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Rivoluzione o eversione?

Riflessioni di un pacifista-nonviolento sulla lotta armata (2)

 di Lorenzo Galbiati

 Nel precedente articolo1 ho sostenuto citando Davide Steccanella che gli anni della lotta armata non hanno portato al fallimento di una rivoluzione, quanto piuttosto a una “rivoluzione mancata”.
Come considerare allora le azioni di lotta armata, visto che non si sono svolte all’interno di una rivoluzione – o meglio, visto che volevano essere il preambolo di una rivoluzione che non si è mai verificata? I già citati Beppe Corlito ed Ennio Abate hanno parlato rispettivamente di “terrorismo” e di “piccolo gruppo anche, ma non subito, terroristico” e hanno inserito queste azioni di lotta armata “terroristica” all’interno di un movimento partito nel Sessantotto che hanno contribuito a stroncare. Di fatto, negli anni Settanta e Ottanta ci sono state molte decine di aggressioni armate omicide o invalidanti che non hanno portato a nessuna parvenza di condizione storica rivoluzionaria (e nemmeno pre-rivoluzionaria). A esser onesti e schietti, concretamente quelle aggressioni hanno portato soltanto alla morte o all’invalidità delle persone colpite. E le persone colpite, se le consideriamo nella loro irriducibile individualità, sono state scelte non solo (e forse non tanto) per il ruolo pubblico che ricoprivano, ma anche per una logistica organizzativa che dipendeva più dalla accessibilità dei soggetti che dal loro pensiero o operato politico. Il caso Moro è emblematico, in questo senso: nell’ideare il “colpo al cuore dello stato” le Brigate Rosse hanno deciso di sequestrare il presidente della Democrazia Cristiana perché, rispetto ad Andreotti e a Fanfani, il percorso in auto che compiva per recarsi in Parlamento era più periferico e facilmente attaccabile. Non si è trattato di una scelta politica, i brigatisti non volevano rapire Moro in quanto teorico del “Compromesso storico”, per loro non c’era alcuna differenza tra lui, Fanfani e Andreotti: erano tutt’e tre democristiani di prim’ordine che si erano distinti nel dare un indirizzo alle politiche governative italiane che confliggeva con i desiderata degli aspiranti rivoluzionari. Erano, semplicemente, tutt’e tre esponenti importanti del cosiddetto “Stato Imperialista delle Multinazionali (SIM)”.
Se quindi la violenza politica dell’epoca non è inquadrabile in un contesto di violenza rivoluzionaria, viene da chiedersi se non possa definirsi violenza terroristica, come ha sostenuto Corlito e, in parte, Abate.
Per rispondere a questa domanda prendo in considerazione le interviste a due personaggi che, secondo me, hanno prodotto riflessioni notevoli sulla lotta armata a partire da fronti opposti. La prima intervista è a un ex di Potere Operaio poi ex brigatista, tra i primissimi a dissociarsi dalla violenza rivoluzionaria.
Nel 2010, Valerio Morucci, risponde così alle seguenti domande2:
“Sei un ex-terrorista?
No, sono un ex rivoluzionario.
C’è differenza?
Il terrorista non vuol fare la rivoluzione, a volte la rivoluzione usa il terrorismo ma è un’altra cosa. Togliatti usava la parola ‘terrore’ nelle sue direttive ai Gap, voleva che i gerarchi fascisti fossero terrorizzati nell’uscire di casa ma non era certo un terrorista. La parola terrorismo è usata in ambito comunista come metodo di combattimento ma il terrorista puro non è un rivoluzionario.
In passato sei stato comunista?
Certo.
Adesso?
Bella domanda… Ora non c’è più niente. Sono ancora comunista perché ritengo che l’enorme potenza produttiva fornitaci dalla tecnologia debba essere usata per il benessere del popolo e non per il profitto dei capitalisti. Questo ragionamento minimale ha più in comune con le radici del comunismo che con il comunismo storico. È un comunismo delle società arcaiche che ha solo alcuni punti in comune con quello che conosciamo oggi.
