Da Renzo Tramaglino (meridionale) a Samizdat. Scavando nel mio ’68

di Ennio Abate

1. Che fatica dopo cinquant’anni! Cancellato un futuro possibile, appena intravisto, è – ahimé – ancora:

uno sputo catarroso/ il sessantotto/ non la calamita onniprensile/ che emergeva/ attraeva/ oggi si delira/ sotto puteolenti compromessi/ e su una montagna di surrealistica spazzatura/ famelici nouveaux philosophes/ rivendicano/ saccheggiano/ impacchettano/ quel nostro facile operaismo da pop-artisti della politica/ dimostratosi sterile lievito nelle fabbrichette di periferia/ e che ora in vaghi ghirigori viene offerto/ strenna drogata/ in mezzo a macerie/ recenti macerie

E a ben poco sono serviti studi e rituali celebrazioni allo scoccare dei precedenti decennali. Sarebbe forse meglio dimenticarlo il ’68 invece di continuare con il suo vilipendio, cominciato purtroppo con Pasolini e proseguito da troppi suoi sputazzanti nipotini. Una burletta di rivoluzione? Un dannoso arrembaggio di “semicolti” distruttori dell’università, della cultura, della stessa tradizione marxista? Una rivolta dei “figli di papà”? Nessun assalto al cielo o contestazione dei saperi di Das Kapital ma solo fisiologica modernizzazione americanizzante? Basta. Non ne posso più. Fatemi invecchiare scavando nel mio ’68.

2. Avevo 27 anni allora. Alle spalle «un passato/ orecchiato sommerso/ sprofondato assieme/ alla gente magramente contadina». E un contorto percorso che, nel ’62, mi aveva portato, interrompendo gli studi universitari a Napoli (primo anno di Lingue e letterature straniere), da Salerno alla Milano del boom economico; e poi a Cologno Monzese (la «Milano, Corea» degli immigrati di Danilo Montaldi o, per me, «il guanto rovesciato del Sud», «Colognom»). Altre contorsioni subito dopo.

Licenziatomi nel ’63 dal Comune di Milano dove ero stato assunto come impiegato, tornai per breve tempo studente di liceo artistico per inseguire una mia soffocata passione. («Vissi d’arte, vissi d’amore,/non feci mai male ad anima viva!»). Ottenni, nel ’65, l’abilitazione in disegno e poi l’ammissione all’accademia di Brera nel corso di scultura di Marino Marini. Ma l’anno prima ero già sposato. Avemmo subito un bimbo (1966) e una bimba (1967); e disponevamo soltanto del magro stipendio della mia giovanissima moglie, anche lei immigrata da Taranto. Che feci allora? Troncai pure gli studi artistici appena cominciati; e accettai, per la seconda volta, il primo lavoro che mi capitò: operaio notturnista alla SIP di Milano (poi Telecom). Qui altra contorsione. Incitato da colleghi studenti lavoratori, dal ’66 ripresi l’università riscrivendomi alla Statale di Milano, però a Lettere con indirizzo storico. Nel frattempo – tra il ’67 (morte di mio padre) e il ’68 (morte di mia madre) – la mia famiglia d’origine si disfaceva e l’unico mio fratello di qualche anno più giovane, saliva a Milano pure lui in cerca di lavoro. Venduto l’appartamento dei genitori veniva meno anche il legame materiale più solido con la Salerno della mia prima giovinezza.

