Riordinadiario 1998

Tabea Nineo, Nel bosco di Vicosoprano, 1992

di Ennio Abate

5 gennaio

Leggendo/rileggendo Fortini (Disobbedienze)

Pur leggendo i suoi articoli su il manifesto e Quaderni piacentini per tutti gli anni ’70, ero distante dal suo modo di pensare e problematizzare, condizionato parecchio dall’essere studente lavoratore e militante di Avanguardia Operaia. Non è stato un caso che cominciai a intendere meglio le sue critiche dal 1977. La mia lettura di Questioni di frontiera avvenne quando già ero uscito nel 1976 da Avanguardia Operaia che confluiva in Democrazia Proletaria.

La riscoperta dei suoi scritti precedenti è avvenuta perciò a ritroso e soltanto a partire dalla sintonia e dalle analogie che coglievo fra il mio modo di vivere la militanza e il suo. Resta il rammarico di averlo letto in questo modo troppo tardi, e di averlo conosciuto di persona solo negli anni ‘80. Ma devo oggi riconoscere anche quanto sia cambiato il paesaggio culturale e come la sua posizione sia “inattuale”. La sinistra da lui pensata o voluta non esisteva. E il suo tentativo di  farla risuscitare è fallito. Io stesso, assieme a tanti altri di quelle due o tre generazioni degli anni ‘70-’80, sono una prova vivente di cecità. Questo non vuol dire che  la sua lezione non vada ripresa e riproposta in questa situazione di sinistra “degenerata”. Anche se attorno a noi ci fossero  soltanto barbari.

11 gennaio

Sogno

Finalmente posso far visita a X. Entro nella stanza d’ospedale. E’ disteso sul letto, magro, stanco, con gli occhi piccoli e i capelli sudati. Mi stendo accanto a lui, lo saluto baciandolo sulle guance. Mi dice: – Sapessi com’è bello il Niente! E io accondiscendente, ricordandomi di un racconto dell’infanzia: – Ah, sì… il Nulla d’oro![1] Nella stanza ci sono suoi amici. Sono medici, ma in abiti comuni. Mi presenta. C’è anche la Y che lo sta curando con delle uova. Va a scegliere quelle col guscio più grosso. Tutti discutono tra loro sui possibili benefici. Assisto ma non capisco  bene i loro discorsi fatti a voce molto bassa.

14 gennaio

Sogno

X tenta di suicidarsi, mentre il dottore che l’ha appena operato è disteso stanco su un letto vicino al suo. Y invoca di preparare del sugo di pomodoro. Io cerco di farlo ma sono imbambolato, mentre una donna (la barista del “ Bar Cedro” di Cologno) si dà da fare raschiando  tutto il sugo che è rimasto in alcune padelle di terracotta.

21 gennaio

varie notturne

– spogliati di te/anima pia/ dominarti non so/

– Nei dintorni di Fortini. Interviste a poeti, scrittori, ecc. Sviluppare la riflessione del mio rapporto con lui e i suoi scritti. Oggi ho cominciato sistemando l’intervista su di lui che ho fatto a Majorino. Proseguire: Masi, Raboni, Cucchi, Luperini, Lenzini.

– Fortini (dopo incontro con Majorino): il donchischiotte (cristiano-marxista) visto con l’occhio del ceto medio intellettuale italiano.

– Poesia. E come se mi trovassi su un binario morto e vedessi passare carovane di poeti giovani. Sono incerto se proporre alla redazione di Inoltre un gruppo sulla poesia. Per me dovrebbe essere un laboratorio di critica della Poesia.(Come Marx: Critica dell’economia politica). Passare in rassegna tre-quattro antologie (Fortini, Mengaldo, Majorino, Cucchi-Giovanardi)?

27 gennaio

Sogno

Ho affidato la mia casa alla Pazza[2] (la madre anziana di M. C.) e me ne allontano assieme a mia madre giovane. Ma lei, per timore del maltempo, mi chiede di andarle a prendere il suo impermeabile. Mi dà però indicazioni vaghe su dove trovarlo. Rientro in casa e con cautela comincio a rovistare nell’armadio. Non vorrei che la Pazza mi veda e si spaventi. La vedo però tranquilla a dialogare con due testimoni di Geova. E mi accorgo solo adesso che la mia è davvero molto antica, piena di grandi stanze e di mobili d’epoca. Tutto è in ordine. Poi m’accorgo di un’altra cosa: lì in giro ci sono tanti giovani; e vengo a sapere che ne arriveranno altri a centinaia, tra l’altro stranieri. Mi allarmo e vorrei protestare. Come può la mia casa contenere così tanti giovani? E che fine faranno i miei scritti, le mie cose, visto che non ho chiuso sotto chiave niente?

