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Prof Samizdat (prova 4)


Narratorio. Versione  2020.

di Ennio Abate

Gli studenti (e i suoi due figli? perché era un  prof Samizdat con figli, lui) stavano già tutti  altrove.  Anche se erano nell’altra stanza accanto alla sua a leggersi fumetti. O in classe, lì, visibili, davanti ai suoi occhi.  Altrove, ma dove?
Prof Samizdat gli faceva domande. (Gli poneva questioni, diceva lui, serio, credendo alla sua serietà).
Ogni tanto capitava, sì, che una parola, una frase, che aveva  viaggiato per conto suo assieme ai rumori, ai borbottii, nel flusso del discorso – somma della sua voce e delle loro – che nelle due ore  di fila si costruiva nell’aula, avesse un inatteso effetto. O, più terra terra, uno di loro, interrompendo fantasie inafferrabili o  ispirato da chissà cosa,   gli faceva  una  domanda. All’improvviso. Imprevista. Fuori luogo.

Un giorno, in  quinta C, Sirò, che a prof Samizdat dava sempre l’impressione di parlare da un suo ghetto d’adolescente impenetrabile ai ragionamenti, d’un tratto alzò la mano e fece: – Prof, mi permette di dire una cosa urgente?  – Di’! – fece prof Samizdat. Dunque, è un’inchiesta. Vorrei sapere quanti sono per la pena di morte. Alzarono la mano in 7 o 8.  E quanti vogliono l’abrogazione dell’ergastolo? – incalzò Sirò. Alzarono la mano in due.  E quanti sono per i campi di lavoro? Per rieducare, ovvio. Ancora una decina di mani alzate.

La pena di morte la sognavano, la sognavano in tanti. Ma che cazzata d’inchiesta è questa? –  aveva sbottato troppo tardi prof Samizdat. E in cuor suo cominciò la lagna. Era stato pure così fesso e gentile da fargli da dizionario volante, spiegandogli in pillole anche il significato della parola ‘abrogare’, che quelli non conoscevano. Già.  Doveva sempre controllare il suo entusiasmo speranzoso. S’aspettava sempre qualcosa di più da loro. Vuoi vedere che oltrepassano…
Oltrepassano cosa?  Per sfotterlo, eh, oltrepassavano. E chiedevano la prima cosa che gli saltava in mente. E lui s’illuminava in volto. Quasi.  E stava a cercare le parole  e un tono pacato, robusto, quasi solenne per dargli una risposta precisa, chiara. Parole che restassero in mente. Memorabili.  Manco fosse un oracolo!
Era così prof Samizdat. Rischiava volentieri quando stava in classe con loro. Azzardava. A suo agio. Volenteroso.  Credeva di seminare – perché no? perché non seguire questi cavalli imbizzarriti?  – su terreni insoliti, dove la loro immaginazione bisbetica sembrava più pronta a scattare.  E la faccenda per attimi funzionava. Pareva. Una pedagogia improvvisata, istantanea. Prof Samizdat aveva ancora fiducia nell’occasione.

Voleva insegnare a se stesso ragazzo e al pezzo di sé che scovava in certi  studenti.

In quello spazio artificioso e coatto della scuola? Che ogni poco sentiva come prigione?  Fatto apposta per impedire qualsiasi vera paideia?
Provano a vivere anche qui, si diceva.  Provano a farsi sentire come sono adesso. Paralizzati dalla noia. Si difendono con il cazzeggio della conversazione scoppiettante e improvvisata. Provocano, interrompono. Alla noia della prigione scuola sostituiscono altre noie a cui sono più assuefatti. Quelle del fuori scuola. Dei bar, delle piazze.  O che gli arrivavano dalla TV, dalle canzoni, dalle chiacchiere.  Anche dai biascicamenti rissosi che sopportano nelle famiglie.
Si scervellava per ideare nuove Trappole Comunicative. Tutti quei discorsi sulla didattica innovativa! Sì, per attirare la loro attenzione, suscitare le loro passioni buone!
Eppure ogni ora passata in classe prof Samizdat cozzava contro quella loro resistenza. Opaca, sorda, a capriccio. Che rosicchiava il dialogo sugli argomenti del programma, ma anche su avvenimenti estemporanei, che egli affiancava al programma o faceva proporre a loro stessi. Come se volesse tenere sempre uno spiraglio aperto al mondo che di fuori premeva. Sia loro che lui.
Far cambiare aria, ventilare la mente. Fargli assaggiare almeno un po’ di tradizione, porgendogliela sotto  il velo zuccheroso di quel che, tra loro, passava per “nuovo”, per “cose attuali”.  Ah,  ‘l vero, condito in molli versi!
Ma così giustifichi la loro stupidità, l’ignoranza, il plebeismo, prof Samizdat! Quali soavi licor! Quali orli del vaso!  Non vedi che alla fine resti insoddisfatto! Delle loro risposte alle tue domande e delle tue alle loro?

