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Augusto De Angelis – il dimenticato  

di Emma Pretti

Di solito i poeti e gli amanti della poesia vengono descritti come persone lievemente svagate, silenziose e assorte in profonde riflessioni. Poco amanti dell’azione, prediligono letture filosofiche, impegnative, disdegnando i generi di intrattenimento anche se basati su solide costruzioni e intriganti labirinti mentali, quali potrebbero essere per esempio i libri gialli – Sbagliato, lo trovo un semplice luogo comune: personalmente non solo mi appassionano questi tipi di romanzi ma ritengo abbiano diverse caratteristiche che non possono non attrarre le persone meditative. Prima di tutto il mistero, l’enigma, un elemento che riesce a emanare una valenza ipnotica a ogni latitudine del globo, sia  tra gli scenari indolenti e surriscaldati di remote isole asiatiche quanto sepolti sotto la superficie di un lago ghiacciato in Finlandia, senza tralasciare grattacieli miliardari  e sordidi quartieri di area metropolitana: i retroscena della politica, la vertigine del denaro, rapporti personali inquinati e inquinanti –  In seconda battuta sicuramente gioca l’intreccio di personaggi enigmatici o indifesi ma tutti in scena con le loro psicologie e motivazioni spesso insospettabili, e in terza base le passioni e le frustrazioni che li scuotono, la follia umana che dilaga rovinosa e inarrestabile. Come resistere, come non gettarsi in un gioco così fuorviante, nel suo turbine magnetico, ingannatore, disorientante…Un vero e proprio balzo al di fuori della piatta quotidianità dentro atmosfere comunicanti con fameliche e ammalianti voragini, attraverso lo “stargate” di un’immaginazioni analitica.

L’unico rammarico consiste nel vedersi circondati da innumerevoli pubblicazioni di romanzi gialli, thriller, noir o spy story di autori stranieri, che riempiono fino all’ ultima mensola gli scaffali delle librerie, lasciando spazi esigui agli scrittori nazionali, che occhieggiano timidi dalle pile di libri, titubanti anche nelle trame, sempre ansiosi di mantenersi all’interno del politically correct, nella convinzione che questo assicuri la vendita e recensioni positive. Ultimamente la nostra produzione di romanzi gialli è di certo aumentata ma la si dovrebbe meglio definire come genere poliziesco-malavitoso con ampie incursioni sul terreno, fin troppo mitizzato, delle mafie e loro varie connivenze. Senza dubbio riflettendo sul percorso storico del genere e il suo scarso sviluppo a monte potremmo trovare diverse motivazioni, non ultima una ragione storico-politica che ha contribuito a determinare l’atteggiamento piuttosto esitante nei confronti di un filone considerato dagli stessi scrittori un sottoprodotto letterario, con poca attenzione alla qualità del linguaggio, tutto concentrato sulla trama per un risultato di puro intrattenimento. Scavando nelle sue origini, il percorso letterario e editoriale del genere in Italia risulta indicativa e illuminante se si considera la vicenda personale, giornalistica e creativa di Augusto de Angelis.

Per rintracciarne le sorgenti, potremmo spingerci al lontano 1852 quando fu pubblicato per i tipi dell’editore Rossi di Genova Il mio cadavere di Francesco Mastriani, una vicenda cupa, dai toni decisamente noir e con le caratteristiche tipiche del romanzo d’appendice, genere letterario ampiamente frequentato dall’autore per diversi anni e che lo farà ricordare per alcuni titoli di grande successo come la cieca di Sorrento.  Accanto all’adesione tipica dell’Ottocento per il pensiero analitico e l’interesse per le scoperte e lo sviluppo scientifico e medico, Mastriani si distingue per l’attenzione che riserva alle classi popolari, ritratte però in chiave verista, senza abbellimenti, mettendo in luce, nel caso, miseria e grettezza.

