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RIORDINADIARIO 2008 Lettera a Luigi Vinci

 

di Ennio Abate

 5 febbraio 2008

Caro Luigi [Vinci],
ho letto attentamente il tuo “Quale soggetto”.
Avrei voluto inviarti a caldo i miei commenti, ma per il sovrapporsi di impegni, tra cui quello, qui a Cologno, di denunciare la nuova cementificazione che il sindaco diessino Soldano imporrà sull’area della ex-Torriani, una storica legatoria chiusa con il licenziamento dei residui operai che vi lavoravano, solo ora riesco a riprendere il filo degli appunti di lettura che avevo steso e  che sono pieni di dubbi e di perplessità.
Ma a che scopo inviarteli?
 Non mi va di indossare l’abito del dottrinario pignolo (non lo sono mai stato) e imbarcarmi in una disanima delle divergenze. E’ un’operazione che, da comunista isolato e periferico quale mi sento, non ha senso fare.
Mi limito a dirti che, ad esempio, non condivido la tua rivalutazione dell’etica kantiana (78), ho molte riserve verso la «democrazia partecipativa»  nata nel Brasile di Lula (62), non trovo del tutto superata la critica alla democrazia abbozzata da Marx,  mi pare che le critiche di Hanna Arendt alle società post-rivoluzionarie (63) fondate sulla categoria del totalitarismo restino in superficie  e sono scettico sulla  possibilità (tu parli di «necessità») di un passaggio culturale e antropologico “mite”(pacifista e non violento) ad un assetto del mondo più civile.

Inoltre, pur accogliendo positivamente l’eclettismo quasi inevitabile, che mi pare caratterizzi oggi la tua ricerca, non so quanto la netta preferenza che dai alla tradizione empirista possa conciliarsi col mantenimento di alcuni capisaldi teorici del marxismo del Novecento che tu citi (Gramsci, Scuola di Francoforte, Lukács, Bloch).
Non trovo poi riferimenti, agli studi postcoloniali, che a me paiono davvero importanti (anche se la mia documentazione è insufficiente) e  mi pare che la tua polemica pur pacata con “Impero” di Hardt e Negri (mi piacerebbe sapere come consideri  le risposte che essi hanno dato in “Moltitudine” alle tante critiche, che in parte collimano con le tue), eluda quella  tensione “comunista” residuata nella riflessione di Negri, che a me pare ancora  di cogliere in questi scritti. Anche se – lo ammetto – facendo un confronto, la concretezza dei soggetti potenziali motori di una trasformazione è più evidente nel tuo discorso che in quello di Hard e Negri.
In conclusione, il tuo libro mi ha presentato un’immagine completamente diversa da quella che di te m’era rimasta dai tempi di Avanguardia Operaia; e mi offre, invece, quella di un dirigente politico provvisto di grandi capacità teoriche e impegnato in uno sforzo generoso, faticoso, ma tardivo, credo – di ”salvare il salvabile” della sinistra, che a me pare quasi esaurito.
La generosità del tentativo l’apprezzo in pieno; e sul piano etico la sento vicina. Ma il punto sul quale più si concentra la mia sfiducia è proprio quello del “partito largo” (Porcaro), che è – mi pare – il culmine politico della tua analisi, anche se a volte – permettimi di dirtelo – ho avuto l’impressione che il partito resti per te la premessa implicita (e indiscutibile) della tua analisi.
Le regole equilibratrici, che indichi per ri-costruirlo, mi appaiono sempre più disperate e mi hanno fatto pensare a quelle che gli illuministi indirizzavano ai vari prìncipi settecenteschi, con l’aggravante che i moderni principi o principotti sono ancora meno propensi a perdere qualcosa dei loro poteri . (Ho letto tra l’altro – 22 feb. 2008 – l’intervista di Marco Revelli sul «manifesto»: qui il senso di un tracollo completo della sinistra mi pare dichiarato fino in fondo).

