Dove si va a finire col realismo francese

Su Michel Houellebecq, ESTENSIONE DEL DOMINIO DELLA LOTTA

di Elena Grammann

L’articolo è ripreso dal blog “Dalla mia tazza di tè” (qui). [E. A.]

Estensione del dominio della lotta (ma una traduzione più corretta sarebbe Estensione del campo della lotta), pubblicato nel 1994, è il primo romanzo di Michel Houellebecq, e se non è valso all’autore il record di vendite e i riconoscimenti del successivo Le particelle elementari (1998), ha dalla sua di essere breve (circa 150 pagine) e, pur mischiando saggio e narrativa in una struttura abbastanza composita, di non scorrere in mille rivoli come il più vasto e ambizioso romanzo che segue. Di fatto, Estensione del dominio della lotta offre in una forma compatta, stringata e efficace la quintessenza dell’analisi houellebecqiana del disagio occidentale alla fine del secolo scorso.

La prosa di Houellebecq e i suoi temi possono piacere o non piacere (io ad esempio non ne vado matta), quello che è indubbio è la statura dello scrittore – la taille – incommensurabile con altri più gradevoli e più graditi (psicologizzanti, istoricizzanti, memorializzanti), e magari come lui insigniti del prestigioso premio Goncourt. La differenza – l’incommensurabilità – sta nel fatto che Houellebecq appronta un modello di interpretazione del reale: uno schema esplicativo in cui inserire i disordinati e mal digeriti dati dell’esperienza. In questo egli è non soltanto uno scrittore novecentesco, ma altresì l’erede diretto del grande realismo francese del XIX secolo.

È noto che il realismo – in particolare nella versione estrema del naturalismo, ma non solo – ha un debole per gli aspetti più dolorosi, truci, miserevoli e persino ributtanti della realtà, senza dubbio nella convinzione che se qualcosa è brutto e fa male è sicuramente reale. E in effetti gli eroi e le eroine dei romanzi realisti del XIX secolo sono personaggi che si fanno male, che letteralmente si martoriano, nell’urto contro la realtà. Con tutte le differenze legate alla sensibilità degli autori e ai diversi momenti storici, Julien Sorel, Eugénie Grandet, Lucien de Rubempré, Emma Bovary, Gervaise Macquart e gli altri rappresentano gli ideali di un individuo – possiamo anche chiamarli sogni, in ogni caso si tratta di soggettività, cioè dell’istanza romantica – che si sfasciano contro strutture del reale del tutto indipendenti dal soggetto e infinitamente più robuste di lui.

Che Houellebecq sia un grande estimatore del realismo basterebbe a dimostrarlo la lode calorosa che il narratore in prima persona fa di Claude Bernard, fisiologo francese che intorno alla metà del XIX secolo contribuì in modo determinante alla definizione del metodo scientifico in medicina (fra l’altro sostenendo e praticando orrendamente, e a quanto risulta del tutto inutilmente, la vivisezione) e la cui influenza fu decisiva per Zola e la sua concezione di romanzo sperimentale, vale a dire scientifico:

“[…] Ecco una frase degna di Claude Bernard, e ci tengo a dedicargliela. Oh, studioso inattaccabile! Non è un caso se le osservazioni più apparentemente distanti dall’oggetto cui inizialmente miravi finiscono per allinearsi come quaglie grassottelle sotto la radiosa maestà della tua aureola protettrice. Certo deve possedere una ben grande potenza il protocollo sperimentale che nel 1865, con rara perspicacia, stabilivi affinché i fatti più stravaganti non potessero oltrepassare la tenebrosa barriera della scientificità, se non dopo essersi sottoposti al rigore delle tue leggi inflessibili. Io ti saluto, fisiologo indimenticabile, e dichiaro a gran voce che non farò nulla che possa neppur minimamente abbreviare la durata del tuo regno.”

Lo stile enfatico e magniloquente è dovuto al fatto che il narratore (di cui non sappiamo il nome) – ora trentenne e reduce da un doloroso abbandono da parte della moglie – riporta un testo che ha scritto anni prima, qualcosa come un autoritratto dell’artista da adolescente: “Insomma, ero giovane, mi divertivo. Tutto ciò avveniva prima di Véronique; erano i bei tempi.” Ma, stile a parte, al realismo e al suo inflessibile rigore, all’idea di realtà come qualcosa che è lì per torturarci il narratore rimane fedele fino alla fine, drammatica, del romanzo. Nella clinica dove tentano o fingono di curargli una grave depressione, ha la seguente conversazione con una gentile psicologa:

“«Però non capisco, concretamente, come la gente riesca a vivere. La mia impressione è che tutti dovrebbero essere infelici. Vede, noi viviamo in un mondo talmente semplice: c’è un sistema basato sulla dominazione, il denaro e la paura – un sistema piuttosto maschile, chiamiamolo Marte; e c’è un sistema femminile basato sulla seduzione e il sesso, chiamiamolo Venere. Questo è tutto. È davvero possibile vivere, e credere che non ci sia nient’altro? Come i realisti della fine del XIX secolo Maupassant ha creduto che non ci fosse nient’altro; e questo lo ha condotto alla pazzia furiosa.»