L’excursus agli albori del romanzo d’indagine potrebbe continuare nel 1888 con il Cappello del prete, opera di Emilio De Marchi, che ben s’inserisce nella carrellata e appare tra le più interessanti dell’epoca. Il filone si afferma con sempre maggior vigore, soprattutto all’estero, ma ancora viene definito come poliziesco, d’indagine, mistery, thriller. Bisognerà attendere gli anni Trenta per assistere a una vera e propria fioritura e una crescita esponenziale dell’interesse intorno al genere con il moltiplicarsi delle pubblicazioni e delle vendite. Sull’onda di questo successo nel 1929 la casa editrice Mondadori inaugura la collana I libri gialli di Mondadori caratterizzata dall’ormai nota copertina giallo-ocra. La felice iniziativa editoriale unita a una vincente impostazione grafica segna la nascita in Italia del “giallo”, coniando il termine unico al mondo per indicare il poliziesco e il romanzo d’indagine. Se le origini strutturali risalgono all’Ottocento, il giallo moderno, così come lo conosciamo, s’impone e stabilisce le sue regole proprio in questi anni. Universalmente riconosciuto come il capostipite del giallo italiano lo scrittore Augusto de Angelis pubblica le sue opere durante il regime.

L’esistenza di Augusto De Angelis (1988-1944) racconta una storia intensa e tragica, inevitabilmente italiana, sottoposta a pressioni e restrizioni, gravata dagli ostacoli e impedimenti tipici di quel periodo controverso. Oreste del Buono ne ha ripercorso le tappe in modo approfondito nella presentazione a una fortunata riedizione del 1963 delle sue tre opere di maggior successo.

De Angelis inizia una brillante carriera giornalistica da inviato all’interno di testate importanti come Corriere della sera e Resto del Carlino, ma il regime pian piano si afferma e desidera costruirsi solide basi nel campo strategico dell’informazione, chiede consensi a cui De Angelis cerca di sfuggire mantenendo una posizione neutrale ed estranea. Non è esattamente ciò che viene richiesto, il regime pretende adesione e questo atteggiamento gli crea diversi ostacoli all’interno delle testate giornalistiche, dove comincia ad avere posizioni sempre più marginali: accetta restrizioni e cerca di lavorare moltissimo come autore indipendente, iniziando una produzione di libri e racconti esotico-avventurosi molto richiesti dalle riviste, affiancata da una produzione di biografie romanzate di personaggi storici. Con la frequentazione di questi generi di sicuro successo affina le sue capacità di scrittore verso quella particolare attenzione alle psicologie individuali che diventeranno il fulcro delle sue vicende e si prepara al grande salto verso il genere poliziesco. Dalla sua penna prende vita la figura dell’investigatore, il commissario De Vincenzi, una sorta di Maigret di stoffa meno ruvida, con spiccati interessi culturali, delicato umanista, amante della poesia, rigoroso ragionatore, attento e puntiglioso nelle documentazioni, nonché esperto e abile nello scandagliare i tormenti e le psicologie dei protagonisti delle vicende criminose dalle sfumature noir, una via di mezzo tra Maigret e Poirot. Con queste caratteristiche De Angelis getta le basi del giallo all’italiana, stabilendovi una costruzione di carattere seriale con funzione di supporto e linea guida, una struttura costruita intorno alla figura dell’investigatore e/o commissario, personaggio che regola, ordina e scagliona gli elementi e in cui il lettore si identifica; una composizione che funziona e arriverà sostanzialmente immutata fino al nostro Camilleri, senza per questo venire a noia producendo formule ripetitive con stanchi cliché, o penalizzare la creatività e l’inventiva degli autori. Sul terreno della scrittura a livello pratico, De Angelis non potrà rifiutarsi di sottostare a inevitabili concessioni al regime, che non amava il genere, ritenendolo in grado di influire negativamente sui lettori, corrompendo i costumi e i comportamenti sociali. A questo proposito la censura aveva istituito particolari restrizioni: i colpevoli non potevano essere italiani e gli ambienti del delitto dovevano essere stranieri o luoghi eccentrici in cui si muovevano figure stravaganti.

Dal 1935 inizia la sua attività di romanziere di libri gialli con Il banchiere assassinato, segue una serie di racconti polizieschi come Sei donne e un libro, Il candeliere a sette fiamme, La barchetta di cristallo e per i Gialli Mondadori L’Albergo delle Tre Rose; nel 1942 esce il suo terzo capolavoro, Il mistero delle tre orchidee.