3. Nel ’68 dunque, più anziano di moltissimi studenti, riapprodavo in un’università che stava diventando di massa. Lavoratore studente (o studente lavoratore) alla SIP, conobbi Francesco Forcolini. Si occupava del sindacato, praticava una strana cosa per me – l’entrismo nella CGIL – ma presto fu il fondatore di uno dei primi CUB, quello della SIP appunto. Le riunioni sul contratto dei postelegrafonici, alle quali m’invitò, non mi attiravano. Ci capivo poco o niente. Sempre lui mi introdusse, quasi come in una Carboneria ai suoi inizi, nel giro dei futuri fondatori di «Avanguardia Operaia». In Via Ausonio, dalle parti di Sant’Ambrogio, dove allora c’era la sede di una rivista che si chiamava «Falce e Martello», si tenevano un po’ di riunioni. Ad una si affacciò anche Giangiacomo Feltrinelli in compagnia di una donna elegantissima che portava al guinzaglio un levriero ancora più elegante. Quel clima da Carboneria che si respirava in quegli incontri un po’ mi attirava ma ero a disagio. Certi operai sindacalizzati, che rispettavo e un po’ temevo perché sapevo bene di essere un ignorante sulle questioni sindacali ed economiche, diffidavano di me. Sì, ero un lavoratore, un proletario, ma studente, e cioè un po’ una pecora nera nel loro ambiente. E così non legai molto. Fui, invece, immediatamente attratto dalle prime iniziative studentesche che portarono poi all’occupazione della Statale. L’occupazione, l’occupazione! Controllo sul Web: alla Statale iniziò il 23 febbraio 1968, mentre, tra gennaio e marzo ’67, a Milano c’era stata già quella di Architettura; e il 17 novembre, sempre del ’67, quella della Cattolica .

4. Ricordo non la data esatta ma alcuni particolari della prima manifestazione a cui partecipai nell’autunno del ’67: una veglia per il Vietnam, allora sotto i bombardamenti degli Stati Uniti. Di sera e fino a tarda notte in una cinquantina di studenti o più occupammo simbolicamente la Statale. Mentre si svolgevano trattative col rettore, rimanemmo tra i corridoi, l’atrio e il bar interno, che era in un sottoscala. Per la prima volta mi fu facile chiacchierare con studenti che prima mi erano del tutto estranei. Un piacentino, rimasto per me senza nome, aveva con sé Verifica dei poteri di Franco Fortini e mi consigliò di leggerlo. Un altro mi parlò de L’uomo a una dimensione di Marcuse. Conobbi anche Giuseppe Manenti, studente pure lui di Piacenza. Era dello Psiup e mi prestò la copia di una rivista a me ignota: il numero speciale sull’America latina che i «Quaderni Piacentini» avevano fatto insieme alla redazione di «Quaderni Rossi».

5. Franco Fortini – lo scrittore italiano di cui ho poi letto, credo, tutti i libri finora editi, che ho conosciuto di persona negli anni Ottanta e che molto ha influito sul mio orientamento politico e culturale – lo vidi per la prima volta proprio alla Statale occupata da pochi giorni. Doveva essere il 29 febbraio. Al pomeriggio c’erano stati attorno a via Festa del perdono scontri tra studenti e fascisti con l’intervento della polizia. Mi accostai a un capannello di studenti che all’ingresso dell’università commentavano le aggressioni. C’era un adulto che discuteva con loro e colsi al volo una sua frase:«Non bisogna strusciarsi addosso ai giovani». Mi parve una raccomandazione rivolta ad altri ma anche a se stesso. Seppi più tardi che era Fortini.

6. Nei mesi dell’occupazione mi sentii un meridionale Renzo Tramaglino Marx alle prese con un tumulto che gli era piovuto addosso inaspettato e che sconvolgeva le regole – innanzitutto quella del rispetto per le autorità – a cui era stato educato fin da ragazzo. In una delle prime assemblee in aula magna, quando fu votata l’occupazione, venne il rettore in persona per rabbonire e dissuadere. Appena cominciò a parlare e pronunciò la frase: «Noi spezziamo per voi il pane del sapere», fu sommerso da ululati e fischi e dovette allontanarsi. Ero incredulo. Non fischiai né urlai, ma provai un improvviso e ambivalente sentimento di forza e di rivalsa. Sempre durante l’occupazione, qualche mese dopo, quando a uno dei baroni più in vista, il terribile Cazzaniga, professore di latino, che prima del ’68 durante gli esami si concedeva ampie libertà specie con le studentesse (me lo raccontò un’amica), fu imposto di tenere gli esami di gruppo alla presenza degli studenti del movimento, provai di nuovo quel sentimento. Ragionandoci adesso, quella mobilitazione collettiva veniva incontro alle mie difficoltà materiali di studente costretto a lavorare e a partecipare alla gara universitaria portando addosso un fardello che gli altri studenti non avevano. E tuttavia allora ero combattuto tra la vecchia e la nuova morale che pareva delinearsi. E così mi trascinai a lungo un senso di colpa per quell’esame di latino “agevolato”, tanto che anni dopo, agli esami di abilitazione all’insegnamento, rifiutai di concorrere alla prova di latino, proprio perché l’avevo studiato in modo insufficiente. Non so, dunque, quanto sentissi giuste tutte le azioni dissacratorie e comunque di forza del movimento studentesco. Eppure partecipavo convinto alle sue iniziative.

