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Ripasso di un’illusione

di Ennio Abate

Pubblico  questo mio  “samizdat colognom n.5, settembre 1998 foglio semiclandestino di critiche solitarie e stonate”  per metterlo accanto al saggio di Giulio Toffoli (qui) e all’articolo di Lorenzo Merlo (qui) . L’intenzione è fare il punto – ammesso che sia possibile – su cosa sentiamo-pensiamo delle guerre  e dei massacri in corso, che continuano, si estendono, non hanno che pause  provvisorie. Rileggendomi, non mi dà alcuna soddisfazione aver capito e polemizzato  già allora con le posizioni ambiguamente revisioniste e da sessantottino pentito   di Erri De Luca, oggi al centro di  polemiche  che mascherano disastri forse irreparabili di  tutta la cultura di sinistra (anche comunista). Anzi non credo neppure che possa  valere il messaggio di resistenza minima che allora  esprimevo.  Oggi, nel 2026, siamo stati tutti ricacciati sempre più  – dal 2022, inizio della guerra in Ucraina;  e poi, dal 7 ottobre 2023, con l’attacco di Hamas a Israele, la distruzione di Gaza,  il genocidio dei palestinesi,  l’attacco USA-Israele all’l’Iran, la recente invasione israeliana in Libano – nel silenzio o in una denuncia  che nulla smuove. [E. A.]

“La scrittura e la guerra”: ninna nanna e requiem su Sarajevo
ovvero gli equivoci del buonismo fin de siècle

Giovedì 17 settembre [1998] a Villa Casati un folto pubblico ha ascoltato Miljencko Jergovic e Erri De Luca, presentati da Nicole Janigro sul tema La scrittura e la guerra. Sponsor: Comune di Cologno Monzese – Biblioteca civica. Adesione di “Coordinamento per la pace e la solidarietà fra i popoli” di Cologno.
Gli autori – recitava il pieghevole – erano i rappresentanti di una «scrittura che si misura con l’orrore» e non si sottrae all’«impossibile compito di dire l’indicibile» (della guerra in ex- Jugoslavia).

Che delusione, che serata sprecata! E che rabbia! Sono rintoccate a morto le solite campane della fine delle ideologie e della politica (De Luca). L’impegno degli scrittori di fronte alla guerra è stato ridotto ad autoterapia, a «destino» (Jergovic) o a volontariato testimoniale (De Luca). E la guerra – la maledetta guerra – si è dissolta in nuvola immateriale, impalpabile come quella di Cernobyl. Persino una (comoda) citazione di Tolstoj (da parte della Janigro) è servita a glissare sulle domande che oggi servono: quelle “ingenue”, “terra terra”, “ovvie”, “superate”.
Messaggi della serata in sintesi non troppo caricaturale: inchiniamoci al Mistero di questa fin de siècle; scriviamo anche durante le guerre così ci consoliamo da soli (autoterapia) e conserviamo la «fede nella civiltà»; gli intellettuali, invece di restare a casa, facciano un po’ di volontariato (a tempo determinato, magari durante le vacanze) a favore dei disperati dell’Est o del Terzo mondo. E… aspettiamo tutti la New Age.

Di questi tempi – lo so – è difficile azzittire questa dolciastra  ninna nanna e i disperati requiem su Sarajevo (o su altri tragici luoghi che fanno capolino sui mass media) con cori focosi o travolgenti (che so: dell’Internazionale per i laici o del Dies irae per i credenti). E, perciò, sono obbligato ad un a solo – spaesato, stridente  – di obiezioni e indignazioni (ragionate). Vi prego, non fischiatemi subito!

  • Basta con l’antintellettualismo da e per intellettuali.

Produce – è il caso di dirlo – un ipocrita religioso silenzio nel complice pubblico (intellettuale, ovvio! chi non è intellettuale oggi?) sulla guerra ;e sugli orrori nostrani e mondiali invece che discussione.  Un brutto segno. Una volta ci parlavamo addosso ben asserragliati nelle ideologie? Oggi ci taciamo addosso. Aumenta la poltiglia di cuoricini “di sinistra” delusi e pentiti. E si sentono in giro soltanto giaculatorie cattoliche sul Male che devasta questa  Valle (globalizzata) di lacrime.
Da questo buonismo bisogna tirarsi fuori (almeno col pensiero!) ad ogni costo. Siamo in un paese che ha avuto pensatori come Dante, Machiavelli, Giordano Bruno, Gramsci, eccetera. Possiamo continuare con questa solfa piagnucolosa?

