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“la moglie di Fortini”

di Ennio Abate

Un problema rimane: quale è stata l'influenza di Gemma su Dante, di Helena su Cartesio, per non dire delle tantissime altre mogli di cui la storia tace?
E se tutte le opere di Aristotele le avesse scritte in realtà Erpillide? Non lo sapremo mai. La Storia, scritta dai mariti, ha condannato le mogli all'anonimato.”

(MARITI DI MOGLI IGNOTE Bustina di minerva” pubblicata su l’ Espresso il 20 agosto 2010 di Umberto Eco)

Chi era Ruth Leiser? Per chi non ne avesse mai sentito parlare è facile recuperare alcune notizie elementari per cominciare ad inquadrarne la figura. E’ nata a Bienne (Svizzera) nel 1923. E’ vissuta in Italia dal secondo dopoguerra. E’ stata la moglie dello scrittore, poeta e marxista critico Franco Fortini. In più di cinquant’anni di matrimonio con lui ha collaborato al suo lavoro letterario e soprattutto alle sue traduzioni dal tedesco, lingua madre per lei. Dopo la morte del marito (1994), ha curato che il suo lascito – libri (circa seimila), lettere, inediti, disegni, pitture, foto, ritagli, registrazioni – fosse conservato presso il Centro Studi Fortini di Siena,  evitandone la dispersione. E’ morta a Milano nel 2003.
Io non posso dire di averla veramente conosciuta. L’ho vista una prima volta, intorno al 1988, mentre ero in visita a Fortini nella loro casa di Via Legnano 28 a Milano. E ho scambiato qualche parola con lei a Fiesole, dove arrivò con dei quadri del marito (era in preparazione la mostra dei suoi disegni e dipinti che si tenne poi a Siena nel novembre 2001). Nel 2003, subito dopo la sua morte, cercai di capire qualcosa in più di lei e della sua vita, delle sue competenze, del suo lavoro, del suo carattere e delle qualità che la distinguevano dal marito in un lungo colloquio con Franca Gianoli Grandinetti, un’amica sia di Ruth Leiser che di Franco Fortini (
qui).
Altri, commentando più o meno gli stessi episodi toccati nel colloquio tra me e Franca Gianoli, l’hanno poi ricordata in un primo libretto di testimonianze,  “Per Ruth” (Quodilibet, 2005). E, di recente, a 20 anni dalla sua scomparsa, hanno preparato – sempre in edizione fuori commercio – un altro libretto, “Ruth” (AWAK Studio di Arianna Del Ministro, 2023). Le 170 pagine di questo secondo rispetto alle 93 del primo, contengono molte belle foto, una più ampia antologia delle poesie dedicate da Fortini alla moglie. i disegni di Ruth fatti da Fortini e nuove testimonianze, arrivate a 48 dalle 32  presenti nell’edizione 2005.
Il nuovo omaggio alla sua memoria dà l’occasione per riflettere ancora su di lei, su Fortini e su un’epoca ormai conclusa.
I tratti principali che hanno in comune le testimonianze – brevi o lunghe,  emotivamente partecipi e argomentate ma qualche volta anche distratte e sbrigative – sono l’eterogeneità aneddotica e il ripiegamento mesto verso un culto affettuoso, amicale e ormai quasi impolitico delle figure di Ruth Leiser e di Franco Fortini.
Vi ho scorto, perciò, soprattutto i  segni della sconfitta politica e culturale del “mondo della sinistra”, a cui Ruth Leiser e Franco Fortini parteciparono intensamente e criticamente. E ho notato anche, qua e là, qualche consolatorio cedimento a una sorta di retorica mitizzante della fase “eroica” della coppia Leiser-Fortini nell’Italia povera e dura del dopoguerra. Non ho trovato, insomma, una sintesi critica delle loro figure, un discorso nuovo, capace di ricomporre questi frammenti delle loro vite, anche preziosi, sottraendoli alla cornice oggi egemone  dell’individualismo e del narcisismo postmoderno.
Spero, tuttavia, che queste testimonianze torneranno utili in futuro, se  si scriverà quella storia-biografia di Ruth Leiser e Franco Fortini, che ora manca ma che nella Lettera del 24 marzo 1992, riportata in entrambi i libretti, Fortini stesso auspicava.i O che, perché no, qualcuna – una sorta di “ragazza del secolo futuro”? –  scriverà la storia di Ruth Leiser – “la moglie di Fortini”, un’altra “ragazza del secolo scorso, come Rossana Rossanda – adoperando “i libri di Ruth (in più lingue: russo, francese, tedesco)”, e “il suo archivio privato, con le lettere da lei ricevute da Franco quando era in viaggio da solo (una cinquantina), ma anche di numerosi suoi corrispondenti, come Elio Vittorini, Rossana Rossanda, Andrea Zanzotto, Cesare Cases o Paul Lawton; e insieme i diari di viaggio (in Turchia, in Thailandia, Cina, Russia…), i ritagli delle traduzioni per “l’Avanti!” (da Roland Barthes tra queste), le testimonianze raccolte in Germania nel 1949 dai rifugiati dell’Est, il dossiere sulla Palestina” (dalla testimonianza di Luca Lenzini, pag.115 del secondo libretto).
A me piacerebbe che eventuali e possibili ricerche su Ruth Leiser o sulla coppia Leiser-Fortini fossero il più complete  e problematiche possibili e che affrontassero almeno tre temi che considero essenziali ma che affiorano in modi incerti o vengono solo accennati nei ricordi e nelle testimonianze:

1. Il tema dello scarto tra due epoche o – meglio –  tra la giovinezza e l’età adulta di Ruth Leiser e Franco Fortini,  per entrambi così carica di speranze e impegnata a favore di un marxismo militante o comunismo critico e le loro vecchiaie segnate dall’isolamento e dalla sconfitta. Basti pensare a quel finale, allarmato e  quasi disperato ”proteggete le nostre verità” di Composita solvantur del 1994, venuto dopo le Insistenze del 1985,  la voce Comunismo  del 1989 (qui) , le Note per un buon uso delle rovine di Extrema ratio del 1990. E alle dichiarazioni cupe e nichiliste degli ultimi anni di  lei, Ruth Leiser,  registrate da alcuni di questi testimoni;  e non certo dovute soltanto alla caduta nel “buco” dopo la morte del marito, ma ribadite nel giudizio drastico che diede sul Novecento, riportato da Edoarda Masi: “un’epoca orribile, di sangue e di massacri insensati.” (Che, tra l’altro, tuttora proseguono e si moltiplicano).

2. La questione del “riserbo” sulla vita privata di entrambi. Ne aveva parlato Michele Ranchetti nel 2008 (Sul riserbo di Fortini) con nettezza quasi spietata ma non denigratoria, toccando esplicitamente un argomento controverso e delicato,ii che, per convenzione o pigrizia o ipocrisia, non viene di solito indagato nelle trattazioni accademiche e, in queste testimonianze, è aggirato in modi reticenti ed elusivi. (Mi viene in mente, invece, come possibile modello d’indagine, La Famiglia Manzoni di Natalia Ginzburg, 1983).

