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Il merlo del Perù

di Rita Simonitto

Giorni addietro, senza che facessi nulla per riattivare questa memoria (o forse un contesto particolare me ne aveva fornito gli stimoli) mi sorpresi a canticchiare una filastrocca dal testo un po’ bizzarro. Ricordo che la cantava mia madre. Forse si trovava in uno di quei momenti in cui una specie di bonaccia inframezzava tempeste virulente di ordine sia familiare che di disagio sociale. E, come in un film, accompagnate da questa ‘colonna sonora’, scorrevano immagini provenienti da un mio passato infantile sovraccarico di emozioni contrastanti: disperazioni rabbiose ed ebbrezze magiche.

Ed ecco un cestino di vimini color acqua marina che usavo per portare la merenda alle elementari e che, come un contenitore fatato, volevo sempre con me. E allora capitava che, in certe particolari occasioni me lo tenessi ancora più stretto. E così, sedute su un prato primaverile, mia madre ed io, mentre io lo riempivo di pratoline lei, rammendando qualche cosa, cantava: “C’era una volta un merlo, il merlo del Perù. Era senza saperlo un modello di virtù. Un giorno il merlo disse purtroppo sono solo, almen se prendo moglie, la notte mi consolo. Allodola mia bella tu sei una mia sembiante, allodola mia bella sarai la mia amante”. E senza dubbio le strofe continuavano, ma per quanto mi sia sforzata di recuperare quel seguito, il tentativo è andato a vuoto.

Piuttosto ricordo che anni dopo, ormai ben più grandicella, casualmente riconobbi l’aria su cui si poggiava quella filastrocca. Aveva a che fare con il Fra’ Diavolo: “Quell’uom dal fiero aspetto, guardate sul cammino/lo stocco ed il moschetto/ha sempre a lui vicin./ Guardate un fiocco rosso/ei porta sul cappello/e di velluto indosso/ricchissimo mantel.//Tremate!/Fin dal sentiero del tuono/dall’eco viene il suono/”Diavolo, Diavolo, Diavolo.” La musica era proprio quella!

Che avevano da condividere questi due mondi completamente diversi? Mah!

Se ripenso ad allora, quella canzoncina mi arrivava disinvestita di particolare attenzione, impegnata com’ero a raccogliere margheritine per farne braccialetti da portare alla maestra elementare (una suora, suor Enrica, che spesso intercalava i discorsi con il suo “vabbene vabbene ggià ggià”). Eppure credo che, inconsciamente, mi si infiltrassero domande su come immaginarmi questo merlo del Perù, così speciale da essere un “modello di virtù”, dato che i merli che capitavano sotto il mio sguardo, pur apprezzati per i loro gorgheggi, non mi sembravano niente di che. Certamente c’era il becco di un arancione singolare che spiccava come una lama sul lustro piumaggio nero. Oppure gli occhietti mobilissimi bistrati di giallo. Ma non finiva lì. Se mi sforzo di ricordare, quell’alone di mistero si confrontava con altre esperienze singolari legate alle rare passeggiate nei campi assieme a mio padre, il quale si reggeva a stento sulle gambe quando tornava emaciato dai permessi temporanei che gli venivano concessi da un qualche sanatorio. Poi lui sembrava rivitalizzarsi, eccitandosi quando incocciavamo in un nido di merlo nascosto in una rosta. E allora gli prendeva una specie di frenesia, dovevamo subito allontanarci per evitare che la mamma merla, insospettita dalla nostra presenza, abbandonasse la cova. E doveva strattonarmi via dal mio desiderio di prendere in mano uno di quegli ovetti screziati, misteriosi perché dentro c’era una vita. E mi sgomentava la sua collera quando mi opponevo: “Così li uccidi, così li farai morire tutti!”. Passare per assassina non era certo il massimo così mi mettevo a piangere. Ma oggi mi chiedo, in quei suoi scoppi d’ira a quali assassini faceva riferimento? Chi potevano essere stati per lui i veri turbatori di nidi?

Poi la calma tornava e mi raccontava dei diversi periodi di cova, quando la merla passa, proprio per proteggere le sue uova, dal collocare il nido tra gli anfratti del terreno, perché gli alberi sono ancora spogli, alle nidificazioni successive ad altezze sempre superiori per essere protette dalla vegetazione. E mi parlava del merlo, il suo compagno, che stava di vedetta e vigilava, quando mamma merla si allontanava per cercare cibo: e se c’era un pericolo mandava un richiamo particolare. Ero affascinata da queste storie al punto tale che avrei voluto provocarle: sentire com’era fatto lo zirlo del merlo in presenza del pericolo, ma mi bloccava il timore di produrre delle catastrofi a causa della mia irrispettosa curiosità.