Nota

Le precedenti ‘prove’ si leggono qui:  1, 2,  3.

Prof Samizdat (prova 3)

Narratorio. Versione  2020

di Ennio Abate

In quel Pacco Nord, in quell’anno. Ah, sì, c’erano ancora epigoni non più in eskimo del Grande – ancora si diceva così? –  Movimento. Ne erano rimasti in quasi tutte le fabbriche, le scuole e i quartieri d’Italia. E al Pacco Nord chi erano? Un po’ di prof e ITP moderatamente democratici che, affezionati alla Picci-neria, amministravano la Sezione Sindac. E, in gelosa dissidenza con la Picci-neria, il Comit (o meglio, la cosiddetta “Compagnia delle schegge”) raccoglieva  i dispersi degli ex gruppazzi rivoluzionari: prof Samizdat, Massim, Sciag,  più altri tre o quattro. Continua la lettura di Prof Samizdat (prova 3)

Temporale

 

da Prof Samizdat/Narratorio

di Ennio Abate

Solo una striscia di luce pallida e gialla illuminava ora il blocco dei palazzoni rossicci stagliati contro il cielo. Il resto era d’un azzurro sporco. Il temporale era imminente. Un’ombra, calata all’improvviso, incupiva anche il verde di un vasto campo che fiancheggiava i binari del tram. Attimo dopo attimo, in mezzo a folate sempre più forti di vento, quell’ombra, per effetto del sole che tramontava, si sollevava. Ora rodeva lentamente la facciata rossiccia dei palazzi.
Cosa faceva in quei momenti la gente nelle stanze ancora per un attimo soleggiate? Qualcuno di quelli che abitava ai piani più bassi, già investiti dall’ombra, s’era affacciato per vedere il dramma che il paesaggio della città mostrava? Prof Samizdat lo seguiva con un’ansia tenera.
Il terrorismo. In quegli anni lui era rimasto fissato  all’immagine pubblica, spettacolare che i giornali ne davano. in un corpo a corpo emozionale. Era diventato un osservatore meticoloso anche dei battiti più periferici di quelle azioni violente e sanguinose. A volte cercava di riscuotersi. Come si fa quando il sonno assale, ma non vuoi cedere. E scuoti la testa. Da mesi era in un volontario esilio dalle manifestazioni politiche. Non ci andava più. Le sue attività giornaliere non erano mutate quasi in nulla, rispetto al passato. Ma la stanza dove studiava era il laboratorio dove quella sua attenzione spasmodica si esercitava ripetutamente sui quotidiani, che accumulava in pile ordinate per mesi. Aveva alcuni libri in evidenza sul tavolo. Ascoltava i giornali radio. Sulla spinta che seguiva agli avvenimenti, progettava letture e approfondimenti. Ritagliava gli articoli con le opinioni che considerava più degne di riflessione. E aveva mantenuto i legami con alcuni che si occupavano dei detenuti politici finiti in carcere. Con uno di loro, PDG, si scriveva. Supponeva che molti altri, che come lui avevano partecipato alle lotte dell’ultimo decennio, facessero qualcosa di simile. Ma non ne era certo. E non voleva accertarsene. Non desiderava più occuparsi assieme ad altri di una politica andata in frantumi . Meglio ripensarla da eremita.