Dalla mia collocazione attuale io non pretendo di poter dare suggerimenti e, come dicevo, non me la sento neppure di impegnarmi in una critica a fondo perché mi pare che anche riflessioni dense come le tue non arrivino neppure all’area militante a te più vicina. Posso solo segnalare a te, che hai conoscenze puntuali delle dinamiche politiche ben più ampie delle mie, l’insofferenza profonda di una “intellettualità periferica” come quella in cui opero per le forme partitiche davvero degenerate della politica.
Con stima e simpatia
 Ennio

APPENDICE

Dopo elezioni
Lettera a Luca Ferrieri e alla redazione di Poliscritture

Caro Luca [Ferrieri] e cari tutte e tutti,

non vorrei sembrare cinico se dico in questo momento: a ciascuno i suoi lutti.
Personalmente quello (politico) che sento mio risale a tanto tempo fa, direi attorno al ‘76-’77, quando presi atto che le speranze balenate nel ’68-’69 e che avevo accettato di congelare nella militanza ingessata e frustante di Avanguardia Operaia come in una sorta di braciere che ancora potesse conservarne qualcosa (concedetemi quest’immagine da meridione povero della mia infanzia), erano morte nella rissa schifosa tra AO-Pdup-Lotta Continua dopo il fallimento elettorale dell’”Arcobaleno” della “nuova sinistra” d’allora.
Da allora isolato coi miei samizdat ciclostilati e le mie letture da solitario ho navigato a vista confrontandomi come potevo con eventi pesantissimi (lottarmatismo, uccisione di Moro,  persecuzione del 7 aprile, eccetera) e tessendo, quando mi era possibile, qualche rete di discussione e d’intervento, guardato con commiserazione o diffidenza da quanti (PCI prima, DP dopo, Rifondazione ancora più avanti) “godevano” dello “strumento partito” e della presenza nelle istituzioni “che contano”.

Ho criticato cercando di non essere astioso e rancoroso. Ho “predicato” l’esodo dalla CASA DELLA SINISTRA, che praticavo da singolo e da isolato, misurando come potevo il mio passo, qui in periferia, con le riflessioni  significative ( per me) che cercavo di captare da intellettuali mai veramente raggiungibili ( Fortini, Negri, Virno, Ranchetti, Luperini, ecc). E ho continuato sempre da solo ad elaborare quel mio lutto.

Non ho ritenuto giusto – perché non lo sento – caricarmi del lutto di altri, che hanno fatto altre scelte.
Non ho ritenuto giusto – perché non lo sentivo – caricarmi del lutto per il crollo dell’URSS, perché ero cresciuto nell’alveo antistalinista della nuova sinistra.
Non ho ritenuto giusto – perché non lo sentivo – caricarmi del lutto per il crollo del PCI, per ragioni quasi simili.
Non ritengo giusto – perché non lo sento – caricarmi del lutto per la scomparsa della “sinistra radicale parlamentare” o Arcobaleno, perché [...] il MENO PEGGIO non è per me politica che m’appassiona.
Sarò presuntuoso o utopista, ma credo che, poiché pago di persona  e non implico altri se non a livello di confronto e di discussione,  questo piccolo “lusso” posso concedermelo.
Nelle tiepidissime discussioni pre-elettorali che mi hanno raggiunto (su stimolo di Antonio Tagliaferri, di Franco Romanò e di Atilio Mangano) ho semplicemente sostenuto che IL PEGGIO  già c’era (con Luca [Ferrieri]: “la sinistra era già stata sconfitta decenni fa nella società”), che  votare o non votare era una “scelta privata”, quasi irrilevante politicamente, perché il gioco era falsato in partenza.
E l’intervista sul libro di Sergio Bologna (e poi l’ulteriore riflessione su CETI MEDI QUALE FUTURO?) tentavano di segnalare anche a voi che, se si vuole, un po’ di pensiero critico serio, onesto, pulito da discutere, invece di aspettarsi qualcosa di buono o di decente dalle manovre elettorali e dai giochi degli arcobalenisti per salvare le loro poltrone, lo si trova in giro.
Anzi ho fatto anche di più. Ho letto, passato anche a Donato [Salzarulo] e recensito criticamente con una lettera privata personale all’interessato un libro di Luigi Vinci, membro deluso della direzione di Rifondazione e ex-parlamentare europeo della medesima, che cercava di salvare il salvabile teorizzando un “partito largo” ( Vedi sotto la lettera spedita il 5 febbraio 2008).
Quindi da parte mia nessun “scaricabarile”, nessun disprezzo, nessuna recriminazione.
Ma mi pare il minimo che quanti hanno perseguito una politica risultata fallimentare facciano i conti senza coinvolgermi nei loro presenti guai.
Tu sostieni che è accaduto “qualcosa di molto grave e profondo che modificherà molte cose in noi e intorno  a noi”.
Dipende dal punto di vista.
Io – ti dico la verità – non mi sentivo salvaguardato né credo di aver ricevuto stimoli o mi sono visto aprire qualche occasione di cooperazione in più in tutti questi anni da DS o Rifondazione; né ho visto cose significative fatte da questi partiti a favore o con i settori di società  che dicono di “rappresentare”. E la stessa esperienza del Forum è stata più ostacolata che sostenuta dai loro militanti.
Il governo Prodi ci copriva la vista del marcio che avanzava. Adesso lo abbiamo di fronte, addosso.  È ora di rimboccarsi le maniche e di “sporcarsi le mani”.
Apriamo un’ampia e più meditata discussione(magari vi possiamo dedicare – perché no – il n. 5 di Poliscritture), ma tenendo - come dicevo - i lutti ben distinti.
Un abbraccio a tutti/tutte

