Un ricordo di Cecilia Mangini

di Lorenzo Pallini  su L’OSPITE INGRATO

“Nella foto che le ho scattato a Firenze qualche anno fa, Cecilia stringe a sé con un leggero sorriso una copia della prima edizione di Una volta per sempre del 1963. Come recita la dedica all’interno, il libro è stato donato da Fortini ai «compagni di sventura» Lino Del Fra e Cecilia Mangini, con i quali aveva condiviso la lunga lavorazione di quello che avrebbe dovuto essere, dopo l’avventura di All’armi siam fascisti! del 1960/61, il loro secondo film insieme, La Statua di Stalin.”

 

3 pensieri su “Un ricordo di Cecilia Mangini

  1. Sono nativo di Brindisi… quando vidi per la prima volta il lavoro della Mangini qualche anno dopo il 1965 (sia “Tommaso” che “Brindisi ’65”) non potetti fare a meno di plaudire a quanto raccontava della città, ma poteva la regista affondare di più il suo coltello nella piaga!
    Ho vissuto personalmente – sono testimone oculare e attendibilissimo – tutta la triste, o quasi, epopea brindisina, il passaggio cioè da una cultura agricola-contadina ecc. alla così detta “civiltà” industriale.
    Gli operai nativi del Nord che erano giunti con le loro famiglie a Brindisi, ostentavano superiorità linguistica, culturale ecc.; e vi è un documentario dove si vedono (una intervista) questi operai parlare con le loro mogli attillate (che andavano a Lecce per “vestirsi bene”, cioè alla moda)… parlare loro con un linguaggio affettato… cioè una sorta di italiano “corretto” e tradotto dal loro dialetto, da risultare infine ridicole; nello stesso documentario, in una intervista, quelli del Circolo cittadino di Brindisi, ostentare a loro volta una superiorità cultural-intellettuale, che indubbiamente c’era, poiché erano notai, farmacisti, avvocati, e un professore di lettere che conoscevo (amico di una mia cugina). Vi erano delle critiche caute da parte di questi notabili, tanto caute da parere comiche e ingenue allo stesso tempo.
    Ancora adesso ricordo come questo passaggio epocale fu istantaneo; la città e in particolare nelle zone periferiche di allora, era percorsa dai carri (i traìni), dunque cavalli a non finire, pecore, agnelli, cani da guardia, muli (i muli fino alla fine degli anni ’50, adibiti al trasporto di feci e urine , umane), asini… tutti i pomeriggi sul tardi passavano coloro che spargevano acido fenico: vi lascio immaginare il puzzo, il fetore ecc. (già Hemingway di passaggio a Brindisi la definiva “città lurida”, ma luride erano e in parte sono tutte le città marinare!). Queste atmosfere le ho fissate in un mio racconto “l’Arrabbìco”.
    Insomma: una mattina mi svegliai e uscii in strada: i cavalli e i carri, pecore, muli e asini erano scomparsi… si sentiva nell’aria un’aria mortale, subdola. Quella che si portava dietro la civiltà industriale, senza che vi fosse un minimo di difesa per proteggere la gente.
    La civiltà industriale aggiungeva a quei “fetori” naturali i fetori artificiali: grandissimo inquinamento che tuttora perdura a Brindisi e a Taranto e altre località come in Basilicata. Portando la distruzione di centinaia masserie e tutto ciò ad esse legato.
    Queste stesse atmosfere anche le cittadine del Nord le conoscevano con in più un inquinamento moltissimo avanzato (questo appresi durante la gita scolastica fatta proprio nel 1965 nelle zone di Marghera; e qualche anno dopo vicino Prato dove lavorai per soli tre mesi in una fabbrica di concimi chimici: risultato: mi detti alla fuga!)

