Archivi tag: Elvio Fachinelli

Anni ’70: memorie non condivise degli sconfitti

a cura di Ennio Abate

Stamattina su FB sopra  questa foto del commissario Luigi Calabresi, ucciso il 17 maggio 1972  a Milano  vicino alla sua abitazione, mentre si avviava alla sua auto per andare in ufficio, ho letto la riflessione di Lanfranco Caminiti:

alzi la mano - chi, tra i militanti rivoluzionari della mia generazione, non abbia considerato un atto di giustizia l'assassinio del commissario calabresi, cinquant'anni fa. non è una chiamata in correità, la mia - un atto di onestà, direi. poi, possiamo dire, oggi, che quella fu "la madre di tutte le battaglie", che eravamo accecati di ideologia, che ci stavamo infilando con tutte le scarpe in un tunnel lungo e buio da cui non saremmo più usciti, che eravamo folli e sanguinari, che stavamo diventando o saremmo diventati uguali e peggiori dei nostri carnefici - sì, carnefici, se ricordiamo la strategia della tensione. e che, vivaddio, abbiamo perso. ma quel giorno - alzi la mano, chi non lo considerò un atto di giustizia

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Sul Sessantotto. Una mail del 2008

Riordinadiario 2008

di Ennio Abate

6 gennaio 2008

Caro A., davvero il ’68 fu «un anno che ne durò solo dieci»? E poteva non finire? La tua interpretazione mi ha fatto venire in mente Elvio Fachinelli e il suo libro La freccia ferma. Se non ricordo male, egli vedeva quello dei giovani  del ’68 come un tentativo di fermare il tempo (un po’-  rispolvero vaghi e approssimativi  ricordi biblici – come  Giosuè che avrebbe fermato il  sole per poter sgominare  l’esercito nemico). Devo dirti che nei decenni successivi ho sentito con più forza l’esigenza di prendere le distanze dal mito del ’68. […]Questo per dirti  che, se anch’io mi sento di disprezzare i pentiti del ’68 (o gli avversari da sempre o da allora), non ho alcuna  voglia, dopo quarant’anni, di entrare in competere con i laboratori di regime o pseudo-indipendenti, che allestiranno le interpretazioni delle interpretazioni dell’”evento” per una sua rinnovata imbalsamazione o museificazione. Glielo lascio volentieri il pezzo più grosso del ’68, che in effetti è stato “loro”, credo fin d’allora, e cerco di scavare meglio nel “mio”. Continua la lettura di Sul Sessantotto. Una mail del 2008

Nel tumulto del 1968

“Nei dintorni di Franco Fortini”. Capitolo 1

di Ennio Abate

 si spandea lungo ne’ campi 
Di falangi un tumulto 
(Ugo Foscolo, Dei sepolcri)

 È  curioso, ma prima del 1968 il nome di Fortini non compare nei miei scritti [1]. E non c’è traccia del suo nome nella mia memoria prima dei due ricordi che ho riferito rievocando la mia partecipazione da studente lavoratore all’occupazione della Statale di Milano nel ’68 (qui): Continua la lettura di Nel tumulto del 1968

Al volo. Spunti. Sbratto.

a cura di Ennio Abate

Marzio Breda/ La crisi vista da un “quirinalista”

Quello che ha preso avvio nel 1990 è uno dei peggiori periodi di limite della storia repubblicana. Ha inaugurato anni che si sono fatti via via più difficili e cupi: «tempi che civettano sinistramente da notte dei tempi», li ha definiti il poeta Andrea Zanzotto in un epigramma che vale anche per tratteggiare i rapporti tra politica e Quirinale. Raccontarli è stato un compito impegnativo, cadenzato da ventuno crisi di governo e otto elezioni politiche, senza trascurare le consultazioni amministrative, europee e i referendum.

(da https://www.leparoleelecose.it/?p=43205) Continua la lettura di Al volo. Spunti. Sbratto.

“Minima (im)moralia”

Ragionamento sui nostri antenati (3)

a cura di Ennio Abate

Riprendo il mio ragionamento sui nostri antenati e  pubblico a mo’ di documentazione  gli aforismi di Minima (im)moralia presentati da Elvio Fachinelli nel n. 26 (giugno-luglio 1976) di L’ERBA VOGLIO. (Il PDF completo può essere scaricato qui). Avverto  che  dopo l’infelice conclusione del  confronto con Dario Borso su Cases, Schmidt, etc. non seguirò più il filo del discorso che avevo previsto e non risponderò ad alcun eventuale commento di db . [E. A.]

Minima (Im)moralia

Al termine della sua introduzione all’edizione italiana dei Minima Moralia di Adorno (Einaudi, 1954), Renato Solmi poneva una brevissima nota: «Questa traduzione non riproduce interamente il testo dei Minima Moralia. Sono stati tralasciati gli aforismi di contenuto specificamente tedesco, ricchi di allusioni che sarebbero rimaste incomprensibili al lettore italiano, o che avrebbero richiesto note lunghe e ingombranti». Venendo dopo uno scritto di sessanta pagine, queste righe sembravano alludere a qualche taglio marginale, anche se era difficile immaginare un Adorno a tal punto labirintato nella Selva Nera da riuscire irraggiungibile. Ora, che cosa è «specificamente tedesco» nella quarantina di aforismi «tralasciati», di cui presentiamo ai nostri lettori un primo campione (li pubblicheremo tutti in un volumetto. edizioni L’erba voglio, a settembre)? Il sesso (le donne)? La politica? La riflessione incauta? Come i lettori possono agevolmente constatare, questi aforismi sono doppiamente interessanti: in se stessi, nei loro nessi (recisi) col resto del grande libro di Adorno; e, soprattutto, come testi propriamente censurati, che nel loro emergere ora indicano con chiarezza ciò che ha prodotto la loro censura. Nel loro insieme, essi tracciano una mappa significativa di ciò che la cultura italiana di sinistra di quegli anni – ma solo di quegli anni? – ha temuto o addirittura non visto, e quindi escluso. Per ironia e necessità storica, ciò che appariva allora, secondo i casi, sbagliato, pericoloso, dannoso, «fuori luogo», risulta oggi di gran lungo più vitale del movimento che lo ha condannato (Elvio Fachinelli)

(27) On parle français. Chi legge pornografia in una lingua straniera, impara quanto intimamente s’intreccino sesso e linguaggio. Leggendo Sade nell’originale non si ha bisogno di alcun dictionnaire. Anche le espressioni, riferite all’indecente, più inconsuete – espressioni la cui conoscenza non è trasmessa da alcuna scuola, da alcuna casa patema, da alcuna esperienza letteraria – si comprendono, procedendo come sonnambuli, al modo in cui nell’infanzia le manifestazioni e le osservazioni più discoste del momento sessuale si riconnettono in un’esatta rappresentazione: come se le passioni prigioniere, chiamate per nome da quelle parole, facessero saltare sia il muro della propria repressione, sia quello delle parole cieche e violentemente, irresistibilmente urtassero nella cellula più intima del senso che loro somiglia.