Ossessionato dal timore di non poter scrivere e vedere pubblicate le sue opere a causa di ostacoli di natura politica, De Angelis segue con attenzione le limitazioni imposte, tuttavia queste non gli impediscono di costruire perfetti meccanismi d’indagine: si concentra sulla figura del commissario De Vincenzi, abile investigatore e acuto indagatore di personalità ambigue e sfuggenti, usando come contorno paesaggi esotici descritti con precisione, ambienti eccentrici e personaggi stranieri o dalle inusuali occupazioni. Nelle mani del commissario però la sua logica stringente riporta tutto a una consequenzialità molto naturale al punto da togliere il senso di stravaganza insito nelle descrizioni. Le basi teoriche dello scrittore nei confronti del giallo sono molto solide e rigorose: in una conferenza sul genere De Angelis spiega che il poliziesco è << il genere del presente – dal momento che – il suo dominio è l’azione pura…tesa, vibrante, frenetica, quanto più calcolata…la follia lucida è una stupenda creazione del paradosso uomo. È la vita che supera l’arte, perché ha vinto i confini della natura, che l’arte deve appunto ritrarre, deformandola…poiché se la rendesse integra non sarebbe più arte>>.

I romanzi di De Angelis ebbero un buon successo di pubblico, se si tiene conto di quanto il regime cercasse di ostacolare il genere poliziesco, anche attraverso una critica letteraria schierata politicamente che metteva in ombra, insabbiava con giudizi negativi, ne scoraggiava le pubblicazioni e la lettura.

Il suo atteggiamento renitente nei confronti del partito lo condurrà a una fine grottesca, assurda e quasi melodrammatica. Dopo l’8 settembre, la breve parentesi dell’instaurazione della Repubblica di Salò decretò una caccia selvaggia a partigiani e oppositori politici; in questo clima surriscaldato e feroce lo scrittore venne inserito nelle liste di prescrizione, cercò di nascondersi ma denunciato da una donna che lui quasi non conosceva, fu rinchiuso nel carcere Lariano a Como.  Ne uscì in condizioni di salute molto critiche.  Un giorno si trovò di fronte la donna che l’aveva denunciato, decisa a chiedergli scusa; di fronte al suo atteggiamento indifferente e noncurante la donna si inalberò, richiamando in questo modo l’attenzione del compagno, noto per la sua fede fascista e l’indole violenta. L’uomo colpì ripetutamente lo scrittore che sotto i colpi cadde a terra, fu ricoverato, ma dal pestaggio non si rimise mai più…

Potrebbe suonare abbastanza inspiegabile l’atteggiamento dell’editoria italiana che, dal secondo dopoguerra ai nostri giorni, si è sempre impegnata a recuperare e riproporre autori osteggiati e invisi al regime. Al contrario nei confronti di De Angelis ha dimostrato una totale indifferenza, al punto che le sue opere sono sparite dagli scaffali delle librerie. Senza dubbio negli altri paesi questo genere letterario, non costretto a restrizioni o vincoli di sorta, ha goduto di un maggiore impulso, sia dal punto evolutivo che di interesse da parte dei lettori. Proprio dal secondo dopoguerra in poi i gialli di De Angelis sono stati praticamente sommersi dalla produzione del mondo anglosassone e dalla monumentale figura di un Maigret francese balzato alla ribalta anche come protagonista di fortunate riduzioni televisive – Gialli, noi, thriller, fino alla più moderna spy-story, hanno in pratica invaso editoria, librerie e biblioteche sia pubbliche che domestiche ma decretando il monopolio di una produzione di autori stranieri.

Vero è come afferma Luca Crovi, che il giallo << È territoriale, perché racconta tutta l’Italia, città per città; ed è sociale, perché è in grado di restituirci mirabilmente l’evoluzione del Paese”, dunque non è giustificabile l’assoluta dimenticanza di un autore che può riproporci sotto molti aspetti la congerie di un’epoca ancora oggi così discussa e discutibile. Augusto De Angelis con il suo commissario De Vincenzi editorialmente rimane un vuoto di memoria, a cui la casa editrice Sellerio con la sua riproposta de Il mistero delle tre orchidee, corredata da una bella postfazione di Beppe Benvenuto, cerca ammirevolmente di rimediare.