La maniera equivoca e festaiola del far politica in quegli anni che ora si disfacevano   furiosamente. I discorsi infuocati sulla rivoluzione non pranzo di gala. Fino alle bombe di Piazza Fontana, vogliamo tutto. Poi del tempo successivo di  sconfitta nuovi goliardi e nuovi giacobini si spartivano la gestione pubblica. All’inizio i potenti – un blocco per lui informe, mai  studiato, un concetto – erano stati sorpresi, ma  subito avevano  usato la loro potenza bruta. E quasi subito la fluida rete collettiva che dal ’68- ‘69 si era messa in moto quasi per incanto e sembrava estendersi gioiosa, giovanile, in piena autonomia, s’era irrigidita e slabbrata in più punti. Dalla calca euforica e dei simili (in apparenza) s’isolarono gruppi che insegnarono in fretta a fare scelte drastiche. E imposero discipline e riti partitici. Inevitabili? Non se n’era mai convinto, ma neppure che ci fosse una via diversa da quella che permise di intascare per un po’ il bottino d’intelligenza e passione di quei due anni esplosivi. Lo sistemarono in magazzini dalle dimensioni più  squadrate. Le solite. I più vecchi le conoscevano. Montaldi ne diffidava. Non si capì più quali spiragli erano riusciti ad aprire e quali erano rimasti  del tutto chiusi. Non si capirono neppure più  le involontarie deformazioni subite dalle parole collettive. Rotolavano immediate, grossolane, fra le folle che ancora si radunavano numerose, ma già stordite, dietro bandiere. E non si capiva più in cosa esse fossero abbastanza simili e dove inconciliabili.

Al mattino si svegliava al primo passaggio del metrò, verso le sei. Disinnescava il comando della radiosveglia. Accendeva la piccola pila arancione, aprendo lievemente le porte per non interrompere il sonno della moglie e dei figli, andava in cucina. Si preparava il caffè e poi si chiudeva in gabinetto. Milioni di movimenti simili ai suoi venivano fatti nelle altre abitazioni, nelle carceri, negli ospedali. E prof Samizdat pensava, ma dolorosamente, che anche in questi gesti semplici era stata impressa e si manteneva da secoli una  sottile violenza ormai quasi inavvertita. E che i corpi vi convivevano faticosamente, come con una protesi… […]

Ma quella morte, no! I democristiani se ne erano lavati le mani. Altri ragionarono fino in fondo. Qualcuno notò che Moro non era poi così innocente da essere avvicinato a Cristo. Altri non giuravano più neppure sull’innocenza di quest’ultimo. Quanto si parlò di vittima sacrificale, di necessità storica! Ragion di stato e provvidenza divina tornarono a confondersi. E dopotutto – pensarono sempre altri – si è trattato soltanto di un omicidio politico…[…]

Chiuso nella griglia strettissima di quei giorni, prof Samizdat fece l’unica cosa che gli era possibile: rovistare fra gli echi che gli arrivavano. A distanza. Dov’era precipitata nel frattempo la sua anima interrogante? E il suo corpo era ancora giovanilmente smagrito? Echi ed echi di echi. Nella griglia strettissima anche dei giorni successivi. Fare i conti, fare i conti! Ma non era un ragioniere. Era solo. Non contava nulla. “Sono per le trattative” disse impetuosamente e ad alta voce, sbracciandosi nel buio pur essendo solo nella stanza. E si alzò dalla sedia, spense la radio. Asfalti bagnati. Per la pioggia il traffico delle auto arrivava fino alla sua finestra. Come se friggesse. Intermittente. L’ascoltò come un’argomentazione imprevista ai suoi pensieri. Quel rumore di pneumatici sull’asfalto bagnato gli muoveva delle obiezioni. Ma chi imponeva quella dichiarazione, se non contava nulla? Era sempre solo nella stanza. La nube delle voci radiofoniche, dei titoli di giornali, delle immagini televisive s’era ormai azzittita. Le mille faccende della vita quotidiana continuavano. Avvolgevano anche i più schivi, i distratti, i disperati per conto proprio, i camminatori a testa bassa. Come prima. Le grandi tragedie non interrompono quasi mai gli impegni banali o semplicemente  avviati. Il rubinetto che cola una goccia dopo l’altra. Sogni e letture svagate, amoreggiamenti e invidie, affari e porcherie continuavano . In una cappa che li rendeva anzi più anonimi e riparati.  Ma il deposito corrosivo dei comunicati e degli scioperi in corso continuava nella sua mente. “Sono spaventato, sono inquietato” – disse ancora, accendendosi una sigaretta. E, ad alta voce, quasi per dar più consistenza alle sue parole, quasi a convincersi di più: “Sono inorridito per questa esibizione di durezza e di ferocia”. urlò accostandosi alla finestra.  “E non voglio rientrare. Non accetterò mai le ragioni di chi vincerà questo scontro”, aggiunse facendo un gesto netto con la mano. Ma gli oggetti non rispondevano. Il ticchettio della sveglia era percepibile solo se ci pensava. I segnali abbisognano di decifrazione. La stanza era ancora terribilmente silenziosa. Un segno della fine, di morte. Era teso. Come stesse rispondendo alle implacabili domande di un tribunale invisibile. Che annullava tutto il balletto umanistico in espansione solo sui giornali. Poi andò in metropolitana a Milano. In strada, all’uscita di Piazza Duomo, una ventenne intatta e sardonica – si scorgeva bene il rossetto sulle labbra – mimava fughe e approcci e poi colpiva, ma con un cuscino, un pachiderma che ballonzolava sui trampoli.