(55) Posso osare (1) – Quando, nel Girotondo di Schnitzler, il poeta si avvicina teneramente alla dolce, frivola fanciulla, rappresentata come l’antitesi leggiadra della puritana, essa gli dice: «Via, non desideri suonare il piano?» Essa, come non può avere incertezze circa lo scopo dell’arrangement, neppure offre propriamente una resistenza. Il suo impulso va più a fondo dei divieti convenzionali o psicologici. Esso denuncia una frigidità arcaica, l’angoscia dell’animale femminile innanzi all’accoppiamento che non gli reca se non dolore. Il piacere è un’acquisizione tarda, non più antica certo della coscienza. Se si osserva il modo in cui, costrittivamente, sotto un sortilegio, gli animali s’incontrano, allora l’affermazione secondo cui «la voluttà è stata concessa al verme», si palesa essere un pezzo di menzogna idealistica, almeno per ciò che concerne le femmine, alle quali l’amore capita in assenza di libertà e che non altrimenti lo conoscono se non in quanto oggetti di violenza. Di ciò qualcosa è rimasto alle donne, principalmente a quelle della piccola borghesia, fin dentro l’epoca tardo-industriale. La memoria dell’ antico ferimento sopravvive ancora, mentre il dolore fisico e l’angoscia immediata sono tolti dalla civiltà. Nessun uomo il quale esorti una fanciulla povera ad andare con lui disconoscerà, in quanto non si renda del tutto ottuso, il momento leggiero del diritto nella sua riluttanza, unica prerogativa che la società patriarcale lascia alla donna, la quale, una volta persuasa, dopo il breve trionfo del no, subito deve pagare lo scotto. Essa sa di essere fin dai tempi più remoti, come colei che concede, l’ingannata. Ma se, per questo, essa è avara di sé, allora, si, è ingannata sul serio. Ciò è implicito nel consiglio alla novizia che Wedekind pone in bocca alla tenutaria d’un bordello: «In questo mondo non c’è che una via per essere felici, e cioè fare di tutto per rendere gli altri quanto più felici è possibile». Il piacere proprio ha come presupposto quel gettarsi via illimitato, di cui le donne, a causa della loro arcaica angoscia, sono tanto poco capaci quanto gli uomini nella loro boria. Non solo la possibilità oggettiva – anche la disposizione soggettiva alla felicità fa parte propriamente della libertà.

(1) Allusione ai versi pronunciati dal Faust di Goethe (nella «Parte prima», scena della Strada (I»: «Mein schiines Friiulein, dar! ich wagen, / Meinem Arm und Geleit Ihr Anzutragen ?»(N. d. T.).

(78) Al di là dei monti. (1) – Più compitamente di qualsiasi fiaba, Biancaneve esprime la mestizia. La sua immagine pura è la regina che guarda attraverso la finestra la neve e desidera una figlia secondo la vivente bellezza senza vita dei fiocchi, la nera afflizione del telaio della finestra, la puntura del dissanguamento; (2) e poi muore di parto. Di questo però neppure il lieto fine porta via nulla. Come l’esaudimento si chiama morte, la salvazione rimane apparenza. Infatti l’osservazione più profonda non crede che si sia ridestata colei che, simile ad una dormiente, giace nella bara di vetro. Non è forse il boccone di mela avvelenato (3), che per le scosse del viaggio le esce dalla gola, piuttosto che un mezzo di assassinio il residuo della vita perduta, della vita proscritta, dalla quale essa solo ora si salva davvero, ora che nessuna ingannevole messaggera l’adesca più? E come suona caduca la felicità: «Allora Biancaneve gli volle bene e andò con lui». Come è revocata dal malvagio trionfo sulla malvagità (4). Così, quando speriamo nella salvezza, una voce ci dice che la speranza è vana, eppure è essa, essa soltanto, la speranza impotente, che ci permette di trarre un respiro. Ogni contemplazione non può fare di più che ridisegnare pazientemente in figure ed approcci sempre nuovi l’ambivalenza della mestizia. La verità non è separabile dall’ossessione che dalle figure dell’apparenza emerga pure infine, senza apparenza, la salvezza.

(1) Lo specchio fatato dice alla Regina:
«Regina la più bella qui sei tu
ma al di là dei monti e piani
presso i sette nani
Biancaneve lo è molto di più»
[trad. da Grimm di C. Bovero]

(2)«Una volta nel cuor dell’inverno, mentre i fiocchi di neve cadevano dal cielo come piume, una regina cuciva seduta accanto così bello su quel candore, eh ‘ella pensò: così, cucendo e alzando gli occhi per guardar la neve, si punse un dito, e caddero nella neve tre gocce di sangue. Il rosso era così bello su quel candore, ch’ella penso: “Avessi una bambina bianca come la neve, rossa come il sangue e dai capelli neri come il legno della finestra!”». [id.]

(3) Il principe, pur credendo morta Biancaneve, chiede ai nani di poterla trasportare nel suo castello nella sua bara di vetro «per onorarla ed esaltarla come la cosa che gli era più cara al mondo». «Il principe ordinò ai suoi servi di portarla sulle spalle. Ora avvenne che essi inciamparono in uno sterpo e per la scossa -quel pezzo di mela avvelenata che Biancaneve aveva trangugiato, le uscì dalla gola». [id.]