3. La questione dell’autonomia di Ruth rispetto al marito. Da interrogare, secondo me, anche attraverso il filtro in apparenza scandaloso del femminismo,  forse una sorta di temuto  convitato di pietra in queste testimonianze e che fa appena capolino, ad esempio, nell’ intervento del giovane Luca Mozzachiodi.iii
Ruth Leiser è per molti aspetti l’antitesi dei modelli canonici (e
a volte stereotipati) di donna femminista o parafemminista, quella di successo, indipendente, che sta in carriera senza marito o con il marito al seguito o come appendice. E fece bene Edoarda Masi a ricordare “la sua formazione di donna libera e spregiudicata: lontanissima dal provincialismo di tante donne italiane di sfera colta e magari femminista, vera cittadina del mondo, capace di parlare e scrivere cinque lingue, ha saputo coltivare pura una propria sfera indipendente di rapporti e di conoscenze e ha inventato un proprio lavoro di terapeuta, oltre quello di  traduttrice in collaborazione col marito” (il manifesto, 15 marzo 2003).
Né, peraltro, potrebbe essere incasellata nel cliché della figura “accessoria” all’ingombrante marito, della segretaria o “aiutante” nei lavori di traduzione dal tedesco”.iv Semmai la sua autonomia rientra nello schema di parità comunista col compagno. (Si vedano, in proposito, anche i miei Appunti politici (12):Kraus, Fortini, il dibattito sulle “molestie sessuali”, qui).
Anche se oggi ad interrogarsi e a confrontarsi con Ruth Leiser e Franco Fortini fossero gli appartenenti alle generazioni successive, che hanno con tutta probabilità fatto esperienza della crisi o della “morte della famiglia” (David Cooper, 1971), uno scavo più a fondo sulla realtà di questa coppia “all’antica” permetterebbe loro non solo di riconoscere in che misura la parità sia stata veramente praticata  in questa coppia e  di intendere più a fondo quella loro sintonia profonda (ricordava Franca Gianoli Grandinetti: “Una volta mi disse: «Mi sarei fatta ammazzare per lui…»”) e la qualità dell’autonomia di lei, sottolineata da quasi tutti i testimoni, ma anche di confrontare i mutamenti  e le nuove crepe nella vita amorosa d’oggi.

Note

i
” è proprio dei biografi che ci sarebbe bisogno; di gente che ricostruisse quel che siamo stati, con una voce diversa dalla nostra. Di storici insomma, La nostra spiegazione è nella storia del mondo” (Ruth, pag. 35).

ii
Delle sue sofferenze sappiamo da altri, dei suoi mesi di ospedale vissuti da povero per non voler accedere a un trattamento più umano grazie alla corruzione di qualche mancia. Così della sua vita difficile per l’apparente disastro della sua pedagogia familiare. Dei suoi affetti, in generale, nel senso delle sue affezioni, degli affectus; che pure lo avranno colpito, come si percepisce da qualche ragazza di troppo nelle sue prose narrative della giovinezza: che appare, fra le righe della riflessione, quasi a distrarre chi scrive e chi legge con una apparizione non prevista di brevissima durata. Un riserbo, dunque, quasi assoluto” (Michele Ranchetti, Sul riserbo di Fortini).

iii
Luca Mozzachiodi si chiede: “Chissà se piacerebbe al femminismo di oggi Ruth Leiser?” (Ruth, pag. 129). Sarebbe da chiedersi, piuttosto, perché una coppia come questa ha potuto  durare,  anche con le sue contraddizioni. O se, sotto il manto del “riserbo” (Ranchetti)  o persino grazie ad esso, il loro rapporto di coppia sia stato davvero positivo e nente affatto sacrificato ad una morale ipocrita.

iv
Fortini stesso nella Lettera del  24 marzo1992  ironizzava e respingeva “la figurina della donna devota e in penombra, che copia i manoscritti del coniuge barbuto e geniale”  e parlava di condivisione piena con lei: “Non c’è stato passaggio dell’accordo o disaccordo col mondo che non sia stato vissuto da tutti e due…tutto è stato condiviso” (Ruth, pag. 35). 

Abbiamo delle antenate

da https://ildiario.blog/ di Cristiana Fischer

La libertà femminile di desiderare, e di scegliere e agire, comporta il riconoscimento tra donne. “Il guadagno di avere delle antenate” è sul Manifesto il titolo della recensione che Liliana Rampello fa del libro di Sara De Simone “Nessuna come lei. Katherine Mansfield e Virginia Woolf. Storia di un’amicizia”, Neri Pozza, 2023.