«Lei fa una gran confusione. La follia di Maupassant non è altro che uno stadio classico dello sviluppo della sifilide. Qualsiasi essere umano normale accetta i due sistemi di cui lei parla.»

«No. Se Maupassant è diventato pazzo, è stato perché aveva una coscienza acuta della materia, del nulla e della morte – e perché non aveva coscienza di nient’altro. Simile in questo ai nostri contemporanei, egli stabiliva una separazione assoluta fra la sua esistenza individuale e il resto del mondo. È l’unico modo in cui al giorno d’oggi si può pensare il mondo. […] Più in generale, siamo tutti soggetti all’invecchiamento e alla morte. E per l’individuo umano il concetto di invecchiamento e di morte è insopportabile; nelle nostre civiltà, sovrano e incondizionato esso si sviluppa, riempie progressivamente il campo della coscienza, non lascia sussistere nient’altro. Così, a poco a poco, si afferma la certezza della limitazione del mondo. Il desiderio stesso scompare; non restano che l’amarezza, l’invidia e la paura. Soprattutto, resta l’amarezza; un’immensa, inconcepibile amarezza. Nessuna civiltà, nessuna epoca è stata capace di sviluppare nei propri appartenenti una tale quantità di amarezza. Da questo punto di vista viviamo momenti senza precedenti. E se dovessi riassumere in una parola lo stato mentale contemporaneo, sceglierei senza dubbio questa: amarezza.»

Giovane quadro disincantato e senza ambizioni in una ditta di programmi informatici, il narratore sperimenta personalmente la “separazione assoluta fra la sua esistenza individuale e il resto del mondo”. Le numerose persone che incrocia – colleghi, superiori, antagonisti, segretarie – possono stargli più o meno simpatici (per dire, non è un misantropo), resta il fatto che la prima cosa che il narratore (e con lui il lettore) percepisce è la radicale alterità degli individui in quanto individui rispetto a sé. Non c’è substrato comune (qualcosa come umanità o appartenenza a una classe o siamo tutti figli di Dio), nessuna possibile condivisione – tanto più che quello che normalmente viene offerto alla condivisione è la chiacchiera. O meglio – come il romanzo sottolinea costantemente con una sorta di umorismo tragico, ciò che nel sistema Marte (il sistema della lotta per la spartizione del potere e del denaro) ha sostituito il substrato comune e si è qualificata come medium della condivisione, è la pubblicità.

Nulla, quindi, che realmente ottunda la coscienza della limitatezza del mondo (nella figura della vecchiaia e della morte) e consenta una serenità del vivere.

Stesso sentimento di alterità nei confronti delle cose, naturali o artificiali. Se talvolta pare che un paesaggio o un nobile e vetusto manufatto siano lì lì per suscitare una pur blanda partecipazione estetica da parte del narratore, immediatamente l’entusiasmo ricade ancor prima di sollevarsi. Coerentemente, il romanzo si chiude come segue: 

“Sento la mia pelle come una frontiera, e il mondo esterno come uno schiacciamento. L’impressione di scissione è totale; ormai sono prigioniero in me stesso. La fusione sublime non avverrà; lo scopo della vita è mancato. Sono le due del pomeriggio.”

Il narratore è un personaggio che ci sembra già di conoscere; non è per nulla un tipo nuovo nel paesaggio francese. Il giovane disincantato e abulico, nemico giurato di ogni illusione e di ogni passione, freddo ragionatore e dissezionatore di visceri secondo l’esempio di Claude Bernard, vivisezionatore al bisogno (e invito i lettori a leggere il romanzo e scoprire perché – mica posso dire tutto), già orfano del senso naturale e ora anche di quello artificiale, appartiene di diritto alla tradizione francese e ha il suo rappresentante più blasonato in Antoine Roquentin. Riuscirebbe quindi un tantino noioso – sempre la solita pappa grigiastra -, non fosse che il nostro narratore è il testimone – o il testimonial, per restare in tema – di una effettiva estensione del campo della lotta, e questo non tanto per le proprie personali esperienze, quanto per quelle del co-protagonista: Raphaël Tisserand, l’uomo che combatte – e soccombe – nel sistema Venere.