(4) «Ma alla festa [nuziale] invitarono anche la perfida matrigna di Biancaneve. (… ) Dapprima non voleva assistere alle nozze, ma non trovò pace e dovette andare a vedere la giovane regina. Entrando, riconobbe Biancaneve e impietri dallo spavento e dall’orrore. Ma sulla brace eran già pronte due pantofole di ferro: le portarono con le molle, e le deposero davanti a lei. Ed ella dovette calzare le scarpe roventi e danzare finché cadde a terra morta». [id.] (N. d. T.).

 (112) Et dona ferentes. In Germania i filistei paladini della libertà sono sempre stati particolarmente fieri della poesia sul Dio e la bajadera (1), con la sua fanfara finale secondo cui gli immortali elevano al cielo con braccia di fuoco i figli perduti. Non ci si può fidare di questa approvata magnanimità. Essa è propria fondamentalmente del giudizio borghese sull’amore mercenario, in quanto essa consegue l’effetto della comprensione e del perdono divini solo denigrando come perduta, con un brivido estatico, la bella tratta in salvo. L’atto di grazia è soggetto a cautele che lo rendono illusorio. Per meritarsi la redenzione – quasi una redenzione meritata fosse ancora tale -, alla fanciulla è concesso di partecipare alla «festa gioconda del talamo» «non per denaro o voluttà». E perché mai poi? L’amore puro che le viene attribuito non offende forse sgraziatamente l’incanto che i ritmi di danza di Goethe intrecciano intorno alla figura, incanto che certo non si lascia cancellare neppure dalle parole sulla sua profonda corruzione? Ma essa pure deve diventare, ad ogni costo, un’anima buona tale che solo una volta ha peccato. (2) Per venire ammessa nell’ambito chiuso dell’umanità, la cortigiana, che l’umanità si vanta di tollerare, deve anzi tutto cessare di essere tale. La divinità si compiace dei peccatori ravveduti. Tutta l’incursione fin là dove sono le ultime case è una sorta di slumming party metafisico, un allestimento della volgarità maschile per atteggiarsi in maniera doppiamente grandiosa, dapprima accrescendo smisuratamente la distanza tra lo spirito maschile e la natura femminile e poi, successivamente, sventolando come bene supremo- il potere assoluto di revocare la differenza da esso stesso creata. Il borghese ha bisogno della bajadera non soltanto per amore del piacere, che egli al tempo stesso le invidia, bensì per sentirsi davvero Dio. Quanto più egli s’avvicina al margine del suo ambito e dimentica la sua dignità, tanto più spudorato è il rituale della violenza. La notte ha il suo piacere, la puttana, però, viene bruciata. Il resto è l’idea.

(1) Der Gott und dìe Bajadere: così s’intitola la ballata di Goethe alla quale questo aforisma si riferisce.

 (2) Allusione ai versi 12065/12066 del Faust di Goethe dove è contenuta la lode di Gretchencome «,gutel Seele, / Die sich einmal nur vergessen».

(105) Solo un quarto d’ora. (1). – Notte insonne: se ne dà una definizione come di ore tormentose, tese senza la prospettiva d’una fine e dell’alba nello sforzo vano di dimenticare la vuota durata. Ma orrore, piuttosto, procurano le notti insonni nelle quali il tempo si contrae e scorre sterile fra le dita. Qualcuno spegne la luce nella speranza di lunghe ore di riposo, che gli possano recare conforto. Ma, mentre non sa acquetare i pensieri, il salutare patrimonio della notte gli si dissipa ed egli, prima che sia capace di non vedere più nulla negli occhi serrati, brucianti, sa che è troppo tardi, che presto il mattino lo desterà di schianto. In maniera simile, inarrestabili, inutili trascorrono forse i momenti estremi di chi è condannato a morte. Ma ciò che si rivela in tale contrarsi delle ore, è l’immagine speculare del tempo adempiuto. Se in questo il potere dell’esperienza ‘spezza il sortilegio della durata e raccoglie passato e futuro nel presente, così nella notte precipitosamente insonne la durata suscita insopportabile orrore. La vita umana diventa istante, non già togliendo la durata, bensì rovinando nel nulla, destandosi alla sua vanità al cospetto della cattiva infinità del tempo. Nel rumoroso ticchettio dell’orologio l’insonne percepisce la derisione degli anni-luce per il breve corso della propria esistenza. Le ore, che già sono trascorse come secondi, prima che il senso interiore le abbia afferrate e lo trascinano nella loro caduta, gli danno avviso di come, insieme ad ogni memoria, egli sia votato all’oblio nella notte cosmica. Gli uomini se ne accorgono oggi in maniera coatta. Nella condizione della compiuta impotenza, ciò che ancora gli è stato lasciato da vivere appare all’individuo come una breve dilazione innanzi al patibolo. Egli non si aspetta di vivere la propria vita fino in fondo. La prospettiva, presente a ciascuno, della morte e del martirio violenti, si prolunga nell’ angoscia perché i giorni sono contati, la lunghezza della propria vita dipende dalla statistica, perché l’invecchiare è diventato, per così dire, un vantaggio sleale, che va carpito con astuzia alla media statistica. Forse si è già dato fondo alla percentuale di vita messa revocabilmente a disposizione dalla società. Tale l’angoscia che il corpo registra nella fuga delle ore. Il tempo vola.

(1) Nur ein Vìertelsttìndchen: il titolo dell’aforisma allude al motto ricamato sui cuscini dei divani nel salotto borghese tedesco dell’ottocento. Tale motto è citato anche nella seguente osservazione del Zentralpark di Walter Benjamin: «Per il pensiero dell’eterno ritorno ha la sua importanza il fatto che la borghesia non osava più guardare in faccia il prossimo sviluppo dell’ordinamento produttivo da essa posto in opera. Il pensiero di Zaratustra dell’eterno ritorno e il motto della fodera dei cuscini: “Solo un quarto d’ora” sono complementi» (in: W.B., Gesammelte Schriften, I, 2, Frankfurt a. M. 1974, p. 677). (N.d.T.).