Liliana Rampello usa una costellazione di parole che risultano “dalla pratica di relazione fra donne nei nostri anni Settanta”. L’altra come specchio, avventura di un’amicizia, la scoperta dell’Altra, riconoscimento reciproco di valore, ammirazione, due donne coraggiose e consapevoli, invidia, gelosia, competizione, incomprensioni. Patto, guadagno, perché: “una volta aperto, nulla può interrompere il dialogo tra due donne”.
“Questo è un libro politico” dichiara Liliana “in cui la ricerca e lo studio portano a un risultato che non riguarda solo la storia e la critica letteraria, ma rilanciano liberamente la capacità femminista di reinterpretare il già pensato con pensieri impensati, di restituire la vita e l’esperienza delle donne al nucleo incandescente della loro originalità.”
Il femminismo ha tolto le donne dalla miseria del loro isolamento in una società di maschi di cui erano un’appendice.

“Dentro il femminismo esistono linee liberal che mirano all’uguaglianza giuridica, cioè alla sussunzione delle donne in condizioni di parità nell’ordine universale delle istituzioni economico-politiche moderne; questo femminismo è un’ideologia grazie alla quale un soggetto parziale – le donne – si pone come portatore di una critica dell’esistente da un autonomo punto di vista, e avanza un progetto universale di ordine giusto, ossia non più patriarcale; una forza politica mobilitante, storica e concreta che ha in sé anche la pulsione a un ordine neutralizzato. Nelle sue versioni radicali, invece, il femminismo persegue l’enfatizzazione della differenza, l’elaborazione di un discorso che parte dalle donne stesse, per evidenziare – in alcuni casi ipotizzando una astorica essenza femminile (la «cura»), in altri negandola a partire dalla critica dell’interconnessione tra patriarcato, capitalismo e razzismoil fatto che, nelle diverse configurazioni storiche del potere maschile, alle donne è stata imposta una specifica posizione subalterna, che si tratta di decifrare, decostruire e rovesciare.” Carlo Galli, Ideologia, Il Mulino, 2023.

La differenza libertà femminile… puff, sparisce!”  