Ennio

Blocco navale contro i migranti


DAL “DIARIO POLITICO” – 1 NOV. 2022 – DI LUIGI VINCI

a cura di Ennio Abate

Niente giuridicamente giustifica un blocco navale: Meloni, Salvini e Piantedosi, attuale Ministro dell’Interno, se le facciano una ragione. A ogni scadenza elettorale i leader delle principali forze politiche della destra (Fratelli d’Italia e Lega) ripropongono le loro “soluzioni” per arginare l’arrivo di migranti e richiedenti protezione internazionale. Di qui la riproposizione da parte di Giorgia Meloni. Ma sarebbe concretamente possibile praticare un blocco navale, se tentato? Sarebbe legittimo? la risposta è semplicemente “no”. Giova rammentare come Salvini sia ancora sotto processo, in ragione del suo razzismo e delle sue bravate criminali, come l’impedimento allo sbarco di migranti, persino bambini, donne incinte, in mare anche da settimane. Ma andiamo alla legislazione internazionale, a cui fa capo anche l’Italia. Il blocco navale (naval blockade) è una misura di guerra volta a impedire l’entrata o l’uscita di qualsiasi nave dai porti di belligeranti. (Fu normato in Italia nel 1938). Dev’essere formalmente dichiarato e notificato agli Stati terzi. Oggi è universalmente disciplinato dalle Convenzioni di Ginevra sul Diritto umanitario. Costituendo il blocco navale un atto di guerra, un’attività di contrasto a immigrazione irregolare via mare non può essere attuata mediante tale blocco. Se praticato, sarebbe come dichiarare guerra a Stati le cui navi o imbarcazioni raccogliessero migranti. Si potrebbe legittimamente fare qualcosa di diverso dal blocco navale, che abbia comunque l’effetto di “bloccare” navi o imbarcazioni non desiderate, intese a sbarcare migranti, ecc.? No, semplicemente, un “qualcosa di diverso” con effetti di blocco giuridicamente non esiste. Ed è precisamente questo l’ignobile motivo per il quale l’Italia da anni sottoscrive e proroga accordi e tira fuori fior di soldi per la Libia a bloccarvi migranti, e l’Unione Europea paga Erdoğan perché fermi migranti intesi a sbarcare altrove nel Mediterraneo. O per cui è stata creata una SAR (Search and rescue, Ricerca e soccorso) libica fittizia, intesa a consentire alla sua Guardia costiera il suo lavoro criminale, cioè, la consegna dei migranti a campi di concentramento, anche quando siano donne e minori. Da notare: il traffico illecito di migranti non è crimine di livello internazionale (crimen juris gentium). Questo significa che nella Convenzione-Protocollo di Palermo (2004) non esiste la possibilità per Stati-parte, cioè coinvolti, di attivare provvedimenti come il blocco navale o il dirottamento verso il porto di partenza di nave impegnata in trasporto illegale proprio o di altro Stato. Non solo: tale Protocollo prevede l’obbligo, per lo Stato che direttamente adotti iniziative di contrasto al traffico di migranti, “di assicurare la sicurezza e il rispetto dei diritti umani delle persone trasportate; inoltre, di non pregiudicare gli interessi commerciali dello Stato di bandiera e di altri Stati interessati”, ancora, di evitare ogni interferenza del Protocollo con altre fonti di diritto internazionale, come il diritto umanitario internazionale, i diritti umani e la Convenzione di Ginevra, 1951, sui rifugiati. Dunque, il blocco navale non è praticabile nel senso auspicato da Meloni e da destre in generale, in nessuna forma. Né come atto di guerra, ovviamente, né in forma più morbida queste destre possono fermare movimenti di migranti. In base al diritto dell’Unione Europea, al diritto internazionale e al diritto italiano, anche i migranti trasportati illecitamente hanno il diritto di chiedere lo status di rifugiato. L’articolo 33 della Convenzione di Ginevra prevede che “nessuno Stato contraente espellerà o respingerà, in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche”. Ciò è anche parte di un principio di no-refoulment, di non respingimento, previsto dall’art. 19 della Carta fondamentale dell’UE, e della protezione in caso di tentativo di allontanamento, espulsione ed estradizione. “Le espulsioni collettive sono vietate, nessuno può essere allontanato, espulso o estradato verso uno Stato in cui esista un rischio serio di essere sottoposto alla pena di morte, alla tortura e ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti”. Analogamente la CEDU (Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, alias Corte di Strasburgo) prevede il divieto di espulsione collettiva. A disporre di tali divieti c’è anche l’Italia. Infine, sempre stando alla Corte di Strasburgo, la tutela di questi diritti non riguarda solo persone già sul territorio, ma anche se altrove – per esempio, in mare, in acque internazionali, ecc. Ancora, l’art. 98 della Convenzione Unclos (la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, 1982), titolato “Obbligo di prestare soccorso”, prevede che ogni Stato possa esigere che il comandante di una nave che batta la sua bandiera debba, nella misura delle sue possibilità, senza mettere a repentaglio la nave, l’equipaggio o i passeggeri, portare soccorso a chiunque sia trovato in mare in condizioni di pericolo, parimenti procedere quanto più velocemente al soccorso di persone in pericolo. E ciò vale anche nella cooperazione tra navi. Esistono poi altre Convenzioni di analogo orientamento. Non a caso, dunque, l’ex ignobile Ministro dell’Interno Salvini per aver imposto il blocco a navi ONG che soccorrevano migranti richiedenti soccorsi è tuttora sotto processo. Pescatori siciliani sono stati portati a giudizio, per anni, per aver tratto in salvo migranti naufragati. L’accusa, per molti, di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina” o di “illegale mancato soccorso”[qui la frase mi pare interrotta….Nota mia]. Secondo Amnesty International, “oltre 85mila persone sono state intercettate in mare e riportate in Libia: uomini, donne e bambini sono andati incontro a detenzione arbitraria, tortura, trattamenti crudeli, inumani e degradanti, stupri e violenze sessuali, oppure portati ai lavori forzati, o, anche, uccisi per essersi ribellati”.