 

 

 

 

 

Vern Sneider, un autore inatteso e dimenticato

“La casa da tè alla luna d’agosto” – Aldo Martello editore, 1957

di Emma Pretti

Solo non poco tempo fa, per la scomparsa di alcune personalità molto note, membri di famiglie industriali importanti, politici e attori, le cronache ci informavano dei diverbi nati intorno alle loro eredità. Sui quotidiani, spesso in prima pagina, si susseguivano particolari dettagliati e a volte contrastanti (come spesso succede in questi casi) e parlavano di scontri legali, aspre controversie, accapigliamenti. Soprattutto confermavano che sono i patrimoni a smembrare le famiglie. Possono consistere in grandi patrimoni, notevoli fortune, numerosi beni mal suddivisi, ma non necessariamente: liti interminabili nascono anche su piccole fette di torta difficili da spartire, si può litigare per una vecchia utilitaria ferma da anni o una casa colonica abbandonata e ormai in rovina, così come per un pietoso appartamento in periferia infestato da topi e blatte. Proprio come i predatori nella savana, nessuno vuole restarne fuori e abbandonare il bottino, sia pure una semplice carcassa.

La mia esperienza personale sui lasciti conferma tutto ciò ed è il motivo che mi ha portato ad apprezzare immensamente il ritrovamento dei due volumi dimenticati di cui ho parlato in un precedente articolo; la scoperta li ha circondati di una luce speciale, arricchiti di un valore affettivo intimo, come se fossero stati custoditi e conservati solo per me, perché un giorno li ritrovassi; un dono estraneo che nessuno si è sognato di rivendicare, lontano da linee di successione, leggi patrimoniali, notai, fratelli famelici e sorelle che trasmutano in sorellastre avide, pretese d’ogni sorta. Qualcosa di esclusivo da godermi in santa pace.

Sfogliando il volume opaco, dal cartoncino segnato dal tempo, edito da quello che un recente saggio della Giunti del 2024 titola Aldo Martello, un editore dimenticato del Novecento, tutto mi sarei aspettata di trovare tranne un romanzo con tono e posizioni così inaspettate. Lo scrittore è Vern Sneider, autore del romanzo La casa da Tè alla luna d’agosto. Le poche e laconiche notizie ricavate da Wikipedia indicano l’autore come nato nel Michigan e arruolato nell’esercito statunitense come ufficiale subito dopo gli studi universitari. Fu membro di una squadra militare governativa che sbarcò a Okinawa nell’aprile del ’45. Qui Sneider divenne comandante del villaggio di Cobaru. Che altro aspettarsi se non un romanzo di guerra?  Pensate un po’ che sorpresa quando dopo le prime quindici righe ho cominciato davvero a divertirmi.

La trama necessita di un riassunto piuttosto dettagliato.

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, l’esercito americano occupa l’isola di Okinawa con l’obbiettivo di “rieducare” la popolazione locale secondo i valori democratici e occidentali. Nel quartier generale del Military Government Camp Team C-147, il colonnello Purdy è ben intenzionato a eseguire alla lettera le direttive e raggiungere lo scopo prefissato dalle alte sfere. Il colonnello Purdy, un ottuso bietolone, si aggira negli uffici del quartier generale con in testa questo unico proposito. Poco distante il capitano Fisby riceve il compito di guidare il villaggio di Tobiki verso la “modernizzazione” costruendo una scuola in stile americano e diffondendo il modello democratico. Fisby vivacchia comodamente nella tranquillità del paesino, occupandosi il minimo indispensabile solo delle questioni più importanti, in questo supportato dal suo assistente e traduttore locale Sakini. Un isolano benestante offre in dono al capitano due delle più famose gheishe della regione. Questo singolare, impensabile e sconcertante regalo innesca una serie di avvenimenti a catena che sconvolgono completamente la placida e sonnacchiosa routine del capitano, che fino ad allora si era guardato bene dallo smuovere le quiete, anche se improduttive, abitudini del villaggio. Tra fraintendimenti, resistenze e progressive demolizioni di pregiudizi, nel villaggio di Tobiki si comincerà a costruire un Cha ya, vale a dire …<<casa dove tutti sedere a prendere tè e gheishe cantare e danzare, capo. E tutti ridere e stare allegri>>..