7. Fui soprattutto un volenteroso apprendista politico. Ero incuriosito ma impacciato. Prima non avevo avuto quasi nessun interesse esplicito per la politica. A Milano, attraverso gli esami che davo, m’ero avvicinato alle questioni di storia in generale e di storia del movimento operaio e, dunque, un po’ anche all’opera di Marx e di vari marxisti, ma ora sentivo l’urgenza di esplorare al più presto un continente ignoto o censurato (al liceo classico di Salerno il professore di filosofia ci aveva fatto saltare Marx, perché “non importante”). E perciò bazzicavo spesso nelle due librerie milanesi della Feltrinelli e cominciai a comprare opuscoli politici e soprattutto riviste. Il loro linguaggio era oscuro e complicatissimo, ma non desistevo. Così, sotto l’influsso dei discorsi che ascoltavo, mi spostavo dai miei precedenti interessi letterari e artistici. Le nuove letture non avevano quasi più nulla a che fare con le mie precedenti di letteratura e arte, che nell’immediato passarono in secondo piano. Partecipavo poi a quasi tutte le assemblee e a diversi controcorsi. E riassumevo puntualmente con la stilografica prendevo appunto dei principali interventi degli oratori. Quasi fossi un cronista. Lo facevo per me, ma qualcuno, vedendomi così intento a scrivere, mi chiese una volta se fossi un giornalista. A casa poi li trascrivevo a macchina con la mia Olivetti lettera 42 aggiungendovi qualche mia impressione.

Perché tanto zelo? Ero d’un tratto di fronte a una miniera disordinata di temi – sociali, politici, economici, filosofici – trattati da persone in carne ed ossa, studenti o docenti attivi nell’occupazione e dai più diversi e spesso contrapposti punti di vista. In parte riuscivo ancora a collegarli ai miei nuovi studi storici. In parte debordavano anche da quelli. Infatti, la lettura quasi d’obbligo tra i partecipanti all’occupazione di vari quotidiani – dal «Corriere della sera» a «L’Unità» al neonato «il manifesto» – mi trascinava verso l’attualità più ribollente delle vicende nazionali e internazionali (Vietnam, Berkley, Pantere nere, il ’68 a Parigi o a Berlino). Almeno con la mente ero io pure scaraventato di forza, sempre sotto il pungolo dell’occupazione, nel villaggio globale. Però restavo sconcertato dalle contrapposizioni tra i vari gruppi studenteschi (del PCI, dello Psiup, dei marxisti-leninisti, dei situazionisti, dei “capanniani”) che in teoria avrebbero dovuto orientare uno come me. E non me la sentii mai di parlare nelle affollatissime e spesso burrascose assemblee. Di rado lo feci nei controcorsi. E spesso goffamente.

Una volta m’infilai in un’aula non sapendo che c’era una riunione riservata a studenti psiuppini o simpatizzanti. Aprii la porta e mi affacciai mentre lo storico Stefano Merli aveva già cominciato a parlare; e mi trovai addosso gli sguardi diffidenti, suoi e dei presenti. Dall’imbarazzo mi salvò Manenti, dichiarando di conoscermi. Un’altra volta, durante un controcorso sulla questione dell’università, mi azzardai a suggerire la lettura di un saggio appena letto su «Quaderni Piacentini» (forse «Contro l’università» di Viale); e fui fulminato da un’occhiata di sprezzo di Cafiero, che presiedeva, e bloccato dal silenzio dei presenti. Provai comunque immediata antipatia per le posizioni sostenute dal rappresentante del PCI e distanza crescente dallo Psiup, malgrado la mia amicizia con Manenti. Poco mi convinsero pure i situazionisti. Maggiore attenzione diedi all’unico, pacatissimo, rappresentante dei «Quaderni Rossi». (Si chiamava Banfi, non ne ricordo più il nome, ma lessi anni dopo che aveva scelto di fare l’operaio all’Alfa Romeo di Arese). E ricordo con simpatia SalvatoreToscano, meridionale pure lui e tra i leader della Statale sicuramente il più cordiale e alla mano, col quale andai una volta insieme ad altri a incontrare dei delegati in una fabbrica di Milano (non so più dove).