(Dalla pagina FB di Roberto Mapelli
https://www.facebook.com/permalink.php…)

anno nuovo, vecchie trappole

 

la fusione nucleare come risposta energetica al riscaldamento globale

di Paolo Di Marco

Oltre ai piccoli reattori a fissione rispunta all’orizzonte la fusione. Ne parla anche Luigi Vinci (qui, a cui risponde Carlo Dario Ceccon, qui, in quello che è nella sostanza un panegirico di Draghi che ci fa mangiare alla tavola dei ricchi) e compare anche ogni tanto nei discorsi di Cingolani, che va detto che se  sembra più un propagandista ENI che un ecologo è perché sente nel governo un ambiente propizio.
La fusione: unire due atomi piccoli (idrogeno o suoi isotopi) e utilizzarne l’energia; come il sole, ci si dice.
E qui scatta la prima trappola, ché ci sentiamo subito tutti uniti come un sol uomo, l’homo onnipotens.
Ma dobbiamo guardare meglio cosa serve per unire gli atomi, perché l’avvicinamento richiede di vincere una resistenza enorme, quella all’origine di quanti:

dp*dm>h —>dp>h/dp   ,  dm=0 —>dp=∞

( —> equivale a  implica)

È il principio di indeterminazione, che tradotto in parole ci dice semplicemente che, data una particella, non possiamo sapere contemporaneamente con esattezza (d sta per differenza, quindi dp significa differenza di posizione e dm differenza di momento) la sua posizione e la sua energia (momento). È come se la particella occupasse non un punto ma un   intero cerchietto. Ma non è un sapere astratto bensì una cosa molto concreta: se diminuiamo il raggio del cerchietto la particella si agita sempre di più. E quindi è come se occupasse più spazio.
Non vorrei che a qualcuno venissero le vertigini, ma è il motivo per cui non passiamo attraverso il pavimento: i nostri atomi hanno tra di loro un sacco di spazio vuoto -e lo stesso quelli del pavimento; camminare dovrebbe essere come passare il pettine tra i capelli, ma invece gli atomi del pavimento non si scostano per far passare quelli dei nostri piedi (e se lo fanno aumentano il movimento quindi rioccupano più spazio…).
Se allora torniamo agli atomi di idrogeno della fissione per vincere l’indeterminazione serve un’energia, moltissima energia. Per immaginare quanta torniamo alle stelle: la loro vita dura quanto il combustibile che hanno (l’idrogeno all’inizio poi via via gli atomi più grandi) e che fornisce agli atomi l’energia per rimanere distanti; finita quella la gravità della stella prevale, vincendo tutte le resistenze, condensando sempre più la materia, finché vince anche la resistenza dell’indeterminazione e diventa una stella a neutroni o, se la massa è almeno 4 volte quella del sole, un buco nero. Nello stadio finale è come se ogni atomo avesse sopra di sé tonnellate e tonnellate di materia che lo schiacciano. L’energia che dobbiamo fornire agli atomi per la fissione è di questo ordine di grandezza, anche se qui si tratta di avvicinare.
Per il sole è facile, con densità e temperature altissime e tempi di confinamento infiniti, così il prodotto è un innocuo elio.
Ma le forze che abbiamo a disposizione sulla terra: campi magnetici fortissimi, raggi laser, non sono abbastanza per l’idrogeno.  E allora bisogna usare degli isotopi più pesanti deuterio e trizio (con numero di neutroni doppio o triplo) che sono molto più reattivi. E possiamo anche limitarci a vincere la repulsione elettrica, fino al punto di vicinanza in cui la forza forte terrà insieme le particelle.