Ciò nonostante, percorrendo le frammentarie strade dell’inconscio, il merlo del Perù continuava ad alimentare i misteri e io non osavo porre domande anche perché, in quella sua nenia, sembrava che mia madre fosse persa in qualche suo sogno, mentre io, dall’altra parte, pur presa dalla mia attività di confezionatrice di monili floreali, non riuscivo a distogliermi da quella presenza enigmatica che lei rappresentava… Forse che lei da qualche parte aveva visto il merlo del Perù? Era forse lei quell’allodola che cantava con voce così armoniosa e…

O invece quel canto, come per magia, aveva il potere di far sparire la miseria nera del dopoguerra, le tragedie familiari di mariti-soldati tornati feriti non solo nel corpo ma anche nello spirito… pensava a questo mia madre mentre con sua figlia piccola accanto a sé cantava e chissà sognava un mondo di armonia nella natura o, tutt’al più, il vendicatore degli oppressi, Fra’ Diavolo? E perché il merlo del Perù si sentiva solo: era incomprensibile, a maggior ragione essendo lui un modello di virtù. Perché, perché, perché… Ma la stagione dei perché era finita da un bel pezzo. Non ininfluente il fatto che mio padre mi diceva: “invece di domandare sempre in modo così precipitoso, osserva, ascolta!” Ovviamente attitudini che lui non metteva in pratica!

E avrei voluto chiedergli che cosa si potesse fare poi con le osservazioni e con gli ascolti, ma ormai era già partito per altri ricoveri ospedalieri!

Ma come mai oggi mi tormenta non soltanto questa filastrocca ma il fatto di non ricordarne il seguito? Che cosa rispose l’allodola?

Forse perché la giornata di oggi è uggiosa di fuori e anche di dentro. O forse l’aver letto la statistica drammatica dell’entità crescente dei suicidi tra ragazzi mi ha sconvolto fin ogni dire. Uno su sette, si legge. In aggiunta, il drammatico quadro di nascite ridotte… e poi di quei figli che pur sono arrivati e che però abbandonano la partita mi scava dentro una ferita. Che sta succedendo? O che cosa può succedere quando non c’è un’idea di futuro? E nessun accompagnamento verso il futuro?

Una certa vulgata punta il dito accusatore sulla pandemia, sul come è stata gestita, i lock down limitativi … ma non credo che si tratti solo di questo. Perché tutto questo ha rappresentato l’emergente, la punta dell’iceberg… sotto c’era la parte nascosta che, non vedendosi, permetteva a tutti di continuare a ballare spensierati, come avvenne sul Titanic, fino all’ultimo secondo. Quello che non si vede (o non si vuole vedere) è come se ‘non ci fosse’. E ci si accorgerà della sua presenza solo quando il tragico impatto sarà avvenuto!

Ecco il ronzio del cellulare, un mio collega, ciao, ciao Guido, come va?

I soliti ‘rompighiaccio’ di prammatica. E’ da un po’ che non lo sento. Da quando si è trasferito di Regione. Ha immaginato che tornando là dove era cresciuto e aveva vissuto per molti anni sarebbe stato più in contatto con il territorio, con le sue peculiarità, “sai, nel nostro lavoro, anche questo è importante! Come parlare con la nostra lingua madre”.

Ne convengo. Anche se pure la lingua dei padri ha il suo peso, non solo psicoanaliticamente parlando, ma anche sotto l’aspetto della trasmissione dei valori. Si tratta solo di salvare nidi? O non anche di riconoscere ciò che diceva J. W. Goethe: “Ciò che avete ereditato dai vostri padri, guadagnatevelo, in modo da poterlo possedere”? Ma non ho voglia di parlarne con Guido adesso. La ‘dissonanza cognitiva’ (L. Festinger) oggi imperante, mi inibisce anche il più sano desiderio di confronto. So già che lotterò ad armi impari.

“Sei un po’ moscia, ti è successo qualche cosa?”

“No, no. Non mi è successo niente”.

Eppure qualche cosa si è mossa dentro di me. Ma non so come articolarla, come mettere assieme frammenti di passato ed una realtà che, violenta, fa irruzione in un quotidiano che sembra sonnecchiare, o, tutt’al più, avere rigurgiti di operatività, “dobbiamo fare qualche cosa”, “faremo così e così”. Ma sempre a valle e mai a monte. Mai un pensiero a monte. E allora l’esperienza storica (sì, anche quella personale) a che cosa ci serve?

Nel mio piccolo privato, come faccio a far stare assieme (ammesso che ci stiano assieme) e poi a comunicarlo, il “merlo del Perù” – con tutto l’apparato fantastico/storico che l’accompagna – con la crudezza apparentemente insensata di un suicidio giovanile? Non lo so. Forse sto, come si suol dire, partendo per la tangente? Forse, si!

Così il dialogo con Guido prosegue senza scarti emotivo/cognitivi di rilievo al di là della sua interessante idea di propormi per un tavolo di lavoro che coinvolga, trasversalmente, sociologi, psicologi e amministratori sanitari per la gestione della situazione pandemica (e, si auspica, post pandemica).