La costruzione del Cha ya diventa il motore che porterà nel villaggio di Tobiki una vera rinascita economica, attraverso tutta una serie di collaborazioni e scambi commerciali con gli altri villaggi, i porti, le attività artigiane ecc…

Il capitano Fisby, dapprima decisamente riluttante, invece di costruire la scuola, seguirà i paesani nella decisione di realizzare una casa da tè tradizionale – la “casa da tè alla luna d’agosto” – che diventa il centro della vita comunitaria e simbolo di armonia.

          Da recensioni frettolose – purtroppo recenti e probabilmente troppo influenzate da ideologie politiche mal digerite, è stato liquidato come semplice e gradevole romanzo d’intrattenimento, ma The Teahouse of the August Moon (1951) si dimostra in realtà molto più di questo. In tutta sincerità mi domando come quest’opera sia finita nel dimenticatoio e mai più ripescata, proprio in un periodo come il nostro dove il colonialismo delle grandi potenze si è espresso con atteggiamenti ancora più aggressivi, penetranti e invasivi che in passato.

La casa da tè alla luna d’agosto si dimostra una satira leggera e intelligente sull’imperialismo culturale e sull’arroganza occidentale. Attraverso un tono comico e personaggi affettuosi, Vern Sneider rivela come la “democratizzazione forzata” spesso si scontri con culture diverse e tracci un cammino difficile, dai risultati fallimentari, e come solo la comprensione reciproca che nasce dal rispetto e dalla curiosità possa far nascere buoni frutti, buoni per tutti.

Quanti fallimenti rovinosi a causa di approcci maldestri, atteggiamenti troppo rigidi e incapaci abbiamo adesso sotto i nostri occhi, fallimenti che hanno portato le potenze ad atti di forza, uccisioni, violenti cambi di regime e repentini voltafaccia che hanno distrutto intere regioni gettandole nel caos, nella miseria di economie snaturate e completamente smembrate?

Il romanzo è divertente, ironico, umano. Sin dai primi capitoli, il lettore attuale – come me ormai disabituato alla leggerezza, e ignaro della trama – comincia a sorridere divertito e disorientato allo stesso tempo. A cominciare dal Colonnello Purdy, il classico grand’ufficiale dell’esercito, miope e completamente privo di intuizione, che si pavoneggia tronfio del suo ruolo del tutto insulso:

Era alto, dritto e asciutto, proprio come dovrebbe esserlo un colonnello. La sua uniforme kaki era ben stirata e inamidata.

…Il piccolo gruppo, riunito in atteso sulla soglia, si fece rispettosamente da parte per lasciare il passo all’autorità. …il Colonnello Purdy aprì il corteo, seguito da tutti i suoi ufficiali in fila indiana. –

 Gli stessi ufficiali che lo blandiscono ritenendolo un vero impiastro – E ancora: 

…Dopo che il Colonnello Purdy aveva vietato il gioco d’azzardo, confiscando dadi e carte, il soldato semplice Gregovich aveva ideato un nuovo gioco, consistente nel gettare nottetempo una manciata di sassolini contro le tende degli ufficiali e dando poi l’allarme aereo.

Non mancano momenti (pochi comunque) dove si intravede uno certo sguardo paternalistico, subito stemperato da passaggi come questi:

… Che poteva fare quella gente contro un invasore? Certo, nient’altro che accettare quello che le veniva imposto. Non era che un piccolo popolo su di una piccola isola. Per la prima volta, Fisby si rese conto di essere anch’egli un invasore. E si accigliò.

 Con l’aiuto dell’abile assistente Sakini, sveglio e capace, che conosce sia i suoi connazionali che gli americani, il capitano Fisby s’immerge nel flusso della vicenda che sviluppandosi prende i tratti di una vera e propria avventura. Invitato come ospite principale nel Cha ya arriverà ad essere catturato dall’atmosfera e dallo stile di vita giapponese.