In altri momenti cercai approcci più individuali a caccia di suggerimenti. Ne chiesi a Stefano Levi Della Torre, che avevo ascoltato con interesse in una conferenza nazionale in aula magna, dove erano convenuti leaderstudenteschi da tutta Italia. Poi a Franco Della Peruta. Prima dell’occupazione avevo in mente di dare con lui, che insegnava Storia del Risorgimento, la tesi su Gramsci e gli intellettuali. In un colloquio gli confidai il mio interesse per un libro di Gorz appena uscito, Il socialismo difficile, e ne ricavai una delusione: non solo mi diceva di lasciar perdere quell’autore ma mi raccomandava la lettura di uno scritto di Stalin sulla questione della lingua.

8. In quell’anno ogni studio approfondito che potesse risolvere in un senso o nell’altro le mie incerte simpatie, che ora andavano ai discorsi sul potere operaio ora a quello sul potere studentesco, era intralciato e impossibile. A causa dell’incalzare degli eventi, degli scontri coi fascisti e la polizia, delle numerose manifestazioni per le vie centrali di Milano e della tensione e euforia che respiravo ovunque. Malgrado il lavoro di notturnista, gli esami e la tesi da preparare, la cura dei bambini, le rimostranze di mia moglie che si sentiva trascurata, fui presente in alcune fluviali manifestazioni di piazza.

Ricordo un enorme corteo di operai che partendo dalla Magneti Marelli di Sesto San Giovanni si spinse a piedi fino a piazza Duomo; e che, dopo il comizio, Pizzinato, uno dei dirigenti della CGIL, si affannò a dirottare lontano dalla Statale occupata. Diversi operai però disobbedirono e alla fine, in aula magna, si tenne una improvvisata ma sparuta assemblea di studenti e operai. Partecipai pure ad alcuni picchettaggi in appoggio ai primi scioperi operai. Ho dimenticato le date ma una volta mi alzai alla 5 del mattino per andare sul mio motom da Cologno Monzese a fare picchetto davanti a una fabbrica milanese (forse la Ferro Tubi?) vicina al Parco Solari. Un’altra mattina, sempre con altri studenti della Statale, andai alla Innocenti di Lambrate per rinforzare un picchetto che doveva impedire agli impiegati, che si rifiutavano di scioperare, di entrare nella loro palazzina separata dallo stabilimento. I picchetti erano un’occasione di sfida e di scontro, ma paradossalmente anche di confronto. Fui presente anche in un’occupazione del rettorato della Statale, da cui i poliziotti ci sgombrarono trascinandoci di peso fuori uno ad uno; e nella protesta del 7 giugno – la data la desumo oggi ancora dal Web – quando il movimento degli studenti di Milano bloccò l’uscita del «Corriere della sera» dalla tipografia vicino via Solferino. Si volle denunciare la faziosità di quel giornale nel dare la notizia dell’attentato di un estremista di destra contro Rudy Dutskhe, il leaderdel SdS a Berlino (11 aprile 1968). E accadde che, uscendo con amici a mezzanotte dalla sede della SIP in Piazza Affari alla fine del nostro turno di lavoro, vedemmo una marea di studenti che bloccavano il traffico in piazza Cordusio e nelle vie adiacenti. Il corteo si dirigeva lentamente verso la sede del «Corriere della Sera» per duplicare in Italia la protesta fatta dagli studenti di Berlino contro il giornale di Springer. Dopo un po’ iniziarono gli scontri. Una fila di poliziotti avanzava verso l’incrocio tra via Pontaccio e Corso Garibaldi picchiando ritmicamente i manganelli sugli scudi, che allora erano ancora metallici. Sbandamento della folla. Persi di vista i miei amici, mi ritrovai in mezzo a un gruppetto organizzato. Seppi che erano di «Potere Operaio» e venivano da Roma. Uno di loro, per evitare che i poliziotti ci localizzassero, centrò con mira formidabile la lampada del lampione che illuminava la stradina in cui, inseguiti, ci eravamo rifugiati. Per la prima volta tirai anch’io qualche sasso.