(108) La. principessa Lucertola. (1) – Proprio quelle donne accendono l’immaginazione, alle quali l’immaginazione manca. Di luce più viva splende l’aura di coloro che, del tutto estroverse, sono affatto sobrie. La loro attrattiva proviene dalla mancanza di coscienza_di sé, anzi dalla mancanza di un Sé in generale: è in relazione a ciò che Oscar WiIde ha trovato la definizione di «Sfinge senza enigma». Esse somigliano all’immagine convenuta: quanto più sono pura apparenza, non disturbata da alcun impulso proprio, tanto più sono simili ad archetipi – Preziosa, Peregrina, Albertine -, che appunto fanno supporre come mera apparenza ogni individuazione e che pure, per via di ciò che sono, debbono sempre nuovamente deludere. La loro vita viene afferrata come serie di illustrazioni oppure come una perpetua festa infantile ed una tale percezione fa torto alla loro povera esistenza empirica. Questo è il tema che Storm ha trattato nel suo profondo racconto per ragazzi: «Paolo il burattinaio».
Il fanciullo della Frisia s’innamora della bambina dei nomadi bavaresi. «Quando alla fine tornai indietro, vidi farmisi incontro un abituccio rosso; ed ecco, sì, era la piccola burattinaia; nonostante il suo vestitino sbiadito, essa mi parve cinta di uno splendore di fiaba. Mi feci coraggio e le parlai: «Vuoi fare una passeggiata, Lisetta?» Essa mi guardò diffidente con i suoi occhi neri. «Passeggiata?» ripeté strascicando la voce. «Una buona idea, davvero!» «E dove vorresti andare, poi?» – «Dal mercìaìo!» «Vuoi comprarti un vestitino nuovo?», le chiesi un po’ goffamente. Rise forte. «Ma va! Figurati! – No, solo degli stracci». «Stracci, Lisetta?» – «Sì, certo! Soltanto scampoli, per i costumi dei burattini; mica costano molto». La povertà induce Lisetta a scegliere ciò che è consunto – «stracci» -, benché preferisca altre cose. Senza capire, essa deve considerare con diffidenza eccentrico tutto ciò che non si giustifica praticamente. L’immaginazione offende la povertà. Infatti ciò che è consunto possiede incanto solo per l’osservatore. Eppure l’immaginazione ha bisogno della povertà, alla quale essa reca violenza: la felicità, cui essa si abbandona, è inscritta nei tratti del dolore. Così la Justine di Sade, che passa da una tortura all’ altra, viene definita notre intéressante héroine, e analogamente Mignon nel momento in cui viene battuta è chiamata l’interessante bambina. La principessa di sogno è nello stesso tempo la bambina maltrattata, e di ciò essa nulla sospetta. Tracce di questo esistono ancora nel rapporto dei popoli nordici con quelli meridionali: i puritani benestanti cercano invano nelle brunette dei paesi stranieri ciò che il corso del mondo, da loro dettato, toglie non solo a loro stessi, ma propriamente anche ai nomadi. Il sedentario invidia il nomadismo, la ricerca di freschi spazi erbosi, e il carrozzone verde è la casa sulle ruote, il cui viaggio segue il cammino degli astri. L’infantilità, confinata in un moto disordinato, relegata nella spinta momentanea, infelicemente errabonda, a continuare la vita, sostituisce il non sfigurato, l’adempimento, e però li esclude, simile nell’intimo all’autoconservazione dalla quale si illude di redimere. Tale è il circolo della nostalgia borghese per l’ingenuo. La mancanza dell’anima, grazia e strazio ad un tempo, in coloro ai quali, ai margini della cultura, il quotidiano vieta l’autodeterminazione, diviene fantasmagoria dell’anima per i ben piazzati, i quali dalla cultura hanno appreso a vergognarsi dell’anima. L’amore si perde in ciò che è privo d’anima come nella cifra dell’animato, poiché per esso i viventi sono scenario per la disperata brama del salvare, la quale solo in ciò che è perduto possiede il suo soggetto: all’amore l’anima si dischiude solo nella propria assenza. Così, umana è proprio l’espressione di quegli occhi i quali sono i più prossimi a quelli dell’animale, a quelli della creatura, lontano dalla riflessione dell’Io. Alla fine l’anima stessa non è che l’anelito dell’inanimato alla salvezza.

(1) La fiaba della Principessa Lucertola racconta la vicenda di una crudele e graziosa principessina che trascorre le sue giornate nel parco del castello paterno, divertendosi ad infliggere ogni sorta di tormenti ai piccoli animali che cadono in suo potere. Colta però da un sortilegio nell’atto di tagliare la coda ad una lucertola, essa è trasformata in lucertola a sua volta, ed è costretta a lunghe e dolorose peregrinazioni per il mondo, infine, seguendo il consiglio del saggio Re degli Gnomi, ritorna al suo paese d’origine e, dopo aver subito a sua volta il supplizio del taglio della coda, ritrova la forma primitiva. (N. d. T.)

