essere compiuta se non con riferimento alla
    “ tradizione “ .
    Resta poi il problema se alla sorpresa espressiva si debbano applicare criteri valutativi estetici tradizionali o sia indispensabile elaborarne dei nuovi.
    5.
    Osserviamo due esempi di espressione artistica, una millenaria ( il Teatro ) e l’altra contemporanea
    ( il Cinema ). Del primo ricordo l’espressione utilizzata da un uomo di teatro di cui si è persa la memoria persino su Internet ( Arardo Spreti ). Egli parlava di linguaggio scenico totale intendendo riferirsi a tutti quegli elementi che lo fanno teatro ( lo spazio, le scene, il movimento, la regia, la declamazione , l’eventuale musica… ). Così lo riconosciamo. Del Cinema possiamo negare che raggiunga livelli esteticamente importanti e che ad esso può attribuirsi la qualità di espressione artistica ? Eppure anche esso si qualifica Cinema per elementi che ne compongono inequivocabilmente la fisionomia e che sono” altri e specificamente propri di esso “
    Quanto alla Fondazione Nobel dovrebbe, forse, per prudenza, aggiornare i propri settori merceologici premiali.
    Giorgio Mannacio.

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