  • Gli intellettuali (italiani), invece di andare a Sarajevo assediata (a fare cosa?), sono rimasti a casa (a fare cosa?).

E’ un rimprovero serio?  E va rivolto solo agli intellettuali (di professione)? La critica vera da fare agli intellettuali, più o meno prestigiosi (Bobbio in primis), e al popolo (anche “di sinistra”) è di aver in massa sostenuto con idee e con voto le guerre giuste e i maneggi  dei Potenti del Nord contro gli ex-Potenti dell’Est o meno Potenti del Sud, che assieme se ne fregano dei rispettivi popoli. Andare o no a Sarajevo è stato significativo sul piano simbolico ma irrilevante sul piano pratico. Perché la guerra in Bosnia è stata frutto di scelte, azzardate o meditate, della Germania o del Vaticano o dell’Europa o degli Usa. Tali scelte hanno determinato in gran parte gli eventi lì e i non-eventi qui da noi. Non bastava andare sul posto. E infatti non è bastato. E non è questione di coraggio o di fifa o di «etica» (eufemismo ipocrita di chi abbandona la politica ai “politici” e concede l’”etica” ai preti o agli “intellettuali”). E’ mancato o è stato scoraggiato e impedito un reale impegno politico di sedentari e nomadi, di emotivi e riflessivi, di audaci e prudenti contro questa ed altre guerre. Se a quella  nel Golfo Persico  lo Stato italiano aderì addirittura perché «giusta», per quella in ex-Jugoslavia ci si è messa la coscienza (e il portafoglio) a posto sostenendo cautamente solo la benemerita, ma per forza di circostanze, ambigua – (dirò poi perché) – azione simbolica  del volontariato.

  • Le guerre scoppiano sulla base di un insieme di ragioni indagabili, anche se mai completamente. Le cause dei loro orrori non sono tutte «indicibili». Ma il contributo dato da intellettuali, partiti, sindacati, ecc. per far emergere almeno le cause dicibili, in modo da usarle politicamente contro i responsabili ben individuati della guerra in ex-Jugoslavia, è stato quasi zero.

Una ricerca in talsenso è stata evitata o tenuta ai margini o condotta in modo reticente o dichiarata impossibile. Interrogarsi sulla guerra ad alcuni è parso una scorciatoia da fifoni o una chiacchiera poco generosa. Altri  hanno rispolverato la paralizzante idea che le azioni umane sono volute dal Destino o che resteranno inevitabilmente incomprensibili alla “presuntuosa” Ragione. Al coro liberal dei Bobbio  da noi si è associata gran parte del popolo. Al coro del Papa e della Chiesa cattolica – che ha almeno avuto il merito di dire no a parole alla guerra – si associano anche De Luca, quando afferma che le guerre non si fermano,[1] Janigro con la citazione-tappabuchi di Tolstoj[2] e il giovane  Jergovic. Essi non  «si misurano» con la guerra  endemica  tra i popoli sottosviluppati, con lo scandaloso godimento differenziato e “da privilegiati” del benessere da Mercato da parte dei soli gruppi sociali protetti dei Paesi del Nord. Loro «si misurano» col Destino, il Mistero, l’Indicibile. Chi  chiarirà, dunque, più almeno le oscurità dicibili della storia contemporanea e combatterà le menzogne continuamente dette  della guerra giusta e della pace ideale?

  • Lo scrittore impegnato oggi dovrebbe spiegarci anche con la forza dell’arte queste oscurità dicibili della storia contemporanea.