Prof Samizdat (prova 2)

di Ennio Abate

Ah, se al Pacco Nord ci fosse stato anche l’Autonomo! Lui, sì, che non si lasciava intimorire da leggi e circolari. Sulle cose sindacali si destreggiava da dio. Ne sapeva le asperità i trucchi i trabocchetti. E dove non arrivava da solo, si consigliava con magistrati e avvocati amici suoi. Le prime volte prof Samizdat e l’Autnomo s’erano incontrati alle porte della Marelli di Sestosangiò. Volantinavano. Ciascuno per  la propria Compagnia: Aò l’uno, Ellecì l’altro, che prima ancora era stato uno dei fondatori della Cigieellescuola. Lo si era saputo dopo il suo arresto. E veniva da ridere. Perché  nei collegi rissosi di quei tempi il Flautista, che era il segretario picci-no della Cigiellescuola d’Istituto, ogni volta che l’Autonomo parlava, interveniva – palloso e pignolo – per denigrarlo e presentarlo come “il distruttore del sindacato”.
Prof Samizdat e lui avevano fatto un po’ amicizia. Anche allora non era facile capirsi. Ci provavano tutti di più però. E  – carne e ossa, saluti e battute –  spesso scendevano a patti e collaboravano. Di solito, però, stavano sempre a discutere e a litigare. Tra loro e con altri: “sinistri” e “destri”, sia studenti che insegnanti o ittippì. E sia nei corridoi che sui marciapiedi all’uscita della scuola. Continuando poi, instancabili e monotoni, all’ingresso di questa o quella fabbrichetta dell’hinterland. Dove facevano ‘sto famoso “lavoro operaio”. Distribuivano, cioè, sotto varie sigle i verbosi e male inchiostrati volantini dei loro minipartiti.  Tutti con  giri di parole pesate e ripesate e complicate per distinguersi  tra loro ma soprattutto dalla nazionalpopolare Picci-neria.  Che non li sopportava, li ostacolava in modi puliti e sporchi, li seppelliva sotto valanghe di altri volantini, manifesti, editoriali di giornalisti famosi. Tanto che, se all’inizio  qualcosa spostarono almeno nelle grandi fabbriche con quel loro “lavoro operaio”, presto i loro volantinaggi si ridussero a un complicato modo di mandare a se stessi segnali d’incoraggiamento e di sfida. Per durare, insomma. Eh, sì,  tranne  qualche decina di operai – le ricamatissime “avanguardie di fabbrica” –  che si fermavano a parlare  con loro, il flusso della folla ignota sospettosa e sfuggente – oh, sfinge impenetrabile della Classe Operaia! – come prima li scansava,  entrando  o uscendo dai cancelli di fabbrica in fretta.  Anche se prendeva tutti i volantini: di Ellecì-Aò-Pidup-Potop e della Picci-neria.