    La regista Mangini era ed è di fatto una pioniera e tutto il cinema di “costume” che venne dopo le deve moltissimo, ma questo credito non le è stato attribuito come si doveva. Ha creato e realizzato intendo un tipo particolare di cinema, e non la solita brodaglia che ci viene propinata da tanti decenni.
    Poi giunge il cinema come lo intendeva Valentina Pedicini (brindisina), che alla città di Brindisi dedica una singolare attenzione: un suo lavoro “My Marlboro City”, del 2010,è girato nella sua città, e sono storie di contrabbando, storie di volti ben diverse da quelle della Mangini, pur essendo evidente il filo rosso che le lega. Il rimpianto di aver perso il 20 novembre scorso, Valentina Pedicini è grandissimo e pesante… non possiamo immaginare quali altri capolavori avrebbe potuto realizzare. Aveva già raggiunto fama internazionale e premiata più volte.
    Brindisi le regala una accoglienza calorosissima, così recita un intervento (tratto da internet):
    \\\\\“ Pubblico delle grandi occasioni per l’ultima proiezione del film d’esordio della regista brindisina Valentina Pedicini, dal titolo “Dove cadono le ombre”, reduce dalla presentazione accolta da dieci minuti di applausi e buoni riscontri anche da parte della critica alla 74.a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia per le Giornate degli autori e che, per l’occasione, ha raggiunto fiera ed emozionatissima la sua città natale per incontrare, in esclusiva per la provincia del capoluogo adriatico, i concittadini presenti allo spettacolo. Ad accompagnare la regista la protagonista del lungometraggio, l’attrice Federica Rosellini che per la magistrale interpretazione alla Mostra del Cinema è stata premiata come migliore attrice emergente italiana tra i film presentati in laguna con il “Nuovoimaie Talent Award”.\\\\\\\
    Certamente la Pedicini conosceva di fama la Mangini, e credo che questi la conoscesse pure per lo stesso motivo: non so se si sono qualche volta incontrate. Il testimone che la Magini lasciava alla Pedicinii non era facile da maneggiare: la Pedicini ne è però all’altezza e conduce il suo cinema ben oltre i confini nazionali.
    Mi ero l’anno scorso in primavera allertato per incontrarla, conoscerla, proporle qualche mio lavoro da tradurre in “cinema”. Non ho fatto in tempo, ed è un triste rimpianto.
    Mi sono ripromesso, presso le autorità comunali di Brindisi che almeno una via le fosse intitolata, e spero tantissimo che ciò sarà concretamente possibile. (spero anche per la Mangini, se ancora non c’è).
    Grazie
    A. S.

    1. Antonio grazie per questo tuo intervento, che incrocia esperienze tue e giudizi interessanti sia sulla Mangini che sulla Pedicini. Mi sono ricordato che Cecilia, quand’era nella giuria del FUORI RACCORDO, parlò di “My Marlboro Country” (che io al tempo trovai molto bello) https://www.youtube.com/watch?v=9XSwN36AZlM
      Di sicuro si conoscevano e apprezzavano.
      Il rapporto di Cecilia con la Puglia è tutto improntato su una riscoperta in età adulta, perché lei lasciò Mola a 6 anni per Firenze. Tornò al Sud per i suoi lavori, sola e con Lino Del Fra. Rimase folgorata da De Martino (ricordo una sera sentirla parlare a lungo de “La terra del rimorso”), ma anche da Carlo Levi. Molto più di me ti potrebbe raccontare Gianluca Sciannameo, che cito nel mio articolo e che ha dedicato molti studi a Cecilia (la monografia su di lei “Con ostinata passione” e “Nelle Indie di quaggiù”, temo ormai entrambi fuori commercio). Oltre ad essere un amico molto caro e il tramite iniziale della mia amicizia con la Mangini.
      TOMMASO per me è uno dei suoi migliori.
      Ti segnalo questo numero della rivista MONDO NIOVO tutto dedicato a Cecilia.
      http://amnc.it/cecilia-mangini-si-racconta-su-mondo-niovo-18-24-ft-s/
      Un saluto!

      1. Gentile Lorenzo,
        ho menzionato nel mio intervento un racconto “picaresco” l’Arrabbìco…
        se volete potete farvelo avere da Ennio Abate che ha il pdf.
        Di certo Vi divertirete,

        sinceri saluti
        Antonio s.

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