Solo che qui cominciano i guai, perché:

  • l’80% del prodotto sono fasci di neutroni ad alta energia che danneggiano le strutture, producono scorie radioattive, generano forti danni biologici e, dulcis in fundo, potenzialmente plutonio 239, ottimo per le bombe.
  • più gli inconvenienti dei reattori convenzionali a fissione: l’uso di un combustibile che non esiste in natura, il trizio, che va rigenerato continuamente dal reattore stesso, e assorbimento di energia parassitica che ne riduce drasticamente la produzione (e che quando il processo di fusione è interrotto va prelevato dalla rete); questo implica una dimensione minima di convenienza che supera i 1000 MW

Gli esperimenti in corso stanno arrivando al limite della soglia netta di efficienza, dove l’energia prodotta è maggiore di quella immessa. Ma prima che questo percorso arrivi al livello di prototipi operativi passeranno ancora almeno 10 anni, superando la data limite del 2030. Almeno altri 10 anni per arrivare ad una operatività effettiva, con dei costi enormi e dei risultati inutili ai fini dell’elettricità prodotta: già adesso calcolabile intorno a 1/4 delle energie rinnovabili, per allora a 1/10. (Questo nell’ipotesi che tutto funzioni secondo previsioni, cosa che per gli ultimi impianti nucleari costruiti non è risultata vera: 10 anni in più e costi quadruplicati per le ultime centrali a fissione). E quello che ancora non si sa è quanta energia elettrica potrà essere concretamente ricavata, dato che per ora l’esemplare più grande, ITER a Cadarache, consuma 500 MW per produrre solo neutroni veloci; la seconda parte, dai neutroni all’elettricità, è ancora sperimentalmente indeterminata.

L’esperimento ENI/CFS, analogo a ITER ma con magneti superconduttori, ha le stesse problematiche, anche se i comunicati stampa ignorano tutti i particolari e riportano date il cui unico fondamento è l’ottimismo della volontà.
E poi c’è la seconda trappola: il punto di vista.
Per le industrie l’energia nucleare è una prospettiva entusiasmante: un sacco di soldi da fare nel venderle (con costi di ricerca in larga parte a carico nostro), un sacco di soldi per l’energia immessa in rete (che paghiamo noi).
I costi nascosti, come la gestione degli incidenti e lo smaltimento delle scorie radioattive, sono ovviamente sempre a carico nostro. Lo sa bene la Westinghouse che per aver fatto un contratto dove se ne accollava in parte i costi si è dovuta cautelare con una procedura fallimentare, dato che per due centrali chiuse sono accertati al momento centinaia di miliardi di costi di smaltimento.
In sostanza abbiamo una sola strada per affrontare a testa alta il riscaldamento planetario: le energie rinnovabili. Coi soldi necessari al nucleare se ne costruiscono abbastanza, accumulo incluso, da superarne i limiti di periodicità (l’eolico, i sistemi di accumulo, l’idrogeno da elettrolisi fotovoltaica compensano i limiti del fotovoltaico puro).
Il guaio è che la barca viene condotta da chi per natura guarda al profitto e da chi è educato ad assecondarli, …e per il resto di noi vale il motto ‘burn, baby burn’.