Comunque mi andò bene. Non mi trovai mai coinvolto in scontri fisici diretti né con la polizia né coi fascisti, anche se ne fui sfiorato almeno in tre occasioni: la sera dell’accerchiamento del «Corriere della sera»; il pomeriggio in cui ero all’interno della Statale al momento in cui i fascisti l’assaltarono dall’esterno (probabilmente doveva essere in quel 29 febbraio che ho già nominato); e ricordo che accompagnai un’amica che doveva telefonare all’apparecchio a gettoni posto nell’atrio della Statale vicinissimo all’ingresso mentre sul pavimento arrivano i sassi scagliati da fuori, ma riuscimmo a uscire in un momento di tregua; una mattina presto quando per i corridoi della Statale erano in giro ancora pochi studenti favorevoli all’occupazione e un gruppo di fascisti penetrò dal cortile del Filarete; ma fu respinto nell’atrio davanti l’aula magna, grazie alla prontezza di Cafiero, che ci fece disporre in cordone.

9. Tra legami coi dissidenti del PCI che poi confluiranno in «Avanguardia Operaia», assemblee e controcorsi nella Statale occupata e manifestazioni di piazza, imboccai senza troppe teorizzazioni una traiettoria, che oggi mi è chiarissima: da un atteggiamento a-politico o impolitico alla militanza politica; dalle suggestioni del potere studentesco a quelle del potere operaio; dalle intenzioni di scrivere la mia tesi di laurea su Gramsci e gli intellettuali con Della Peruta alla scelta di farne una in storia contemporanea con Franco Catalano sulla vicenda recentissima dei «Quaderni Rossi». La preparai alla svelta e con affanno, come tante cose che allora si potevano fare solo così; e in una università ancora in subbuglio. La discussi davanti a Catalano e ad un distrattissimo Carlo Salinari che, ascoltandomi, non si risparmiò una battuta contro l’”oscurità” del linguaggio di Raniero Panzieri.

In fondo su quelle mie scelte molto influirono i legami con le personefrequentate quotidianamente. E forse la mia “svolta” operaista maturata proprio durante l’occupazione mi rese più pronto a cogliere una richiesta che stavolta mi venne proprio da Cologno Monzese. Degli operai che conoscevano mio suocero, lui pure operaio in una piccola fabbrica di plastica, gli chiesero di incontrarsi con qualche studente che avesse partecipato alle occupazioni delle università a Milano. Misi su così un «Gruppo operai-studenti». E, dato che di contratti, di salario o di cottimo, come già detto, capivo poco, mi rivolsi a Luigi Vinci (di lì a poco diventerà uno dei principali dirigenti «Avanguardia Operaia»), che ci aiutò a fare un’analisi meticolosa delle buste paga degli operai metalmeccanici della Bravetti e della Panigalli, due piccole fabbriche metalmeccaniche di Cologno Monzese, coi quali avevamo cominciato a riunirci. Un altro milanese, Roberto Cerasoli, cominciò a tenere lezioni sul Manifesto di Marx e il Che fare di Lenin. Ci riunivamo nel sottoscala di un bar. E così diventai il tessitore di rapporti tra questi giovani operai di piccole fabbriche, alcuni studenti delle scuole superiori di Milano (VII ITIS, Molinari), che abitavano a Cologno, e «Avanguardia Operaia». Ma questa è già storia del ’69.

10. Su questo mucchietto di ricordi del ’68 torno spesso un po’ da storico e un po’ da narratore:

Dal fiume erano usciti nuotando in due, lo storico e Samizdat. Lo storico si era asciugato e poi se n’era andato in disparte sotto un albero. Aveva inforcato gli occhiali e, aperta la borsa ancora gocciolante, aveva cominciato a riordinarne il contenuto: volantini, giornali, documenti, cassette con le registrazioni delle voci di quegli anni. La sua mente ora lavorava, non del tutto insensibile al fluire che continuava; ma ormai sopportava senza preoccupazione la separazione dall’elemento acquoso e torbido nel quale fino a pochi attimi prima era immerso.

Samizdat invece era rimasto sotto un’arcata in ombra, che immetteva in una grande sala illuminata dal neon. Temeva il convegno. Appena ascoltò le prime voci al microfono che cominciavano a rievocare i fatti tremendi di quegli anni, fu preso dal desiderio di ritirarsi in un cerchio di solitudine.