…. Fisby si dispose a godersi la bellezza che lo circondava…Sissignore, era molto piacevole starsene seduti in un giardino del genere. Era un’abitudine che, in America, avrebbe evitato molte ulcere gastriche e molti collassi nervosi. Ci si sentiva come rinascere, e quella pace…

 Pochi trascurabili punti potrei indicare come difetti, più che altro dovuti alla differenza degli anni intercorsi. La scrittura non è così asciutta, rapida e stringata come al giorno d’oggi siamo abituati. Inoltre, l’insistenza con cui descrive lo sviluppo di contatti e scambi commerciali può alla lunga sembrare ripetitiva ma in realtà si dimostra funzionale allo scopo di spiegare come liberare la mente da atteggiamenti di superiorità, pregiudizi e abbandonare schemi rigidi, produca una fioritura di opportunità decisamente positive. In definitiva Sneider, fondendo esperienza personale e sensibilità interculturale, ha dato forma a un romanzo brillante e attuale, che invita a riflettere sorridendo – E le riflessioni che questo testo mi ha suggerito sono diverse e radicate nella nostra realtà.

Procedendo nella lettura, tra un sorrisetto e l’altro, mi chiedevo com’era l’America di quegli anni. Il romanzo fu pubblicato nel 1951 – siamo in epoca maccartista, un periodo che gli anni Settanta hanno descritto come tetro, improntato all’oscurantismo e alla caccia alle streghe contro i simpatizzanti di sinistra, veri o presunti, e gli avversari politici o chiunque sostenesse tesi non conformi alla linea governativa e giudicati col metro di un anticomunismo radicale. Di fronte a quest’opera mi interrogo su come fossero veramente gli Stati Uniti in quel momento  per accogliere e premiare con grande consenso di pubblico e critica un libro con simili argomenti, non certo allineati con la corrente politica predominante – Vero è che la vicenda nei suoi snodi e intrecci risulta essere un vero manifesto al liberalismo economico e alle innumerevoli opportunità create da interazioni culturali e commerciali, quindi indiscutibilmente adatta a essere socialmente e politicamente accettata. Il suo successo si è protratto negli anni seguenti con diversi riadattamenti, come film, musical, e come opera teatrale che vinse il premio Pulitzer per la drammaturgia nel 1954 (il romanzo già di per sé contiene numerosi quadri di impianto scenico) – Com’era allora l’America, come si è trasformata, e dove sta andando… o semplicemente non è mai cambiata nelle sue linee guida? – Molto più probabile che negli anni successivi al secondo grande conflitto che, anche se vissuto in modo trasversale, aveva fatto sentire le sue crudezze e mostrato grandi tragedie, la società sentisse un gran bisogno di pacificazione e cooperazione, proprio i temi proposti con levità e sottile satira da Sneider nel suo romanzo. Possibile che le ideologie pacifiste straripate poi negli anni Sessanta e Settanta abbiano completamente insabbiato un’opera come questa, che ai nostri occhi suona ancora oggi così spregiudicata e discordante rispetto alle linee d’azione predominanti?

La sorpresa più grande è stata trovarmi immersa in un’atmosfera brillante, ironica e intelligente, che porta avanti una critica profonda senza per questo sacrificare il piacere di una lettura divertente.

Quand’è che siamo diventati così grevi, quand’è che abbiamo cancellato la satira e dimenticato che l’umorismo è una forma d’intelligenza che irrita soltanto gli idioti?

Non parlo del sarcasmo, sempre troppo polemico e aggressivo, capace solo di mettere le parti una contro l’altra, né della parodia, troppo spesso incline alla volgarità o al tono denigratorio che sconfina nell’invettiva. Intendo piuttosto quell’umorismo vivace e arguto, capace di mostrare il lato ridicolo delle persone e delle situazioni, senza schierarsi ideologicamente né sostenere posizioni morali consolidate e conformi – o peggio ancora, sposare un’ideologia per promuovere solo quella.

Il panorama della letteratura umoristica odierna non è solo desolante, è desertico. Sorvolando sui libri dei comici proliferati negli anni ’80 e ’90, l’ultimo scrittore satirico di costume è stato e rimane Paolo Villaggio, anche se la sua vena arguta non si mantiene sempre tale e spesso cade nel patetico. I suoi libri, oscurati dalla fama dei film, sarebbero da riscoprire.

Oltre a La casa da tè alla luna d’agosto, Sneider nel 1953 scrisse A Pail of Oyster, una vicenda ambientata a Taiwan durante gli anni del “White Terror”. Il romanzo fu vietato per decenni a Taiwan ed è oggi considerato una delle opere in lingua inglese più importanti sull’isola. Un’opera seria, impegnata, di grande valore storico e civile. Altri lavori includono A Long Way from Home and Others Stories, The King of Ashtabula e West of the North Star, che però non ottennero il successo dei precedenti, e forse finirono per offuscare la fama raggiunta inizialmente.