Con l’avvento delle società liberali (quindi grosso modo a partire dalla Rivoluzione Francese) il campo della lotta non ha fatto che estendersi fino a comprendere, almeno idealmente, ogni singolo individuo. Ognuno è autorizzato, anzi è chiamato, a lottare per conquistarsi una fetta possibilmente cospicua di beni e dunque di potere. C’è stata però un’altra rivoluzione, perdente sul versante politico ma vincente su quello culturale, la rivoluzione libertaria del ’68, che ha esteso il campo della lotta non tanto nel senso dei partecipanti o aventi diritto, quanto in quello della posta in gioco. Se l’enjeu classico era il denaro come strumento di potere, di prestigio e affermazione sociale, ora se ne affianca un altro, del tutto indipendente e provvisto di una sua robusta efficacia, in grado di assicurare prestigio e affermazione più e meglio del denaro: il successo sessuale. Il narratore ne è cosciente da tempo, tant’è che nel testo giovanile dove tesse le lodi di Claude Bernard troviamo la massima:

“La sessualità è un sistema di gerarchia sociale.”

Prima della rivoluzione libertaria del ’68 l’attività sessuale dei singoli era in linea di massima circoscritta all’interno del matrimonio – se non altro lo era l’attività sessuale socialmente e culturalmente accettata. Comportamenti “libertini”, che ovviamente esistevano, erano tollerati ma malvisti se operati da individui di sesso maschile, pesantemente stigmatizzati se operati da individui di sesso femminile. Questo modello socio-culturale aveva intanto il vantaggio dell’1 a 1 – cioè grosso modo a ciascuno era garantito il suo partner sessuale; ma soprattutto aveva il vantaggio che l’ambito della sessualità era escluso dalla competizione liberale (cioè di mercato), poiché la quantità e facilità di conquiste (la famosa lista di Leporello!), a differenza della quantità di denaro accumulato, non era un valore e non produceva successo e affermazione. Con la rivoluzione del ’68 però il campo della lotta si estende alla sfera sessuale, anzi d’ora in avanti l’ambito della sessualità sarà il campo privilegiato della lotta – una lotta in cui per i perdenti non c’è appello, nessuna speranza in un radioso avvenire. L’avvenire che potrebbe risolvere questa disuguaglianza bisogna andarlo a cercare nel passato, che è quel che farà Houellebecq con Sottomissione (2015), e non è per nulla radioso, è l’avvenire dell’islam.

Una conseguenza di tutto ciò è che la coscienza della rilevanza sociale della sessualità si ritrova al giorno d’oggi (o al giorno d’ieri, è passato un quarto di secolo dalla pubblicazione del romanzo, le cose potrebbero anche essere cambiate) preinstallata e automatizzata nei giovani. Osserviamo l’esperimento – secondo protocollo claudebernardiano – proposto dal narratore:

“Consideriamo un gruppo di giovani che si trovano insieme il tempo di una serata, oppure di una vacanza in Bulgaria. Tra loro esiste una coppia preliminarmente formata; lui lo chiamiamo François, lei Françoise. Otterremo un esempio concreto, banale, facilmente osservabile.

Lasciamo questi giovani alle loro attività di svago, ma isoliamo dapprima nel loro vissuto una campionatura di segmenti temporali stocastici che filmeremo con l’aiuto di una telecamera ad alta velocità, ben dissimulata sulla scena. Da una serie di misurazioni emergerà che Françoise e François trascorrono all’incirca il 37% del loro tempo a baciarsi, scambiarsi carezze, in sostanza a prodigarsi i segni del più grande amore reciproco

Ripetiamo adesso l’esperimento annullando il precitato ambiente sociale, vale a dire che ora Françoise e François saranno soli. La percentuale crolla di colpo al 17%.”

Insomma, l’amore è bello quando lo si può mostrare, esibire, quando si può farne sfoggio allo scopo nemmeno dissimulato di suscitare l’invidia altrui – esattamente come accade col denaro. Il dato interessante – e che scombina tutto rispetto al liberalismo classico – è che i talenti preposti all’acquisizione dell’amore sono del tutto diversi da quelli preposti all’acquisizione del denaro. Prendiamo ad esempio Raphaël Tisserand.

In epoca di liberalismo classico Raphaël Tisserand avrebbe avuto un certo valore. Sarebbe stato portatore di un certo valore. Nell’ipotesi ideale di appiccicargli un cartellino col prezzo, il prezzo sarebbe stato ragguardevole. Raphaël Tisserand lavora nell’informatica, campo avveniristico circonfuso di misterico prestigio, guadagna bene, ha una macchina trend, un guardaroba ben fornito e, si immagina, tutto il resto in tono. In epoca di liberalismo classico sarebbe stato un partito ambito; avrebbe potuto scegliere. Ora no. Ora Raphaël Tisserand non solo non può scegliere, ma va proprio in bianco. Su uno dei due assi che determinano il successo – e su quello più importante – Raphaël Tisserand si trova classificato fra i diseredati della terra.

Questo perché Raphaël Tisserand è brutto. Niente di tremendo, si intende. Fisico tracagnotto, tratti del viso larghi, spessi. Ricorda un po’ una rana-bue. È aperto, sincero, di buon cuore; ma non ha un briciolo di fascino; non piace, non attira. In regime di liberalismo sessuale il suo valore è zero.