Lascio perdere  i grandi scrittori di un passato oggi ignorato o manipolato (Sartre ai tempi della guerra in Algeria; Orwell durante la guerra civile di Spagna; eccetera) e tutta una tradizione che almeno pensava la guerra nella sua crudezza storica, magari come “prosecuzione della politica con altri mezzi” (Clausewitz). Altri tempi! D’accordo. Siamo nani post-comunisti, post-moderni, post-quel che volete. Ma anche da nani si potrebbe pensare senza ipocrisie e accorgersi dei limiti minimalisti dell’impegno così com’è oggi proposto: la scrittura impegnata è ridotta ad autoterapia;  il volontariato (degli «italiani del Nord» – precisazione sintomatica di De Luca) – è azzoppato in partenza. Mi spiego meglio: una parte della scrittura (o letteratura) del ‘900 ha avuto una funzione pubblica, sociale, etica e politica e l’ha svolta prima o accanto o mai separatamente da quella autoterapeutica o estetica (pure innegabili). Si pensi a Brecht. Lo scrittore impegnato non si è mai vietato di indagare  intellettualmente (altro che ideologicamente!) la guerra. Non si è ridotto – per paura dei feticci dell’ideologia o della partigianeria – a semplice testimone di quel che gli passava sotto il naso o a tenerla «per così dire sullo sfondo». Ben vengano i mille diari della scrittura autoterapeutica: chi è stato murato dai potenti e dai loro seguaci nei ghetti e nelle prigioni o nei manicomi e nei bassifondi e ha  scritto per resistere, per testimoniare – sgrammaticato o ripetitivo, inelegante o ossessivo – andrebbe pubblicato e fatto conoscere più di quanto i padroni delle case editrici permettano.  Ma la scrittura di chi gode oggi i “privilegi” della cosiddetta democrazia non è sottoposta a limitazioni da medioevo oscurantista o stalinista e va giudicata a tutto campo. Non ci si può accontentare che sia autoterapeutica o bella. Il fatto è che in prevalenza quella sfornata “in democrazia” se ne strabatte di ogni impegno. Campa sull’intrattenimento [del cuore, della lingua (del gioco linguistico), del ventre]. Jergovic e De Luca non sembrano essere di questa spregevole o svagata truppa. Ma l’enfasi del primo sulla «scrittura come destino» o «senza nemico», «senza ideologia»,  senza «lo sciovinismo dei padri» e quella del secondo di «testimonianza» in pose bibliche sui malanni contemporanei divagano lo stesso dal nocciolo duro con cui dovrebbero o dicono di confrontarsi: la guerra, il potere, le possibilità di libertà umana. La loro è scrittura autocastigata, non esercitata in tutta la sua pienezza (Come il volontariato di cui dirò poi). Essi non credono alla «letteratura che ha intenzione di fare il bene» o che abbia «un’utilità pratica», antichi vizi degli ingenui scrittori neorealisti? D’accordissimo. Non ci vogliono più parlare di ideologie? Ma chi glielo chiede?Ci parlino di tutto col massimo di libertà. Non si chiudano, ad esempio, nei ghetti per uomini colti di questa fine del secolo: nella metafisica heideggeriana del Destino o nell’atemporalità sacrale della Bibbia. Siano umani fino in fondo. Dopotutto anche Cristo fece (o fu soltanto) l’uomo (un brav’uomo!). E, da lettori o scrittori, risparmiamoci tutti la retorica “corporativa” sulla scrittura e sul libro, che a Sarajevo avrebbero «salvato» la vita a tanti e trasformato «un popolo di assediati in un popolo di poeti». Non sono stati soltanto i libri (bruciati giustamente per scaldarsi), questi oggetti  cari agli scrittori e ai lettori, a “salvare” gli abitanti di Sarajevo, ma anche le mutande, gli scarponi, i preservativi, eccetera. Benemerito – in questo clima culturale dematerializzato – sarebbe scrivere su la guerra e la maglieria o la guerra e la calzatura, eccetera. E anche su la guerra e i militari o la guerra e le banche o la guerra e i mercanti d’armi. Chissà quante illlusioni buoniste cadrebbero di botto. La scrittura non sarebbe immediatamente utile come un cacciavite o una pinza, ma più vera sì!).

  • Per finire, è insopportabile l’apologia (interessata o disinteressata) del volontariato odierno ridotto a supplente (dello Stato, degli intellettuali, dei partiti, del popolo e via seguitando).