2 febbraio

rodii- artigliate- lesioni- biliosità-malevolenze- straccetti

A leccare un po’ della colla di Fortini rimasta sui francobolli di Raboni.

scorticali delle loro parole/ e dei silenzi/ e delle palpebre pensose-abbassate/ ed eccoti parole acide/ al risucchio scomposto/ alle mie retine scassatissime/

mi schiaccio una noce/ loro eliminano una donna sulla sedia elettrica/

sfera pubblica/ sferina repubblichina/ io goccina sulla tua pallina/ evaporo povero/(quanto un massacro pubblico entra nella mia goccia?/ quanto sono evaporato/ e non ti rifletto più sfera pubblica di massacri e inferni?)/

i miei letterati invecchiati/ sorbe al freddo d’infanzia/

e prima le leggi le poesie/ distesa sulla poltrona/tornata dal dentista/ e poi affanculo quasi/ perché ti tocca sparecchiare e lavare i piatti/ al solito borbotti/ al solito servizio della donna/ ingarbugliato nei fantasmi/ nello stridio  di sempre/ testone saputo e corpicino casalingo-immigrato-periferico/ e giù autolesionandoti/ e su a cercare  la teoria/ e giù a rimescolare scarti linguistici/

5 marzo

Su W. Benjamin

Ieri sera all’Isu assieme a Romanò e a Tombola per la presentazione della riedizione delle Tesi  di Benjamin curata da Ranchetti e Bonola.

Posizioni:

 – Boella:

 Iscrive B. nella tradizione antihegeliana che va da Kierkegaard a Heidegger. E apprezza lo sforzo di narrazione (da B. svalutato) compiuto dalla Arendt dopo la morte di B. Sottolinea pure i limiti della moda Benjamin: mossi da una volontà di risarcimento verso un autore trascurato in vita, si è arrivati a una pubblicazione copiosa e incontrollata delle sue opere. Difende il lavoro di Ranchetti: restituire il paesaggio culturale su cui B. si era mosso non significa «farlo a pezzi». Cita la Arendt: è la prima ad aver messo in luce l’ambivalenza di B. fra ebraismo e comunismo. Esclude che il B. delle Tesi possa essere considerato «comunista».

– Kallscheuer:

Parte anche lui dalla radicalità delle Tesi di B. Collega la distruzione dell’umanesimo di B. al ‘68. Accentua la fluidità e informalità dei testi di B («non erano probabilmente delle Tesi[…]B. ha buttato giù dei pensieri») e teme – rifacendosi alla sorte di Pascal – gli effetti di una sistemazione in testo di quegli scritti. La nuova riedizione paradossalmente rischia di ricostruire quel contesto storico che il pensiero di B. non fa che distruggere. («Il concetto di storia è fatto a pezzi da B.» e qui invece il titolo è proprio Sul concetto di storia).

– Poggio:

Confronta il pensiero di B. col clima revisionista che oggi pfrevale nella storiagrafia e sta azzerando le differenze (fascismo-comunismo). Sottolinea che B. critica il progresso come sviluppo, che è stato un impianto teorico alla base sia della socialdemocrazia che del comunismo.

9 marzo

 (Leggendo quasi per caso «Chi è stata veramente Hannah Arendt? Incontro con Laura Boella», in «Il segnale», N.43, Feb. 1996)

Profonda simpatia per questa interpretazione della Boella. Condivido queste sue  sottolineature:

– l’importanza che ha avuto la vita nel suo pensiero:

«Non per tutti i pensatori, non per tutte le pensatrici, la vita è importante. Ovviamente penso che siano molto di più i pensatori la cui vita non è affatto importante. Ma non perché non fosse importante per loro. Non è importante per chi va a cercarci qualcosa. Heidegger è un pensatore la cui vita non è importante, nel senso che è deprimente, imbarazzante, come sappiamo dalle sue scelte politiche. Senza arrivare ad un caso così deprecabile, ci sono tanti pensatori, ma anche alcune pensatrici, la cui vita non significa molto, in fondo: vengono nel migliore dei casi riscattati dalla loro opera, ma la loro vita è lì inerte. il caso di Hannah Arendt, invece, è molto significativo per l’importanza della vita per il pensiero… Quello che io credo di aver colto nel suo pensiero non è il vissuto, la biografia, ma il pensiero che si apre e rompe determinati confini… In altri termini, H.A. ha pensato o si è sforzata di pensare cose che i pensatori tradizionali non pensano – oltre che a non vivere probabilmente. Ed erano cose che la riguardavano in prima persona»(13);