Ti sei mai personalmente ispirato ad un politico?
Lenin sopra tutti, per la sua straordinaria intelligenza, capacità tattica per far sì che il suo progetto incontrasse la storia. Lo ammiro anche dopo che ho capito che era (in senso bonario) “il più grande figlio di puttana della storia”.
[…]
A 30 anni di distanza ti fai delle domande sul tuo passato? Cosa pensi di quello che fu il movimento rivoluzionario?
Certo che mi pongo domande e mi rispondo che abbiamo preso una cantonata assoluta. Portati da circostanze avverse, probabilmente avverse solo per “qualche metro”, quella distanza minima che è diventata incolmabile, ci ha portato ad una disfatta storica. Abbiamo agito in un’epoca storica applicando gli strumenti della precedente e questo è stato un errore madornale. Non è successo tuttavia per la nostra incapacità.
Agire con strumenti delle epoche precedenti è il classico difetto di ogni movimento politico e rivoluzionario che, ogni volta, utilizza strumenti già vecchi. In un movimento enorme, come quello della stagione degli anni di piombo, è stato già tanto fare qualcosa, mettere mano ad un progetto e non seguire semplicemente l’onda.
[…]
Se per pura ipotesi, tra gli anni ‘70 e ‘80 ci fosse stata la rivoluzione proletaria e Valerio Morucci fosse diventato Presidente del Consiglio, come avrebbe riformato l’Italia?
Avrei fatto un sacco di stupidaggini, sarei stato il “Brunetta” della situazione. Avrei agito pensando che con la volontà e con l’imperio si potessero risolvere i problemi che, in Italia, sono secolari.
Non c’è uno Stato in questo Paese, non è mai stato fondato. Lo Stato Italiano è un’idea, una finzione che non esiste ancora nella realtà. […]
Detto questo, non ci credo che durante le riunioni della colonna romana dele Br non ci fosse qualcuno che avesse idee sul cosa fare una volta preso il potere…
Io non ci pensavo e come me non credo lo facessero gli altri.
Ma almeno pensavate di vincere?
Sì. Alla lunga immaginavamo fosse possibile, anche se in realtà è più bello e più affascinante essere perdenti. Vincere vuol dire governare e il rivoluzionario non è adatto a governare. Anche il “Che”, ad un certo punto, ha lasciato perdere la sua carica di Ministro a Cuba ed è ritornato a fare quello che sapeva fare meglio. C’è un motivo per cui, alla fine, le rivoluzioni sono tutte fallite: i rivoluzionari, una volta giunti al potere e non sapendo governare, hanno lasciato spazio ai politici più avvezzi e smaliziati che hanno riportato tutto allo status quo precedente, magari con un diverso colore politico che però, nei fatti, annichiliva la rivoluzione.
I rivoluzionari hanno un grande fuoco rivoluzionario ma sono inadatti a governare, gli “altri” non hanno fuoco rivoluzionario ma sono adatti a governare. È ovvio allora che le rivoluzioni falliscono.
Prendiamo Che Guevara come esempio: non voleva governare o non era in grado di farlo?
Non era in grado, non sapeva scendere a compromessi e agli equilibri che governare richiede. Un rivoluzionario agisce proprio per rompere la mediazione politica, gli riesce difficile una volta al potere, fare quello che per una vita ha tentato di distruggere.
[…]
Perché avete ucciso l’on. Moro? Da vivo, egli avrebbe certamente contribuito (molto di più di qualsiasi colonna brigatista) al disfacimento di quella politica che odiavate…Questa è la giustificazione politica che usammo io e Adriana Faranda con Moretti. Io personalmente non lo volevo uccidere, perché Moro era un prigioniero ed un prigioniero, soprattutto se hai letto le sue lettere dal carcere, non si uccide: è un principio etico fondamentale.
Se uccidi un prigioniero sei un criminale, non un rivoluzionario.”