La seconda delle tre parti di cui si compone L’estensione del dominio della lotta è di fatto dedicata alla lotta di Tisserand – lotta atroce e persa in partenza – per aggiudicarsi un po’ di amore.

[Sarebbe il caso di approfondire cosa intenda Houellebecq quando (abbastanza sorprendentemente) gli capita di usare la parola ‘amore’. Conscio del fatto che proprio l’amore, come fenomeno, potrebbe falsificare la sua teoria esplicativa, egli tenta qualche precisazione, che però risulta parziale e poco convincente e la cui analisi ci porterebbe troppo lontano. Diciamo soltanto che, per quel che riguarda Tisserand, per amore egli intende prima di tutto una reciproca, travolgente attrazione erotica. Se poi questo primo stadio possa o debba arricchirsi di altre connotazioni non è dato sapere, in quanto Tisserand non lo raggiunge mai.]

Tisserand lotta. Incurante delle sconfitte, delle umiliazioni, delle ferite, lotta. È un eroe, il nuovo eroe; l’elogio funebre che ne fa il narratore non sarebbe indegno di Ettore domatore di cavalli:

“Almeno, mi sono detto quando ho saputo della sua morte, si sarà battuto fino in fondo. Il villaggio-vacanze, le settimane bianche… Almeno non avrà rinunciato, non si sarà dato per vinto. Fino in fondo e malgrado i ripetuti insuccessi avrà cercato l’amore. Schiacciato fra le lamiere della sua 205 GTI, stretto nel completo nero con cravatta dorata, sull’autostrada quasi deserta, so che nel suo cuore c’era ancora la lotta, il desiderio e la volontà della lotta.”

Così, anche Raphaël Tisserand entra gloriosamente nella schiera degli eroi del romanzo realista francese: di coloro che soccombono nel tentativo di imporre le proprie irrinunciabili aspirazioni a una realtà che costitutivamente non le può accogliere. E non ci disturbi il fatto che dalle aspirazioni di nobiltà di Julien Sorel, passando per i sogni di passione e di bellezza di Madame Bovary, si sia approdati allo schietto desiderio di realizzazione erotica e a un sistema di valutazione degli individui in base al loro “peso” sessuale. Procedendo sulla direttrice del realismo letterario è lì, e non altrove, che si arriva.

Nota: Per la traduzione italiana dei brani citati ho seguito quella di Sergio Claudio Perroni per Bompiani, modificandola in alcuni punti.

12 pensieri su “Dove si va a finire col realismo francese

  1. In effetti, nel successivo sviluppo di questo realismo epidermico l’autore, in ‘Sottomissione’, sembra interessarsi prevalentemente di ricette di cucina e di rapporti anali.

  2. @ franco casati

    Grazie della lettura e del commento.
    Mi sembra di capire che lei non sia un fan di Houellebecq. Non lo sono nemmeno io, tuttavia il suo realismo non è per nulla epidermico. E’ un fatto che una sessualità “saturante” (nel senso che satura tutti gli spazi, materiali e mentali, lasciati liberi dal lavoro) è uno degli sbocchi più macroscopicamente evidenti del capitalismo contemporaneo.
    In “Sottomissione” non bisogna fermarsi alle premesse. Il romanzo mette in scena la rivincita del maschio esautorato dalla liberazione sessuale femminile: nella futura civiltà francese islamizzata a ogni maschio saranno attribuite (senza neanche bisogno di cercarsele, quindi senza la possibilità annichilente del fallimento) diverse mogli: una giovane per il sesso, una matura per i pasti e la gestione della casa, ecc. Soluzione efficace e pulita del problema.
    Il fatto che il sesso esplicito occupi un certo spazio nei romanzi di H. non è dovuto a una predilezione dell’autore, ma è la registrazione di uno stato di cose (o di quello che gli appare come uno stato di cose). Per H. il sesso assomiglia piuttosto alla spina nella carne di paolina memoria. La conclusione (utopica) delle “Particelle elementari” è un’umanità finalmente liberata da questo pungolo. Certo che, prima di arrivare alla conclusione, del sesso ce n’è parecchio (ma anche dell’asessualità, che è il problema speculare).

  3. Elena Grammann. Capisco le sue teorizzazioni, ma se una persona comune nel rapportarsi a una donna non si sente uno spirito capitalista e ancora meno islamico penso che la rappresentazione del rapporto uomo-donna che fa H. la possa coscientemente e a buon diritto rifiutare, anche nel nome della dignità della donna. Che poi l’umanità debba liberarsi da ‘questo pungolo’ è meglio che resti nella testa di H.