– l’importanza di “fare ciò che si dice”:

«..stava mettendo in atto una pratica filosofica che era qualcosa di profondamente trasgressivo rispetto a quello che il pensiero è sempre stato, ed è ancora adesso. Cioè: parlare e non fare. La costante promessa non mantenuta di chi pronuncia belle parole e poi vive in maniera completamente diversa…mettere in atto una pratica che diventa allora un esercizio di pensiero, «un pensiero in atto». Questa è un’espressione di Simone Weil che va benissimo per H.A., ed è l’esempio di una forma che chiamerei di moralità del pensiero, che taglia netto con i dualismi, le schizofrenie dell’intellettuale. non a caso, in lei c’è l’insofferenza per l’intelelttuale che parla e poi lascia che ci sia un abisso tra ciò che dice e ciò che fa.»(14)

– la scelta dell’anonimato:

«H.A. ha sentito quanto questo secolo con i suoi estremi (Shoah, totalitarismo…), invece di richiedere la radicalizzazione dell’estremo, il pensiero dell’estremo (Canetti, Jonas, Anders. quest’ultimo primo marito della Arendt), richiedesse il contrario. Per esempio la via poetica… l’urlo di dolore della Bachmann o certe forme estremistiche di una Simone Weil sembrano le risposte più adeguate. H. A. a mio parere ha capito che ci voleva una forma di pensiero che anziché chiedere eroismo, santità, straordinarietà, spirito di sacrificio, senso dell’estremo… e rimanere dunque pur sempre aristocratico, fosse adatto, praticabile per tutti e per tutte (14)… I poeti le piacevano tanto, eppure ha capito che non era servito a niente. Al contrario, quello che sarebbe servito era un’indicazione per smuovere il buon padre di famiglia dall’angustia e dalla ristrettezza della sua esistenza, invitarlo a uscire fuori dal piccolo calore animale della sua esistenza. Tutto il suo modo di scrivere – piano, in tono basso – era già un avviarsi verso questo. Il profondo tormento che sentì nei confronti dell’arroganza a cui portava una certa cultura tipica della guerra fredda, che voleva schieramenti, dualismi, la portò verso nuovi esercizi di pensiero, e anche di azione, che fossero praticabili e comunicabili alle persone che non possono e non riescono ad essere né santi, né eroi, né poeti. Per me è questa la lezione rimasta più implicita ma anche più attuale»(14-15);

–  la ricerca di un terreno dintesa:

«H.A sentiva anche quanto fosse forte il richiamo della mistica, del rapporto verticale con l’assoluto, rispetto al rapporto orizzontale con gli altri uomini e donne. Per quanto riguarda il rapporto tra il sociale e il politico, la sua profondissima sensibilità per le turbolenze del sociale – tutto ciò che il sociale ha di particolarismo, di localismo, di discriminazione, di conflittualità tra gruppi d’interesse – la spingeva a cercare un terreno d’intesa, momenti universalistici. Qui la distinzione è tenere la relazione…un piccolo spazio d’intesa, un equilibro tra eccessiva vicinanza/eccessiva lontananza… Il corpo, le emozioni sono i veri rischi dell’agire. H.A. è costantemente spaventata da un agire che non trova il suo limite, da un pathos del nuovo che parte per la tangente e distrugge tutto. Solo chi ha così profondo il senso dell’importanza del sacro, del mito, dell’inconscio oppure del momento localistico, particolaristico, familistico del sociale.. può essere un buon politico, un buon uomo pubblico.»(18-19)