Co-identita’ e differenza sessuale

di Cristiana Fischer

Gli ultimi due libri pubblicati da Elvio Fachinelli sono Claustrofilia, Adelphi, 1983 e La mente estatica, Adelphi, 1989, poco prima della morte. L’ultima parte de La mente estatica, è un capitolo intitolato Essi temevano la gioia eccessiva, in cui Fachinelli individua, a livello biografico e teorico, il punto cieco che ha impedito a Freud e Lacan di avvicinarsi alla zona perinatale su cui Fachinelli sta riflettendo.
Egli sa che i suoi studi riguardano “territori antropologici finora ai margini della psicanalisi”, nei quali si annida la gioia smisurata del “desiderio preistorico” di compenetrazione col corpo materno.
Se per Freud quella gioia è prossima alla pulsione di morte (in quanto “cessazione di ogni tensione, cioè della vita stessa”), per Lacan l’esperienza mistica, di cui Fachinelli si occupa nel suo libro, è un aspetto antropologico -o rifiutato o assimilato all’impostazione religiosa- per cui “la gioia eccessiva, che è al cuore dell’esperienza estatica, viene trascurata” (p. 195).
Il libro La mente estatica racconta che l’estasi si raggiunge in campi diversi, in quanto “si trova ciò che in noi qualcuno, al di là dell’io, cercava: Dio, l’arte, la scienza; o anche, immediatamente, semplicemente, la sospensione del tempo della caducità” (p. 30).
A cosa si riferisce con “qualcuno al di là dell’io”? In un altro capitolo intitolato AREA PERINATALE egli afferma la continuità tra gli ultimi mesi di stato fetale e i primi mesi dopo la nascita, quando si configura il Sé emergente del bambino ma permane attiva la co-identità con la madre. Questo ambito rimane sempre attivo o attivabile, e “si avrà in ogni momento coesistenza dell’uno e dell’altro” (p. 119). Un doppio che si presenta nelle situazioni estatiche della vita adulta, quando si verificano stati di abolizione dell’io cosciente insieme al senso di un inglobamento in uno stato più grande, bello e vero dell’io stesso, accompagnati da angoscia e poi da gioia indicibile. In queste situazioni, se l’io cosciente viene attenuato o addirittura represso, emerge comunque un soggetto altro, cui si deve il resoconto –per quanto inadeguato- dell’esperienza avvenuta. D’altra parte lo stesso linguaggio comune dà conto di situazioni in cui, letteralmente,  il soggetto si dichiara “fuori di sé”.
In Claustrofilia Fachinelli ne scrive a lungo, facendo della particolare comunicazione del feto-bambino con la madre il modello per successive consonanze telepatiche. Nella vita adulta i processi di individuazione stabiliscono una barriera tra il prima dell’unità duale e il dopo di unità separate, ma Fachinelli si è reso consapevole che, da quando ha sviluppato una acuta attenzione per i sogni e le fantasie perinatali, egli stesso è coinvolto nella relazione analitica in stati di allargamento percettivo, dove avvengono fenomeni di anticipazione temporale in cui il futuro è già accaduto e diventa ricordo, e di penetrazione nello spazio mentale altrui, di persone terze sconosciute.
Nei casi raccontati in Claustrofilia ho osservato che nei pazienti emerge l’istanza di realizzarsi come soggetto sessuato adulto, maschio o femmina, con un corpo che è sessuato e non neutro. Judith Butler non aveva ancora pubblicato “Gender trouble. Feminism and the Subversion of Identity“, Routledge, 1990 (edizione italiana Questioni di genere, Laterza, 2013). Fachinelli neppure immagina quella scissione tra sesso e genere su cui l’autrice ha scritto il libro. Non per questo privilegia il soggetto cisgender, ossia “chi percepisce in modo positivo la corrispondenza fra la propria identità di genere e il proprio sesso biologico”[1],  colei o colui la cui identità di “genere” implica anche il desiderio sessuale rivolto al sesso opposto. Nei casi che egli racconta l’omosessualità sta accanto alla differenza sessuale.
Proprio grazie alla riflessione sull’area perinatale Fachinelli può offrire una teoria che stringe la differenza sessuale a un naturale binarismo. Se la situazione di co-identità ha come meta l’identità con la madre, questa posizione entra in tensione con l’esistenza di un terzo, il padre, con cui la madre partecipa all’atto sessuale “si coglie così che la situazione di co-identità è contigua all’intensa e ambigua scena primaria”, il bambino è insieme escluso e partecipe, “tutto questo prima che -dal punto di vista logico- s’instauri un’identificazione col padre” (Claustrofilia, p.159-160), e siamo fuori dall’Edipo.
Ma questo non può che concernere il bambino maschio!

