9 novembre 2006. Agli inizi del Laboratorio Moltinpoesia

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POESIA/MOLTINPOESIA/POESIA ESODANTE

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 di Ennio Abate

Pubblicherò mano mano e con miei brevi commenti di riepilogo i materiali (testi poetici, resoconti di incontri, testi critici, discussioni e scambi di mail) miei o di altri amici e amiche che dal 2006, in modi ora militanti ora distaccati, hanno ripensato i concetti di poesia, moltinpoesia e poesia esodante.
Questo documento del 9 novembre 2006 annunciò la fondazione a Milano del “Laboratorio Moltinpoesia” (2006-2012).

Vi ponevo il problema di esplorare la “nebulosa” degli «*scriventi* poesia o similpoesia». Che dirne oggi? Né allora né in seguito sottovalutai i limiti e i pregiudizi degli stessi *moltinpoesia* – questa specie di “quarto stato della poesia” – che volevo conoscere («l’ascolto della varietà di voci anche dissonanti – più esattamente di segmenti di questa nebulosa di scriventi») e organizzare. Sapevo bene quanto fosse forte l’ostilità – a volte non piattamente elitaria ma criticamente anche ben motivata – dei poeti riconosciuti a livello universitario o editoriale nei confronti della “massa”. E percepivo bene anche la tiepidezza degli stessi amici a cui mi rivolsi allora («diversi miei interlocutori si sono mostrati in vari modi scettici sul rilievo non tanto sociologico ma estetico-politico che io tendo ad attribuire in prospettiva al fenomeno dei tanti che scrivono versi»).

A distanza di tempo credo che feci bene a porre il problema e a spingere, anche nel campo della poesia, in direzione di un *io/noi*.

Si sono invece accresciute nel tempo le perplessità per la proposta di un *laboratorio*. Esso avrebbe dovuto – nelle mie intenzioni – raccogliere e rafforzare le «spinte fondate su intelligenza, attitudine al confronto con la realtà, passioni vere» e far decantare o educare le umoralità divisive, individualiste, di rifiuto ottuso della critica e anche di doppiezza rispetto ai personaggi che a Milano avevano maggiore visibilità e prestigio nella corporazione poetica.

Il laboratorio *reale* e *aperto a tutti*, che si costituì e riunì a intervalli più o meno regolari e sotto il mio coordinamento presso la Palazzina Liberty di Milano dal 2006 al 2012 fu attraversato da interessanti contrasti sulle questioni fondamentali del fare poesia oggi. (Di essi parlerò man mano che andrò avanti in questo riepilogo). Quando li giudicai irricomponibili, mi ritirai da quell’esperienza. [E.A.]

Il senso di questa serata è sintetizzato nel titolo e sottotitolo dell’iniziativa: *I molti nella poesia d’oggi. Microfono aperto. Letture in vista di un laboratorio*. Il titolo allude a due campi da esplorare:

– quello dei testi in cui sia individuabile una presenza significativa (implicita o esplicita) dei molti (in altri termini del sociale, delle classi, della gente), circoscrivendo l’indagine alla poesia contemporanea ma senza escludere incursioni *attualizzanti* nei secoli trascorsi e fino alle origini della poesia italiana: basti pensare ai molti nella *Commedia* di Dante…);

– quello dei soggetti *scriventi* poesia o similpoesia (questo è punto cruciale e controverso), che si sono moltiplicati e rappresentano un fenomeno oggi più che in passato notevole, ma le cui implicazioni estetico-politiche – secondo me potenzialmente positive – resteranno confuse se si continuerà a vederlo riduttivamente come mero epigonismo, futile moda o normale escrescenza letteraria.

Il sottotitolo  propone un metodo: l’ascolto  della varietà di voci anche dissonanti – più esattamente di segmenti di questa nebulosa di scriventi – che senza forzature e settarismi  possano liberamente confluire in un laboratorio, dove avviare confronti paritari, inchieste puntuali e riflessioni critiche coraggiose anche sullo stato attuale della poesia italiana contemporanea.