I due maggiori romanzi comunque dimostrano il suo costante interesse per le relazioni umane e i contesti culturali durante i processi di trasformazione.

Il romanzo apparve in Italia nel 1957 e il volume ha anche il merito di aprire una finestra su un’esperienza editoriale del periodo. Venne pubblicato nella collana La Piramide da una casa editrice minore la Aldo Martelli Editore – Aldo Martello (1910-1995) fu un editore milanese colto ed estroso, ma oggi completamente dimenticato. Negli anni Settanta la sua casa editrice si fuse con la Giunti, ed è proprio grazie alla Giunti che è ancora possibile trovare un saggio che ne ricostruisce la storia, fino ad oggi sconosciuta, dai primi anni di vita della Martello e in seguito fino all’incontro con Giunti e dei suoi sviluppi, utilizzando materiali originali d’archivio, repertori e carteggi coevi, libri usciti in un passato ormai lontano ma spesso sorprendentemente attuali, come il romanzo di Vern Sneider.

Nel volume Aldo Martello, un editore dimenticato, a cura di Aldo Cecconi e Carla Ida Salviati, allo scavo di quell’esperienza culturale e imprenditoriale, che produsse un vasto catalogo di carattere generalista, sono stati chiamati studiosi specialisti dei vari settori disciplinari.

Il saggio si propone di far emergere un tassello fondamentale anche se poco noto della storia editoriale e imprenditoriale nel nostro paese.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Su “Il regno doloroso” di Paolo Valesio


di Emma Pretti
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Un Giovanni Pascoli inatteso

Giovanni Pascoli dal nido al cosmo”
saggio di Bruno Nacci 
(Edizioni Ares 2024)

Presentazione e nota di Emma Pretti

Pascoli stornellatore e poeta dalle facili rime. Pascoli dall’espressività minore che canta troppo spesso lacrimosi sentimenti famigliari. Poeta bloccato nella nostalgia di un’infanzia troppo presto interrotta. Pascoli poeta delle “nonne” e della facile commozione. Continua la lettura di Un Giovanni Pascoli inatteso

Delle eloquenti distopie 2 – racconto di Michele Nigro

#Fantascienza ovvero I futuri possibili

di Emma Pretti

Fino alla prima metà degli anni ’70 la fantascienza scrutava e attingeva principalmente dal terreno delle invenzioni tecnologiche che avrebbero permesso le scoperte di nuovi mondi e nuovi territori planetari da esplorare, incontri con presenze aliene, di volta in volta amichevoli o minacciose. Verso gli anni ’80 l’incredibile accelerazione delle scienze tecnologiche, la rapidità incontenibile con cui le innovazioni si sorpassavano a vicenda hanno creato in questo genere letterario un po’ di sgomento, al punto da ridurne la forza propulsiva, ma nello stesso tempo lo hanno arricchito di sfaccettature e ulteriori problematiche, rendendolo sicuramente più denso di implicazioni. La fantascienza si è trasformata in un luogo di utopie/distopie, considerazioni filosofie ed etiche, paradossi sui nostri possibili futuri – regno delle possibilità, dove ogni direzione è pensabile poiché immaginata, ma non per questo improbabile. Da Philip K. Dick in poi la fantascienza ha inglobato nuove ramificazioni al punto da indurre qualcuno a definirla un sottogenere, intendendo come molte delle sue narrazioni fossero proiezioni in chiave avveniristica di questioni più pertinenti a disamine politico/sociali, psicologiche o extrasensoriali, e comunque più intimistiche. Anche se meno immaginifico e visionario, il genere resta comunque una proiezione al futuro di echi e tematiche presenti in nuce. Oserei dire che, sommersa da uno sviluppo tecnologico impensabile, la produzione si trova un po’ annichilita e sembra aver perso un certo numero di frequentatori, sia tra gli autori che tra i lettori, ma le opere presenti offrono contenuti densi di approfondimenti. Continua la lettura di Delle eloquenti distopie 2 – racconto di Michele Nigro