Ora però l’Autonomo era un fantasma di memoria. L’avevano di botto rinchiuso nel carcere speciale di Cun.  E loro, per fortuna ancora fuori, sempre a scrivere volantini  e documenti. Tra l’altro non più sugli aumenti salariali uguali per tutti,  la selezione di classe che spezzava le gambe ai figli degli operai, ma sul pezzo della loro storia subito deperita e in via di incarceramento o di dispersione al vento. Scrivevano: voi dovete immaginarvi cosa sono queste carceri speciali! E pensavano: non volete saperlo, eh? No, quasi nessuno, neppure i loro simpatizzanti o quelli che non rifiutavano i loro volantini, volevano saperlo. Le carceri, speciali o meno, servivano. L’avevano detto sui giornali e alla TV. C’era un’emergenza. C’era la notte della Repubblica. E bisognava  spegnere per bene i cervelli. E le bocche pure.
Tuttavia, dal carcere pur speciale l’Autonomo era riuscito subito a far avere a prof Samizdat e ai «colleghi dell’ITIS» una sua lettera. Aspra, spigolosa, urtante. Come la sua mente. La premessa era la classica analisi desiderante di una decina d’anni prima. Alla francese. (Senti che mi scrive questo! Che la scuola  è un guscio svuotato dalla polpa viva del Movimento. Che la società è una prigione dalle sbarre invisibili controllata da sorveglianti punitori). Poi, a metà lettera, s’addolciva e mandava un saluto affettuoso a un collega del serale molto malato. Ma  a tanta delicatezza d’animo in uno, che per quasi tutti ormai era un terrorista – lo martellavano i giornali e la TV – chi ci credeva più? Prof Samizdat, pignolo ma stralunato, insisteva: vedete che è presunto! Presunto non terrorista accertato? Ma figuriamoci! Badate a queste sottigliezze giuridiche? In tempi  così rabbuiati? Suvvia, non possiamo permetterci il lusso di intelligenze  alla Beccaria.

La lettera, perciò, era girata con flemmatica circospezione tra i docenti democratici per un po’ di giorni. E letta, era stata letta. E pure riletta. E sottoposta al vaglio della vigilanza  della stessa Picci-neria d’Istituto. Non andava – chiarissimo – la sua  conclusione: un’artigliata dell’Autonomo contro i suoi  ex-studenti di quinta. Troppo vogliosi di diploma e di carriera, secondo lui. E mancava  un nobile für ewig alla Gramsci. Ma che si crede? Questo solo di nude cose sapeva parlare. E esprimeva una corporalità scomposta. Un linguaggio-corpo?  Eh, sì. Che male, ahi! Non toccatemi! State male anche voi, perdio! Pro/muovetevi!

Donchisciottino, angioletto di periferia con lo sguardo volto al passato sessantottino (il quadro di Klee, Benjamin, sapete, no?), ai colleghi democratici prof Samizdat ripropose, come un fesso, lo stampo etico in lui ormai indelebile: prepariamo una risposta collettiva. Ma i colleghi della Picci-neria,  che un po’ lo sopportavano, perché un po’ teneva a bada anche lui quel diavolo di Autonomo – ora che nei conciliaboli della Docenza Seria era circolato il titolo dell’infamia: «Terrorista è!» , «Di sicuro?», «Certo, lo capivi dai discorsi che faceva in  collegio» – non ne vollero sapere. Eh, sì, gli interventi dell’Autonomo  avevano  quel taglio tanto aggressivamente futurista. E non contro il chiaro di luna, ma contro la Picci-neria e il Compromesso Storto.  Dunque?  Ora te la sogni una risposta  “garantista”, mio caro prof Samizdat. Te la sogni la lettera firmata da  quindici o venti docenti democratici e garantisti. Noi restiamo coi piedi a terra e  svegli, ché siamo già dopo il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, eh!

«Meglio che uno s’incarichi di scrivere poche cose, ufficiali, normali e poi chi vorrà firmerà» – aveva concluso in gloria il Flautista. E l’incontro, riservato a un ristrettissimo e silenzioso drappello democratico di pii e pie docenti in via di accartocciamento, che era stato convocato su uno spelacchiato giardinetto lontano da occhi indiscreti, per discutere su cosa non volevano fare, ebbe il risultato prevedibile e previsto.  Nessuno fiatò più. La faccenda dell’Autonomo per loro moriva lì. Voleva distruggerci? Tiè, lo distruggiamo  noi e lo Stato che siamo Noi!

Prof Samizdat rimase col cerino acceso della lettera in mano. Lo spense e pensò a  come rispondere lui, da solo. Che gli dico adesso a  questo pezzo di me/noi, compagno  o mezz’amico, finito in prigione, al fantasma che mi scrive, chiede, interpella, incalza? E più di prima, di quando, cioè, eravamo un po’ amici e un po’ avversari politici, un po’ in competizione e un po’ alleati nelle faccende di scuola o nei capannelli davanti alle fabbriche.  Prima che cominciassero gli spari e il sangue scorresse, non era detto che dovesse rispondere per forza all’Autonomo e alle sue provocazioni. Ma adesso si sentiva in dovere di rispondere.  Toh, adesso? Come! Proprio tu, che finora non hai avuto niente a che fare né coi lottarmatisti né coi fiancheggiatori né coi picci-ni e la loro fregola di farsi Stato? Ma indossala anche tu ‘sta casacca del sincero democratico, avanza nella carriera, fatti accogliere nella Docenza Seria, curati la famiglia, i figli,  le cene con gli amici, procurarti  un’amante. Perché ritrovarti solo come  quando  arrivasti a Mi dal Sud? Potrai contare sì e no sull’appoggio di Nuccia e Gigilà. Il resto – tutti, compagni e colleghi –  è stato lesto a distrarsi in mille cosucce ariose e per loro l’Autonomo  è fantasma assoluto, scomparso dalla vista e dai pensieri, fine!