Per la bambina la questione della co-identità con la madre e il raggiungimento di una identità sessuata adulta si è posta nella riflessione femminista, diventando insieme questione politica. Due articoli nell’ultimo numero della rivista della comunità filosofica femminile Diotima[2] affrontano il significato di dirsi donna. Essere donna è la posizione simbolica dalla quale lei parla, che non ha scelto, posizione relazionale che ha a che fare, fin dall’inizio, con la relazione con la madre: non siamo solo corpo biologico, come se potessimo guardarci dall’esterno, non solo nasciamo in relazione ma siamo corpo vivente in relazione politica con alcune altre. “Non appartiene per niente al nostro percorso di pensiero che la dimensione della sessualità sia riducibile al sesso biologico, anatomico, al sex oggettivo, ‘naturale’, ‘visibile’ empiricamente. Calcolabile nei cromosomi. Né che il genere sia solo una costruzione linguistica culturale storica, del tutto impermeabile alla nostra esperienza soggettiva del nostro corpo” scrive Chiara Zamboni nel suo articolo intitolato Identità di genere e differenza.
Le pratiche politiche di relazione, disparità e partire da sé, ci consentono di intraprendere un viaggio “sperimentale, non identitario, in fieri, sottraendoci alle definizioni e ai significati”. Nessuna o nessuno può dirci che cosa debba essere o non debba essere una donna, ma possiamo leggere il senso della nostra soggettività nella relazione con altre donne.
La visione politica di Annarosa Buttarelli implica la necessità di assumere tutta la storia che il nome donna contiene “che siate genericamente queer, che siate trans, che siate femmine, che siate maschi […] vi dovete assumere il fatto che noi donne siamo ancora uccise in quanto donne, vi dovete assumere il fatto che il corpo della donna è un luogo pubblico da millenni  […] che io sento profondamente di avere conquistato come una genealogia che mi segue, che voglio onorare e rispettare e che mi permette di dire tranquillamente ‘io sono una donna'”, articolo Perché il nome donna oggi causa aspri conflitti e turbamenti.
Donna è un concetto politico, che va contro il dominio che assoggetta le donne, ma anche contro ogni dominio che opprime. “Per molte femmine, l’istanza-donna si congiunge al fatto biologico e non si può separare più, essendo la vicenda delle donne quella di avere visto il proprio corpo usato sempre come luogo pubblico. Da questo ne consegue che anche il mio stesso corpo è politico […] Il femminismo radicale della differenza ha già così bene decostruito le perversioni concettuali, al punto che io so di essere una donna, sono psicofisicamente tale perché considero anche il mio corpo trattato politicamente da parte del dominio, e quindi so che il mio corpo è politico, e quindi so di essere un’unità psicofisica”.
Una trans può avere accesso ad alcune esperienze fisiologiche e ad alcune esperienze relazionali, ma non ad altre che avvengono solo a chi è una unità psicofisica, come soggettivamente io mi rappresento in quanto donna. E’ questa la mia stessa posizione, che riconosce la differenza sessuale e respinge l’idea di genere come costruzione linguistica, culturale e storica, da cui l’esperienza soggettiva -e politica- femminile viene esclusa.

Note

[1] https://www.treccani.it/vocabolario/cisessuale_res-5a925816-8996-11e8-a7cb-00271042e8d9_%28Neologismi%29/

[2] https://www.diotimafilosofe.it/per-amore-del-mondo/il-mondo-stringe-2022/
Si può vedere anche l’articolo di Benvenuto “Transessuale, Transgender immaginario, Travestito” http://www.psychiatryonline.it/node/7778, per le questioni di disforia di genere e identità sessuale.

femminismo postumano  

di Cristiana Fischer

La questione che mi riguarda e mi interessa, per cui ho percorso alcuni libri e articoli di Rosi Braidotti tra i più recenti, è il rapporto che lei riconosce tra il femminismo e la propria posizione come pensatrice e scrittrice.
Essere donne nel mondo è stato il punto di partenza per una pratica e un pensiero che hanno dato il segnale, negli anni ’70, circa i mutamenti reali in corso nella nostra epoca. Mutamenti di cui si sono fatti protagonisti anche i movimenti e i pensatori antirazzisti e anticoloniali. Continua la lettura di femminismo postumano  

Le scienze postumane critiche

di Cristiana Fischer

Nella rubrica, con il sottotitolo “parole della differenza femminile” intendo dire che userò abbondanti citazioni, cioè molte parole di altre donne. Presentando delle autrici le farò ampiamente parlare in prima persona, delle  loro idee e delle loro posizioni. Quasi come creare una possibile comunità di incroci e relazioni.  (C. F.) Continua la lettura di Le scienze postumane critiche

Lui. E lei?