L’intervista di Morucci è ricca di spunti e riflessioni. Pur avendo criticato l’operato dei lottarmatisti e aver condannato le tante azioni violente omicidiarie o invalidanti delle Brigate Rosse (parlando talvolta anche di “terrorismo” nel suo libro “La peggio gioventù”, Ed. Rizzoli3), Morucci rivendica ancora la spinta iniziale che l’ha mosso, ossia il voler fare la rivoluzione – così come ancora oggi un altro dissociato, Franco Bonisoli, nei suoi incontri di giustizia riparativa con i liceali, afferma: “Volevamo cambiare il mondo”.
Il rivoluzionario non è un semplice terrorista perché ha come obiettivo il cambiamento della società, usando all’occorrenza anche mezzi terroristici. Così come mezzi terroristici sono stati usati nelle lotte di liberazione anticoloniali (avviene oggi in Palestina) e nelle lotte di liberazione dall’invasore straniero – è successo perfino nella Resistenza partigiana.
Morucci, inoltre, con l’affermazione “Abbiamo agito in un’epoca storica applicando gli strumenti della precedente e questo è stato un errore madornale”, sembra evidenziare il fatto che la rivoluzione leninista non è più storicamente praticabile.
Se confrontiamo la risposta di Morucci sull’essere terroristi o rivoluzionari con il pensiero del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, troviamo una singolare e significativa convergenza; infatti, nell’intervista televisiva di Enzo Biagi (7 marzo 1981)4, alla domanda:
Chi è un terrorista? dalla Chiesa risponde dimostrando tutta la sua comprensione del fenomeno:
“Io vorrei azzardare una distinzione iniziale, tra terrorista ed eversore. Terrorista può essere anche un caso isolato, un anarchico, certamente non inserito in un processo che abbia alle sue spalle un retroterra culturale e davanti una strategia da condurre in porto. L’eversore invece lo vedo inserito, non solo in un retroterra, chiamiamolo ideologico, ma anche innestato in una strategia che, con la violenza, vuole affrontare, distruggere le istituzioni dello Stato.
Chi sono i terroristi che ha incontrato?
Ho conosciuto Peci e Barbone perché mi hanno mandato a chiamare.
[…]
Perché pensa che Peci abbia voluto vedere proprio lei?
Io penso che, diciamo, da eversore, da combattente su un fronte, abbia inteso andare alla ricerca di chi sull’altro fronte rappresentava qualche cosa per lui.
[…]
Il ’68 è stato o no una fabbrica di terroristi? Sono molti quelli che provengono dal mondo universitario?
Io ritengo che il ’68 non sia stato né una fabbrica, né l’unica matrice del terrorismo. È certo però che molti docenti universitari degli anni successivi, sono nati, provenivano dal ’68. E indubbiamente abbiamo avuto docenti che hanno insegnato, hanno prodotto sinossi, le hanno imposte ai loro studenti con il consenso, anche se tacito, della scala gerarchica, in cui si insegnava la guerriglia, si insegnava a rubare. E mentre questo accadeva, le aule magne delle università di Stato venivano usate dagli apologeti della forza e della violenza per istigare contro le istituzioni dello Stato, che concedeva le aule.”
Dalla Chiesa dunque non minimizza né delegittima il fenomeno della lotta armata, lo prende anzi sul serio nei suoi motivi fondanti. E di fronte a un Biagi che, rozzamente, insiste nel chiamare terroristi i lottarmatisti, dalla Chiesa manifesta un’attenta decifrazione delle dinamiche politiche e psicologiche intrinseche al costituirsi come militanti di formazioni armate rivoluzionarie.
D’altro canto, proprio perché prende sul serio i lottarmatisti, dalla Chiesa ricorda che l’agire rivoluzionario per le leggi democratiche della convivenza civile si configura come “eversione”, poiché mira “a distruggere le istituzioni dello stato”. Ne consegue che considerare la lotta armata portatrice di istanze rivoluzionarie significa abbracciare una prospettiva illegale ed eversiva. Davanti allo specchio della legalità, della giustizia somministrata in nome del popolo italiano, una “rivoluzione mancata” si riflette come una “eversione mancata”.
In altre parole, chi si professa a favore della creazione di un movimento che porti a una rivoluzione leninista, dovrebbe chiedersi se oggi, nelle democrazie occidentali (e non nella Russia post-zarista con un governo provvisorio in competizione con i soviet), quel movimento non si prospetti come un tentativo eversivo destinato a ridurre le libertà individuali e associative.