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Fonti del ‘Bulletin of the Atomic Scientists’ , 2017, 2018

https://thebulletin.org/2017/04/fusion-reactors-not-what-theyre-cracked-up-to-be/(Daniel Jassby, Princeton Plasma Physics Lab)

https://thebulletin.org/2018/02/iter-is-a-showcase-for-the-drawbacks-of-fusion-energy/(Daniel Jassby)

Fai clic per accedere a cs-eni-cfs-raggiunto-fusione-confinamento-magnetico.pdf

Appunti  sulla storia di AO

di Ennio Abate

Meglio la malinconica consapevolezza di una sconfitta. Meglio la dignitosa riflessione di un intellettuale che contribuisce alla lotta con l’esperienza maturata in un’altra epoca.

(Fabrizio Billi e William Gambetta, Massimo Gorla una vita nella sinistra rivoluzionaria,  pag. 90, Centro Documentazione di Pistoia)

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Taccuino di un militante di AO. Quattro mesi del 1978

Domani 22 febbraio 2021 alle 17,30, collegandosi su Facebook ( qui) o su Yotube (qui), è possibile seguire la presentazione di “VOLEVAMO CAMBIARE IL MONDO. Storia di Avanguardia Operaia (1968-1977).

di Ennio Abate

Sono stato in Avanguardia Operaia dal 1968 al 1977, cioè fino alla sua scissione. Da allora, in tutti questi anni ho continuato a rimuginare e a scrivere su quella mia militanza politica e sulle vicende degli anni Settanta. Dei numerosi appunti (in forma di diario, di narratorio e di saggio) ho pubblicato finora pochi brani su Poliscritture ma ho sempre colto qualsiasi occasione per tornare su quella storia e confrontarmi con i miei ex compagni di AO. E’ accaduto in particolare nel 2016 sulla pagina FB “Via Vetere al 3”, dove per la prima volta  si affacciò l’idea di una Storia di AO. E quando uno di loro, Luca Visentini, ha pubblicato «Sognavamo cavalli selvaggi», una rielaborazione narrativa della sua esperienza in AO, che ho attentamente recensito (qui).

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Inseguimenti di realtà

Letture commenti inchieste

a cura di Ennio Abate

Pubblico materiali vari comparsi  nel mese di ottobre su POLISCRITTURE FACEBOOK  e POLISCRITTURE COLOGNOM. [E. A]

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Da Renzo Tramaglino (meridionale) a Samizdat. Scavando nel mio ’68

di Ennio Abate

1. Che fatica dopo cinquant’anni! Cancellato un futuro possibile, appena intravisto, è – ahimé – ancora: Continua la lettura di Da Renzo Tramaglino (meridionale) a Samizdat. Scavando nel mio ’68

SCRAP-BOOK DAL WEB – Sulla vittoria di Renzi

renzi

a cura di Ennio Abate

[Più la pressione sulla nostra mente dei mass media e del Web si fa torrenziale, impedendoci di riflettere sulle cose che leggiamo distrattamente e in fretta; e più diventa necessario difendersene. Rifiutare totalmente l’informazione (ambigua, inquinata, deviante)? Ma ce l’avete la torre d’avorio? Credo sia più utile anche se faticoso difendersi selezionando brani del Discorso Generale che al momento ci sembrano più o meno significativi e ragionarci sopra da soli o assieme a potenziali interlocutori (amici, lettori di un blog, ecc.) in una sorta di esercizio critico di ecologia della mente e di riuso sociale delle proprie letture. Riprendo l’esperimento dello scrap-book partendo proprio dal tema politico più chiacchierato di questi giorni: la vittoria elettorale di Renzi (di cui abbiamo tumultuosamente discusso qui). E  propongo stralci di alcuni articoli che sono riuscito a leggere in questi giorni. Altri scrap-book sullo stesso tema (o su altri) potete proporli voi scrivendo a poliscritture@gmail.com (E.A.)] Continua la lettura di SCRAP-BOOK DAL WEB – Sulla vittoria di Renzi