(117) Il servo padrone. (0) – Solo attraverso una permanente regressione le classi subalterne divengono capaci delle prestazioni ottuse che la cultura del dominio esige da loro. Proprio il deforme in loro è un prodotto della forma sociale. La generazione di barbari da parte della cultura, però, è sempre stata da questa utilizzata per mantenere in vita la propria essenza barbarica. Il dominio delega la violenza fisica, sulla quale esso poggia, ai dominati. Questi, mentre viene procurata loro la soddisfazione di sfogare come giusto e sacrosanto per il collettivo i propri istinti piegati e distorti, apprendono a perpetrare ciò di cui i nobili abbisognano affinché possano concedersi di rimanere nobili. L’autoeducazione della cricca dominante, con tutto ciò che essa esige quanto a disciplina, soffocamento di ogni impulso immediato, scepsi cinica e cieco piacere del comando, non riuscirebbe, se gli oppressori, tramite oppressi assoldati, non preparassero a se stessi una parte dell’oppressione che essi preparano per gli altri. Per questo le differenze psicologiche tra le classi sono tanto minori di quelle oggettive, economiche. L’armonia dell’inconciliabile torna a profitto del persistere della cattiva totalità. La volgarità del comandante e l’arroganza del soldato semplice vanno d’accordo. Dai domestici e dalle governanti, i quali in obbedienza alla serietà della vita sottopongono ad angherie i bambini di buona famiglia, passando attraverso gli insegnanti del Westerwald che li disavvezzano dall’uso dei termini di origine straniera non meno che dal piacere per qualsiasi lingua, attraverso i funzionari e gli impiegati che li mettono in fila, attraverso i caporali che li calpestano, una linea retta conduce agli aiutanti dei boia della Gestapo e ai burocrati delle camere a gas. Alla delega della violenza agli inferiori corrispondono fin da principio gli impulsi dei superiori. Colui che trova ripugnante la buona educazione dei genitori, fugge in cucina e si riscalda alle espressioni forti, volgari, della cuoca, espressioni le quali rendono segretamente il principio della buona educazione parentale. Le persone fini sono attirate da quelle grossolane, la cui rozzezza promette loro illusoriamente ciò di cui le priva la propria cultura. Essi non sanno che il grossolano, che sembra loro anarchica natura, non è se non il riflesso della costrizione alla quale sono riluttanti. Tra la solidarietà di classe dei superiori e la loro comunella con i deputati della classe subalterna fa da mediatore il loro giustificato sentimento di colpa nei confronti dei poveri. Ma chi ha appreso ad adattarsi ai disadattati, colui al quale il: «Qui si fa così- è penetrato fin nell’intimo, questi è alla fine egli stesso divenuto tale. L’osservazione di Bettelheim sull’identificazione delle vittime con i carnefici dei lager nazisti contiene il giudizio sulle elevate serre della cultura, sulla inglese Public School, sulla germanica accademia dei cadetti. L’assurdità si perpetua attraverso se stessa: il dominio si trasmette e si continua attraverso i dominati.

(O) In italiano nel testo. (N. d. T.). T. W.Adorno \ (Trad. di Gianni Carchia)

Intermezzo natalizio 1974

di Elena Grammann

[ “Gli anni settanta si muovono, ondeggiano e fluttuano, si aprono dappertutto a tentativi di uscire dalla famiglia, l’esecrata famiglia” (Elvio Fachinelli, citato da E.A. qui). Si muovono ondeggiano e fluttuano, ma l’uscita dalla famiglia non è stata una passeggiata.]

 

“Sembra un treno del Far West” commentò il ragazzo giovane straniero salendo sulla littorina con i sedili di legno che faceva servizio locale.

La ragazza giovane autoctona provò a guardare il treno con occhi diversi per vedere se poteva avere la stessa impressione. Ma aveva visto poche cose straniere e soprattutto era troppo tesa per riuscirci. Però forse sì, forse i sedili a listelli di legno erano antiquati, ammise a se stessa con un sorriso forzato.

Il ragazzo straniero era, in un senso non ufficiale ma non per questo meno sostanziale, il suo fidanzato. Si erano conosciuti da qualche parte in Europa, si erano scritti quasi giornalmente per cinque o sei mesi ed ora eccolo qui. Per tutta l’interminabile mattina in cui lo aveva aspettato alla stazione aveva sperato che non arrivasse.

Se la ragazza fosse capace di riflettere sarebbe sicuramente meno tesa. Non si sentirebbe responsabile per i sedili di legno, per le occhiate della gente sul trenino locale, per l’incontro, fra poco, con i suoi genitori e per ogni singolo istante che scocca. Se la ragazza fosse capace di riflettere magari gli avrebbe scritto, semplicemente, di non venire. Avrebbe fatto una bella lista dei motivi che sconsigliavano di continuare quel rapporto: troppo complicato, troppo pieno di problemi, soprattutto troppo inconsistente (ma che ne sa lei, di consistenza e inconsistenza), e gli avrebbe detto addio. Per lettera.

Ma forse, a pensarci bene, non è che non sia capace di riflettere; anche questo, sì, in un certo senso; ma soprattutto non riesce a immaginare il futuro, non riesce a immaginare che il presente possa diventare irrilevante, possa modificarsi; è prigioniera del presente, lo prende terribilmente sul serio, ad ogni stimolo una reazione: immediata, definitiva; e, per il rispetto che si deve, eterna.

È debole e orribilmente ricattabile. Basta farle pesare un po’ di sofferenza, un po’ di amore, un debito minimo, che lei si sente subito in colpa; insisti un po’ e farà esattamente quello che vuoi; insisti un po’ e vedrai che la leghi ben stretta; poi, quando non ce la fa più e scalpita, tutti trovano che è volubile e egoista.

Il ragazzo straniero le ha scritto tutti i giorni per sei mesi. Nelle lettere le diceva quanto stava male e che non riusciva a respirare e il medico aveva detto che era psicosomatico. Le diceva anche tutto quello che stava facendo per iscriverla all’università, trovare un appartamento eccetera. Ora lui è qua e lei è orrendamente a disagio ma non può assolutamente ammetterlo perché non è la reazione corretta.

Poi è anche vero che lei è giovane, malleabile, sventata, pronta a cavare dal presente quel che si può. Pian piano il disagio si allenta, diventa sopportabile, anzi a tratti non lo avverte nemmeno più.

La vigilia di Natale vanno a fare un giro in città. La città è bella: scura, illuminata, luccicante. Dove sta lui di città così belle non ce ne sono. Lui la prende un po’ come se gli fosse dovuta.

Per uno che non riusciva a respirare si è rimesso piuttosto bene: è deciso, sa quello che vuole, si incazza se non lo ottiene. Ad esempio ha deciso che offrirà ai genitori di lei un cesto natalizio e cesto natalizio dev’essere. Lei non capisce nemmeno bene cos’è. Loro non si fanno manco i regali per Natale, figuriamoci i cesti. Però bisogna andare dal cestaio e fare il giro dei negozi di alimentari del centro e cercare esattamente quel che vuole e fare una cosa proprio come lui se la immagina. Lui si prende ridicolmente sul serio – forse perché è uno che fa le cose sul serio; lei lo sfotte un po’ per questo – forse perché lei in fondo non fa mai niente sul serio. In seguito lui la odierà per le sfottiture e lei lo odierà perché lui gliele farà pagare care. Per il momento però lui ha abbastanza buon gioco perché sa con precisione quello che vuole: vuole portarsela là nel suo paese. Lei invece non sa affatto quello che vuole, è completamente disorientata, la realtà è una matassa che non riesce a districare, è perfino incapace di trovare una via e un numero civico, figuriamoci le linee direttrici di un’esistenza. A dir la verità c’è una cosa che vuole assolutamente e sa di volere, ed è scrivere un romanzo; ma lo rimanda a più in là nella vita perché non ha idea di cosa metterci dentro.