Chi vi parla, e fa tale proposta di lavoro, negli ultimi anni ha sondato su tale materia le opinioni di alcuni poeti e critici, condotto con scarsi mezzi e in  compagnia di amici trascinati un po’ per i capelli una piccola inchiesta  e sviluppato un inizio di riflessione teorica poggiandosi su concetti filosofici (moltitudine, esodo) e socio-politici (lavoro immateriale, postfordismo)  per dare respiro problematico e non corporativo al discorso che andava costruendo. Per onestà intellettuale preciso che   diversi miei interlocutori si sono mostrati in vari modi scettici sul rilievo non tanto sociologico ma estetico-politico che io tendo ad attribuire in prospettiva al fenomeno dei tanti che scrivono versi.

Tuttavia il discorso comincia a circolare e qui, nella Casa della poesia della Palazzina Liberty, è stato organizzato nel marzo scorso un primo incontro  con  letture di poesie e testi  di critica, che viene ripreso e approfondito questa sera.

Senza ombra di cortigianeria ringrazio di ciò G. Majorino  per l’avallo cauto, intelligente  ma soprattutto non esteriore che mi ha dato.  Chi frequenta, infatti, la sua poesia sa che essa  ha *incorporato* (termine ricorrente nel suo lavoro critico) i *molti* (la realtà dei *molti*); come sa quanta attenzione egli abbia prestato  ai complicati e ambigui aspetti dell’«epoca del gremito» tra cui quello dei «tanti che scrivono versi».  Questo non vuol dire che ci sia  coincidenza di vedute tra noi: ad es. i suoi accenni a quel centinaio di «poeti veri, capaci di stile» (p.48) restati fuori dalla sua ultima edizione di *Poesia e realtà* non è detto che  alludessero alla «nebulosa o moltitudine poetante»  di cui mi sono azzardato a parlare io.  Importa però che  il tema dei molti in poesia si presti a confronti senza preclusioni e a  insistenti interrogazioni.

E alcuni interrogativi divenuti ormai “miei/suoi”  richiamerò stasera,  spostandomi  un attimo in zona poetica (o similpoetica?) e  leggendovi  questo frammento in versi a cui sto lavorando e che  proprio a lui e al tema in questione si rivolge:

Quali colombe dal disio chiamate?
No, come gocce d’ignote bufere
alle vetrate della Casa della Poesia
Giancarlo, premono molti scriventi.

Chi sono? Quanti? Perché così scrivono?
A che mirano? Curarsi di loro
o il brusio di pubblico dal palco reggere
modulandone ossequi e domande?

E chi sono per noi che su riviste
di poesia pubblichiamo i versi
che ci piacciono? Fratelli? Concorrenti?
Compagni di strada? Pedine da manovra?

Possiamo aprirci benevoli ad essi
reggere invidia, angosce, deliri
non sfuggirli, non costruire valli
interiori? E mostrare anche l’errore

dell’energia spostata dal reale
dal vero alienata? E parlare a lungo
con loro, seguirne lo sciamare
nella notte e poi riprendere a scrivere?

Ma torniamo all’ipotesi di laboratorio. Come dovrà chiamarsi, che  attività svolgere, che temi affrontare e quali condizioni porre ai partecipanti?  Sono tutte questioni aperte. Per conto mio, esso dovrebbe ospitare quanti potranno o vorranno dire la loro sul tema dei molti in poesia, che siano tiepidi, scettici o persino ostili e mossi da tutt’altro orientamento.

Il laboratorio dovrebbe servire a porre i problemi giusti, a  raccogliere le spinte fondate  su intelligenza, attitudine al confronto con la realtà, passioni vere. Dovrebbe far discutere assieme e schiettamente i poeti laureati con i poeti in attesa di laurea o con quelli a cui le lauree importano poco. Mi aspetto solo che i molti (un centinaio come dice Giancarlo o tanti di più?)  escano così da un anonimato generico, che si diradi la loro nebulosa e che si mostri – spero – come  un aggregato di singolarità vere.