21 marzo

Dimissioni dall’incarico di coordinatore del Gruppo sulla Storia di Cologno

Al Direttore della Biblioteca Civica e all’Assessore alla Cultura

                                                      Preferisco evitare ed evitarvi un’altra riunione per parlare ancora genericamente della “storia di Cologno” (o della “storia locale”). Con questa mia spero di fornirvi in modo meno telegrafico i motivi che mi spingono a non trascinare  oltre un’impresa risultata difettosa [dagli inizi] e forse fuori tempo rispetto al clima attuale della politica culturale colognese. La profonda ragione della mia rinuncia va cercata nell’isolamento crescente in cui si è venuto a trovare il progetto da me presentato. Vi ho mano mano segnalato (e l’ho fatto anche pubblicamente su «Qui Cologno») alcuni degli ostacoli che incontravo: mancanza di documenti scritti, scarso impegno della sfera pubblica – amministratori, associazionismo, cittadinanza – nel farsi carico del passato locale. E vi ho fatto presente da subito che mancavano i documenti di partiti, di sindacati, di associazioni varie; che quelli desumibili dall’ARCHIVIO COMUNALE richiedono un lungo e lento lavoro di selezione e commento; che una storia completa di Cologno si poteva scrivere solo lentamente e per spezzoni se a lavorarci e per poche ore all’anno restavo da solo e per giunta malamente sostenuto. (Mi riferisco agli intralci venuti alla originaria impostazione dal volatilizzarsi del gruppo iniziale dei “volontari”, dagli “scavalcamenti” di quella che avrebbe dovuto essere la “mia” segretaria, ecc.). In tale difficile situazione non ho trovato mai sostegno convinto e preciso da parte vostra, ma – a seconda dei casi e delle questioni da me sollevate – un blando laisser faire o inviti a dare quel “prodotto visibile” che avrebbe dovuto azzittire i pettegoli in ombra o equilibrismi reticenti sul ruolo avuto dalla “mia” segretaria. Fino a farmi sorgere il dubbio che il progetto fosse stato a suo tempo accettato e successivamente mandato avanti per pura inerzia. Per molti mesi, malgrado dubbi e irritazione, ho resistito. Ma, se il bisogno di fare storia [di questa città]  si riduce a fatto privato e i miei tentativi di collegarlo alla storia generale e a qualche punto alto della storiografia e del dibattito culturale non ricevono la dovuta ed elementare attenzione politica e [ottengono] sempre meno supporto organizzativo ed economico ma solo diplomatici silenzi, la mia supplenza di quanti potrebbero raccontare e non raccontano, fornirci documenti o informazioni e non lo fanno diventa insensata. Mantenere l’incarico per i quattro soldi che ci ricavo e che pure di questi tempi potrebbero far comodo? Mettere comunque la mia firma sulla copertina di un bollettino per soddisfare un po’ di vanagloria locale? No, grazie. Non erano queste le aspettative. Con un certo rammarico ma lealmente.

                                                                

17 giugno

Ranchetti. Sfoglio alla Libreria Feltrinelli i titoli dei contributi del volume Anima e paura della Quodlibet in suo omaggio e mi scoraggio. Misuro tutta la distanza fra me e la corte dei suoi amici intellettuali, in gran parte filosofi e teologi….

29 settembre

Dottor Pietrantoni

Vado a conoscerlo di persona alla Biblioteca Trivulziana, dove mi ha invitato per la presentazione del libro sui monumenti di Milano. Gente dell’ambiente universitario. Molti anziani: pose e abiti borghesi.  C’è Della Peruta, l’unico volto a me noto. Pietrantoni è tarchiato, occhiali spessi, volto grossolano. Mi presento, lo saluto e poi mi siedo tra il pubblico per ascoltarlo. Nell’intervento di presentazione, pur tutto dentro una logica istituzionale,  rivela una cultura raffinata. Poi un assessore (Carruba mi pare) inizia il suo intervento con una battuta contro gli extracomunitari, che si sono mangiati i pesci all’Acquario finalmente ristrutturato  e che egli va ad inaugurare fra poco. Subito dopo grandi lodi alla ricerca storica perché fa riscoprire le radici ai milanesi. Della Peruta  chiarisce il contesto storico in cui sono nati alcuni monumenti milanesi dalla metà dell’Ottocento alla seconda Mondiale. Fa effetto sentirgli ricordare davanti a questo pubblico benestante le rivolte di fine secolo per la micca (michetta), che Milano d’allora era al ‘50% operaia e che i monumenti a Garibaldi e a Mazzini furono costruiti molto tardi rispetto a quello  dedicato a Cavour.