Nel mentre parlo, camminando su e giù per la stanza con il cellulare in mano, mi sorprendo a fermarmi ad una finestra che di fronte contempla un gelso, ormai vetusto, il quale, in modo surreale, sembra protendere i suoi nodosi rami, ormai depauperati dalle foglie, contro i vetri, verso di me: è una scena lugubremente minacciosa, tant’è che mi ritraggo spaventata da quegli artigli …

“Ehi, Giovanna, che c’è? Giovanna, Giovanna!” grida Guido.

“No. No. Non è niente. Solo il passato che ritorna”, gli rispondo, criptica.

Chiudiamo la conversazione che cerchiamo di stemperare con qualche battuta di spirito sulle odierne vicende politiche (la pensiamo diversamente ma ciò non ci impedisce di confrontarci, prendendo ciò che possiamo prendere e senza ostilità. Forse fa da base un antico affetto che ci lega). Solo che mi sovrasta l’immagine di quei rami di gelso, quelle scheletriche braccia che prepotentemente vogliono entrare nella stanza e mi sento tremendamente sola.

“Ah, Guido… Ascolta! Ma no, no. Ciao!”

E che? Gli avrei cantato le strofe del merlo del Perù? Magari ci avrebbe fatto su una sghignazzata. Soprattutto al passaggio “Un giorno il merlo disse, purtroppo sono solo, almen se prendo moglie la notte mi consolo”.

La grassa risata del mio amico che dilaga e contagia i presenti! Nello stesso tempo avrei voluto uscire dalla filastrocca e chiedergli: “Si consolerebbe davvero con la sua ‘sembiante’? Con quella che lui desidera come suo ‘simile’? Ma quale similitudine? Nel canto, forse? Tutti d’amore e d’accordo? Ma se tutti sono d’accordo, non c’è conflitto, non c’è evoluzione! E poi le sue merle, o la ‘sua’ merla?”. Voleva una avventura diversa? Già. Quanti veloci pensieri si sbattono impazziti nella mente…

E poi mia madre, la mia dolce madre, così fragile e indifesa, ragionevolmente stufa dei disagi all’interno di una coppia segnata dalle disastrose conseguenze di una guerra, forse avrebbe voluto per sé un amante, con cui cantare le stesse canzoni, vivere all’unisono in tutto e per tutto? Due cuori e una capanna?

E io? Che posto avrei avuto io in quel sogno così avviluppante, che li avrebbe stretti, avvolgendoli, su e su, di gorgheggio in gorgheggio fino a divenire due puntini nella vastità del cielo?

E dunque, io? Frutto invece dell’incontro importante tra due diversità… allora non ci sarei stata? E bla, e bla e bla.

Ma non avrei potuto parlargli di queste cose: “ah, ah, ah, ih, ih, ih” – la sua multiforme ridariola (tradotto in un più colto fou-rire, sfrenato) – “dai, Giovanna. Non stare ad arzigogolare! Concentrati sui problemi! Quelli ‘veri’, ‘minchiolina mia!’ (perché mi chiami ‘minchiolina’ non l’ho mai capito, né lui me l’ha mai saputo spiegare).

No, certo. So che non gli parlerò di questo, abbiamo tante altre cose su cui confrontarci. Non me la prendo, sicuramente! Ma percepisco un limite nel confronto, limite verso il quale sono (un po’, ma solo un po’) attrezzata. Oltretutto posso attingere ad altre risorse, la fantasia non mi manca. Pensarla diversamente rispetto ad un pensiero ‘unificato’ ovviamente mi dispiace ma non mi sconquassa.

Ma un giovane di oggi? Che cosa può fare se deve confrontarsi con un massiccio modello uniformante? Che fa? Chi trova a sostenerlo? Si omologa? Entra in guerra? E con chi? Con se stesso perché si sente inadeguato? Diventerà lui il suo nemico da abbattere? E il suo corpo diventerà il suo campo di battaglia? Vincitori o vinti? No, non voglio continuare da sola con queste domande che ho già tentato di proporre ma con scarso o nullo successo.

Fuori è salito un vento turbinoso e freddo: mai vista una stagione così stranita, anche le tartarughe che dovrebbero apprestarsi al letargo sembrano disorientate da questi sbalzi di clima, dovremo tenerle d’occhio perché non possiamo metterle nel terrario per il loro sonno semestrale né troppo precocemente né troppo tardi.

Tutto sembra drammaticamente sovvertito! Sovvertito? Sì. Ma non perché c’è stata una legittima ‘rivoluzione copernicana’, in cui si condensano studi, sperimentazioni, ecc. ecc. No. E’ solo… no, non lo posso dire e quindi mi taccio!

I rami del gelso graffiano contro i vetri, spinti da quella forza rovinosa contro la quale non fanno resistenza. Sembra essere nella loro natura assecondarla.

Io, no.

Chiuderò gli scuri!