L’Autonomo l’avevano arrestato per «reati associativi». Da un giorno all’altro. Dopo la prima lettera a prof Samizdat, dove chiedeva di indirizzare la risposta ad uno fuori dal carcere, che gliel’avrebbe poi fatta avere, gliene scrisse altre. Era stato sequestrato dieci giorni in una caserma di T. Poi aveva passato 15 giorni d’isolamento nelle celle “giù” del carcere di S. E quindi “in comune”. E si doveva dare coraggio da solo. Tenace lo era. Il suo mondo non se lo faceva cancellare. Anche se sconfitto? Questo lo pensavano gli altri, non lui. Lui  contro i giudici che l’interrogavano aveva continuato a portare con foga non le sue piccole ragioni ma quelle del Gran Movimento, che continuava e che, secondo lui, i giudici  – a tentoni ma con metodo – tentavano di  incasellare nei loro ordinati schemi secolari.

Il carcere, scriveva l’Autonomo, non è la fine del mondo. Anche se tra i “politici” aveva trovato una situazione avvelenata. Delazioni e pentimenti. Qualcuno fidato però ancora c’era. Diceva. Ma lui, che era abituato a girare per Milano, a conoscere da vicino le fabbriche dove, nell’ultimo decennio, erano fermentate lotte o quasi lotte o presunte lotte, ora, come quasi tutti, aveva solo le informazioni che passavano giornali, radio e TV. Aveva perso ogni aggancio con quelli che prima frequentava. Di colpo, zac! Prof Samizdat – diceva – era il primo a cui scriveva.

Prof Samizdat ripose la lettera  nella busta, la poggiò sul suo tavolo  e andò a cercare altre notizie sull’Autonomo in carcere. Andò  dalla ex-moglie, l’unica che aveva avuto dai giudici il permesso di vederlo. Le  fece domande banali: come sta? come e cosa scrivergli? Lei gli raccontò qualcosa delle due sue prime visite. A prof Samizdat pareva impaurita reticente circospetta sospettosa. Ed era lenta nel parlare. Forse per altri  pensieri che doveva nascondere dietro le prime parole pronunciate a  voce bassa. Come se riferisse fatti delicati di  malati gravi o di pazzi o di moribondi. Eppure erano soli in casa. Una bella casa. Vicino a un grande parco. Borghese per prof Samizdat.  Sì, di quelle che lui mai aveva abitato o mai avrebbe potuto abitare. Prof Samidat niente sapeva della relazione troncata e ora ripresa tra l’Autonomo e lei. Di come s’erano conosciuti, sposati e poi separati. Di mezzo era nato  un figlio. E ‘sto figlio ora era uno dei tanti  adolescenti allo sbando. Quella donna aveva ricevuto colpi e delusioni. E non solo dall’Autonomo. Si capiva. E però, ora che lui era finito in carcere, se ne occupava. Di malavoglia. Anche questo si capiva.

Alla fine, uscendo dal palazzone, prof Samizdat si ritrovò pensieri più ingarbugliati di quando c’era entrato. Quella donna metteva, sì, da parte  il brutto della sua storia mal digerita con l’Autonomo, si costringeva ad aiutare l’ex marito, ma non si fidava di lui. Temeva di essere strumentalizzata? E forse covava pure pensieri di vendetta. Una generosità contorta e combattuta. Neppure di prof Samizdat si fidava. Anche se ebbe l’impressione che se lo studiava per capire se poteva servirsene. E per un attimo prof Samizdat  ebbe il pensiero che lui pure  non si fidava né dell’Autonomo né, ora che l’aveva vista, della sua ex moglie. E che pure lui forse temeva di essere strumentalizzato da entrambi. Che casino la vita. Queste mezze e amare conclusioni  che prof Samizdat ricavò dalla visita le mise com’erano – fredde –  accanto a quelle gelide e sotto sotto disperate della lettera di lui. Non era bella la situazione.