 

FONTI:

 

 

 

 

 

Una rivoluzione mancata?

Riflessioni di un pacifista-nonviolento sulla lotta armata (1)

 di Lorenzo Galbiati

Il libro che mi ha più aiutato a “fare ordine” durante il mio studio della violenza politica (o rivoluzionaria?) in Italia è stato “Gli anni della lotta armata” di Davide Steccanella (Bietti, Nuova edizione ampliata, 2022)1.
Steccanella è un famoso avvocato milanese, che ha difeso lottarmatisti del calibro di Lauro Azzolini e Cesare Battisti. Amico di Barbara Balzerani e di Paolo Persichetti, nella sua bacheca Facebook ho letto molte discussioni significative, protagonisti alcuni ex militanti della lotta armata e molti ex compagni di quel movimento della sinistra extra-parlamentare che ha caratterizzato le manifestazioni di piazza degli anni Settanta. Suo è anche il libro “Milano e la violenza politica 1962-1986. La mappa dei luoghi della città e i luoghi della memoria” (Milieu, 2025)2.
Nel testo “Gli anni della lotta armata” Steccanella ripercorre anno per anno la storia dell’Italia dal 1969 fino al 1989, elencando in modo cronachistico e tendenzialmente asettico tutte le azioni armate compiute dalle varie formazioni della sinistra extraparlamentare. Nelle note di fine capitolo, cioè poste alla fine di ogni anno, approfondisce con descrizioni puntuali il ruolo avuto dalle varie organizzazioni armate e la biografia dei principali esponenti del lottarmatismo. Il capitolo finale “1990-2022 – Da un secolo all’altro” elenca gli ultimi vagiti della violenza politica italiana, arrivando fino al caso Cospito.
Da quest’ultimo capitolo possiamo desumere che la lotta armata, in Italia, riguarda soprattutto il ventennio 1970-1990. Non è un caso, infatti, che a livello giornalistico il primo e insuperato tentativo di ricostruire gli “Anni di piombo” e di tratteggiarne un bilancio politico sia andato in onda sulla Rai tra il 1989 e il 1990 con la trasmissione “La notte della Repubblica” di Sergio Zavoli, a tutt’oggi fonte documentaria di grande valore, se non altro per i filmati di repertorio e le interviste a molti protagonisti di quegli anni3.

Il testo di Steccanella ha un sottotitolo che mi ha fatto molto riflettere: “Cronologia di una rivoluzione mancata”. Una rivoluzione mancata: non fallita, non sconfitta – si è fermata prima del giudizio della storia. Se è stata una rivoluzione, lo è stata solo nella sfera mentale delle aspirazioni dei lottarmatisti.
Capire dunque quale rivoluzione è stata “mancata”, piuttosto che “fallita”, è una questione dirimente per la comprensione di quegli anni, che non a caso sono chiamati, alternativamente, “Anni della lotta armata” (Steccanella) oppure “Anni di piombo” (Zavoli), espressioni a cui ho voluto dare risalto perché sottintendono rispettivamente:
– l’aspirazione alla rivoluzione
– il terrorismo rosso
ossia due giudizi storici spesso incompatibili, poiché inseriti in paradigmi interpretativi rigidamente impostati (ideologici).