Conegliano 15.10.2021

Le cugine. Un’archeologia

Reggio Emilia, via San Carlo con la chiesa dei santi Carlo e Agata

di Elena Grammann

Appartenevano al ramo cittadino della famiglia. Il padre aveva all’ingresso della città, appena passato il ponte di San Pellegrino, uno stallo la cui insegna fino a poco tempo fa si leggeva ancora. Erano sei sorelle. Di una, della suora, non so nulla, a parte che era la farmacista del convento, o forse di una casa di cura annessa al convento, su, a Verona mi pare. Nemmeno quella sposata, che andò poi a stare in Liguria, l’ho mai conosciuta; ma di lei, dell’Anna Tolve, so nome e cognome – parlo del cognome del marito, naturalmente. Questo perché mia madre ne parlava spesso; e poi è una combinazione che si ricorda: Anna Tolve – un nome e un cognome che stanno bene assieme. Insomma lei, l’Anna, a parer mio ha fatto bene a sposare Tolve, anche se poi lui le faceva un sacco di corna; perché le corna sono comunque qualcosa di molto diffuso e i bei nomi no. Così, questa Anna che non ho mai visto è un personaggio noto, una carta sicura nelle partite un po’ monotone che sono diventate le conversazioni con mia madre: Chi dici, mamma? Ah, sì, l’Anna Tolve!

Una cosa che mi è sempre piaciuta è che al marito dell’Anna ci si riferisse soltanto col cognome: Tolve diceva questo, Tolve faceva quello. Non ho mai saputo come si chiamasse di nome e mia madre, di sicuro, se l’è scordato. C’era, nell’uso, la volontà di marcare una distanza: un marito è sempre un estraneo, uno che viene da fuori; ma c’era anche, in una famiglia a forte prevalenza femminile, qualcosa come una specie di deferenza e, contemporaneamente, di diffidenza nei confronti della virilità.

Tolve era uno della questura e, naturalmente, meridionale.

Non è dell’Anna, comunque, che volevo parlare. Lei a un certo punto si sposò, il marito fu trasferito – a Savona, credo; lei, come la suora, era fuori.

No, io vorrei parlare delle quattro che rimasero in città e non si separarono mai. Mia madre le chiamava, collettivamente, “le cugine”, il che indicava una parentela – erano, infatti, cugine di secondo o di terzo grado – ma soprattutto un genere, una formazione compattamente femminile.

C’erano, per essere esaustivi, anche due fratelli. Uno era sposato e gestiva l’albergo Principe, con annesso ristorante, in via del Cavalletto. Per noi, egli gravitava a parte dalle cugine. Io non l’ho mai visto e le informazioni che ho sono discordanti. So che era di aspetto estremamente distinto e che allungava calci in culo alla moglie se non la trovava sufficientemente sollecita nel servizio dei clienti. Col che si dimostra che l’esterno non corrisponde esattamente all’interno e si smentiscono, ove bisogno fosse, le teorie del Lombroso.

A proposito dell’incongruenza fra il dentro e il fuori, e prima di abbandonare definitivamente l’Anna Tolve, resta un episodio da riferire. All’epoca l’Anna, che non era ancora sposata, lavorava nella lavanderia all’inizio di via Emilia Santo Stefano, appena oltre piazza del Monte, sulla destra. Lavanderia che ad un certo punto cominciò ad essere frequentata da un signore molto distinto, un professore, recentemente trasferitosi dal Meridione, il quale si mise a farle una corte serrata. Si parlava di matrimonio. Stante le origini lontane dello spasimante la madre delle cugine, una Spaggiari di Masone, molto di chiesa, pensò di prendere informazioni. Risultò che il distinto professore si era trasferito al nord dopo aver ammazzato la moglie colpevole di adulterio. Il matrimonio non si fece e Tolve, più tardi, ebbe via libera.

Le cugine abitavano in una villetta in via Palestro, appena fuori dai viali; ma poiché erano assidue alle pratiche religiose, dopo la guerra si trasferirono in centro, in via San Carlo, per essere più comode alla chiesa di Santa Teresa. Era un appartamento antico e labirintico all’angolo con via Toschi e aveva un terrazzo su via San Carlo. Io su questo terrazzo non ci sono mai stata e comunque non credo che di lì si vedesse gran che, a parte la strana chiesa di fronte che dà il nome alla via e non sembra neanche una chiesa, attaccata alle case e con quel cornicione dritto di palazzo. Ma immagino che dal terrazzo si vedesse il cielo sopra piazza della Verdura. Sicuramente la Laura, quando stende il bucato, lo vede, forse lo guarda; se c’è vento lo sente anche, senza bisogno di guardarlo.

La Laura è, delle quattro, quella che bada alla casa; quella, come si diceva, che sta in casa. Le altre lavorano fuori, sono in mezzo alla gente. Quando morì, disse Tolve: povera Laura, è quella che è stata sacrificata.