Più in dettaglio cosa dovrebbe fare questo laboratorio? Alcune proposte  erano già state presentate nell’iniziativa del  marzo scorso: – preparare un questionario da rivolgere agli  scriventi versi (quelli che pubblicano di solito su riviste cartacee o ora on line o presso piccole case editrici);  – organizzare occasioni di confronto tra  loro e critici o poeti-critici, magari su un testo o una raccolta di versi o un saggio. Altre idee potranno venire fuori mano mano. Penso pure che i momenti di confronto andrebbero organizzati in forma di agili seminari e che sia  prevista la presentazione pubblica dei risultati. Ma di questo si parlerà se e quando il laboratorio s’avvierà.

Termino con un indovinello. Di chi parla Vladimir Holan in questa poesia che ho scovato quasi per caso nelle ultime settimane?
Dissi:”No, non chiamatela
Col nome di battesimo!”
E lui: “Ma è proprio quello che le piace!”
Dissi: “No, alla sua porta non bussate,
non è in casa forse, e io ne avrei paura!”
E lui: “Macché, quella
È sempre dappertutto!”
Dissi: “Forse non si è ancora
Decisa!”
E lui: “Possibile che abbia una misura
Lei che è senza confini?”

(Vladimir Holan, Il poeta murato)

Ennio Abate 9 novembre 2006 Casa della Poesia Palazzina Liberty, Milano

3 pensieri su “9 novembre 2006. Agli inizi del Laboratorio Moltinpoesia

  1. …far parte della “moltitudine poetante” oggi come sentirsi in qualche modo protetti dallo scudo “Moltinpoesia”, ma anche chiamati a darsi una sorta di statuto. Uno statuto che difenda la libertà di scrivere secondo sensibilità e modalità proprie, sempre nella ricerca e nel confronto, ma anche la consapevolezza dei valori che accomunano…Ho letto in un post precedente una frase di Franco Fortini: “L’umiltà rinvia all’orgoglio”, mi sembra una buona predisposizione d’animo per i “Moltinpoesia”…

    1. Cara Annamaria, fai bene a commentare con la tua speciale vaghezza da un passato di tredici anni. In realtà prendi le cose alla lontana, giustamente pensando di avere una visione, profonda e laterale, delle situazioni.
      Nel tuo scritto trovo due petizioni di principio: una esclude che sia imprevedibile il futuro dal presente in cui ti collochi scrivendo. La seconda è un richiamo al piano morale dell’umiltà (e della superbia) per indagare la legittimità degli interessi personali: non calcolabili.
      A parte le velate critiche che avanzi, ti colloco in una posizione quietista: “lascia che avvenga e correggi appena, come espressione di amore”. Non temere, il conflitto accende lontani fuochi nella pianura.

  2. …scusa Cristiana, non penso di essere stata interpretata bene, nel mio pensiero, da te…oppure sono io a non averti capito?
    Non ho voluto avanzare “velate critiche”, a me l’esperimento Moltinpoesia era piaciuto, anche se non sono stata presente dagli albori. Ho, magari un po’ discontinuamente, continuato a frequentare, anche dopo il suo scioglimento, il gruppo di poeti che ne faceva parte. Trovo che l’affermazione di F. Fortini “l’umiltà rinvia all’orgoglio” calzi bene allo spirito originario dei “Moltinpoesia”: la consapevolezza, essendo tutti noi arrivati numerosi da ogni dove, di essere una moltitudine poetante ci metteva al riparo ( o avrebbe dovuto) da falsi traguardi, ci confermava in una dimensione umile ( che non significa opprimente) per proiettarci contemporaneamente nella dimensione orgogliosa del “noi!(l’orgoglio, credo, un sentimento più costruttivo della superbia)…Forse è stato questo secondo aspetto a non essere stato abbastanza indagato all’interno del gruppo. A volte penso comunque che non sia finito il compito dei Moltinpoesia. Solo in questo serbatoio qualche volta scrivo versi senza sentirmi fuori luogo…Moltinpoesia resta per me un luogo “ideale”

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