Fra Natale e Capodanno fanno i soliti giri, questi succedanei striminziti del Grand Tour: Bologna, Firenze, Venezia. Andata e ritorno in giornata. Quando vanno a Bologna il treno è talmente stipato che fino a Modena viaggiano in una specie di vagone spedizioni dove c’è anche un maiale in gabbia. A Venezia vanno al consolato del paese straniero a far vidimare dei documenti che serviranno alla sua inscrizione all’università straniera. Lui ha preso in mano la situazione; lei lascia fare, stupita che queste cose si facciano realmente, che siano fatte, che accadano. Allo stesso tempo ognuno di questi passi la porta più vicina all’università straniera, senza che lei abbia detto veramente di sì. Anzi sul momento, la prima volta che la cosa era saltata fuori, le era parsa un’enormità.

Di nuovo la fa ridere perché la cosa che gli sta veramente a cuore, a Venezia, è mangiare in un ristorante tipico. Non corrisponde alla sua idea di cultura, che è austera. Però ammira la naturalezza con cui lui entra nei ristoranti, ordina, consuma e paga. Lei al ristorante ci è andata pochissimo, e mai con la famiglia; i camerieri le fanno soggezione, quasi quasi si alzerebbe in piedi quando arrivano; inoltre fino all’ultimo ha il terrore di non avere abbastanza soldi.

Lei ha già la patente, lui no. Vanno un po’ in giro con la vecchia millecento di suo padre, il pomeriggio o la sera. Si vede che lui è abituato in un mondo in cui i figli fanno abbastanza quello che gli pare e nessuno gli chiede conto, molto diverso da qui. Però lui si intende che le cose debbano andare come è abituato lui e di nuovo lei è grandemente a disagio e ci sono alcune scene spiacevoli fra lei e i suoi genitori.

Una volta – sono in macchina per un giro panoramico sulle colline – litigano di brutto. Lui insiste perché lei si trasferisca su da lui, si iscriva all’università là eccetera. Ha preparato tutto e non vede alcun problema. Lei dice chiaramente che è una roba da matti e che non se la sente. Lui la mette come se lei si fosse rimangiata la parola e le ingiunge di portarlo immediatamente alla stazione. Lei lo prega di non partire; striscia quasi, finché lui magnanimamente rinuncia alla rottura e alla partenza. Subito dopo lei se ne pente. Si chiede perché non ce lo ha portato alla stazione, visto che voleva partire. Non sa se lo ha fatto perché tiene a lui o perché ha paura della figura che farebbe; perché ormai si sente tenuta a un certo comportamento. Comunque sospetta che non sarebbe partito, sospetta che fosse tutta una finta.

Se la ragazza fosse un po’ meno ingenua, un po’ più abituata a riflettere, un po’ più consapevole di certi meccanismi neanche tanto nascosti, fiuterebbe il ricatto, si farebbe diffidente e remerebbe al largo finché ha una possibilità di manovra. Perché più tardi, quando è andata a finire che lei è su nel paese straniero e lui ha il coltello dalla parte del manico, allora le fa vedere i sorci verdi col suo sistema del ricatto.

Alla fine delle vacanze di Natale, subito dopo Capodanno, il ragazzo riparte. Sono praticamente d’accordo che lei lo seguirà qualche giorno dopo.

Lei prova a dirlo in famiglia, prova a chiederlo. Sua madre non prende nemmeno in considerazione la possibilità, suo padre invece le fa una scenata tremenda in sala da pranzo. Si vede che finalmente è sbottato, si vede che finalmente dice la sua dopo essersi dovuto sopportare la presenza di quel tizio che non si capiva bene cosa ci facesse lì; si vede che se fosse stato per lui non lo avrebbe certo tollerato; si vede che il tizio ha potuto soggiornare nella casa soltanto in virtù di una certa eccentricità della madre, di una sua visione un po’ barocca delle convenienze, di un suo mettere il cuore prima delle regole – sempre che le regole vengano poi rispettate, si capisce. Suo padre la investe con una violenza che esplode raramente in lui, che esplode in lui quando non ne può più, quando ha l’impressione che le cose vadano veramente oltre. Lei sta in un angolo e piange come una vite tagliata, piange e singhiozza orribilmente, orribilmente consapevole che suo padre ha ragione, consapevole che tutto il tempo lo ha offeso e lo sta offendendo, consapevole della propria abiezione e in qualche oscuro modo consapevole della necessità di questa abiezione. “Cosa vuoi da noi?” urla suo padre, “Ma cosa vuoi da noi?” urla ancora. Giusto, giustissimo, corretto, non può che essere d’accordo. Cosa vuole da loro? Hanno accolto in casa questo tizio che viene da lontano e si scopa la loro figlia, cosa che loro non sanno ma potrebbero benissimo immaginare; cosa vuole ancora da loro? Niente, corretto, non può volere niente.

Così un pomeriggio parte di nascosto – senza autorizzazione, senza benedizione, e ovviamente senza soldi.

Durante quelle vacanze di Natale una volta vanno al cinema. Non sa proprio cosa ci siano andati a fare, dal momento che lui non sa la lingua e quindi non capisce niente. E infatti a metà film si stufa e vuole uscire, vuole che se ne vadano. A lei dispiace un po’ perché il film le piaceva, ma se lui vuole andare bisogna andare, non c’è niente da fare. Vanno in un locale in cui lei non è mai stata perché non va mai in città di sera. Effettivamente, nell’arretratezza generale della provincia bisogna dire che lei è particolarmente arretrata. Sono seduti uno di fianco all’altra su divanetti bassi e bevono qualcosa e lui dice c’è una cosa che mi piace moltissimo di te e sfiora col dito lo zigomo o meglio una specie di gonfiore dolce fra la palpebra e lo zigomo. Più avanti lei si guarda qualche volta nello specchio, di profilo, ed è vero, c’è questo gonfiore così dolce e lei prima non lo sapeva.