Era vivace però, e con gli anni non perse di vivacità. Dalla casa a cui bada fa in modo di lanciare occhiate fuori. È di chiesa, come le altre; però è curiosa, vuole sapere, racconta. Ha avuto un moroso a Castelfranco, quando teneva la casa per l’altro fratello, quello che lavorava nei magazzini del formaggio. Era un maestro – il moroso, dico. Poi però non si decise. Lei ne parla: per esempio vuol rendersi conto se il modo in cui la baciava è il modo canonico. Chiede a mia madre com’è stato con i suoi, di morosi, per un raffronto. Mia madre, più contorta e schifiltosa, ride di imbarazzo, si schermisce, la rimprovera. Lei non si lascia smontare, va per la sua strada sincera che non la porta da nessuna parte.

Fare le faccende di casa comporta che si aprano le finestre, si dia aria, si scuotano i tappeti, si scrollino stracci e piumini. Dirimpetto alle finestre che danno su via Toschi, alla stessa altezza, c’è un altro appartamento, e in questo appartamento c’è un signore che, anche lui, apre le finestre, o le trova già aperte, o comunque guarda attraverso i vetri; e le ammicca, le fa segno. Lei risponde. Può ben farlo, non è mica monaca. La cosa va avanti un po’, con una strada di mezzo e senza parole, come in un film muto o in un sogno.

Mia madre, interpellata, inorridisce; la esorta vivamente a interrompere questi scambi di ammiccamenti. Non è serio. E lui chi è poi? Che intenzioni ha? Perché non si fa avanti se ha intenzioni oneste?

Adesso che è vecchia e non ha niente da fare mia madre segue con vivo interesse, in televisione, i casi di ammazzamenti, strozzamenti, annegamenti, smembramenti, occultamenti, seppellimenti di donne da parte del marito o dell’amante. Ogni nuovo caso la conferma nella convinzione che gli uomini, in fondo, sono tutti inaffidabili e dei potenziali assassini. Tuttavia è poco probabile che la Laura abbia corso un reale pericolo. Di sicuro la cosa è finita lì, è morta da sola, un giorno il signore non si è più fatto vedere, oppure ha smesso di ammiccare, oppure è stata lei a smettere, per stanchezza, o perché le è venuto un crampo. E così questa storia attraverso le finestre, questa bollicina nella monotonia della vita sarà stata qualcosa di appena esistente, qualcosa di lieve e impalpabile come un riflesso di sole su un vetro di via San Carlo.

Che invece se penso alle altre, a quelle che lavorano fuori, alla Marta e alla Rina, che hanno il bar, le vedo venir su per via Toschi la mattina presto in una nebbia di novembre, il collo di pelo del cappotto – volpe o marmotta – rialzato e premuto sotto il naso, tagliare in piazza San Prospero e poi subito sotto Broletto, passare davanti ai leoni di marmo lisci come foche senza alzare il capo, per il freddo, alle logge che nel chiuso del brolo sfuggono alla foschia. Costeggiano il duomo camminando sul marmo della gradinata scivoloso di condensa, marmo per terra e marmo la facciata, mentre il resto sono intonaci e mattoni, grigi o bruciati o rossastri, lontani e indifferenti nella nebbia. Attraversano obliquamente piazza del Monte, sono quasi arrivate; nella piccola via Crispi sollevano la saracinesca del bar.

Il bar è minuscolo, un buco, un corto corridoio con il banco a destra e un unico tavolino rotondo verso il fondo. Oltre mi pare che ci sia una tenda con un lavabo, dalla parte del banco. Il locale si scalda in fretta, le luci stesse scaldano, la macchina del caffè. Arrivano i primi clienti, le prime chiacchiere, c’è un’atmosfera cittadina; della nebbia, fuori, non ci si accorge neppure.

La Marta è del mestiere. Prima di rilevare il bar assieme alla sorella è stata a lungo gerente del caffè Elvezia, sulla medesima via Crispi, un grande locale elegante con qualcosa di internazionale, di europeo. La Marta era molto bella. Io me la ricordo sulla sessantina, ed era ancora bella. Aveva tratti fini e una distinzione naturale, educata dagli anni al caffè Elvezia. Chissà che zotici le apparivamo, noi di campagna. Una volta, quando era parecchio più giovane, incontrò in via Emilia un parente dal paese. Si sbrigò a salutarlo e a piantarlo lì perché, disse, non voleva farsi vedere in giro con uno col tabarro. I capelli che erano, o erano stati, biondi, li portava raccolti in chignon sulla nuca, ma con una specie di piccola onda sulla fronte che toglieva all’acconciatura ogni severità.

Ci sono, nel bar, dei momenti morti, dei momenti in cui non entra nessuno. Allora la Marta, quando è sola, guarda oltre il vetro la nebbia bianca e rada in via Crispi; una nebbia finta sembra, una nebbia da sceneggiato televisivo in bianco e nero. E anche la città, le vien da chiedersi se è vera o se non è piuttosto un’abitudine: così piccola, così sempre la stessa. Da Santa Teresa a via San Carlo, da via San Carlo a via Crispi, qualche volta al cinema, al D’Alberto, sotto i portici. Potrebbe essere benissimo, quella che lei e le altre chiamano Rès, niente più che un paio di quinte. E anche la via Crispi, lì davanti, quella corta strada centrale scolorita dalla nebbia in cui ora non passa nessuno, eccola lì, fissa, vuota, come una scena in attesa di essere smontata.