Sospetto di uno Stato che non tollera supplenze (che so: nella ripartizione salari-profitti o del reddito) ma volentieri si lascia supplire su questioni sociali fondamentali o scomode. Una tale (settoriale e limitata) supplenza (del resto controllata) gli permette di dedicarsi meglio ad intrighi ad alto livello alle spalle di elettori e popoli. Sospetto dell’ambiguità di questo volontariato eternamente supplente e dello stesso principio che l’ispira: la carità “cristiana” (meglio cattolica). Cari amici cattolici, dichiarati o di fatto, non illudetevi troppo sull’amore che vi ispirerebbe.  La vostra solidarietà scende a patti con le esigenze dei Potenti ed è anzi ispirata anche da quelle. I vostri aiuti umanitari non sono doni gratuiti e disinteressati. Anzi riconfermano e stabilizzano la superiorità di chi dà e l’inferiorità di chi  riceve. Non scandalizzatevi. Non sono il solo a dirlo. Leggete qui di seguito:

… è il cristianesimo a introdurre il dare senza prezzo, il dividere il pane con l’altro, che è come dividerlo con Dio..[mentre la modernità] non conosce amore e comincia a non conoscere più diritti, e quando toglie di mezzo i diritti non gli resta che affidare la solidarietà ai volontari, che non disturbano il sistema e hanno tempo al posto di chi, dovendo produrre per vendere o acquistare e vendere senza produrre, non ne ha… i volontari sono il meglio, il meno lontano dal gratuito, che abbiamo.Ma è poi così positivo il gratuito?… Il gratuito.. non produce legame sociale. Lo scambio è legame sociale, e finisce che senza scambio non ci sarebbe legame sociale. Ci risiamo col dare per avere…

E se si avesse secondo i bisogni invece che secondo quel che dai? Santo cielo, risalterebbe fuori il comunismo che proprio non si può far circolare neanche a Montegiove.[3]

(R. Rossanda, Gratuità a Montegiove,  il manifesto 19 ag. 1998)

Mi sento, allora, di urlare con fraterna rabbia non contro il volontariato ma contro quest’autolimitazione dell’idea stessa di volontariato e di impegno. Le energie messe in campo dal volontariato sono un centesimo di quello che lo Stato potrebbe mettere in campo. Si può accettare questa limitazione? Inoltre questo volontariato protetto e azzoppato è certo «il meglio, il meno lontano dal gratuito», ma tollera che il suo operato venga sbandierato come unico esempio possibile di solidarietà e umanità. L’eccesso di valore attribuito ai pochi e bravi volontari, impregnati di falsa prudenza e acquattati sotto l’ombrello del Potente buono (la Chiesa, l’Onu) contro il Potente cattivo di turno, oscura la possibilità di un volontariato autonomo, completo e di tanti. La Diga Democratica che è stata costruita in un secolo di lotte sociali per affermare i bisogni sociali  negati fa acque da mille fori. Il volontario tappa alcuni buchi ma contemporaneamente in alto i Potenti, che sono i Custodi della Diga, ne aprono altri cento. Proporsi di impedirgli di continuare a danneggiarci non è megalomania. Ci hanno e ci abbiamo provato già in passato – dice lo scrittore De Luca mentre lo scrittore Jergovic  vuole solo dimenticare «le conseguenze della politica di quei padri [comunisti]» – ma non ci siamo riusciti. Anzi agli orrori del capitalismo si sono aggiunti gli orrori del comunismo. Non possiamo fermare le guerre odierne, non possiamo fermare lo Stato (o gli Stati). Anzi gli Stati nazionali – poveretti! – sono in crisi e asserviti a Potenze Superiori. Meglio allora alleviare la piaga del prossimo raggiungibile invece di illudersi con una politica “utopica” e testimoniare cristianamente (meglio cattolicamente) l’impotenza umana? Ora, se non ci restasse che testimoniare, facciamolo in modo da sfuggire i rischi delle ninne nanne e dei requiem. Teniamoci all’altezza delle tragedie. Un consiglio allora a scrittori e lettori:  Ernst Bloch, IL PRINCIPIO SPERANZA.[4] (Avvertenza per il pubblico giovane: Bloch non può venire a Cologno, né partecipare a festival di letteratura, né firmare autografi.)

COLOGNO MONZESE 22 SETTEMBRE 1998

Note

[1] Per De Luca le guerre  non si fermano. La rivoluzione russa non fermò la prima guerra mondiale? Sì, ma – lui subito obietta – poi è seguita la guerra civile,  lo stalinismo, i gulag.Ecco il catastrofismo a senso unico dei buonisti.