Le racconta che, da ragazzino, si era messo in testa che voleva sposare una giapponese. Lei crede che sia per questo che le piace: per la follia ragionata, pianificatrice; per il senso del possesso: ancora adesso non può che provare ammirazione per il modo in cui, mezza giornata dopo averla conosciuta, dichiara a quelli del suo gruppo che da questo momento lei viene con lui.

In un suo modo egoistico (ce n’è un altro?) lui l’ha amata e continuerà ad amarla sinceramente, profondamente. Ma cosa vuol dire? Soltanto che ha bisogno di lei, non vuol dire altro.

Quando nel paese straniero lei faticosamente si metterà sulle sue gambe, e sarà indipendente, e non sarà più ricattabile, quando sarà stufa di vedere i sorci verdi e finalmente lo pianterà, lui soffrirà moltissimo.

Ragionamento sui nostri antenati (1)

Il saggio  di Dario Borso, “COLPO BASSO. Cesare Cases vs. Arno Schmidt ” (qui) mette in discussione – e con salda documentazione – i limiti del giudizio  che un germanista di fama come Cesare Cases  diede di un importante scrittore tedesco del secondo dopoguerra, Arno Schmidt, considerato  invece da Ladislao Mittner, l’autore della monumentale «Storia della letteratura tedesca», «un ulisside della specie di Joyce». Non ho competenze specialistiche sulla materia affrontata da Borso.

E allora perché intervengo? Per  alcuni buoni motivi. Tranne Cases, seguito soltanto in occasione di qualche conferenza a Milano ma di cui ho letto vari libri e articoli, ho avuto modo di conoscere e incontrare nei loro ultimi anni di vita prima Fortini e poi Renato Solmi e Michele Ranchetti. Nel ‘68 seguii la polemica  cruciale tra Fortini e Fachinelli sui Quaderni Piacentini a proposito del «desiderio dissidente» e de «il dissenso e l’autorità»; e, successivamente, anche se seguii  più distrattamente e con distacco la polemica su «Minima Immoralia», divenuto  sempre più attento alla ricerca psicanalitica, ho letto vari libri di Elvio Fachinelli, di cui  tra l’altro mi parlava  con grande stima un altro dei pochi scrittori da me frequentati, Giancarlo Majorino.

Nella mia esperienza di lettore (e di militante politico), dunque, tutti questi autori hanno fatto per me parte di un’unica costellazione politico-culturale. Indubbiamente  di sinistra, area -cosa non trascurabile –  almeno fino alla fine degli anni Settanta ben distinta dalla destra. E questo malgrado le diversificazioni e le forti tensioni ideali e personali tra loro.  Leggere oggi queste  critiche contro Cases, un autore che – ripeto – ho sempre apprezzato, mi ha costretto a  farmi varie domande: cosa  è mutato e sta ancora mutando nel campo della politica e della cultura?  c’è qualcosa di cui non mi sono accorto, se  ho continuato a confermare la mia fiducia in autori (Cases tra altri) che invece dovrebbero  essere non solo sputtanati  – Borso la metta pure nei termini dei giganti e dei nani – ma dimenticati e rimpiazzati da altri ben più  acuti e non ideologici? non è che mi attardo in una storia non solo finita  ma fallita e dalla quale manco alle “buone rovine” bisogna più guardare?

Della  messa in discussione di Cases o di altri, che io considero tra i “nostri antenati” da studiare e riproporre, non mi scandalizzo. Seguo, infatti, con convinzione  la raccomandazione di Fortini. Che diceva all’incirca: prendete da quel che ho scritto ciò che vi  serve e il resto buttatelo pure.[1] Né  sono difensore d’ufficio di nessuno.  E perciò, siccome la polemica  di Borso contro Cases ha rinverdito nella mia memoria quella degli anni ’60-’70 tra neoavanguardia e intellettuali marxisti ( Pasolini, Fortini, Cases, Quaderni Piacentini, Sanguineti, Filippini, etc.)  e sotto sotto mi ha rimandato a quella vecchissima tra anarchici e comunisti,  quando ho letto i  suoi primi pezzi, ho drizzato le antenne. Disposto a prenderlo sul serio ma deciso anche a capire se quel che scrive mi convince o meno. Perché a scatola chiusa non prendo nulla. E gli ho, perciò, prima  fatto in privato alcune stringate e interlocutorie obiezioni[2]; e poi sono intervenuto pubblicamente e decisamente su Poliscrittture e su Poliscritture FB. Invitando a sentire meglio anche le altre campane. Perché schierato ciecamente con  Cases contro Borso? Suvvia. Solo perché nelle altre campane (Cases, Solmi, Sisto; e per quest’ultimo mi sono riferito esclusivamente al suo intervento su  germanistica.net qui) ci sono spunti interessanti che Borso, secondo me, ha trascurato o escluso non ritenendoli coerenti con il suo metodo critico.

Questa è la premessa della mia riflessione e mi fermo qui. Nelle  successive puntate esaminerò le prese di posizione di Cesare Cases nei confronti di Arno Schmidt riportate da Borso; quelle sulla pubblicazione di «Minima Immoralia» nell’edizione L’Erba Voglio (almeno nella parte che ho potuto consultare); e, dopo aver riportato stralci delle “varie campane”, trarrò le mie (provvisorie) conclusioni. [E. A.]

Note

[1] «…‘Vi consiglio di prendere le cose che ho detto e di buttarne via più della metà, ma la parte che resta tenetevela dentro e fatela vostra, trasformatela. Combattete!». (Le rose dell’abisso. Dialoghi sui classici italiani,  Boringhieri, Torino, 2000)

[2] Ennio: «1. Cases era un borghese ma fu comunista (male, bene: ai posteri...); 2. Il suo comunismo non era (del tutto?) dogmatico perché corretto/temperato da un anarchismo, che secondo me prendeva qualcosa anche da Brecht (magari giovane); 3.Oggi si tende a parlare della psicologia degli autori e non della cornice (ideologica e storica) in cui operarono (e il giudizio ne risente...)».