  4. È proprio sul realismo non epidermico di H. che rifletterei. Lo confronterei con la “realtà” della nostra vita, che indubbiamente si svolge entro la gabbia del capitalismo ed è ad esso sottomessa.
    Avevo nei giorni scorsi mosso delle obiezioni a Bugliani proprio a proposito del realismo e della equiparazione realismo=reazione che egli pareva fare: «Ho sempre pensato che, se esistono dominati e dominati, non può esistere un solo realismo (specie nella lotta politica, lasciamo da parte quello delle scienze per ora) e che il realismo dei dominati che devono difendersi non può essere confuso con quello – sì, reazionario – dei dominatori. Anche quando si parla di “rivoluzioni del Capitale” si deve pur dire che è *in reazione* alle rivendicazioni o ai comportamenti di rottura delle masse». (http://www.poliscritture.it/2020/09/09/masse-coglione-un-appunto/#comment-97846)
    Ora, a proposito di H., preciserei quale sia la tipologia del suo realismo “francese”. Perché credo che la «sessualità “saturante” (nel senso che satura tutti gli spazi, materiali e mentali, lasciati liberi dal lavoro)», di cui parla Elena Grammann, sia più una “bolla dell’immaginario” imposta subdolamente e artificiosamente con grande dispendio di mezzi “comunicativi” che “realtà”. E pertanto non mi convince la sua affermazione: « Con la rivoluzione del ’68 però il campo della lotta si estende alla sfera sessuale, anzi d’ora in avanti l’ambito della sessualità sarà il campo privilegiato della lotta – una lotta in cui per i perdenti non c’è appello, nessuna speranza in un radioso avvenire.».
    Mi chiedo perciò: la sfera sessuale è « il campo privilegiato della lotta» in quella “bolla dell’immaginario” che H. sa così ben gestire col (per me) realismo dei dominatori o lo è davvero nella “realtà” (che nella mia visione non è rappresentazione unica né esclusiva dei dominatori). Propendo per la prima ipotesi.

    P.s.
    Ricordo su “Sottomissione” di H. la lettura che ne diede qui su Poliscritture nel 2015 Giorgio Mannacio: http://www.poliscritture.it/2015/02/02/su-sottomissione-di-michel-houellebecq/

  5. La lettura che H. fa della società (francese) è veramente critica o è solo strumentale ai fini di una risonanza mediatica? Io propendo per la seconda ipotesi, considerando la visione che lui esprime del rapporto sesso-società e della prospettiva di una islamizzazione a tutto tondo. Ma il problema vero non è questo, per chi segue la letteratura. Semmai è la constatazione che sotto l’aspetto del valore letterario il romanzo ‘Sottomissione’ vale molto poco, a fronte della tradizione letteraria francese che è di ben altro spessore.

  6. @franco casati

    Certo che si può coscientemente e a buon diritto rifiutare la rappresentazione di H., tanto più che il suo tallone d’Achille, per così dire, è l’amore – che H. come fenomeno non nega, ma di cui fatica a rendere conto.
    Io credo che ci sia un equivoco di fondo. I personaggi di romanzo (perché di questo stiamo parlando, di un romanzo) non vengono proposti come modelli da seguire. Servono a mettere in evidenza certe tendenze e soprattutto certi ostacoli della realtà che non sono ancora evidenti alla coscienza collettiva (mi scuso per il tono didascalico, lo metta in conto della deformazione professionale). Flaubert non consiglia alle signore di comportarsi come Madame Bovary; nota però che il comportamento di Madame Bovary, impensabile solo trent’anni prima, è diventato non solo pensabile, ma molto comprensibile e in un certo senso necessario in seguito a certe trasformazioni storiche che sono, detta in supersunto, il fallimento della rivoluzione romantica e il pieno successo della rivoluzione borghese.
    A torto o a ragione, H. vede nella rivoluzione libertaria e sessuale del ’68 (di cui, fra parentesi, è un critico feroce) lo snodo cruciale che metterà i nuovi paletti e i nuovi bastoni fra le ruote allo sviluppo degli individui nelle mezzo secolo successivo.
    Ciò non significa che veda giusto o veda tutto. Secondo me però è da tenere in considerazione , primo perché è un romanziere serio, secondo perché il romanzo realista ha in Francia una tradizione che noi non ci sogniamo neanche, è connaturato alla loro cultura; e dei romanzieri francesi tutto si può dire, ma non che non vedevano lungo.