Il confronto avvenuto su Poliscritture tra Ennio Abate e Beppe Corlito mi sembra esemplare per la comprensione dei termini in questione. Corlito è autore, insieme a Romano Luperini (recentemente scomparso), de “Il sessantotto e noi – Testimonianza a due voci” (Castelvecchi, 2024)4 di cui Abate ha parlato su Poliscritture il 26 maggio 2025 nell’articolo “Compianto sul Sessantotto”5. A seguito di questa recensione, Corlito ha risposto ad Abate il 21 giugno 2025 nell’articolo “Il Sessantotto è davvero morto?”6 scrivendo, tra l’altro:
«“Tutti sconfitti”, scrive Abate. Così diventa la notte in cui tutte le vacche sono nere e si vede solo buio davanti agli occhi. Soprattutto si rischia di giustificare il terrorismo, che per noi è stata una delle due ganasce della tenaglia che ha stroncato il movimento. Dall’altra parte c’era la repressione dello stato (p. 119). Dobbiamo ricordare ancora la lezione di Lenin contro il terrorismo, che per noi allora fu una bussola decisiva. Inoltre, pur valutando la sconfitta delle varie ipotesi in campo, non dobbiamo dimenticare una modalità di giudizio decisiva, quella che Gramsci chiama nelle “Noterelle sul Principe” la “linea progressiva”, cioè quella che avrebbe permesso maggiormente il raggiungimento degli obbiettivi della classe operaia e della sua rivoluzione sociale. Il richiamo a considerare il “lato oscuro del 68”, che Abate non precisa ulteriormente, ci rimanda a questa prospettiva buia e cieca. Non trovo “oscuro” ciò che avvenne, se per questo intendiamo il passaggio alla lotta armata clandestina di quale esigua frazione del movimento. Mi sembra che è scritto chiaramente nel libro: fu il frutto di un errore di valutazione della fase, che non era rivoluzionaria e quindi imponeva realisticamente di privilegiare la lotta legale su quella illegale (è ancora la lezione leninista), e il conseguente avvitamento sulla riproposizione acritica e dogmatica del modello insurrezionalista. Era possibile un recupero del potenziale rivoluzionario del BR come tentarono alcuni leader di Autonomia Operaia? Direi proprio di no. […] Non mi pare che la lezione di Lenin fosse così indulgente verso i terroristi della sua epoca.»

Dai termini che ho evidenziato nel discorso di Corlito si può concludere che, secondo lui, il “movimento” partito nel Sessantotto aveva come obiettivo una rivoluzione leninista per il raggiungimento degli obiettivi della classe operaia che prevedeva una fase di lotta legale a cui sarebbe seguita la lotta illegale, ossia la lotta armata – la fase rivoluzionaria. I brigatisti hanno stroncato il “movimento”, facendolo fallire, poiché prediligendo la lotta armata in una fase pre-rivoluzionaria hanno provocato atti terroristici. Dal che si presume che la lotta armata agita dalle Brigate Rosse è da considerarsi o meno terrorismo solo in base alla fase storica in cui viene applicata. Non vi è, in questo giudizio sulla violenza politica, alcun criterio di tipo etico o giuridico o sociale. Ciò che è fallito è il movimento extraparlamentare, ed essendo mancata la rivoluzione, la lotta armata brigatista può essere considerata terrorismo.

