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Jamaica Rum

di Rita Simonitto

Quando mi chiamano Jamaica Rum certamente la cosa mi dà fastidio, anzi, dirò di più, li odio. Quel Rum che mi affibbiano addosso come nomignolo glielo verserei addosso e poi ci butterei sopra un fiammifero acceso: ecco i miei compagni ‘flambè’!. Ma poi mi ritraggo inorridito da queste mie fantasie, frutto dell’esasperazione a cui vengo portato. So che non lo fanno per ferirmi ma per giocare, loro si divertono così. Forse sono io che non so stare al gioco, non so reagire con ironia. Ma da quando mia madre è andata via con il mio fratellino faccio molta fatica a divertirmi anche se questo è accaduto quasi cinque anni fa, quand’ero ancora alle medie. Adesso sono all’ultimo anno di Liceo Scientifico e ho appena fatto la Maturità che è andata bene. Il Prof di Fisica, terminate le operazioni scrutinali (i nostri professori, dopo gli esiti, hanno voluto incontrarci e salutarci, non con la solita ‘pizzata’ di fine anno, ma con una specie di saluto personale, con un messaggio personale ad ognuno di noi. E questo l’ho molto gradito. Fors’anche perché non so se alla ‘pizzata’ ci sarei andato volentieri), il Prof. di Fisica, dicevo, mi aveva detto “Bravo Gia… Giorgio – so che stava per dire Giamaica, ma poi si era corretto. D’altronde lo avrà sentito anche lui quel nomignolo risuonare per i corridoi della scuola quando i miei compagni mi gridavano “Ehi, Jamaica! Jamaicarum che cosa aspetti ad arrivare…!” – sì, stavo dicendo che il Prof di Fisica si era complimentato per i miei risultati e voleva sapere quale indirizzo di Studi avrei intrapreso.

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le torri di avvistamento piantate dal nonno

Nilo Australi, Cipressi

 

 di  Angelo Australi

 “Chi, per esempio, potrebbe dispiacersi per San Francesco perché si strappò le vesti e fece voto di povertà? Egli fu il primo uomo che si ricordi a chiedere ossa invece di pane.” 
Henry Miller

 

     A dieci anni guidavo il trattore come un grande. Non è una balla, lo Zio Seneca mi metteva una mano sulla spalla per sospingermi verso il trattore e diceva sali che andiamo a spandere il concio sulla terra. Il carro ci aspettava pieno di sterco fumante, con il forcone infilzato sul cumulo. Sembrava che dall’aia si propagasse il focolaio di un incendio, mentre gli odori predominanti salivano ancora dalla terra umida del mattino. Continua la lettura di le torri di avvistamento piantate dal nonno