    @Ennio Abate

    Una precisazione: la frase « Con la rivoluzione del ’68 però il campo della lotta si estende alla sfera sessuale, anzi d’ora in avanti l’ambito della sessualità sarà il campo privilegiato della lotta – una lotta in cui per i perdenti non c’è appello, nessuna speranza in un radioso avvenire», più che essere un’affermazione mia, vuole riassumere l’assunto di base di H., con cui io sono in effetti almeno parzialmente d’accordo. (Il fenomeno del successo personale esiste, è aumentato a dismisura negli ultimi decenni, non è spiegabile con dinamiche di classe ma è senz’altro legato, benché in modi da indagare, al successo sessuale).
    La bolla dell’immaginario occupata dalla sfera sessuale, che viene ora abilmente gestita dai dominanti, è stata però originariamente una conquista dei dominati – almeno in senso culturale: è stata un efficace grimaldello per scardinare il potere ecclesiastico, il dispotismo culturale borghese, l’idea stessa di stato. Questo come riflessione a margine.
    Quanto alla sua domanda: secondo H. ci muoviamo tutti all’interno di quella bolla, che produce dominati e dominatori. Conosco la figlia di una famiglia economicamente e socialmente molto dominante, che per qualche motivo non aveva corso (proprio così, come una moneta) fra i ragazzi. Da un lato apparteneva sicuramente al gruppo dei dominanti, ma dall’altro era una povera disgraziata dominata. Qual era la sua realtà? (Temo di essere andata fuori tema, ma la distinzione fra realtà dei dominanti e realtà dei dominati non mi è chiara – limite mio)

  7. Gent. Elena Grammann, la ringrazio per la sua cortese e paziente attenzione: proprio per questo mi permetto di insistere con lei nel sostenere che ‘Sottomissione’ di H. (al di là delle implicazioni ideologiche che sono quelle, a mio avviso, ad avergli dato notorietà) non è un’opera all’altezza della tradizione letteraria francese; dopo averlo letto con tanta curiosità per il battage pubblicitario che se n’è fatto mi sono venute spontanee queste note: povertà di contenuti sul piano delle relazioni, prevedibilità degli sviluppi narrativi, mancanza di valori condivisibili, conformismo ideologico e comportamentale di personaggi-tipo, visione maniacale del sesso; fortunatamente, tanto interesse per i piatti culinari di qualità (che però non vengono condivisi coi poveri). Può darsi che io sia un lettore eccentrico, abituato a Flaubert e a Proust o, se preferisce, ad autori realisti come Balzac o Guy de Maupassant, e che pertanto non riesce a digerire quella narrativa di attualità (che ci sia dietro anche tanta industria e ideologia culturale?) che si rivolge ai lettori pretendendo che abbiano perso il giudizio critico e ,forse, anche la componente umana. Non metto in dubbio il valore delle sue conoscenze e competenze (accademiche ?), ma mi fido di più della mia esperienza di lettore. Cordialmente.

  8. @Elena Grammann

    1.
    È proprio l’assunto di base di H. («d’ora in avanti [cioè dopo «la rivoluzione del ‘68»] l’ambito della sessualità sarà il campo privilegiato della lotta») a sembrarmi un travisamento della realtà tipico del realismo “da dominatori”. (E perciò ho richiamato quella distinzione tra due tipi di realismo). Aggiungo – potrà essere banale ricordarlo – che anche il realismo (dei dominati o dei dominatori) non è la realtà, non la esaurisce e spesso neppure vi si approssima più di altri strumenti interpretativi forniti dalle religioni, dalle filosofie, dalle scienze. Che ci siano poi individui o gruppi sociali e culturali che possano pensarla – in parte o in toto – come H. non dubito. Si tratta però di un privilegiamento soggettivo, di una credenza, di un punto di vista. Da esaminare con attenzione, ma senza cedere a priori a quella sua pretesa di verità (o di realtà) assoluta. Certo, la sfera dei comportamenti sessuali non è spiegabile (soltanto) con dinamiche di classe. Io non lo sostengo affatto. Lo stesso esempio della ragazza di «famiglia economicamente e socialmente molto dominante» ma non apprezzata dai suoi coetanei lo conferma: l’infelicità è diffusa tra dominanti e dominatori e non è un’esclusiva di una classe e non scomparirà con l’auspicata (da Marx) abolizione delle classi.

    2.
    Neppure credo che l’immaginario di una sessualità “liberata” o rivoluzionata sia stato « originariamente una conquista dei dominati – almeno in senso culturale» o « un efficace grimaldello per scardinare il potere ecclesiastico, il dispotismo culturale borghese» o addirittura «l’idea stessa di stato». Non sono in grado adesso né mi sento tanto competente in materia per addentrarmi in un campo di ricerche – storiche, antropologiche, psicanalitiche – che hanno scavato e ridelineato i discorsi tradizionali sulla sessualità. Ma mi sento di dire che la rivoluzione sessuale del ’68 non è stata che in parte «una conquista dei dominati», che tra trasgressione e norma (anche in fatto di sessualità) esiste un complesso gioco tra dominanti e dominatori (si ricordino gli studi di Foucault sull’economia del potere pastorale cristiano basato sulla confessione o quelli di Bachtin sulla “carnevalizzazione”) che a me pare escludere una visione trionfalistica di uno “scardinamento” riuscito.
    3.
    Sul carattere a prima vista “reazionario” della narrativa di H.(non mi pronuncio sulla qualità della sua scrittura perché non ho letto nessuno dei suoi libri e non ne sono attirato) mi sono ricordato di un ragionamento che fece Fortini, commentando nel lontano 1973 sul “manifesto” un articolo di Rossanda su «Sussurri e grida» di Bergman. Credo che possa servire per inquadrare meglio il caso di H. e perciò lo trascrivo:

    «La categoria ideologico-politica di “reazione” o non deve essere impiegata fuor da un ambito ben delimitato o, se la si voglia impiegare, ha da essere intesa come negatività, inconciliabile dunque col valore artistico. Se dico che Rilke (proprio quel che ci vuole, per Bergman) è un poeta “reazionario” (o Benn o Montale), i casi sono due (se escludo, va da sé, l’ipotesi di un giudizio di mediocrità). Caso primo: l’ideologia che domina l’opera di colui, la sua collocazione storica, le sue radici culturali, ecc., sono da chiamarsi “reazionarie” (a paragone, che so, di quelle di Majakovskij e di Brecht) e tali elementi esauriscono tutto il significato dell’opera. Oppure (caso secondo) voglio dire che il “messaggio”, la “comunicazione”, il “senso” di quell’opera, ossia quello che essa ha di meglio, è in contraddizione con quanto ritengo giusto, desiderabile e positivo. In questo secondo caso, ho due scelte: o togliere ogni connotazione positiva (a cominciare dalla “bellezza”) a quell’opera, e quindi anche ogni pretesa di “verità” (fuor di una soltanto documentaria). Oppure mettere in conflitto quella verità con la verità che considero mia (o nostra)».

    (F. Fortini, Un mezzo litro dopo «Sussurri e grida», in «Disobbedienze I», pagg. 49-50, manifesto libri, Roma 1997)

  9. Gent. Franco Casati, le concedo volentieri che “Sottomissione” non è il romanzo migliore di H., e in generale capisco benissimo il suo rifiuto dell’autore: è stato il mio all’inizio, e anche adesso non ne sono entusiasta. Tuttavia le suggerisco – senza alcuna polemica – di chiedersi se l’elenco che lei fa delle caratteristiche negative del libro non potrebbe essere grosso modo lo stesso che, nel 1857, un lettore poteva stilare per “Madame Bovary”.
    H. non è piacevole – né lui personalmente né i suoi libri. Però bisognerebbe chiedersi se per un romanzo conta di più la piacevolezza o la portata – fermo restando che lo stile di H., piacevole o no, è letterariamente perfetto (= non ha sbavature extra-letterarie).
    Neanche a me H. piace molto; ma gli riconosco una grandezza – difficile, per il momento, da commensurare con altre.
    Temo però che con le sue condanne e i miei tentativi di difesa potremmo andare avanti all’infinito. Propongo di trovare un accordo che potrebbe essere il seguente: io non ne vado matta, a lei non piace per niente. Che ne dice?

  10. @ Ennio Abate

    – Grazie dei chiarimenti sui (vari) realismi: comincio a afferrare meglio i termini del problema.
    Ridurre l’intera dinamica della lotta alla competizione sessuale significa senz’altro illuminare solo parzialmente lo stato delle cose (non mi sento di affermare che sia la parzialità dei dominanti). Va tuttavia riconosciuto a H. il merito di avere fatto questa luce.
    La sessualità come nuovo campo della lotta è certamente un tema centrale di H., ma non l’unico. Nell’articolo ho scelto di concentrarmi su quello, che però occupa sostanzialmente una delle tre parti di cui si compone il romanzo. Probabilmente la solitudine costitutiva del singolo e l’inattingibilità dell’altro e delle cose sono temi reazionari; ma la critica della totale e immediata disposizione delle informazioni, l’utopia della trasparenza assoluta prospettata dall’informatizzazione, che dovrebbe creare libertà e crea il contrario, potrebbe essere un tema interessante.

    – Sulle ricerche che hanno ridisegnato i discorsi tradizionali sulla sessualità ne so senz’altro meno io di lei. Mi permetto però di proporle un breve estratto dall’ “Animale Morente” (2002) di Philip Roth (anche solo così, pour le plaisir). L’io narrante parla della situazione a lui contemporanea, cioè intorno agli anni 2000:
    “Oggi la spensierata condotta sessuale delle brave ragazze del mio corso è, a quanto credono loro, garantita dalla Dichiarazione d’Indipendenza, un diritto che, per essere goduto, di coraggio ne richiede poco o nulla e che è in armonia con la ricerca della felicità concepita a Filadelfia nel 1776. In realtà, l’assoluta mancanza di inibizioni che le Consuele e le Mirande danno con tanta noncuranza per scontata deriva dall’audacia delle sfrontate e ribelli Janie Wyatt e dalla straordinaria vittoria che esse ottennero negli anni Sessanta grazie al loro barbaro comportamento. La dimensione volgare della vita americana precedentemente illustrata nei film di gangster, ecco quello che Janie portò nel campus, perché quella fu l’intensità che ci volle per distruggere i sostenitori delle norme. Era così che si attaccava lite con i propri custodi: nella tua lingua ingrata, non nella loro.”
    Non conosco gli studi di Foucault sull’economia del potere pastorale cristiano basato sulla confessione, ma le posso garantire che in materia sessuale negli ultimi venti, trent’anni la Chiesa ha riguadagnato palmo a palmo (e in modo per nulla dialettico) il terreno che aveva perso nei trenta precedenti. Attualmente mi sento di dire che la Chiesa ignora il gioco fra trasgressione e norma, e manda avanti la norma.