[2] Ragionare sulle guerre fino ad esaurimento! Dire tutto il dicibile e tentare, se possibile, di scavare nell’indicibile!  Ma occultare o sorvolare sul dicibile e schiacciare le domandine fastidiose con il richiamo all’Indicibile, no! Lasciamolo fare a certi  preti. e a certi intellettuali Meglio: le cose che alla fine delle nostre accanite indagini risultassero indicibili lasciamole ai posteri tranquillamente. O che se le smazzi Dio. O la Fortuna. Machiavelli a quest’ultima lasciava il 50%.. Noi umani  alla fine del tremendo ‘900 accontentiamoci pure del 5-10% -tiè!- rispondendo ad altri umani (se vogliamo restare un po’ umani o diventarlo un pizzico in più!).

[3] E’ un convento dei camaldolesi «dove cristiani ed ebrei di varia dottrina discutono con alcuni non credenti».

[4]  Dalla quarta di copertina:« è senza dubbio una delle imprese filosofiche più ambiziose del Novecento: un secolo sorto sotto il segno di un’immotivata fede nell’onnipotenza dei progetti globali della storia, che si chiude nella percezione disincantata di un futuro imprevedibile e improgrammabile. Contrapposto all’attualità e all’ideologia della “fine della storia”, Il principio speranza -… risulta oggi audacemente inattuale ma ricchissimo di suggestioni su temi sempre aperti.. Bloch esplora la dimensione utopica del pensiero… oltre il “principio del piacere” delle vecchie utopie, ma anche oltre il “principio di realtà” inteso come passiva accettazione del già-dato..»

Donc!/ Pirat fust?/

* da E. A., SAMIZDAT COLOGNOM pseudo-narratorio 1977-’82 con 6 disegni, Edizioni CELES, gennaio 1983.

Dieci anni di IPSILON


Peripezie  di un’associazione culturale a Cologno Monzese

di Ennio Abate


Lavorando al mio Riordinadiario,  ritorno sulle «peripezie di Ipsilon». Ne avevo scritto a caldo già nel 1999 in Samizdat Colognom n. 2 (“foglio semiclandestino per l’esodo”) e poi nel 2009 (qui ). Ad ogni rilettura mi rifaccio le stesse domande: perché  ci dividemmo? era inevitabile? cosa non capii io o non capirono gli altri le altre (qui sopra nella foto)?
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Marx “ecologista”

Riordinadiario 1985/ “Samizdat Colognom” a cura di E. A. – aprile-maggio 1985

La lettura dell’articolo di Luca Chiarei (qui) e l’approfondito saggio di Alain Bihr (qui) mi hanno fatto ricordare di un “foglio volante” che avevo scritto e pubblicato nel 1985  in appoggio  speranzoso alla presentazione  a Cologno Monzese della prima Lista verde alle elezioni comunali.  Lasciando perdere i riferimenti locali e dichiarando  delusione e disprezzo per la corruzione tutta italiana del cosiddetto partito verde, stralcio questo brano dell'”intervista esclusiva a Karletto Marx”. Mi pare in sintonia (elementare)  con l’analisi di Bihr.   [E. A.] Continua la lettura di Marx “ecologista”

Riordinadiario sul finire del 2020. Michele Ranchetti

Nel novembre 1995 all’università di Siena  per la commemorazione di Franco Fortini, morto l’anno prima (28 novembre 1994) seguii gli interventi tenuti da suoi amici e discepoli sulla sua figura e la sua opera.  Tra tutti fui  colpito da quello di Michele Ranchetti, tanto che scrissi una poesia (Abbiamo amato un poeta “fragile”). Nel 1996, dopo averlo incontrato in alcune riunioni del Centro Franco Fortini, gli scrissi una lettera, che andò dispersa. Gliela rimandai nell’aprile del 1997, dopo una sua  amichevole telefonata e da allora iniziò tra noi un saldo legame. Leggendo i suoi “Scritti diversi”, che mi donò, e gli articoli che andava pubblicando  su “il manifesto”, mi accorsi  di quanto fosse forte la sua personalità, ben distinta e per certi versi in contrasto con quella di Fortini, che io seguivo da tempo e sentivo più vicino a me per la sua scelta marxista. E capii pure che la sua riflessione così radicale e critica sulla storia della Chiesa Cattolica e sulla psicanalisi mi aiutava a ridiscutere nodi irrisolti della mia esperienza sentimentale ed  intellettuale stretta tra due crisi: quella della formazione giovanile cattolica meridionale   e quella della militanza marxista degli anni ’70 al Nord. Il materiale che pubblico (appunti  di diario, sunti di letture + alcune lettere) è abbondante e  per alcuni sarà  di gravosa lettura.  Ciascuno scelga liberamente  se e cosa leggere.  Pubblicarlo per me è un atto di gratitudine alla sua figura non più prorogabile; e ho voluto – non so bene perché – renderlo noto entro la fine di questo terribile 2020.  Se  stimolerà  altri a Rileggere Ranchetti, come non ho smesso di fare io anche dopo la sua morte, tanto meglio. [E. A.]   Continua la lettura di Riordinadiario sul finire del 2020. Michele Ranchetti