Allora la prende un senso di inutilità, una stanchezza nelle spalle e in tutta la persona; scuote la testa, ma se si mette a asciugare i bicchieri o le tazzine ha una debolezza nei gomiti e nei polsi, un piccolo tremore all’avambraccio; deve appoggiare il burazzo sul banco, stendere le braccia, strofinarsi la gonna con le mani, aspettare.

Dalla stretta vetrina del bar si vede sull’altro lato della via il palazzo della Società Anonima Annibale Franzini: ingrosso di ferramenta con rivendita al minuto nei locali del pianoterra. Lì, quando ancora lavorava al caffè Elvezia, la Marta si era innamorata. Di uno dei Franzini; o, se non  proprio di un Franzini, quantomeno di un dirigente, dice mia madre che tiene alto l’onore della famiglia, e più il grado di parentela si allontana più alto lo tiene. Non si capisce perché poi, dal momento che lei ha sposato un operaio. Ma tant’è: snobismo per interposta famiglia In ogni caso l’amore non fu corrisposto e la Marta non volle più sposarsi. Non volle più degnarsi, diciamo.

A volte mi chiedo quando sono state, di preciso, tutte queste cose, se prima o dopo la guerra. Mia madre spesso esita, non è sicura, si confonde. Si ha l’impressione che la guerra non sia stata poi quella gran cesura. Finita la guerra, la gente ha continuato a vivere più o meno come prima.

È stato più tardi che le cose hanno cominciato a irrigidirsi, e la gente a essere incanalata, e di tutte le possibilità della vita a non restarne, al massimo, che un paio. È stupefacente, a pensarci: prima succedevano un sacco di cose, non facevano che succedere cose; la gente viaggiava: a piedi, in treno, in moto, in bicicletta; cambiava di posto, dove andava conosceva altra gente; si conosceva un sacco di gente. Più tardi ci furono più treni, ci furono più moto e ci furono le automobili, tante automobili; però la gente non viaggiava. Si muoveva, questo sì, per muoversi si muoveva: come avesse un pepe in culo; ma a ben guardare non cambiava affatto posto, se lo portava dietro, il posto. Tutto rimaneva uguale: non si conosceva gente e le uniche cose che succedevano erano quelle della cronaca nera. E questo è stupefacente, in un certo senso.

Loro però, le cugine, benché verso la fine degli anni cinquanta cominciassero seriamente a invecchiare e fossero più facilmente esposte a questo genere di riflessioni o anche soltanto di sensazioni, tenevano bene il colpo. Casa loro era oscura e protetta, c’erano grandi mobili pesanti, ricordo una saletta con una tavola ovale, mi pare, una tovaglia bianca e una fragranza di dispensa, di frutta e briciole di pane. E inclinata verso di me vedo la Rina – ed è l’unica immagine che conservo di lei, benché di sicuro l’abbia vista altre volte, sia prima che dopo – che mi ha appena apparecchiato, si appoggia con una mano alla tavola e ha l’aria di dire: niente paura, che adesso le do da mangiare io a questa ragazza.

Mi ero presentata da loro a ora di pranzo, di sicuro nemmeno annunciata, una volta che, al ginnasio, avevo lezione di educazione fisica al pomeriggio. Credo di esserci andata quell’unica volta.

Ma loro le vedo bene, attorno alla tavola ovale con la tovaglia bianca nella luce un po’ festosa di quella stanza, da sole o con un parente, qualcuno che è capitato in città, mia madre raramente adesso che ha famiglia; magari mio zio un giorno di mercato, o altri cugini del paese, o mia zia che è sposata a Bologna ma ha mantenuto una grande dimestichezza con le Ferrovie dello Stato. Sono allegre, tirano fuori le posate d’argento col monogramma di un qualche bisnonno o prozio che è stato importante; si mangia bene da loro, la Laura cucina bene, ma soprattutto la Rina, che era cuoca all’albergo Principe, da suo fratello.

Sono allegre anche quando sono soltanto fra loro – finché ci sono tutte, voglio dire. Prendono una tovaglia stirata dal canterano, fatto prima che si cominciasse, in Italia, a correr dietro alle mode francesi e a parlare di luigi quindici e luigi sedici; fatto più o meno negli stessi anni in cui si fece la facciata di San Carlo, lì fuori, elegante e poco appariscente. Per quanto che anche le mode di Francia, quando sono fatte in Italia, sono eleganti e poco appariscenti e traspare sempre, sotto, una realtà a motivo della quale sono fatte; mica come le cose francesi, che devono per forza essere eccessive e non capisci mai se sono originali o copie di un originale che non esiste neanche; e in ogni caso sono lì esattamente per far finta che ci sia un motivo; mentre c’è, al massimo, uno scopo – e molto discutibile, anche.