E vabbè, assistilo tu il tuo Autonomo in carcere. Immaginati  quel che ti riesce, ma a noi la vita ci chiama e, per favore,  lasciaci vivere.  Ti freghi da solo. Resti impigliato nel sogno di una generazione che non era neppure la tua e da quel’incubo non uscirai più. L’Autonomo  dal carcere delirerà –  è pezzo di mondo diverso dal fuori il carcere! – e tu a stargli dietro delirerai con lui. Inseguirai i suoi pensieri. Che  ora saranno  ancora  più spigolosi e urtanti.  E starete in due a a confrontarvi i vostri pezzi di storia che  manco  combaciano.  Che c’entra  uno con l’impronta di Aò con lui che ha l’impronta di Ellecì? E la vostra pagina di storia  Picci-neria e Dicci-neria e Mondo  Sovrastante  non l’hanno mai neppure guardata. No, non hanno voltato pagina, l’hanno strappata! T’intestardisci a rileggerla, a rimuginarla? Ma non c’è più.

Scrutare meglio gli indizi che  la sua mente carcerata m’invia. Guaderò correnti impetuose. Muovermi nella fanghiglia politica di questi anni.  Pensare a saltellare sui sassi più matematici,  più solidi e incensurabili. Spero che non cedano all’impatto del mio  piede. Non lasciarsi fregare dal giudice che leggerà la nostra corrispondenza. Non sono  poche le insidie e le temo. Certo che rileggerò.

Prof Samizdat (prova 1)


Tabea Nineo, Caduta, bassorilievo in creta, 1980

Narratorio. Versione  2020.

di Ennio Abate

Non erano  inferme  le albe del 1978. Somigliavano a quelle  di sempre. Ma  giovani sentinelle appostate su piramidi rilucenti freddarono un sogno. Vento, molto vento. Poi cervici divelte  da corpi ancora frementi, sì. Muschi d’organi squarciati, sì. Torcigli di visceri raccolti in stracci sporchi. E però in Occidente altri vissero  miti e tranquilli. Sull’oscuro pavimento degli anni restò,  color carbone, soltanto uno sgorbio. Per assenza di grida, tutti finsero  che il sogno non era stato di umani percossi da altri umanissimi. Che si fosse trattato  soltanto  di bestie  macellate in quell’autunno, dicevano. 

Mente che indaghi, quel tempo  grumoso è lo stesso che i freezer  televisivi ogni giorno surgelano.

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Da “Prof Samizdat”

di Ennio Abate

1.

Dove lo troviamo prof Samizdat? A bagnomaria nel quotidiano scolastico. Eccolo. Ha dettato i voti d’italiano e storia. Primo quadrimestre, eh. Restano da firmare i tabelloni e il registro azzurro. Ultimi avvertimenti di una voce – la coordinatrice di classe. Con la fregola addosso si accalcano per lo scarabocchio finale sui tabelloni e i registri. Battutine. Quali? Boh. Ultimi saluti distratti. Si scappa fuori. Perché il pomeriggio è di piombo. Dentro e fuori? Ci arriveremo, ci arriveremo. Lui pure scappa. Per i corridoi a quell’ora deserti e silenziosi.

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Anche i fenicotteri (sporchi) emigrano

NARRATORIO/PROF SAMIZDAT (AGOSTO 1982)

di Ennio Abate

Sto lavorando al mio “narratorio” in prosa.  Ho chiare in mente le sue suddivisioni principali, che in qualche occasione ho già indicato (Salernitudine, Immigratorio, Samizdat, ecc.).  Mi è difficile, però, riordinare e sintetizzare i troppo  numerosi e spesso ripetitivi appunti che – non so se obbedendo a qualche strategia da “narratore interruptus” o in preda a  certe nevrosi  da scrittori clandestini e isolati – ho seminato, spesso dimenticandomene, qua e là in molti anni (almeno dagli Ottanta). In  quaderni, taccuini e foglietti volanti scritti a mano. In dattiloscritti  di decenni fa (fino a metà dei Novanta) mai più riletti.   E più di recente in file sul PC più facilmente consultabili. Ogni tanto trovo e rielaboro qualche testo come questo. Che appare a me stesso di non facile interpretazione e collocazione  nello schema-progetto che mi sono fatto.  [E. A.]

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