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“Il piede sulla luna” di Michele Arcangelo Firinu

di Ennio Abate

Caro Michele Arcangelo,
ho letto il tuo libro fino in fondo e con piacere. Provo simpatia per i tuoi versi. Mi richiamano esperienze d’infanzia simili del secondo dopoguerra: la madre mediterranea, la povertà (…e mi cucivi/enormi e tonde pezze al culo[1]), persino i geloni (…e son felice / perché non sappiamo più che cosa sono i geloni[2]). E poi  una formazione cattolica rigettata, la militanza, le letture avide, la delusione politica. C’è in tutto il libro una grande sofferenza. Sei capace, però, di addolcirne poeticamente il peso attraverso un serrato dialogare. Lo provano le tante dediche ad amici o interlocutori ma anche una scrittura indirizzata ad una oralità calorosa tra il familiare e l’amicale.[3] Bella mi è parsa anche l’onestà con cui dichiari i limiti culturali della nostra generazione: “Questo vi lasceremo figli / mappe tesori / dei nostri sbagli”.[4] Continua la lettura di “Il piede sulla luna” di Michele Arcangelo Firinu

Infanzie

di Annamaria Locatelli

Quando gli inverni  erano tanto rigidi,
bambina,
di ritorno dalla scuola o dalla spesa,
sulla stufa di ghisa  strofinavo le dita
finché di geloni paonazze.
La legna crepitava, ma l’ampio locale
della vecchia osteria poco si scaldava…
Fortuna c’erano le ascelle della nonna
che non perdeva mai la sua postazione
sul treppiedi vicino alla fiamma
e, invitante,
accoglieva il pulcino intirizzito tra le sue ali
calde di piuma.
Dietro di me si formava la fila
per assaporare quel calore di chioccia...
 
Alla vecchia stufa il cuore batteva forte:
su un ripiano di ferro richiuso da uno sportello,
proprio vicino alle braci, gelosa, accoglieva
le ”schisette” di avventori infreddoliti
con la frugale cena
e dal ripiano di sopra profumava l’aria,
mescolando gli aromi
di cibi, di corpi, di fumo, di vino
a quelli d’arancia e di mandarino...
Era un vecchio trani del nord
intriso della terra del sud.
 
E di antiche storie
stufa, o nonna che sia,
raccontava:
di terre di briganti
di migrazioni per oceano
e di gelide contrade,
lei fragile precaria
il porto rosseggiante
in un’ansa ventosa