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Poesia e critica della poesia

“Dancing Birches. Part 5” (5) + tre nuove poesie di Glen Sorestad

traduzione di Angela D’Ambra

Ecco la quinta e ultima poesia di “Dancing Birches. Part 5” assieme ad altre tre nuove sempre su Hemingway c,he fanno da appendice. Le precedenti le trovate scrivendo in alto a destra (lente d’ingrandimento) il nome dell’autore. [E. A.]

 Finca Vigia[1]
 
  
 His house is now a museum. You can look,
 but you can’t touch – photos, if you wish,
 may be taken from cordoned doorways 
 or through open windows in this home 
 where he and Mary lived, where he wrote, 
 where they entertained movie stars and statesmen. 
 Pilar, his fishing boat, stands weathered,
 high and dry, alongside the swimming pool 
 where Ava Gardner is said to have stroked 
 lengths, adorned with that famous sultry smile, 
 and so the rumour goes, nothing else.
  
  
 Everywhere in Havana that Hemingway
 ate or drank, worked or played, is remembered 
 by fresh generations of those he lived among 
 and loved with a fierce tenderness, people
 who loved him back and love him still – 
 an American hero in a nation blockaded
 by his own people -- this place he came to live in, 
 where he will never die, but be forever Papa,
 a giant among the people who welcomed him,
 who took him into their hearts,
 not the man who also lived in Idaho
 and hunted pheasants, who one day 
 took his shotgun out and wrote the end
 to the story he spent a lifetime telling.
  
  
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“Dancing Birches. Part 5” (4) di Glen Sorestad

traduzione di Angela D’Ambra

Quarta poesia di Glen Sorestad dedicata a Ernest Hemingway. Le precedenti qui, qui e qui . [E. A.]

Two Old Boys of Cojimar [1]
 
  
   When the two old fellows saw us approaching 
   they snapped to like wind-gusted flags. 
   The little fishing village just east of Havana 
   is best known as home of Santiago, 
   Hemingway’s heroic protagonist,who 
   spent two days and two nights adrift 
   far out on the Gulf, bound, will to will, 
   to a magnificent and gigantic marlin[2], 
   until he subdued the great fish, only to lose it 
   to marauding sharks before he could 
   bring his once-in-a-lifetime catch
   home to the village as tangible proof. 
  
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Milano. Piazza Corvetto

di Annamaria Locatelli

Una umana varietà di  «lingue, idiomi e culture», vitale e dolente, s’agita attorno a una piazza-mostro dominata da un  «ponte stralunato». Attorno all’obbobrio di una modernità interrottasi, acrobati, giocolieri e mendicanti orgogliosi si sono costruiti le loro tane. «Anime multietniche» abitano un periferia che è mondo rovesciato rispetto a quello tracotante e leccato del centro città. Che rapporto stabilire con esse? Proprio ieri, leggevo di alcuni grandi filosofi tedeschi del primo Novecento. Si chiedevano come parlare delle nuove forme di vita associata che si stavano producendo nei grandi agglomerati urbani d’Europa degli anni Trenta:«È possibile mettere il mondo in prospettiva per poterlo osservare dalla distanza – cosa questa che ha fatto sempre la ‘critica’– quando le esperienze sensoriali della metropoli, la densità abitativa, la verticalità degli edifici, le folle che si spostano in un movimento frenetico e continuo non consentono più quella “giusta distanza”? (qui).  Una risposta semplice e che sfugge alle grandi teorie la danno le poesie di Annamaria: procurarsi uno sguardo amoroso, di simpatia stupefatta. Per riattivare il fiabesco e il cosmico che a un tempo la piazza a lei cara oggi contiene. E le piaghe insanabili delle periferie?  Gli «incontri-scontri»? La risposta resta simile: accogliere e attendere senza paura le trasformazioni. Anche «in una inquieta Pangea ritrovata» «combaciano,/ amanti,/mano nella mano». [E. A.]

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Dediche. Ai due Giacomi (Leopardi e Joyce)

di Antonio Sagredo

 L’Apollo di Lissa io degusto con Stephen.
 Dedalus d’aromi e linguistici suoni, 
 quanti misteri d’Irlanda io compresi
 sotto i portali di scoperta e la famosa torre che non vidi mai?
  