Ma loro, le cugine, prendono una tovaglia stirata e apparecchiano e siedono a mangiare; e il tempo che passa, le cose che cambiano, la nuova durezza dell’esterno, un sospetto come di tedio, che non conoscevano – tutto ciò non è più che una lievissima malinconia; e non son neanche sicure che ci sia veramente, come a volte, di una nenia lontana, appena percettibile, non si sa se sia all’esterno o dentro l’orecchio.

Ieri l’altro ho fatto una ricognizione sui luoghi; non perché pensi che i luoghi visti siano più veri dei luoghi ricordati, anzi; tuttavia volevo evitare grossolani errori materiali. Ho chiesto al signor Bizzocchi, che ha un negozio di arredi sacri e bondieuseries dietro al vescovado, se sapeva quando la chiesa di San Carlo era stata sconsacrata. I Bizzocchi, sempre che si chiamino come il loro negozio, sono due: uno moro coi baffi, l’altro più rossiccio; io ho parlato con quello moro. Mi ha detto che la piccola chiesa era ancora in uso nel dopoguerra, ma che verso la fine degli anni cinquanta è stata chiusa. Lui se lo ricorda molto bene, perché era ragazzino e ha aiutato il sagrestano a vuotarla dagli arredi. Quando però sia stata sconsacrata, questo di preciso non lo sa.

Ieri sono tornata a guardare il signor Bizzocchi: è grigio, non è moro. Però i baffi ce li ha.

La Rina era la più vecchia e aveva, in effetti, qualcosa di più vecchio delle altre: di più rassegnato, di più pesante. Il padre, quello dello stallo al ponte di San Pellegrino, è morto presto e lei è andata a servire in Liguria. Forse è questo che le è rimasto.

Il polso calcato sulla tovaglia è grosso come la base di una colonna, il viso inclinato ha un colore scuro, un colore d’ombra e di tramonto sull’espressione sollecita. A differenza della Marta e della Laura non riesco a immaginarla giovane. Eppure lo sarà stata anche lei. Nelle cucine dell’albergo Principe doveva essere ancora giovane, se anche non più giovanissima.

Un uomo le diede un appuntamento; lei chiese a mia madre di accompagnarla. Che testa!, esclama mia madre. Sì, dico, e che testa anche tu ad andarci. Cosa vuoi, allora era così; almeno, per certe persone era così. A me l’architetto Pattacini, Pasqualino, lo ha detto chiaro e tondo una volta: se non la pianti di andare in giro con tua sorella non troverai mai nessuno. Mia sorella mi veniva sempre dietro; sempre, sempre …

All’appuntamento, il tizio non si presentò. Figurati, dice mia madre, ci avrà viste da lontano, ha visto che non era da sola e ha tagliato l’angolo.

Una volta, durante una villeggiatura in campagna, chiesero a mia madre qualcosa da leggere. Una collega le aveva giusto passato Il prete bello, di Parise, che mi aveva rifilato perché lei non aveva tempo. (Dopo che si fu sposata mia madre non ebbe più tempo di leggere, come non ebbe più tempo di andare a messa. Il che in buon italiano vuol dire che non le fregava un accidente né di leggere né di andare a messa). Il romanzo fu passato alle cugine che lo restituirono quasi immediatamente come scandaloso e immondo; si meravigliarono, anche. Mia madre ci rimase male; non potendo controbattere per ignoranza dell’oggetto mi chiese se veramente era così tremendo. Io risposi che secondo me no e lei concluse che insomma le cugine erano un po’ esagerate.

Mia madre aveva delle stranezze. Lei si considerava, orgogliosamente, una persona pratica. Secondo me non aveva idea di niente. Più o meno all’epoca del Prete bello – avrò avuto tredici, quattordici anni – avevo pescato dalla sua biblioteca prematrimoniale, alloggiata in un armadietto in solaio, Anna Karenina, edizione anteguerra in due volumi, e lo leggevo di buzzo buono. A un certo punto mia madre si sovvenne di un’amica, ai tempi, che leggeva Anna Karenina e era rimasta incinta – non di Tolstoj, immagino – e mi nascose il libro. Così, a metà lettura. Io diventavo matta.

Tornando alle cugine, non credo che fossero esagerate; non erano letterate, e non essendo letterate prendevano tutto alla lettera. Erano abituate ad avere a che fare con la realtà; credevano di avere sempre a che fare con la realtà; dove non arrivava quella, arrivava la religione. La religione gli rimase fino in fondo; credo invece che da ultimo la realtà  finisse per sfuggirgli.