E con questo articolo di Cristiana Fischer dopo i due di Marcella Corsi e Elena Grammann siamo ad un bel trittico di posizioni sulla questione uomo/donna. [E.A.]

di Cristiana Fischer

                  Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine
                  di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. 
                                              (Genesi, 1, 27)

Continua la lettura di Lui. E lei?

Io sono mia       

di Marcella Corsi

        A via Pomponazzi* i piccoli gruppi di autocoscienza erano formati da 8-10 donne appena entrate e da una compagna veterana del collettivo, che faceva da tutor alle nuove. Nel nostro la “vecchia” era Biancamaria: ventinove anni, alcuni di militanza femminista (d’altronde il movimento non aveva più di quattro o cinque anni di vita). Noi nuove tutte intorno alla ventina, ma delle più disparate provenienze. Io addirittura con un padre che riceveva telefonate da Giorgio Almirante. Cosa che provocava non solo a me qualche scompenso, ma dentro il gruppo sembrava non interessare più di tanto. Continua la lettura di Io sono mia       

“La ragazza di nome Giulio” di Milena Milani

edizione SE, 2017

Venerdì 9 ottobre, presso il Centro Sociale il Giardino di Figline Valdarno (FI), si è tenuta la penultima delle otto conferenze del progetto di invito alla lettura “La casa degli Strani”, ideato dalle associazioni Il Giardino e Circolo Letterario Semmelweis, e realizzato grazie al contributo del Comune di Figline e Incisa Valdarno. In questo penultimo incontro io e Laura Del Lama abbiamo parlato del romanzo LA RAGAZZA DI NOME GIULIO di Milena Milani. Non credo di aver bisogno di presentazioni, visto che spesso collaboro con Poliscritture, ma permettetemi due parole sull’altra relatrice.

Laura Del Lama è nata a Firenze nel 1975, è operatore tecnico del LIS (Lingua dei Segni Italiana). Oltre a racconti su riviste e antologie tra cui Drgus (Guanda, 2011) ed È tutta una follia (Guanda, 2012), ha pubblicato il romanzo Non so dove ho sbagliato (Cult/Barbes, 2009), e la raccolta di racconti A cosa servono gli occhi (Noripios 2017).

Buona lettura …

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Riordinadiario. Su Rossanda

di Ennio Abate

Ho letto poche ore fa la notizia: “È morta, la notte scorsa, Rossana Rossanda. Giornalista, scrittrice, cofondatrice de Il Manifesto, ha attraversato da protagonista la vita della sinistra e dell’intero paese da Dopoguerra in poi. Aveva 96 anni”. (Gli Stati generali su Facebook). Nei prossimi giorni leggerò altri ricordi e giudizi su di lei e li mediterò. Per me resta l’amica/sorella antagonista di Fortini e considero gli scritti di entrambi indispensabili per indagare l’enigma tragico del comunismo. Qui sotto alcuni appunti del mio diario in cui ricorre il suo nome.[E. A.]

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Tre riepiloghi sul ’68

di Ennio Abate, Paolo Rabissi e Franco Romanò

 

Partendo da un articolo di Abate, DA RENZO TRAMAGLINO (MERIDIONALE) A SAMIZDAT  del 19 febbraio 2018,  abbiamo intessuto ricordi  personali e politici  su un evento al quale ciascuno di noi ha partecipato a modo suo. Sono passati cinquant’anni. Sembriamo ancora accomunati da un giudizio sostanzialmente positivo sul significato storico e politico del ’68. Eppure diversi sono  gli accenti, le prospettive e i filtri di lettura che usiamo. Sperando di non aver opacizzato  ma reso nelle sue molteplici facce  alcune di quelle vicende e i problemi che affiorano nel ripensarle, pubblichiamo in un unico blocco il nostro lungo e  laborioso scambio di mail, avvertendo in anticipo che un po’ di fatica la chiediamo ai nostri convenzionali quattro lettori. [E.A., P.R., F. R.]

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