19 novembre

Attilio Mangano alla Libreria Tikkun: Presentazione del suo Le culture degli anni ‘70

Ascolto gli interventi di Flores (Paolo?), Gervasoni e Carotti. Solita solfa. L’esperienza del ’68 non ha prodotto innovazione culturale. Il marxismo italiano è stato “scolastico” e si è ridotto alla chiosa dei testi. Al massimo si salva la pratica dell’inchiesta. Mi ha colpito sfavorevolmente il giovane Gervasoni: orrori del comunismo, invece della storiografia sugli anni ’70 ci vorrebbe un“archeologia ironico-scettica” di quegli anni e di quelle culture, bisogna rivalutare gli anni ‘80 perché hanno riscoperto il liberalismo. E questo doveva collaborare con me ad Inoltre? Attilio mi è parso quasi simpatico con la sua difesa dei movimenti. Ma anche per lui “il marxismo rappresentava solo la copertura del nuovo”,  i cui rappresentanti vede in Gad Lerner e Veltroni, intellettuali finalmente “deideologizzati”!

24 novembre

Sogno

Mi trovo in aperta campagna, in una zona paludosa. Vedo degli studenti. Non sono sicuro di conoscerli. Altri mi passano accanto. Questi sì: erano stati miei allievi in anni passati. Mi passano accanto silenziosi. Hanno volti induriti e non mi salutano. Li vedo salire su un barcone e allontanarsi sulla palude cantando inni fascisti. Loro vanno via. Io invece mi trovo bloccato  dall’acqua che m’impedisce di arrivare a scuola.

Alla Libreria Tikkun per presentare il mio “Congedo di  prof Samizdat dal Molinari” autoedito

Tutto abbastanza scontato: pochissimi gli amici che sono venuti. Ho ricevuto elogi generici e critiche smorzate. La presentazione di Attilio [Mangano] è stata però attenta. Ha ricordato la crescita della nostra amicizia, malgrado l’inalterata inimicizia ideologica. Ha parlato della mia aggressività difensiva che maschererebbe una dolcezza di fondo. Ha trovato improprio il termine “Samizdat” per i miei scritti, perché – ha detto – la situazione in Italia non è paragonabile a quella dell’ex-Urss. Ha persino riconosciuto la verità delle denunce che ho fatto a scuola negli anni in cui abbiamo insegnato nello stesso Istituto, ma senza accoglierne il valore politico. Si è poi soffermato su un mio presunto sentimento di sprezzo verso “la palude” dei colleghi, a cui ha contrapposto il suo elogio degli insegnanti “normali”.   Io non mi sarei accorto di quanto c’è di positivo nei loro silenzi, nelle loro sofferenze e nelle loro pratiche (foucaultiane) di resistenza, perché tutto preso dalla polemica col ceto politico di sinistra della scuola. E non mi sarei neppure accorto, nel mio volermi fortiniano appassionato  o oppositore sovversivo, che a mia insaputa avrei svolto un’altra funzione – questa sì positiva per lui -, quella cioè di “animatore di passione civile”, testimoniando non  il degrado della scuola-gabbia (per me) ma la sua ricchezza.

Gli ho fatto notare  che  la massa anonima degli insegnanti non è per me affatto tutta la palude. E che in essa si pongono gli stessi problemi di scelta etica e politica che si pongono, in altri termini,  per le élites o le microélites. Majorino si è tenuto sulla sua sponda: ha trovato gergali i discorsi di Mangano e miei. Sarebbero ancora troppo dentro una “problematica di sinistra”. E ha ribadito la sua visione soggettivista e refrattaria ad ogni analisi del contesto istituzionale o politico. Per lui l’insegnante deve avere delle passioni e riversarle nella scuola, deve “godersela”. Solo così gli studenti coglieranno il “messaggio”. Ogni “voglia trasformativa è rischiosa” ha ribadito. E alludendo all’Ombra fortiniana, che vede incombente su di me, ha avvertito che bisogna guardarsi dall’ “incubo della seriosità”.

Altri interventi. Margherita Sartirana ha detto che il mio libretto è una testimonianza “troppo personale” e non politica. E perché? Perché non c’è nessuna possibilità di far politica oggi nella scuola. Di conseguenza, per questa impossibilità, io assumerei il ruolo (sgradevole, suppongo) del moralizzatore che accusa e finirebbe per imporre agli altri una verità irraggiungibile. Paola Del Punta ha concordato con l’analisi della scuola come gabbia o almeno come luogo di intrattenimento e non di scambio culturale, ma anche lei non ritiene che il mio intervento sia stato politico. (Non avrei costruito alleanze, sarei rimasto isolato). Bruno Milone ha colto molta nostalgia in me per una scuola aperta e democratica e ha concordato sulla caduta dell’utopia e sul prevalere del corporativismo. Ma a lui farei venire in mente più un S. Sebastiano che un fortiniano. Nicola Fanizza ha visto nella mia scrittura la prova di una grossa solitudine  e l’ha catalogata nella scrittura come spreco, come dono.