 La Marta visse più a lungo di tutte. Mia madre la vide una volta, negli ultimi tempi, che usciva dal forno Melli. Era molto vecchia, e curva, e come smarrita. Come se la strada, i muri, le pietre della piazza non avessero, ai suoi occhi, quasi più significato. Ritrovava la via di casa non come qualcosa di sensato ma come qualcosa di quasi disgustoso, viscido di fredda umidità, cieco. Scomparsi la facciata di San Prospero, i leoni di pietra, il Torrazzo malamente accostato alla chiesa, le finestre dei palazzi sopra gli archi, l’abside del duomo con l’edicola scolorita; rimaneva, e a stento, il selciato che percorreva con cautela, per non scivolare. Così la città, da una parte all’altra e da nord a sud, la via Emilia, la spianata nebbiosa davanti al Municipale, i giardini con ancora, sui muretti perimetrali, i monconi della cancellata meravigliosa che andò a far cannoni, e, all’altra estremità, lo slargo davanti alla chiesa del Cristo che pare dipinta, e tutte le vie silenziose, le finestre discrete, i portoni chiusi sulle esistenze private, i bar in quell’ora smarrita che molto più tardi sarà l’ora dell’aperitivo – tutto ciò minaccia di sbriciolarsi, e perdersi, e andare in polvere, e non rimanere appeso ad alcuna memoria.

Delle quattro che vissero insieme nell’appartamento in via San Carlo non tutte, per la verità, erano nubili. La più giovane, la Ceci, era vedova. Il matrimonio, senza figli, era stato di breve durata. Lei stessa non vi accennava mai, come a una parentesi dimenticata.

Del marito si è persa, su questo lato della famiglia, ogni traccia e ogni eco; nemmeno il santino, distribuito in occasione delle esequie, si trova più. Cerco di capire, almeno, se il grosso della convivenza ha avuto luogo prima o dopo la guerra. Mah! Mia madre non si raccapezza proprio; però se lo ricorda, questo marito della Ceci, perennemente in camicia nera, il che fa pensare che la sua vicenda terrena fosse già conclusa prima della fine della guerra.

Delle sorelle, o almeno di quelle che ho conosciuto, la Ceci era la meno bella. Aveva preso dalla razza del padre, tracagnotta e bovina. Me la ricordo non tanto alta, tozza, le sopracciglia spesse, gli occhi un po’ sporgenti, e una fossetta sul mento che sembrava tagliata con l’accetta. Era alla mano e ridanciana tanto quanto la Marta era fine e un po’ sulle sue. Il marito, o, prima, il fidanzato, la caricava in moto e partivano rombando. Me la immagino, seduta di traverso sul sellino per via della gonna, un braccio attorno alla camicia nera, partire con un fracasso che disturba il quartiere, allontanarsi a gran velocità da via san Carlo, via Squadroni, via San Filippo, via delle Quinziane, Santa Teresa. San Giorgio, Sant’Agostino, tutti i santi e le sante, uscire dalla città, allontanarsi, scomparire nella polvere sollevata dai pneumatici.

Le sorelle disapprovavano.

Dopo la morte del marito tornò a vivere con loro e riusciva difficile immaginare che se ne fosse mai staccata. Al mattino presto, quando la Marta andava a aprire il caffè Elvezia, lei e la Rina attraversavano la piazza, si infilavano sotto l’arco di via Palazzolo e andavano fino in fondo, dove c’erano le cucine dell’albergo Principe e, nella strada, un vapore caldo si mischiava alla nebbia.

Parlando del marito disse una volta a mia madre: «Pensare che l’ho curato tanto, quando si è ammalato. E dopo che è morto ho saputo che mi faceva pure le corna».

Pensieri

 

di Annamaria Locatelli

E come tutti, ci si ammala… questa novità costituisce una forma di movimento che in qualche modo riattiva qualcosa, anche la semplice domanda: vuoi vivere o no? Il meccanismo si è inceppato? Coraggio, dai! Continua la lettura di Pensieri

Dalla terra tradita al tradimento dei padri

schiele 2

Due poesie di Ennio Abate lette da Rita Simonitto

1.

Quanne a guerre fernette
– tu virisse quanta gente purtave o lutte:
e femmene tutte vestite e nire,
l’uommene cu na striscette nera
vicin’o bavere ra giacca o ro cappotte –
a famiglia noste e chelle e zi Vicienze
se ne venettere a Salierne.
Addie Casebbarone!
Che dispiacere pe nuie piccirille! Continua la lettura di Dalla terra tradita al tradimento dei padri

Chiusi lì dentro

Massimo Parizzi, "Chiusi lì dentro"

di Massimo Parizzi

[Anni ’60. Brevi ricordi di un tredicenne che ha paura dei suoi genitori e di aprire cassetti. Pubblicato nel n° 10 di “Poliscritture”, dicembre 2013.]

Mio padre e mia madre avevano paura. Nulla, in particolare, li minacciava. Lei, dopo avere lavorato in banca, faceva la casalinga. Lui lavorava in banca. Avevano attraversato gli anni della guerra, sì, i bombardamenti di Milano, lo sfollamento. Ma mio padre non aveva combattuto. E non avevano subìto, né in prima persona né tra i familiari, distruzioni, perdite, menomazioni, lutti. Finita la guerra mio padre, denunciato da un collega, Continua la lettura di Chiusi lì dentro