Ma, vista l’aria che tira oggi, a cinquant’anni dal ‘68, non so più se parlarne possa servire a qualcosa o a qualcuno. E allora, come il mio personaggio, sono tentato io pure di ritirarmi «in un cerchio di solitudine» a riflettere e a farmi domande per conto mio: feci bene a partecipare a quella rivolta di studenti? feci bene a orientarmi verso l’operaismo? perché non avvenne una vera saldatura tra noi in basso e i leader del movimento, i fratelli politici (a volte maggiori di età e a volte minori) ai quali mi accompagnai? perché non arrivai a prendere la parola in quei luoghi (assemblee, controcorsi) che venivano presentati – ed in effetti furono – più liberi e democratici delle istituzioni partitiche o degli organismi studenteschi pre-‘68? soltanto per limiti miei e resistenze legate alla mia precedente educazione o alla mia condizione di periferico? o troppe idee e cose “straniere” entrarono di botto nella mia mente e nel mio cuore in quell’anno eccezionale e quell’accelerato apprendistato politico non bastava? ci fu un limite effettivo di democrazia nelle nuove forme di organizzazione (assemblee, controcorsi, manifestazioni di piazza) che non erano in grado di reggere all’urto di bisogni e desideri insoddisfatti e tendevano a chiudersi (come sostenne Elvio Fachinelli in Gruppo aperto e gruppo chiuso? e come dimostrò pure l’esperienza del femminismo subito dopo)? erano di gran lunga più potenti e insidiose le sotterranee manovre dei partiti di destra ma anche di quelli di sinistra per bloccare la rivolta e non si fu in grado di respingerle? ci fu un limite di autorità, come sostenne Fortini ne Il dissenso e l’autorità? e perché buona parte di quelle élites, i nostri compagni, che sembravano i nuovi portavoce di noi intellettuali di massa e degli operai, si riciclarono così presto nei posti di potere mentre tanti di noi si dispersero rassegnati e delusi nelle filiere dell’insegnamento medio o superiore o nel basso lavoro impiegatizio o altrove? Eccetera, eccetera.

11. Queste domande le lascio a un eventuale lettore vecchio come me, che avesse capito meglio di me il significato di quell’anno, in cui a me parve che «l’azzurro respirato dai padri» nella Resistenza o nell’ Ottobre del 1917 potesse ricomparire tra la nuvolaglia buia e opprimente della storia. Invece, a un meno probabile giovane lettore di queste mie note, che voglio immaginare precario o disoccupato e non “figlio di papà”, oltre a ricordare i famosi versi di Brecht: «pensate a noi/ con indulgenza.», vorrei dire di come cambiò il mio modo di sentire in quell’anno. Ero rientrato all’Università dalla porta di servizio e prima dell’occupazione della Statale, quando a volte uscivo al mattino dal turno di notte alla SIP e andavo ad ascoltare qualche lezione, lasciando il motom incatenato a un palo della segnaletica vicino al muro di via Festa del perdono, non sopportavo gli studenti borghesi, impettiti ed eleganti che oziavano lì attorno; e lo stesso mi capitava quando a sera, sempre sul mio motom, andavo a lavorare alla SIP nel palazzone di Piazza Affari, passando davanti alla Scala illuminata per qualche concerto e sfiorando la dolce vita dei signori. Soffrivo solitudine e esclusione sociale. Con la partecipazione al ’68 un po’ ne uscii. Solo un poco. Perché mi accorsi presto – e ancora devo citare Brecht – che anche nel movimento degli studenti «Anders als die Kämpfe der Höne sine die Kämpfe der Tiefe!» (Diverse dalle lotte sulle cime sono le lotte sul fondo!). Quando poi s’interruppe quel frenetico ma fecondo lavoro di contrabbando intellettuale tra università e esterno (bisognerebbe informarsi sull’ormai dimenticata esperienza delle «150 ore» partite nel 1973!), mi accorsi che dal ’68 avevo imparato comunque che è possibile lottare assieme agli altri; e che potevo continuare a cercare compagni con cui farlo. Sì, «sul fondo», anche scrivendo da solo i miei poverissimi samizdat ciclostilati in proprio e distribuiti a poche persone.

* Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta il 12 marzo 2018 

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