 Ma la statua dell’anima nell’unica città
 dov’io mescendo sangue vivrei in contumacia
 e con lei nel bordello, lì, con pensili pensieri
 e lingue a due passi tra oscure selve e cosce di linguaggi.
  
 Sotto il pontecanale  forse c’è un’anima seconda, 
 la penna e la stampa che Gutenberg sbalestra
 a ogni bivio trivio e quadrivio tra archi di trionfo -       
 e dei due Giacomi mangiagelati quale l’ottimista
 dell’infinito che è dato, e che  non possiamo eliminare?
 
 
 
                                    Roma, 11 aprile 2012
 
 
  

“Dancing Birches. Part 5” (2) di Glen Sorestad

traduzione di Angela D’Ambra

Questa è la seconda poesia della sequenza che il poeta Glen Sorestad ha dedicato ad Ernest Hemingway. La prima la leggete qui. [E. A].

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Che bello fotografare

di Arnaldo Éderle

Da tempo Arnaldo Éderle aveva scelto Poliscritture come luogo ospitale per i suoi poemetti. E me li ha mandati, sempre più numerosi,  in questi anni che hanno preceduto la sua improvvisa morte. Avevo pattuito con lui che li avrei pubblicati mano mano, distanziati nel tempo. Tre me ne sono rimasti in lista. Questo sulla  fotografia stabilisce un confronto tra immagine e parola e ribadisce, proprio in un’epoca che la sta negando, la fiducia nel primato della parola poetica che « miracolosamente, salva lo spirito/ nella sua eternità». [E. A.]

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Dediche. A Leopardi

di Antonio Sagredo

 
 

Io devo dire a Silvia il tuo rancore 

Ho barato con l’ignoto e la veggenza, 
l’urna e la clessidra si sono rivoltate
per un vomito di versi e di visioni -
il gallo ha beccato la rugginosa banderuola
  
L’Apocalisse se n’è venuta come una troia
turrita di merletti, anatemi e nastri funebri.
Non ha gradito la tragedia come una finzione
ché nello specchio la sventura non ha valore di rovina.
  
Io so che i sogni di quel borgo ti hanno tradito,
sapevi che la luce bovina non aveva spazi per te,
che erano meno finti del tuo infinito come gli zibaldoni,
che l’immensità era una vana e spietata farsa libertina.
  
E quando una marionetta abiurò i fili dinoccolati
per una stecca della Storia ma non del tuo pensiero
ferrigno io devo dire a Silvia il tuo rancore, la grazia 
di quel Nulla che mutò la tua ragione in fatale canto.
  
  
  
 Maruggio-Campomarino, 22-23 agosto 2016
  
  
  
  
   

“Dancing Birches. Part 5” (1) di Glen Sorestad

traduzione di Angela D’Ambra

Pubblico la prima di otto poesie che costituiscono la parte quinta dell’antologia di Glen Sorestad, Dancing Birches, in via di edizione . Si tratta di una sequenza dedicata a Ernest Hemingway. Mano mano seguiranno le altre. [E. A.]


HEMINGWAY & HAVANA
 

 
Every man’s life ends the same way. It is only the details of how he lived and how he died that distinguish one man from another.
Ernest Hemingway
 

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Propio tutto come prima

di Francesco Di Stefano

 
Pubblico questa amara poesia di Francesco Di Stefano sulla sorte di Amatrice e non posso non cogliere il significato allegorico, riferibile all'Italia tutta, che essa prende dopo il voto alle europee. [E. A.]
 
Li nostri padri antichi l’Amatrice
doppo ogni sisma sasso su mattone
l’hanno arifatta in men che nun se dice
usanno a mano pala co piccone.
 
Noantri co cemento e scavatrice
e l’antri mezzi a disposizzione
in tre anni sto borgo è la cornice
ancora de macerie e distruzzione.
 
Intorno nun te cresce in mezzo an prato
più l’erba come d’Attila ar passaggio
e manco più dall’orti coji assaggio
 
avenno er teritorio sconquassato
e la dorcezza sfranta der paesaggio.
Er tutto come prima spergiurato
 
l’avremo quanno Pasqua viè de maggio.