12 dicembre

Dopo convegno su Fachinelli

Conferma dei miei dubbi. Amarezza per questo supplizio di Tantalo a cui mi sottometto. Seguo, prendo appunti, m’innervosisco per le distanze misurate o riconfermate,  macino la mia aggressività abbozzando  spunti per un intervento polemico o ragionante- Alla fine ci rinuncio, tant’è pesante la gragnuola di interventi  che si allineano sugli stereotipi  dominanti: ermetici, spiritualisti, puramente amical-viscerali. Gli unici interventi che offrono qualche spunto alla mia riflessione sono stati quelli della Melandri, di Bellocchio e in parte di Majorino. Ma c’è una rimozione del dato politico e storico che è impressionante. E non credo valga più la pena di andare a polemizzare o a correggere un Fofi o menar scandalo per la sua acrimonia contro Fortini. Staccarsi. L’area di Majorino è sempre questa. Lo so ormai da Manocomete che dialogo vero con loro non può esserci, perché quello che essi escludono dalla loro riflessione è troppo importante per me. Posso partecipare alle loro iniziative per studiare un campo ostile. Niente di più.

19 dicembre

Samizdat Colognom

Sono al numero 6 di questa rivistina fatta da solo, fotocopiata e distribuita a pochi conoscenti. Insistere nella radicalità solitaria. Provare con delle inchieste “poetiche” mirate (un personaggio, un quartiere, un luogo). Far emergere il rapporto “disturbato” che  ho con Colognom. Arricchire il foglio con disegni, qualche foto. Distribuirlo ad un  gruppo mirato. Nei bar? Non ridursi mai solo al locale. Colognom   va però inteso come filtro dei miei discorsi. Ma come parlare, ad es., delle mie letture qui: di Campanella? di quanto seleziono dal manifesto o da altri giornali? Il problema è come legare un pensare politicamente ad un diffuso pensare impoliticamente/apoliticamente della gente che incontro nella vita quotidiana. Finora ho parlato soprattutto alle microélites politicizzate locali: criticandole, entrando in polemica. Ma all’area impolitica/apolitica che dico? In effetti c’è uno scarto. O io li tiro sul politico oppure mi faccio tirare verso altro. Quanto, però, questo altro (affrontato di solito con linguaggio religioso, psicanalitico o spiritualistico) può  impregnarsi di politico e di critica politica?

E se certe aree non sono più o non sono state mai politicizzabili (in senso critico) e rappresentano la zona grigia (dei votanti) che si acquatta nei bassofondi delle istituzioni e del sociale? Questo dato realistico va considerato anche nella mia polemica con le microélites. Senza illudermi che, prima o poi, dall’impolitico scaturiranno, per maturazione improvvisa,  spinte politiche. Anche quelle dei movimenti del passato non vennero per maturazione interna all’impolitico ma per attrito con una dimensione politica in agonia o in effervescenza.

Note

[1]

« Quando, bimbo, io piangeva, uno Ira i baci
mi chetava cosi; -Bimbo, se taci …..
(ed io l’occhio figgea credulo, intento,
quasi vedendo un magico tesoro)
….. ti darento un bel nulla, un nulla d’oro
                                rilegato in argento!
Da quegli anni remoti i giorni miei
Che furon essi? Vita mia, che sei?
Assopir nell’inganno ogni tormento,
fissare il sogno a non so qual tesoro,
e aspettare, aspettare il nulla d’oro,
                              rilegato in argento »

E’ una poesia di Giovanni Bertacchi , professore di letteratura italiana per un ventennio all’università di Padova (https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Bertacchi)

[2]

“La pazza” è un’espressione che ho ritrovato nelle riflessioni sulla poesia nei libri di Gianmario Lucini:« la ricerca della verità richiede altro: «non è un’attività che si possa svolgere esclusivamente con la parte logico-razionale del cervello,[…] è una ricerca che deve coinvolgere la cosiddetta parte  a-logica: le emozioni, le sensazioni, i sentimenti, la percezione, persino le pulsioni, ecc., ossia la parte “pazza” di noi” la “pazza di casa”»[2] (p. 45).» (https://www.poliscritture.it/2016/10/11/la-poesia-secondo-gianmario-lucini/)

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