Due poesie da “La segreta isola di sale”

di Emma Pretti

Gli alberi non nati

La sostanza degli alberi non nati
è una carne tremula di cui
abbiamo sentito il fruscio
appeso alle orecchie,
un’idea rapida che sorpassa
se stessa nel buio trasparente.
Solo per un attimo aprirono gli occhi
per bere la nebbia corrotta del mattino.
Sono venuti per redimerci
e sparire, anch’essi coinvolti
nella crescita e seppelliti,
sulla strada verso nessun luogo,
che è il percorso migliore
perché non s’impara
né bisogna ricordare
Continua la lettura di Due poesie da “La segreta isola di sale”

L’amore arcobaleno

Lenore Kandel nella biografia di  Dianella Bardelli Come sono eccitanti gli uomini che ci spezzano il cuore –  Compagnia editoriale Alberti, 2022

  di  Emma Pretti

Parlare e ancor più scrivere d’amore mi crea sempre tutta una serie di idiosincrasie che mi portano a rifiutare l’argomento senza riserve. Per questo motivo mai avrei pensato di affrontare una recensione prprio intorno a un tema così inflazionato, ma la personalità della poetessa Lenore Kandel, presentata da Dianella Bardelli  nel suo ultimo libro “ Come sono eccitanti gli uomini che ci spezzano il cuore”, mi ha offerto diversi spunti che non ho potuto ignorare. Continua la lettura di L’amore arcobaleno

Molti (non “tutti”) scrivono, ma perché?

Due domande ad Adriano Barra

 

a cura di Ennio Abate

Riporto da FB spunto e primi commenti per una riflessione sulle cosiddette “scritture di massa” (o poliscritture?). 
o

Adriano Barra
Per una – un po’ inquietante, va detto – tendenza alla semplificazione, io, fra i miei rari amici amici elettronici, passo ormai per quello che sostiene che la letteratura è morta. A forza di sentirmelo dire, ho finito per pensare che devo spiegarmi meglio: urge una correzione, ecco. Dunque, quello che penso io non è che la letteratura è morta, ma semmai che è troppo viva, cioè che ce n’è troppa. Tutti scrivono, e, soprattutto, tutti pubblicano, E poi ne parlano, e poi commentano, e poi si lodano, e poi si imbrodano, e poi se ne hanno a male, se qualcuno dice che non gli piace. È un putiferio, un bailamme, un casino infernale. Così, alla fine, viene solo voglia di fare come i giocatori della nazionale tedesca di calcio – vedi foto -, viene voglia di tapparsi la bocca. I giocatori della nazionale tedesca di calcio dicono che l’hanno fatto per protestare contro l’omofobia del paese che ospita i mondiali. Mah. Quando uno sta zitto corre sempre il rischio di essere equivocato. Ma, visto che si è equivocati anche quando si parla, allora meglio risparmiare il fiato. Meglio tacere. Meglio ascoltare, anzi, forse, nemmeno quello. C’è anche da dire che i tedeschi, poi, hanno perso. Ma forse, anche in questo caso, è meglio così: meglio perdere.

Continua la lettura di Molti (non “tutti”) scrivono, ma perché?

Su Thierry Metz

Thierry Metz, Dire tutto alle case, prefazione di Mia Lecomte,
Interno Poesia Editore 2021

di Emma Pretti

<<…Gli outsiders sono perdenti per definizione. Non scelgono mai i luoghi e le date giuste per nascere, creare, amare, morire. Vivono in mondi paralleli. E hanno sempre l’indirizzo sbagliato…>> Continua la lettura di Su Thierry Metz

Da “La segreta isola di sale”

Da “ Il mare all’Estaque dietro agli alberi” di Paul Cézanne

di Emma Pretti

La danza degli alberi
 
Per tutto il giorno il vento
ha preparato un temporale,
ma il temporale non è arrivato.
Adesso ch’è buio gli alberi
continuano a scuotersi al vento
tagliente.
La notte è tersa e i loro profili
ondeggiano maestosi e piumati.
Al fresco fogliame di primavera
il vento non dà tregua.
La sua voce al mio sonno
non dà pace.
La danza degli alberi,
la coercizione del vento.
Un coro di tuoni e lampi
in lontananza.
Un’antica tragedia nell’aria,
davanti alla mia finestra
per tutta la notte.
 
 
 
Continua la lettura di Da “La segreta isola di sale”