    – Grazie per la citazione di Fortini, difficile (per me) e chirurgica. Però mi fa venire un po’ i brividi.
    H. non è certamente di sinistra, non è certamente progressista. Si può per questo dire che è reazionario? Philip Roth è reazionario? Mi sembra che l’etichetta dovrebbe coprire un po’ troppe cose…

  11. Gent. Elena Grammann, ho avuto molto piacere di dialogare con lei, per me è stata una bella novità; in genere le riflessioni in merito alla letteratura me le faccio da solo perché non ho e non cerco contatti. La mia partecipazione recente a questo sito di Ennio Abate mi sta tuttavia stimolando molto e apprezzo il suo impegno nel portarlo avanti. Ho temuto di avere esagerato nella mia ‘stroncatura’ di H.. L’ho espresso a memoria perché la mia lettura risale, se non erro, a un paio di anni fa. Perciò temevo di avere sbagliato in qualcosa. Mi creda, a lettura ultimata, la mia impressione fu peggiore di quanto ho espresso, per questo non mi si è cancellata dalla memoria. Dall’età della mia infanzia sono un frequentatore della letteratura francese perché mia madre, francese, da bambino, mi leggeva le favole di La Fontaine. Il resto a seguire negli anni successivi, con gli studi universitari dove mi sono interessato principalmente del Nouveau Roman, ma le mie letture sono state prevalentemente personali e hanno abbracciato l’Otto e il Novecento. Mi sembra, a questo punto, che il suo giudizio su H. sia più obiettivo del mio perché io, da credente, sono rimasto urtato sul piano morale e questo può avermi condizionato. Sono uno spirito socratico che cerca la verità, non mi interessa avere ragione. Chiusa questa parentesi, per altro utile, le voglio dire che se dovessi eleggere uno scrittore francese contemporaneo come degno della grande tradizione d’oltralpe premierei George Simenon, come scrittore classico, del quale non a caso Adelphi sta in questo periodo ripubblicando le opere. Mi conceda un’ultima esagerazione: a confronto di Simenon, H. è un dilettante e, secondo me, un furbastro.
    In questo periodo sto leggendo un bel volume edito da Newton Compton che raccoglie le favole di Esopo, Fedro e proprio La Fontaine (questo sì che da secoli siede saldamente in trono) che mi ha regalato l’amico poeta Sebastiano Saglimbeni dove ha firmato la traduzione di Fedro. Ho trovato una favola di Esopo che mi ha fatto pensare a H. e pertanto gliela dedico: ‘Zeus e il pudore’.
    – Zeus, plasmati gli uomini, infuse in loro tutte le facoltà, ma si dimenticò soltanto di immettere in essi il pudore. Perciò, non avendo più modo di inserirlo, gli ordinò di entrare in loro attraverso il retto. Quello dapprima si rifiutò indignato. Ma poiché Zeus lo incalzava insistentemente, disse:” Ebbene io vi entro, ma a queste condizioni, che non vi entrerà Eros: nel caso dovesse entrarvi lui io ne uscirò immediatamente”.
    Da ciò dipese che tutti i dissoluti sono senza pudore.
    La favola dimostra che coloro che sono dominati dalla libidine sono necessariamente persone senza pudore -.
    E’ logico che io non condiziono il valore di uno scrittore alla sua moralità e soprattutto non giudico nessuno, tuttavia nelle opere letterarie e artistiche sono più felice quando trovo altre componenti che non l’erotismo spinto.
    Ho avuto molto interesse a questa conversazione con lei, e a quanto ha scritto; spero che ci saranno altre occasioni per scambiarci le nostre idee, e la ringrazio nuovamente.

  12. Gent. Franco Casati, grazie a lei della conversazione e della favola di Esopo, molto arguta, che non conoscevo.
    Di Simenon ho apprezzato in passato la serie dei Maigret, più ancora per le atmosfere che per i vari plot. Dei romanzi non di genere conosco poco, ma ho amici che, come lei, ne fanno gran conto. Magari mi ci metto…

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