Ennio Abate ha risposto a Corlito il 21 settembre 2025 con l’articolo “Speranza e violenza”6, dove si legge:
«Sì, ripeto: tutti sconfitti. Ma con varie responsabilità. E le responsabilità degli uni (i “lottarmatisti”) sono quelle di aver puntato esclusivamente alla lotta armata di piccolo gruppo (anche, ma non subito, terroristico), mentre quelle degli altri (sinistra storica e nuova sinistra) vanno cercate nella cancellazione o esorcizzazione della questione della violenza. E perciò, è ingiusto da parte tua parlare di «notte in cui tutte le vacche sono nere e si vede solo buio davanti agli occhi.». O di una intenzione da parte mia di «giustificare il terrorismo, che per noi è stata una delle due ganasce della tenaglia che ha stroncato il movimento.». Quello che non vedi o non volete vedere è che il movimento, anche senza il “terrorismo”, non sarebbe andato molto più oltre. E lo dimostra proprio il fallimento della nuova sinistra (come quello ben più grave del PCI)
Abate si discosta da Corlito perché addebita la sconfitta del “movimento” non solo ai lottarmatisti bensì anche alla sinistra storica, ossia al Pci o in generale alla sinistra parlamentare, per la sua “cancellazione o esorcizzazione della questione della violenza”. Sembra di capire che, secondo Abate, avendo la sinistra istituzionale scelto la via legalistica e democratica, il movimento iniziato nel Sessantotto, che prevedeva – citando Corlito – una fase legale e una fase rivoluzionaria (la lotta armata), era destinato al fallimento poiché non tutte le forze della sinistra erano unite nel perseguire la conquista del potere in modo rivoluzionario (cioè “violento”, visto che la critica riguarda la cancellazione/esorcizzazione della violenza).
Al di là delle mie opinioni personali (condivido l’idea che il “movimento” fosse destinato alla sconfitta anche senza il “terrorismo”, ma non per colpa della sinistra parlamentare, bensì proprio in virtù della trasposizione negli anni Settanta dell’idea leninista che prevede la conquista del potere in modo violento), le questioni che emergono sia dai testi di Corlito che di Abate sono almeno tre:
1) Il raggiungimento del potere da parte della Sinistra deve (o può) avvenire solo attraverso le fasi previste da Lenin, ossia in ultima analisi tramite una rivoluzione violenta?
2) La definizione di terrorismo deve basarsi unicamente sull’identificazione della fase storica in cui viene messo in atto? E, in questo caso, visto che è fallito il “movimento” e non la rivoluzione (che è “mancata”), com’è possibile identificare a posteriori una fase pre-rivoluzionaria in mancanza della successiva fase rivoluzionaria?
3) I giudizi etici o giuridici legati all’agire politico (alla violenza politica) dovrebbero essere sospesi in tutte le fasi pre-rivoluzionarie fino al raggiungimento, finora mai avvenuto nella storia, della società comunista come prefigurata da Marx? Questo non potrebbe portare alla completa eclissi di ogni etica e civiltà giuridica?

 

FONTI:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anni ’70. Sulla sconfitta della lotta armata.


Il problema della violenza nella storia (irrisolto? irrisolvibile in termini assoluti?) si ripropose nell’Italia degli anni ’70 del Novecento in termini di “falsa guerra civile” (Fortini)? Il principio pacifista avrebbe potuto suggerire pratiche che avrebbero evitato morti, sofferenze e  il “tramonto della politica” (Tronti)?  In “Aperte lettere” (2023) di Rossana Rossanda, di cui pubblicherò uno stralcio nei commenti, si legge una recensione ad “Extrema ratio”, libro di Fortini pubblicato nel 1990, dove la questione  dei “giovani delle lotte armate italiane” degli anni ’70, di cui torniamo a discutere  in Poliscritture, è posta nei termini in cui io pure credo di averla posta. E che Lorenzo Galbiati  non condivide e contesta. Forse nelle mie e nelle sue parole  – lui nato nel 1970,  io che sono del 1941 – ricompare uno scarto di cultura politica generazionale sul quale è bene riflettere. [E. A.]

di Lorenzo Galbiati

Raccolgo qui, schematicamente, alcuni pensieri spero ben ordinati che mi sono sorti leggendo l’articolo “Anni’70. Sconfitti sì, pentiti no.” (qui) e la lunga risposta a punti, sempre di Ennio Abate (qui), a un mio primo, improvvisato e soggettivo commento (qui). Continua la lettura di Anni ’70. Sulla sconfitta della lotta armata.

Nevio Gambula – Io sono Artaud

 

di Lorenzo Galbiati

Verona, venerdì 16 febbraio, ore 21. Teatro Modus. Sono seduto in ultima fila di fianco al mixer, dove è presente il tecnico del suono. Al momento c’è buio e silenzio. Tra poco andrà in scena Nevio Gambula in “Io sono Artaud – o dell’insurrezione di un corpo”. Testo di Gambula ispirato a scritti di Antonin Artaud e alla tragedia “Penthesilea” di Heinrich von Kleist. Regia e suoni di Gambula. Continua la lettura di Nevio Gambula – Io sono Artaud

Purtroppo…


da Poliscritture su FB

di Ennio Abate

Purtroppo anche la sua, Adriano Sofri, è retorica. Perché copre una contraddizione ormai conclamata. Tra la sua convinzione/speranza che Israele sia ancora “fino a prova contraria, un paese democratico” e, perciò, “interlocutore dei pensieri e dei sentimenti della gente del mondo” e i fatti di queste settimane che dimostrano – lo scrive lei pure – che “Nethanyahu ha fatto e sta facendo di tutto, oltre ogni misura, per mostrare di non essere un interlocutore”. Continua la lettura di Purtroppo…