Lettera aperta ai cittadini di Cologno Monzese

di Samizdat Colognom



“PROBABILMENTE NON HO DETTO TUTTO”. EH, SI’!
Angelo Rocchi ha presentato il programma elettorale – #avantiinsieme.

Cari cittadini di Cologno, ma ascoltatelo questo sindaco uscente di Cologno, di nome Angelo Rocchi! Visitate la sua pagina Facebook. Non vi lasciate impressionare dai 70 commenti di tifosi/e e dalla oltre tremila visualizzazioni. Andate al sodo, misurate le parole, i gesti di questa sua PRESENTAZIONE DEL PROGRAMMA ELETTORALE – #AVANTIINSIEME. Ragionate! Quanti punti ha elencato e trattato – ahi noi – troppo velocemente! Come un ladro furtivo, che non ha tempo, non dimostra, non porta dati. Pare un piazzista! Voilà, signore e signori di Cologno Monzese! Noi faremo una nuova piazza. Noi faremo la digitalizzazione. Noi riqualificheremo Villa Citterio. Noi riutilizzeremo la struttura ASL destinata finora ai malati di Aids.Beh, anche a non voler fare i pignoli, sono progetti, sono buone intenzioni. E solo il futuro ci dirà se tali opere – ammesso che siano tutte utili e necessarie – verranno realizzate. Ed eccolo che beve un bicchier d’acqua e riattacca con l’elenco delle “politiche” verso le famiglie, i giovani, gli anziani, le scuole; e delle iniziative lavorative, culturali, sportive; e ancora verso le associazioni, il commercio locale, l’ambiente, la viabilità.

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Riordinadiario 1998

Tabea Nineo, Nel bosco di Vicosoprano, 1992

di Ennio Abate

5 gennaio

Leggendo/rileggendo Fortini (Disobbedienze)

Pur leggendo i suoi articoli su il manifesto e Quaderni piacentini per tutti gli anni ’70, ero distante dal suo modo di pensare e problematizzare, condizionato parecchio dall’essere studente lavoratore e militante di Avanguardia Operaia. Non è stato un caso che cominciai a intendere meglio le sue critiche dal 1977. La mia lettura di Questioni di frontiera avvenne quando già ero uscito nel 1976 da Avanguardia Operaia che confluiva in Democrazia Proletaria.

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Oggi parliamo di Cultura

di Samizdat Colognom

 Con la modernità, in cui non smettiamo di accumulare, di aggiungere, di rilanciare, abbiamo disimparato che è la sottrazione a dare la forza, che dall’assenza nasce la potenza. E per il fatto di non essere più capaci di affrontare la padronanza simbolica dell’assenza, oggi siamo immersi nell’illusione inversa, quella, disincantata, della proliferazione degli schermi e delle immagini.

Jean Baudrillard, "Il Patto di lucidità o l'intelligenza del Male" (Raffaello Cortina)

Lettera aperta ad Alessandra Roman e alla sua coalizione

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Nuovi immigrati: Daniel Contreras e Daud Malak

Da SAMIZDAT COLOGNOM n. 1 PROVA DIC. 1999

[Cliccando sul link qui sopra si accede al PDF che contiene tutti gli articoli del n. 1]

di Ennio Abate

Dal 1999 al 2005 ho pubblicato  otto numeri di una fanzine,  redatta solo da me, fotocopiata  e circolata in poche copie.  Ne ripubblico alcuni testi che a distanza di tempo  conservano una loro vivacità e assumono anche nuovi significati. [E. A.]  

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