 

Riordinadiario 1998

Tabea Nineo, Nel bosco di Vicosoprano, 1992

di Ennio Abate

5 gennaio

Leggendo/rileggendo Fortini (Disobbedienze)

Pur leggendo i suoi articoli su il manifesto e Quaderni piacentini per tutti gli anni ’70, ero distante dal suo modo di pensare e problematizzare, condizionato parecchio dall’essere studente lavoratore e militante di Avanguardia Operaia. Non è stato un caso che cominciai a intendere meglio le sue critiche dal 1977. La mia lettura di Questioni di frontiera avvenne quando già ero uscito nel 1976 da Avanguardia Operaia che confluiva in Democrazia Proletaria.

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E il desiderio disse: niente!

Riordinadiario / In margine ad un convegno su Elvio Fachinelli del 1998

di Ennio Abate

Ripubblico questo mio resoconto ragionato di un convegno su Elvio Fachinelli tenutosi a Milano nel 1998 dopo aver letto su LE PAROLE E LE COSE un ricordo di lui nel trentennale della sua morte scritto da Sergio Benvenuto (qui). Ho letto varie opere di Fachinelli e ho spesso citato il suo scritto “Gruppo chiuso e gruppo aperto” (ad es. nel 2011 qui) . Non l’ho mai conosciuto di persona (l’intravvidi solo una volta, attorno al 1988, in mezzo al pubblico alla Casa della Cultura di Milano) ma ho sentito parlare spesso di lui da Giancarlo Majorino. E mi hanno sempre particolarmente colpito il suo scontro con Franco Fortini e l’autocritica postuma di quest’ultimo nei suoi confronti. (Il «diverbio» con Fachinelli Fortini lo rievoca in una nota di «Psicoanalisi e lotte sociali», pag. 229 di
Non solo oggi). L’attenzione e lo scrupolo da cronista, con cui allora segui quel convegno privilegiando ancora in un’ottica da insegnante (sarei andato in pensione in quell’anno), dimostra il mio interesse per i problemi sollevati da Fachinelli ma anche la mia diffidenza per la piega impolitica/apolitica con la quale i suoi amici e colleghi psicanalisti lo ricordarono in quel convegno, esaltando – proprio come oggi fa in maniera definitiva Sergio Benvenuto – il lato amicale e liberal-libertario del suo pensiero fin quasi a far scomparire la sua permeabilità e sensibilità alle inquietudini sociali e politiche di quegli anni. Non condividevo né condivido il ripiegamento di tanti intellettuali nei “culti amicali, cultural-editoriali e professional-corporativi ” e neppure il nuovo dogma della leggerezza antideologica oggi di moda. E trovo fiacca, puerile e sospetta l’apologia del Fachinelli “dionisiaco” di Benvenuto e il suo viscerale antimarxismo. Tanto più che lui stesso è costretto a chiedersi: ” Ma allora, come accade che, puntualmente, questa carica creativa dell’inconscio si congeli in quella che chiamò “la freccia ferma”, nei marmi rigidi delle istituzioni, della burocrazia, del gelido rigore ossessivo? “. E deve ammettere che ” la contrapposizione tra pulsione di vita e pulsione di morte è un modo di descrivere – certo eloquentemente – il problema, non di risolverlo”. E allora? Confermo pienamente quanto scrivevo da isolato in quel lontano 1998: “Il limite astorico dell’inconscio o del desiderio dissidente è problema enorme e irrisolto per qualsiasi progetto, sia esso di spostamento o di rinnovamento o di rivoluzione. Allora [nel ’68] la contraddizione era visibile; e Fachinelli e Fortini polemizzavano fecondamente. Oggi, ridotte politica e gestione psicanalitica dell’inconscio a professioni ipocritamente rispettose del proprio specialismo, la contraddizione non si sa se c’è o non c’è più. E, così restando, indisturbate, non ci sarà possibilità reale né di politica innovativa né di desiderio costruttivo”. [E. A.]

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I miei anni Settanta a Cologno (2)

di Donato Salzarulo

La seconda parte del racconto sui suoi anni ’70 di Donato Salzarulo. La prima si legge qui [E. A.]

7. – Dall’autunno del ’69 la mia partecipazione alla costituenda cellula di Avanguardia Operaia si fece assidua e sistematica. Non vivevo più in una stamberga o in una mansarda; la situazione economica della mia famiglia stava migliorando; mia sorella s’era iscritta al secondo anno dell’Istituto magistrale, al Virgilio di Milano; io continuavo a fare il doposcuola in Via Vespucci, avevo sistemato la valigia dei libri dalla casa di zio Peppe su uno scaffale di Via San Martino e, di tanto in tanto, sostenevo qualche esame all’Università. In verità, me la prendevo comoda e senza nessuna ansia di recuperare il ritardo accumulato. Sarei sicuramente finito fuori corso, ma non davo a questo fatto grande importanza. Avevo abbastanza introiettato la critica ai saperi borghesi, sebbene con la mia provenienza e la storia della mia famiglia alle spalle, continuassi a portare scolpita indelebilmente nel cervello la frase di «Lettera ad una professoressa», messa in bocca a Lucio, che aveva 36 mucche nella stalla: «La scuola sarà sempre meglio della merda». D’altronde, non avevo letto in una poesia di Bertolt Brecht la lode dell’imparare? Non avevo letto che l’uomo all’ospizio, il carcerato, la donna in cucina, il senzatetto, l’infreddolito, l’affamato dovevano afferrare il libro come un’arma? Brecht diceva che «dovevano sapere tutto» perché «dovevano prendere il potere». Forse era venuto il loro e il nostro tempo. Non ho mai pensato ad una rivoluzione dietro l’angolo, ma ad un grande fermento sociale contro i padroni, a delle grandi scosse anticapitalistiche questo sì. Questo l’avevo sotto gli occhi. Dopo la riluttanza iniziale, mi buttai allora convinto nel periodo di preparazione, in quella che, secondo me, sarebbe passata alla storia come la fase di costruzione del partito rivoluzionario italiano.

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