Su “Immigratorio”. Un’intervista

Pubblico le due parti dell’intervista su “Immigratorio” (Ed. CFR 2011 di Gianmario Lucini) curata da Lorenzo Galbiati e comparse su CARTE SENSIBILI. [E.A.]

clicca QUI per leggere la Prima parte

clicca QUI per leggere la Seconda parte

clicca  QUI  per scaricare gratis IMMIGRATORIO

L’identità di Elly Schlein – o della sinistra?

di Lorenzo Galbiati

Chi è Elly Schlein? Cosa rappresenta? Che leadership potrebbe garantire al Partito democratico, se venisse eletta?

Non so dare risposte precise a queste domande. Conosco troppo poco Schlein. Continua la lettura di L’identità di Elly Schlein – o della sinistra?

Molti (non “tutti”) scrivono, ma perché?

Due domande ad Adriano Barra

 

a cura di Ennio Abate

Riporto da FB spunto e primi commenti per una riflessione sulle cosiddette “scritture di massa” (o poliscritture?). 
o

Adriano Barra
Per una – un po’ inquietante, va detto – tendenza alla semplificazione, io, fra i miei rari amici amici elettronici, passo ormai per quello che sostiene che la letteratura è morta. A forza di sentirmelo dire, ho finito per pensare che devo spiegarmi meglio: urge una correzione, ecco. Dunque, quello che penso io non è che la letteratura è morta, ma semmai che è troppo viva, cioè che ce n’è troppa. Tutti scrivono, e, soprattutto, tutti pubblicano, E poi ne parlano, e poi commentano, e poi si lodano, e poi si imbrodano, e poi se ne hanno a male, se qualcuno dice che non gli piace. È un putiferio, un bailamme, un casino infernale. Così, alla fine, viene solo voglia di fare come i giocatori della nazionale tedesca di calcio – vedi foto -, viene voglia di tapparsi la bocca. I giocatori della nazionale tedesca di calcio dicono che l’hanno fatto per protestare contro l’omofobia del paese che ospita i mondiali. Mah. Quando uno sta zitto corre sempre il rischio di essere equivocato. Ma, visto che si è equivocati anche quando si parla, allora meglio risparmiare il fiato. Meglio tacere. Meglio ascoltare, anzi, forse, nemmeno quello. C’è anche da dire che i tedeschi, poi, hanno perso. Ma forse, anche in questo caso, è meglio così: meglio perdere.

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I memoricidi della memoria selettiva

di Lorenzo Galbiati

Nella logica della critica dialogante che Poliscritture ha sempre praticato pubblico questo intervento di Lorenzo Galbiati, pur avendo delle riserve in parte già espresse in un mio precedente confronto con lui (qui). Le approfondirò nel corso della discussione che spero si apra e sia a più voci. [E. A.]

Continua la lettura di I memoricidi della memoria selettiva

Odio, propaganda, critica

Tabea Nineo, Dedicato a Liliana Segre, olio al 7 nov. 2019

a cura di Ennio Abate

Ennio Abate Ieri alle 07:40 · 

“c’è un principio d’odio generalizzato (paragonate il problema migranti con le limitazioni del ‘38 agli ebrei; la alfabetizzazione in aumento; le librerie bruciate; i cori razzisti e le messe sulla tomba di Mussolini) che si muove strisciando tra le case, nel silenzio dei potenti (politici, intellettuali, artisti), sempre e comunque a discapito dei più deboli e della Storia” (Benny Nonasky)

Direi, piuttosto, che c’è un’area politica vasta che utilizza l’odio per i suoi scopi e un’altra che non sa neppure più odiare quelli che l’hanno sottomessa e la stanno distruggendo (vedi – esempio tra tanti – Ilva Taranto). Non è l’odio in sé il problema ma per quali scopi viene governato. [E. A.]

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